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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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29 dicembre 2010

La neve svela che il re è nudo … e gli fa un gran freddo!

 

Le precipitazioni nevose che si stanno verificando un po' in tutta Europa, ripetono quanto già verificatosi in modo evidente negli inverni 2007/2008 e 2009/2010. Non deve sorprendere, perché in realtà il micro-ciclo del riscaldamento globale avutosi nel periodo 1975-98 (+0,6°) si è naturalmente e regolarmente esaurito all'interno dei sovra-cicli freddi, per influenza dei cicli astronomici. Così a dispetto della apocalittica campagna contro-culturale hollywoodiana, propinata persino nelle scuole, e funzionale a gestire interessi geo-politici, anche l'evidenza dei sensi si allinea alla vera scienza.

Tuttavia la neve di questi giorni ci svela anche – se non fosse già abbastanza evidente – lo stato di collasso dell'attuale modello economico liberista e monetarista della globalizzazione. Capace di alimentare salvataggi finanziari per quadrilioni di dollari, attraverso forme di garanzia statale, questo modello rende le autorità pubbliche incapaci di rispondere adeguatamente anche alle prevedibili e previste nevi cittadine. A parte i casi più eclatanti di vera e propria disorganizzazione amministrativa (come nel caso di Firenze, dove un'intera città è stata – per la gioia degli ambientalisti – pedonalizzata da Madre Terra Gaia, e i cittadini sono stati costretti ad incamminarsi a piedi anche per decine di chilometri verso le loro case, abbandonando le auto ai bordi delle strade), nell'intero Primo mondo si registrano difficoltà di risposta amministrativa, dovuti in primo luogo all'assenza di fondi. Se il processo di progressivo indebitamento delle pubbliche amministrazioni è in atto oramai da decenni, avviato dalla trasformazione delle economie da industriali a terziarizzate, l'accelerazione della crisi finanziaria globale del 2008 ha “improvvisamente” privato le casse pubbliche delle risorse necessarie per assolvere a quelle spese che seppur eccezionali, rientrano comunque nell'ordinaria amministrazione della cosa pubblica. E nella tendenza finanziarista rientra purtroppo anche l'immorale ed incosciente gioco d'azzardo a cui si sono abbandonati gli amministratori pubblici attraverso l'esposizione in finanza derivata, dove si sono registrate perdite nell'80% dei contratti conclusi. Così, manca il sale da spargere sulle strade, mancano le catene da neve per i mezzi pubblici e di soccorso, manca il personale di riserva per assolvere ai casi eccezionali, ma ancor più manca il complessivo sviluppo della piattaforma economica (infrastrutture, organizzazione delle dinamiche della civitas), non più funzionale a rispondere alle esigenze di sviluppo delle popolazioni.

All'interno della logica del just in time, dei progressivi tagli alla spesa privata e pubblica (inevitabile in un modello economico che privilegia gli interessi finanziari e non quelli produttivi), delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, l'intero (dis)ordine finanziario e monetario a cambi fluttuanti sovrasta le economie nazionali, impedendo l'avvio di nuove fasi di sviluppo dell'economia fisica.

In questo contesto, l'Eurosistema gioca un ruolo perverso e storicamente infondato: esso pretende l'avvio di una nuova fase di sviluppo, imponendo ai Paesi membri medesime politiche monetarie nonostante realtà fisico-economiche profondamente diverse: cos'hanno a che fare Germania e Francia con il Portogallo e la Grecia? Così, nel tentativo di omogeneizzare realtà finanziarie eterogenee, il “Patto di stabilità” impone una controproducente azione sul livello dei bilanci statali, di modo da creare una proporzionalità tra prodotto interno lordo nazionale e posizioni debitorie; conseguentemente le economie più deboli, che per rafforzare l'economia reale avrebbero bisogno di maggiori interventi ad alta intensità di capitale e tecnologia (dunque di aumentare la spesa e non di contrarla), sono invece quelle che si impoveriscono con un maggior tasso di accelerazione. Infatti oggi, dopo circa 18 anni di vita del “Patto di stabilità”, i Paesi membri dell'UE, si ritrovano i parametri a livelli uguali o superiori rispetto a quelli con cui avviarono la loro esperienza “risanatrice” e di “sviluppo” e con l'aggravio del tessuto dell'economia reale profondamente impoverito (contrazione del welfare, perdita di cespiti produttivi, vetustà delle infrastrutture).

Così, il re è nudo, la neve ce lo ribadisce, la gente lo capisce sempre più, ma resta in attesa che la classe politica dirigente si organizzi e faccia qualcosa per rivestirlo.

Ricordiamo la nostra ricetta, la ricetta larouchiana: 1) una riorganizzazione fallimentare ordinata dell'intero sistema finanziario internazionale; 2) un nuovo ordine monetario a cambi fissi; 3) il lancio di linee di credito garantite dagli Stati, a basso tasso d'interesse ed a lunga scadenza per finanziare 4) progetti infrastrutturali ad alto impatto tecnologico in tutto il pianeta, che fungano da volano per rilanciare l'intero sistema economico. In una parola vi è la necessità di riadottare l'autentico “Sistema americano di economia politica”, così come fu magistralmente interpretato da Franklin Delano Roosevelt.


 

Claudio Giudici

23 settembre 2008

700 miliardi per camuffare la storia

di Claudio Giudici, 23 settembre 2008

Durante la settimana finanziaria che va dal 15 al 19 settembre, la globalizzazione finanziaria aveva dimostrato di essere definitivamente morta. Ma prima che il crollo di Wall Street coinvolgesse Main Street (l’economia reale), il Governo americano ha preso una decisione senza precedenti: la costituzione di un ente federale con a disposizione 700 miliardi di dollari da destinare al riacquisto dei valori finanziari tossici che sono all’origine del perpetuarsi del crollo dei listini finanziari mondiali.

Secondo gli analisti il piano Paulson sarebbe quantitativamente dieci volte superiore al piano Marshall con cui si ricostruì l’Europa post-bellica e superiore al costo della guerra del Vietnam. Si consideri poi che la Cina, detenendo metà del debito estero Usa, detiene un importo di 500 miliardi di dollari in titoli statunitensi. L’immissione di 700 miliardi di dollari da parte del Tesoro, rappresenta di fatto una importante svalutazione del loro debito verso la Cina. Quanto potranno sopportare ancora la Cina, e gli altri detentori di titoli del debito Usa, un tal genere di furto?

Il modello di fatto imperiale, spacciato col nome altisonante di globalizzazione, è in rianimazione ma con certezza di morte. Anzi, il piano Paulson non farà altro che prolungare l’agonia del malato. Questo perché quel credito di 700 miliardi non è strategicamente vincolato a risollevare l’ansimante economia reale, quanto piuttosto volto a riversare direttamente sui cittadini americani, ed indirettamente sulla popolazione mondiale, il disastro prodotto dall’immissione nel sistema della finanza di titoli puramente speculativi.

Ciò su cui non si può discutere, è invece il definitivo fallimento del modello liberista. Il blocco delle vendite allo scoperto ed il paracadute offerto ai mercati con i soldi dei cittadini, sono decisioni dirigistiche ed antimercatiste che dovrebbero segnare pure per gli irriducibili liberisti, il definitivo fallimento della deregulation, dell’idea per cui i mercati abbandonati a sé stessi raggiungerebbero l’equilibrio ottimale in favore della ricchezza. Se si fossero abbandonati i mercati ai loro destini, le famiglie più importanti del pianeta, dai Morgan ai Mellon ai Du Pont ai Rothschild, sarebbero probabilmente alle cronache come storico caso di “eccellente suicidio di massa”, produzioni e commerci sarebbero fermi, intere nazioni sarebbero nel più completo caos.

In tutta questa storia c’è anche un altro dato interessante che emerge e che è bene che i politici tengano presente già nell’immediato futuro, visti i sacrifici che esso è costato alle popolazioni da loro amministrate. Gli illuminati osservatori economici del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale, dell’Ocse, e delle agenzie di rating private (S & P, Moody’s, Fitch) che finora hanno giudicato sulla bontà delle scelte economiche fatte da stati sovrani ed aziende, da oggi, che genere di mestiere potranno fare? La risposta è che l’economia mondiale, nella sua facciata reale, necessita di braccia per la ricostruzione e l’arricchimento tecnologico delle sue infrastrutture e delle sue produzioni, di modo che i popoli del pianeta, dopo un quarantennio di politiche liberiste a cui sono stati via via sottoposti, possano tornare a vedere il sereno offerto da un’economia che migliori i loro tenori di vita piuttosto che distruggerli.

Ora, dovrebbe essere ovvio anche a Paulson – forse non a Bush – che quel credito di 700 miliardi, corrisponde ad una nuova immissione di liquidità nel sistema, che al pari dei circa 2-3 miliardi che ogni giorno dal luglio-agosto 2007 fino alla scorsa settimana, le banche centrali avevano cominciato ad iniettare nel mercato per sorreggere la maturanda crisi, rifluirà sui prodotti finanziari speculativi che abbiano come sottostante oro, petrolio, materie prime, generi alimentari. Ciò comporterà a breve una nuova ondata iperinflazionistica sui beni di prima necessità. In sostanza, quei 700 miliardi non serviranno altro che ad alimentare la fase d’iperinflazione globale, con un botto ancor più violento sui mercati finanziari e impensabili ripercussioni nell’economia reale. Chi cerca di dare una giustificazione “razionale” alla decisione del Tesoro, cerca di far passare come meritorio il salvataggio poiché “in fondo dietro ai titoli tossici detenuti dal sistema finanziario, vi sarebbero degli immobili” (come a dire che così tossici non sarebbero). Ma questa considerazione, oltre a non essere avvalorata dai mercati (tanta è la crisi di fiducia creatasi tra gli operatori) non è avvalorata neanche dalla ragione. La garanzia offerta ai valori finanziari da parte del relativo sottostante reale immobiliare, infatti, può garantire un equivalente valore finanziario, non una piramide di carta molte volte superiore al valore degli immobili stessi.

Ma perché Paulson, ha proceduto in un salvataggio che evidentemente non farà altro che procrastinare il crollo dei mercati piuttosto che evitarlo?

In sostanza Paulson-Bush stanno solo prendendo tempo. Ma per quale motivo? Tempo per cosa?

Riflettiamo sul primo crollo finanziario del nuovo millennio, quello che va dal marzo 2000 all’ottobre 2002. Nell’immaginario collettivo il primo crollo dei mercati del nuovo millennio avvenne in seguito alla distruzione delle Twin Towers nel settembre del 2001. Esso cominciò invece nel marzo del 2000 e fino al 10 settembre 2001 le borse mondiali avevano perso circa il 30% del loro valore. Dall’11 settembre fino ai minimi dell’ottobre 2002 gli indici persero un ulteriore 30%. Dunque il primo crack dei mercati nel nuovo millennio avvenne ben prima dell’11 settembre e corrispose sostanzialmente allo scoppio della bolla dei titoli della new economy (telecom, media and tech), ma per la popolazione mondiale esso avvenne a causa di Osama Bin Laden. In seguito i mercati mondiali si ripresero sostituendo la mega bolla new economy con una nuova bolla speculativa, quella del settore immobiliare.

Mentre scrivo le agenzie di stampa rendono conto dell’ultimo discorso di G. W. Bush alle Nazioni Unite, in cui afferma che “Siria ed Iran continuano a sponsorizzare il terrorismo” (mentre in Iraq ci dovevano essere armi di distruzione di massa!). Per l’opinione pubblica occidentale, che nella maggioranza dei casi non ha mai letto alcun discorso di Ahmadinejad, quell’iraniano è colui che vuole sterminare Israele, visto che così i media hanno riferito (sic).

Nel corso dell’ultima settimana si sono verificati vari attentati di presunta matrice terroristica da Islamabad a Gerusalemme allo Yemen ai Paesi Baschi (tralasciando quelli del casertano).

In breve, mentre la globalizzazione, grazie al piano Paulson, rimanda la sua dichiarazione di decesso, varie “operazioni caos” si scatenano con ritmo accelerato a giro per il pianeta.

Se scoppiasse una nuova importante guerra, la storia ufficiale di questi giorni diverrebbe: «La guerra contro il terrorismo fece crollare i mercati finanziari e l’economia mondiale.»

A cospetto di un sistema fallito, l’unico modo per salvare i creditori privilegiati, ossia la popolazione mondiale unitariamente intesa, è seguire il “piano LaRouche”: organizzare il fallimento del sistema e non attendere che esso si verifichi per forza d’inerzia, distinguere tra quelli che sono crediti esigibili (stipendi, pensioni, liquidità per il funzionamento dello stato e del welfare) e quelli che non sono esigibili perché frutto di mere speculazioni. Ricreare un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale sul modello rooseveltiano di Bretton Woods. Da qui lanciare linee di credito a livello globale con cui finanziare nuovi progetti infrastrutturali e le imprese private.

Per fare ciò è necessario che alla disponibilità di Russia, Cina e India si aggiunga quella degli Stati Uniti. Gli altri si allineerebbero di conseguenza.

4 luglio 2008

La globalizzazione liberista? Qualche giorno con le gambe guarite, tutta la vita con le braccia mozzate!

Claudio Giudici

Potremmo limitarci a disperate proteste contro il caro benzina come fatto dai pescatori, dai camionisti e dagli agricoltori di Parigi, dai tassisti di Madrid, dai motociclisti di Manchester, dagli allevatori in Germania, Olanda e Svizzera, dai pescatori ad Ancona e Bruxelles, dagli allevatori a Cremona. Da noi per fortuna non è ancora giunto il tempo di scendere in rivolta per le strade per il caro cibo come avvenuto già in oltre 40 nazioni. I media oscurano tali fatti ma il fallimento della globalizzazione liberista è sempre più sotto i nostri occhi.
Invece, è preferibile riflettere sulla natura della tragedia dovuta al globalizzarsi della truffa del liberismo, nonchè sulle soluzioni da attivare per ridare un futuro all’umanità.

L’ideologia liberista attraverso il metodo delle liberalizzazioni tratta l’economia allo stesso modo del medico che nell’immediato guarisce le gambe malconce (il disavanzo finanziario) del paziente, ma per farlo necessita di tagliargli gli arti superiori (i settori produttivi dell’economia reale, attraverso i tagli indiscriminati di bilancio, dalle infrastrutture, alla ricerca, alla sanità, all’istruzione, alla previdenza, impoverendo così l’intero settore produttivo). Così il paziente in un primo momento pare avere le gambe pronte all’uso, ma non ha più le braccia. Adesso come si nutrirà?

Si pensi ai continui tagli di bilancio in Italia, Francia e Germania (le locomotive dell’euro): di anno in anno qualcuno si è illuso, attraverso l’abbassamento della spesa pubblica, di essere sulla retta via per lo sviluppo economico e dunque per il risanamento finanziario, invece non è stato raggiunto né l’uno né l’altro obiettivo; l’indebitamento complessivo (in rapporto al pil) dei tre paesi è passato dal 1992 al 2008 dal 98% al 104%[1] per l’Italia, dal 40,31% al 67,54%[2] per la Germania e dal 35,28% al 64,19% per la Francia.

Di anno in anno l’illusione è stata che tenendo sotto il 3% il rapporto deficit/pil, le cose sarebbero migliorate. Invece l’indebitamento complessivo è andato sempre più peggiorando.

E con la ratifica del Trattato di Lisbona verremo ad avere la radicalizzazione ulteriore di questo distruttivo processo.

La politica dei tagli ha comportato per l’Italia il risultato di ridurre di circa il 70% la crescita della produzione industriale (passata da una media del +1,5% del 1991 a quella attuale del +0,5%); nel 2007 è stato registrato il record di mortalità imprenditoriale dal 2000, record tanto più negativo se non vi fosse stato l’apporto degli unici che ancora riescono a fare imprenditoria in Italia: cinesi, tunisini ed albanesi. Se è da vedere positivamente il fatto che questi cittadini extracomunitari si integrano nella nostra comunità attraverso l’iniziativa economica, è invece preoccupante il fatto che soltanto le loro condizioni lavorative ed i loro più bassi tenori di vita, consentono di ritenere meritevoli i bassi margini che il fare impresa in Italia oramai consente. In particolare la mortalità ha riguardato la piccola imprenditoria italiana. Ora, in presenza di una costante delocalizzazione e chiusura di fabbriche, quegli ex piccoli imprenditori cosa andranno a fare?

L’ideologia liberista e le liberalizzazioni che anche in sede di Conferenza FAO i paesi più forti si sono ostinati a voler richiedere, sono una truffa; i malconci lavoratori del mondo occidentale, così come i poveri affamati dei paesi in via di sviluppo, lo hanno capito da tempo. Mentre gli yes men, politici od intellettuali che siano, si ostinano a richiedere mercati sempre più liberi, la gente comune pare avere compreso il “giochetto”: i processi di liberalizzazione aprono i mercati ad una concorrenza sfrenata; da essa ne esce vincitore chi è finanziariamente più forte, chi può permettersi di sopportare fasi di bassi guadagni; gli altri spariscono. Non è un caso che alla recente Conferenza FAO i paesi ricchi volessero liberalizzare i mercati agricoli, mentre i paesi più poveri si siano opposti imponendo che dalla dichiarazione finale fosse tolto il divieto di adozione di politiche protezionistiche.

Vi sono poi quei settori di megaoligopolio dove di concorrenza non si è mai sentito parlare: banche, petrolio, sementi. Di fronte all’esplosione del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, provocato dalle politiche speculative rafforzate dalle banche centrali, gli yes men continuano spudoratamente a chiedere la concorrenza per i promotori finanziari, per i benzinai o per gli agricoltori (cosa diversa rispetto a Mr. Morgan, Mr. Shell, o Mr. Monsanto). Sarebbe comunque fumo negl’occhi parlare di concorrenza in questi settori; è da ripetere: le liberalizzazioni in un’economia finanziarizzata agevolano i concentramenti di settore nelle mani del più forte.

Le politiche economiche liberiste, così come imposte dal Fondo Monetario Internazionale o dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), o dal Trattato di Maastricht attraverso i parametri del “patto di stabilità”, sono l’applicazione in economia dell’ideologia del liberismo.

Si crede di risolvere i problemi economici creando una sfrenata concorrenza in settori del terziario tipo quello commerciale o quello dei servizi di trasporto. Torte che già erano in fase d’impoverimento a causa del costante aumento dei costi di gestione, si pretende che vengano spartite tra un nuovo indeterminato numero di operatori, la cui quantità la decide il “libero” mercato, piuttosto che una valutazione intelligente degli organi preposti al perseguimento ed alla tutela del bene comune con primo riguardo al lavoro, così come sancito dall’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Lo sviluppo economico non lo si crea spartendo torte tra un sempre maggior numero di operatori, ma aumentando il numero delle torte dove impiegare la nuova forza lavoro. Per farlo è necessario tornare a politiche economiche dirette dallo Stato e non dal “libero” mercato. Solo con il ruolo propulsivo statale nel campo infrastrutturale, dell’industria e della ricerca è possibile avere un tessuto imprenditoriale privato in constante sviluppo e la creazione di posti di lavoro dignitosi.

La stessa questione dell’evasione fiscale, oltre alla demagogia, mostra tutta la distruttività delle liberalizzazioni. La mortalità imprenditoriale registrata dimostra che il livello di concorrenzialità radicale creato ha trasformato l’evasione nell’unico modo per sopravvivere (non per arricchirsi!). Se si colpisce quella, il piccolo imprenditore chiude! Per esempio in una città turistica come Firenze, nel 2006 vi è stato un saldo negativo delle attività di commercio al dettaglio di -253, e nel 2007 questo dato si è aggravato con -521 unità! La tanto declamata lotta all’evasione mette fuori dal mondo del lavoro i piccoli, mentre nel frattempo si prevedono forme di defiscalizzazione per i megaprofitti delle banche!

L’Eurosistema introdotto col Trattato di Maastricht ha cementato il sistema economico del “doppio standard” avviato nel ’71 con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods: concorrenzialità estrema nei settori ad alto tasso di piccola imprenditoria; protezione di fatto per le megaconcentrazioni oligopolistiche.

Nel settore dei taxi le influenze liberiste stanno verificandosi nel seguente modo: a cospetto di una riduzione del lavoro (-9% annuale in maggio) e di un aumento iperinflazionistico del prezzo del diesel del 30,8% su base annuale, le amministrazioni più irresponsabili hanno provveduto ad emettere licenze di noleggio con conducente in modo indiscriminato, e non in base alle effettive esigenze. (E l’Anci o le Regioni invece di coordinare che fanno?). Mancando il lavoro, stiamo assistendo a fenomeni di illegalità costante da parte dei noleggiatori. Il fenomeno oltre che sui lavoratori si ripercuote sui consumatori a cui, proprio a causa della carenza di lavoro, vengono praticati prezzi arbitrari con ricarichi anche di oltre il 300% (!) sulle tariffe ufficiali. Chi dovrebbe essere preposto a controllare, a fronte di un fenomeno che sta dilagando, può fare ben poco vista la carenza di personale. D’altra parte assumere nuovi agenti di polizia amministrativa non si può, perché la spesa pubblica non può essere incrementata (!).

Questa nefasta idea per cui i processi relazionali umani siano guidati dalla sola libertà e dai suoi derivati (liberismo, liberalizzazioni, libertarismo, ecc.) è in realtà l’apologia dell’arbitrio del più forte; in economia come in altri settori della vita. Lo stesso problema sicurezza è conseguenza del medesimo approccio liberticida ai flussi migratori, a cui si affianca l’ispirazione liberista degli Accordi di Schengen. Maree di cittadini extracomunitari e non, in cerca di lavoro, si spostano dove vi è domanda di lavoro. E visto il deficit demografico dei paesi industrializzati l’immigrazione rappresenta una risorsa, ma se controllata in funzione delle opportunità lavorative che possiamo offrire. Senza controllo alcuno però la grande impresa trae vantaggio dall’enorme offerta di manodopera che si crea, per assumere alle condizioni che più gli aggrada. Coloro che non trovano lavoro “devono” dedicarsi all’illegalità. Anche per questa gente in difficoltà nelle loro terre, la soluzione non passa per un approccio liberista alla questione, quanto per autentici accordi internazionali che mirino al bene comune.

Se ci rifacciamo al dettato della nostra Costituzione, ed all’approccio che fu del grande presidente americano Franklin Roosevelt, abbandonando immediatamente l’ideologia liberista che rimette alla “legge del mercato” piuttosto che all’ingegno umano la risoluzione dei problemi dell’umanità, possiamo risolvere il problema di fondo della dittatura della speculazione su tutta la società, dell’iperinflazione su alimenti ed energia, della carenza di lavoro dignitoso.

Abbiamo dunque bisogno che il Governo si adoperi per:

  1. lo scioglimento dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che attraverso la sola legge del libero commercio prevarica i diritti della persona umana;
  2. la celere convocazione di una “conferenza finanziaria mondiale” (o Nuova Bretton Woods così come ideata e proposta da quasi vent’anni dall’economista americano Lyndon LaRouche) per un nuovo sistema monetario e finanziario ed il ripristino dei sistemi di banca nazionale che si riapproprino della funzione sovrana del credito pubblico, attraverso cui porre la base per lo sviluppo economico di tutti i popoli del pianeta;
  3. il rigetto del ratificando Trattato di Lisbona;
  4. il raddoppio della produzione agricola globale;
  5. il riavvio delle politiche energetiche nucleari per superare i diktat “della legge del mercato fatta dai petrolieri” e risolvere il problema energetico globale;
  6. il lancio di progetti infrastrutturali al più alto livello tecnologico-scientifico nei settori delle vie di comunicazione, dell’agricoltura, della sanità, dell’istruzione, affinché intorno ad essi possa riprendere vita l’iniziativa economica.

Tutto ciò vorrebbe dire risanare dalle fondamenta l’attuale modello economico imperiale (l’impero dei controllori della finanza, l’impero dei controllori dell’energia), e reinstaurare una comunità di popoli dediti alla sempre più efficiente produzione di beni, al fine di poter ridare spazio alla vera natura umana che è quella che ci inclina alla conoscenza ed alla creazione.



[1] Per quanto riguarda l’Italia 8 punti percentuali di riduzione del debito complessivo sono derivati dagli introiti ottenuti dagli smobilizzi e privatizzazioni del periodo 1992-2000, di perle dell’imprenditoria pubblica come Eni, Enel, Telecom, Imi, Credit, Comit, piuttosto che dal complessivo aumento della produttività nazionale. Quel debito sarebbe altrimenti di almeno il 113%!

[2] I dati di Germania e Francia si riferiscono al 2006.

13 dicembre 2007

Abbandona il padre e la madre, il liberismo e MySpace! Conosci e crea!

Premessa alla lettura.
La seguente riflessione, della cui lunghezza mi scuso fino d’ora col lettore, rischia di risultare “schierata” e dunque d’interdire da subito i corretti processi mentali che una mente libera deve compiere (libera è infatti la mente che procede sul cammino del vero). In questo scritto, infatti, molti sono i riferimenti presi e gli spunti dati dal corpus del pensiero cattolico-cristiano. Tuttavia, ho voluto riferirmi ad essi non come a dogmi – e le spiegazioni che darò degli stessi, lo dimostreranno – bensì come a ricostruzioni di quella Legge Naturale – intesa nel senso più laico del termine – che tutto guida. Questo per dire che mi sarei potuto riferire, e di spunti ne avrei potuti avere, anche a moltissime delle conquiste fatte dal pensiero laico o da altre religioni. In questo caso, sicuramente, lo scritto avrebbe avuto maggior efficacia vista l’odierna moda di “scansare” ciò che ha vicinanza con tutto quanto è cattolico (fa eccezione il prodigioso Duomo di Firenze!). Tale premessa è dunque motivata dall’intento di ovviare a ciò. Comunque, se ciò può aiutare, si consideri ogni religione – a rischio di apparire blasfemo – alla stessa stregua dei fumetti per bambini: un modo semplice per parlare di cose complessissime.
Lascio alla lettura con un quesito che spero invogli almeno la riflessione: il principio fisico della gravitazione universale, così come l’orbita dei pianeti, o più semplicemente il calore dato dal fuoco, cosa sono se non leggi prescritte all’Universo?
Buona lettura.


L’attuale fase storica mostra molti caratteri tipici delle fasi di transizione. Essa, può essere afflitta da una nuova epoca buia, oppure può diventare il trampolino di lancio verso un nuovo rinascimento.

Quando le costituzioni liberali ottocentesche sancirono il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, gli Stati dell’Europa continentale adottarono in via meramente formale ciò che a livello sostanziale le oligarchie non potevano consentire di vedere realizzato. Anzi, la meschinità – qualcuno parlerebbe di semplice ingenuità – delle concezioni liberali in merito al ruolo dello Stato ed ai diritti dell’uomo, consistette nell’avere un approccio formale di fronte alla dimensione umana. Considerare tutti i cittadini su un livello di parità, doveva essere l’arrivo di un autentico processo democratico, non un punto di partenza da riconoscere come già dato.

Quella enunciazione formale per cui tutti i cittadini erano eguali di fronte alla legge, non a caso, era la concessione che i sovrani europei facevano ai propri cittadini – fomentati in superficie dalle spinte di matrice britannico-mazziniana, ma più nel profondo dal bimillenario messaggio cristiano – più per ridare ossigeno alla propria posizione di privilegio che non per autentico spirito di giustizia. Infatti, come denunciava la Rerum Novarum di Leone XIII nel 1891, si era in quella fase storica attuato un processo di stravolgimento degli equilibri corporativisti creatisi nel secolo precedente[1], per aprire le porte a quel libertarismo che in campo economico creò un “giogo di si abietta servitù” per le classi più povere.

La scuola di pensiero che caratterizzò quel periodo, in quanto formalista, ebbe come suo esito naturale il giungere a quella atroce fase di crisi rappresentata dalle due guerre mondiali del ‘900. Dopo quella drammatica fase, però, l’umanità seppe dimostrare di saper reagire. La grande evoluzione che si ebbe con la nuova forma giuridica dello Stato Sociale sancì ufficialmente il passaggio da un approccio formalista dell’idea dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ad uno di tipo sostanziale. L’art. 3, 2° co. della Costituzione della Repubblica italiana, segna infatti questa evoluzione programmatica sancendo in modo ufficiale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Purtroppo questa espressa indicazione sulla carta fondamentale della Repubblica italiana, dopo una costante fase politica volta ad applicare quel disposto – in particolare nel periodo 1948-62 – è divenuta lettera morta dopo l’assassinio di Enrico Mattei, pur mantenendo una certa inclinazione in quella direzione fino all’omicidio Moro (1978).

Quello che però qui ci interessa, è rilevare come funzioni la fisica delle dinamiche sociali; cosa vi sia alla radice del formalismo; come evitare di cadere nella trappola del formalismo.

Purtroppo oggi stiamo ripetendo il solito errore. Se allora il cavallo di troia fu “l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge” in senso formale, intesa nel modo più arido dell’idea, soltanto per ampliare i margini di libertà economica delle oligarchie a discapito dei più deboli, oggi si utilizzano altre issues per il solito fine: ampliare gli spazi di libertà economica, formalmente di tutti ma sostanzialmente solo di chi può, cioè i potentati economici. La cosiddetta “Seconda Repubblica” racconta sicuramente per l’Italia questo processo liberista, e non la storia di una rinata Repubblica dal malcostume che l’avrebbe riguardata. Le issues che oggi ci vengono sbattute sul muso dai mass media delle oligarchie sono molteplici; in ordine: l’ambiente, la tutela del cittadino-consumatore – questa quasi definitivamente messa al bando dopo la facile denuncia che lanciammo per cui “come si può consumare se non si lavora, o il lavoro è sempre peggio retribuito?” – i giovani in politica, le donne in politica. Si tratta di istanze trattate in modo strumentale all’indebolimento dell’arte politica in favore di un sempre più imperante mercato. I populisti che continuamente si stanno affacciando sulla scena politica – da Bossi a Montezemolo a Grillo – si muovono lungo il perfetto binario di questa tecnica: indebolire la politica per rafforzare (volutamente o meno) il mercato.

Ancora una volta gli approcci formalisti passano per le single issues, piuttosto che dalla sublime idea di Bene Comune. Il politico dedito al Bene Comune, inquadra in modo armonico la fondamentale tutela del lavoro produttivo nell’ottica della funzione sociale che esso deve avere. Ecco l’autentica tutela del consumatore! Non la demagogica odierna richiesta fatta ai commercianti di abbassare il costo del pane – quando la speculazione sui cereali è dovuta alla riduzione degli spazi destinati a tale coltivazione, spazi diretti invece alla idiota produzione di biocarburanti, ed al salire dei prezzi cerealicoli in seguito alla continua inondazione di liquidità da parte delle banche centrali – o il costo del conto corrente – magari per assecondare l’ultima grande battaglia finanziaria, quella tra la sempre più imperante finanza internazionale e quella italiana – o il costo dei taxi, della benzina o dei medicinali, per mettere questi settori in mano a potenti gruppi. Come vediamo tutte istanze di per sé legittime, ma che per come vengono poste sul tavolo, servono soltanto per mettere il mercato in mano a sempre più potenti oligarchie.

Lo stesso avviene con l’issue dell’ambiente. Il miglior modo per tutelare l’ambiente – di cui, sia chiaro, l’uomo fa parte! – non è arrestare lo sviluppo come fatto in Italia o addirittura arretrare lo sviluppo come fatto in buona parte dell’Africa, ma agire politicamente in funzione dell’armonia del tutto. Ecco che così lo sviluppo tecnologico diventa strumento naturalmente finalizzato a tutelare la salute dei cittadini e dell’habitat.

E’ necessario allora rispondere a queste esigenze – tutela dei consumatori, dell’ambiente – facendo perno sul concetto di Bene Comune. Si deve tornare a parlare in modo esplicito di Bene Comune. Ed il Bene Comune è l’armonia del tutto, non il caotico e demagogico spostarsi verso una parte. Per ricercare questa armonia del tutto si deve partire dagli ultimi, dai forgotten men, non dai primi, dalle oligarchie.

L’opera de Il mercante di Venezia di William Shakespeare è quanto più di immediata comprensibilità l’arte umana abbia saputo proporre al fine di fare comprendere l’inevitabile esito distruttivo del metodo formalista[2].

Cercheremo di capire dunque perché l’umanità in troppe fasi della sua storia si sia abbandonata ad approcci formalisti e come questi siano portatori di disastri la cui evidenza è oggi più manifesta che mai, con un sistema economico e finanziario prossimo all’implosione e con una conseguente situazione geopolitica incendiaria – conseguente, perché il vero nome della pace è sviluppo – , piena di focolai cosparsi su un po’ tutto il globo dal fronte turco-irakeno a quello tra Pakistan ed Afghanistan al Corno d’Africa al Myanmar al Caucaso al pericolo di un attacco di Cheney-Bush all’Iran.

Chi sono le vittime degli approcci formalisti?

Per rispondere a questa domanda, aiutano molto alcuni passi dei Vangeli, i quali se per un credente rappresentano la parola di Dio, per un laico possono essere ben considerati dei sunti della più alta filosofia che l’uomo ha saputo proporre.

Il seguente passo del Vangelo di Luca appare ad una prima lettura criptico:

Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato tutte le nostre cose e ti abbiamo seguito». Ed egli rispose: «In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà». (Lc, 18, 28-30)

Per quale motivo lasciare chi di più caro abbiamo, per il regno di Dio? Perché dovrebbe esistere conflittualità tra moglie, fratelli, genitori o figli e regno di Dio? Anzi, non dovremmo trovare proprio in quelli e con quelli il cammino per il regno di Dio?

Potrebbe allora trattarsi di un fraintendimento dell’evangelista Luca?

Il Vangelo di Matteo però si pone sulla stessa falsariga:

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. (Mt, 10, 37-39)

Anche qui vengono posti in modo dicotomico, conflittuali, i propri cari con il messaggio del Cristo.

Dunque sia l’evangelista Luca che l’evangelista Matteo, trasmettono il medesimo messaggio. Resta da comprendere quale sia questo messaggio.

Il significato di quei passi può essere correttamente inteso interpretandoli in combinato disposto con i seguenti ulteriori passi.

In Luca si dice ancora:

«Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». (Lc, 8, 19)

ed in Marco:

«Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». (Mc, 3, 34-35)

Da tutto ciò risulta ora più chiaro il messaggio dei passi sopra riportati che destavano non poca perplessità in prima lettura. Si tratta di un’accusa mossa alla cultura formalista, a quella cultura che si rimette all’altro perché rappresentante un qualcosa, o formalista perchè guarda la crosta delle cose, le forme, le regole, ma non vede la sostanza. Il messaggio dei Vangeli è allora quello per cui non si può rinnegare la propria naturale inclinazione[3] alla ricerca della verità, nascondendoci dietro quelle forme di suicidio interiore rappresentate dalla “cultura del babbo e della mamma” (o fratelli, coniuge, amici, figli).

Si guarda a questi cari come ad entità astratte, credendo di fare il loro bene – ma in realtà è solo un superficiale “nostro bene”, il bene del non compromettersi – non instaurando con loro un autentico dialogo sopra le cose importanti della vita, ma piuttosto affidandoci costantemente al racconto di cosa è stato, procedendo per superficiali e statiche descrizioni quasi stessimo disegnando nature morte. Ti descrivo ciò che ho visto, non lo dico io, sto solo descrivendo! Questo è il miglior modo per non compromettersi, ma è anche il miglior modo per uccidere quella scintilla divina rappresentata dal raccontare cosa siamo stati in grado di conoscere e come possiamo (ri)creare ciò che abbiamo conosciuto.

Ulteriori passi evangelici rendono ancora più evidente che questo sia il vero messaggio che Cristo vuole trasmetterci.

In Marco si dice:

«Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E aggiungeva: «Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: “Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me”, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte». (Mc, 7, 8-13)

In questo passo si denuncia come l’autentico messaggio divino dell’onora tuo padre e tua madre venga adattato a proprio piacimento. Da un approccio sostanziale a tale disposizione morale – che imporrebbe una vita di autentico amore come onore reso a chi ci ha generato ed educato, come processo partecipativo della verità volto a conoscere l’universo ed ad applicarne il principio conosciuto – si era passati ad un approccio meramente formale: bastava fare un’offerta sacra in onore dei genitori per sentirsi di fronte alla legge divina liberati da ogni altra sorta di dovere nei loro confronti.

Ancora, dunque, il messaggio evangelico ribatte sull’importanza di avere approcci sostanziali alle cose, e denuncia come riprovevoli quegli approcci che si nascondono dietro formalismi fini a sé stessi.

Queste denunce sono di estrema attualità.

Questo suicidio delle proprie capacità cognitivo-creative passa per l’empirismo, ossia l’aver rimesso la propria capacità di comprensione di noi stessi e della natura (non umana)[4], alla sola rilevazione sensoriale (ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo, annusiamo, assaporiamo).

Non è infrequente vedere all’interno delle famiglie una quiete che in realtà nasconde un appiattimento dei rapporti. Il parlare di politica, religione, questioni di immediato rilievo morale, rischia di rappresentare motivo di lite. Si preferisce allora abbandonarsi ad una superficiale quiete. La paura che i rapporti tra i membri della famiglia si intacchino, fa cadere nella trappola di passare da seppur violenti dialoghi – che potevano ambire a diventare autentici dialoghi all’insegna di una corretta disposizione dell’animo – al nulla delle discussioni del “ti racconto un fatto ma senza dirti la mia opinione”, o addirittura al silenzio assoluto. L’importante è non compromettersi! L’importante è la forma, l’immagine di tranquillità che diamo!

Così facendo non si fa altro che creare rapporti sterili, costruiti su basi fragili, destinati a crollare quando meno ce lo aspettiamo. Questo è il destino a cui è rimesso Shylock nell’opera di Shakespeare. Shylock quando meno sembrava probabile, quando la vittoria giudiziale sembrava prossima, vede crollare di fronte a sé tutta la propria vita. Ancora una volta il formalismo aveva prodotto la sua inevitabile nemesi.

Ma il padre, la madre, il fratello, il figlio, il coniuge, l’amico, non sono altro che metafora di tutti coloro che hanno deciso di “suicidarsi” non tanto tempo fa. Non dobbiamo abbandonarci ad essi in quanto rappresentanti un qualcosa, ma solo in quanto vediamo in loro, con la nostra capacità critica, dei cultori della verità. Quante volte sentiamo dire: L’ha detto mio padre! oppure L’ha detto la tv! oppure ancora L’ha detto il ministro! ma anche Il rigore (che evidentemente non c’era) c’era (solo perché in favore della propria squadra)!

Conseguenza di questo formalismo culturale è per le famiglie l’implosione su se stesse a causa dell’essersi erette su basi fragili, per le Nazioni la continua proposizione di politiche insensate.

Vediamo come a livello energetico si propongano soluzioni puramente formali, che di sostanziale hanno ben poco. Si pensi alla demagogica instancabile proposizione delle energie alternative come panacea al problema energetico. E’ una soluzione che non ha a che fare con la grossa sostanza della questione. Con quelle energie riusciremmo soltanto a soddisfare gli usi civili, ma non quelli industriali di cui abbisogna lo Stato moderno. L’unica soluzione in tal senso è rappresentata dal nucleare che però continua ad incutere insensate paure, utili soltanto ad impedire il pieno sviluppo degli Stati del pianeta e a continuare a tenerli sotto il giogo delle compagnie petrolifere.

Si guarda la pagliuzza non la trave.

In ambito economico, poi, si fa ancora della propaganda facendo passare l’idea che i debiti pubblici delle nazioni siano dovuti all’evasione fiscale. Anche qui la cultura formalista fa sì che si ponga l’accento sulle questioni di dettaglio piuttosto che sulla vera sostanza del problema. Questa vera sostanza è rappresentata dal fatto che gli stati hanno smesso di essere produttivi, hanno ridotto la propria capacità produttiva pro-capite e per chilometro quadrato, a causa della riduzione degli investimenti nello sviluppo tecnologico in infrastrutture e processi produttivi. Ciò che doveva essere investito in questi settori è rifluito invece nel settore speculativo-finanziario che per non implodere necessita di rifinanziarsi continuamente. Così la cultura formalista propaganda come risolutive, demagogiche campagne contro l’evasione – dopo avere legalizzato la vera evasione da rendita finanziaria! – e non vede la sostanza del problema, che è quella dell’adozione ufficiale, dal 15 agosto 1971, di un sistema speculativo volto a finanziare la speculazione piuttosto che produzione e lavoro (inscindibili l’un dall’altro).

In tutti questi casi quello che conta non è la verità, quanto il consenso di massa intorno ad un fatto che dà la sicurezza di non essere soli a pensarla a quel modo.

Sono tutti esempi degenerativi di come funzioni il formalismo e di come esso dietro di sé non abbia altro che la paura. Questa paura è dovuta ad una crisi identitaria: l’umanità non ha ancora compreso chi essa sia e quale sia la sua missione. L’umanità ha paura di prendere coscienza di chi essa sia, quale sia la sua naturale inclinazione e quale potere la rappresenti.

La paura è la radice del formalismo e la crisi identitaria è la radice della paura.

Ma allora chi siamo?

Nella sua recensione del Gesù di Nazaret di Papa Benedetto XVI, l’economista e grande umanista, Lyndon LaRouche[5] sostiene:

Dunque, la questione rilevante è, semplicemente: è vero che noi - voi ed io - siamo fatti a immagine e somiglianza del Creatore di questo universo? Come possiamo saperlo? Siamo bestie o siamo fatti a somiglianza dell'uomo e della donna nella Genesi 1:26-30? Dunque, per un cristiano in un'epoca di grande crisi spirituale per il genere umano, come per Benedetto XVI in questa occasione, il significato della divinità di Gesù di Nazaret è una questione pratica ed esistenziale cruciale per tutti gli interessati.

Benedetto XVI ha risposto: Quali prove ci giungono dalla vita di Gesù di Nazaret? Che cosa conosciamo, e come siamo capaci di apprenderlo?

Se lo chiedessero a me, direi che la mia risposta sta, essenzialmente, nella lettera ai Corinzi I: 13. Fede e speranza dipendono essenzialmente dal principio espresso nel Vangelo di S. Giovanni: il concetto socratico di agape. Si tratta di una concezione che non viene colta appieno dal termine “carità”, né dal termine amore. […]

Generalmente associo il significato del termine greco agape alla passione della creatività, nel senso più rigoroso dell'atto di scoperta di un principio fisico universale, come nel caso esemplare della scoperta del principio fisico della gravitazione universale da parte di Giovanni Keplero.

Il potere creativo espresso dall'uomo e dalla donna fatti a immagine del Creatore è il vero potere del processo della creazione continua dell'universo, potere che esprime l'intenzione sia del Creatore che del creato e che riflette il concetto di agape. Cruciale è l'amore creativo condiviso col Creatore, espresso nella devozione della personalità umana alla realizzazione di questa missione. E' l'amore espresso dai contributi allo sviluppo dell'universo che abitiamo, è una qualità di amore che esprime tale potenziale creativo.

E' l'amore espresso da uomini e donne che agiscono al servizio, e ad immagine, del Creatore.[6]

Ecco dunque chi siamo. Siamo uomini fatti ad immagine del Creatore, siamo la ripetizione in piccolo di quella forza intelligente che tutto conosce e tutto ha creato, ed il fatto di essere a questo somiglianti è dimostrato dalla nostra stessa capacità di conoscere e di creare. Si tratta di un dato distintivo che differenzia l’uomo da ogni altra entità della biosfera dove la prova empirica dell’efficienza di questa capacità ontologica è data dal continuo aumento della popolazione umana. Quest’ultima, infatti, non racconterebbe altro che l’aumentata capacità dell’uomo di relazionarsi al Tutto, e dunque di conoscerlo (conoscere e creare).

Non mi stancherò di ripetere che questa nostra capacità non è una arbitraria assegnazione – come taluni esistenzialisti potrebbero pensare – del costrutto sociale, ma un’inclinazione naturale che testimoniamo fin dal grembo materno, quando il nascituro si mette già nella naturale posizione di poter uscire da quella che per nove mesi è stata la sua casa. In questo suo atto, dimostra già di essere inclinato a voler conoscere la verità – la posizione veritiera, ottimale per uscire dal grembo materno, e di essere altrettanto inclinato ad agire per fare ciò. Poi, non sarà altro che una costante ricerca della verità. La conoscenza è così il rilevare la verità; la creazione, funzionale al miglioramento delle condizioni di vita di tutta l’umanità, è invece la prova che tale rilevazione della verità sia stata corretta.

Più si va a ritroso a ricercare nel tempo, agli inizi della nostra vita, e più si può rilevare come questa caratteristica sia naturale: ad un’iniziale incapacità di conoscere con la vista si sostituisce la capacità di mettere a fuoco gli oggetti e di percepirli visivamente; lo stesso processo avviene con il senso del tatto; successivamente il neonato prende coscienza della sua esistenza fisica e comincia ad osservarsi mani e piedi; in uno stadio ancora successivo prende coscienza dell’esistenza del mondo e comincia ad osservare gli oggetti che gli stanno intorno: inizialmente riuscendo a vedere solo ciò che rientra nel ristretto campo, tipico della fase acerba della capacità visiva, poi ampliando sempre più questo campo visivo; toccherà poi alla capacità di movimento, gattonando prima e camminando poi, e poi a quella della parola. Conoscenza ed azione (cognizione e creazione), si dimostrano così essere un’inclinazione naturale prescritta al nostro essere. Questo processo cognitivo, che nella fase iniziale vede la primazia dei sensi, in un secondo momento si rimette alle facoltà del pensiero. Questa naturale inclinazione sarà tanto più perfettibile quanto più l’individuo sarà in grado di affidarsi al superiore dominio del pensiero, piuttosto che al più fallace dominio dei sensi.

Questa è una prova evidente, che riguarda la vita di ogni uomo, della naturale inclinazione umana ad essere partecipe di un processo cognitivo-creativo. Questo processo è il dialogo che instauriamo con la verità.[7]

E se tutto ciò è prescritto al nostro essere, come si può ammettere la sola realtà materiale? Un qualcuno, un qualcosa di intelligente deve averci prescritto tale inclinazione. Convenzionalmente chiamiamo Dio questo ente intelligente, ma se si preferisce chiamarlo in altro modo si faccia pure (natura, energia, io cosmico, o anche Jack se ci fa più giusti!), l’importante è non negarne l’esistenza perché negheremmo noi stessi.

Non coscienti di questo nostro ruolo, di questa nostra identità, ci abbandoniamo alle più misere manifestazioni di animalità. L’inconsapevolezza intorno al punto di chi siamo? ci lascia in balia di un mare in tempesta che invece potrebbe essere facilmente dominato soltanto prendendo coscienza della nostra identità e della nostra missione. Inconsapevoli intorno al chi siamo, ci sentiamo soli, senza una meta, e dunque troviamo sicurezza in ciò che anche gli altri sono, anche gli altri fanno. Incapaci di vedere un’invisibile legge naturale – però visualizzabile grazie all’occhio della mente – cerchiamo conforto esclusivamente in ciò che possiamo vedere, la ricchezza ed il consenso altrui, qualunque esso sia.

E’ così che ad un certo punto della nostra vita interrompiamo la nostra missione di naturali ricercatori della verità. Il lavoro diventa un modo per raccattare denaro, la crescita del figlio una menata che fa rimpiangere il non essersi prodigati, quella volta, in un atto sessuale solitario, lo studio diventa un passatempo dedito ai racconti di horror o di infinite tresche ed incesti.

Su questo punto si è magistralmente espresso Friedrich Schiller durante la sua prolusione accademica al corso di storia che si accingeva a tenere:

“Diverso è il piano di studi che si propone chi mira al solo guadagno, da quello che sceglie una testa filosofica. Chi mira esclusivamente con la sua assiduità ad adempiere le condizioni in cui potrà rivestire carica e partecipare ai suoi relativi vantaggi, chi mette in moto le energie della mente soltanto per migliorare la propria condizione materiale e soddisfare una meschina vanità, entrando nella carriera accademica non avrà preoccupazione maggiore che scindere quelle scienze che egli chiama «studi per il pane», cioè erudizione per campare, da tutte le altre che allietano invece lo spirito in quanto spirito. Egli crederebbe di sottrarre alla sua professione futura il tempo dedicato a queste ultime e non si perdonerebbe mai tale furto. Egli indirizzerà ogni sua assiduità a seconda delle esigenze impostegli dal futuro padrone della sua sorte, e crederà di aver fatto tutto rendendosi capace di non temere quel giudice. Quando ha percorso i suoi studi e raggiunto la mèta dei suoi desideri, abbandona le proprie guide: perché infatti continuare a curarsene? Primo suo compito è ormai mettere in mostra i tesori raccolti nella memoria, per evitare che essi possano diminuire di valore. Ogni ampliamento del suo "saper e per il pane" lo inquieta, imponendogli un lavoro o inutilizzando quello già fatto; ogni importante innovazione lo turba infrangendo l'antica forma scolastica che si era così faticosamente appropriato, lo mette in pericolo di perdere l'intera fatica della sua vita di ieri. Chi ha inveito contro i riformatori più della schiera di questi studiosi a fini pratici? Chi ritarda la marcia delle utili rivoluzioni nel campo del sapere più di costoro? Ogni luce accesa, in qualunque scienza, da un genio felice, rende evidente la loro miseria; essi lottano con accanimento, con perfidia, con disperazione, perché, difendendo un dato sistema scolastico, combattono insieme per la loro esistenza. Non vi è quindi un nemico più inconciliabile, un funzionario più invidioso, un istigatore più intransigente di questo tipo di erudito. Quanto meno le sue cognizioni gli sono compenso in sé stesso, tanto maggior rimunerazione cercherà dal di fuori; per il profitto degli artigiani, come per quello degli spiriti, egli non ha che una misura: la fatica. Perciò nessuno tanto si lagna dell'ingratitudine quanto questo tipo di studioso; egli non cerca la sua ricompensa nei tesori del pensiero, ma l'attende dal riconoscimento altrui, dalle cariche onorifiche, dalla carriera. Se questa fallisce, chi più infelice di lui? Egli ha inutilmente vissuto, vegliato, lavorato; ha cercato invano la verità, perché la verità non si è trasformata per lui in oro, in lodi di gazzette, in favori di principi.

Quanto è degno di pietà l'uomo che col più nobile degli strumenti, con la scienza e con l'arte, non cerca e non ottiene null'altro di più di quanto ottenga il bracciante con i più rozzi! Che serba dentro di sé nel regno della libertà più perfetta un'anima da schiavo!

Ma ancor più degno di pietà è il giovane di genio, il cui cammino bello per natura vien fatto così pietosamente deviare da dottrine e da esempi dannosi, che si è lasciato convincere a far provviste soltanto per la professione futura con meschina pedanteria. Ben presto il sapere professionale, in quanto frammentario, gli darà disgusto; si desteranno in lui desideri che quel sapere non può soddisfare, il suo ingegno si ribellerà al destino. Frammentario gli sembra ormai tutto quanto egli compie, non vede scopo alcuno al suo lavoro né sa sopportarne l'inutilità. È oppresso dalla fatica e dalla futilità della sua professione, non potendo opporvi quell'animo sereno che si accompagna soltanto alla limpida visione, alla perfezione intuita. Egli si sente strappato dal nesso delle cose, avendo trascurato di inserire la sua attività nella grande unità del mondo. Il giurista perde amore alla sua scienza giuridica appena la luce di una più ampia cultura gliene illumina le lacune, invece di aspirare ad esserne un nuovo creatore ed a correggerne con la propria dovizia interiore i difetti scoperti. Il medico si sente in contrasto con la sua professione appena gravi insuccessi gli rivelano la inconsistenza dei suoi sistemi; il teologo perde la stima per la teologia appena oscilla la sua fede nell'infallibilità di quell'edificio dottrinale.

Come diversamente si comporta la testa filosofica!

Con la stessa cura con cui chi studia per la carriera stacca la sua scienza dalle scienze sorelle, quello si sforza di ampliarne l'àmbito e di ristabilire la sua alleanza con tutte le altre: dico ristabilire, perché soltanto la ragione astratta ha segnato quel confine, ha staccato quelle singole scienze. - Dove lo studioso per il pane divide, sintetizza invece lo spirito filosofico. Egli si è persuaso per tempo che nel campo della ragione come nel mondo dei sensi tutto si riconnette, e il suo vivo desiderio di armonia non può accontentarsi di frammenti. Ogni sua aspirazione è rivolta al completamento del suo sapere; la sua nobile impazienza non può aver pace sinché tutti i suoi concetti non si sono ordinati in un'armoniosa unità, sinché egli non sta al centro della propria arte e della propria scienza, dominandone il campo con occhio soddisfatto. Nuove scoperte nell'àmbito della sua azione, se avviliscono quel primo tipo di studioso, entusiasmano invece lo spirito filosofico. Forse esse colmeranno una lacuna che aveva deformato la nascente unità dei suoi concetti o porranno l'ultima pietra ancora mancante all' edificio di idee che egli erige. Ma se anche esse lo facessero crollare, se anche una nuova linea di pensieri, un nuovo fenomeno naturale, una legge nuovamente scoperta nel mondo fisico capovolgessero l'intera costruzione della sua scienza, egli ha pur sempre amato la verità al di sopra del suo sistema e sarà pronto a scambiare l'antica forma difettosa con una nuova e più bella. Anzi, quando nulla dal di fuori viene a scuotere l'edificio delle sue idee, è lui stesso, costrettovi da un impulso sempre vivo verso il miglioramento, è lui il primo che insoddisfatto lo demolisce, per ricostruirlo più perfetto. Lo spirito filosofico sale a una sempre più alta eccellenza, con forme di pensiero sempre più nuove e belle, mentre l'erudito meschino, in eterna bonaccia spirituale, conserva la monotonia sterile dei suoi concetti scolastici. Non vi è giudice più equo del merito altrui di uno spirito filosofico. Abbastanza acuto e geniale per valersi di ogni attività, è però sufficientemente equo da rispettare l'autore anche della più piccola. Per lui lavorano tutte le menti, mentre tutte le menti lavorano contro l'erudito meschino. Il primo sa trasformare in suo possesso tutto quanto si svolge o si pensa attorno a lui, poiché fra i pensanti vige un'intima comunità di tutti i beni spirituali e quel che uno acquista nel regno della verità, lo acquista per tutti. Il secondo invece innalza siepi contro tutti i vicini, ai quali vorrebbe vietare invidioso la luce del sole, sorveglia preoccupato le cadenti palizzate che solo debolmente lo difendono dalla ragione vittoriosa. Per tutto quello che l'erudito intraprende, deve chiedere incitamento e coraggio dal di fuori; lo spirito filosofico invece trova incitamento e compenso nel suo oggetto e nella sua stessa assiduità. Come può affrontare più entusiasta il lavoro, come è più vivace il suo zelo, più tenace il suo coraggio, dato che per lui il lavoro ringiovanisce nel lavoro medesimo! Persino ciò che è piccolo acquista grandezza nella sua mano creatrice, perché alla grandezza che egli serve rivolge sempre lo sguardo, mentre il meschino erudito non vede in quel che è grande altro che il piccolo. Non è il suo lavoro, ma il modo con cui lavora, che distingue lo spirito filosofico; dovunque egli sia od agisca, sempre sta al centro del tutto e per quanto l'oggetto della sua azione lo allontani dagli altri fratelli, rimane ad essi imparentato e vicino in grazia di una intelligenza armonica: egli l'incontra sempre dove si ritrovano tutte le menti chiare.

E che Schiller conclude con un invito ed un monito:

Debbo proseguire in questa esposizione, o miei uditori, o mi è lecito sperare che abbiano già deciso quale dei due esempi loro offerti vorranno scegliere a proprio modello? Dalla scelta dipende se lo studio della storia universale possa venir loro consigliato o sconsigliato. Io non ho a che fare che col secondo degli esempi, giacché nello sforzo di rendersi utile al primo la scienza si allontanerebbe troppo dal suo fine ultimo e più nobile, pagando con troppo grave sacrificio un piccolo guadagno.

Quanti giovani studenti scelgono il modello suggerito da Schiller? Quanti sono disposti a mettere in discussione ciò che li ha portati alla laurea ed alla professione? Eppure, vista la realtà del mondo odierno, è ovvio che qualcosa nel sistema culturale non và. Oppure, proprio come fa la testa dedita al guadagno, piuttosto che alla verità, si pensa che non vi sia alcuna attinenza tra l’attuale situazione di crisi economico-finanziaria e di tensione geo-politica con il sistema culturale dominante? “Dove lo studioso per il pane divide, sintetizza invece lo spirito filosofico” diceva sopra Schiller.

Siamo stati disposti a mettere in discussione ciò che ci è stato insegnato all’università? No, perché in generale l’uomo odierno ha un approccio settorializzato alle scienze e non rileva le connessioni esistenti tra sistema culturale e realtà quotidiana, sia nella vita del singolo che in quella delle nazioni. L’uomo odierno crede che non vi sia attinenza alcuna tra il sistema culturale e come la realtà si sia sviluppata.

Ed invece la realtà, le relazioni sociali, e su più larga scala l’economia sono il prodotto del sistema culturale. Questo sistema culturale nega la vera identità e missione umana, non fa luce intorno ad esse e dunque non è in grado di manifestarsi nel modo più giusto.

E’ qui che dobbiamo attuare la vera rivoluzione culturale. Chi siamo? Quale è la nostra missione? L’analisi empirica ci consente di rilevare le tracce che ci portano alla risposta che cerchiamo? Sì, e sopra lo abbiamo visto.

Ora, è ovvio che il sistema culturale non è un ente esterno all’attuale società, ma è fatto dagli uomini, ed in particolare è fatto da quegli uomini che occupano posizioni di guida dei popoli. Questi signori hanno purtroppo fallito, perché loro stessi non sanno chi sono e quale sia la loro missione. Questi hanno confuso l’essere uomini dotati di capacità cognitivo-creativa, e dunque fatti ad immagine e somiglianza di Dio, con l’essere degli animali che puntano a fare provviste per sé ed i propri consanguinei per l’inverno che verrà.

Dunque abbandonare il padre e la madre, significa rivoluzionare questo modo di guardare sé stessi e la propria missione.

Globalizzazione finanziaria e MySpace

Il modello formalista domina sia l’economia che i moderni sistemi di comunicazione.

Gli economisti oggi non fanno economia ma giocano alle Magic[8]. Essi muovono il loro pensiero all’interno di uno spazio ben delimitato dalle regole imposte dal “mercato”. Il fatto interessante è che le loro regole di decennio in decennio si scontrano con una realtà che smentisce ciò che prima ritenevano essere legge indiscutibile. Quanto verificatosi per esempio durante gli anni ’70 a livello macroeconomico – produzione decrescente e prezzi crescenti – non era contemplato dalla dottrina economica, la quale conosceva soltanto le due ipotesi della fase inflattiva e della fase deflattiva. Nel momento in cui la realtà economica si presentò contraddire la dottrina, ecco che questi furono costretti ad ammettere una nuova idea di fase economica – appunto con un ciclo economico in fase involutiva ma con una dinamica dei prezzi crescente – che denominarono “fase della stagflazione”.

Il problema di fondo dell’attuale modo di concepire l’economia consiste nel fondarsi su una concezione formalista dell’economia. Si guarda all’economia come ad una realtà statica rappresentata dai numeri (p.i.l., dati sull’occupazione, inflazione nominale, ecc.) senza guardare all’effettiva corrispondenza di questi dati con la realtà (economia fisica).

Il processo che va attuandosi è il solito denunciato nei Vangeli e dallo stesso Shakespeare: l’ipocrisia degli uomini sposta l’attenzione dalla realtà sostanziale a quella formale rappresentata dalle regole, dalle forme, dai numeri fini a sé stessi. Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! (Mc, 2, 27).

Si pensi all’attuale situazione economica e finanziaria. Essa non può essere compresa facendo riferimento alla dottrina economica. I prezzi degli immobili sono saliti, così come i mercati azionari, così come i mercati obbligazionari e le materie prime. Ma tutti questi settori non dovevano muoversi in modo inversamente proporzionale l’uno all’altro? Ciò che era alternativo all’altro, si è trasformato in surrogato dell’altro.

Nessuna scienza può essere intesa senza fare ricorso all’interconnessione con gli altri rami del pensiero e dell’azione umana. Ed in ultima istanza, ogni scienza si fonda su una fede, sulla fiducia in degli assiomi la cui perfetta dimostrabilità logica trascende le capacità umane.

Niccolò Cusano sostiene ne La dotta ignoranza: “Tutti i nostri predecessori si sono trovati d’accordo nell’affermare che la fede è l’inizio della conoscenza intellettuale. In ogni facoltà dobbiamo presupporre, infatti, alcuni principi primi, appresi con la sola fede, dai quali si ricava l’intelligenza di ciò che si discute. Chi desidera elevarsi alla dottrina deve credere in queste verità senza le quali non può procedere.

Ciò rileva al fine di comprendere che la settorializzazione del sapere – diametralmente antitetica a ciò che caratterizzava l’uomo dell’antica Grecia – è un non senso così come non ha senso credere di costruire un tetto senza avere prima delle mura portanti.

Ma allora come si presenta l’attuale situazione economico-finanziaria?

Se intendiamo l’economia come un insieme di numeri, tutto può apparire andare a gonfie vele: di fatti la borsa è tornata sui massimi storici un po’ ovunque, la produzione industriale lorda segna sempre un più, i prezzi delle case sono sui massimi storici, la disoccupazione scende, l’inflazione nominale è bassa.

L’unico dato a confliggere con questa apparente rosea realtà è quello dell’economia fisica: il tenore di vita delle persone segna in occidente la continua perdita di capacità d’acquisto reale dagli anni ’70 ed in Africa l’aspettativa di vita media è sempre più bassa; le infrastrutture sono sempre più scadenti od inesistenti – si guardi al mondo intero, non a qualche città modello la cui funzione è di fare apparire la casa bella ordinata per la visita degli ospiti, quando invece sta tutta la settimana nello sporco – e la produzione è a livello globale in discesa.

Occidente ed Africa in questo momento presentano un dato che li accomuna: entrambi sono sotto la dittatura del pensiero economico liberista che pretende di rimettere il benessere di tutti a spontanei equilibri che si creerebbero lasciando i vizi privati trasformasi in virtù pubbliche[9].

L’attuale situazione è comprensibile invece soltanto guardando all’economia ed alla finanza come si guarda ad un molteplice interconnesso di branche dell’umano agire.

Lo scoppio della bolla dei mutui sub-prime rischia di far implodere l’intero sistema finanziario internazionale e di portarsi dietro, con effetto domino, l’intera economia mondiale. Per evitare tale disastro le banche centrali di Usa, Ue, Gran Bretagna e Giappone sono intervenute aprendo linee di credito – di fatto inondando di liquidità i mercati finanziari. Ciò ha evitato che numerose banche fallissero e che i mercati azionari crollassero. Questi ultimi si trovano nuovamente sui massimi storici grazie alle continue immissioni di liquidità da parte delle banche centrali. Questa continua immissione di liquidità, però, ha fatto sì che la principale moneta di riserva del pianeta, il dollaro, perdesse gran parte del proprio valore. Infatti i detentori di riserve di dollari, in seguito alle arbitrarie immissioni di liquidità da parte della Fed, hanno cominciato a vendere dollari – ma anche le altre riserve valutarie oggetto della medesima politica monetarista di immissione di liquidità volta a salvare i players bancari – ciò comportando la svalutazione dello stesso. Parallelamente hanno spostato i propri assets verso le materie prime – petrolio, oro, rame, argento, ecc. – comportandone un innalzamento dei prezzi. Tutto ciò ha destato le preoccupazioni delle forze anglo-americane, le quali hanno dovuto prendere delle contromosse. Queste contromosse non potevano attuarsi sul fronte strettamente economico – in quanto in seguito ai processi di deindustrializzazione e parallela delocalizzazione delle proprie produzioni, le economie occidentali sono strettamente dipendenti dalle produzioni cinesi ed asiatiche per i prodotti di consumo, ma anche russa per le materie prime – ma solo sul fronte geo-politico. Non è un caso infatti che proprio mentre Cina ed India vendono le proprie riserve di euro-dollari, ai confini di questi stati nascano insurrezioni. Quanto avvenuto in Pakistan e Myanmar, non sono altro che destabilizzazioni orchestrate dai servizi d’intelligence stranieri volti a destabilizzare dall’interno Cina ed India, resesi colpevoli di aver tolto il loro appoggio finanziario all’euro-dollaro. Non si guardi in modo altrettanto singolaristico alla questione della pipeline che la Cina necessita di far passare da un porto strategico per i rifornimenti di gas e petrolio dall’Asia sud-occidentale, Africa e Venezuela. Non rileverebbe, altrimenti, per i giochi geo-strategici anglo-americani, destabilizzare pure il Tibet. Infatti, altrettanto ingenuo è considerare casuale la tempistica con cui G. W. Bush ha deciso di premiare il Dalai Lama.

Guardate come singolarità scisse l’una dall’altra, questi fatti non rilevano dal punto di vista strategico-economico. Guardati invece come pezzi del grande puzzle della storia universale, tutto ciò assume precisi significati.

D’altra parte la stessa storia universale è vittima degli approcci formalisti che la mostrano come una natura morta, come una sequenza disordinata di filmati, senza alcuna interconnessione logica.

A questo proposito non trovo, ancora una volta, parole migliori che quelle usate da Friedrich Schiller sempre durante la sua prolusione accademica al corso di storia che si accingeva a tenere:

La nostra storia universale non sarebbe quindi mai altro che un aggregato di frammenti, senza meritare il nome di scienza. Qui viene in aiuto la comprensione filosofica che, ricollegando quei frammenti con nessi artificiali, fa dell'aggregato un sistema e un tutto razionalmente coordinato. La sua conferma sta nella uniformità e nell'immutabile unità delle leggi che guidano la natura e l'animo umano, unità per cui gli avvenimenti della più remota antichità si ripetono nei tempi più prossimi per influsso di analoghe circostanze esteriori, cosicché si possono trarre conclusioni a ritroso e gettare un'aperta luce risalendo dai più vicini fenomeni compresi nell'ambito della nostra osservazione a quelli che si smarriscono in tempi preistorici. Il metodo, procedendo per analogia, è un possente aiuto, come dovunque, anche nella storia; però deve essere giustificato da un alto fine ed esercitato con non meno prudenza che accortezza. Lo spirito filosofico non può indugiare a lungo nella materia della storia universale senza che sorga in lui l'impulso verso una concordanza, impulso che lo spinge irresistibilmente ad assimilare alla propria natura razionale tutto quanto lo circonda e ad elevare ogni fenomeno che gli si presenti alla più alta efficacia da lui riconosciuta, cioè al pensiero. Quanto più spesso e più felicemente egli rinnova il tentativo di ricollegare il passato col presente, tanto più tenderà a congiungere ciò che vede in rapporto di causa ed effetto come mezzo e intenzione. Un fenomeno dopo l'altro comincia così a sottrarsi alla cieca casualità, alla libertà senza legge, per inserirsi quale membro bene adatto a un'unità armonica che non esiste peraltro se non nella sua rappresentazione.”

La realtà odierna ci è dunque presentata come una serie di cerchi l’uno casualmente posto accanto all’altro, piuttosto che come una sfera composta da un’infinità di cerchi combinati l’un con l’altro. La realtà non è bidimensionale come le figure piane, ma come minimo tridimensionale.

La presentazione di una realtà sintetica, formale, dove la forma non è mai in stretta connessione con la propria sostanza, trova estremizzazione assoluta nella cultura del MySpace o Facebook, così come in quella della finanziarizzazione dell’economia. In merito a questa, da un’economia della produzione per la produzione destinata ad una funzione sociale, si è passati prima ad un’economia della produzione per il profitto finanziario privato, poi ad un’economia del profitto finanziario per il profitto finanziario. Quest’ultima fase è tipica delle fasi di tracollo di un sistema. Nel 1929 si ebbe un fenomeno simile. Per comprenderlo basti pensare al modello CdB Web Tech, l’azienda contenitore che costituì Carlo De Benedetti. Si tratta di un contenitore di partecipazioni azionarie in altre aziende. Le estremizzazioni prodotte dalla globalizzazione finanziaria e dall’ideologia liberista che la ispira, hanno aperto le porte a forme aziendali che dovrebbero rappresentare assetti reali in quanto coinvolgono i risparmi delle famiglie, ma che invece non sono altro che creazioni virtuali il cui valore non ha alcuna attinenza con la realtà, soprattutto nel momento in cui le partecipazioni di cui sono titolari sono già gonfiate anch’esse.

Ma tutto ciò non si presenta come anomalo di fronte agli economisti moderni. Proprio perché gli economisti moderni giocano alle Magic invece di fare economia!

E non ci si confonda! Il sistema attuale non sarà in bancarotta quando i mercati finanziari crolleranno. Sarebbe ancora una volta guardare in modo formalistico alla realtà. Non sono i mercati finanziari – soprattutto nel tempo in cui i mercati sono drogati dalla politica del “lancerò denaro dagli elicotteri” di Bernanke – a raccontarci il vero stato dell’economia, ma lo stato di benessere delle popolazioni: tre quarti di mondo vive in uno stato simile a quello di bestie e l’altro quarto è sempre più povero[10]. Prova di ciò lo è il fatto che mentre dal ’92 i mercati azionari non hanno fatto altro che salire – seppur intervallati da forti scossoni sono sempre tornati sui massimi storici (in occidente fa caso a sé il Giappone) – la capacità d’acquisto reale delle popolazioni è andata sempre più scemando, come ha dovuto recentemente constatare uno dei più forti giocatori di Magic, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.

Allo stesso modo i progetti di laboratorio rappresentati da MySpace e Facebook, ma anche da Second Life, non sono altro che l’ultima versione di una sorta di suicidio di massa imposto all’uomo dopo avergli suggerito una vita dedita alla sola soddisfazione dei sensi con la cultura del “sesso, droga e rock and roll”.

Anche qui il processo è il solito: dalla sostanza alla forma della sostanza, fino alla forma della forma ossia alla virtualizzazione. Ciò a cui stiamo assistendo in economia è riproposto a livello culturale. Ed anche qui il cavallo di troia è il solito: la libertà. Si spacciano per strumenti di libertà, piattaforme controllate dagli oligarchi dei mass media – Rupert Murdoch e Bill Gates – il cui intento è quello di tenerti inchiodato per ore, creando nuovi surrogati della televisione, spacciando per progresso l’high-tech, di fronte ad un innocuo (per loro, non per il tuo cervello) dolce dir niente all’interno di una grande comunità. Le cose in comune? Le foto, gli hobbies, i racconti. Dell’autentico processo conoscitivo e creativo niente. Giovani alla moda che con cellulari supertecnologici possono essere sempre in contatto con la loro comunità internazionale di amici. Si crea così un esercito di persone dedite ad intrattenersi. L’importante è che questi giovani si intrattengano fra di loro e che stiano lontani dalla vita reale e da ciò che devono sapere per migliorare il loro senso di umanità.

I rapporti sterili di uomini che guardano solo ciò che è vicino al proprio naso – la realtà sotto casa che gli impedisce di vedere lo stato reale del grosso dell’umanità – si stanno trasformando in rapporti virtuali grazie alle comunità on-line. Se la compagnia del muretto o del Circolo, per come si è andata sviluppando, era il proprio piccolo mondo che distoglieva l’attenzione da una partecipazione matura ed estesa del proprio senso di umanità, la compagnia di amici sul web è un’ulteriore estremizzazione di questa restrizione del senso fraterno di umanità. Prima per strada o al Circolo col proprio gruppo di amici – e guai a chi facesse menate con cose che andassero oltre il vestito di marca, lo spinello o le tre tipe conosciute l’altra sera – ora dietro il monitor a fingersi grandi imprenditori o addirittura uomini venuti dal futuro[11].

Cosa fare dunque?

Una reazione a catena è stata innescata ed una situazione percepibile già da qualche decennio da parte dell’osservatore attento, è oggi diventata di pubblico dominio: c’è una crisi culturale, una crisi economica ed una crisi nei rapporti tra le civiltà. La gente non ha più valori, manca il lavoro, gli Stati entrano continuamente in guerra.

La situazione può volgere al peggio da un momento all’altro, sfociando in nuovi fascismi, oppure l’umanità può definitivamente voltare pagina risvegliando le coscienze sul chi siamo.

Se individualmente questo può essere fatto riscoprendoci come esseri dotati della capacità di conoscere e di risolvere i problemi nostri e di chi abbiamo vicino, senza porre limiti a questo “vicino”, a livello comunitario spetta alla classe dirigente riscoprire questo senso di umanità in modo da non essere più preda della ricerca del consenso elettorale e della carriera più prestigiosa, e piuttosto perseguire il Bene Comune. Perché questi signori abbiano stimolo a fare ciò, la storia ci insegna che non bastano i tumulti ed i disastri – questi non sono mai abbastanza per mettere a tacere l’infame mostro che si portano dentro e che gli dice “pensa alle tue provviste per l’inverno, gli altri faranno da sé!” – , ma piuttosto necessitano che la loro coscienza venga risvegliata da esplicite richieste popolari in tal senso.

Il movimento di Lyndon LaRouche sta lavorando a livello globale per fare ciò organizzando un sempre più ampio gruppo di giovani e meno giovani per incidere sulle istituzioni dei vari paesi.

Questi si presentano dall’alto livello delle conoscenze acquisite grazie al semplice amore per la verità ed alla presa di coscienza di chi essi siano, conoscendo le varie materie della storia universale e suggerendo soluzioni concrete che sono testimonianza di questa conoscenza come espressione della volontà di perseguire il Bene Comune.

Questa azione è rappresentata poi a livello politico da precisi progetti per la risoluzione dei problemi che affliggono l’umanità.

  • Il ddl Homeowners and Bank Protection Act – HBPA punta a difendere i più deboli dalla crisi del mercato immobiliare, congelando le rate dei mutui e proteggendo le banche che detengono i risparmi dei cittadini e che dunque sono centrali per il funzionamento di una nazione moderna.
  • Il progetto per la Nuova Bretton Woods punta a riformare il sistema monetario speculativo attuale ed a trasformarlo in un sistema a cambi fissi più giusto, al fine di poter rilanciare l’economia mondiale reale e mettere nel cassetto dei brutti ricordi le infami speculazioni dei pochi cartelli finanziari che la classe politica dirigente non ha il coraggio di denunciare.
  • Il Ponte di sviluppo Eurasiatico è un grande progetto di sviluppo infrastrutturale globale che punta a dare una missione comune a tutte le nazioni del pianeta di modo che siano comunitariamente dedite alla costruzione di reti energetiche e di trasporto che sarebbero la prova più manifesta di un’umanità che si è messa a lavorare insieme per lo sviluppo di progetti comuni che debellino la povertà in ogni angolo del pianeta e facciano sentire ogni uomo partecipe di ciò che riguarda tutto il pianeta.

Il 9 gennaio 2004, per la commemorazione del 75esimo compleanno di Martin Luther King, LaRouche pronunciò un discorso dal titolo Il talento immortale di Martin Luther King. In merito all’oggetto che stiamo trattando, sono significative le seguenti parole che LaRouche pronunciò[12]:

[…] Ma questo processo, è il rapporto sociale tra persone che si stimano reciprocamente, in quanto condividono il lavoro di riprodurre una scoperta, e così capiscono qualcosa della storia. Sentono di condividere qualcosa di importante: la conoscenza umana, che essenzialmente è un atto di amore.

In tal modo amano l'umanità, provano la gioia di aver lavorato insieme per arrivare a scoprire qualcosa. […]

Questo è dunque il problema: abbiamo una popolazione, c'è un mondo in cui scarseggiano davvero coloro che capiscono, fino in fondo, la differenza tra l'uomo e l'animale, che cosa significhi. Che l'uomo è una creatura fatta ad immagine del Creatore dell'universo, come dice il libro della Genesi.

Quelli sopra sono tutti grandi progetti che possono essere realizzati dall’umanità, basta che essa lo voglia, grazie alla partecipazione delle singole persone. Ritenersi a ciò impotenti è soltanto il solito modo per non fare niente e restare complici di chi in questo stato di cose ha contribuito a metterci.

Questi progetti non sono altro che la manifestazione concreta del più alto senso di umanità, come uomini dediti alla conoscenza ed alla (cre)azione.

Claudio Giudici



[1]Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile.Rerum Novarum, § 2.

[2] E’ la parte finale dell’opera, quella che riguarda il processo a cui viene sottoposto Shylock, a svelarci questo che possiamo considerare come un principio della fisica sociale.

[3] Nella riflessione dal titolo L’attuale crisi può essere sconfitta solo facendo ricorso alla Verità ( http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?YY=2007&mm=11&dd=6 ), al primo dei tre paragrafi di cui esso si compone, spiego perché la ricerca della verità sia un’inclinazione naturale.

[4] Questa precisazione in merito alla natura come “non umana” ha lo scopo di far rifletter sul fatto che esiste anche una concezione in senso lato della natura, come comprensiva dell’uomo, il quale è appunto natura.

[5] Interessante notare, proprio a riguardo della cultura formalista e della menzogna che costantemente la accompagna, come Amelia Boynton Robinson, la 96enne signora che fu paladina nel movimento di Martin Luther King, ed oggi esponente di spicco del movimento internazionale di LaRouche, durante l’incontro tenutosi all’Università Statale di Milano il 12 novembre 2007, in un’aula gremita di studenti, abbia ricordato che Martin Luther King fu ospitato a casa sua a Selma, perché nessuno, neanche l'unico hotel della città, voleva ospitarlo e tutti lo consideravano un “ribelle, un comunista” solo perché si batteva per il diritto di voto della gente di colore. “Lo stesso accade oggi con LaRouche, molti non vogliono avere niente a che fare con lui solo perché non sanno nulla sul suo conto. Quando chiedi loro che cosa sanno di LaRouche e delle sue proposte per risolvere la crisi, dicono “niente, però ho sentito dire…. Anche io avevo sentito dire molto sul suo conto, ma decisi di giudicare con la mia testa e quando lo incontrai per la prima volta a una conferenza in Virginia capii subito che era l'erede del movimento di Martin Luther King”.

[6] L’intera recensione è reperibile da http://www.movisol.org/nazaret.htm.

[7] Il corsivo è dovuto al fatto che si tratta di un frammento ripreso da altri due precedenti scritti aventi per oggetto, il primo, la funzione salvifica della verità (vedi nota 3), il secondo, la naturalità della legge de “gli ultimi saranno i primi” ( http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?YY=2007&mm=8&dd=20 ).

[8] E’ un gioco in cui le carte rappresentano le magie a disposizione di un mago che si confronta in una ipotetica battaglia con un altro mago. Ognuno dei contendenti ha a disposizione creature, incantesimi, stregonerie, artefatti e magie veloci per cercare di sconfiggere l'avversario.

[9] B. de Mandeville, La favola delle api, Vizi privati e pubbliche virtú, 1723.

[10] Lo Strategic Alert – Edizione italiana dell’Eir del 18 ottobre 2007 riportava la seguente notizia:“ Secondo un nuovo rapporto dell'agenzia delle entrate americana IRS, l'1% degli americani, i più ricchi, hanno percepito il 21,2% di tutto il reddito del 2005, con un notevole balzo in avanti rispetto al 19% del 2004. Di contro, il 50% degli americani nella parte inferiore della piramide del reddito hanno percepito solo il 12,8% di tutto il reddito del 2005, con una retrocessione netta rispetto al 13,4% dell'anno precedente.
Dal rapporto IRS risulta che la parte del leone la fanno i manager degli hedge funds. Un gruppo di 25 manager si è messo in tasca nel 2004 più dollari degli amministratori delegati di tutte le imprese che rientrano nell'indice di borsa S&P 500. Altri grandi forchettoni sono i primi 100 studi legali del paese, che tra il 1994 e il 2004 hanno registrato un raddoppio del profitto per ciascun socio, superando il milione a testa.”

[11] Si tratterebbe di tale John Titor che avrebbe addirittura, o forse meglio dire, non a caso, una propria voce su Wikipedia.

[12] L’intero discorso è reperibile all’indirizzo http://www.movisol.org/King.htm.

24 ottobre 2007

I Parlamenti si adeguano alla crisi finanziaria: il totalitarismo si avvicina

L’ipotesi resta la stessa, ed ogni giorno che passa la conferma sempre più: stiamo procedendo sempre più spediti verso nuove forme di totalitarismo. Probabilmente non si tratterà dei nazi-fascismi violenti degli anni ’20-’40 del secolo scorso, tuttavia l’elemento comune a tutte le forme dispotiche presentatesi durante la storia dell’uomo dai trenta tiranni ateniesi ad oggi è sempre il solito: l’annichilimento della sovranità interiore delle persone, dunque della loro capacità di fare il bene: dalla semplice manifestazione del pensiero, al diritto di associarsi privatamente, al diritto-dovere di incidere sulle istituzioni pubbliche.

L’attuale scenario non può essere compreso analizzando le singolarità di cui esso si compone senza interconnetterle le une alle altre valutate alla luce di un contesto strategico di fondo. Questo contesto strategico è l’aggravarsi della crisi finanziaria internazionale che accelera manifestandosi coll’aggravarsi di un processo inflazionistico a livello globale. Tuttavia non si possono comprendere le cause di tale crisi finanziaria se la si guarda in superficie (l’aumento generale dei prezzi dei generi di consumo). Tale fenomeno è infatti risalente a oramai quarant’anni di politiche speculative che hanno progressivamente distrutto la capacità produttiva delle nazioni industrializzate e che prende avvio con gli eccellenti omicidi di figure come Enrico Mattei (1962) e John Fitzgerald Kennedy (1963) e la successiva instaurazione di un regime di cambi valutari flessibili centrato sul dollaro (1971). Se i due eccellenti omicidi furono il segnale politico che il “complesso militare-industriale” – come lo definì il Presidente Eisenhower – dava alle classi dirigenti del pianeta in merito alla necessità di abbandonare gli approcci rooseveltiani che esprimevano una concezione della politica in rispetto della prescrizione evangelica de “gli ultimi saranno i primi” (i forgotten men nella particolarità della politica di Franklin Roosevelt, così come fu poi emulato da tutte le costituzioni occidentali post-belliche), il nuovo regime finanziario unilateralmente imposto da Nixon il 15 agosto del 1971 segnava anch’esso un esplicito rifiuto delle politiche rooseveltiane (in quanto il precedente sistema finanziario fu il prodotto del disegno Roosevelt-White che si perfezionò con gli accordi di Bretton Woods del 1944) e più in particolare l’avvio del liberismo e della finanziarizzazione del sistema economico prima occidentale poi mondiale (dopo la caduta del muro di Berlino) e dunque delle politiche speculative in ossequio ai voleri di alcune poche famiglie bancarie.

Prova empirica di tale quarantennale processo la troviamo: 1) nella costante riduzione della capacità del potere d’acquisto reale dei redditi medi dal 1970 ad oggi (con brutali accelerazioni per l’Europa dal 1992, cioè dal venir meno dello Sme) e 2) nella più depravata distruzione dei livelli di vita dei paesi in via di sviluppo che segnavano fino agli anni ’60 un generale aumento delle aspettative di vita media, oggi ritornate ai livelli della prima metà del secolo scorso (con record di 32 anni di aspettativa di vita media per alcune aree dell’Africa).

Dalla caduta del muro di Berlino e dalla disintegrazione dell’ex Urss, si sono succedute con cadenza costante una serie di crisi finanziarie senza precedenti (nel 1992 in Europa, nel 1997-98 nel sud-est asiatico, nel 1998 in Russia, nel 2001 in Argentina, 2000-2003 lo scoppio della bolla speculativa generata dalle ipervalutazioni dei titoli dell’information technology, oggi la crisi dei mutui sub-prime). Tutte queste crisi potevano ciascuna rappresentare il detonatore dello scoppio della bolla speculativa rappresentata dall’attuale sistema finanziario internazionale. Ciò è però stato evitato con continui rifinanziamenti autorizzati dal sistema delle banche centrali con la creazione di nuovi prodotti finanziari senza alcuna base d’ancoraggio all’economia reale o con la continua immissione di liquidità nel sistema. L’abbattimento degli accordi di Bretton Woods del 1971 è un esempio di tale oligarchico approccio al mantenimento della bolla speculativa, così come lo è stato l’imperversare di nuovi prodotti finanziari dal 1987, così come l’avvio dei giochi d’arbitraggio consentiti con lo yen carry trade, così come i continui rifinanziamenti autorizzati da Bce, Fed e Banca centrale giapponese questa estate.

Questi continui rifinanziamenti se hanno comportato il salvataggio della bolla speculativa internazionale, hanno però avuto incidenza sui tenori di vita reale delle famiglie con un progressivo aumento dei prezzi dei prodotti di consumo e la costante distruzione dell’economia fisica (posti di lavoro, infrastrutture, welfare).

Questo però non può essere un processo che può durare all’infinito. Ad un certo punto il motore gripperà a causa di un’eccessiva distruzione dell’economia fisica a fronte di una bolla speculativa che non troverà più terreno su cui reggersi. A quel punto scoppieranno fenomeni che da inflattivi diverranno iperinflattivi, e dunque insostenibili per le popolazioni. Questo è il momento in cui divengono scontati, fenomeni di tipo sovversivo da parte delle popolazioni e dunque si impongono, per la loro tenuta a bada, regimi dispotici che impediscano il venir meno dei poteri oligarchici.

Tuttavia, sappiamo come impedire tale catastrofico scenario già più volte vissuto dall’umanità durante la sua storia. L’esperienza storica 1948-62 (per l’Italia, oppure 1932-63 per gli Stati Uniti) rappresenta il precedente a noi più vicino per raddrizzare la sbandata che sta facendo l’auto dell’umanità.

Questo è dunque il contesto di fondo all’interno del quale stanno operandosi una serie di provvedimenti legislativi (e più in generale d’indottrinamento culturale) da parte dei vari parlamenti nazionali.

Le c.d. leggi ad personam varate in Italia durante la scorsa legislatura – oggetto delle più ferventi critiche da parte dell’allora opposizione – sono state tutte mantenute dalla nuova maggioranza.

Tali leggi erano caratterizzate dal prevedere delle situazioni di privilegio sostanziale per alcune categorie di persone. Tali privilegi permangono anche sotto la nuova maggioranza. Tali privilegi divengono dunque elemento intrinseco del nuovo assetto costituzionale materiale, manifestamente in contraddizione col dettato costituzionale formale del 1948.

In questi giorni la nuova maggioranza va varando un disegno di legge che sostanzialmente impedisce a liberi cittadini di avere accesso alla rete manifestando liberamente il proprio pensiero. Siti d’informazione o personali, blog, ed altro ancora, dovranno essere registrati seguendo un iter procedurale assai complesso. Un reticolato di formalità burocratiche ne impedirà sostanzialmente il libero accesso.

Ma è anche di questi giorni il disegno di legge in materia di sicurezza che parifica una serie di piccoli reati (come il furto) a reati gravissimi come quelli per mafia. Restano invece depenalizzati i reati per falso in bilancio.

Tutto ciò perfeziona sempre più un regime oligarchico che comprime sempre più le libertà civili.

Questa limitazione delle libertà civili non è un fenomeno puramente italiano. Negli Stati Uniti all’indomani dell’11 settembre 2001, numerosi sono stati gli interventi congressuali a limitazione dei diritti dei cittadini.

Tutto ciò continua a confermare l’ipotesi lanciata oramai molto tempo fa: una serie di soggetti va rendendosi utile all’instaurazione di regimi dispotici dove il dissenso deve essere contenuto. La crisi finanziaria sta rendendosi manifesta nel quotidiano della gente, ed il dissenso e la protesta rischiano di divenire pericolosi per l’ordine costituito. L’aumento del costo della rata per il mutuo prima casa (anche del 30% al mese), e nei casi peggiori i pignoramenti (un aumento del 19% rispetto al 2006) stanno mettendo in difficoltà almeno 400.000 famiglie italiane. Le attività commerciali vanno chiudendo e trasformando quello che era un fondo commerciale in monolocali e bilocali – ciò anche per causa del provvedimento di liberalizzazione del commercio, primo decreto Bersani d. lgs. 114/98. A tutto ciò si affiancano i fenomeni inflattivi sui generi alimentari e sulle utenze (per riscaldamento, luce, acqua) che ribadisco trovano la loro origine in un processo di continua distruzione dell’economia produttiva a tutto vantaggio delle attività speculative che comportano la continua immissione di liquidità nel sistema (la liquidità del sistema aumenta, i beni diminuiscono, e dunque si creano fenomeni inflattivi).

Durante i primi anni ’40 in Germania, un movimento di giovani ventenni conosciuto come la “Rosa bianca”, comprese l’importanza di risvegliare i propri concittadini dal letargo intellettivo in cui erano piombati. Purtroppo a quel punto in Germania il sistema politico era pienamente dispotico e quei giovani furono quasi tutti decapitati. Si impone dunque che le persone aprano gli occhi prima che nuove forme di dispotismo prendano il sopravvento.

Nell’ultimo quindicennio più volte sono ventilati intenti di modifica costituzionale che riguardavano solo la seconda parte. Oggi, si parla anche di revisione della prima parte, quella dei principi. E’ il segno evidente di una sindrome d’onnipotenza in cui è caduta l’oligarchia, la quale, alla luce dell’aggravarsi della crisi finanziaria, tenta involutive fughe in avanti. Della sua insaziabilità la classe dirigente va facendosi portatrice. Si tratta del solito pacco che si punta a rifilare a cittadini che addormentatisi nell’indifferenza di ciò che succede oltre il proprio orticello non riescono a comprendere le profonde implicazioni di determinati pronunciamenti ed azioni.

Se da un punto di vista analitico la situazione è quella qui descritta, dal punto di vista delle soluzioni, non possiamo esimerci di riprendere in mano ciò che nella storia ha funzionato portando al perseguimento del bene comune, e buttare ciò che invece è risultato seminatore di future difficoltà. I principi ispiratori della Costituzione americana (1789), ma anche di quelle europee del dopo-guerra, debbono essere riscoperti.

Tutta la prima parte della Costituzione italiana, soprattutto laddove perfeziona una concezione di uomo in termini di homo homini fratres (in opposizione a quella instauratasi oggi dell’homo homini lupus), la cultura dell’Ultimo, del progresso scientifico, della “funzione sociale” della proprietà privata e dell’iniziativa economica, del ripudio della guerra, devono velocemente e decisamente essere riscoperti.

In questi giorni negli Stati Uniti il movimento di Lyndon LaRouche sta diffondendo, e trovando forti riscontri tra i rappresentanti dei singoli Stati, il disegno di legge Homeowners and Bank Protection Act – HBPA. Lo scopo di questo ddl è quello di impedire che milioni di famiglie americane perdano la casa e che il sistema bancario venga distrutto dalla speculazione degli hedge funds. Impedire questi due disastri è fondamentale al fine di evitare che la nazione cada nella confusione. Per farlo vi è la necessità che il Governo riprenda in mano il volante della politica economica piuttosto che lasciare il destino della gente in balia de “la mano invisibile del mercato”.

Il ddl prevede il congelamento delle rate del mutuo – sostituite da una sorta di “canone d’affitto” mensile – fino al momento in cui il valore degli immobili sarà tornato a prezzi ragionevoli; quei “canoni d’affitto” costituiranno un fondo garantito che rappresenterà la base per il sistema bancario per emettere linee di credito finalizzate alla ricostruzione delle infrastrutture ed alla creazione di nuovi posti di lavoro, e rilanciare così l’economia reale del Paese. Il ddl trasforma così la difficoltà in cui si trovano milioni di famiglie americane in un’opportunità per il rilancio dell’economia produttiva e lo sgominamento della speculazione consentita dalla cartolarizzazione dei mutui casa.

Il ddl di LaRouche in questo momento viene presentato nelle varie parti del mondo – Italia compresa - che presentano il medesimo problema.

Il confine tra il disastro ed una rinascita è sottilissimo: passa per un’autentica volontà da parte dei Parlamentari nazionali di tutelare i deboli e di perseguire il Bene Comune, piuttosto che l’interesse particolare degli speculatori.

Claudio Giudici

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