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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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5 settembre 2009

Tremonti/Prometeo o Draghi/Dioniso?

 Per visualizzare in formato video: http://www.youtube.com/watch?v=_oseSrk39FE

Mentre le prime pagine dei giornali, senza più alcuna attenzione ad una forma che ne mimetizzi gli autentici scopi, operano da artiglieria pesante in uno scontro tra clan contrapposti, la vera partita che va sviluppandosi nel dietro le quinte è relativa a due diversi modi di guardare alla natura umana. Da un lato la concezione prometeica, dall'altro quella dionisiaca. Da un lato dunque l'idea del progresso, di un uomo che trova nella capacità di ragione cognitivo-creativa, nel lavoro produttivo, nel lavoro altamente specializzato, il mezzo per manifestare nel modo più profondo la propria natura; dall'altro, invece, un uomo che è un accidente della natura, un elemento esogeno, la cui più utile manifestazione si esaudisce con i piaceri e del quale debbono essere limitate le pretese predatorie da parte di qualche illuminato. Da un lato abbiamo dunque una visione funzionale all'idea di repubblica, dall'altro una concezione oligarchica e feudale.


 

Tutto questo si traduce dal punto di vista della strategia politica in uno scontro tra i fautori dell'economia produttiva, espressione di una sempre più elevata capacità umana di relazionarsi con l'universo, ed i fautori dell'economia finanziaria come fulcro di una moderna economia, dove si possa creare ricchezza a prescindere dalle reali capacità produttive del sistema. Questo scontro si manifesta in Italia al suo massimo livello istituzionale nei continui botta e risposta tra il ministro dell'economia Giulio Tremonti ed il governatore della Banca d'Italia, nonché presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi. Che il vero scontro si giochi qui, ce lo fa capire anche la convulsa ricostruzione di Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica scorsa su La Repubblica, con cui interviene sì nel caso “Feltri-Boffo”, ma solo dopo aver dedicato la metà iniziale della sua riflessione ai continui attacchi di Tremonti agli economisti “sistemisti” ed ai banchieri. Quest'ultimo ha l'indubbio merito di aver portato al maggior livello di cassa di risonanza possibile quelle tematiche che il nostro movimento grazie all'opera intellettuale e politica di Lyndon LaRouche denuncia da circa quarant'anni. Ed è proprio, infatti, tra la fine degli anni '60 ed i primi anni '70 che vengono piantati i semi di un'economia sempre più speculativa, in particolare quando tra il 1968 ed il 1973 si perfezionò la caduta del sistema valutario a cambi fissi di Bretton Woods. Quello a cui abbiamo assistito è stato un progressivo processo di deindustrializzazione e deinfrastrutturazione, dai paesi in via di sviluppo a quelli del cosiddetto “primo mondo”, accompagnato da una crescita esponenziale dei titoli puramente speculativi, non rappresentativi di ricchezza reale. E siamo dunque arrivati alla situazione di crack finanziario dell'ultimo biennio, che appunto non è una crisi dei mutui subprime come inizialmente media ed osservatori riportavano, ma una crisi di tutto il sistema. Questa crisi non sarà finita, e tornerà ad aggravarsi, finchè non saranno estirpate le radici dell'economia speculativa e ricostruito un sistema centrato sulla produttività tecnologicamente avanzata.

Allo stato attuale possiamo giudicare con buon livello di approssimazione quale delle due parti contendenti possa essere funzionale al bene comune, e quale invece sia funzionale all'oligarchia finanziaria.

Mario Draghi ha ricoperto durante il decennio 1991-2001 il centrale ruolo di direttore generale del Tesoro sotto i Governi Ciampi, Dini, Amato, Prodi, D'Alema ed i pochi mesi del primo Governo Berlusconi, ed è stato presidente del Comitato Privatizzazioni. Le privatizzazioni1 delle imprese pubbliche di Stato sono state giustificate in più modi: la necessità di abbassare il debito pubblico (ciò avvenne per circa l'8%); la necessità di rendere più competitiva la nostra imprenditoria (ma in realtà oltre a qualche settore in seria difficoltà come quello siderurgico, che resta in seria difficoltà anche sotto i privati, si pensi a Lucchini, furono dismesse perle dell'impresa pubblica come Imi, Credit, Comit, Eni, Telecom, ecc.); si parlò – e questa è la più bella! – di consentire la diffusione dell'azionariato popolare nelle aziende di Stato, ma in realtà come riportato dallo studio parlamentare del 2000, solo un terzo delle quote sociali di quelle aziende è finito in mano ai piccoli risparmiatori. In breve, si trattò dunque di una grande operazione di trasferimento di ciò che era in mano pubblica ad un ristretto oligopolio di finanzieri che si arricchì in modo osceno nel giro di poco tempo. Una delle operazioni più clamorose fu quella che vide come beneficiario l'ing. De Benedetti, editore de L'Espresso e di La Repubblica, il quale si avvantaggiò della svendita delle linee telefoniche delle Ferrovie dello Stato per 750 miliardi di lire, per poi rivenderle qualche mese più tardi a Mannesmann per 14mila miliardi di lire!

Quella politica cosa ha prodotto per l'interesse dei cittadini? Dopo quasi un ventennio dall'avvio delle politiche di Maastricht ed un decennio dalla fine di quella stagione di privatizzazioni, ci ritroviamo oggi con il rapporto pil/debito pubblico tornato ai livelli pre-Maastricht, con una capacità produttiva nazionale in costante decremento dagli anni '70 (senza che in questi anni vi sia stato alcun accenno di ripresa, tanto è stato inutile il processo di privatizzazione!), i livelli di occupazione crollati nuovamente mentre erano stati fittiziamente fatti risalire grazie alle politiche di deregolamentazione mondiale del mercato del lavoro, producendo posti di lavoro sottopagati a cui pure il secondo Governo Berlusconi aveva optato di adeguarsi, ed infine un'inflazione reale (data dal rapporto tra crescita dei prezzi al consumo e crescita delle retribuzioni da lavoro) alle stelle. Tutto tornato come prima dunque? Sì, ma con l'aggravante che nel frattempo lo Stato non possiede più le numerose aziende produttive che aveva e che gli permettevano di mantenere il sistema di welfare che nell'ultimo ventennio è stato progressivamente disintegrato.

Oggi siamo al punto in cui il ministro dell'economia decide di aiutare il sistema bancario nel legittimo limite di un ritorno che questi aiuti devono avere sull'economia reale. Tuttavia, questa politica sarà monca finchè gli Stati Uniti non decideranno di seguire, in accordo con Cina, Russia ed India (che sarebbero già pronte per farlo), le proposte di LaRouche: 1) un procedimento di riorganizzazione controllata di tutto il sistema – la moratoria di cui parla Tremonti cioè – , annullando tutti i titoli speculativi tossici che sono stati salvati dai rifinanziamenti attuati da molti Stati, Usa compresi; 2) solo dopo questo primario passo sarà possibile creare un nuovo sistema finanziario e monetario internazionale a cambi fissi, una Nuova Bretton Woods; 3) l'avvio di politiche infrastrutturali ed industriali che riportino il lavoro altamente qualificato, come massima espressione delle capacità umane, al centro dell'organizzazione intra ed inter-statuale, in sostituzione dell'attuale sistema che premia chi sa speculare.


 

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà
www.movisol.org


 

9 luglio 2008

La bufera intercettazioni-giustizia è stata “provocata” da Tremonti

Il conflittuale scenario politico che in Italia va delineandosi, dopo “due giorni e mezzo” di dialogo tra maggioranza ed opposizione, è lo scontato risultato a cui l’oligarchia è riuscita a pervenire sfruttando l’ingenuità della maggioranza dei politici. Questi non comprendono la vera battaglia che si sta giocando nel dietro le quinte. La battaglia che in questo momento si va giocando, straordinaria per la centralità del tema trattato, è quella tra speculazione e produzione, tra speculazione e lavoro, tra liberismo e dirigismo, tra George Soros e Franklin Delano Roosevelt, tra oligarchia e repubblica.
Con il tipico schema di guerra asimmetrica, con attacchi pluridirezionali, si è costruita la testa di ponte che dalla terra del dialogo tra le parti in campo ha riportato alla terra del divide et impera.

L’alleanza trasversale sul tema della riforma del sistema finanziario internazionale che stava abbozzandosi da Tremonti a D’Alema, con il coinvolgimento di altri importanti leader europei, rappresenta il pericolo più grosso che l’oligarchia finanziaria sta correndo. Questo nemico, che nello specifico il ministro Tremonti tenta di mettere all’indice della sua politica economica parlando continuamente di “Nuova Bretton Woods”, di “sacrifici per banchieri e petrolieri”, di “speculazione come peste del 21esimo secolo”, invero, pur rappresentando il problema principale per un’economia mondiale che abbia come obbiettivo lo sviluppo economico e morale dell’umanità, ha rialzato la testa non oggi, ma in modo progressivamente più osceno, con il venir meno degli approcci rooseveltiani all’economia, che possiamo segnare con la data del 15 agosto 1971, ossia con l’abbandono degli accordi di Bretton Woods deciso di Richard Nixon.

A tentare di dare man forte a questa fazione – che come ben si comprenderà stravolge il sintetico schematismo destra-sinistra proponendo invece quello reale “repubblicani contro oligarchici” – vi è stato anche Benedetto XVI con il suo atto di accusa nei confronti della speculazione alla vigilia dell’incontro del G8 in Giappone.

Tutto ciò potrebbe rappresentare il pilastro fondante di una nuova stagione politica dove dall’austerity per la popolazione si passa alla lotta contro i fenomeni speculativi oramai imperanti sull’intera economia reale.

Per comprendere la portata di tale problema si deve tenere conto che il fenomeno della globalizzazione è rappresentato per oltre il 90% da transazioni puramente finanziarie e che il livello degli aggregati finanziari supera di almeno dieci volte il prodotto interno lordo mondiale (come dire che la ricchezza reale è sopravvalutata di almeno il 1000%!). Parlare di economia, produzione, mercati, pil, debito pubblico, ecc. senza tenere conto del mostro rappresentato dagli aggregati finanziari di radice speculativa, è come voler parlare dei pesci senza affrontare il tema del mare.

Probabilmente l’interpretazione inizialmente data dai poteri oligarchici alle ripetute affermazioni pre-elettorali di Giulio Tremonti circa la necessità di una Nuova Bretton Woods, è stata quella che l’oligarchia finanziaria inizialmente dette delle affermazioni, fin dal discorso inaugurale del 4 marzo 1933, di Franklin Delano Roosevelt: pura demagogia. La storia dimostrò allora che FDR faceva sul serio. FDR prima di essere stato decisivo per la sconfitta dei nazi-fascismi fu decisivo per imbrigliare le mani ai burattinai della grande finanza. Il ministro Tremonti, pur non avendo ancora maturato il coraggio che fu del grande presidente americano, sta tentando anch’egli di voler fare sul serio. In ogni sede, dal G8, alle sedi europei, alle sedi televisive, centra il proprio discorso politico-economico su quello che è il vero e primario problema dell’attuale economia mondiale, così come denunciato da quasi quarant’anni dall’economista e statista americano Lyndon LaRouche, la speculazione finanziaria. Fare della politica economica senza rinfilare nella sua sudicia tana l’oligarchia finanziaria è come pretendere che la gente partecipi ad una lunga maratona con un elefante sulle spalle. La soluzione a ciò non passa certo per le istituzioni finanziarie come vorrebbe Mario Draghi, quanto per accordi fra Governi sovrani.

Nel momento in cui Tremonti trova il coraggio per denunciare quello che è il vero problema dell’economia mondiale, il Governo italiano prende decisioni in favore del nucleare, mostra decisionismo sulla difficilissima questione dei rifiuti urbani, e su tutto ciò sorge un promettente dialogo con l’opposizione, ecco che colui che rappresenta nell’immaginario della maggioranza degli italiani l’artefice di questo processo, il Presidente del Consiglio Berlusconi, con perfetto timing egli diviene vittima di compromettenti intercettazioni e le pagine dei giornali cominciano ad occuparsi della sola questione giustizia; tra una valanga di provvedimenti governativi e parlamentari adottati dall’insediamento del nuovo Governo, tra energia, economia, infrastrutture, pubblica amministrazione, trasporti, le prime pagine dei giornali sono riempite da questioni inerenti la sola giustizia.

La solita operazione di guerra asimmetrica che un decennio fa colpì Bill Clinton, quando dopo aver esternato l’intenzione di lavorare per la riforma del sistema finanziario internazionale, si ritrovò sparato in faccia il caso Lewinsky.

Adesso, con una serie di attacchi a grappolo, il Governo si trova istituzionalmente solo, dall’Europa alla Magistratura, alla Presidenza della Repubblica, tutti occupati ad osservare le questioni di carattere giudiziario; nel frattempo però il consenso popolare intorno al nuovo Governo è in deciso aumento, mentre l’opposizione perde consensi.

Il rischio è una guerra fratricida dove a spuntarla saranno i soliti interessi finanziari.

Nel contesto internazionale, l’ultimo prodotto legislativo dell’oligarchia finanziaria, il Trattato di Lisbona, perde sempre più consensi: dopo l’Irlanda pure la Polonia dice no, la Repubblica Ceca è sorniona, il dibattito parlamentare in Italia si caratterizza per prese di posizione impensabili fino ad un mese fa, il Presidente della Repubblica tedesca Horst Koehler attende le decisioni della Corte costituzionale tedesca in merito ai ricorsi pendenti contro il trattato; il programma liberista del WTO alla conferenza della FAO a Roma salta grazie al no dei paesi economicamente più deboli guidati dall’Argentina; i governi, a cominciare dal Congresso USA, cominciano a fare pressioni affinché vengano prese misure contro la speculazione.

All’interno di questo scenario possono avere un ruolo determinante coloro che Franklin Roosevelt prima e le costituzioni novecentesche poi, fecero perno della loro azione: i lavoratori. In primis costoro, in quanto toccano con mano come la globalizzazione liberista tutta speculazione “e chi se ne frega della produzione”, trasformi il risultato del loro sacrificio quotidiano: carta straccia con cui ci si riesce a fare ben poco.

I media dipendono dall’oligarchia finanziaria; la stragrande maggioranza dei politici dipendono dai media. L’unico modo per far ripartire il processo giudiziario contro l’oligarchia finanziaria ed i suoi giochini speculativi, è che la gente apra gli occhi, si riappropri del proprio destino, e si schieri a favore di coloro che dimostrano di voler portare avanti questa battaglia.

In concreto, vi è la necessità che venga organizzata un’azione di massa che si contrapponga al lavaggio del cervello tentato dai media, ed in cui stanno cadendo gli ingenui. Chi comprende questo scenario ed ha a cuore il proprio destino e quello dell’umanità intera, può mettersi in gioco: leaders politici e sindacali, associazioni, semplici cittadini; la pietra angolare per il ritorno ad una politica dedita al perseguimento del bene comune resta sempre la stessa: diffondere la verità.

8 dicembre 2007

Il populismo di Montezemolo contro i lavoratori del pubblico impiego

Roma, 4 dicembre 2007

Più un paese cresce e più un paese è in condizione di ripagare il proprio debito”.

Queste sono le parole del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, durante l’odierno intervento alla Luiss di Roma, preceduto da quello del Presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo.

Questa è la questione centrale per risolvere il problema del debito pubblico italiano. Tuttavia, bisogna intenderci su come si intende “far crescere il Paese”. Montezemolo sostiene che debba essere la produttività delle imprese il perno della crescita, che poi consentirà anche un innalzamento dei salari. Ma anche l'aumento della capacità produttiva risulta insufficiente se non si ferma l'aumento ben più grande della liquidità legata solamente all'economia di carta. Il problema centrale è allora il blocco delle attività speculative, ossia di quelle attività dove all’emissione di credito – istituto che deve inevitabilmente avere una “funzione sociale” per dirla col nostro Costituente – non corrisponde un aumento dell’economia fisica. Basterebbe semplicemente distogliere la liquidità che finisce nel rifinanziamento della bolla speculativa e destinarla ad un aumento dei redditi, per non assistere ad alcun processo inflazionistico. Tuttavia, un immediato innalzamento dei redditi senza interventi limitativi o meglio ad eliminazione dei fenomeni speculativi (pensiamo solo a tutto quel credito destinato alle operazioni in derivati finanziari), rappresenterebbe un palliativo, nella migliore delle ipotesi, di brevissima durata.

Eliminati i fenomeni di tipo speculativo che distraggono fonti finanziarie dalla crescita dell’economia fisica, il problema è come aumentare 1) la produttività del lavoro, e dunque l’offerta quantitativa e qualitativa di beni e 2) di nuovo, (proporzionalmente) i redditi da lavoro.

Ci sono due modelli di società, con due differenti paradigmi ad ispirarli, che qui entrano in gioco: 1) una società dedita al Bene Comune – vero fine della Nazione – dove lo Stato è a ciò preposto per lo sviluppo armonico di tutte le energie individuali e collettive – siamo allora di fronte ad una Repubblica – ; 2) oppure una società dedita al profitto, rimessa ad un potere a lei sovraordinato, quello della casta delle banche centrali (consorzi di banche private) che controllano la moneta circolante come più le aggrada, e che subordinano costantemente il benessere generale ai propri interessi di bottega – siamo allora di fronte ad un’Oligarchia.

Nel caso della Repubblica – il modello che noi vogliamo venga concretamente risposato – la produttività è rilanciata passando per un programma di credito pubblico diretto in tal senso. La produttività deve aumentare sia a livello pro-capite che per chilometro quadrato. Per farlo, la questione infrastrutturale è centrale. Un sistema infrastrutturale carente, infatti, non può consentire un salto di qualità nella produzione. Sono dunque necessarie politiche di stampo rooseveltiano, volte a finanziare con credito pubblico a lunga scadenza ed a basso tasso d’interesse, opere pubbliche che elevino il contenuto tecnologico della base infrastrutturale su cui si erge una civiltà. Il credito pubblico, poi, può andare direttamente verso quelle imprese private che investono in ricerca e puntano su tecnologie produttive avanzate in settori di interesse strategico (non certo verso quelle aziende che si occupano di speculazione finanziaria). Interventi di defiscalizzazione devono andare nella stessa direzione.

Nel caso dell’Oligarchia, e noi temiamo che sia Draghi che Montezemolo restino aggrappati a questo modello che sinora hanno sostenuto, il credito necessario per lo sviluppo della produttività lo si racimola distraendolo dalle voci del welfare. Questo sistema, rimette il costo del futuro sviluppo alla popolazione inerme, già in forte difficoltà, creando un sistema ancor più orientato ad ampliare la forbice tra bassi ed alti redditi.

Questo secondo sistema è dunque una trappola per ignoranti.

D’altra parte gli interventi di Montezemolo e Draghi alla Luiss, hanno sviluppato un coro stonato, dove prima il Presidente di Confindustria ha attaccato il mondo dei lavoratori pubblici dicendo che colpendo questo settore potremmo racimolare cifre corrispondenti ad un punto di p.i.l.; poi, Draghi ha spiegato che per risanare il debito – peccato che tale conquista concettuale avvenga dopo finanziarie che hanno ridimensionato fortemente il welfare italiano e corrispondentemente aumentato la pressione fiscale – sia necessario aumentare la produttività. I due, dunque, si pongono senza ombra di dubbio sulla sella del modello oligarchico, andando a finanziare lo sviluppo economico con i sacrifici dei lavoratori, piuttosto che andando a colpire la speculazione ed intervenendo con sforzi pubblici in investimenti in produttività.

Montezemolo, il quale dubitiamo si rechi personalmente presso gli uffici della pubblica amministrazione, dovrebbe andare presso quelle cancellerie di tribunale dove gli impiegati, quasi fossero lavoratori a cottimo, oberati da pratiche e richieste di avvocati e notai, si recano al bagno solo alla fine della giornata lavorativa. Oppure presso quei centri per l’impiego – la cui efficienza il Sole 24 ore ogni tanto si diverte a diffamare con paragoni con le società di lavoro interinale – a cui è stato quasi dimezzato il personale e dove i giovani assunti, quasi sempre con contratti a tempo determinato rinnovati di nove mesi in nove mesi per anni, gestiscono il lavoro con un senso di responsabilità impensabile per chi come Montezemolo può permettersi di spendere anche tremila euro a pranzo.

Questi signori, come spacciatori di fumo che fanno credere alla propria clientela di dargli cose buone, stanno scatenando una vera e propria guerra tra poveri dove purtroppo in molti stanno cadendo.

Si sta creando un mix populista tra politica e mass media, dove ad essere attaccati sono sempre interi settori del lavoro, piuttosto che il cancro speculativo nazionale ed internazionale che distrae le fonti finanziarie dallo sviluppo del Paese, e di cui sia Montezemolo che Draghi sono esponenti di primo piano.

Per comprendere che si tratta di una vera e propria guerra tra poveri è interessante soffermare la nostra attenzione su un’indagine Codacons del 6 maggio scorso, per cui le categorie più odiate sarebbero: benzinai al 20%, tassisti al 18%, commercianti al 17%, impiegati di enti pubblici al 13%, lavavetri al 10%, professionisti e artigiani al 9%, commessi e camerieri al 5%, farmacisti al 4%, bancari e assicuratori all’1%. Nella classifica non vi sono le multinazionali del petrolio (ma i benzinai!) e non vi sono i banchieri (ma i bancari!). E’ ovvio che questo è il risultato di una visione distorta indotta dai media, per cui non si vanno ad individuare le vere lobbies responsabili della disastrosa situazione italiana.

Tutte queste categorie di lavoratori, direttamente o indirettamente, vengono continuamente attaccate da quei soliti signori – finanzieri, politici e giornalisti – che in tutti questi anni, mentre l’Italia crollava, se la spassavano con la bella vita, ed ora pretendono, come se nel frattempo avessero vissuto su un altro pianeta, di sciorinare ricette. Guarda caso il prezzo di queste ricette è sempre a carico dei più deboli e le soluzioni proposte sono sempre a vantaggio degli oligarchi. Si strumentalizzano i problemi esistenti, invece che col reale intento di risolverli, per agevolare i processi di acquisizione di nuovi settori (trasporti, distribuzione, servizi pubblici locali) da parte dell’oligarchia finanziaria. Le nuove società private che sorgono sulle ceneri del settore inghiottito, offrono sempre bassi redditi e turni di lavoro estenuanti. Si guardi Telecom su chi ha riversato il costo della nuova grande efficienza che doveva sostituirsi all’inefficiente azienda pubblica di un tempo! Dipendenti ed utenza. Oppure si guardi ad Autostrade di Benetton che a fronte del costante aumento del prezzo delle tratte stradali, ha sostenuto solo in minima parte gli investimenti infrastrutturali a cui si era impegnata.

Perché Montezemolo non denuncia il fallito modello liberista delle privatizzazioni tanto decantato durante gli anni ’90?

Questi signori stanno diventando molto pericolosi per il Bene Comune, a causa degli approcci reazionari sempre più radicali che sostengono. Infatti, la crisi finanziaria mondiale accelera e loro proporzionalmente vedono accelerare il timore di uscire sconfitti dagli scontri tra oligarchie che nel dietro le quinte (di ciò che i media mostrano) si stanno verificando. Il prezzo di tutto ciò vorrebbero riversarlo su chi in questo momento per loro rappresenta un intralcio, ossia la popolazione che si era comunitariamente organizzata per perseguire in modo constante l’interesse generale.

Claudio Giudici

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà

www.movisol.org

27 novembre 2007

Banchieri nel panico, mentre Profumo dice "no" a Draghi

Il capitano dà alle fiamme le scialuppe di salvataggio

Mentre la caduta in picchiata del dollaro ha suscitato il 19 novembre i primi moniti ufficiali del governo cinese, nel corso della settimana è cominciata a venire alla luce la realtà dello sfascio della bolla dei derivati sul credito. I vertici delle banche sono nel panico mentre le banche centrali continuano ad inondare il sistema di liquidità.

Un esperto finanziario europeo consultato dall’EIR ritiene che la situazione “non ha paragoni nella storia moderna”. Il sistema finanziario si è congelato ad agosto e da allora “non sono stati trovati rimedi al problema”.

L’esperto concorda con il giudizio di LaRouche sul caso dei falliti pignoramenti nell’Ohio, in cui i giudici hanno bloccato le procedure perché le banche che le hanno richieste non sono in grado di presentare in tribunale i documenti catastali che attestano la proprietà immobiliare (cfr. Strategic alert n. 47). “Le conseguenze sono talmente grandi da essere indescrivibili”, ha commentato l’esperto. Per il momento non è ancora accaduto nulla solo perché la notizia è passata sotto silenzio.

A caratterizzare la nuova fase in cui siamo entrati, spiega l’esperto, è che cominciano ad andare a fondo persino i crediti reputati più sicuri, denotati “prime” e con un rating AAA. “In ogni consiglio d’amministrazione al mondo domina il panico poiché nessuno è più in grado di prevedere le conseguenze delle proprie azioni”. L’esperto prevede che intorno al capodanno sarà la volta del mercato azionario ad andare a fondo.

In questa situazione che non ha precedenti, il 1 gennaio negli Stati Uniti entreranno in vigore le nuove norme per i mercati finanziari. La nuova normativa, chiamata Basilea II, sostituisce i vecchi requisiti patrimoniali per le banche con un sistema di rating. Queste nuove direttive furono però decise in un’epoca in cui nessuno poteva immaginare che persino un rating AAA potesse comportare un rischio, per cui adesso nessuno riesce a prevedere che cosa accadrà con l’entrata in vigore di Basilea II, spiega l’esperto.

Alla chiusura dei mercati, venerdì 23 novembre, la Banca Centrale Europea ha annunciato per questa settimana una nuova iniezione di liquidità nel sistema, poiché i tassi del prestito interbancario avevano raggiunto nuovamente livelli di soglia. I tassi in questione sono solo punti di riferimento teorici, giacché sul mercato non vengono più concessi prestiti. La settimana precedente alcune banche avevano cercato di vendere bond coperti — obbligazioni emesse su collaterale ma che recano il nome della banca — ma la “valutazione” del mercato di tali bond ha mandato alle stelle gli swap che assicurano dall’insolvenza, tanto che lo European Covered Bonds Council è dovuto intervenire per  sospendere le vendite di tali titoli nella settimana seguente.

Nonostante le iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, le crepe nel sistema si fanno sempre più ampie, e risulta maggiormente visibile lo sfascio del secondo strato della piramide dei derivati, dopo quello degli strumenti finanziari di natura immobiliare: il mercato dei derivati sul credito. Si tratta di una piramide nell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari, il cui volume è più che raddoppiato dal giugno 2006 al giugno 2007, come riferisce un rapporto della Banca per i Regolamenti Internazionali. I derivati sul credito, che sono essenzialmente polizze assicurative che in teoria dovrebbero difendere gli speculatori dalle insolvenze sui titoli, sono passati dai 20.000 miliardi nel giugno 2006 ai 43.000 miliardi nel giugno 2007. Di questi derivati, 23.000 miliardi riguardano contratti tra le grandi banche attive in queste operazioni, mentre altri 18.000 sono stipulati tra queste stesse banche e altri istituti finanziari, riferisce la BRI.

Che cosa stia effettivamente accadendo si può desumere dal fatto che la principale assicuratrice mondiale, la Swiss Re, ha dovuto riconoscere perdite pari a un miliardo di dollari provocate da due soli contratti derivati, noti come “swaps sul credito”. Swiss Re non ha voluto rivelare l’identità della controparte, sicuramente una banca, per la quale i due contratti derivati sono stati sottoscritti attraverso, si presume, la Goldman Sachs.

Lo scorso agosto l’EIR aveva denunciato i rischi per le imprese, chiamate “monoline”, che assicurano le obbligazioni, compresi i titoli emessi sui mutui e i bond delle amministrazioni locali, ed ora per molte di loro lo stato di insolvenza comincia ad essere evidente. La Banque Populaire e la Caisse d’Esparagne che controllano la holding Natixis, inietteranno un miliardo e mezzo di dollari nella CIFG Guaranty, la monoline che assicura i due istituti mutualistici francesi, per evitare che le agenzie di rating togliessero alla CIFG le tre A di massima affidabilità. Intanto a New York, la monoline Financial Guaranty Insurance Co. (FGIC) è stata sollecitata dalla agenzia di rating Fitch a presentare entro tre settimane le prove che non merita una retrocessione. Proprietari di FGIC sono PMI Group Inc., il secondo assicuratore di mutui negli USA, la Blackstone Group e il Cypress Group. I bond che assicura ammontano a 315 miliardi, di cui 30 miliardi emessi sui mutui e 25 su debito collateralizzato. In data 30 settembre FGIC disponeva soltanto di 5 miliardi di dollari in riserve patrimoniali. Secondo la Fitch, la FGIC è il quarto più grande assicuratore di debito ed è il più vulnerabile del settore.

Gli assicuratori monoline debbono sostenere un volume di 2.400 miliardi di titoli, tutti a rischio di retrocessione del rating, con ripercussioni inevitabili sul rating delle stesse monoline.

Le banche francesi hanno cercato di tenere nascosto il proprio “super-conduit”

La loro propaganda diceva il contrario ma in realtà, lo scorso settembre, le grandi banche francesi hanno intensamente discusso la creazione del proprio “super-conduit”, la botola attraverso la quale i titoli problematici vengono fatti sparire dal libri contabili. Lo ha riferito il 22 novembre Les Echos, il principale quotidiano economico del paese che si sforzava però di minimizzare la gravità della posizione francese affermando che, a differenza del MLEC (cfr. Strategic alert N. 43 – 25 ottobre 2007) proposto da Citigroup, il super-conduit francese servirebbe “soltanto” a “risolvere la crisi di liquidità della scorsa estate” determinatosi nel mercato francese dei prodotti della cartolarizzazione di assets, di mutui e di altri titoli.

La realtà invece è che il sistema bancario francese è stracolmo di questi prodotti di cartolarizzazione. La BNP possiede sei “conduits” con un totale di assets per 9,6 miliardi di euro e un totale di linee di credito di 10 miliardi di euro. La Societé Générale ha un SIV (Veicolo di Investimento Strutturato) e sei “conduits” con assets per 20 miliardi e linee di credito per 30 miliardi. la Calyon, immobiliare della Crédit Agricole, ha quattro “conduits” con 18 miliardi di assets e linee di credito per 24 miliardi. La Natixis, banca d’investimento della Caisse d’Esparagne e della Banques Populaires, ha diversi conduits con assets per 9 miliardi e linee di credito per 5,6 miliardi.

I dati provengono dalla prima pagina di Les Echos, sotto il titolo “Sub-prime: il mercato sprofonda nella crisi” e fanno capire che a causa della caduta del valore azionario — circa il 30% negli ulimi sei mesi — le grandi banche non possono permettersi di tenere nascoste le perdite “fino a quando la situazione non migliora”. Il giornale riferisce inoltre che due banche specialmente, BNP-Paribas e Societé Generale, premevano perché si creasse il “conduit”, ma a causa dell’opposizione di altre banche, tra cui Credit Agricole, l’operazione non si è fatta. Naturalmente tutto ciò autorizza l’ipotesi che le due banche accusassero già ingenti perdite per i titoli “subprime”, suffragata dal fatto che, successivamente, hanno attinto ai crediti a breve termine messi a disposizione dalla BCE.

Le fantasie di Draghi

Nel discorso rivolto ai banchieri riunitisi a Francoforte il 22 novembre, il Governatore di Bankitalia e presidente del Financial Stability Forum ha elogiato il sistema finanziario fondato sui derivati e ha incoraggiato i colleghi a somministrare al paziente un’altra bella dose del veleno che lo ha già ridotto in fin di vita. Ma qualche banchiere rimasto ancorato alla realtà, come Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, ha fatto sapere che la sua banca ha deciso di abbandonare la rotta imposta da Draghi.

Nel discorso pronunciato al Center for Financial Studies, Mario Draghi ha elogiato il modello “Originate-to-distribute” (OTD), una formula con cui si intende la creazione di titoli derivati e la ridistribuzione dei rischi sul mercato, soprattutto con la cartolarizzazione, come è stato fatto con la bolla dei mutui USA.

Draghi ha ammesso che la crisi in corso “essenzialmente è una crisi del modello OTD”, “ma è difficile credere che l’industria abbandonerà la cartolarizzazione”. “Come si può vedere, l’OTD è un modello che in alcuni aspetti presenta delle crepe, ma ritengo che sia troppo prezioso per tutte le parti per poter essere abbandonato”.

L’ex dirigente di Goldman Sachs ha lanciato il suo appello per una maggiore globalizzazione e una maggiore eliminazione di regolamentazioni nazionali, guardando in prospettiva alla crescita delle pensioni private. Ha esaltato i successi “ottenuti dal settore privato e dalle autorità pubbliche nello smantellamento delle barriere tecniche e procedurali nazionali esistenti” nell’Unione Europea “secondo le proposte formulate nel secondo Rapporto Giovannini”.

Alberto Giovannini è l’ex dirigente di LTCM, il fondo che fallì nel 1998 portando sull’orlo dell’abisso l’intero sistema finanziario mondiale. Ottenne, forse come premio, un posto come capo dei consiglieri per la transizione dalle monete nazionali alla moneta unica e per la liberalizzazione e  l’integrazione dei mercati finanziari.

Mentre Draghi spaziava inebriato nella realità virtuale, Alessandro Profumo annunciava che la Unicredit, la terza banca europea, aveva deciso di abbandonare il modello fallito tanto decantato da Draghi. "Precedentemente avevamo l'idea di dirigerci verso un modello di origination and distribution, ma questo modello non c'è più", ha detto Profumo al Financial Times. “Mr. Profumo è in disaccordo con altri dell’industria secondo i quali la stretta creditizia e i disordini del mercato sono temporanei e non cambiano la tendenza a lungo termine”, ha scritto il quotidiano finanziario.

I guai di Fannie Mae e Freddie Mac

Di fronte alla crisi dei mutui, gli americani credono che possa bastare congelare i pignoramenti, mentre misure di riorganizzazione del sistema bancario come quella proposta da Lyndon LaRouche (HBPA) sono ancora ritenute controverse. Il sen. Charles Schumer insieme ad altri parlamentari ha presentato, sia alla Camera che al Senato, un ddl per consentire ai giudici fallimentari di ridurre i tassi d’interesse che gravano sui mutui e accordare dilazioni e facilitazione di pagamento del mutuo ai proprietari di abitazioni costretti a dichiarare fallimento. Nella proposta, però, non si menziona nemmeno il problema delle banche colpite.

I democratici infatti sostengono la proposta ispirata da Felix Rohatyn, secondo cui per risolvere la crisi dei mutui basterebbe aumentare il volume del credito che i due giganti semi-pubblici del mercato ipotecario secondario, Fannie Mae e Freddie MAC, hanno il diritto di emettere. Adesso però cominciano a trapelare notizie sulle perdite in cui sono incorsi i due giganti semi-pubblici: secondo il Wall Street Journal il 15% dei titoli in mano a Freddie sono prodotti emessi su mutui sub-prime, che cioè non valgono niente. Per Fannie questa componente ammonta al 6%. Dunque Freddie dovrà cancellare almeno 5 miliardi di dollari nel 2008.

Fin dall’inizio Lyndon LaRouche aveva sostenuto che lo schema di rifinanziamento di Rohatyn era una sciocchezza perché siamo alle prese con l’implosione di un intero sistema finanziario, e non con la semplice morosità di qualche mutuatario. Di fronte alle nuove perdite rese note il 23 novembre, LaRouche ha dichiarato: “Facciamo la lista dei parlamentari che hanno proposto una ‘alternativa’ alla proposta HBPA — un’alternativa che non esiste. E adesso che faranno? Hanno sbagliato, ma lo ammetteranno?”. Hanno fondato il loro disaccordo con la HBPA dicendo che c’era quest’alternativa Fannie/Freddie. “Che cosa diranno allora adesso a questo proposito?”. Finora non hanno detto niente. Ma i politici a livello comunale, regionale, statale e altri leader cominciano a mormorare e a considerare più seriamente la proposta HBPA.

Tratto da Strategic alert N. 48 – 29 novembre 2007

7 luglio 2007

TFR: come continuare a distruggere l’economia produttiva a tutto vantaggio della speculazione bancaria

di Claudio Giudici per Movisol.org (http://movisol.org/Updates.htm)

La questione “Tfr” si inserisce in quel macro-processo avviatosi a livello globale tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70, che ha segnato il passaggio da un’economia di produzione ad un’economia dominata dalla speculazione. Tale questione, così come le privatizzazioni del patrimonio industriale italiano iniziate nel 1992 sotto la direzione dell’attuale Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, è utile al mantenimento della bolla speculativa finanziaria che non ha più alcuna relazione con la sottostante economia reale. La riforma del sistema previdenziale, così come attuata, rischia (o strumentalmente punta) di far sì che l’enorme massa dei contributi dei lavoratori possa andare a foraggiare la bolla finanziaria che per restare in vita ha necessità di crescere sempre di più.

Se negli Stati Uniti il Governo Bush non è riuscito nell’opera di privatizzazione della Social security, grazie alla rievocazione ideale del suo fondatore, Franklin Delano Roosevelt, in Italia una simile iniziativa rischia di perfezionare quel tentativo, che non a caso è sostenuto da liberisti come il leghista Giancarlo Pagliarini. In spregio al principio repubblicano del ruolo garantista che lo Stato deve ricoprire nel settore previdenziale – tanta è la sua delicatezza – , l’attuale riforma del sistema previdenziale potrebbe rappresentare la testa di ponte per arrivare a quel modello Pinera di privatizzazione della previdenza che fu attuato per primo nel Cile di Augusto Pinochet e che poi è stato esportato anche in Polonia, Ungheria e Kazakistan.

Fino a quando non si comprenderà che per risolvere eventuali debolezze sistemiche di ordine finanziario, si deve agire sul livello dell’economia produttiva aumentando la produzione procapite e per chilometro quadrato, implementando il livello tecnologico-scientifico dei processi produttivi, il sistema pensionistico continuerà ad essere, di anno in anno un problema. Dunque il sistema previdenziale non è il problema, ma il problema è l’economia produttiva che vi sta dietro e che è sempre più debole.

Riformare il sistema finanziario e monetario internazionale, avviare grandi progetti di sviluppo infrastrutturale a forte base tecnologico-scientifica, in una parola riscoprire la figura di Franklin Delano Roosevelt, vorrebbe dire mettere fine a questo progressivo processo di distruzione dell’economia e delle libertà civili e riavviare quel cammino che può portare a rendere le persone partecipi del progresso e del benessere.

Tra il febbraio ed il marzo scorso, per ben due volte il Ministro Damiano ha espresso in prima serata, durante la trasmissione Ballarò di Raitre, tutto il suo favore per i fondi pensione.

Il Governo ha istituito un apposito sito web[1] dove si parla dell’impossibilità di fallimento del fondo pensione. Il Governo[2] si premura di sottolineare che:

Non è possibile attualmente che i Fondi Pensione possano fallire. Infatti, i Fondi Pensione sono delle Associazioni "no profit" e non gestiscono direttamente le risorse degli iscritti, ma utilizzano un meccanismo di gestione delle risorse affidandolo a soggetti terzi. Inoltre, è previsto dalla normativa l’Istituto della banca depositaria che è quella in cui fisicamente vengono accantonate le risorse del Fondo pensione. Quindi, diciamo che dal punto di vista normativo questo non è possibile.

Dunque l’Esecutivo pone l’accento sul fatto che i fondi pensione da un punto di vista giuridico non possono fallire. Tuttavia, quello che interessa al lavoratore è se tale fondo garantisca o meno la pienezza del Tfr a fine rapporto di lavoro.

Il Governo si esprime in questi termini:

È possibile invece, essendo il rendimento di tipo finanziario, che ci siano possibilità di avere, nel corso del periodo di adesione, rendimenti che possano andare anche ad incidere sui contributi versati. In questo caso vi è la possibilità, essendo però un investimento di lungo periodo, sicuramente, di recuperare anche fasi contingenti che ci possono essere nel periodo di adesione.

Dunque è solo una “possibilità” l’avere rendimenti negativi nel corso del periodo, mentre è una sicurezza il recupero.

L’Autorità garante per la concorrenza e per il mercato, se il Governo fosse un operatore di mercato, ne potrebbe ravvisare i tipici estremi della pubblicità ingannevole.

Il Ministro Damiano poi ha azzardato suggerendo esplicitamente “per i più giovani” i fondi a maggior rischio, perché per “gli analisti in 30-40 anni” la borsa rende di più.

L’11 novembre 2006 l’Adusbef pubblicò un comunicato stampa dal titolo: “Agenzie di rating: il monopolio delle “tre sorelle” USA della finanza, in prevalenza controllate dalle banche, esposte e coinvolte pesantemente nella ‘finanza derivata’”. Questo comunicato[3] si basava su uno studio del Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà[4], il movimento di LaRouche in Italia. Il Movimento da anni denuncia il pericoloso sopravvento preso dalla speculazione finanziaria sull’economia fisica dei Paesi ad approccio economico liberista.

Il Wall Street Journal-ANSA il 12 novembre, riprendendo quello studio, titolava: “Opinioni: il 90% dei consigli delle agenzie di rating sono bufale!”.

Da una mia analisi si comprende quali siano le dinamiche finanziarie del mercato azionario rispetto a quelle del rendimento fisso. Lo studio prende in esame l’indice di borsa più conosciuto al mondo, il Dow Jones americano nonché i tassi d’interesse Usa.

Dai dati relativi all’indice azionario Usa, Dow Jones Industrial, dal 1955 ad oggi, e dai dati dei tassi d’interesse al 31 dicembre di ogni anno (dal 1955, poiché solo da tale anno li fornisce la Federal Reserve) ne emerge: dal 1955 al 1971 (mi sono soffermato sul 1971 per avere poi dal ’71 al 2006, i trentacinque anni a cui faceva riferimento il ministro Damiano) un’unità di dollaro investita nel comparto a basso rischio (titoli del Tesoro Usa) sarebbe divenuta di 1,91 dollari.

Nello stesso periodo, chi avesse investito quella unità di dollaro nel mercato azionario Usa, invece si sarebbe ritrovato con 2,18 dollari.

Dal 1971 ad oggi, invece, la rendita sarebbe stata di 9,8 per il comparto a basso rischio, e di 14,0 per il comparto ad alto rischio. Tuttavia, fino al 1995 il risultato sarebbe sempre stato a favore del comparto a basso rischio (con l’eccezione del 1972). Se poi consideriamo meritevole di rischio solo quell’investimento ad alto rischio che renda almeno il 30%[5] in più rispetto a quello a basso rischio, solo gli anni 1999, 2000, 2004 e 2006 hanno dato un risultato di tale tipo.

Sui 52 anni presi in esame, solo 12 avrebbero dato quel risultato al lavoratore maggiormente propenso al rischio.

In termini assoluti, poi, il periodo che va dal 1969 al 1995 ha dato consecutivamente risultati negativi a colui che ha optato per la scelta più rischiosa del mercato azionario.

Dal 1996 ad oggi, la scelta premiata sarebbe stata quella del lavoratore più propenso al rischio, che dunque avesse puntato sul mercato azionario, ma sui minimi del 2001, 2002 e 2003, la scelta premiante sarebbe tornata ad essere ancora una volta quella del lavoratore più accorto, meno propenso al rischio.

Questi risultati sono ancor più negativi se consideriamo che i tassi d’interesse, per quanto possano essere bassi, sono sempre positivi o comunque non inferiori allo zero (pensiamo al Giappone degli ultimi anni). Mentre nel caso di un fondo pensione concentrato su valori azionari, si può verificare la situazione per cui si entra nel fondo sui massimi del gennaio 1990 e si resta per un ventennio sotto quei valori azionari con perdite di oltre il 50% (come verificatosi in Giappone). Oppure vi si entra nel 1965 e vi si esce nel 1981, rimettendoci oltre il doppio rispetto al più sicuro investimento effettuato in titoli del tesoro, come nel caso statunitense.

Alla luce del fatto che i mercati azionari sono tornati ad essere sui massimi storici, sono altamente instabili, premiati più dall’immissione arbitraria di liquidità da parte delle banche centrali che non dai risultati operativi, suggerire ad un lavoratore di posizionare i propri contributi previdenziali sui fondi pensione azionari è quanto di più irresponsabile si possa fare.

Ora, a parte queste considerazioni di carattere squisitamente finanziario – che in ogni caso producono dei riflessi diretti sulla vita dei lavoratori – la faccenda ha un superiore rilievo strategico-economico. Infatti, la riforma è espressione della ridicola cultura speculativa che affligge il nostro tempo e di cui l’attuale sistema monetario e finanziario internazionale è manifesta espressione. Cercando di superare considerazioni esclusivamente individuali, il lavoratore di azienda con numero di dipendenti inferiore alle 50 unità (la stragrande maggioranza) deve tenere conto che optare per i fondi pensione, siano essi a basso rischio, siano essi ad alto rischio, provoca alla propria azienda quella privazione di liquidità che la obbliga a ricorrere ai prestiti bancari. Con una cecità di tale tipo, il lavoratore diviene fautore dell’impoverimento della sua stessa fonte di sussistenza e di emancipazione, che è l’impresa per cui lavora.

La previsione originaria poi – adesso valida solo per le imprese con più di 50 dipendenti – , del conferimento del Tfr a un fondo negoziale di categoria oppure un fondo analogo dell’Inps, in seguito al silenzio del lavoratore, è sempre espressione di quella cultura finanziarista che ha ispirato tutta la riforma, e che porta l’azienda a privarsi di importanti liquidità operative.

In un sistema economico sano, è molto importante invece che i contributi dei lavoratori rimangano presso le aziende che, reinvestendoli nell’attività aziendale, possono dare forza al sistema produttivo. Trasferire questa importante fonte di finanziamento dell’economia reale, nei fondi pensione, vuol dire sostenere i processi di chi fa della speculazione il proprio mestiere. Tuttavia qui si può distinguere: se nel caso del fondo pensione azionario il favoreggiamento dei processi speculativi è pressoché scontato, nel caso dei fondi pensione obbligazionari in titoli del tesoro, ciò può voler dire consentire allo Stato di fornire servizi alle persone ed investire nelle infrastrutture, a meno che non si decida poi di utilizzarli per abbassare il debito pubblico, accecati dalla riduzione degli interessi sul debito. Questa scelta rappresenterebbe l’ennesima distrazione di risorse dalla economia reale a quella finanziaria.

Se un’economia per abbassare il proprio debito pubblico deve ricorrere direttamente a manovre finanziarie, invece che ai risultati dei processi produttivi, vuol dire che si tratta di un’economia che non funziona. Un sano processo di riduzione del debito pubblico è consentito soltanto da un sistema economico fondato su continui investimenti di medio-lungo termine, finanziati grazie alla sovranità creditizia di uno Stato sovrano. Aumentare il livello tecnologico-scientifico della base infrastrutturale e delle imprese che vi operano sopra vuol dire aumentare la produttività procapite e per chilometro quadrato.

Questo è quello che serve per tornare ad un sistema che punti al perseguimento del Bene Comune. In esso, vista la rilevanza strategica della questione, il settore previdenziale deve essere sotto il controllo e la garanzia dello Stato.


[1] www.tfr.gov.it, 3 luglio 2007.

[2] http://www.tfr.gov.it/TFR/multimedia/esperto/archivio/video_tfr_domanda14.htm, 3 luglio 2007.

[3] http://movisol.org/znews218.htm

[4] Tale studio fu sviluppato da Paolo Raimondi.

[5] Questa è la percentuale a cui puntano gli speculatori sulle operazioni immobiliari che di per sé sono ben più sicure, in quanto garantite dal salvagente rappresentato dall’immobile.

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