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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


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8 giugno 2007

Credere nella facoltà creatrice dell’Uomo: l’atto di volontà

Dedicato a Elav

La fase storica che stiamo vivendo è caratterizzata dal sopravvento che la menzogna ha preso nella vita delle persone.

Questa menzogna può essere di due tipi: consapevole ed inconsapevole.

La menzogna è consapevole quando colui che la sostiene sa quale sia la verità, ma per proprio comodo preferisce sostenere ciò che non è.

La menzogna è invece inconsapevole quando si sostiene ciò che non è, senza sapere ciò che è.

Se nel primo caso siamo di fronte a colui che in modo diretto persegue in via esclusiva il proprio (apparente) tornaconto, nel secondo caso siamo di fronte a colui che per ignavia, per accidia, e, in minima parte, per caso fortuito, crede di essere dalla parte della verità ma in realtà non lo è.

In ogni caso è la non conoscenza (il vero male per Socrate) che si cela dietro entrambe queste due specie di menzogna.

La maggior parte dei nostri leaders politici fa parte non della prima categoria, ma della seconda, quella dei menzogneri inconsapevoli.

Questi ultimi, sostengono inconsapevolmente tesi completamente fuori dalla verità. L’attribuzione del global warming all’azione umana piuttosto che ai cicli solari; la riconduzione all’11 settembre 2001 dell’origine dell’attuale stato di tensione geopolitica piuttosto che alla precedente instaurazione di un sistema monetario e finanziario usuraio; la considerazione delle politiche monetariste come uniche politiche possibili in economia, sono tutti esempi di menzogna inconsapevole. La comoda posizione (sia dal punto di vista economico che dal punto di vista dell’importanza sociale) in cui essi si trovano, fa sì che l’indifferenza e la fatica prendano il sopravvento su di loro: il cammino di ricerca della verità si interrompe drammaticamente. La drammaticità di ciò risiede nel fatto che le loro azioni politiche non siano corrispondenti a verità, e che a pagarne le conseguenze sia la popolazione che sarebbero tenuti a governare secondo un principio primo di verità, che tutto in sé contiene: giustizia, libertà, onestà, bellezza, bontà.

Vi è però anche un gruppuscolo di leaders politici che mentono consapevoli di mentire. Filosofi recenti come Ralph Waldo Emerson o Leo Strauss hanno sostenuto la necessarietà della menzogna per l’azione politica; non è quindi inverosimile pensare che alcuni politici vi ricorrano in modo consapevole.

Si pensi a titolo d’esempio alle continue menzogne a cui hanno dovuto ricorrere G. W. Bush e Dick Cheney per legittimare il loro intervento armato in Iraq. La falsità della questione dell’acquisto di ossido di uranio da parte dell’Iraq dal Niger, come denunciato dall’ex ambasciatore Joseph Wilson, non poteva non essere conosciuta dal vice presidente Cheney. Si tratta di una delle tante menzogne propinate al mondo per legittimare un intervento militare altrimenti privo di un seppur minimo consenso popolare.

Solitamente, i menzogneri di questa categoria sono coloro che più hanno in disprezzo il bene comune, la verità, il proprio popolo e dunque, nell’attuale sistema, sono coloro che più si dimostrano adatti a ricoprire il ruolo di amministratori degli interessi oligarchici che stanno determinando le sorti delle nazioni odierne.

Il nostro modello culturale nega l’esistenza della verità. Anche questo avviene in due modi: se ne nega l’esistenza – “Quid veritas?” chiese Ponzio Pilato a Gesù Cristo, prima di consegnarlo alla folla – ; se ne ammette l’esistenza ma non se ne parla.

L’età materialista che stiamo vivendo, fa sì che ai più appaia oziosa tale questione. Essa è invece nodale.

Quante volte a coloro che non si vergognano di citare le parole di Verità, Moralità, Bene, Bellezza, Amore, Giustizia, Libertà (non l’odierno arbitrio che oggi si invoca, sotto la finta maschera della libertà) è toccato assaporare l’imbarazzo del proprio interlocutore a disagio a cospetto di ciò che non si è abituati a sentire pronunciare. Questo imbarazzo non lo si nota se citiamo organi intimi, le parole di violenza, utilità, interesse, odio, sfruttamento.

Io faccio il mio interesse!” – “Tu fai bene, lo farei anch’io!”. Anche solo per luogo comune, quante volte possiamo ascoltare un tale dialogo?

La nostra classe dirigente cita molto raramente le parole di Verità, Bene, Moralità, Bellezza, ecc., ed invece dovrebbe farlo costantemente. Il solo citare queste parole ha il potere di attivare una serie di processi che immettono sulla rigogliosa strada che porta verso quegl’irraggiungibili, ma comunque avvicinabili, lidi che esse rappresentano.

Purtroppo oggi però dominano quelle raffinate tecniche per cui quando si parla di verità, siamo invece sul terreno dell’ovvietà o della ipocrisia; quando si parla di moralità, siamo invece sul terreno del moralismo; quando si parla di serietà, siamo invece sul terreno della seriosità; quando si parla di libertà, siamo invece sul terreno dell’arbitrio.

Il confine tra la proposizione positiva e la proposizione negativa, è dato da un preciso atto di volontà, dunque da un’autentica decisione di volersi radicalmente immettere su quella rigogliosa strada che verso quei sublimi e nobili fini siamo tenuti a dover procedere.

La natura umana funziona secondo uno schema di questo tipo: ci si prefigura il fine da dover perseguire, e senza comprenderne nel dettaglio tutti i passaggi, mettiamo in moto una serie di processi che passano per quei punti che verso quel fine portano. Se invece ci si preoccupa dei vari punti ecco che si perde di mira il fine e lo stesso si allontana.

Così per esempio funziona una costituzione fondamentale di una nazione. Essa per caratteristica ontologica, non si preoccupa dei passi ma dei fini. Una costituzione, quale per esempio la nostra, parla di “dignità della persona”, di “eguaglianza”, di “libertà”, di “progresso”, di “giustizia”, o, come la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, addirittura di “ricerca della felicità”. Si tratta di idee (nel senso platonico del termine), la cui perfetta definizione non è neanche alla nostra portata – ma se ne parla nelle costituzioni! – purtuttavia esse rappresentano il motivo di esistere di quel patto che una comunità fa come proprio atto fondante, scritto o meno che sia.

Ma cosa sono Verità, Bontà, Bellezza, Giustizia?

Troviamo nel Vangelo di Matteo (Mt 5,43-47):

«Avete inteso che fu detto: amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»

Gesù Cristo ricava una legge morale dal funzionamento della natura. Per la dottrina di Gesù, dalle leggi della natura noi possiamo rilevare dei principi su cui dobbiamo sintonizzarci, pena altrimenti l’essere contro natura.

La moralità dunque può essere considerata alla stessa stregua di qualsiasi altro principio della natura, della fisica; la moralità è un principio fisico. Alla stessa stregua, lo sono la verità, la bellezza, la giustizia, la bontà.

La vera differenza tra ciò che riguarda quelle leggi che hanno a che fare con la realtà sensibile e quelle che hanno a che fare con la realtà metafisica, consisterebbe soltanto nella maggior difficoltà di conoscere e rispettare le seconde piuttosto che le prime. Perché questo? Ciò è dovuto alla diversa complessità del dominio, della fase, con cui le leggi della realtà metafisica hanno a che fare. D’altra parte, prima di visualizzare un principio fisico, percepiamo sensorialmente la semplice realtà fisica; in un secondo momento, grazie all’uso delle capacità cognitive, rileviamo ciò che ai sensi resta comunque invisibile, ma che alla mente diviene visualizzabile, il principio fisico appunto. Mentre le leggi della realtà sensibile riguardano l’agire determinato della materia, le leggi della realtà metafisica riguardano l’agire dell’uomo. Entra qui in gioco la questione del libero arbitrio. L’uomo, a differenza del regno abiotico, non vivente, ma anche di quello animale, può decidere di andare contro natura, contro quelle leggi che il Creato impone si rispettino per poterne “convenientemente” fare parte.

Agire allora contro la legge della morale, può essere considerato alla stessa stregua di quell’azione che pretende di violare in modo arbitrario il principio di gravitazione. Laddove io pretenda di andare contro il principio di gravitazione, il risultato sarà lo schiantarmi a terra; altrettanto avverrà laddove pretenda di agire contro la legge morale.

Tutto ciò ci porta a concludere facilmente quale sarà il risultato del nostro tempo: uno schianto, un crollo, un disastro.

Come avviene con il botto prodotto dal jet che rompe il muro del suono, l’onda d’urto la si avverte dopo, ma la si può intuire prima.

Quando ci troviamo nella legge morale

Trasimaco[1] è lì che ride sotto i baffi, convinto di poter screditare ogni tentativo di definire quando l’uomo sia rispettoso della legge morale.

La legge morale è un qualcosa di intimamente legato alla verità.

Ma cosa è la verità?

Ci aiutano Platone e San Paolo. La verità è essenza[2]. Io sono colui che è. San Paolo ci dà un referente empirico per viaggiare sulla strada della verità: non c’è verità senza carità.

Ma cosa è la carità?

La carità è l’amore nei confronti dell’umanità.

Come dimostriamo questo amore nei confronti dell’umanità?

La Genesi ci mostra quale sia il compito primario del genere umano. Una volta creato l’uomo Dio disse: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra.»

Ecco dunque che l’uomo ha una missione concreta, quella di aumentare la sua presenza, e per farlo ha bisogno di conoscere la natura, comprenderla ed appunto padroneggiarla.

Da un punto di vista empirico, siamo dunque nella legge morale quando ricorrendo alle proprie capacità cognitivo-creative, le quali raccontano il corretto rapporto dell’uomo con l’universo, l’uomo è in grado di aumentare la propria presenza nell’universo. Tale processo è pienamente efficiente solo nel momento in cui tutti gli uomini sono in grado di esprimere la propria ontologica qualità della ragione creatrice.

Liberismo ed entropia, fuori dalla verità, fuori dalla morale

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? E allora, che cosa siete andati a vedere; un uomo vestito di porpora? Ma gli uomini che portano vesti sontuose stanno alla corte dei re. Siete venuti ad ascoltare la voce di uno che grida nel deserto. Un profeta..» (Lc 7,24).

Esatto, canne agitate dal vento! A seconda della moda di turno, a seconda di ciò che conviene, l’uomo di oggi, quasi fosse assolutamente incapace di individuare principi a cui tenersi fermamente ancorato, rimbalza da una parte all’altra del piano di gioco senza alcuna meta precisa. La cultura relativista facilita questa assurda dinamica; altrettanto fa un modello culturale imperniato su quella finta libertà che è l’arbitrio.

Negli ultimi decenni abbiamo visto diventare chi era statalista, per il libero mercato; chi centrava la propria riflessione attorno alla figura del lavoratore la centra oggi attorno alla figura del consumatore. Con la sola capacità di metter tutto in discussione, senza riuscire mai a trovare un punto d’approdo da cui far ripartire la nave (sofismo), la classe dirigente di oggi intuendo la distruttività di quelle vetuste teorie riconducibili a quella branca del pensiero denominata liberalismo, dice che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo (!).

Gli approcci libertaristi, istruiscono i processi mentali dell’uomo odierno ad essere svincolati da tutto. Tutto ciò che può essere regola, legge, principio, spaventa perché in qualche modo vincola. Nessun pianeta dell’universo è assolutamente libero nel proprio movimento; il meteorite è sicuramente più libero da un’orbita impostagli dall’armonia universale, ma la sua corsa finisce con uno schianto.

All’origine di tutto questo, ancora una volta, la paura della verità. L’ostilità a riconoscere la verità mantiene apparentemente liberi e sicuramente prossimi all’autodistruzione.

Il mancato riconoscimento della verità è una lacuna in cui il genere umano continuamente si imbatte.

Queste le parole di Alcide De Gasperi a tal proposito:

«La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.»[3]

Pensiamo alla violenza con cui questo deficit di “organi di trasmissione” tra una generazione e l’altra, sta manifestandosi nella vita di ogni uomo del pianeta con il ritorno in campo delle assurde tesi economiche liberiste.

Eppure, già nella prima fase post-bellica, Giorgio La Pira denunciava, quasi ridicolizzava, i sostenitori della scuola economica cosiddetta classica che oggi all’interno del sistema accademico, culturale ed economico è tornata a prendere il sopravvento.

In replica al Conte De Micheli, l’allora presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, La Pira scrive il 26 aprile 1954:

«… Lei se ne sta a “contemplare”, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith!

E mentre Lei gode di questa “contemplazione” – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!»

Ma riconoscere la distruttività delle politiche economiche liberiste non basta se ci si rapporta all’universo come ad una realtà statica entropica, soggetta a consumo. L’entropia riguarda i singoli elementi che compongono l’universo, ma non l’universo complessivamente considerato.

L’universo non è paragonabile ad un orologio che col tempo si scarica, ma ad un processo mentale in continua crescita. Se l’universo fosse entropico, piuttosto che partecipato anche da processi entropici, il suo continuo scaricarsi lo porterebbe ad un certo punto ad essere nulla. Questo essere nulla corrisponderebbe ad un qualcosa di statico, immobile, immutabile, perfetto, o meglio imperfettamente perfetto. Sappiamo infatti, come la realtà sensibile non sia perfetta ma commistione di due essenze tra di loro confliggenti. Il rinascimentale cardinale Nicola Cusano spiega ne La dotta ignoranza questo tipo di rapporto parlando di coincidentia oppositorum.

L’universo, infatti, è un qualcosa di costantemente mutabile, dove all’interno di questo processo di mutazione (divenire), partecipano in modo progressivamente più marcato il regno abiotico, quello biotico e quello noetico (esclusivamente umano).

Cambiare il paradigma: alzarsi da terra

Alla luce degli ultimi due punti trattati, quello del liberismo e quello dell’entropia, possiamo rintracciare una radice che sta dietro questi due errati modi di concepire l’universo e il rapporto dell’uomo con l’universo. Ogni ragionamento però rischia di essere monco se dal primario punto epistemologico non si chiarisce che l’uomo non è essere terrestre, ma essere universale.

Liberismo ed entropia intrappolano la facoltà di ragione creatrice insita nell’uomo.

Il liberismo è infatti il riconoscimento della sconfitta della volontà umana, delle capacità cognitivo-creatrici dell’uomo, a cospetto di quell’ente sociale che è il mercato. Quest’ultimo viene concepito come una barca dove tutti remano, ma nessuno ne dirige la rotta. Il timore che quella direzione possa essere arbitraria, affonda ogni possibilità di determinazione volontaria, espressione delle capacità noetiche dell’uomo, e affoga nell’inevitabile arbitrio – questo sì! – a cui portano il caso ed il caos.

La concezione entropica dell’universo, a sua volta, ha come propria radice una visione sballata della natura complessivamente intesa (ossia comprendente l’uomo come sua parte integrante). Infatti, intendendo l’universo come un orologio che progressivamente si scarica, essa prevede un esito finale in cui l’universo si auto-distrugge, e con sé l’uomo. Una tale visione è portatrice di un pessimismo cosmico che obbliga alla rassegnazione. Se questo è il substrato di fondo in cui viene ad operare l’uomo, ecco che tutto diviene inutile.

Questa visione oltre che pedagogicamente inopportuna, è intrinsecamente sbagliata. In presenza della vita in generale, come processo organizzatore della materia ben più complesso rispetto al processo organizzatore dei corpi inorganici, è da ritenere improbabile concepire la materia come colei che avrà il sopravvento sul tutto; ma in presenza della specifica vita umana, ciò che poteva essere improbabile, diviene paradossale. Questo paradosso può assumere il carattere della tragedia nel momento in cui l’uomo, con la potenza che lo contraddistingue, non è uomo, non fa l’uomo, ma si abbassa ai gradini più bassi della scala gerarchica del creato. Disconoscere questa primazia, vuol dire condannare il creato alla distruzione, in quanto abbassa l’uomo, con tutta la sua potenza, ad un elemento di disturbo, piuttosto che di salvezza.

Lazzaro, vieni fuori! (Gv 11, 43).

I Vangeli invitano continuamente l’uomo ad un atto di volontà, ed in particolare ad alzarsi[4], alzarsi da terra, volgere lo sguardo in alto e guidati dalla luce che da lassù proviene, prendere in mano la propria vita.

Ecco allora che l’uomo deve tornare ad essere Uomo, ecco che l’uomo deve riconoscere la sua somiglianza col divino. La somiglianza col divino è cosa ben diversa dal divino. Il divino è perfezione; la somiglianza al divino, dunque l’uomo, è progresso asintotico verso la perfezione; un’idea di assoluto che può essere avvicinata non afferrata (ecco perché siamo obbligati all’umiltà; tuttavia umiltà non è passività, non è relativismo)[5].

La manifestazione più concreta di questa somiglianza al divino è espressa dall’io posso, io devo, io voglio. Il dialogo costante di questa triade porta alla grazia.

Dimostrazione empirica di questo dialogo la si ha in particolare nel rapporto di amore. Lo svilupparsi di questo è consentito dal continuo dialogo tra ciò che si può, si deve, si vuole. Durante la sua fase più immatura il rapporto di amore è semplice volere; lo svilupparsi dello stesso porta a quella fase di transizione dove al volere si contrappone ed antepone il dovere (sublime); infine dovere e volere – ovviamente figli del potere – si mescolano, divengono irriconoscibili nella loro specificità (grazia).

Il rapporto di amore è dunque metafora che istruisce a ripetere tale esperienza per l’intera umanità.

L’azione politico-economica

L’uomo deve dunque alzarsi da terra, ma lo stesso vale per lo Stato. Lo Stato che resta seduto a terra diviene mero garante dello status quo di una realtà che lasciata a sé stessa tende inevitabilmente a produrre squilibri. Il problema di fondo in cui è caduto lo Stato moderno dalla fine degli anni ’60 in poi è l’essere ritornato come Lazzaro, nella caverna, come il paralitico, a sedere. Un mero garante piuttosto che un promotore. Eppure, la nostra Costituzione, interpretata in modo sistemico, tenendo conto anche dei lavori preparatori e del dibattito di formazione, intende promuovere il bene comune e non lasciarlo a dinamiche spontanee di cui esserne semplice arbitro.

La nostra storia repubblicana non avrebbe mai potuto raccontare momenti di successo se dal ’49 non si fosse posto termine al rischio del ritorno della mentalità liberista, monetarista, rigorista che si preoccupava soltanto di rendere “sostenibile” il bilancio. Un bilancio può tornare durevolmente a splendere solo grazie ad una precedente fase di investimenti nell’economia fisico-produttiva. Questo processo se non è possibile all’azienda privata, è possibile allo Stato. La creazione di credito extra-risparmio ex nihilo da indirizzare quantitativamente e qualitativamente da parte di una decisione politica degli eletti, ha lo scopo di fare affluire questo credito nei settori strategici per lo sviluppo produttivo. Il Piano Case, la Riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno furono i più espliciti atti di questa concezione dirigista, volontarista, dell’economia. Il sistema americano, così come concepito dalla Costituzione americana, è un sistema centrato sul credito. L’Esecutivo, autorizzato dal Congresso, autorizza linee di credito a lunga scadenza ed a basso tasso d’interesse, da indirizzare in quei settori che diano un surplus produttivo. Senza quest’ultimo, vi è il rischio di una spirale inflattiva. L’obiezione dei liberisti per cui il problema si porrebbe tra la fase intermedia all’emissione della linea di credito e il sopravvenire del prodotto, non regge per il semplice motivo che una politica economica di impulso produttivo via credito qualitativamente diretto la si adotta nelle fasi in cui i fattori produttivi sono sotto-utilizzati, ed il mercato, lasciato a sé stesso, recalcitra ad utilizzarli. I disoccupati, le risorse materiali, le scorte di magazzino dei prodotti invenduti, rappresenteranno in quella fase intermedia, il contraltare alla maggior liquidità introdotta nel sistema economico.

Questa funzione salvifica del credito non può essere sottovalutata. Una denuncia in tal senso ci proviene anche da Il mercante di Venezia di William Shakespeare. Il credito può essere arma di salvezza se utilizzato come fece il buon Antonio con l’amico Bassanio; può risultare invece una condanna a morte se utilizzato come fece l’usuraio Shylock.

E’ ovvio, non si tratta di una regola formale che darà un risultato scontato. Ciò non rientra tra le possibilità umane. Nessuna formula magica! Nessuna mano invisibile! Si tratta però di uno strumento espressione della facoltà creatrice dell’uomo, che uno Stato sovrano ha il dovere ed il diritto di esercitare in quanto espressione politica della volontà popolare. Solo una cosa è certa: il libero mercato lasciato a sé stesso finirà col fare solo l’interesse dei più forti.

Qui in Italia, deve essere allora riscoperto il patrimonio concettuale lasciatoci dai dossettiani. I vari Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro, ma anche De Gasperi che accettò l’influsso dei suoi amici di partito, Mattei che fu espressione immediata di uno Stato che entra in gioco nelle questioni strategiche per il bene comune, devono essere reinvocati a gran voce.

C’è una guerra silenziosa che pare essere definitivamente vinta dalla fazione oligarchica dei liberisti. Questi non si sono però accorti che parte del carbone è ancora acceso, che basterà un soffio espirato con decisione, per far tornare alla ribalta quel pensiero politico-economico senza il quale ogni possibilità di salvezza per l’Italia e l’umanità più in generale, non ha motivo di essere creduta.

Una provocazione che nasce da una constatazione della realtà fattuale è da riprendere dall’economista inglese William Beveridge: durante lo stato di guerra di una nazione vi è la necessità di sconfiggere il nemico; non si dice alla popolazione che il libero mercato deve fare il proprio corso e che dunque non si ha possibilità di vittoria; e neanche gli si dice che siccome il bilancio è in difficoltà l’unica speranza che abbiamo è quella che le bombe nemiche non ci uccidano. Ecco che ciò che può essere fatto in una situazione di guerra, deve essere adottato, con il fine del bene comune, durante lo stato di pace.



[1] Nella Repubblica di Platone, Trasimaco, attorno a cui ruota gran parte del dialogo, incarna il ruolo del sofista.

[2] Nel Teeteto Platone parlando della conoscenza afferma che conoscere «è dire che è ciò che è e che non è ciò che non è». La conoscenza dunque è l’atto del conoscere. La verità è lo stesso oggetto conosciuto.

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] In Mt 2, 13; 2, 20; 9, 6; 14, 15.

In Mr 2, 9; 2, 11; 5, 41; 10, 49.

In Lc 5, 23; 6, 8; 6, 20; 7, 14; 8, 54; 17, 19; 21, 1.

In Gv 5, 8; 6, 5; 17, 1.

[5] Questo passaggio, il mio amico Claudio Celani, dirigente del movimento larouchiano, mi suggerisce di porlo in altri termini. Riporto per intero il suo suggerimento, condividendone in pieno la maggior portata concettuale:

«Un’idea di assoluto che può essere partecipata, ad esempio quando l’uomo compie scoperte dei principi della fisica, e in tal modo partecipa della potenza divina; una partecipazione che è diversa dall’orgoglio di credersi uguali a Dio, e che al contrario di quest’ultimo rende tanto più umili quanto il procedere nel sentiero della conoscenza ci rivela la grandiosità del creatore attraverso la complessità e la meravigliosità della sua creazione.»

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