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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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14 settembre 2007

L’attuale programma del Partito democratico lascerà la porta aperta al fascismo

Il nascente Partito democratico rappresenterà per la storia politica italiana del dopoguerra, l’ultimo tentativo nominalmente democratico che resta all’oligarchia finanziaria, prima di riconsegnare il Paese a forze di governo fasciste che già da tempo oramai scaldano i motori incitando all’uso della violenza (calci nel sedere agli islamici, uso dei fucili), fomentando l’odio per l’altro (individuare nell’extracomunitario un problema sociale senza andare alla radice del problema di una politica economico-finanziaria globale centrata sulla speculazione, è parificabile all’idea nazista di identificare nell’ebreo la radice di tutti i problemi) e rifacendosi ad istanze populiste (secessione, sciopero fiscale, ecc.).

Quando parlo di forze di governo fasciste non mi riferisco all’altrettanto evanescente centro-destra[1] – altrettanto quanto il centro-sinistra – quanto a quei partiti che con elevata probabilità la prossima legislatura amplieranno in modo ancor più forte il proprio consenso grazie a proclami populisti che così bene attaccano nella gente quando si sente senza un’autentica via d’uscita. Questi partiti si troveranno la strada spianata dalle attuali politiche del centro-sinistra ed in particolare da quelle che oramai possiamo inquadrare come espressione del programma del Partito democratico italiano.

Le lettera pubblicata da Repubblica da quello che sarà lo scontato leader del Pd, il sindaco di Roma Walter Veltroni, referenzia chiaramente come con esso non cambierà assolutamente nulla nella politica italiana, ma anzi verrà ancor più esasperata la concezione oligarchica ed antirepubblicana di gestione dello Stato.

Riflettiamo sulle due seguenti affermazioni di Veltroni: 1 - “ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio”; 2 - “le risorse per la spesa in conto capitale? Anche qui non potremo contare su aumenti tributari. Occorre sempre più ricorrere a schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi e, per la parte pubblica, a nuove politiche del patrimonio. O si gestisce questo patrimonio in modo da ricavarne le risorse necessarie per pagare una quota significativa degli interessi sul debito. O si adottano soluzioni per un'alienazione parziale e selettiva di questo patrimonio, garantendo la piena tutela dei beni culturali e ambientali.

Siamo di fronte al solito approccio contabilista e riduzionista dimentico della funzione sovrana che solo ad uno Stato può spettare, dell’emissione di linee di credito pubblico ex nihilo[2] strategicamente dirette.

Le esperienze storico-politiche che hanno saputo incidere in modo determinante e duraturo, gli Stati Uniti su tutti, si sono rifatte ad un modello costituzionale centrato sul credito pubblico e non sul denaro di pochi potenti privati arbitri, con le loro voglie, del gioco della vita di interi popoli. Nel primo caso siamo di fronte ad una Repubblica, nel secondo caso ad un’oligarchia. Veltroni pare conoscere soltanto questa seconda esperienza, e ad essa obbedire: “schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi”, e per la parte pubblica tagliare da una parte e destinare ad un’altra: “nuove politiche del patrimonio”.

Siamo dunque di fronte alla solita solfa che da oltre trent’anni ci viene propinata, espressione della più bassa forma di arte dello Stato. Le idee sono sempre quelle e gli uomini sono sempre quelli.

L’odore di speculatori come George Soros e Felix Rohatyn, e dei loro schemi corporativi nel Partito Democratico USA, lo si sente forte.

Gli stessi leaders del Pd cominciano ad avvertire la puzza di fascismo dietro l’angolo – si vedano le dichiarazioni del ministro Amato e dello stesso Veltroni, della settimana scorsa – , ma non ne colgono in pieno i crismi o meglio li colgono solo laddove ciò non voglia dire scontrarsi con l’oligarchia finanziaria. Non si arriva al fascismo perché dei lavavetri innervosiscono ab origine gli spensierati cittadini ed a ciò non si dà risposta. Vi si arriva perché il cittadino ridotto allo stremo delle forze da immorali politiche economiche e sociali dei governi (distruzione dei posti di lavoro in seguito a delocalizzazione produttiva, distruzione reale della piccola impresa come prodottasi in seguito al primo decreto Bersani sulle liberalizzazioni d. lgs. 114/98, distruzione del tenore di vita reale conseguente all’inondamento arbitrario di liquidità ed alla riduzione delle produzioni, aumento della imposizione fiscale diretta e venir meno della progressività; trasformazione dei mezzi di formazione culturale latu sensu intesi in mezzi d’intrattenimento sensuale) non ha più niente da perdere.

Il (nuovo) nome della pace è sviluppo! e la continua distruzione dell’economia reale (contesto infrastrutturale, welfare, potere di acquisto reale) prodotta dalle politiche liberiste e finanziariste è un’offesa all’appello che fu di Paolo VI.

In generale tutti i leaders del Pd, continuano a parlare di “riforme” tutte centrate sulla deregulation e dunque sull’arretramento del ruolo dello Stato nell’economia, continuando dunque sulla infame strada dello stravolgimento del dettato costituzionale. Con queste riforme essi garantiscono soltanto un’ulteriore accelerazione della svolta reazionaria (consegna delle attività produttive sotto controllo pubblico alle oligarchie finanziatrici sotto gli accattivanti nomi di privatizzazione, liberalizzazione, riforme a vantaggio del cittadino-consumatore; riduzione delle tutele lavorative; tagli alla sanità, al sistema previdenziale ed a quello dell’istruzione) divenuta forte già durante i primi anni ’90, ma le cui radici prime sono riconducibili al periodo che va dall’omicidio Mattei all’omicidio Moro.

Quel quindicennio, in un’immaginaria dinamica parabolica segna la svolta al ribasso – ribasso tuttora in corso e che si concluderà soltanto con la riscoperta della cultura di governo del periodo 1948-1962 – del ciclo rinascimentale post-bellico caratterizzato dalla riscoperta dei principi umanistici di giustizia, libertà (non gli attuali arbitrio dei pochi e intemperanza dei molti) e solidarietà quali manifestazioni più dirette di una cultura per la verità e per l’altro. Il periodo 1948-1962 rappresenta il periodo della storia politico-economica italiana su cui maggiormente ha inciso l’influsso del sistema americano di economia politica, grazie alla magistrale applicazione che ne diede il Presidente Franklin Delano Roosevelt negli Stati Uniti. FDR ispirato dalla cultura per l’altro, ispirato da gli ultimi saranno i primi, rifondò la sbandata economia americana partendo dal forgotten man. Credito pubblico, infrastrutture pubbliche, sostegno all’impresa privata produttiva ed alla ricerca tecnologico-scientifica, lotta alla speculazione finanziaria – in particolare delle grandi famiglie bancarie – fondarono il rilancio dell’economia reale americana.

Il programma liberista e monetarista, grosso modo sostenuto da tutti gli inconsapevoli candidati alla segreteria del Pd, comporterà invece un ulteriore abbassamento del tenore di vita della popolazione. Già con l’attuale Governo di centro-sinistra, lo scoramento nel ceto medio e basso è divenuto tale da cominciare a renderli simpatizzanti di chi dà risposte decisioniste a prescindere. Quando chi si fa portatore delle istanze dei deboli si dimostra un bluff, ecco che per rivalsa si comincia a sostenere chi pare dare risposte immediate e dirette.



Il primo periodo post-bellico pose le basi fondamentali per le conquiste nel campo dei diritti sociali ed in particolare del lavoro, del successivo periodo Mattei-Moro, ma in quello stesso periodo venivano gettati i semi della successiva svolta – oggi definibile come reazionaria – le cui radici culturali però vanno ben oltre il reazionismo. Ribadisco che l’immagine che di quel periodo si deve avere è quella della parte alta, grossomodo orizzontale, di una parabola discendente, come ad essere espressione del contrapporsi di una fase ascendente verticale e di una discendente verticale. Quest’ultima è espressa nel concreto da una cultura edonista-esistenzialista centrata sulla messa in libertà di una sottocultura della voglia che ha prodotto un sistema culturale dove le persone non hanno capacità di opporsi, decidendo, alla progressiva distruzione delle conquiste precedentemente fatte.

La fase che stiamo vivendo, è quella della svolta ribassista dell’immaginaria parabola discendente, entrata in una fase di primaria accelerazione non ancora pienamente manifestatasi. La conclusione di questa fase la si avrà col ritorno di sistemi politici dispotici a cui le porte verranno aperte dall’ulteriore insoddisfazione generata dalle politiche reazionarie che il Pd intende proporre per soddisfare le esigenze dei propri finanziatori.

Ovviamente un processo di tale tipo è visualizzabile solo se si va oltre la facciata di comodo delle generiche dichiarazioni fatte dai leaders.

Coloro che in questo momento si stanno facendo portatori delle istanze di difesa dello Stato sociale non possono essere definiti conservatori nell’accezione negativa del termine, tuttalpiù “difensori statici” delle conquiste prodottesi grazie al processo di ricostruzione 1948-omicidio Moro.

Queste forze di difesa dello Stato sociale se hanno compreso che il tentativo iperliberista, in campo economico e più in generale a livello culturale, del Pd, abbasserà ancor più i tenori di vita della maggioranza della popolazione italiana a solo vantaggio di una sempre più ristretta oligarchia finanziaria (nazionale e soprattutto internazionale), non hanno però compreso quali siano le politiche che impediscono tale scenario.

Abbiamo bisogno di una “difesa dinamica” invece che statica del welfare.

Il presidente Prodi ha parlato di agganciamento alla ripresa dell’economia. Ma a cosa si riferisce? A quella drogata delle borse o a quella dell’economia reale americana ed europea prossime ad implodere? Il presidente Prodi ha avuto anche l’ardire di affermare che ora il problema della quarta settimana non esiste più. Grazie a cosa, all’aumento di 30 euro delle pensioni più basse, oppure allo scoppio autunnale dell’inflazione sui generi alimentari e di prima necessità generato dalle politiche pro-speculative ed anti-produttive di Bce e Fmi?

I leaders del Pd parlano di “crescita” ma si mantengono sui binari della cultura economica che sino a qui ci ha portato nell’ultimo trentennio: liberismo finanziarizzato, nel senso di finanza che domina l’economia ed economia che domina la politica.

Si impone invece un’autentica svolta culturale, politica ed economica che ribalti completamente questo sovversivo ordine degli strumenti a disposizione.

Se non si rimetteranno a fuoco i concetti di verità, di bene comune e di economia fisica la parabola ribassista determinatasi non potrà svoltare al rialzo.

Ecco che allora il sistema culturale deve tornare a radicarsi sul vero e non sul comodo. A questo proposito la corretta utilizzazione dei mass media, ed il coraggio della politica di dire il vero, sono nodali.

Il sistema politico deve tornare ad essere repubblicano e non oligarchico, strumento per il bene comune e non per la soddisfazione dell’interesse di chi finanzia le campagne elettorali. Dunque il vero sovrano deve tornare ad essere il bene del Popolo e non i potenti amici che sostengono la propria carriera politica.

Il sistema economico deve tornare ad essere strumento di emancipazione generalizzata degli uomini dal fare bassamente specializzato ed espressione delle più alte capacità cognitivo-creative che solo l’uomo è in grado di manifestare nell’universo.

In merito a quest’ultimo punto, tale obiettivo può essere raggiunto aumentando la capacità produttiva procapite e per chilometro quadrato, grazie allo sviluppo tecnologico-scientifico, sia nel settore dei generi alimentari che di altro consumo (strumentali e di consumo). Per raggiungere un obiettivo di questo genere non ci si può affidare, alla Sarkozy, “alla maturità ed al senso di responsabilità” di chi può investire, piuttosto ci si deve rimettere allo Stato sovrano che altro non è se non il principale strumento di uomini tra loro coalizzati per migliorare le proprie condizioni economiche e morali. Col ritorno al credito pubblico da destinare ad una costante infrastrutturazione tecnologicamente sempre più avanzata, disponibile a tutti, e alla ricerca tecnologico-scientifica, si hanno tutti gli strumenti per riscoprire ciò che già nel dopoguerra anche in Italia si fece, migliorando le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini.

Il nemico da combattere è il liberismo-monetarista; il modello a cui rifarsi è Franklin Delano Roosevelt e l’odierna applicazione che ne dà il leader americano Lyndon LaRouche. Non è dunque un problema di destra o sinistra, ma di politiche filo-oligarchiche e di politiche repubblicane. I germi del liberismo (o mercatismo, per dirla con Tremonti) e del monetarismo sono presenti in entrambi gli schieramenti dell’arco parlamentare, così come in entrambi gli schieramenti sono presenti gli anticorpi per la svolta. Grazie a LaRouche ed al Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà qui in Italia, le radici per questa svolta sono seminate e passano per il dialogo avviatosi tra il sottosegretario Gianni (Rifondazione comunista), il sottosegretario Lettieri (Margherita) e l’on. Tremonti (Forza Italia).

Claudio Giudici

rappresentante del Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà www.movisol.org



[1] In realtà, uno degli esponenti primari del centro-destra, l’ex ministro Giulio Tremonti, aveva provato a muoversi all’interno delle maglie del monetarismo impostoci dalla normativa comunitaria. Gli espedienti erano stati vari, ma catalogati sotto la definizione sprezzante di “finanza creativa”. In effetti la forma delle iniziative prese dall’on. Tremonti poteva anche essere nominata come “creativa”, ma, se si riesce a comprendere la effettiva e nefasta portata del monetarismo e del liberismo, la direzione sostanziale che con quelle si andava a prendere era sicuramente anti-oligarchica e filo-repubblicana.

[2] Uso non a caso la dizione “ex nihilo” in quanto utilizzata dal premio Nobel per l’economia Maurice Allais riferendosi all’attuale sistema monetario internazionale come fondato, formalmente dal 15 agosto 1971, sull’emissione arbitraria e dal niente di denaro da parte di quei consorzi di banche private che sono le banche centrali. I salvataggi degli istituti di credito operati nei giorni scorsi con l’imperversare dei fallimenti e dei crolli di borsa detonati dalla crisi dei mutui sub-prime, è tutta lì a dimostrare l’affermazione di Allais.

In riferimento al credito pubblico, l’uso della dizione “ex nihilo” è rinvenibile negli scritti della rivista Cronache sociali facente capo al gruppo dei dossettiani alla fine degli anni ’40.

10 agosto 2007

Appello al Presidente Prodi

Presidente Prodi l’amore per il prossimo le impone di abbandonare gli approcci monetaristi della Bce!

Presidente Prodi lei rischia di essere ricordato nella storia del nostro Paese come gli Stati Uniti ricordano il Presidente Hoover. Hoover si ostinò a voler seguire gli approcci economici liberisti che l’attuale agenda si ostina a voler imporre. Sopra di Lei non può esservi alcun istituto politico che non persegua coscientemente il fine del Bene Comune; sopra di Lei vi è solo il Popolo d’Italia e prima ancora la Verità.

Presidente Prodi quello che vi è da fare è tornare quanto prima a riscoprire ed applicare i principi ispiratori della nostra Costituzione della Repubblica. L’oscenità a cui stiamo assistendo è la trasformazione della nostra Costituzione della Repubblica in una costituzione di un’oligarchia.

Se ciò non fosse chiaro, quello che deve fare è rifarsi alla politica economica rooseveltiana così come si rifecero i nostri padri costituenti quando agirono sotto le felici intuizioni di La Pira, Fanfani, Dossetti, Mattei e De Gasperi con le esperienze emblematiche del Piano Case, della Riforma agraria e della Cassa per il Mezzogiorno.

In Italia grazie all’opera del Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà ed all’intervento diretto di Lyndon LaRouche, si è già creato il terreno fertile perché si possa procedere in tale direzione. Politici di primo piano come l’On. Giulio Tremonti, il Sottosegretario Alfonso Gianni ed il Sottosegretario Mario Lettieri rappresentano l’asse portante di un dialogo in concordia che in Italia è già attivo, anche se tenuto nell’ombra.

E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!”

Queste ultime, come avrà intuito, non sono mie parole, ma sono le parole di quel mio grande concittadino d’adozione che fu Giorgio La Pira (lettera a Danilo De Micheli, Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, 26 aprile 1954).

Lei giorni fa ha proposto di vendere le scorte auree del nostro Paese per ridurre il debito pubblico e conseguentemente il peso degli oneri finanziari. Ma Lei si rende conto che sono oramai quarant’anni che ogni Governo italiano riduce il welfare ed aumenta l’imposizione fiscale diretta ed indiretta ed ogni dieci anni avete poi bisogno di vendere parte del patrimonio italiano? Dovete lavorare sulla capacità produttiva del Paese, non sui fattori finanziari!

Promette poi nuove liberalizzazioni per l’autunno. Lei – ed invero insieme a Lei quasi tutto l’arco parlamentare - continua a credere alla storiella delle liberalizzazioni, spacciandole per cosa buona, nonostante non sappiate citare mezzo precedente storico per cui esse aumentarono il benessere generale delle persone, piuttosto che quello di singoli comitati d’interesse (come fatto dalla legge sugli affitti abitativi, l. 431/98, e dal primo decreto Bersani in materia di commercio, d. lgs. 114/98). Perché se sono così utili, in favore della comunità (dunque sia dei lavoratori che dei consumatori), non liberalizzate il sistema bancario? O forse il sistema bancario è già liberalizzato e le liberalizzazioni, agevolando ontologicamente i più forti, stanno dando i risultati che sempre nella storia hanno dato, ossia portano alla creazione di pochissimi e grandissimi mono/oligopoli (sono rimaste di fatto due banche in Italia!)?

Il sistema di economia politica che grande ha fatto gli Stati Uniti, quello di Hamilton, di Carey, di Lincoln, di Franklin Roosevelt, di Kennedy, non insegna a liberalizzare in favore dei grandi interessi, ma piuttosto ad armonizzare in favore dei molteplici interessi in gioco e partendo sempre da quelli più deboli (come il New Deal dimostra).

Lei e la classe dirigente che ci guida siete recidivi nel ripetere errori che dovrebbero essere evidenti ai più, allo stesso modo di colui che imperterrito vuol mantenere uno stile di vita fatto di ozio e vizio e che di anno in anno per fare ciò è costretto a svendere il patrimonio di famiglia.

Mentre Lei ed il Ministro Padoa Schioppa Vi ostinate a stare dietro alle favole della Bce, quest’ultima si cimenta in immissioni arbitrarie di liquidità nel mercato. Gli oltre 94 miliardi di euro iniettati in questi giorni nel mercato – a cui se ne aggiungono altri 61 miliardi mentre scrivo e la borsa crolla – a cosa serviranno? Per creare posti di lavoro produttivi, migliorare il sistema ferro-stradale, quello energetico, quello sanitario, quello scolastico, quello della sicurezza, oppure ad impedire che il casinò creato dall’oligarchia finanziaria, dal sistema bancario e dall’accondiscendente classe politica, in dispregio dei doveri costituzionalmente imposti, crolli? La nuova liquidità immessa nel mercato – come anche i profani in cose economiche comprenderanno – genererà, quella sì!, inflazione. Se la Bce si permette di inondare il mercato di liquidità per tenere in vita il casinò creato dalle banche private da cui dipende, perché non fa la stessa cosa Lei, ricorrendo al credito pubblico – le banche che hanno finanziato il debito pubblico possono attendere, e nel frattempo l’Italia tornerà ad essere un paese produttivo senza bisogno di tassare sempre più e tagliare lo stato sociale – però indirizzandolo strategicamente verso i settori produttivi invece che lasciarlo al geniale ‘libero mercato’ che continuerà a destinarlo ai settori speculativi?

Presidente Prodi, tutto ciò Le viene imposto dalla Verità di cui quel principio supremo che ci è stato insegnato, ama il prossimo tuo come te stesso, non è altro che la più diretta manifestazione.

Claudio Giudici

Rappresentante del Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà

www.movisol.org

16 giugno 2007

Tavola rotonda: il futuro dell'economia: mercatismo o New Deal? LaRouche, Gianni, Tremonti

Discorso di Lyndon LaRouche

Poiché abbiamo poco tempo a disposizione, mi limiterò a tre punti essenziali e a qualche commento su di essi, per poi concludere.
Prima di tutto, il sistema mondiale, nella sua forma attuale, è in bancarotta irrimediabile. Non ci sarà mai una ripresa dell'attuale sistema monetario-finanziario internazionale; solo un nuovo sistema potrebbe farcela. E solo con un nuovo sistema l'Europa, gli Stati Uniti o il mondo intero potrebbero sopravvivere.
Non è mai possibile fare una proiezione matematica precisa della data di un collasso finanziario inevitabile, perché ci sono diversi atti di libero arbitrio che possono cambiare il corso della storia, che peggiorano una situazione già precaria, come modo di impedire il collasso. Cioè, se si vole impedire un collasso che è intrinsecamente inevitabile, il miglior modo di farlo è fare qualcosa che peggiori il sistema, come è stato fatto nel 1987 quando ci fu, in effetti, un crollo alla 1929.
Per esempio, gli Stati Uniti sono attualmente ingovernabili. Con lo stesso metro di misura, anche ogni governo in Europa centrale e occidentale è ingovernabile, perché la forza dominante nel mondo oggi è tipicizzata dagli hedge funds. Fin quando si permetterà agli hedge funds di operare, in quella che è in gran parte un'operazione britannica gestita da posti come le isole Cayman, non si potrà determinare il destino di alcuna nazione, in termini di questo collasso.
La situazione è paragonabile a quella dell'Europa nel mezzo del XIV secolo, quando la casa dei Bardi crollò in una bancarotta senza speranza. L'unica soluzione è stabilire un nuovo sistema monetario.
Ora, si dà il caso che tutti i sistemi europei sono sistemi monetari, ed essi non funzionano veramente in un caso come questo. Il tentativo di stabilire una qualsiasi forma di economia basata su un sistema di denaro, dove il denaro sia indipendente dal governo, è impossibile. Dal 1971-72, il mondo è gestito dal denaro, e non il mondo del denaro dai governi. Così, la soluzione, nel caso degli Stati Uniti, si trova nella nostra storia: gli Stati Uniti sono un sistema di credito, non un sistema monetario. La costituzione degli Stati Uniti afferma che il denaro è prerogativa del Congresso. Poi, l'emissione monetaria è usata come forma di credito, che può essere usato per sostenere un sistema bancario. Questo è essenzialmente l'approccio che Franklin Roosevelt adottò nel marzo 1933, quando si insediò, dopo che l'economia USA era crollata di un terzo come risultato della depressione di Hoover, che fu il risultato dell'intera politica degli anni Venti.
Sotto Roosevelt, come avevano fatto altri presidenti che operavano in questo modo, la funzione principale del credito governativo, e cioè debito dello stato usato come credito, era stata quella di promuovere sia gli investimenti in grande scala nello sviluppo delle infrastrutture a lungo termine, che certe categorie di investimenti nel settore privato. L'altro aspetto essenziale dell'economia americana, in modo che il denaro funzioni, è un'economia regolata. Non si permette che la fluttuazione del denaro in libera circolazione determini il valore. Si usano varie forme di regolamentazione, compresi i dazi e cose simili, per mantenere la moneta in un rapporto razionale di valori con l'economia nel suo insieme.
Una delle cose ovvie è che non si può gestire un'economia nazionale se il tasso di sconto sale al di sopra dell'1,5-2%. Oltre quel limite si tende a generare inflazione a lungo termine. E quando c'è inflazione, il valore del denaro e di tutto il resto va all'inferno. Perché, quando si presta il denaro, se lo si fa ad un tasso fisso che la gente può permettersi di ripagare, o in modo che sia vantaggioso per l'economia, bisogna impedire che l'inflazione superi il costo del debito, altrimenti si pone un blocco alla crescita dell'economia. Nel caso degli Stati Uniti, in particolare, constatammo che occorre avere un sistema monetario a tassi di cambio fissi, altrimenti non si possono evitare gli effetti delle fluttuazioni sul commercio internazionale.
Furono compiuti molti errori dopo la morte di Roosevelt, nel modo in cui fu gestito il sistema monetario degli Stati Uniti. In breve, lo scopo di Roosevelt era stato prendere ciò che gli Stati Uniti avevano sviluppato, come il più grande sistema economico che il mondo avesse conosciuto ed estenderlo per sviluppare il resto del pianeta.
In condizioni di guerra il sistema fu usato per costruire una macchina bellica, perché bisognava sconfiggere Hitler. Ma un'economia di guerra non è una buona economia; essa non produce valore netto in termini di ciò che viene speso. Ma ciò che facemmo negli Stati Uniti, come parte di tutto ciò che Roosevelt fece fino alla fine della guerra, fu costruire la più grande macchina produttiva che il mondo avesse mai visto. Roosevelt intendeva usare la macchina bellica, con la sua produttività, e convertirla per usi nazionali e internazionali, per ricostruire un mondo in macerie.
Quando Roosevelt morì, Truman, che era un fantoccio degli inglesi, iniziò un conflitto con l'Unione Sovietica. Questo produsse di nuovo una situazione di economia di guerra, che impose una tassa sul mondo e creò molti altri problemi. Allo stesso tempo, da Londra fu creato un vero e proprio movimento fascista negli Stati Uniti, che Eisenhower chiamò il “complesso militare-industriale”. Nonostante questi problemi e gli errori che li causarono, fino all'assassinio di Kennedy, nell'intero periodo che va dalla fine della guerra alla morte di Kennedy, l'economia USA e il sistema USA funzionarono. Dalla morte di Kennedy e con l'inizio della lunga guerra in Indocina, che ci rovinò, gli Stati Uniti e il sistema mondiale iniziarono a decadere, sotto l'impatto della guerra e dell'ascesa dei “sessantottini”. E con la decisione di Nixon e, più specificamente, George Shultz, nel 1971-72, di creare il sistema di cambi fluttuanti, l'economia nel suo insieme si è incamminata verso l'inferno.
Nell'ottobre 1987 abbiamo vissuto l'equivalente di un crac alla 1929 nel mercato azionario. Fu presa la decisione, tipica di Greenspan, di passare ad un sistema selvaggiamente speculativo, che ha rovinato l'economia mondiale e ci ha portato da una situazione depressiva, che esisteva nel 1987, ad una crisi da collasso dell'intero sistema mondiale, che è lo stato attuale delle cose. Nell'intero periodo, prendendo in considerazione l'effetto delle spese per la guerra in Vietnam, sotto il sistema di cambi fluttuanti, c'è stato anche un processo politico identificato con il fenomeno dei sessantottini, che è in realtà il passaggio da un'economia produttiva ad un'economia puramente speculativa. Le forze produttive del lavoro, fisicamente, pro capite e per chilometro quadro, sono state progressivamente schiacciate, e lo stesso è avvenuto all'infrastruttura in gran parte del mondo.
Nonostante i progressi, l'India e la Cina sono in realtà dei fallimenti a lungo termine. Queste sono società sul modello asiatico, in cui l'80% della popolazione viene trattato quasi alla stregua delle bestie. In entrambi i casi, ci sono aumenti nella fascia del 20% superiore del reddito familiare, che comprende uno strato di super-ricchi al suo interno, ma la fascia inferiore dell'80% è diminuita di valore perfino in rapporto ai cosiddetti miglioramenti e vantaggi di quelle economie sul mercato internazionale.

C'è una via d'uscita

Dunque, ci sono due cose ora, che indicherò come soluzioni o parziali soluzioni all'attuale stato delle cose; in primo luogo, ho proposto che i governi degli Stati Uniti, di Russia, Cina e India formino un blocco iniziale per stabilire accordi per un nuovo sistema monetario internazionale. E io raccomando ciò, perché questi tre partners degli USA sono le sole tre nazioni abbastanza potenti, in termini della loro indipendenza, che probabimente appoggerebbero tale iniziativa. Comunque, se queste tre potenze si accordano per iniziare tale proposta, essa funzionerà. E io ho spiegato bene questa proposta sia alla popolazione degli USA che agli altri tre governi.
Poi abbiamo compiuto un passo successivo, come parte della mia recente visita a Mosca. Alcuni anni fa, mia moglie Helga, nell'espandere la definizione dello sviluppo del Ponte Eurasiatico come un sistema di trasporti e linee di sviluppo, ebbe una discussione in Giappone con un amico che faceva parte del gruppo Mitsubishi; esaminammo i loro suggerimenti per il Ponte Eurasiatico, il sistema di tunnel e ponti dalla Siberia all'Alaska che sarebbe diventato la base per un sistema di collegamenti mondiale, che io preferirei basato sulla tecnologia della levitazione magnetica piuttosto che sui sistemi di rotaia a frizione.
Ora, questo è necessario se si pensa alla condizione della popolazione in Cina, India e altri paesi asiatici. Questi paesi ora sono inerentemente instabili, nonostante l'apparenza del successo. La massa dei poveri in questi paesi è una bomba a orologeria politico-economica. Senza qualche programma di sviluppo su larga scala non si può fare molto per loro. Ci sono, nella parte settentrionale dell'Asia, vaste risorse nel sottosuolo: in un ambiente ad alta tecnologia, che richiede un sistema di trasporti, si può, con tecnologie che conosciamo e capacità già disponibili, sviluppare queste aree come fonti di materie prime che risponderanno a questa esigenza.
Helga ed io, nel corso degli anni, abbiamo fatto diversi approcci verso la Russia, sostenendo questa politica, cioè la politica di sviluppo della Siberia. In Russia c'è stata recentemente una conferenza, alla quale sono intervenuto con un messaggio, che adottato questa politica, con predicati molto specifici. L'intenzione è quella di costruire un collegamento di tipo ferroviario che va dall'Eurasia alle Americhe, e naturalmente prenderebbe anche la via dell'Africa, per creare un sistema di trasporti mondiali che sia una rete per lo sviluppo globale. Il governo del Presidente Vladimir Putin ha recentemente indicato il proprio sostegno per questa proposta, e sta compiendo approcci nei confronti degli Stati Uniti su questo tema. Mi è stato riferito, benchè non sia stato confermato, che Putin ne parlerà al vertice del G8 attualmente in corso. Questo è il tipo di mondo in cui viviamo. Possiamo sottoporre il sistema monetario-finanziario ad una riorganizzazione, a patto che abbiamo specifiche proposte motivanti che la facciano funzionare. Altrimenti, la prospettiva per il pianeta, senza tali proposte, sarebbe il precoce arrivo di un'epoca buia.

Discorso di Alfonso Gianni (sottosegretario allo sviluppo economico)

Un po' rapidamente perché so poi che l'autorevole collega Tremonti ha un impegno televisivo e quindi alle venti ci deve lasciare. Io sono d'accordo su molte cose, ovviamente non su tutte, che ha introdotto nella nostra discussione Lyndon LaRouche. In particolare sull'impianto storico-analitico, vorrei brevemente ricordare.

A mio avviso, effettivamente a metà degli anni Settanta è intervenuta quella che io chiamerei, prendendo a prestito l'espressione di Karl Polani, la seconda grande trasformazione del sistema capitalistico moderno. La quale a mio avviso ruota attorno (e qui mi distinguo ovviamente un po' da LaRouche) a tre grandi, enormi fenomeni che hanno avuto nel corso dell'ultimo quarto di secolo e all'inizio di quello attuale, un'influenza enorme.

Il primo è indubbiamente la decisione assunta il 15 agosto, se la memoria non mi falla, del 1971 della non-convertibilità del dollaro in oro da parte di Richard Nixon, la quale ha sconvolto gli assetti monetari internazionali che il mondo si era dato con Bretton Woods e dopo la seconda guerra mondiale. Da lì la spinta alla finanziarizzazione, alla volatilità dei capitali e al loro disancoramento dalla produzione materiale è stata davvero molto, molto forte. Il sistema internazionale è diventato un sistema di debiti e di crediti. C'è una bella espressione di uno studioso francese che io amo molto, Marc Bloch, che definisce il sistema capitalistico un sistema dove i debiti sono inesigibili perché non converrebbe a nessuno tracciare una riga e chiedere il saldo perché alcuni sistemi crollerebbero, e probabilmente crollerebbe il sistema mondiale.

Il secondo grande avvenimento, che invece mi pare che LaRouche sottovaluti, è lo choc petrolifero cosiddetto, che ha fatto emergere un protagonismo al livello mondiale dei paesi produttori di petrolio e che è all'origine di molti problemi attuali, ma che ha anche introdotto nell'Occidente, e questo per me è un fenomeno positivo e non negativo, un concetto di limite alle possibilità dello sviluppo puramente quantitativo.

Il terzo grande avvenimento, che però per chi parla è l'avvenimento fondamentale, è l'elemento dominante e caratterizzante della globalizzazione capitalistica attuale - e dico attuale perché di globalizzazioni ne abbiamo avute più d'una. Pensiamo a quella antecedente la prima guerra mondiale, e antecedente alla rivoluzione sovietica che ha spezzato l'unicità del sistema capitalistico mondiale; diciamo la globalizzazione post-'75 e soprattutto post-'89 è caratterizzata da un fenomeno diciamo così più di fondo e cioè la trasformazione a mio avviso del paradigma produttivo, quello che gli studiosi di imprese industriali chiamano il passaggio dal fordismo, cioè dalla produzione di massa attraverso la catena di montaggio al post-fordismo che alcuni individuano nell'esperienza giapponese del Toyotismo, e comunque al “just in time”, alla produzione focalizzata sulla domanda specifica di mercato, e a una (questo è il punto essenziale) articolazione produttiva al livello mondiale. Se io dovessi dire che cos'è la globalizzazione attuale rispetto a quella analizzata da Lenin o da Hilferding nei primi quindici anni del '900, direi che è l'articolazione produttiva. Cioè, le grandi imprese, a cominciare da quelle tecnologicamente sviluppate, hanno un centro pensante, un corpo organizzativo in una determinata parte del mondo, che non sempre coincide con gli Stati Uniti d'America, anche se prevalentemente, e poi hanno un'articolazione produttiva su tutto il pianeta con la con sequenza di poter applicare diversi regimi salariali e diverse modalità di estrazione di quello che noi marxisti accaniti continuiamo a chiamare plusvalore.

Queste tre sono le caratteristiche dominanti della globalizzazione mondiale. Ora per quanto possa sembrare paradossale, io non propongo di cominciare solamente per modificare la situazione dall'intervento sulle modalità della produzione, dei mezzi di produzione. Propongo che si intervenga su tutti e tre i fronti, a livello mondiale. Da un lato la democratizzazione delle relazioni e dei rapporti di produzione, con la possibile generalizzazione dei diritti nel mondo del lavoro a livello mondiale. Dall'altro lato, e questa è la differenza evidente con LaRouche, mettere a valore la tutela dell'ambiente come motore un nuovo tipo di sviluppo economico e non semplicemente come limite allo sviluppo economico; e la terza questione è un nuovo ordine economico internazionale. Su questo mi pare che siamo d'accordo.

Che cosa penso? Penso sostanzialmente questo: l'altro giorno l'unico quotidiano che mi fornisce degli elementi di novità, Il Sole 24 Ore, non a caso quello del campo avversario (bisogna leggere i giornali degli altri, perché i propri sono solamente consolatori) riportava un brillante articolo di Platero sulle contraddizioni degli istituti economici internazionali. Per esempio ricordava che il potente Fondo Monetario Internazionale ha erogato nell'anno passato uno stock di crediti pari a quindici miliardi di dollari. Sette anni fa la cifra complessiva era di settanta/ottanta miliardi di dollari, a fronte di una dotazione di cento miliardi di dollari. Va tenuto presente che le riserve presenti in Cina sono stimate attorno a mille duecento miliardi di dollari. Quindi le riserve monetarie cinesi hanno ovviamente una quantità soverchiante rispetto alla disponibilità del Fondo Monetario Internazionale. Allo stesso tempo la Banca Mondiale soffre della concorrenza che subisce da parte delle banche private per quanto riguarda il finanziamento di progetti, per esempio progetti infrastrutturali, di sviluppo, nei paesi emergenti cosiddetti in via di sviluppo o che comunque sono in grado di offrire una mercato favorevole. Quindi malgrado l'ambizione e a volte la prepotenza, come giustamente ci ha insegnato Stieglitz, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, questi organismi conoscono una crisi, così come conosce una crisi l'attuale fase della globalizzazione.

Bisogna quindi pensare, ed è il momento di farlo, a nuove soluzioni. In sostanza, anche se il discorso potrà apparire molto teorico, io penso a un recupero del modello keynesiano nella sua, direi, interezza. Sia per ciò che riguarda il concetto di intervento pubblico nell'economia, sia per ciò che riguarda la difesa dello sviluppo del “welfare state”, che in Europa è stato qualcosa di diverso storicamente che semplicemente la soluzione ai problemi della sopravvivenza, della riproduzione della forza lavoro, perché è stato un modo specifico di produzione diverso tanto dal modo specifico inteso in senso stretto di produzione capitalistico quanto dai sistemi di socialismo reale. E' stato un modo di produzione statuale. E infatti è sottoposto in tutto il mondo da parte della finanza privata, dai hedge funds fino ai fondi pensione, a un tentativo di smantellamento e di appropriazione, che non è un fenomeno di liberalizzazione come crede il mio amico Tremonti, che quindi è un miglioramento della concorrenza e delle chance per i cittadini, ma è segnatamente una soverchiamento della finanza sulla politica economica degli stati e sull'economia reale, almeno come quadro di carattere generale.
Allora io penso che anche per quanto riguarda i termini monetari, la riflessione keynesiana ci torni utile. Se non ricordo male, anche se non ricordo esattamente il titolo in inglese in questo momento, è nel 1942 che John Maynard Keynes elabora una teoria che chiamò Bancor sulla moneta universale. Si è rivelata finora un'utopia, la moneta universale non c'è mai stata. Le quattro monete fondamentali, se non erro, sono lo yen, il dollaro, la sterlina e l'Euro, in cui avvengono le transazioni internazionali. Se noi potessimo pensare di fare rivivere concretamente quell'idea di creare un grande fondo mondiale, un fondo di riserva, nel quale versano i vari paesi (non solamente i quattro citati da Lyndon LaRouche, l'Europa sarebbe fuori, se le sorti della modificazione del sistema monetario dipendesse solamente dagli Stati Uniti d'America, dall'India, dalla Cina e dalla Russia). Credo che l'Europa debba avere come sistema collettivo un suo ruolo importante, se ha il coraggio di diventare da soggetto commerciale come finora è solamente stata soggetto politico e soggetto di iniziativa nel campo della politica economica mondiale, un sistema di riserva in modo tale da poter versare dei fondi e riceverli in moneta universale e riusarli nei periodi di crisi, nei periodi di transizione per fornire una sorta di cuscinetto che possa mettere il mondo al riparo da crolli, da crac e da grandi tragedie finanziarie.

Può sembrare strano che uno come me che, voglio dire, si ritiene nel campo del pensiero marxista, voglia evitare il crollo del capitalismo, però effettivamente, visto che i marxisti nel '900 hanno spesso discusso attorno al crollo del capitalismo e questo non si è mai realizzato, perché vi sono state varie crisi, profondissime, quella del '29, quella del '87, quella del '97 per quanto riguarda i paesi del capitalismo emergente nel sudest asiatico, ma poi il capitalismo si è sempre ricostruito sapendosi modificare, io penso che noi dobbiamo abbandonare questa attesa messianica del crollo del capitalismo e pensare, come delle vecchie talpe, ad un superamento dal suo interno, spezzando le logiche ademocratiche e incontrollabili che governano la finanza mondiale, ponendosi il problema di un sistema di regole monetarie e finanziarie in cui la democrazia e il peso dei paesi reali torni ad essere valido.
Ci sarebbe un lungo discorso da fare ma lascio la parola a Tremonti, altrimenti comincia ad agitarsi perché deve andare a Otto e mezzo, dicendo solamente che ne parleremo la prossima volta, se volessimo entrare nel merito di una possibile riforma e superamento del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e del funzionamento delle stesse Nazioni Uniti, sono perfettamente disponibile. Dobbiamo però pensare al mondo non sostituendo semplicemente un'unica grande potenza con un numero più largo ma pur sempre limitato di grandi potenze ma di fare pesare, ed è questa la creatività che dobbiamo mettere nel pensare un sistema democratico mondiale, tutti i popoli, tutti i governi, possibilmente creando una camera di compensazione e di soluzione dialettica degli inevitabili conflitti senza che i conflitti si traducano in una tragedia. E in un mondo dominato dalle potenze militari, evitare le tragedie è fondamentale per la vita delle persone e per la sopravvivenza delle stesse classi in lotta, come già ebbe a dire il buon e vecchio Marx nel lontano manifesto del Partito Comunista, frase molto travisata da tutti ma il cui valore la cui valenza si comincia a comprendere oggi.

Discorso di Giulio Tremonti (ex Ministro dell'Economia)

Grazie, la macchina scenica e dialettica della politica ci offre molte occasioni di scontro, e poche occasioni di incontro. Per questo grazie, è sempre importante sentire le idee degli altri. È interessante sentire le idee di LaRouche, è interessante sentire le idee di Gianni, soprattutto quando Gianni esprime le sue idee e non le mie. Cosa posso dire in pochi minuti? Primo: della rivista di LaRouche, io ho sempre apprezzato la profondità delle visioni, la suggestione delle visioni, e anche la cifra storica. Non è frequente leggere documenti che tracciano degli scenari di lungo respiro, di grande dimensione, ne abbiamo ascoltato qua un saggio. Non è frequente leggere documenti in cui trovi importanti citazioni della storia - fondamentalmente europea, perché fino a qualche secolo fa la storia era europea e non americana.

LaRouche ha iniziato citando la grande crisi di qualche secolo fa in Europa, e ne ha derivato delle similitudini, e delle prospettive. Poi ho sentito Gianni. Io la vedo così. Primo, sicuramente viviamo in un tempo non banale. Viviamo in un tempo che sotto l'apparenza del continuum della normalità, in realtà ci fa vedere dei segni di rottura, di potenziale crisi, di drammatica trasformazione. Non concordo - ma credo che sia qui abbastanza marginale - non concordo sulla ricostruzione storica. Io ho espresso una visione un po' diversa nei miei scritti, nei miei libri. Io credo che le trasformazioni intervenute nel mondo siano meno riferite agli anni Settanta, e più riferite alla fine degli anni Ottanta. La caduta del sistema politico che bloccava il mondo, l'avvento del computer, le trasformazioni che conseguentemente intervengono nella struttura e nella dislocazione della ricchezza.

Io ricordo, delle cose che ho scritto, quella che mi è più cara è un articolo, un fondo per il Corriere della Sera nel luglio del 1989. Era l'anno bicentenario della rivoluzione francese e il mio articolo era più o meno così: come l'89 fu l'anno di avvento della costruzione della macchina politica dello stato nazionale, così questo sarà l'anno di avvio, simbolico (tenete conto che luglio viene prima di novembre, e quindi era prima della caduta del muro di Berlino) sarà l'anno dell'avvio di rivoluzioni extraparlamentari, prodotte da una cascata di fenomeni connessi alla struttura della ricchezza. La crisi dello stato nazione che perde il monopolio della ricchezza. Un tempo lo stato nazione controllando il territorio controllava la ricchezza, controllando la ricchezza esercitava la forza politica, aveva il monopolio della legge, della tassazione, della giustizia. Quando la ricchezza è dematerializzata, finanziarizzata si spezza l'antica catena fondamentale politica: stato, territorio, ricchezza. Lo stato resta a controllare il territorio, ma non controllando più la ricchezza, perde forza. Questo processo in Europa continentale è accelerato dalla costruzione dell'Europa,. Io considero più rilevante come data il '94, quando fu fatto il WTO, ho scritto anche un libro in cui metto per anni: 5 anni dall'89 al '94, cinque anni dal '94 al '99/2000, e le varie meccaniche di reazione e di sviluppo. Insomma, certo viviamo in una fase, se posso dare un'immagine, è come il vecchio ordine europeo che si rompe con l'avvento degli spazi atlantici e l'età barocca viene detta mundis furiosis, così noi viviamo in una fase in cui il vecchio ordine, in qualche modo rotto da strutture e da fatti che lo sovrastano, e la visione, la gestione, di quello che ci arriva e che vediamo è oggettivamente abbastanza problematica.
Non condivido, e credo ci sia, come dire, anche lo spazio anche per visioni meno catastrofiche, più ottimiste, che gli strumenti che si possono mettere in campo sono magari anche diversi da quelli che sono stati prospettati, ma ci accomuna l'idea che viviamo, ripeto, in un mondo non normale, non banale, con delle mutazioni in atto e degli effetti che vedremo.

Come posso concludere? Cercando anche degli elementi di, come dire, non di identità, ma di comune possibile visione. Io ho sempre pensato che fosse giusta la formula “market if possible, government if necessary”. Questo esclude la qualifica dogmatica che mi ha appena fatto Gianni, del tipo “tu credi a…” Io credo che empiricamente siano possibili delle combinazioni che siano fuori dagli schematismi e delle combinazioni che siano fuori dalla cultura attualmente dominante che io mi sono permesso di definire mercatista, intendendo il mercatismo come la sintesi degli elementi peggiori del liberalismo e del comunismo. Faccio un esempio, ne faccio due, di politiche che potrebbero essere messe in campo in questa logica. La vera difficoltà è soprattutto culturale, cioè, tu devi battere degli ostacoli che non sono fisici, non sono economici, sono mentali. I veri ostacoli che incontri nell'affermare delle idee relativamente nuove non sono ostacoli fisici, sono ostacoli ideologici. Il blocco mentale dominante, la cultura dominante, e faccio due esempi. Nel 2003, durante il semestre di presidenza italiana dell'Europa, ho fatto la proposta di una nuova edizione del vecchio piano Delors. Il piano Delors prevedeva emissioni di debito europeo per finanziare infrastrutture europee. Alla metà degli anni Novanta, quando l'idea viene presentata incontra dei limiti culturali e degli ostacoli. Quando l'ho ripresentata nel 2003, gli ostacoli sono stati diversi nei contenuti ma simili nel filone culturale. Io ricordo che l'obiezione più intelligente me la fece Gordon Brown, che disse - allora era il Cancelliere dello Schacchiere inglese - disse “nice” interessante, però emettere Eurobond vuol dire Euro-budget; Euro-budget vuol dire Euro superstate. No, grazie. Quindi, una negazione politica. La posizione del suo paese era diversa rispetto a quella di una costruzione politica europea.

La reazione opposta fu quella, e devo dire meno apprezzabile, meno condivisibile, fu quella opposta da altri grandi paesi dell'Europa continentale, che era essenzialmente monetaria, bancaria, del tipo “non vogliamo il debito pubblico, europeo o nazionale” comunque no a maggiore debito pubblico. La mia risposta fu, gli Stati Uniti d'America cominciano nel loro tragitto politico con il debito pubblico; Hamilton. Hamilton presenta il debito pubblico americano come base di costruzione della unione politica. Quindi cercavo di dire: non sto prospettando un'operazione finanziaria, sto prospettando un'operazione politica. L'emissione di Eurobonds potrebbe finanziare dei piani europei che producono non tanto leva finanziaria, quanto identità politica dell'Europa.

La risposta fu tipica del banchiere centrale o della persona d'economia, del tipo, la contrarietà in assoluto. A prescindere dalle quantità, se fate caso, fu la spaventosa forza monetaria dell'Euro, con la credibilità e il peso che ha il sistema monetario europeo, l'emissione di cinquanta miliardi, quanto servirebbe per esempio a finanziare l'agenda di Lisbona, è in realtà marginale, non rilevante in termini economici. Io cercavo di dire, è arrivato il momento di estrarre il dividendo di Maastricht. La reazione fu in assoluto negativa, cioè il rifiuto di entrare su uno schema culturale che era, come lo possiamo definire, Keynesiano? Delors si riconosceva in una filosofia politica keynesiana. Io assolutamente continuo a riconoscermi in quella via. L'alternativa fu non di second best. Forse second ma non best, fu un piano, Action Plan for Growth, che certo era in qualche modo garantito in parte dagli stati, arrangiato dalla Banca Europea degli Investimenti, ma fondamentalmente privo dello spirito protettivo. Per inciso non so neanche se è andato avanti l'Action Plan, se è arrivato a finanziare alcune grandi infrastrutture.
Secondo punto. Non so se risponde alla visione dominante in Italia, ma nel '95, l'anno dopo la fondazione del WTO ho scritto un libro intitolato “Il fantasma della povertà”. I capitali escono dall'Occidente, vanno in Asia alla ricerca di mano d'opera a basso costo, l'Europa importa povertà; importa povertà perché le nostre antiche aristocrazie operaie, i nostri salariati, avranno salari e stipendi livellati sull'Oriente, ma il costo della vita resterà quello occidentale. E la mia idea era grandi investimenti in capitale umano, le cosiddette tre i, e l' uso per esempio per la formazione della RAI. Non puoi competere con la Cina sulla forza delle braccia, devi competere con altri investimenti, pubblici, l'uso politico, pubblico, per la formazione della RAI, che è uno strumento fondamentale.

Un'altra cosa che ho cercato di presentare successivamente fu, vedendo quello che succedeva nel nostro paese dopo il 2001, era l'idea di introdurre, nel rispetto del WTO, nel rispetto delle regole europee, dazi e quote. Non per fermare il mondo, non per mettersi fuori dal mondo, ma per guadagnare un po' di tempo per riconvertirci. Io ricordo, e devo dire, che l'idea dei dazi e delle quote fu assolutamente fulminata da tutta la classe dirigente e anche dalla classe politica italiana. Io francamente non mi aspettavo solidarietà dalla sinistra, ma francamente non mi aspettavo quel grado di ostilità ad un'idea che invece mi sembrava in qualche modo ragionevole. Noto che adesso nel sistema culturale, nel circuito culturale del partito democratico americano, si parla di dazi e di quote. Può essere un'idea giusta o sbagliata, ma non puoi demonizzarla a priori e perché.

Allora, come concludere, ricordo che la prima volta che mi colpì LaRouche fu con un documento che parlava della grande infrastruttura eurasiatica, e dissi: magari è impossibile farla, magari è la visione di un matto, ma di solito anche sulle visioni del matto cammina la storia. E devo dire che in effetti, in un età in cui il ruolo dei governi è fortemente limitato oltre il necessario, in cui c'è un eccesso di adorazione simbolica per la ricchezza intangible, finanziaria, immateriale, è necessaria una limitata considerazione per elementi che sono comunque fondamentali, come le infrastrutture materiali. Io sono convinto del fatto che idee di quel tipo, le vostre idee, devono circolare. Il fatto che ne parliamo da lati politici diversi, comunque ne parliamo con una logica non negativa a priori, non fanatica, è certamente molto positivo. Grazie.

Tratto da www.movisol.org

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