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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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7 settembre 2008

Ai pusher dell’economia: "Senza una Nuova Bretton Woods siamo già al 1929!"

Non ha senso discutere se un nuovo 1929 ci sarà o no, l’unica discussione possibile a riguardo è quando esso ci sarà. Dobbiamo pensare ad un oggetto lasciato cadere nel vuoto da altezze impensabili: avrà senso discutere se l’oggetto giungerà a terra, oppure avrà più senso discutere quando esso toccherà terra? L’attuale sistema finanziario-economico è appunto un oggetto abbandonato nel vuoto a sé stesso, dove nessuno vuole andare a recuperarlo perché dovrebbe fare i conti sullo stato disastroso in cui esso si trova. Così nell’incuranza delle paurose classi dirigenti quest’oggetto è preda di velocissimi passaggi di mano (la speculazione di brevissimo termine) e soggetto ad una sola certezza: prima o poi si schianterà al suolo.

Riconoscere consapevolmente l’inevitabile ripetersi di un nuovo crack stile 1929, ma presumibilmente più grave vista l’odierna ripartizione (settorializzata geopoliticamente) delle competenze economiche, non è questione di pessimismo o ottimismo, ma di semplice conoscenza delle dinamiche relative l’economia fisica nella sua attuale condizione di subordinazione alle operazioni finanziario-speculative che il sistema delle relazioni politiche internazionali ha deciso di sovraordinare allo stesso destino dell’umanità.

L’ottimismo sulle sorti dell’universo, come bene ci fa comprendere Gottfried Leibniz[1] nel suo Saggi di Teodicea, deve per forza guidare l’uomo, per quanto riguarda il ciclo lungo della storia universale. Per quanto riguarda il ciclo breve, invece, l’umanità è sicuramente entrata in un tunnel capace di mettere a dura prova l’inclinazione naturale dell’universo verso il bene. Alla base di ciò, in ultima analisi, vi è una vera e propria violazione della legge naturale, e nello specifico, di quella che possiamo definire la legge degli Ultimi[2]. Questa è stata progressivamente disconosciuta nell’ultimo quarantennio.

Si tratta dunque di essere realisti. La strada intrapresa nell’ultimo quarantennio continuerà a produrre i suoi disastri (riduzione costante dell’aspettativa media di vita nei paesi in via di sviluppo, distruzione del tenore di vita nel mondo occidentale) se non attuiamo un cambio di paradigma culturale riscoprendo i principi che guidarono la ricostruzione post-bellica filo-rooseveltiana.

Nel concreto di ciò che riguarda la situazione italiana ciò vuol dire tenere l’ago della bilancia della politica economica su Giulio Tremonti invece che su Renato Brunetta. Virare dunque da quella cultura liberista per cui il mercato lasciato a sé stesso risolverà i nostri problemi, a quella dirigista per cui il mercato farà il meglio possibile in rapporto a consapevoli scelte-cornice che la politica deve fare, così come richiesto dalla nostra Costituzione[3]. I modelli da seguire non sono la Thatcher o Reagan, Adam Smith o Milton Friedman, quanto piuttosto Franklin Roosevelt, Alexander Hamilton o Henry C. Carey.

Si è dunque nella giusta direzione quando ci si rende conto che il caso Alitalia non può essere valutato in termini primariamente contabili e finanziari, ma primariamente strategici. Alitalia a maggior ragione, ma invero ogni azienda, non è una cellula a sé stante da guardare come si guarda un monolite; essa rappresenta parte del fulcro di un indotto che si chiama economia italiana e che si compone degli alberghi, dei bar, dei taxi, dei negozi, delle industrie, ecc. che poi avranno contatto con quei forestieri. Ciò vorrà conseguentemente dire maggiori entrate tributarie per il nostro erario. Dunque, quei 125 euri gravanti su ogni cittadino, calcolati dall’Economist, rientreranno moltiplicati (per quanto il sistema sarà in grado di rendere dinamico ed efficiente il complesso delle relazioni economiche) per il circolo virtuoso dell’economia nazionale. La valutazione formale, frutto di una concezione lineare e statica dell’economia, per cui sarebbe “anacronistico e demagogico dare importanza alla nazionalità del centro direzionale di Alitalia” dimostra tutta la virtualità dei ragionamenti dei liberisti. L’assurdità di un tale approccio è rafforzata quando i fautori del mercatismo dispongono che l’agenda economica nazionale debba puntare tutta sul turismo. Ma la loro visione ed azione ha già trovato il verdetto dei fatti: nonostante la centralità riconosciuta al mercato del turismo nell’economia italiana, il turismo nell’ultimo decennio, rispetto ai nostri principali competitori (Francia, Spagna e Grecia) ha perso costantemente posizioni di mercato. L’economia è invece fenomeno fisico ed in via accessoria finanziario. Se avessimo messo nelle mani di Air France – Klm il centro decisionale delle sorti di Alitalia avremmo messo a rischio quel quasi 20% del mercato internazionale verso l’Italia che la compagnia di bandiera oggi gestisce. Anche nella prospettiva dei megaflussi previsti per il prossimo decennio da Cina, India e Russia, i francesi avrebbero avvantaggiato il mercato italiano o quello francese nel caso in cui Alitalia fosse diventata loro? Ed infine, perché la nazionalista Francia punta a rafforzare la propria compagnia di bandiera con l’acquisizione di quelle straniere?

Il 1929 può essere evitato solo se si decide di scollare il sedere dalle pompose poltrone di carta su cui abbiamo deciso di adagiarci nell’ultimo quarantennio[4]. Ciò vuol dire tornare a produrre liberando il sistema delle infrastrutture e dell’industria dal sovraordinato e prorompente sistema finanziario filo-speculativo, fondato su rapporti valutari fluttuanti; ciò vuol dire tornare a valutare l’economia in termini di efficienza fisica e non attraverso il metro della formalità contabile.

Un’economia non sta bene se il p.i.l. cresce grazie alla oramai assoluta incidenza su di esso delle transazioni finanziarie che dietro di sé hanno il nulla, e nel frattempo i tenori di vita della maggioranza della popolazione decrescono (questo è in breve ciò che avviene nelle “moderne” economie dominate dal culto del liberismo anglo-olandese).

E’ ovvio che da un punto di vista dell’economia fisica l’odierno 1929 non è entrato ancora nella sua fase di ultima manifesta evidenza, tutta code agli sportelli e suicidi – anche se negli Usa i pignoramenti hanno raggiunto il record trentennale – , a cui rispondere o con metodi fascisti come fu in Europa o con i metodi propri del sistema americano di economia politica come fu negli Stati Uniti, ma è altrettanto ovvio a chi abbia un livello di conoscenze superiore a quello a cui ci costringono i media commerciali, che il 1929 è di fatto cominciato e che le tensioni nascenti a livello geopolitico non sono altro che conferma e conseguenza di un modello delle relazioni economico-finanziarie iniquo che alcuni vorrebbero procrastinare sine die, e che altri, invece, non intendono più accettare. A questo proposito è interessante rilevare che la dirigenza russa – e lo stesso hanno fatto molti leaders sud-americani – parli di riordino del sistema finanziario, di Franklin Delano Roosevelt (FDR), di progetti infrastrutturali comuni. Ad essi ora si aggiungono i socialisti francesi (evidentemente dissonanti rispetto al partito di De Benedetti ed al suo responsabile economico, Pierluigi Bersani) che con il suo segretario generale, François Hollande, così si sono espressi:

«Bisogna comprendere la dimensione della gravità di questa crisi, non sottostimarla come la destra fa da un anno. … Noi viviamo una crisi multipla, generale, globale. … Essa è innanzitutto finanziaria, essa è nata un anno fa con i subprime, che hanno finito per contaminare l’insieme del sistema bancario, per provocare delle perdite contabili che finalmente si sono tradotte attraverso una iniezione di liquidità delle banche centrali e la crisi è divenuta monetaria con dei movimenti dei cambi che infettano l’euro e il dollaro e modificano i tassi d’interesse. Da monetaria, essa è divenuta economica, con il rallentamento della crescita nei paesi emergenti e l’entrata in recessione di una parte dell’Europa. Essa è divenuta anche energetica, con la moltiplicazione per cinque dei prezzi dell’energia; … alimentare, con la progressione del prezzo delle materie prime; immobiliare nei paesi più sviluppati con il calo dei prezzi … La crisi è dunque generale, essa tocca tutti i livelli, tutti i continenti. … Essa è globale perchè è il capitalismo globalizzato che è colpito in tutte le sue dimensioni, perché tutti i mercati ne sono infettati. … Le deregolamentazioni che noi viviamo sono la conseguenza di scelte politiche: deregolamentazione dei mercati, finanziarizzazione dell’economia, il disimpegno delle autorità pubbliche, privatizzazioni, messa in concorrenza dei servizi pubblici. ... Ci sono cinque punti essenziali se noi vogliamo fare uscire l’economia mondiale delle deregolamentazioni nella quale essa è sprofondata: conferenza finanziaria e monetaria: nuova Bretton Woods che permetta la stabilità del cambio euro/dollaro, il coordinamento delle politiche monetarie e la regolamentazione del sistema finanziario; … il rafforzamento delle istituzioni finanziarie multilaterali [per permettere] con le banche centrali, di controllare innanzitutto il sistema bancario e di punirlo, altrimenti la speculazione troverà sempre la sua ricompensa; … [sostenere] la produzione agricola dei paesi in via di sviluppo … riorientare la costruzione europea, attorno al coordinamento di politiche economiche ed il lancio di grandi prestiti per finanziare oggi le PMI, le abitazioni e gli investimenti in materie di ricerca e di tecnologia.»

I pusher dell’ideologia liberista (confusi per economisti), veri e propri spacciatori di idee tossiche, per superbia o prostituzione della coscienza – approcci utili alle carriere – sono completamente dimentichi dell’inequivocabile verdetto dato dalla storia dal 1789 al 1945: il liberismo non è altro che la legge del più forte, ed il fenomeno imperiale chiamato oggi globalizzazione non è altro che una concentrazione di potere nelle mani di una oligarchia finanziaria. Chi continua a parlare di globalizzazione come di un fenomeno positivo che ha consentito ai cinesi di bere bibite occidentali ed agli occidentali di mangiare sushi, parla del nulla. Infatti, dalla stessa Banca per i regolamenti internazionali di Basilea, si ricava che dal 1960 ad oggi, nelle economie “moderne”, il flusso dei beni reali scambiati rispetto al flusso monetario sul mercato dei cambi è passato da un rapporto di 83 a 17 ad un rapporto di 0, ... a 99, … (E non si tratta di un errore di scrittura i dati di 83 e di 0, … si riferiscono ai beni reali!). Questo ci indica chiaramente come i processi puramente finanziari abbiano preso il sopravvento sull’economia reale, con un’accelerazione senza sosta dall’abbattimento degli accordi di Bretton Woods (1971). Quindi i vari Giavazzi, Alesina, e compagnia bella, quando parlano della globalizzazione parlano di quel 0, …% dell’economia mondiale che così grande beneficio darebbe all’umanità.

Il presidente Berlusconi, pur avendo affidato a Giulio Tremonti l’economia italiana, rischia – con tutti i suoi colleghi internazionali – di essere ricordato dalla storia come l’Herbert Hoover del 2000. L’intervista rilasciata il 21 agosto scorso alla rivista Tempi, rischia di rappresentare il “la” ad una virata dal tremontiano ripristino della supremazia della politica sulla finanza e l’economia, all’incantato liberismo che portò diretti al 1929. Di “suicidi a catena di imprenditori ridotti sul lastrico, assalti agli sportelli delle banche, file di disoccupati per le strade, molte persone ridotte letteralmente alla fame” in occidente non ve ne sono ancora, ma il presidente Berlusconi preferisce attendere, come Coolidge ed Hoover, che tutto ciò si verifichi prima di rendersi conto che l’unica via di uscita dall’attuale stato di crisi sistemica è quella che intraprese il presidente Franklin Roosevelt per far uscire il mondo dal disastro finanziario, economico, geo-politico e soprattutto morale, in cui si ritrovò nell’arco di pochi anni?

Il livello di parassitaggio operato dalla catena (speculativa) di Sant’Antonio è giunto al suo termine perché il bluff è divenuto quasi di pubblico dominio. Quando il bluff diviene di pubblico dominio, le catene di Sant’Antonio finiscono. Di fatto, siamo al raschiamento dei barili. Siamo all’ultimo strato da raschiare, ossia le infrastrutture pubbliche. Non esiste più alcun valore credibile dell’economia fisica che sia utile a costruire piramidi finanziarie funzionali al rifinanziamento della bolla speculativa ufficialmente avviata il 15 agosto 1971 (abbattimento degli accordi di Bretton Woods). Gli unici assets rimasti (treni, infrastrutture stradali, sanità, scuole, ecc.) sono quelli appartenenti al pubblico, allo Stato. Fagocitati pure quelli, messi in mano a banche e speculatori, la bolla speculativa non avrà altro modo di rifinanziarsi. A quel punto due potranno essere le soluzioni: 1) quella rooseveltiana con cui si dichiara il fallimento del sistema e si ripristina un giusto sistema economico e finanziario; 2) quella dittatoriale con cui si mettono a bada popoli recalcitranti o nazioni nemiche che non intendono stare al depravato gioco. I continui tentavi di accerchiamento di Russia e Cina, attraverso il “casuale” sopravvenire di volontà autonomistiche interne ben fomentate dall’esterno (il Tibet per esempio), i sistemi doppio standard (dove la Nato può riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ma la Russia non può riconoscere quella di Ossezia del Sud ed Abkazia), a cui si aggiunge l’uso costante della menzogna come mezzo di informazione della popolazione occidentale, non sono altro che le conseguenze dell’avvitarsi della crisi finanziaria globale che se non vede ancora la disperazione generalizzata negli occhi degli occidentali, la vede in quelli di quelle oltre 40 popolazioni che tra Asia ed Africa sono dovute scendere nelle piazze per protestare contro il caro alimenti (agli illuminati di qualunque risma, economisti ed associazioni dei consumtari, chiedo se anche là la catena distributiva è troppo lunga, oppure il vero problema è rappresentato dai fenomeni speculativi che stanno alla fonte?).

Dunque, ciò che hanno di fronte le classi dirigenti è una scelta: schierarsi dalla parte degli speculatori, oppure ad ottemperanza degli obblighi imposti dalle costituzioni novecentesche operare per il bene comune, ridando impulso a produzioni e commerci, attraverso l’intervento pubblico in favore dei molti ed a controllo dei pochi troppo potenti? Liberismo (intrinsecamente filo-oligarchico, come insegnato dagli autentici padri costituenti americani, da Hamilton a Quincy Adams, da Licoln e Carey a Franklin Roosevelt) o dirigismo filo-repubblicano (che quelli, invece, attuarono)? E non ci si confonda, la scelta non è tra libero mercato e comunismo, ma tra il riconoscere i limiti dell’economia di mercato e dunque intervenire per superarli, ed il non riconoscerli e volersi affidare ad una sorta di trading system finanziario che dice di puntare al rialzo mentre l’indice finanziario inesorabilmente crolla a velocità supersonica.

In ogni caso è utopico credere di poter rimettere in piedi un’economia nazionale, trascurando il fronte del risanamento del sistema finanziario internazionale. Senza una Nuova Bretton Woods quello che rischia qualsiasi economia nazionale sono fenomeni tipo quelli che riguardarono le Tigri del sud-est asiatico a fine anni ‘90: trent’anni per lanciare un miracolo economico; un biennio per distruggerlo.

Claudio Giudici



[1] La ricostruzione del grande pensatore universale trova oggi conferma empirica negli studi del biogeochimico russo Vladimir I. Vernadsky.

[3] Ripetutamente la nostra Costituzione così si esprime: «E’ compito della Repubblica …», «La Repubblica promuove …», «La Repubblica agevola …», «La Repubblica tutela …» , «La Repubblica detta …», «La Repubblica rende effettivo …», «La legge tutela …», «La legge stabilisce …», «La legge dispone …», ecc.

[4] Per una veloce comprensione della storia dell’economia mondiale negli ultimi sessant’anni si guardi all’efficacissimo pedagogical dei giovani attivisti di LaRouche in Francia: www.solidariteetprogres.org/IMG/ppt/Economie_1945_2008.ppt.

23 aprile 2008

Il futuro di una città passa per un nuovo sistema finanziario internazionale

Il nuovo Ministro dell’Economia Giulio Tremonti parla da mesi della crisi finanziaria internazionale prodotta dalla globalizzazione, come processo gestito dalla fantomatica “mano invisibile” del mercato invece che da accordi tra Stati nazionali sovrani. Egli ha sostenuto che è necessario un nuovo sistema monetario internazionale, una Nuova Bretton Woods, così come l’ha denominata l’economista e leader politico americano Lyndon LaRouche.

Si tratta della responsabile presa d’atto del fallimento di un sistema speculativo internazionale che tramite i governi pretende che la gente comune faccia i sacrifici (non gli si possono aumentare gli stipendi, gli si abbassano le pensioni, gli si fa pagare sempre più cara la sanità, l’istruzione, i posteggi, le strade, le tasse) mentre però gli speculatori mettono a schiena china le nazioni. Una storia già vista nel 1929 e che fin dal suo insediamento alla Casa Bianca il grande Presidente Franklin Roosevelt non mancò di denunciare e rovesciare.

La distruzione degli accordi di Bretton Woods che proprio Roosevelt nel 1944 volle, ha voluto dire lasciare al “libero” mercato – che però ha sempre nomi e cognomi! – la regolazione dei rapporti monetari e finanziari secondo logiche di superprofitto. Rilanciare una Nuova Bretton Woods, vuol dire invece far decidere agli Stati i giusti rapporti di cambio tra le monete e le regole finanziarie tra di essi intercorrenti. Non è questa una questione da accademici, ma il vero motivo per cui i prezzi dei generi di prima necessità stanno vorticosamente aumentando.

Il rincaro dei prezzi dei generi alimentari non è conseguenza dell’aumento di voracità delle bocche cinesi, ma di un preciso effetto speculativo provocato dalle politiche monetarie delle banche centrali. Si pensi che dal novembre 2005 al febbraio 2008 il future sul grano è passato da 295$ a 1334$. Il 70% di questo rincaro si è avuto dopo gli “illuminati” interventi delle banche centrali in seguito allo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime del luglio 2007. Sono patetici quei politici che fingono compassione per i più poveri ben sapendo però che la cosa è provocata da precise decisioni degli interessi finanziari a cui dovrebbero opporsi!

Questa iperinflazione trova dunque la sua origine nell’arbitrio del mercato, eppure, le soluzioni che vengono proposte, tipo le liberalizzazioni, hanno all’origine lo stesso vizio.

Chi vive nella vita reale sa cosa vuol dire lasciare al “libero” mercato la gestione delle dinamiche economico-sociali. Si pensi al primo decreto Bersani del ’98 con cui si diceva di voler far sì che ognuno potesse avere sotto casa il negozio di abbigliamento, di elettronica, il fruttivendolo. In conseguenza di quel decreto si tolse l’obbligo del rispetto di spazi di distanza per l’apertura di un esercizio - decida il “libero” mercato dove è più opportuno che si apra un negozio! – ed ecco l’esplodere di centri commerciali che hanno assorbito la clientela che prima era dei piccoli commercianti. I negozi sono andati morendo ed i fondi trasformati in piccoli appartamenti. E la questione per cui tutti potessimo avere sotto casa ogni genere di negozio? E la diminuzione dei prezzi?

Ma si pensi anche al secondo decreto Bersani del 2007 che ha avuto per oggetto, tra gli altri, taxi, farmacie e parrucchieri. A questo proposito, a distanza di neanche 6 mesi dal provvedimento del Comune di Roma per l’aumento del numero di taxi, il candidato sindaco Francesco Rutelli ha affermato: «Abbiamo visto che il meccanismo “più licenze” “tariffe più alte” non è necessariamente quello migliore, rischia di ottenere un doppio effetto negativo».

Liberalizzare potrebbe voler dire eliminare inutili e rallentanti adempimenti burocratici in favore di un maggior sviluppo; ma quando liberalizzare vuol dire far decidere al mercato quelle dinamiche che invece l’ingegno umano può decidere meglio secondo un supremo principio di giustizia, ecco che le liberalizzazioni divengono uno strumento in favore dei più forti.

E si persiste sulla via sbagliata quando si afferma: «Su Alitalia decida il mercato!». Far in ogni caso decidere al mercato, vuol dire far decidere il più forte. La libertà del mercato è legittima solo quando è regolamentata in funzione del bene comune.

Un “libero” mercato lasciato alla dittatura del mercato produce mirabolanti assurdità. Si pensi alle amministrazioni che possono assumere centinaia di vigilini, poiché con le multe che fanno autofinanziano i loro stipendi; invece assunzioni di nuove forze dell’ordine, o il più semplice pieno di benzina delle loro auto, per funzioni socialmente ben più rilevanti come la lotta alla criminalità, sono cose che non possono essere fatte, perché pur essendo un investimento sociale, sono un costo finanziario. Le strade vengono imbottite di costosi autovelox, ma i manti stradali sono tutti poggi e buche. Le banche possono essere salvate da continue immissioni di liquidità, ma alle fabbriche ciò non è concesso; le linee metropolitane devono aspettare. Tutto questo è arbitrio del mercato.

Eppure la nostra Costituzione a questi propositi parla chiaro: centralità del lavoro (artt. 1 e 4), intervento dello Stato nell’economia, retribuzione che in ogni caso deve consentire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore ed alla sua famiglia (art. 36), funzione ed utilità sociale dell’iniziativa economica privata e della proprietà privata (artt. 41 e 42); controllo del credito e tutela del pubblico risparmio (art. 47).

E’ dunque necessario che ogni cittadino che abbia a cuore il proprio presente e futuro e quello dei propri figli, combatta il conformismo dietro cui si cela la dottrina del liberismo, e sostenga il progetto per un nuovo sistema finanziario internazionale, per una Nuova Bretton Woods, così come invocata da Lyndon LaRouche e da Giulio Tremonti.

Claudio Giudici

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