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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


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BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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19 gennaio 2009

PD: "D" come Democratico o "D" come De Benedetti?

La grande finanza dietro alle inchieste che stanno colpendo la frangia costituzionalista del PD

In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all’Italia, è fondamentale che il dialogo tra maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all’economia reale. Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L’entità della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l’8 ed il 9 gennaio scorso dal ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall’ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che LaRouche propone oramai dal ’94 per far ripartire l’economia reale globale e che avrebbe evitato l’attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l’Italia possa svolgere un ruolo centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall’ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD. Ad essere oggetto di queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata delle volontà del suo deus ex machina, l’ing. Carlo De Benedetti. Il Partito Democratico, infatti, lungi dall’essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l’autentica ala democratica, per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi finanziaria, rischiano oggi come negli anni ’30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga dritta la rotta della nave verso l’idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi quarant’anni ha disastrato l’intero pianeta.

Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura

Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà distribuì durante i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una via d’uscita autenticamente repubblicana e democratica, all’allora nascente Partito Democratico italiano. In quel documento si ammoniva dall’intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu: “Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'”.

Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che progressivamente, nel corso dell’ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai suoi principi ispiratori: dalla centralità dell’azione di governo in economia, ad un’economia rimessa alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De Benedetti, sono gli stessi che sono all’origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo.

Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa, rispetto al singolo spezzone.

La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell’oligarchia finanziaria che riesce a far apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo[1]. Essa, con particolare riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l’ing. Carlo De Benedetti, per completare quel disegno di finanziarizzazione dell’intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò è l’ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come democratica panacea ai mali d’Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.

L’oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche[2]. Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant’anni dei disegni dell’oligarchia finanziaria – e questo, per l’oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la posizione di vero governo mondiale che dal ’71 ha riacquistato.

Invece, l’oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di finanziarizzare ancor più l’economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a privatizzare per finanziarizzare.

Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà? Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell’organizzazione politica ed economica che la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono palesemente violati.

Il Partito Democratico deve respingere l’influenza di Soros e De Benedetti

Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l’anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l’Italia quell’anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso “Mani pulite” (che stravolse l’assetto politico italiano), l’attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere uno strumento di “moderna” democrazia volto a rendere più efficiente l’economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall’oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell’impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell’economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l’economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l’economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l’impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni ’90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.

Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del “più impresa meno Stato”, il termine “privatizzazioni” fu sostituito con il termine “liberalizzazioni”; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all’infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all’idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.

Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.

Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E’ da questo stretto legame che si può evincere l’attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall’incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.

George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all’origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel ’92 e quella nel Sud-est asiatico nel ’97-’98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni “democratiche” a giro per il mondo, dall’Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all’Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.

Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:

‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.

Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come “filantropo”.

Dice Verderami sul Corriere:

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell'ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l'idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l'agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. È una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall' altro capo del telefono o del computer, c' è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.

E’ doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell’ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche “innovative” adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l’utility di Roma attiva nell’acqua e nell’energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell’economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l’oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.

Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall’establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di “terapia shock” come metodo per l’attuazione dell’agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell’appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.

Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest’ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell’Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, e presentando l’edizione italiana del suo libro autobiografico).

Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L’Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).

Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un’intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6], se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – “amministratore straordinario” profetizzò – (probabilmente non l’ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest’ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell’intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.

De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».

Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest’ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un’ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell’ex patron Tiscali.

La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest?

Dall’intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».

Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita, politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli. Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell’attuale guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale) che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente nell’art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall’altra parte invece vi sarebbero coloro che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di matrice liberista e finanziarista.

A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l’elemento catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze politiche. In merito a queste ultime, infatti, l’unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali (anch’essi finanziati da Soros) e l’Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo, è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un’alleanza con la sinistra c.d. radicale.

Massimo D’Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l’Ulivo e poi dietro l’Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio, D’Alema affermava:

« … ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po’ di sinistra, ma come Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché “Verdi” è duro, “Sinistra” suona male, “Democratici” siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro, diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c’è tutto dentro! Auguri, però io non ci credo!»[7]

Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l’ipotesi di creare delle federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l’intervento di “commissario straordinario” di Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la sostanziale inoperosità dell’Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.

In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai “capi d’azienda” non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si potesse procedere allo smantellamento dell’industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all’attuazione della “fase 2” dell’Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno prova d’indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.

Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De Benedetti. Ed infatti D’Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell’essere onesti o disonesti.

Il caso fiorentino e Licio Gelli

A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso metodi anomali.

Il ragionamento che quegl’osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni; se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa l’esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che chi vive di sola politica non può permettersi di correre.

Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si convince ancor più che l’inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva fatto arrivare: a queste primarie non s’ha da partecipar!

Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all’interno dei candidati PD a sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto immotivatamente dai media di De Benedetti nell’inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli (23%), 4) Daniela Lastri (21%)[8]. Dopo l’inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai, e gli echi offerti dai media alla faccenda, l’ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%), 3) Matteo Renzi (9,9%)[9]. Graziano Cioni è invece stato costretto a ritirarsi dalla corsa.

Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell’inchiesta un premeditato intento politico, il fatto resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi risvolti politico-elettorali.

Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato in gara), una fantomatica “interpretazione autentica” proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si era opposto fino all’arrivo del “commissario straordinario”, Vannino Chiti – determina invece che le primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato sicuramente perdente nell’altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.

Ma c’è anche un’altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo stesso Cioni. Si tratta di un’intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l’ex venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete.

Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un preciso progetto liberista per finanziarizzare ancor più l’economia reale, a fronte di una bolla speculativa globale che necessita che ogni “illuminato locale” faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e rischia di perdere quell’elemento “fiducia” da parte della comunità mondiale, di cui necessita per sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l’ombra del nemico, ma non la sua sostanziale figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.

Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.

Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione

Massimo D’Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l’influenza di De Benedetti, non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D’Alema ha mancato in questi anni del coraggio di immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti: D’Alema[10], nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne pubblicamente l’azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il fenomeno ed i retroscena di “Mani pulite”, non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.

Purtroppo D’Alema è ancora adesso vittima di quell’esistenzialismo che ha caratterizzato la politica dell’ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più frequente in cui cadono molti politici di oggi.

Tuttavia l’attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere sostanzialmente messi all’angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità di uomini, la forza contingente che può “costringerli” a tirare fuori quel coraggio necessario per passare dall’esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.

Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose.

C’è bisogno di quel coraggio che per esempio D’Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso israeliano-palestinese, dove la tanaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l’operato delle dirigenze israeliane.

Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non fa specie chi cambia opinione se il nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»

Finchè Giulio Tremonti mantiene un ruolo di primo piano nell’attuale Governo, la corrente costituzionalista, antiliberista ed antifascista del centro-sinistra, può tornare ad essere decisiva nella politica italiana e mondiale. Se Tremonti attaccando banchieri e petrolieri, ha deciso di dare un taglio forte alla tradizione oligarchica che il PD stava incarnando sia con i vaneggiamenti di Giavazzi ed Alesina, sia con la politica demagogica di Bersani imperniata a bastonare i piccoli imprenditori, la corrente autenticamente democratica del PD può fare la stessa cosa rifacendosi alla tradizione di Franklin Roosevelt e pigiando forte sulla necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale che rimetta nella sovranità politica il controllo della situazione, invece che lasciarlo nelle mani di chi può essere inteso solo come player (banche e comunità finanziaria). Il Paese necessita di dotarsi della indipendenza energetica che Mattei comprese essere necessaria perché l’Italia potesse contare qualcosa sulla scena politica mondiale, e per farlo è imprescindibile il passaggio al nucleare. Parlare di fonti a basso flusso di densità energetica, vuol dire di fatto mantenere l’Italia su un livello di sovranità condizionata. E’ ovvio che per fare tutto ciò deve essere messa all’indice l’ideologia liberista. Se il PD finora è stato un bluff, funzionale soltanto a spostare verso istanze reazionarie, contro il lavoratore e dunque contro l’impalcatura costituzionale, la nave della politica italiana, si possono ringraziare anche ideologi come Giavazzi ed Alesina. Il PD necessita di ridarsi una visione politico-economica che abbia a che fare con la scienza dell’economia e con gli economisti; il liberismo, Giavazzi ed Alesina si occupano di altro, non è chiaro di cosa, ma si occupano di altro.

Claudio Giudici

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà



[1] Come denunciato anche dal Cardinale Renato Raffaele Martino.

[2] L'8-9 gennaio la Presidenza francese ha organizzato un seminario a Parigi ("Nuovo Mondo, Nuovo Capitalismo") in cui si sono meglio chiarite le posizioni dei governi europei su come affrontare la più grave crisi da collasso dei tempi moderni. Si sono fronteggiate due fazioni: da una parte coloro che riconoscono che l'attuale sistema finanziario, basato sui derivati, è irrimediabilmente in bancarotta e va sostituito; dall'altra, coloro che insistono istericamente che la bolla dei derivati va salvata a tutti i costi... pagati naturalmente dalla popolazione. A favore della prima soluzione sono intervenuti il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, l'ex Primo ministro francese Michel Rocard e in larga misura lo stesso Nicolas Sarkozy. Sia Tremonti che Rocard hanno proposto una soluzione larouchiana: congelare la bolla dei derivati e sottoporre il sistema a riorganizzazione fallimentare. A favore del salvataggio del sistema a tutti i costi sono intervenuti il capo della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, Tony Blair e anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel. Tremonti ha esordito con la sua nota descrizione della crisi come un "videogame", con un mostro più grande dell'altro che spunta dopo averne eliminato il precedente. "Finora ho contato sette mostri", ha detto Tremonti, aggiungendo che il più grande, quello che deve ancora arrivare, è il mostro dei derivati. "I derivati ammontano a 12,5 volte il Pil del mondo - ha spiegato - sono prodotti di cui si conosce l'ammontare ma non l'impatto concreto. Salvare tutto è una missione divina, salvare il salvabile è una missione umana. È una tecnica biblica, separare il sabbatico, mettere le posizioni che non fanno parte dell'economia reale ma hanno un impatto forte, su veicoli che durano magari 50 anni, moratorie lunghe". Il motivo di fondo, ha aggiunto il ministro, è che "se carichi tutto il debito privato marcio sul debito pubblico potresti non farcela". Tremonti ha annunciato che l'Italia intende discutere questa proposta "nell'ambito dei lavori di riforma del mercato finanziario globale come presidente del G8". L'intervento dovrebbe basarsi "sulla separazione tra attività sane e titoli tossici". Bisogna "difendere la parte operativa delle banche".

Il giorno seguente Tremonti è tornato sul tema in un intervento a Roccaraso. Se il piano di Obama fallisse, ha detto Tremonti, "tutti noi governanti abbiamo il dovere di pensare a un piano alternativo. Dovremo scegliere: salvare le famiglie o i banchieri? Gli speculatori o le imprese? Io non ho dubbi su chi salvare: le famiglie, le imprese e le banche che le finanziano. Tentare di salvare tutto rischia di far perdere tutto, perché c'è un punto oltre il quale neanche i governi possono andare". Ricordando che gli USA hanno tentato di tutto nel corso del 2008, senza riuscire a frenare la crisi, Tremonti ha reiterato che va congelata la bolla dei derivati. Michel Rocard ha ricordato che tra il 1945 e il 1971 l'Europa ha sperimentato una forma di capitalismo molto diversa dall'attuale, che garantiva una crescita regolare media del 5% annuo, nell'assenza totale di crisi finanziarie e con la piena occupazione. Da allora, la crescita si è dimezzata, le crisi si susseguono ogni 4-5 anni, la precarietà del lavoro e la disoccupazione aumentano e i lavoratori impoveriti vengono esclusi dal mercato del lavoro. Al termine del suo intervento, Rocard ha posto la questione scottante: chi pagherà il collasso finanziario? Dall'inizio dell'esistenza dell'uomo, saldare i debiti è sacrosanto. Ma cosa si riesce a fare quando il debito speculativo mondiale supera il PIL aggregato di cinque o sei volte? Non sarebbe il caso di porre il problema di programmare e organizzare una bancarotta controllata? Il Presidente Sarkozy ha ripetuto il suo appello per un nuovo sistema finanziario, non più basato sul "breve termine, sul reddito privato non guadagnato e sulla speculazione". Si è quindi rivolto "ai nostri amici americani", affermando che al prossimo vertice del G20 non accetterà lo status quo. Dall'altra parte, il capo della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha sostenuto che il sistema va salvato con qualche "correzione", ed ha persino parlato di un "nuovo paradigma" come specchietto per le allodole. In realtà, con un cambio dell'olio e del filtro la macchina riparte, ha detto Trichet. "Naturalmente non dovremo gettare il bambino con l'acqua sporca, abbandonando l'assetto dell'economia di mercato che sta alla base del sistema", ha detto il capo della BCE. Lungi dal chiedere il congelamento dei titoli tossici, Trichet ha proposto una "clearing house" mondiale per poter mantenere la bolla dei derivati. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che attualmente "non ci sono altre possibilità di combattere la crisi, tranne che con le montagne di debito che stiamo accumulando".

[3] Questa è la definizione datagli dal Presidente Francesco Cossiga, www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6304&T=P.

[4]Governi e istituzioni neoliberisti sono sostenuti da un esercito di ideologi. Alcuni sono eminenti studiosi che dovrebbero conoscere i limiti dell’economia del libero mercato, ma che tendono a ignorarli quando si ritrovano a dare consigli di politica economica (come è avvenuto soprattutto negli anni Novanta con le economie ex comuniste). Insieme, organizzazioni e individui influenti formano una potente macchina propagandistica, un meccanismo finanziario-intellettuale sostenuto da denaro e potere”, Ha-Joon Chang, Cattivi samaritani, il mito del libero mercato e l’economia mondiale, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pag. 13.

[10] D’Alema è comunque tra i firmatari della famosa lettera del maggio scorso inviata a Josè Manuel Barroso, in cui molti leader del socialismo europeo invocano una conferenza per la riforma del sistema finanziario internazionale.

12 ottobre 2007

Primarie pericolose ...

 

Buongiorno a tutti.
Questa domenica si celebrerà l'ennesima ratifica popolare di una decisione già presa dai centri finanziari, in particolare da Carlo De Benedetti, ossia la nomina, più che l'elezione, di Veltroni a segretario del Pd (per i malpensanti "Pd" sta per "Partito democratico" e non per un richiamo alla "Pi Due"!). De Benedetti - molti di voi lo sanno - è l'italiano che più ha saputo distruggere l'industria nazionale e dunque posti di lavoro e capacità produttiva, con tutto ciò che ne consegue in termini di distruzione del tenore di vita reale delle persone. Non dimentichiamoci che l'autodichiaratosi tessera n. 1 del Partito democratico - De Benedetti cioè -, in una famosa intervista rilasciata al Corriere della Sera disse che il futuro del centro-sinistra italiano erano Veltroni e Rutelli. Veltroni ha saputo dimostrare con Roma di perseguire gli interessi dei propri finanziatori, rifacendosi ad un decisionismo per taluni impensabile; Rutelli invece ha fallito nel processo di liberalizzazioni che dovevano partire colpendo il settore dei taxi - settore pubblico o para-pubblico, attenzione! -, e che doveva funzionare da detonatore di un processo il cui obiettivo era ed è privatizzare tutto il comparto pubblico e para-statale (le c.d. utilities, acqua, energia, gas ma anche trasporti e pubblica amministrazione in generale). Lo scontro al vertice è stato dunque vinto dal primo, dimostratosi performante al perseguimento degli obiettivi oligarchici affidatigli.
Se si guarda a Veltroni - visto il bombardamento mediatico fattone - come si guarda una velina, si rischia di innamorarsene. Ma come con le veline se si scava a fondo si trova il vuoto e ci si meraviglia dell'ingenuità emotiva a cui ci si era per un attimo affidati, altrettanto per Veltroni se si comprende nel fondo delle implicazioni ciò che dice, scopriamo qualcosa di molto pericoloso.
L'11 settembre - data forse non casuale - il Movimento Solidarietà pubblicò ( http://movisol.org/07news146.htm )questa mia riflessione che sotto vi riporto con l'invito di farla girare. In quello scritto pavento il rischio della deriva fascista. In quel momento pochi parlavano di fascismo, ma ora pare essere diventata una moda. In ogni caso non rifacciamoci ad approcci da "dolce incanto" per cui "no quelli erano tempi diversi, il fascismo oggi non può tornare". I movimenti dispotici, siano essi la dittatura di un impero romano, la dittatura napoleonica, i totalitarismi europei dei primi del '900, si presenta con nomi diversi ma con una stessa sostanza: trasformare le persone in bestie che devono ubbidire agli ordini di oligarchie più o meno visibili.
Da quell'11 settembre è sceso in piazza Grillo, e Bossi e Veltroni hanno esasperato, in direzioni diverse, i propri deliri.
Tutto ciò conferma ancor più che si sta preparando un movimento anti-costituzionale e dunque anti-democratico dove un po' tutti i fattori in campo giocano un ruolo più o meno consapevole.
L'attuale processo non può essere compreso se non si correla alla crisi finanziaria in corso, che le operazioni sporche delle banche centrali stanno ritardando negli effetti, sobbarcandone in primis le fasce più povere della popolazione mondiale. Questo è il motivo per cui i centri finanziari stanno orchestrando la confusione all'interno degli stati. Il pericolo che pavento non è valido solo per l'Italia. Lo scoramento attorno alla classe politica che qui tocchiamo con mano, lo si sta avendo un po' ovunque in Europa e negli Stati Uniti pure, da quello che mi dicono gli amici di quei luoghi.
Il mio invito per queste ridicole primarie - ricordo che il giocatore di tennis sta cambiando racchetta, sta acquistando la più bella sul mercato, ma il suo modo di giocare resta quello solito, ridicolo - è o di disertarle facendo venir meno ogni legittimazione popolare a Veltroni, o di votare i candidati secondari e terziari.
Il futuro non è scritto, ma può essere cambiato da quella dote umana che si chiama "atto di volontà" e la cui metafora più efficace è l'"Alzati e cammina!".
Se ritenete utile ad un futuro migliore queste mie considerazioni, vi invito a farle girare.

L’attuale programma del Partito democratico lascerà la porta aperta al fascismo

Il nascente Partito democratico rappresenterà per la storia politica italiana del dopoguerra, l’ultimo tentativo nominalmente democratico che resta all’oligarchia finanziaria, prima di riconsegnare il Paese a forze di governo fasciste che già da tempo oramai scaldano i motori incitando all’uso della violenza (calci nel sedere agli islamici, uso dei fucili), fomentando l’odio per l’altro (individuare nell’extracomunitario un problema sociale senza andare alla radice del problema di una politica economico-finanziaria globale centrata sulla speculazione, è parificabile all’idea nazista di identificare nell’ebreo la radice di tutti i problemi) e rifacendosi ad istanze populiste (secessione, sciopero fiscale, ecc.).

Quando parlo di forze di governo fasciste non mi riferisco all’altrettanto evanescente centro-destra[1] – altrettanto quanto il centro-sinistra – quanto a quei partiti che con elevata probabilità la prossima legislatura amplieranno in modo ancor più forte il proprio consenso grazie a proclami populisti che così bene attaccano nella gente quando si sente senza un’autentica via d’uscita. Questi partiti si troveranno la strada spianata dalle attuali politiche del centro-sinistra ed in particolare da quelle che oramai possiamo inquadrare come espressione del programma del Partito democratico italiano.

Le lettera pubblicata da Repubblica da quello che sarà lo scontato leader del Pd, il sindaco di Roma Walter Veltroni, referenzia chiaramente come con esso non cambierà assolutamente nulla nella politica italiana, ma anzi verrà ancor più esasperata la concezione oligarchica ed antirepubblicana di gestione dello Stato.

Riflettiamo sulle due seguenti affermazioni di Veltroni: 1 - “ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio”; 2 - “le risorse per la spesa in conto capitale? Anche qui non potremo contare su aumenti tributari. Occorre sempre più ricorrere a schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi e, per la parte pubblica, a nuove politiche del patrimonio. O si gestisce questo patrimonio in modo da ricavarne le risorse necessarie per pagare una quota significativa degli interessi sul debito. O si adottano soluzioni per un'alienazione parziale e selettiva di questo patrimonio, garantendo la piena tutela dei beni culturali e ambientali.

Siamo di fronte al solito approccio contabilista e riduzionista dimentico della funzione sovrana che solo ad uno Stato può spettare, dell’emissione di linee di credito pubblico ex nihilo[2] strategicamente dirette.

Le esperienze storico-politiche che hanno saputo incidere in modo determinante e duraturo, gli Stati Uniti su tutti, si sono rifatte ad un modello costituzionale centrato sul credito pubblico e non sul denaro di pochi potenti privati arbitri, con le loro voglie, del gioco della vita di interi popoli. Nel primo caso siamo di fronte ad una Repubblica, nel secondo caso ad un’oligarchia. Veltroni pare conoscere soltanto questa seconda esperienza, e ad essa obbedire: “schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi”, e per la parte pubblica tagliare da una parte e destinare ad un’altra: “nuove politiche del patrimonio”.

Siamo dunque di fronte alla solita solfa che da oltre trent’anni ci viene propinata, espressione della più bassa forma di arte dello Stato. Le idee sono sempre quelle e gli uomini sono sempre quelli.

L’odore di speculatori come George Soros e Felix Rohatyn, e dei loro schemi corporativi nel Partito Democratico USA, lo si sente forte.

Gli stessi leaders del Pd cominciano ad avvertire la puzza di fascismo dietro l’angolo – si vedano le dichiarazioni del ministro Amato e dello stesso Veltroni, della settimana scorsa – , ma non ne colgono in pieno i crismi o meglio li colgono solo laddove ciò non voglia dire scontrarsi con l’oligarchia finanziaria. Non si arriva al fascismo perché dei lavavetri innervosiscono ab origine gli spensierati cittadini ed a ciò non si dà risposta. Vi si arriva perché il cittadino ridotto allo stremo delle forze da immorali politiche economiche e sociali dei governi (distruzione dei posti di lavoro in seguito a delocalizzazione produttiva, distruzione reale della piccola impresa come prodottasi in seguito al primo decreto Bersani sulle liberalizzazioni d. lgs. 114/98, distruzione del tenore di vita reale conseguente all’inondamento arbitrario di liquidità ed alla riduzione delle produzioni, aumento della imposizione fiscale diretta e venir meno della progressività; trasformazione dei mezzi di formazione culturale latu sensu intesi in mezzi d’intrattenimento sensuale) non ha più niente da perdere.

Il (nuovo) nome della pace è sviluppo! e la continua distruzione dell’economia reale (contesto infrastrutturale, welfare, potere di acquisto reale) prodotta dalle politiche liberiste e finanziariste è un’offesa all’appello che fu di Paolo VI.

In generale tutti i leaders del Pd, continuano a parlare di “riforme” tutte centrate sulla deregulation e dunque sull’arretramento del ruolo dello Stato nell’economia, continuando dunque sulla infame strada dello stravolgimento del dettato costituzionale. Con queste riforme essi garantiscono soltanto un’ulteriore accelerazione della svolta reazionaria (consegna delle attività produttive sotto controllo pubblico alle oligarchie finanziatrici sotto gli accattivanti nomi di privatizzazione, liberalizzazione, riforme a vantaggio del cittadino-consumatore; riduzione delle tutele lavorative; tagli alla sanità, al sistema previdenziale ed a quello dell’istruzione) divenuta forte già durante i primi anni ’90, ma le cui radici prime sono riconducibili al periodo che va dall’omicidio Mattei all’omicidio Moro.

Quel quindicennio, in un’immaginaria dinamica parabolica segna la svolta al ribasso – ribasso tuttora in corso e che si concluderà soltanto con la riscoperta della cultura di governo del periodo 1948-1962 – del ciclo rinascimentale post-bellico caratterizzato dalla riscoperta dei principi umanistici di giustizia, libertà (non gli attuali arbitrio dei pochi e intemperanza dei molti) e solidarietà quali manifestazioni più dirette di una cultura per la verità e per l’altro. Il periodo 1948-1962 rappresenta il periodo della storia politico-economica italiana su cui maggiormente ha inciso l’influsso del sistema americano di economia politica, grazie alla magistrale applicazione che ne diede il Presidente Franklin Delano Roosevelt negli Stati Uniti. FDR ispirato dalla cultura per l’altro, ispirato da gli ultimi saranno i primi, rifondò la sbandata economia americana partendo dal forgotten man. Credito pubblico, infrastrutture pubbliche, sostegno all’impresa privata produttiva ed alla ricerca tecnologico-scientifica, lotta alla speculazione finanziaria – in particolare delle grandi famiglie bancarie – fondarono il rilancio dell’economia reale americana.

Il programma liberista e monetarista, grosso modo sostenuto da tutti gli inconsapevoli candidati alla segreteria del Pd, comporterà invece un ulteriore abbassamento del tenore di vita della popolazione. Già con l’attuale Governo di centro-sinistra, lo scoramento nel ceto medio e basso è divenuto tale da cominciare a renderli simpatizzanti di chi dà risposte decisioniste a prescindere. Quando chi si fa portatore delle istanze dei deboli si dimostra un bluff, ecco che per rivalsa si comincia a sostenere chi pare dare risposte immediate e dirette.

Il primo periodo post-bellico pose le basi fondamentali per le conquiste nel campo dei diritti sociali ed in particolare del lavoro, del successivo periodo Mattei-Moro, ma in quello stesso periodo venivano gettati i semi della successiva svolta – oggi definibile come reazionaria – le cui radici culturali però vanno ben oltre il reazionismo. Ribadisco che l’immagine che di quel periodo si deve avere è quella della parte alta, grossomodo orizzontale, di una parabola discendente, come ad essere espressione del contrapporsi di una fase ascendente verticale e di una discendente verticale. Quest’ultima è espressa nel concreto da una cultura edonista-esistenzialista centrata sulla messa in libertà di una sottocultura della voglia che ha prodotto un sistema culturale dove le persone non hanno capacità di opporsi, decidendo, alla progressiva distruzione delle conquiste precedentemente fatte.

La fase che stiamo vivendo, è quella della svolta ribassista dell’immaginaria parabola discendente, entrata in una fase di primaria accelerazione non ancora pienamente manifestatasi. La conclusione di questa fase la si avrà col ritorno di sistemi politici dispotici a cui le porte verranno aperte dall’ulteriore insoddisfazione generata dalle politiche reazionarie che il Pd intende proporre per soddisfare le esigenze dei propri finanziatori.

Ovviamente un processo di tale tipo è visualizzabile solo se si va oltre la facciata di comodo delle generiche dichiarazioni fatte dai leaders.

Coloro che in questo momento si stanno facendo portatori delle istanze di difesa dello Stato sociale non possono essere definiti conservatori nell’accezione negativa del termine, tuttalpiù “difensori statici” delle conquiste prodottesi grazie al processo di ricostruzione 1948-omicidio Moro.

Queste forze di difesa dello Stato sociale se hanno compreso che il tentativo iperliberista, in campo economico e più in generale a livello culturale, del Pd, abbasserà ancor più i tenori di vita della maggioranza della popolazione italiana a solo vantaggio di una sempre più ristretta oligarchia finanziaria (nazionale e soprattutto internazionale), non hanno però compreso quali siano le politiche che impediscono tale scenario.

Abbiamo bisogno di una “difesa dinamica” invece che statica del welfare.

Il presidente Prodi ha parlato di agganciamento alla ripresa dell’economia. Ma a cosa si riferisce? A quella drogata delle borse o a quella dell’economia reale americana ed europea prossime ad implodere? Il presidente Prodi ha avuto anche l’ardire di affermare che ora il problema della quarta settimana non esiste più. Grazie a cosa, all’aumento di 30 euro delle pensioni più basse, oppure allo scoppio autunnale dell’inflazione sui generi alimentari e di prima necessità generato dalle politiche pro-speculative ed anti-produttive di Bce e Fmi?

I leaders del Pd parlano di “crescita” ma si mantengono sui binari della cultura economica che sino a qui ci ha portato nell’ultimo trentennio: liberismo finanziarizzato, nel senso di finanza che domina l’economia ed economia che domina la politica.

Si impone invece un’autentica svolta culturale, politica ed economica che ribalti completamente questo sovversivo ordine degli strumenti a disposizione.

Se non si rimetteranno a fuoco i concetti di verità, di bene comune e di economia fisica la parabola ribassista determinatasi non potrà svoltare al rialzo.

Ecco che allora il sistema culturale deve tornare a radicarsi sul vero e non sul comodo. A questo proposito la corretta utilizzazione dei mass media, ed il coraggio della politica di dire il vero, sono nodali.

Il sistema politico deve tornare ad essere repubblicano e non oligarchico, strumento per il bene comune e non per la soddisfazione dell’interesse di chi finanzia le campagne elettorali. Dunque il vero sovrano deve tornare ad essere il bene del Popolo e non i potenti amici che sostengono la propria carriera politica.

Il sistema economico deve tornare ad essere strumento di emancipazione generalizzata degli uomini dal fare bassamente specializzato ed espressione delle più alte capacità cognitivo-creative che solo l’uomo è in grado di manifestare nell’universo.

In merito a quest’ultimo punto, tale obiettivo può essere raggiunto aumentando la capacità produttiva procapite e per chilometro quadrato, grazie allo sviluppo tecnologico-scientifico, sia nel settore dei generi alimentari che di altro consumo (strumentali e di consumo). Per raggiungere un obiettivo di questo genere non ci si può affidare, alla Sarkozy, “alla maturità ed al senso di responsabilità” di chi può investire, piuttosto ci si deve rimettere allo Stato sovrano che altro non è se non il principale strumento di uomini tra loro coalizzati per migliorare le proprie condizioni economiche e morali. Col ritorno al credito pubblico da destinare ad una costante infrastrutturazione tecnologicamente sempre più avanzata, disponibile a tutti, e alla ricerca tecnologico-scientifica, si hanno tutti gli strumenti per riscoprire ciò che già nel dopoguerra anche in Italia si fece, migliorando le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini.

Il nemico da combattere è il liberismo-monetarista; il modello a cui rifarsi è Franklin Delano Roosevelt e l’odierna applicazione che ne dà il leader americano Lyndon LaRouche. Non è dunque un problema di destra o sinistra, ma di politiche filo-oligarchiche e di politiche repubblicane. I germi del liberismo (o mercatismo, per dirla con Tremonti) e del monetarismo sono presenti in entrambi gli schieramenti dell’arco parlamentare, così come in entrambi gli schieramenti sono presenti gli anticorpi per la svolta. Grazie a LaRouche ed al Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà qui in Italia, le radici per questa svolta sono seminate e passano per il dialogo avviatosi tra il sottosegretario Gianni (Rifondazione comunista), il sottosegretario Lettieri (Margherita) e l’on. Tremonti (Forza Italia).

Claudio Giudici

rappresentante del Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà www.movisol.org



[1] In realtà, uno degli esponenti primari del centro-destra, l’ex ministro Giulio Tremonti, aveva provato a muoversi all’interno delle maglie del monetarismo impostoci dalla normativa comunitaria. Gli espedienti erano stati vari, ma catalogati sotto la definizione sprezzante di “finanza creativa”. In effetti la forma delle iniziative prese dall’on. Tremonti poteva anche essere nominata come “creativa”, ma, se si riesce a comprendere la effettiva e nefasta portata del monetarismo e del liberismo, la direzione sostanziale che con quelle si andava a prendere era sicuramente anti-oligarchica e filo-repubblicana.

[2] Uso non a caso la dizione “ex nihilo” in quanto utilizzata dal premio Nobel per l’economia Maurice Allais riferendosi all’attuale sistema monetario internazionale come fondato, formalmente dal 15 agosto 1971, sull’emissione arbitraria e dal niente di denaro da parte di quei consorzi di banche private che sono le banche centrali. I salvataggi degli istituti di credito operati nei giorni scorsi con l’imperversare dei fallimenti e dei crolli di borsa detonati dalla crisi dei mutui sub-prime, è tutta lì a dimostrare l’affermazione di Allais.

In riferimento al credito pubblico, l’uso della dizione “ex nihilo” è rinvenibile negli scritti della rivista Cronache sociali facente capo al gruppo dei dossettiani alla fine degli anni ’40.

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