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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


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BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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4 dicembre 2009

Liberalizzazione dell'acqua: i liberisti approfittano della debolezza di Tremonti. Se Berlusconi lo abbandona, è finito!

Il processo di liberalizzazione-privatizzazione previsto dalla fase 2 dell'“Operazione Britannia” ha ripreso il largo. Il Governo dopo aver resistito durante la sua prima fase ai continui assalti da parte delle forze liberiste, ha ceduto con la grave approvazione del dl Ronchi. Avevamo ammonito in merito al fatto che gli attacchi a Berlusconi sul fronte personale erano in realtà attacchi ad un Governo filo-tremontiano. Risultati spuntati questi attacchi, si è puntato direttamente sulle politiche economiche di Tremonti: Draghi, Napolitano, le istituzioni europee hanno più volte messo sotto accusa la politica economica italiana. Questo, nonostante che i risultati registrati sul fronte dell'economia reale e della finanza pubblica siano tra i meno neri d'Europa.

A questo proposito, ciò che conta valutare è che in realtà all'interno della cinghia di forza del sistema dell'Euro, le politiche di Tremonti (dagli omonimi bonds alla Banca del Sud) possono produrre risultati molto ridotti, seppur migliori rispetto a quelli nefasti delle politiche liberiste.

Gli attacchi a Tremonti sono passati poi attraverso forze intestine alla stessa maggioranza di Governo, di fatto rispondenti all'agenda del Partito Britannico.

L'ultimo colpo sferrato contro Tremonti è arrivato dal ministro Renato Brunetta. Brunetta qualche settimana fa aveva lanciato un duro attacco verbale contro i “signori del Britannia”, ma immediatamente intuimmo che non comprendeva completamente la portata strategica di ciò che diceva. Con le accuse rivolte alle politiche economiche tremontiane, Brunetta ha confermato i nostri sospetti.

A titolo di cronaca, è bene ricordare che mentre Brunetta nei mesi antecedenti lo scoppio della crisi finanziaria parlava di un aggancio – nel giro di sei mesi – dell'economia italiana alla crescita economica statunitense (sic!), Tremonti, unico statista in Europa, ammoniva durante tutta la campagna elettorale dai pericoli che l'economia mondiale correva, ed auspicava la creazione di una Nuova Bretton Woods. Tremonti ha ribadito in ogni sede nazionale ed internazionale la necessità imprescindibile per un'autentica ripartenza dell'economia mondiale, di riformare il sistema monetario e finanziario. Così, mentre Brunetta faceva il pugno duro con i dipendenti del servizio pubblico, Tremonti lo faceva con l'oligarchia bancaria!

Dunque il Brunetta economista non ha capito la crisi; il Tremonti giurista sì!

Ma perchè Giulio Tremonti, da deus ex machina del Governo Berlusconi, si è ritrovato tutto d'un tratto isolato da parte di una buona fetta dei colleghi ministri? Perchè Berlusconi stesso è entrato in lite con lui?

Se una certa incidenza la hanno avuta questioni di carattere contingente come la necessità di fonti finanziarie – che Tremonti ha sistematicamente centellinato – da parte dei vari ministri a ridosso delle elezioni regionali, oppure l'incontro tenuto all'Aspen Institute con oggetto la formazione di una futura classe dirigente – cosa che secondo Il Giornale avrebbe particolarmente indispettito Berlusconi – , il repentino cambio di agenda è stato provocato dai G20 di Londra e Pittsburgh dove Obama, sotto le pressioni di Gordon Brown, ha definitivamente virato la rotta della nave verso il mantenimento dell'attuale sistema finanziario (fallito) ed il suo rifinanziamento a danno dei contribuenti. Infatti alla fine del G20 di Londra, Tremonti denunciò che avevano fatto tutto i capi di governo, i quali “si applaudivano anche da soli”.

Obama ha tra i propri consiglieri economici sia quel Larry Summers che promosse nel 1999 il venir meno del Glass-Steagall Act (il corrispondente italiano venne meno con la Legge Draghi), sia quel Paul Volcker che ne sostiene la reintroduzione. Lo standard Glass-Steagall fu introdotto sotto Franklin Delano Roosevelt nel 1933 ed ispirò le riforme bancarie degli anni '30 dopo la crisi del 1929-32. Con esso si distinguevano in modo netto le banche commerciali da quelle d'investimento, impedendo alle prime di partecipare direttamente nell'economia reale, e soprattutto di speculare con i soldi dei depositanti. Obama ha purtroppo deciso di seguire la linea Summers invece di quella Volcker. Tuttavia, seppur migliore, la stessa linea Volcker non è quella decisiva per uscire dal sistema finanziario speculativo odierno. Il fondamentale vizio della proposta Volcker, infatti, è quello di restare intrappolato nel sistema monetarista delle banche centrali dipendenti dalle banche private, invece che puntare alla creazione di un sistema creditizio di banche nazionali dipendenti dai Governi eletti, che ridia autentica sovranità finanziaria ed economica ai popoli nazionali attraverso gli Stati.

Parallelamente, come oramai avviene da circa quarant'anni, la continuazione delle politiche speculative è stata rafforzata con le enunciazioni contro il fantomatico “global warming antropogenico” su cui si è grandemente concentrato Pittsburgh, distraendo così l'attenzione dalla riforma del sistema finanziario.

Tutto ciò ha fatto piombare Obama ai minimi di consenso, con uno storico crollo degli stessi. Conseguentemente questo ha prodotto ovvie ripercussioni sul resto del mondo. L'attuale ascesa del prezzo dell'oro, del petrolio e delle materie prime, ed il corrispondente crollo del dollaro, non sono che il più diretto risultato della decisione di Obama di continuare con le medesime politiche filo-speculative che dal 1968-73 caratterizzano la politica finanziaria mondiale.

Ecco che il sogno di Tremonti e di tutti coloro che riconoscono l'autorevolezza delle denunce e delle proposte di Lyndon LaRouche, per rifondare il sistema monetario e finanziario internazionale, sono morte sul nascere. L'ingannevole ripresa dei mercati finanziari sta nuovamente regalando al mondo la diabolica illusione di un'economia tornata a crescere, mentre in realtà è soltanto la bolla speculativa ed i profitti dei grossi gruppi bancari che sono tornati a crescere. L'economia reale globale si indebolisce ogni giorno che passa: le imprese chiudono, la disoccupazione cresce, gli Stati nazionali sono sempre più indebitati, i sistemi di welfare vengono contratti in modo accelerato. Nel frattempo però i principali colossi bancari del mondo arrivano a triplicare i loro utili (Goldman Sachs per esempio). Una riforma del sistema finanziario avrebbe dato la possibilità al Governo italiano ed a tutti gli altri, di poter rifinanziare l'economia reale senza procedere a tagli draconiani della spesa pubblica o barcamenarsi per reperire liquidità.

Ed è qui allora che entra in gioco il decreto legge Ronchi. La necessità di liquidità da parte del settore pubblico obbliga gli Stati o a riconoscersi falliti oppure a svendere quel poco di patrimonio che resta loro. I servizi pubblici locali rappresentano l'ultimo tesoretto di cui ancora gli stati nazionali possono disporre per reperire fondi sul mercato. Diventa allora ipocrita il lamento verso l'approvazione del dl Ronchi da parte di coloro che non mettono in discussione l'attuale sistema finanziario internazionale. Nell'impossibilità di riappropriarsi di una sovranità monetaria e creditizia per il rilancio di politiche di sviluppo economico, gli Stati si trovano così costretti a svendere ciò che hanno.

In verità, Tremonti sta tentando per altre vie di rafforzare la finanza pubblica. Se i Tremonti bonds e la Banca per il Sud avrebbero lo scopo di rimettere in moto l'economia produttiva, con la conseguente creazione di entrate fiscali per l'erario, le politiche fiscali tremontiane (dalla messa al bando dei paradisi fiscali, all'inversione dell'onere della prova in merito alla liceità del trasferimento dei capitali all'estero, allo “scudo” fiscale) mirano a rimpinguare le casse dello Stato senza cedere ai privati il sistema economico di base. Ma è evidente, soprattutto dopo l'uscita del Ministro di qualche settimana fa contro il “libero mercato”, le privatizzazioni1 delle banche d'interesse nazionale, di Telecom, di Enel, di Autostrade, che con l'approvazione del dl Ronchi si è deciso di dare un'altra direzione al Governo.

Con quello approvato, si può dire che la fase 2 dell'Operazione Britannia sia di fatto conclusa. Così restando le cose, all'interno di una crisi economica ben lungi dall'esser terminata e di una crisi finanziaria che a breve si riaffaccerà, gli Stati non potranno fare altro che tagliare ancor più le spese per il welfare (tagliare le pensioni, i posti di lavoro nel settore pubblico, il mantenimento delle infrastrutture, ecc.).

Soltanto con la prossima crisi dei mercati finanziari Tremonti riprenderà forza all'interno del Governo. Con essa, forse Obama si deciderà a mettersi intorno ad un tavolo con Russia, Cina ed India per la creazione di un nuovo sistema finanziario ed economico mondiale.

Nel frattempo Berlusconi dovrà dimostrare al popolo italiano se il suo Governo miri ancora a mettere in discussione l'agenda del Partito Britannico oppure se anch'esso si sia definitivamente allineato a quest'ultima. Se cioè l'Italia possa ancora essere l'attaccante di sfondamento per un ritorno a politiche rooseveltiane in campo economico-finanziario, energetico ed infrastrutturale. Una prima risposta a ciò la darebbe un forte sostegno del Governo alla Banca per il Sud, che però dovrà necessariamente essere uno strategico mezzo di finanziamento per infrastrutture ed industria produttiva, una moderna “TVA” rooseveltiana.


Claudio Giudici
Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà
www.movisol.org

7 settembre 2008

Ai pusher dell’economia: "Senza una Nuova Bretton Woods siamo già al 1929!"

Non ha senso discutere se un nuovo 1929 ci sarà o no, l’unica discussione possibile a riguardo è quando esso ci sarà. Dobbiamo pensare ad un oggetto lasciato cadere nel vuoto da altezze impensabili: avrà senso discutere se l’oggetto giungerà a terra, oppure avrà più senso discutere quando esso toccherà terra? L’attuale sistema finanziario-economico è appunto un oggetto abbandonato nel vuoto a sé stesso, dove nessuno vuole andare a recuperarlo perché dovrebbe fare i conti sullo stato disastroso in cui esso si trova. Così nell’incuranza delle paurose classi dirigenti quest’oggetto è preda di velocissimi passaggi di mano (la speculazione di brevissimo termine) e soggetto ad una sola certezza: prima o poi si schianterà al suolo.

Riconoscere consapevolmente l’inevitabile ripetersi di un nuovo crack stile 1929, ma presumibilmente più grave vista l’odierna ripartizione (settorializzata geopoliticamente) delle competenze economiche, non è questione di pessimismo o ottimismo, ma di semplice conoscenza delle dinamiche relative l’economia fisica nella sua attuale condizione di subordinazione alle operazioni finanziario-speculative che il sistema delle relazioni politiche internazionali ha deciso di sovraordinare allo stesso destino dell’umanità.

L’ottimismo sulle sorti dell’universo, come bene ci fa comprendere Gottfried Leibniz[1] nel suo Saggi di Teodicea, deve per forza guidare l’uomo, per quanto riguarda il ciclo lungo della storia universale. Per quanto riguarda il ciclo breve, invece, l’umanità è sicuramente entrata in un tunnel capace di mettere a dura prova l’inclinazione naturale dell’universo verso il bene. Alla base di ciò, in ultima analisi, vi è una vera e propria violazione della legge naturale, e nello specifico, di quella che possiamo definire la legge degli Ultimi[2]. Questa è stata progressivamente disconosciuta nell’ultimo quarantennio.

Si tratta dunque di essere realisti. La strada intrapresa nell’ultimo quarantennio continuerà a produrre i suoi disastri (riduzione costante dell’aspettativa media di vita nei paesi in via di sviluppo, distruzione del tenore di vita nel mondo occidentale) se non attuiamo un cambio di paradigma culturale riscoprendo i principi che guidarono la ricostruzione post-bellica filo-rooseveltiana.

Nel concreto di ciò che riguarda la situazione italiana ciò vuol dire tenere l’ago della bilancia della politica economica su Giulio Tremonti invece che su Renato Brunetta. Virare dunque da quella cultura liberista per cui il mercato lasciato a sé stesso risolverà i nostri problemi, a quella dirigista per cui il mercato farà il meglio possibile in rapporto a consapevoli scelte-cornice che la politica deve fare, così come richiesto dalla nostra Costituzione[3]. I modelli da seguire non sono la Thatcher o Reagan, Adam Smith o Milton Friedman, quanto piuttosto Franklin Roosevelt, Alexander Hamilton o Henry C. Carey.

Si è dunque nella giusta direzione quando ci si rende conto che il caso Alitalia non può essere valutato in termini primariamente contabili e finanziari, ma primariamente strategici. Alitalia a maggior ragione, ma invero ogni azienda, non è una cellula a sé stante da guardare come si guarda un monolite; essa rappresenta parte del fulcro di un indotto che si chiama economia italiana e che si compone degli alberghi, dei bar, dei taxi, dei negozi, delle industrie, ecc. che poi avranno contatto con quei forestieri. Ciò vorrà conseguentemente dire maggiori entrate tributarie per il nostro erario. Dunque, quei 125 euri gravanti su ogni cittadino, calcolati dall’Economist, rientreranno moltiplicati (per quanto il sistema sarà in grado di rendere dinamico ed efficiente il complesso delle relazioni economiche) per il circolo virtuoso dell’economia nazionale. La valutazione formale, frutto di una concezione lineare e statica dell’economia, per cui sarebbe “anacronistico e demagogico dare importanza alla nazionalità del centro direzionale di Alitalia” dimostra tutta la virtualità dei ragionamenti dei liberisti. L’assurdità di un tale approccio è rafforzata quando i fautori del mercatismo dispongono che l’agenda economica nazionale debba puntare tutta sul turismo. Ma la loro visione ed azione ha già trovato il verdetto dei fatti: nonostante la centralità riconosciuta al mercato del turismo nell’economia italiana, il turismo nell’ultimo decennio, rispetto ai nostri principali competitori (Francia, Spagna e Grecia) ha perso costantemente posizioni di mercato. L’economia è invece fenomeno fisico ed in via accessoria finanziario. Se avessimo messo nelle mani di Air France – Klm il centro decisionale delle sorti di Alitalia avremmo messo a rischio quel quasi 20% del mercato internazionale verso l’Italia che la compagnia di bandiera oggi gestisce. Anche nella prospettiva dei megaflussi previsti per il prossimo decennio da Cina, India e Russia, i francesi avrebbero avvantaggiato il mercato italiano o quello francese nel caso in cui Alitalia fosse diventata loro? Ed infine, perché la nazionalista Francia punta a rafforzare la propria compagnia di bandiera con l’acquisizione di quelle straniere?

Il 1929 può essere evitato solo se si decide di scollare il sedere dalle pompose poltrone di carta su cui abbiamo deciso di adagiarci nell’ultimo quarantennio[4]. Ciò vuol dire tornare a produrre liberando il sistema delle infrastrutture e dell’industria dal sovraordinato e prorompente sistema finanziario filo-speculativo, fondato su rapporti valutari fluttuanti; ciò vuol dire tornare a valutare l’economia in termini di efficienza fisica e non attraverso il metro della formalità contabile.

Un’economia non sta bene se il p.i.l. cresce grazie alla oramai assoluta incidenza su di esso delle transazioni finanziarie che dietro di sé hanno il nulla, e nel frattempo i tenori di vita della maggioranza della popolazione decrescono (questo è in breve ciò che avviene nelle “moderne” economie dominate dal culto del liberismo anglo-olandese).

E’ ovvio che da un punto di vista dell’economia fisica l’odierno 1929 non è entrato ancora nella sua fase di ultima manifesta evidenza, tutta code agli sportelli e suicidi – anche se negli Usa i pignoramenti hanno raggiunto il record trentennale – , a cui rispondere o con metodi fascisti come fu in Europa o con i metodi propri del sistema americano di economia politica come fu negli Stati Uniti, ma è altrettanto ovvio a chi abbia un livello di conoscenze superiore a quello a cui ci costringono i media commerciali, che il 1929 è di fatto cominciato e che le tensioni nascenti a livello geopolitico non sono altro che conferma e conseguenza di un modello delle relazioni economico-finanziarie iniquo che alcuni vorrebbero procrastinare sine die, e che altri, invece, non intendono più accettare. A questo proposito è interessante rilevare che la dirigenza russa – e lo stesso hanno fatto molti leaders sud-americani – parli di riordino del sistema finanziario, di Franklin Delano Roosevelt (FDR), di progetti infrastrutturali comuni. Ad essi ora si aggiungono i socialisti francesi (evidentemente dissonanti rispetto al partito di De Benedetti ed al suo responsabile economico, Pierluigi Bersani) che con il suo segretario generale, François Hollande, così si sono espressi:

«Bisogna comprendere la dimensione della gravità di questa crisi, non sottostimarla come la destra fa da un anno. … Noi viviamo una crisi multipla, generale, globale. … Essa è innanzitutto finanziaria, essa è nata un anno fa con i subprime, che hanno finito per contaminare l’insieme del sistema bancario, per provocare delle perdite contabili che finalmente si sono tradotte attraverso una iniezione di liquidità delle banche centrali e la crisi è divenuta monetaria con dei movimenti dei cambi che infettano l’euro e il dollaro e modificano i tassi d’interesse. Da monetaria, essa è divenuta economica, con il rallentamento della crescita nei paesi emergenti e l’entrata in recessione di una parte dell’Europa. Essa è divenuta anche energetica, con la moltiplicazione per cinque dei prezzi dell’energia; … alimentare, con la progressione del prezzo delle materie prime; immobiliare nei paesi più sviluppati con il calo dei prezzi … La crisi è dunque generale, essa tocca tutti i livelli, tutti i continenti. … Essa è globale perchè è il capitalismo globalizzato che è colpito in tutte le sue dimensioni, perché tutti i mercati ne sono infettati. … Le deregolamentazioni che noi viviamo sono la conseguenza di scelte politiche: deregolamentazione dei mercati, finanziarizzazione dell’economia, il disimpegno delle autorità pubbliche, privatizzazioni, messa in concorrenza dei servizi pubblici. ... Ci sono cinque punti essenziali se noi vogliamo fare uscire l’economia mondiale delle deregolamentazioni nella quale essa è sprofondata: conferenza finanziaria e monetaria: nuova Bretton Woods che permetta la stabilità del cambio euro/dollaro, il coordinamento delle politiche monetarie e la regolamentazione del sistema finanziario; … il rafforzamento delle istituzioni finanziarie multilaterali [per permettere] con le banche centrali, di controllare innanzitutto il sistema bancario e di punirlo, altrimenti la speculazione troverà sempre la sua ricompensa; … [sostenere] la produzione agricola dei paesi in via di sviluppo … riorientare la costruzione europea, attorno al coordinamento di politiche economiche ed il lancio di grandi prestiti per finanziare oggi le PMI, le abitazioni e gli investimenti in materie di ricerca e di tecnologia.»

I pusher dell’ideologia liberista (confusi per economisti), veri e propri spacciatori di idee tossiche, per superbia o prostituzione della coscienza – approcci utili alle carriere – sono completamente dimentichi dell’inequivocabile verdetto dato dalla storia dal 1789 al 1945: il liberismo non è altro che la legge del più forte, ed il fenomeno imperiale chiamato oggi globalizzazione non è altro che una concentrazione di potere nelle mani di una oligarchia finanziaria. Chi continua a parlare di globalizzazione come di un fenomeno positivo che ha consentito ai cinesi di bere bibite occidentali ed agli occidentali di mangiare sushi, parla del nulla. Infatti, dalla stessa Banca per i regolamenti internazionali di Basilea, si ricava che dal 1960 ad oggi, nelle economie “moderne”, il flusso dei beni reali scambiati rispetto al flusso monetario sul mercato dei cambi è passato da un rapporto di 83 a 17 ad un rapporto di 0, ... a 99, … (E non si tratta di un errore di scrittura i dati di 83 e di 0, … si riferiscono ai beni reali!). Questo ci indica chiaramente come i processi puramente finanziari abbiano preso il sopravvento sull’economia reale, con un’accelerazione senza sosta dall’abbattimento degli accordi di Bretton Woods (1971). Quindi i vari Giavazzi, Alesina, e compagnia bella, quando parlano della globalizzazione parlano di quel 0, …% dell’economia mondiale che così grande beneficio darebbe all’umanità.

Il presidente Berlusconi, pur avendo affidato a Giulio Tremonti l’economia italiana, rischia – con tutti i suoi colleghi internazionali – di essere ricordato dalla storia come l’Herbert Hoover del 2000. L’intervista rilasciata il 21 agosto scorso alla rivista Tempi, rischia di rappresentare il “la” ad una virata dal tremontiano ripristino della supremazia della politica sulla finanza e l’economia, all’incantato liberismo che portò diretti al 1929. Di “suicidi a catena di imprenditori ridotti sul lastrico, assalti agli sportelli delle banche, file di disoccupati per le strade, molte persone ridotte letteralmente alla fame” in occidente non ve ne sono ancora, ma il presidente Berlusconi preferisce attendere, come Coolidge ed Hoover, che tutto ciò si verifichi prima di rendersi conto che l’unica via di uscita dall’attuale stato di crisi sistemica è quella che intraprese il presidente Franklin Roosevelt per far uscire il mondo dal disastro finanziario, economico, geo-politico e soprattutto morale, in cui si ritrovò nell’arco di pochi anni?

Il livello di parassitaggio operato dalla catena (speculativa) di Sant’Antonio è giunto al suo termine perché il bluff è divenuto quasi di pubblico dominio. Quando il bluff diviene di pubblico dominio, le catene di Sant’Antonio finiscono. Di fatto, siamo al raschiamento dei barili. Siamo all’ultimo strato da raschiare, ossia le infrastrutture pubbliche. Non esiste più alcun valore credibile dell’economia fisica che sia utile a costruire piramidi finanziarie funzionali al rifinanziamento della bolla speculativa ufficialmente avviata il 15 agosto 1971 (abbattimento degli accordi di Bretton Woods). Gli unici assets rimasti (treni, infrastrutture stradali, sanità, scuole, ecc.) sono quelli appartenenti al pubblico, allo Stato. Fagocitati pure quelli, messi in mano a banche e speculatori, la bolla speculativa non avrà altro modo di rifinanziarsi. A quel punto due potranno essere le soluzioni: 1) quella rooseveltiana con cui si dichiara il fallimento del sistema e si ripristina un giusto sistema economico e finanziario; 2) quella dittatoriale con cui si mettono a bada popoli recalcitranti o nazioni nemiche che non intendono stare al depravato gioco. I continui tentavi di accerchiamento di Russia e Cina, attraverso il “casuale” sopravvenire di volontà autonomistiche interne ben fomentate dall’esterno (il Tibet per esempio), i sistemi doppio standard (dove la Nato può riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ma la Russia non può riconoscere quella di Ossezia del Sud ed Abkazia), a cui si aggiunge l’uso costante della menzogna come mezzo di informazione della popolazione occidentale, non sono altro che le conseguenze dell’avvitarsi della crisi finanziaria globale che se non vede ancora la disperazione generalizzata negli occhi degli occidentali, la vede in quelli di quelle oltre 40 popolazioni che tra Asia ed Africa sono dovute scendere nelle piazze per protestare contro il caro alimenti (agli illuminati di qualunque risma, economisti ed associazioni dei consumtari, chiedo se anche là la catena distributiva è troppo lunga, oppure il vero problema è rappresentato dai fenomeni speculativi che stanno alla fonte?).

Dunque, ciò che hanno di fronte le classi dirigenti è una scelta: schierarsi dalla parte degli speculatori, oppure ad ottemperanza degli obblighi imposti dalle costituzioni novecentesche operare per il bene comune, ridando impulso a produzioni e commerci, attraverso l’intervento pubblico in favore dei molti ed a controllo dei pochi troppo potenti? Liberismo (intrinsecamente filo-oligarchico, come insegnato dagli autentici padri costituenti americani, da Hamilton a Quincy Adams, da Licoln e Carey a Franklin Roosevelt) o dirigismo filo-repubblicano (che quelli, invece, attuarono)? E non ci si confonda, la scelta non è tra libero mercato e comunismo, ma tra il riconoscere i limiti dell’economia di mercato e dunque intervenire per superarli, ed il non riconoscerli e volersi affidare ad una sorta di trading system finanziario che dice di puntare al rialzo mentre l’indice finanziario inesorabilmente crolla a velocità supersonica.

In ogni caso è utopico credere di poter rimettere in piedi un’economia nazionale, trascurando il fronte del risanamento del sistema finanziario internazionale. Senza una Nuova Bretton Woods quello che rischia qualsiasi economia nazionale sono fenomeni tipo quelli che riguardarono le Tigri del sud-est asiatico a fine anni ‘90: trent’anni per lanciare un miracolo economico; un biennio per distruggerlo.

Claudio Giudici



[1] La ricostruzione del grande pensatore universale trova oggi conferma empirica negli studi del biogeochimico russo Vladimir I. Vernadsky.

[3] Ripetutamente la nostra Costituzione così si esprime: «E’ compito della Repubblica …», «La Repubblica promuove …», «La Repubblica agevola …», «La Repubblica tutela …» , «La Repubblica detta …», «La Repubblica rende effettivo …», «La legge tutela …», «La legge stabilisce …», «La legge dispone …», ecc.

[4] Per una veloce comprensione della storia dell’economia mondiale negli ultimi sessant’anni si guardi all’efficacissimo pedagogical dei giovani attivisti di LaRouche in Francia: www.solidariteetprogres.org/IMG/ppt/Economie_1945_2008.ppt.

10 marzo 2008

Tremonti chiede la nuova Bretton Woods – e i liberisti perdono la calma

Detto molto esplicitamente, il bubbone è scoppiato. Ciò che fino a ieri era argomento tabù, ossia la riforma del sistema finanziario mondiale, una Nuova Bretton Woods, ciò che il movimento di LaRouche dichiara come necessario da quasi un ventennio, adesso qualcuno ha il coraggio di parlarne. La nostra fortuna è che questo qualcuno non è l'ultimo degli arrivati, ma è Giulio Tremonti. Questo è un grosso problema per l'oligarchia finanziaria, che ha già cominciato ad azionare le proprie leve mediatiche affinchè quello che per loro è un mostro, venga rinfilato nella tana. Dopo decenni di rantolamenti, siamo finalmente arrivati al cuore del problema. E' nell'interesse di ogni cittadino che abbia a cuore il proprio futuro, adoperarsi perchè tale dibattito prenda piede. Si tratta di una guerra dove da una parte vi sono i Popoli e dall'altra gli oligarchi della finanza, e la si combatte facendo circolare la verità, sensibilizzando, anche col semplice inoltrare via mail. 

9 marzo 2008 – Nel corso della trasmissione “AnnoZero” su Raidue il 6 marzo, Giulio Tremonti ha ribadito il suo esplicito attacco alla globalizzazione finanziaria che ha gettato il mondo in una crisi finanziaria senza precedenti. Ma questa volta, in concomitanza con l’uscita del suo libro “La Paura e la Speranza”, Tremonti ha fatto un passo in più: per affrontare il “disastro globale”, ha detto, ci vuole “un nuovo accordo tra i grandi paesi del mondo… Ci vuole una nuova Bretton Woods”.

L’attacco di Tremonti al “mercatismo” – il termine che usa per definire l’aderenza fanatica al liberismo, e che definisce “l’ideologia totalitaria inventata per governare il mondo nel XXI Secolo” – non è nuovo. Da molti anni Tremonti cerca di evitare la camicia di forza imposta dal Patto di Stabilità, proponendo nuovi meccanismi di finanziamento per le infrastrutture in Italia. Nel 2003, il suo “Action Plan for Growth” riprese e ampliò il piano Delors del ’94 con l’intenzione di finalmente sbloccare una serie di grandi progetti infrastrutturali europei.

Il 6 giugno 2007 Tremonti partecipò ad una conferenza pubblica organizzata dall’EIR, la rivista di Lyndon LaRouche, all’Hotel Nazionale a Roma, intitolato “Mercatismo o New Deal?” Discutendo con LaRouche stesso e con il sottosegretario allo sviluppo economico On. Alfonso Gianni, Tremonti appoggiò in termini chiari le proposte di LaRouche per lo sviluppo infrastrutturale eurasiatico, e concluse dicendosi convinto che le idee del movimento di LaRouche “devono circolare”.

Negli ultimi mesi, Tremonti ha ripetutamente sfidato il falso dibattito imposto dall’establishment politico ed economico, denunciando i “folli” che hanno imposto la globalizzazione, la “tecnofinanza” utilizzata per mettere in piedi una bolla speculativa enorme, e paragonando l’attuale crisi a quella del ’29, se non peggio. Molti nella popolazione e nella classe politica sono stati colpiti dalle bordate di Tremonti, ma la casta – quella vera, fatta dai grandi giornali e dall’establishment economico – ha imposto la linea del silenzio: non reagire, ignorarlo, e si troverà il modo di metterlo all’angolo.

Pare che l’uscita del suo nuovo libro e le dichiarazioni sulla Nuova Bretton Woods abbiano cambiato tutto questo. Evidentemente Tremonti ha oltrepassato la linea rossa tracciata dalla finanza. Sicuramente contribuisce il fatto che potrebbe tornare al Ministero dell’Economia tra breve, se il Pdl dovesse vincere le elezioni; e questo proprio mentre la crisi richiede soluzioni urgenti, prima che la prossima banca (italiana questa volta?) che “scopre” perdite di decine di miliardi di Euro metta in ginocchio l’intero sistema.

Adesso si è creato un dibattito nazionale, con numerosi articoli sui giornali nazionali e dichiarazioni dei politici. I liberisti “folli” come Francesco Giavazzi e Renato Brunetta hanno fatto del loro meglio per tappare la falla; ma non dovrebbe sorprendere che il loro meglio è ben poca roba davanti alla necessità di salvare l’economia reale. Fare la voce grossa non sta funzionando questa volta, e questo dibattito intorno alla globalizzazione e le misure protettive necessarie per affrontare la crisi ha la potenzialità di ridefinire la geografia politica in Italia e altrove. Si potrebbero archiviare le manipolazioni dello scenario destra-sinistra in cui nessuno osa sfidare l’ortodossia delle “regole europee” o della società dei consumi. Si potrebbe aprire un vero dibattito intorno a come salvarci dalla politica del liberismo finanziario degli ultimi decenni. E soprattutto, ci si potrà finalmente muovere verso una soluzione per il futuro, proprio quella riorganizzazione del sistema finanziario internazionale proposta da Lyndon LaRouche.

Alcuni stralci dell’intervento di Giulio Tremonti a “AnnoZero” il 6 marzo 2008

Tremonti: Nel 95 ho scritto un libro intitolato “Il fantasma della povertà”... Il fantasma è arrivato ed è un fantasma che fa paura... Credo che quello che sta succedendo sui posti di lavoro sia anche il prodotto di quella che si è chiamata globalizzazione. Cioè dire – e ancora adesso girano, nelle nostre università, sui giornali nella politica, dei pazzi che ti dicono ‘ci vuole più com-pe-ti-ti-vi-tà’. La competitività, la velocità, la violenza dei processi... non che devi pensare ad un mondo di sogno, ma magari ad un mondo com’era prima, meno spinto, meno fanatizzato dal dogma del mercato. La paura ce l’hanno gli anziani che vanno al supermercato e non hanno i soldi per fare la spesa. Noi viviamo in un mondo all’incontrario: in un mondo in cui il superfluo costa meno del necessario. Puoi andare a Londra con 20 dollari ma non fai una spesa al supermercato con 20 euro. Questo è il punto.

La paura riguarda le famiglie che hanno la vita mangiata dai mutui. Sta arrivando una grande crisi. Questo è il punto e la risposta alla domanda. C’è una crisi della globalizzazione. Si è piantata...

Santoro: è il motivo, anche, della prudenza di Berlusconi...

Tremonti: Poi, dopo, rispondo all’imprudente Travaglio... ma direi che il punto è più generale, e cioè a dire: a partire dalla fine degli anni 90 e poi in questo secolo, un gruppo di - diciamo di illuminati, banchieri diventati statisti, politici diventati pensatori economici, falsi profeti – hanno predicato i benefici, il mito del XXI secolo, la globalizzazione, la cornucopia, l’età dell’oro. Tutto si è basato sulla divisione, prima, del mondo in due parti: l’Asia produttrice di merci a basso costo e l’occidente, l’America, importatore di queste merci a debito. Tutto è stato messo in piedi con la tecnofinanza, con le banche che non hanno fatto più il mestiere antico che sempre hanno fatto le banche: prendere denaro sulla fiducia e prestare denaro a proprio rischio. Hanno impacchettato i prodotti e li hanno venduti, ceduti a terzi. 

Il meccanismo della tecnofinanza che ha finanziato la globalizzazione è saltato. Non solo: non ha funzionato in sé: non potevi fermare il mondo, ma non eri autorizzato a – solo dei pazzi illuminati, se vuole le dico i nomi italiani ma è meglio di no, hanno pensato che, governando gli anni novanta e poi dopo, che il mondo potesse essere forzato…

 Le dico un’ultima cosa. Quando arrivano gli americani nel 45 e portano la penicillina, con la penicillina guariscono tutti di colpo. Adesso come adesso, con la penicillina ci fai poco: servono gli antibiotici. Tutti questi illuminati che governano l’economia, hanno gestito la crisi che c’è e che ci sarà, che continua, si aggrava e contagia, l’hanno gestita con gli strumenti vecchi, e cioè a dire con la riduzione dei tassi d’interesse, con le iniezioni di liquidità. Non reagisce l’organismo, anzi: sta ancora peggio. E’ cambiato il mondo, deve cambiare il governo del mondo.

Noi pensiamo alcune cose per l’Italia, ma pensiamo che se il disastro è globale, la politica non può essere più locale. Noi pensiamo ad un nuovo accordo tra i grandi paesi del mondo. Bretton Woods fu nel 44; va rifatto. Ci vuole una nuova Bretton Woods.

Tratto da http://www.movisol.org/08news051.htm

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