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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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22 settembre 2011

Per un Governo di “resurrezione”

 La Banca centrale europea chiede liberalizzazioni per gli speculatori; una banca nazionale avrebbe protetto il lavoro.


 
L'economista e politico americano Lyndon LaRouche denuncia da anni la necessità per ogni nazione del pianeta di dotarsi di sistemi autenticamente sovrani dal punto di visto economico. Per farlo, è necessario abbandonare il sistema monetarista controllato dalle banche centrali ed instaurare un sistema creditizio centrato su banche nazionali sotto la direzione di governi democraticamente eletti. D'altra parte LaRouche denuncia da anni che l'attuale sistema monetarista speculativo avrebbe inevitabilmente distrutto le economie nazionali a tutto vantaggio di una ristretta oligarchia finanziaria internazionale. Anche per i più distratti, i fatti di questi giorni, non sono altro che il progressivo avverarsi dell'analisi di LaRouche.
Il prof. James Galbraith, figlio del più noto economista John Kenneth Galbraith in un'intervista a Il Messaggero, nei giorni scorsi, ha risposto alla domanda su “chi governi oggi se non i governi?” in questi termini: “Abbiamo una tecnocrazia, anzi una tutor crazia, una situazione in cui gli Usa sono sotto la tutela di un pugno di burocrati finanziari, e l`Europa nelle mani di una banca centrale non legittima. I burocrati sono i membri delle agenzie di rating, la Standard and Póor`s ad esempio, che con le loro visioni vogliono plasmare la vita politica di questo Paese, e magari approfittare di questa presunta crisi del debito per disfarsi una volta per tutte del Welfare State. In Europa avete una Banca Centrale che non risponde a nessuno ...”.
In questi giorni, pur all'interno di un contrasto sempre più evidente tra i due, sia il Presidente del Consiglio che il Ministro Tremonti hanno più volte sottolineato il fatto che l'attuale manovra correttiva ci venga imposta dalla Banca centrale europea come condizione per l'acquisto da parte di questa dei titoli di Stato italiani, onde evitare che questi siano alla mercé dei mercati ed i relativi tassi di interesse vadano alle stelle. Tra le condizioni poste dalla BCE vi sarebbe in particolare quella di rendere ancor più deregolamentato il mercato del lavoro italiano e quella di deregolamentare (attraverso liberalizzazioni e privatizzazioni) quei pochi settori dell'economia italiana ancora regolamentati (i servizi pubblici locali e le professioni intellettuali). In sostanza, la BCE chiede all'Italia (ed invero a tutti i paesi membri della UE) uno di quegli ingredienti della ricetta avvelenata che il Fondo monetario internazionale ha imposto per decenni alle economie sottosviluppate dell'Africa (sottosviluppandole ancor più!), a quelle che erano in via di sviluppo nell'America Latina (Cile ed Argentina in particolare), ed a quelle che erano state protagoniste di rilevanti fasi di sviluppo, come quelle del Sud-est asiatico. Per ognuna di esse il risultato è sempre stato il medesimo: assoggettamento delle economie a ristrette oligarchie finanziarie, progressivo impoverimento della popolazione, indebolimento delle economie nazionali.
Ma perchè la BCE tiene così tanto a liberalizzare e privatizzare le economie europee? La BCE è una banca centrale che come dice il prof. Galbraith non risponde ad organismi democraticamente eletti; essa risponde alle banche centrali che la partecipano, che a loro volta rispondono molto più alle banche private che non ai relativi governi. L'attuale sistema finanziario internazionale è funzionale, a partire dai primi anni '70, alla creazione di una stratosferica bolla speculativa. Essa necessita continuamente di esser rifinanziata (pena altrimenti la sua definitiva esplosione); così ogni operatore finanziario, ogni banca, deve poter ancorare progressivamente i propri impieghi, attraverso partecipazioni finanziarie, a nuove voci dell'economia reale. Quest'ultime fungono da sottostante per la creazione di nuovi aggregati finanziari che costituiscono le nuove micro-bolle speculative che sostituiscono quelle scoppiate in seguito alla “presa di coscienza” dei mercati (quella della frode dei titoli della new economy, quella immobiliare e dei mutui facili, quella del credito al consumo facile, quella dei debiti sovrani insolvibili di questi giorni).
Il Presidente Berlusconi ha tenuto a sottolineare che l'attuale debito è frutto delle politiche adottate tra il 1978 ed il 1992, ma non ha evidenziato una questione centrale di cui si parla troppo poco: nel luglio 1981 l'Italia procede alla “denazionalizzazione” della Banca d'Italia, separandola dal controllo dell'allora Ministero del Tesoro. Da lì, la parabola del debito pubblico cresce esponenzialmente perchè i nostri titoli di stato si trovano esposti ai capricci dei mercati speculativi piuttosto che trovare nella banca nazionale la controparte obbligata ad acquistarli. Ecco perchè oltre ad una legge che reintroduca il principio di separazione tra banche commerciali e banche d'affari (standard Glass-Steagall) che impedisca di fare speculazioni con i depositi dei cittadini, un nuovo sistema monetario e finanziario fondato su cambi fissi (una Nuova Bretton Woods), abbiamo anche bisogno di una banca nazionale (banca hamiltoniana1) alle dirette dipendenze del Governo, come insegnato dall'autentico sistema americano di economia politica2. Altro che obbligo di pareggio di bilancio! All'interno di questo quadro di regole ben definito, la mission dei governi non sarà più quella di rispondere all'oligarchia finanziaria, ma quello di perseguire il bene comune utilizzando il credito nazionale per finanziare la creatività umana, attraverso infrastrutture e produzioni al più alto livello tecnologico-scientifico consentito.
L'Italia è di fronte ad un bivio: restare dentro il Titanic della supremazia della speculazione sulla vita della gente, limitandosi a cercare un'inutile cabina viaggio de luxe, oppure scendere dal Titanic – partendo dall'abbandono dell'euro – per salire su una nave che non sia destinata ad affondare. Abbiamo bisogno di un Governo di “resurrezione”.

 
Claudio Giudici
 
1L'art. 1 sez. 8 della Costituzione americana prevede espressamente che l'emissione di moneta sia decisa dal Congresso. Essa viene materialmente creata dalla Banca nazionale. Tutto ciò consente che il sistema creditizio e monetario sia espressione del processo democratico che rappresenta la sovranità popolare.
2Esso fu definito dal primo Segretario al Tesoro, Alexander Hamilton, nei suoi rapporti sulle manifatture, sul credito e sulla banca nazionale ed è espressione diretta di quella tradizione anti-imperiale che segnò la nascita degli stessi Stati Uniti d'America contro l'imperialismo britannico che dominava nel vecchio mondo. Questa tradizione anti-imperiale trova la più marcata continuazione nell'opera di John Quincy Adams, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt e John Fitzgerald Kennedy, grazie a politiche economiche che partendo da una gestione sovrana del credito si sono poi esplicate nel centrare lo sviluppo economico sulla creazione di moderne infrastrutture e lo sviluppo dell'industria produttiva.

7 settembre 2008

Ai pusher dell’economia: "Senza una Nuova Bretton Woods siamo già al 1929!"

Non ha senso discutere se un nuovo 1929 ci sarà o no, l’unica discussione possibile a riguardo è quando esso ci sarà. Dobbiamo pensare ad un oggetto lasciato cadere nel vuoto da altezze impensabili: avrà senso discutere se l’oggetto giungerà a terra, oppure avrà più senso discutere quando esso toccherà terra? L’attuale sistema finanziario-economico è appunto un oggetto abbandonato nel vuoto a sé stesso, dove nessuno vuole andare a recuperarlo perché dovrebbe fare i conti sullo stato disastroso in cui esso si trova. Così nell’incuranza delle paurose classi dirigenti quest’oggetto è preda di velocissimi passaggi di mano (la speculazione di brevissimo termine) e soggetto ad una sola certezza: prima o poi si schianterà al suolo.

Riconoscere consapevolmente l’inevitabile ripetersi di un nuovo crack stile 1929, ma presumibilmente più grave vista l’odierna ripartizione (settorializzata geopoliticamente) delle competenze economiche, non è questione di pessimismo o ottimismo, ma di semplice conoscenza delle dinamiche relative l’economia fisica nella sua attuale condizione di subordinazione alle operazioni finanziario-speculative che il sistema delle relazioni politiche internazionali ha deciso di sovraordinare allo stesso destino dell’umanità.

L’ottimismo sulle sorti dell’universo, come bene ci fa comprendere Gottfried Leibniz[1] nel suo Saggi di Teodicea, deve per forza guidare l’uomo, per quanto riguarda il ciclo lungo della storia universale. Per quanto riguarda il ciclo breve, invece, l’umanità è sicuramente entrata in un tunnel capace di mettere a dura prova l’inclinazione naturale dell’universo verso il bene. Alla base di ciò, in ultima analisi, vi è una vera e propria violazione della legge naturale, e nello specifico, di quella che possiamo definire la legge degli Ultimi[2]. Questa è stata progressivamente disconosciuta nell’ultimo quarantennio.

Si tratta dunque di essere realisti. La strada intrapresa nell’ultimo quarantennio continuerà a produrre i suoi disastri (riduzione costante dell’aspettativa media di vita nei paesi in via di sviluppo, distruzione del tenore di vita nel mondo occidentale) se non attuiamo un cambio di paradigma culturale riscoprendo i principi che guidarono la ricostruzione post-bellica filo-rooseveltiana.

Nel concreto di ciò che riguarda la situazione italiana ciò vuol dire tenere l’ago della bilancia della politica economica su Giulio Tremonti invece che su Renato Brunetta. Virare dunque da quella cultura liberista per cui il mercato lasciato a sé stesso risolverà i nostri problemi, a quella dirigista per cui il mercato farà il meglio possibile in rapporto a consapevoli scelte-cornice che la politica deve fare, così come richiesto dalla nostra Costituzione[3]. I modelli da seguire non sono la Thatcher o Reagan, Adam Smith o Milton Friedman, quanto piuttosto Franklin Roosevelt, Alexander Hamilton o Henry C. Carey.

Si è dunque nella giusta direzione quando ci si rende conto che il caso Alitalia non può essere valutato in termini primariamente contabili e finanziari, ma primariamente strategici. Alitalia a maggior ragione, ma invero ogni azienda, non è una cellula a sé stante da guardare come si guarda un monolite; essa rappresenta parte del fulcro di un indotto che si chiama economia italiana e che si compone degli alberghi, dei bar, dei taxi, dei negozi, delle industrie, ecc. che poi avranno contatto con quei forestieri. Ciò vorrà conseguentemente dire maggiori entrate tributarie per il nostro erario. Dunque, quei 125 euri gravanti su ogni cittadino, calcolati dall’Economist, rientreranno moltiplicati (per quanto il sistema sarà in grado di rendere dinamico ed efficiente il complesso delle relazioni economiche) per il circolo virtuoso dell’economia nazionale. La valutazione formale, frutto di una concezione lineare e statica dell’economia, per cui sarebbe “anacronistico e demagogico dare importanza alla nazionalità del centro direzionale di Alitalia” dimostra tutta la virtualità dei ragionamenti dei liberisti. L’assurdità di un tale approccio è rafforzata quando i fautori del mercatismo dispongono che l’agenda economica nazionale debba puntare tutta sul turismo. Ma la loro visione ed azione ha già trovato il verdetto dei fatti: nonostante la centralità riconosciuta al mercato del turismo nell’economia italiana, il turismo nell’ultimo decennio, rispetto ai nostri principali competitori (Francia, Spagna e Grecia) ha perso costantemente posizioni di mercato. L’economia è invece fenomeno fisico ed in via accessoria finanziario. Se avessimo messo nelle mani di Air France – Klm il centro decisionale delle sorti di Alitalia avremmo messo a rischio quel quasi 20% del mercato internazionale verso l’Italia che la compagnia di bandiera oggi gestisce. Anche nella prospettiva dei megaflussi previsti per il prossimo decennio da Cina, India e Russia, i francesi avrebbero avvantaggiato il mercato italiano o quello francese nel caso in cui Alitalia fosse diventata loro? Ed infine, perché la nazionalista Francia punta a rafforzare la propria compagnia di bandiera con l’acquisizione di quelle straniere?

Il 1929 può essere evitato solo se si decide di scollare il sedere dalle pompose poltrone di carta su cui abbiamo deciso di adagiarci nell’ultimo quarantennio[4]. Ciò vuol dire tornare a produrre liberando il sistema delle infrastrutture e dell’industria dal sovraordinato e prorompente sistema finanziario filo-speculativo, fondato su rapporti valutari fluttuanti; ciò vuol dire tornare a valutare l’economia in termini di efficienza fisica e non attraverso il metro della formalità contabile.

Un’economia non sta bene se il p.i.l. cresce grazie alla oramai assoluta incidenza su di esso delle transazioni finanziarie che dietro di sé hanno il nulla, e nel frattempo i tenori di vita della maggioranza della popolazione decrescono (questo è in breve ciò che avviene nelle “moderne” economie dominate dal culto del liberismo anglo-olandese).

E’ ovvio che da un punto di vista dell’economia fisica l’odierno 1929 non è entrato ancora nella sua fase di ultima manifesta evidenza, tutta code agli sportelli e suicidi – anche se negli Usa i pignoramenti hanno raggiunto il record trentennale – , a cui rispondere o con metodi fascisti come fu in Europa o con i metodi propri del sistema americano di economia politica come fu negli Stati Uniti, ma è altrettanto ovvio a chi abbia un livello di conoscenze superiore a quello a cui ci costringono i media commerciali, che il 1929 è di fatto cominciato e che le tensioni nascenti a livello geopolitico non sono altro che conferma e conseguenza di un modello delle relazioni economico-finanziarie iniquo che alcuni vorrebbero procrastinare sine die, e che altri, invece, non intendono più accettare. A questo proposito è interessante rilevare che la dirigenza russa – e lo stesso hanno fatto molti leaders sud-americani – parli di riordino del sistema finanziario, di Franklin Delano Roosevelt (FDR), di progetti infrastrutturali comuni. Ad essi ora si aggiungono i socialisti francesi (evidentemente dissonanti rispetto al partito di De Benedetti ed al suo responsabile economico, Pierluigi Bersani) che con il suo segretario generale, François Hollande, così si sono espressi:

«Bisogna comprendere la dimensione della gravità di questa crisi, non sottostimarla come la destra fa da un anno. … Noi viviamo una crisi multipla, generale, globale. … Essa è innanzitutto finanziaria, essa è nata un anno fa con i subprime, che hanno finito per contaminare l’insieme del sistema bancario, per provocare delle perdite contabili che finalmente si sono tradotte attraverso una iniezione di liquidità delle banche centrali e la crisi è divenuta monetaria con dei movimenti dei cambi che infettano l’euro e il dollaro e modificano i tassi d’interesse. Da monetaria, essa è divenuta economica, con il rallentamento della crescita nei paesi emergenti e l’entrata in recessione di una parte dell’Europa. Essa è divenuta anche energetica, con la moltiplicazione per cinque dei prezzi dell’energia; … alimentare, con la progressione del prezzo delle materie prime; immobiliare nei paesi più sviluppati con il calo dei prezzi … La crisi è dunque generale, essa tocca tutti i livelli, tutti i continenti. … Essa è globale perchè è il capitalismo globalizzato che è colpito in tutte le sue dimensioni, perché tutti i mercati ne sono infettati. … Le deregolamentazioni che noi viviamo sono la conseguenza di scelte politiche: deregolamentazione dei mercati, finanziarizzazione dell’economia, il disimpegno delle autorità pubbliche, privatizzazioni, messa in concorrenza dei servizi pubblici. ... Ci sono cinque punti essenziali se noi vogliamo fare uscire l’economia mondiale delle deregolamentazioni nella quale essa è sprofondata: conferenza finanziaria e monetaria: nuova Bretton Woods che permetta la stabilità del cambio euro/dollaro, il coordinamento delle politiche monetarie e la regolamentazione del sistema finanziario; … il rafforzamento delle istituzioni finanziarie multilaterali [per permettere] con le banche centrali, di controllare innanzitutto il sistema bancario e di punirlo, altrimenti la speculazione troverà sempre la sua ricompensa; … [sostenere] la produzione agricola dei paesi in via di sviluppo … riorientare la costruzione europea, attorno al coordinamento di politiche economiche ed il lancio di grandi prestiti per finanziare oggi le PMI, le abitazioni e gli investimenti in materie di ricerca e di tecnologia.»

I pusher dell’ideologia liberista (confusi per economisti), veri e propri spacciatori di idee tossiche, per superbia o prostituzione della coscienza – approcci utili alle carriere – sono completamente dimentichi dell’inequivocabile verdetto dato dalla storia dal 1789 al 1945: il liberismo non è altro che la legge del più forte, ed il fenomeno imperiale chiamato oggi globalizzazione non è altro che una concentrazione di potere nelle mani di una oligarchia finanziaria. Chi continua a parlare di globalizzazione come di un fenomeno positivo che ha consentito ai cinesi di bere bibite occidentali ed agli occidentali di mangiare sushi, parla del nulla. Infatti, dalla stessa Banca per i regolamenti internazionali di Basilea, si ricava che dal 1960 ad oggi, nelle economie “moderne”, il flusso dei beni reali scambiati rispetto al flusso monetario sul mercato dei cambi è passato da un rapporto di 83 a 17 ad un rapporto di 0, ... a 99, … (E non si tratta di un errore di scrittura i dati di 83 e di 0, … si riferiscono ai beni reali!). Questo ci indica chiaramente come i processi puramente finanziari abbiano preso il sopravvento sull’economia reale, con un’accelerazione senza sosta dall’abbattimento degli accordi di Bretton Woods (1971). Quindi i vari Giavazzi, Alesina, e compagnia bella, quando parlano della globalizzazione parlano di quel 0, …% dell’economia mondiale che così grande beneficio darebbe all’umanità.

Il presidente Berlusconi, pur avendo affidato a Giulio Tremonti l’economia italiana, rischia – con tutti i suoi colleghi internazionali – di essere ricordato dalla storia come l’Herbert Hoover del 2000. L’intervista rilasciata il 21 agosto scorso alla rivista Tempi, rischia di rappresentare il “la” ad una virata dal tremontiano ripristino della supremazia della politica sulla finanza e l’economia, all’incantato liberismo che portò diretti al 1929. Di “suicidi a catena di imprenditori ridotti sul lastrico, assalti agli sportelli delle banche, file di disoccupati per le strade, molte persone ridotte letteralmente alla fame” in occidente non ve ne sono ancora, ma il presidente Berlusconi preferisce attendere, come Coolidge ed Hoover, che tutto ciò si verifichi prima di rendersi conto che l’unica via di uscita dall’attuale stato di crisi sistemica è quella che intraprese il presidente Franklin Roosevelt per far uscire il mondo dal disastro finanziario, economico, geo-politico e soprattutto morale, in cui si ritrovò nell’arco di pochi anni?

Il livello di parassitaggio operato dalla catena (speculativa) di Sant’Antonio è giunto al suo termine perché il bluff è divenuto quasi di pubblico dominio. Quando il bluff diviene di pubblico dominio, le catene di Sant’Antonio finiscono. Di fatto, siamo al raschiamento dei barili. Siamo all’ultimo strato da raschiare, ossia le infrastrutture pubbliche. Non esiste più alcun valore credibile dell’economia fisica che sia utile a costruire piramidi finanziarie funzionali al rifinanziamento della bolla speculativa ufficialmente avviata il 15 agosto 1971 (abbattimento degli accordi di Bretton Woods). Gli unici assets rimasti (treni, infrastrutture stradali, sanità, scuole, ecc.) sono quelli appartenenti al pubblico, allo Stato. Fagocitati pure quelli, messi in mano a banche e speculatori, la bolla speculativa non avrà altro modo di rifinanziarsi. A quel punto due potranno essere le soluzioni: 1) quella rooseveltiana con cui si dichiara il fallimento del sistema e si ripristina un giusto sistema economico e finanziario; 2) quella dittatoriale con cui si mettono a bada popoli recalcitranti o nazioni nemiche che non intendono stare al depravato gioco. I continui tentavi di accerchiamento di Russia e Cina, attraverso il “casuale” sopravvenire di volontà autonomistiche interne ben fomentate dall’esterno (il Tibet per esempio), i sistemi doppio standard (dove la Nato può riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ma la Russia non può riconoscere quella di Ossezia del Sud ed Abkazia), a cui si aggiunge l’uso costante della menzogna come mezzo di informazione della popolazione occidentale, non sono altro che le conseguenze dell’avvitarsi della crisi finanziaria globale che se non vede ancora la disperazione generalizzata negli occhi degli occidentali, la vede in quelli di quelle oltre 40 popolazioni che tra Asia ed Africa sono dovute scendere nelle piazze per protestare contro il caro alimenti (agli illuminati di qualunque risma, economisti ed associazioni dei consumtari, chiedo se anche là la catena distributiva è troppo lunga, oppure il vero problema è rappresentato dai fenomeni speculativi che stanno alla fonte?).

Dunque, ciò che hanno di fronte le classi dirigenti è una scelta: schierarsi dalla parte degli speculatori, oppure ad ottemperanza degli obblighi imposti dalle costituzioni novecentesche operare per il bene comune, ridando impulso a produzioni e commerci, attraverso l’intervento pubblico in favore dei molti ed a controllo dei pochi troppo potenti? Liberismo (intrinsecamente filo-oligarchico, come insegnato dagli autentici padri costituenti americani, da Hamilton a Quincy Adams, da Licoln e Carey a Franklin Roosevelt) o dirigismo filo-repubblicano (che quelli, invece, attuarono)? E non ci si confonda, la scelta non è tra libero mercato e comunismo, ma tra il riconoscere i limiti dell’economia di mercato e dunque intervenire per superarli, ed il non riconoscerli e volersi affidare ad una sorta di trading system finanziario che dice di puntare al rialzo mentre l’indice finanziario inesorabilmente crolla a velocità supersonica.

In ogni caso è utopico credere di poter rimettere in piedi un’economia nazionale, trascurando il fronte del risanamento del sistema finanziario internazionale. Senza una Nuova Bretton Woods quello che rischia qualsiasi economia nazionale sono fenomeni tipo quelli che riguardarono le Tigri del sud-est asiatico a fine anni ‘90: trent’anni per lanciare un miracolo economico; un biennio per distruggerlo.

Claudio Giudici



[1] La ricostruzione del grande pensatore universale trova oggi conferma empirica negli studi del biogeochimico russo Vladimir I. Vernadsky.

[3] Ripetutamente la nostra Costituzione così si esprime: «E’ compito della Repubblica …», «La Repubblica promuove …», «La Repubblica agevola …», «La Repubblica tutela …» , «La Repubblica detta …», «La Repubblica rende effettivo …», «La legge tutela …», «La legge stabilisce …», «La legge dispone …», ecc.

[4] Per una veloce comprensione della storia dell’economia mondiale negli ultimi sessant’anni si guardi all’efficacissimo pedagogical dei giovani attivisti di LaRouche in Francia: www.solidariteetprogres.org/IMG/ppt/Economie_1945_2008.ppt.

27 maggio 2008

Giavazzi: una cattedra senza merito

Replica a Il liberismo e la speranza di F. Giavazzi

Nel suo articolo Il liberismo e la speranza, ad evidente critica del testo di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Francesco Giavazzi debutta sottolineando che da circa quindici anni egli si batte, dalle pagine del Corriere della Sera, “per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo”. Senza che con ciò se ne voglia dare tutta la colpa a Giavazzi, l’obiezione immediata che può sorgere a tale proposito, è che probabilmente non è un caso che da un quindicennio l’Italia abbia ridotto di circa un 70% la crescita della sua produzione industriale (da una media di +1,5% ad una media di +0,5%), la media degli stipendi ha visto dimezzare la sua capacità d’acquisto reale sui generi di prima necessità, il debito pubblico ha continuato inesorabilmente a crescere, interi settori produttivi si sono concentrati nelle mani di ristretti oligopoli privati. In questo quindicennio infatti le ricette liberiste di cui Giavazzi è fautore hanno purtroppo trovato applicazione: dismissione dell’industria pubblica nazionale, in particolare nel periodo 1992-2000, sotto la direzione di Mario Draghi[1]; taglio della spesa sociale per previdenza ed assistenza, giustizia, istruzione, sanità, gestione del territorio; liberalizzazione del commercio.

1 - Dice Giavazzi che “la globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà”. Se Giavazzi si riferisce a Cina ed India, non è la delocalizzazione che ha trasformato quelle economie, ma gli investimenti ad alto tasso di capitale e di tecnologia. In Messico e Bangladesh, infatti, nonostante l’arrivo della globalizzazione, di benefici non se ne sono visti.

2 - Giavazzi vede gli Stati Uniti come “inciampati in un paio di infortuni”. Il debito pubblico è alle stelle, le famiglie americane sono indebitate fino al collo, il tessuto infrastrutturale statunitense è carente ed obsoleto[2], è scoppiata la bolla immobiliare, l’indice Nasdaq ha dimezzato il proprio valore. Questi sarebbero un paio di infortuni?

3 - Giavazzi poi parla delle banche centrali come di organismi statuali. Dal punto di vista meramente formale ha ragione, ma di fatto si tratta di consorzi di banche private che eleggono un proprio governatore, e con il cui direttivo determinano l’intera economia mondiale (fatte poche eccezioni).

4 - Il liberista Giavazzi ad un certo punto della sua apologia accenna al miracolo economico degli anni ’50 e degli anni ’60. Il boom economico di quegli anni non fu il frutto di politiche liberiste, quanto piuttosto di politiche dirigiste. Lo Stato italiano grazie ai finanziamenti ottenuti con il Piano Marshall diresse la ricostruzione infrastrutturale ed industriale. Si creava allora una spina dorsale su cui il tessuto imprenditoriale privato potesse sviluppare. Lo sviluppo di nuove cognizioni tecnologico-scientifiche nel campo dell’ingegneria civile, dell’elettronica, della chimica, dell’aeronautica, e la loro applicazione di massa, lanciò quel miracolo economico. Il “Piano case”, la riforma agraria e quella tributaria furono ulteriore applicazione di quel dirigismo economico che la nostra Costituzione chiede alla Repubblica, sulla scorta del Sistema americano di economia politica come definito da Alexander Hamilton e come perfettamente applicato da Franklin Delano Roosevelt.

5 – Giavazzi poi accenna all’Argentina. Esatto! Quell’Argentina che le istituzioni del consesso liberista internazionale definivano “modello di ortodossia economica”; quell’Argentina che accoglie le ricette liberiste dell’apertura indiscriminata del mercato dei capitali, delle politiche di liberalizzazione e di privatizzazione, che tutto di un tratto crolla su sé stessa.

«E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!» (Giorgio La Pira al Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, Danilo De Micheli, 1954)

Claudio Giudici



[2] A titolo di esempio, circa il 25% dei 590.750 ponti degli Stati Uniti sono stati catalogati come “strutturalmente carenti e funzionalmente obsoleti” dalla American Society of Civil Engineers (ASCE) in un rapporto del 2 agosto 2005.

18 dicembre 2007

Gli autotrasportatori ed i tassisti cacciano Alice dal paese delle meraviglie

 Gli autotrasportatori ed i tassisti cacciano Alice dal paese delle meraviglie

In risposta a “Le leggi dell’economia non usano il taxi”

L’articolo di Mario Seminerio apparso su Epistemes.org e Libero Mercato, Le leggi dell’economia non usano il taxi, che prende spunto da una lettera che gli perviene da un lettore, referenzia come il pensiero del liberismo economico concepisca l’economia come un sistema cartesiano chiuso, ossia una superficie piana da tirare un po’ in tutte le direzioni. Si tratta di un sottomodello mal funzionante, perché non tiene conto del limite fisico intrinseco oltre il quale si verifica quel fenomeno che in fisica si chiama singolarità (punto di rottura, cambiamento di fase). Ci sono alcuni esempi a cui possiamo indirizzare il nostro pensiero per comprendere questo fenomeno. La questione è di centrale rilievo epistemologico. Nel campo della fisica, si pensi a cosa avviene quando un jet raggiunge la velocità del suono: mantenere tale velocità troppo a lungo gli procurerebbe gravi danni a causa delle forti sollecitazioni che si vengono a creare; il rapido passaggio a velocità superiori permette invece di evitare questi danni ed immette il jet in un nuovo dominio di relazioni aerodinamiche. Da un sistema si è passati ad un altro. Il Menone di Platone ci lascia un insegnamento esemplare dal punto di vista dei principi che ispirano la conoscenza (epistemologia) con la costruzione geometrica che propone per la duplicazione della superficie del quadrato; per ottenere la superficie doppia del quadrato x (dunque 2x) Platone dimostra che si deve effettuare un cambio di fase, ossia, nel caso in specie, non incastrarsi con tentativi di semplice estensione (estendere in altezza o lunghezza la superficie del quadrato, come farebbero i liberisti), quanto piuttosto – ed ecco il cambio di fase – procedere entrando in una nuova dimensione con la rotazione della diagonale.

Il principio che ne deriva è che si apportano cambiamenti determinanti operando sul livello superiore al livello analizzato.

Quegli esempi ci rendono l’idea di come funzionino i processi fisici. Ora, c’è da chiedersi se l’economia sia un qualcosa che fuoriesce dalla scienza fisica, oppure se ne sia parte integrante. Sul fatto che pure l’economia sia sottoposta a delle leggi, lo sostengono pure i liberisti. Ma a quali leggi essi si riferiscono? Trattasi di leggi di natura (fisiche) oppure di leggi arbitrarie (e dunque non leggi, ma opinioni che hanno la stessa validità dell’opinione esattamente contraria)?

I liberisti ci parlano di legge della domanda e dell’offerta. Funziona questa legge? Vi sono intere popolazioni che domandano medicinali per la cura dell’aids, ma l’offerta in tal senso non arriva. Vi sono popolazioni che chiedono infrastrutture di base come sistemi idrici, elettrici, di trasporto, sanitari, educativi, ma di offerta in tal senso non ne arriva. Ma allora, quando funziona tale legge della domanda e dell’offerta se non è capace di soddisfare neanche i bisogni primari delle persone? Quando è efficace in termini di profitto. E’ ovvio che questa legge ha alla sua base un problema di natura epistemologico – del principio che la ispira cioè. Il paradigma fondante di questa legge è frutto di una tale depravazione morale, da non poter essere seriamente presa in considerazione.

I liberisti quando trattano dell’economia non fanno della scienza ma della semplice statistica.

La statistica può funzionare fino ad un certo punto, può fungere da termometro, ma non può rappresentare l’unico metro di valutazione di un fenomeno. Sarebbe come se rimettessimo il giudizio sullo stato di salute di un paziente, alla semplice misurazione della temperatura corporea e valutassimo come obbligatoriamente in salute colui che pur avendo pressione alta, globuli sbalzati, sangue nelle feci, avesse però una temperatura sotto i 37°.

D’altra parte una dimostrazione di come poco affidabile sia la statistica che si cela dietro ogni algoritmo che ispira quella che è l’applicazione estrema delle derivazioni del pensiero liberista – il trading finanziario – ce la dettero nel ’98 i due premi Nobel, Robert Merton e Myron Scholes, che a quel tempo guidavano, portandolo al fallimento, il fondo speculativo Long Term Capital Management. Questi modelli, infatti, seguono logiche di tipo lineare. La realtà fisica – e tutto ciò che fa parte della natura fa parte della realtà fisica – non procede però secondo logiche lineari. Ad un certo punto l’acqua comincia a bollire: ecco la rottura della linearità, il cambiamento di fase. Quello che deve fare l’uomo in economia è produrre il cambiamento di fase affinché si passi da una realtà ad una di tipo superiore.

Ora, torniamo alla riflessione di Seminerio. La riflessione di Seminerio – probabilmente perché vittima di una certa superbia che domina nella cosiddetta classe intellettuale (versione moderna delle antica casta sacerdotale, il cui vizio formalista è tutt’oggi presente) – si dimostra meno consapevole del lettore (tassista? come si chiede Seminerio) che gli scrive. Il lettore è consapevole di un fatto che invece sfugge a Seminerio. Questo fatto è che in tutte le cose vi è un limite fisico intrinseco, oltre il quale non si può andare, e dove un cambiamento determinante non è possibile restando su quel livello di analisi. L’autore della lettera sa che in un’ora il tassista non può fare più di 3-4 corse. Non ha alcun appeal per lui il fatto che possa aumentare l’utenza che fruisca del servizio taxi in presenza di una riduzione della tariffa della corsa – come ipotizza ed auspica Seminerio – perché in ogni caso lui non potrebbe fare più di quelle 3-4 corse. A quel punto, però, le 3-4 corse che prima gli remuneravano ipotetiche 20 euro, ora andrebbero a remunerargli di meno. A ciò si aggiunga il fatto che invece i costi d’esercizio sono costantemente in crescita (costo auto, assicurazione, bollo, benzina, tasse, aumento del costo generale della vita). L’autore della lettera conosce la realtà e su essa ragiona, Seminerio, invece, fa dell’accademia.

Per gli stessi motivi non si riesce a ridare stabilità finanziaria al nostro Paese ed all’economia occidentale. Le autorità economiche-finanziarie e politiche continuano a concentrare la loro attenzione sul livello finanziario con i tagli e la “razionalizzazione” della spesa, piuttosto che su quello superiore dell’economia fisica con un’azione d’impatto per l’arricchimento del tessuto infrastrutturale e della produttività. Questi parlano di “paese bloccato”. Questa è la nuova parola d’ordine, e la soluzione starebbe nelle liberalizzazioni. Ma questo non può funzionare perché la realtà fisica non funziona così. Si illudono che l’approntare azioni sullo stesso livello su cui vogliono vedere i risultati – quello finanziario – possa funzionare. Povera Alice!

In merito agli autotrasportatori Seminerio afferma:

[Con tariffe libere gli autotrasportatori-padroncini] la finirebbero di tenere sotto ricatto un intero paese al solo scopo di mantenere invariato il proprio reddito nel tentativo di recuperare le maggiori voci di costo, ed il paese ne guadagnerebbe in salute: quella dei camionisti stressati dal dover rispettare i tempi di consegna, e quelli degli automobilisti che viaggiano fianco a fianco degli autotreni.

A Seminerio, com’è tipico dei formalisti, sfugge la visione dell’intero processo, e guarda caso questa disattenzione è utile alle oligarchie e lesiva della dignità dei lavoratori. Oggi, mantenere il livello di reddito recuperando almeno “le maggiori voci di costo” – strano? – vuol dire continuare ad avere diritto alla sussistenza e non alla bella vita. Stando alla sostanza della realtà odierna, affermazioni come quella sopra, rappresentano un attentato al principio costituzionale della dignità del lavoro e più in generale del “diritto ad una esistenza libera e dignitosa” come recita l’art. 36 della Costituzione. I “padroncini” se oggi sono in grado di mettere in ginocchio un Paese, è perché i Governi non hanno fatto politica strategica, ma hanno piuttosto lasciato il mercato libero di decidere come meglio svilupparsi. Questo sviluppo libero, alla stessa stregua di un terreno incolto, ha finito col produrre molte erbacce. Il mercato non ha trovato convenienza a diversificare la rete di trasporto ed anzi gli interventi statali sono stati solo ossequiosi a chi chiedeva lo sviluppo del trasporto esclusivamente su gomma. Così, oggi, quegli autotrasportatori hanno una funzione sociale così importante da non poter non essere riconosciuta dall’ingordigia dei grandi speculatori che vogliono tenere bassi i costi del lavoro.

Eppure l’accademia a cui si ispira Seminerio, trova già in uno dei suoi padri fondatori – David Ricardo – l’emblema della fallacia della teoria liberista. Ricardo, infatti, sostiene che la legge del libero mercato funzioni soltanto in presenza di due circostanze: la piena convertibilità aurea della moneta circolante e la chiusura del sistema analizzato. Pura accademia appunto, e non tanto per la prima condizione – la quale potrebbe anche essere realizzata ma con risvolti inevitabilmente malthusiani – quanto per la seconda, la quale è impossibile da realizzare almeno che non si immagini per il pianeta l’esistenza di un unico mercato, di un’unica autorità monetaria, di un unico governo mondiale. Dunque, quando i liberisti fanno i liberisti duri e puri, sanno di cosa parlano? Il paradosso è che il loro non sapere, risulta assai utile alle oligarchie finanziarie che dei processi liberisti si avvantaggiano.

La soluzione ai problemi di qualunque sistema, non è il liberismo, che anzi ha storicamente dimostrato di non essere performante ai fini del bene comune – questo è il fine della Repubblica – , ma utile solo alla formazione di oligopoli. E a ciò porta il restare sul livello, per riprendere l’esempio di Platone, della estensione lineare. Una soluzione autentica, invece, passa per lo sviluppo tecnologico-infrastrutturale del livello di base di quel sistema (ed eccoci dunque spostati sul livello superiore, della rotazione della diagonale nell’esempio di Platone). In pratica, se non si aumenta la qualità tecnologica delle infrastrutture, di modo da consentire una più efficiente viabilità (metropolitane, ricorso ad una seria limitazione del traffico nei centri cittadini, aumento dei bus navetta, strade costantemente e velocemente manutenute, aumento delle corsie preferenziali proprio come suggerito dal lettore che scrive a Seminerio) nessun aumento delle licenze sarà utile al cittadino, sia utente e sia lavoratore – esatto Seminerio, anche lavoratore, visto che di esso si deve tenere conto nel momento in cui la nostra Costituzione (artt. 1, 3 e 4) su di lui si regge! Sarà il caso di tenerne conto in un’epoca in cui si è progressivamente accelerata la distruzione della capacità d’acquisto reale dei lavoratori?

Sia ben chiaro, che qui non si è contro il mercato e la libertà organizzativa dell’imprenditoria, quanto piuttosto contro l’idea che il “libero” mercato sia da sé capace di disporre le risorse nel miglior modo possibile. Il “libero” mercato, per esempio, non trova convenienza a sviluppare una linea ferroviaria, una infrastruttura elettrica, idrica o del gas per Borgo Piccino. Ma senza andare troppo in là con la fantasia, il libero mercato trova conveniente l’assunzione di ausiliari del traffico, i quali sono finanziariamente redditizi, ma non trova conveniente l’assunzione di nuove forze di polizia, oppure più semplicemente evitare che questi debbano saltare le ronde notturne per mancanza di carburante, oppure evitare che questi utilizzino la cancelleria della banca vicina per assenza di fondi da destinare a tale materiale. In questo secondo caso, infatti, la “redditività” è misurabile solo in termini di ritorno sociale – che è un arricchimento dell’economia fisica. Il paradosso che si viene ad avere è che si possono perseguire indisciplinati autisti, ma non la criminalità organizzata (qui l’attività non si autofinanzia, ma finanziariamente, nell’immediato, è solo un costo). Si capirà bene che alla base di questi paradossi vi è Maastricht ed il suo patto di stabilità.

Dunque, qui si sostiene piuttosto l’idea fatta propria dal nostro Costituente, per cui l’iniziativa economica debba avere una funzione sociale e che a tale fine la Repubblica deve intervenire.

E rifacendosi ancora al caso di cronaca del lavoro più recente e clamoroso, quello del fermo degli autotrasportatori, il libero mercato con il suo alfiere della deregulation ha fatto sì che si dequalificasse il lavoro dell’autotrasporto ricorrendo a manodopera a basso costo, e che poi ci si scandalizzasse se gli autotrasportatori italiani, attanagliati da una parte dall’aumento dei costi di esercizio, e dall’altra dalla concorrenza a bassa tutela sociale dei lavoratori stranieri, procedessero con un fermo volto a richiamare l’attenzione sul fatto che il principio della dignità del lavoro (art. 36 Cost.) fosse di fatto leso, non essendo più l’attività svolta esercitatile a condizioni qualitative e quantitative dignitose, e non consentendo più una dignitosa remunerazione per sé e la propria famiglia, come, appunto, costituzionalmente richiesto.

Ma visto che vogliamo utilizzare queste cosiddette leggi dell’economia per taxi ed autotrasporto, che leggi abbiamo dimostrato non essere, mi chiedo se queste leggi valgano anche per il sistema bancario. Da fine luglio, ossia dallo scoppio della crisi dei mutui subprime le banche centrali del mondo occidentale si sono prodigate in continue immissioni di liquidità, non per la conclusione di infrastrutture o per salvare fabbriche e posti di lavoro, ma per salvare la piramide speculativa di carta creata negli ultimi decenni dalla comunità finanziaria.

L’obiettivo della Repubblica deve essere quello di perseguire il Bene Comune. Per fare questo in modo efficace e costante esiste un solo autentico metodo, che è quello originale del Sistema americano di economia politica, così come fondato fin dal 1789 da Alexander Hamilton e ribadito nella sua efficacia da Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy, in opposizione al modello liberista dell’Impero britannico. Esso passa per continue rivoluzioni scientifiche nel campo delle infrastrutture e dell’industria, da lanciare facendo ricorso in modo dirigistico al credito pubblico, così come previsto dalla Costituzione americana (art. 1 sezione 8). Questo, dunque, non è un modello di stampo stalinista, ma piuttosto l’autentico modello a cui gli Stati Uniti hanno fatto ricorso per almeno quattro volte in modo rivoluzionario (presidenze Washington, Lincoln, F. Roosevelt, Kennedy). Questo sistema ovviamente mette in profondo stato d’accusa il modello liberista a cui si ispira il Trattato di Maastricht e può oggi essere riproposto solo in seguito alla necessaria ricostituzione di un equo sistema monetario internazionale a cambi fissi, ed il congelamento dei debiti pubblici degli Stati che non possono essere ripagati chiedendo disastrosi sacrifici alle popolazioni, ma rilanciando in modo dirigistico le politiche industriali. Perché non chiedere ai creditori – esclusivamente banche private – di pazientare il tempo necessario per rilanciare l’economia produttiva di un’economia globale in piena crisi da ubriacatura speculativa liberista?
Alice esca dal paese delle meraviglie.

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà
www.movisol.org

15 ottobre 2007

Lettera a Beppe Grillo su denaro, banche centrali, oro

Firenze, 15 ottobre 2007

All'attenzione di Giuseppe Grillo

In riferimento a: spettacolo 1998 su denaro, banche centrali, oro ( http://www.youtube.com/watch?v=CJJ9rzReXso ).

Caro Beppe Grillo,

scrivo questa lettera pubblica al fine di mettere a conoscenza i più di una questione da te stesso sollevata nel 1998. Mi riferisco alla questione del credito pubblico, più conosciuta e malamente conosciuta, come questione del signoraggio.

Il tema è ovviamente centrale – anche se, o forse proprio per questo, mai trattato dalla classe dirigente – poiché sul credito (e sull’elemento fiduciario ad esso intrinseco) si regge tutto il sistema delle relazioni economiche tra le persone.

La trattazione che ne desti tu nel 1998 (ti riporto il link del video, dai cui sottotitoli preferisco però prendere le distanze per i motivi che sotto si comprenderanno, http://www.youtube.com/watch?v=CJJ9rzReXso) può risultare utile ma solo se approfondita, di modo da passare da un approccio meramente formale (di fatto inutile) ad un approccio sostanziale (determinante e discriminante per il perseguimento del bene comune).

Le questioni che in quel tuo intervento sollevi rappresentano solo un primo passo verso la reintroduzione di un sistema monetario più giusto, ma mancano del successivo secondo passo.

Denunci la perdita della sovranità nazionale (“Fmi e Banca Mondiale che decidono quale acqua dovremo bere”; un debito pubblico che non viene reso noto chi abbia come controparte creditizia, perché, aggiungo io, di fatto rappresenta un’iniqua cinghia di forza che impedisce lo sviluppo delle nazioni), e la titolarità del potere di emissione del denaro in mano ad un sistema sostanzialmente privato (le banconote infatti hanno la dicitura “Banca d’Italia” piuttosto che “Repubblica italiana”).

Queste questioni che sollevi sono rilevanti se il ragionamento però non si ferma qui. Fermando qui il ragionamento, infatti, non evitiamo la possibilità che si abbiano fenomeni speculativo-inflazionistici tipo quelli creati da John Law in Francia agli inizi del 18esimo secolo o quelli verificatosi sotto la Repubblica di Weimar nel 1923. Durante questi due precedenti storici la stampa del denaro provocò dei disastri inflazionistici a tutto danno delle popolazioni. In pratica quello che sta avvenendo oggi, con la sola differenza che là a farlo fu l’ente pubblico, qui a farlo è il sistema bancario privato sotto la parvenza pubblica offerta dalla definizione usata per le banche centrali come enti di diritto pubblico.

Ma il rischio è anche un altro. Vi sono alcune fazioni – solitamente facenti capo alla nobiltà nera – che sostengono l’idea della perfetta corrispondenza tra denaro e riserva reale, intendendo con il termine “reale” un bene quantitativamente limitato. Tale idea ci farebbe cadere dalla padella alla brace. Questa idea, infatti, proprio perché vittima di un approccio formalista, non fa altro che sostituire un bene di “convenzione” (il denaro) con un altro (l’oro). Tale idea è anch’essa di matrice oligarchica. Infatti, la nazione che possiede riserve auree può procedere a lanciare linee di credito per finanziare lo sviluppo, quella che non le possiede o ne possiede poche, di fatto, non ha alcuna sovranità economica e dunque politica. Laddove non si voglia discutere di tale evidente limite, comunque si pensi all’assurdità di ritenere l’oro un bene in senso assoluto, quando in un tempo futuro si potrebbero trovare nuovi giacimenti d’oro. Una scoperta di tale tipo provocherebbe immediatamente la svalutazione dello stesso e dunque una conseguente riduzione del potere d’acquisto da parte delle persone.

Come evitare ciò? Bisogna che con il termine di “bene reale” si intenda ciò che effettivamente è un bene reale e non una pura convenzione.

Alla fine del tuo intervento dici: “Ce ne sono pochi [di soldi]? Ne stampo un po’. Ce ne sono molti? Ne prendo un po’ e li brucio. Mantengo la circolazione stabile, i prezzi stabili. I soldi servono per tenere i prezzi stabili.

Il sistema monetario che si cela dietro queste tue affermazioni, non è il migliore che l’esperienza umana abbia saputo proporre. Con quelle frasi pare che tu concepisca un sistema da equilibrare, ma che non conosce crescita, progresso. Il credito pubblico (i soldi) ha avuto storicamente – pensiamo agli Stati Uniti di Washington, di Lincoln, di Franklin Roosevelt e di John Kennedy, ma pensiamo anche all’Italia del Piano Case o alla Germania del Kfw, ed a tutte quelle nazioni che oggi avviano importanti progetti infrastrutturali grazie all’emissione di linee di credito pubblico – l’importante funzione propulsiva di un intero sistema economico. L’economista inglese William Beveridge, ai comodi scettici che mettono in dubbio la validità di tale sistema, lanciava la seguente provocazione. In guerra, i governanti della nazione non dicono ai propri cittadini che siccome i soldi non ci sono, non si può fare altro che perire, bensì raccolgono tutte le forze del paese intorno ad una missione comune che consiste nella produzione di armi, senza stare a fare ragionamenti di tipo finanziario. Ecco che Beveridge non fa altro che dire:«Perché non ricorriamo a tale sistema in situazione di pace dove l’obiettivo invece che produrre armi sia creare posti di lavoro e produrre ciò di cui la popolazione ha necessità per una vita dignitosa?». Non è un caso che Beveridge fosse tra le letture economiche preferite di Giorgio La Pira.

Ecco che lo Stato non ha alcuna necessità di bruciare denaro come fisiologico sistema equilibratore, quanto piuttosto di lanciare continuamente linee di credito strategicamente dirette al raggiungimento esclusivo di precisi fini idonei al perseguimento del bene comune, passando per una continua rivoluzione in campo tecnologico-scientifico. Laddove la liquidità del sistema sia autosufficiente, si provvederà con linee di credito che poggiano sulle riserve liquide in deposito presso le banche, mentre laddove la liquidità del sistema non sia sufficiente si procederà con emissioni ex nihilo.

Ecco che il vero “bene reale” è lo sviluppo tecnologicamente sempre più avanzato dell’economia fisica, come prova tangibile della maturata evoluzione cognitivo-creativa dell’uomo.

Ecco che il credito pubblico non è altro che il diritto che la popolazione vanta nei confronti del governo ad un successivo miglioramento delle condizioni di vita.

Potrai ben comprendere che non si tratta di un metodo di politica economica centrato su regole magiche, piuttosto implicante precise scelte di natura politica (che dunque inevitabilmente contemplano la possibilità dell’errore). Tale sistema consente di fare concepire alle persone il senso del denaro per ciò che esso è: uno strumento per il bene (comune), e non il bene stesso. Brevemente detto: il denaro è utile al sistema per creare posti di lavoro e per creare i beni di cui l’umanità necessita per la propria vita.

Da questo punto di vista, la nostra Costituzione, avviava un percorso di tale tipo. Il riconoscimento della proprietà privata e dell’iniziativa economica come istituti aventi “funzione sociale” e non piuttosto dèi intoccabili a prescindere, ci inseriva in quel grande disegno che prima o poi dovrà essere realizzato: una società di uomini dediti alle scienze ed alle arti per il perseguimento armonico del bene comune. Questi saranno i lavori futuri del genere umano: scienza ed arte!

L’esclusiva facoltà ontologica dell’essere umano, la sua capacità di ragione cognitivo-creativa, sarà principalmente dedita alla scienza ed alle arti, lasciando il lavoro manuale alle macchine. Il compito degli stati sarà quello di regolamentare i rapporti tra le persone, di modo che non si creino, in un generale contesto di libertà, situazioni di sopraffazione; la macchina sarà vista come un aiuto al fare bassamente specializzato, alla stessa stregua di come è vista una lavatrice o un sistema di conduzione idrico che si conclude con il rubinetto, e l’uomo non si sveglierà più al mattino schiavo di dovere fare del denaro, quanto piuttosto eccitato da ciò che in quella giornata potrà conoscere o potrà esprimere, proprio come la legge naturale inclina il bimbo per ogni nuovo giorno che affronta.

Oggi purtroppo il progresso tecnologico-scientifico non è un bene comune ma uno strumento per soggiogare altri popoli; la macchina non è strumento di emancipazione dal fare bassamente specializzato ma uno strumento per evitare noie con “lamentosa” mano d’opera e per aumentare i profitti. Si tratta di evidenti degenerazioni di beni che di per sé potrebbero essere utilizzati in modi virtuosi, ma che invece la cupidigia trasforma in vizi sistemici. Tuttavia la constatazione empirica per cui l’utilizzo di tali strumenti sia oggi degenerato, non può suggerirci la loro messa al bando. Il fatto che il web sia più utilizzato per il porno piuttosto che come inesauribile fonte di conoscenza e comunicazione, non rende necessario la sua messa al bando, quanto un’educazione degli individui ad un uso più maturo dello strumento. Il fatto che i mass media siano diventati strumento di avvilimento dei processi mentali delle persone, non rende necessaria la loro messa al bando, quanto un corretto utilizzo che dovrebbe essere appunto quello di trasferire conoscenza ad un potenzialmente infinito numero di persone.

L’Utopia di Tommaso Moro è forse la rappresentazione più realistica di ciò che un giorno spetterà al genere umano.

Ecco che proporre Tony Blair come modello di politico da seguire, o lo speculatore George Soros come modello di “capitalismo etico”, o integrare nel tuo programma “Primarie dei cittadini” i deliri di Marco Pannella per una riduzione della popolazione mondiale a 3 miliardi di persone, rappresentano quanto di più vicino possa esserci ai programmi del sistema liberale anglo-olandese, emblema di un sistema monetario (e non solo) oligarchico ed anti-repubblicano.

Ti chiedo dunque, visto il seguito che stai avendo e che può essere pericoloso se non si trasmettono i messaggi corretti, di riprendere la questione del credito pubblico e di approfondirla alla luce del seguente principio: l’uomo è dotato di capacità di ragione cognitivo-creativa la cui più alta manifestazione si ha con la scienza (non in termini illuministici, ma in termini umanistici, ossia conoscenza di sé stesso, delle relazioni con gli altri e della natura, in termini sensibili ed ultrasensibili) e con l’arte (intesa come mezzo di trasferimento del vero, ossia di ciò che la scienza, come adesso definita, ci permette di conoscere). Alla luce di ciò, il ripristino del potere del credito pubblico risulta inutile se non utilizzato per i fini di arricchimento dell’economia fisica, che solo si può avere con continue rivoluzioni in campo tecnologico-scientifico da applicare nelle infrastrutture e nella produzione.

Cordiali saluti.

Claudio Giudici - giudici15@interfree.it

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