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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


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28 gennaio 2014

Matteo così non cambiamo verso!

Caro Matteo, è indubbio che la proposta politica che stai avanzando stia suscitando un grande entusiasmo nella pubblica opinione. L'Italia ha infatti bisogno di ritornare ad avere fiducia in un futuro che obbligatoriamente dovrà cambiare. Personalmente però, in qualità di piccolo imprenditore fiorentino e di legale rappresentante del 4390 Taxi Firenze, non intravedo nella tua proposta l'elemento di novità, di discontinuità che servirebbe. Nell'ultimo ventennio, più volte abbiamo detto no alla politica dei due tempi: il primo tempo dedicato alla messa in ordine dei conti, il secondo tempo dedicato allo sviluppo. Tuttavia, abbiamo sempre attuato il primo tempo, chiedendo sacrifici agli Italiani, ma non abbiamo mai attuato il secondo. Anzi, questo secondo tempo, se analizziamo oggi i dati relativi ai consumi interni che segnano livelli record negativi dal dopoguerra ad oggi, è stato proprio precluso dal mettere “a posto” i conti, tanto che oggi non abbiamo né i conti in ordine, né crescita. Anche tu ti sei presentato dicendo che avremmo chiesto uno sforamento del famoso vincolo del 3% del rapporto Pil/deficit imposto dal Patto di Stabilità europeo – in quanto ciò servirebbe a riproporre politiche di spesa pro-crescita – soltanto dopo, di nuovo, aver fatto “i compiti a casa”. Dunque siamo alle solite: ci riproponete il solito fallimentare metodo dei due tempi; tanto più fallimentare proprio quando ha preteso di essere il più ubbidiente possibile alle richieste della Troika (il Governo Monti ne è l'esempio più eclatante). In concreto, proponi all'Italia di rivedere ancora una volta la regolamentazione del mercato del lavoro, la legge elettorale, l'architettura costituzionale. Per ciò che a me più compete, voglio concentrarmi sul primo punto. Quest'anno, nonostante la congiuntura sfavorevole, il 4390 Taxi Firenze, grazie al marketing ed alle migliorie di processo adottati, ha saputo conquistare nuove fette di mercato. Queste, ci sono state utili per evitare di mandare a casa parte del personale. Addirittura, abbiamo dovuto assumere una nuova persona, ma non in un reparto produttivo, bensì in quello amministrativo. Questo perchè la famosa semplificazione amministrativa della cosa pubblica si è tradotta più che in una de-burocratizzazione dei processi, in una esternalizzazione dei processi dalla Pubblica Amministrazione alle imprese stesse, rappresentando dunque per le stesse una nuova improduttiva voce di costo. In questi mesi mi sono più volte chiesto se fosse il caso di assumere anche un nuovo operatore di centrale radio, per riuscire ad incentivare la produttività. Questo operatore non l'ho mai assunto non tanto perché non avessi idea di quale contratto adottare, nè perché invece che costarmi 24mila euro annui (con contributi pagati, con tredicesima e quattordicesima) me ne sarebbe potuto costare 14mila (laddove volessimo arrivare, come talvolta sentiamo, ad eliminare le parti che io chiamo della dignità economica del contratto di lavoro ex art. 36 Cost.), ma perché avrei comunque un problema di produttività reale. Infatti, nella fase estiva, il lavoro tiene grazie al flusso turistico portatoci dalle nuove classi medio-ricche dei Paesi del B.r.i.c. (Brasile, Russia, India e Cina, ossia quelle realtà che adottano da tempo politiche espansive di investimento in infrastrutture ed industria); d'inverno invece la situazione è naturaliter progressivamente stagnante perché poggia sulla sola arrancante domanda locale. Ma ammettiamo che il 4390 Taxi Firenze fosse così bravo da far risalire la domanda di servizio tanto da dover assumere nuovo personale: noi non riusciremmo comunque ad assorbirla a causa della carenza del sistema infrastrutturale fiorentino che non consente fluidità di scorrimento ai nostri taxi, oltre che ai fiorentini in genere. Le corsie preferenziali, infatti, già storicamente carenti, seppur la tua Amministrazione le abbia aumentate in zone periferiche (dove era possibile occupare spazi riservati alla viabilità generale), le ha diminuite in alcune più bisognose zone in prossimità del centro città. Questo perché si è preferito eliminare le corsie preferenziali – si pensi a via Pisana, via Bronzino – sostituendole con posti auto, di cui vi è pur bisogno. Ma una più efficiente gestione dello spazio, suggerirebbe di sfruttare il sottosuolo per la creazione di parcheggi sotterranei e – incredibile ma vero! – di una metropolitana (o anche il “tubone” sotterraneo nord-sud che volevi fare); ma non abbiamo i soldi per fare ciò, perché il Patto di stabilità ce lo impedisce! Il Presidente Letta ad inizio mandato gasò il Paese perché forse avremmo potuto sforare il Patto per 12miliardi di euro (tu ieri a Virus hai parlato di 5miliardi, ma mi auguro solo per un capitolo di spesa). Una cifrona? Se paragoniamo questo circa mezzo miliardo di euro a regione, con gli oltre 20miliardi di dollari che è costata l'area dove sorge il Burj Dubai, il grattacielo dei record, direi una miseria! Dunque, burocrazia e carenza infrastrutturale sono due primi problemi che bloccano l'impresa che lavora in particolare sul mercato interno. Il terzo problema, connesso a questi, è il mercato interno stesso, che è stato “stritolato” soprattutto dalle politiche di austerità del Governo tecnico. Il prof. Fortis dell'Università Cattolica di Milano, ha recentemente dimostrato che l'Italia oggi esporta all'estero quanto ai livelli pre-crisi, e più di Germania e Francia (!), mentre il consumo interno è perfino peggiore di quello dei minimi toccati nel 2009. Non è dunque un problema di competitività dell’Italia, di riforme del mercato del lavoro e di un Paese che non ha saputo reagire alla crisi. Si tratta semplicemente di una cinghia che ci è stata messa al collo, quella dell'austerità applicata sotto pressioni esterne, che ha portato a risultati disastrosi. L’Italia infatti è il secondo paese più competitivo per le esportazioni a livello mondiale secondo l’indice Unctad/Wto; è uno dei pochi paesi con la bilancia commerciale in attivo ed è leader in numerosi settori, non solo quelli più conosciuti come l’alimentare, l’abbigliamento e l’arredamento, ma anche in vari settori della meccanica e dell’ingegneria. E' evidente allora che se vogliamo che gli Italiani ritornino ad acquistare, a riprendere la strada del benessere, che gente come De Gasperi, Mattei, La Pira ci aveva insegnato a costruire, dobbiamo abbassare il complessivo livello di tassazione e procedere con politiche espansive di investimento nelle infrastrutture e nei settori strategici: abbiamo bisogno di un nuovo New Deal, dove la politica torni a fare il direttore d'orchestra, le banche tornino a finanziare l'economia reale, chi fa speculazione invece che esser salvato con i soldi dei contribuenti sia, come con lo standard Glass-Steagall, abbandonato a sé stesso, e che le imprese italiane possano esser facilitate nella loro grande creatività piuttosto che, paradossalmente, essere il creditore di ultima istanza di un Eurosistema fatto al contrario. Dunque o la Commissione europea ci consente di sforare il patto di stabilità fin da subito, senza la presa di giro di altri inutili “compiti da fare a casa”, oppure dobbiamo riappropriarci della nostra sovranità monetario-creditizia. La prima opzione sarebbe comunque un compromesso che lascerebbe in mani terze un cardine fondamentale della sovranità economica e politica dello Stato; la seconda opzione sarebbe, seppur psicologicamente più probante, la strada che sempre più economisti, premi Nobel o meno, suggeriscono.

6 settembre 2010

La grande mistificazione della rendita di posizione

 E' ben noto, dalla letteratura sull'oligopolio che la spregiudicatezza è uno dei tratti caratteristici delle strategie e tattiche che vi si adottano. In modo analogo, l'accentuazione in senso pessimistico di una situazione che ovviamente non sia brillante ma nemmeno catastrofica, può essere una strategia efficace per modificare l'esistente ordine delle cose, allorché si faccia avanti 'un nuovo pretendente che reclama una fetta di potere'”. Federico Caffè, settembre 1972


 

Parlare di rendita di posizione, così com'è nell'accezione oramai diffusasi, è un inganno.

La dottrina economica ne parla originariamente in relazione alla rendita fondiaria per sottolineare il vantaggio reddituale che un'area ha sulle altre. Successivamente essa è divenuta il sovraprofitto ottenuto grazie alla non perfetta concorrenza nel mercato. Ma le idee di libero mercato e di concorrenza perfetta non hanno a che fare con la realtà delle cose umane. Diversamente, esse sono funzionali a combattere deboli operatori economici, a tutto vantaggio di operatori più forti.

Oggi, non sentiamo mai parlare di libero mercato in merito al settore bancario o a quello petrolifero, controllati a livello mondiale da ristrettissimi oligopoli. Il mercato turistico globale è in mano ad un solo grande operatore. In Italia il settore bancario è controllato da due operatori; la distribuzione commerciale (liberalizzata a fine anni '90) è già oggetto di oligopolio, mentre il sistema infrastrutturale – aeroporti, stazioni ferroviarie, autostrade, che sono monopoli naturali – è controllato da pochissimi operatori.

Il paradosso, è che queste situazioni di controllo del mercato – che però i corrotti apologeti delle liberalizzazioni mai denunciano – sono il frutto di un precedente processo di liberalizzazione, dove si è messo sotto accusa un sistema di mercato diffuso tra piccoli operatori (paradigmatico, appunto, il caso della liberalizzazione del commercio in Italia, attraverso il primo decreto Bersani) o concentrato nella mano pubblica.

Ciò a cui dobbiamo guardare, è se una rivendicazione sia o meno funzionale al raggiungimento di un più elevato livello di bene comune. A quest'ultimo, infatti, dobbiamo mirare, e non al libero mercato integralisticamente inteso, che lungi dall'essere un presupposto del bene comune, ne è storicamente (e per la Costituzione italiana) un suo nemico. Il “libero” mercato, rimesso alla mano invisibile del mercato – come vorrebbe la teoria liberista – , è nella realtà un mercato controllato dagli operatori finanziari più forti. Il mercato deve essere ben regolamentato, così come si mira a regolamentare qualsiasi umana espressione, per il raggiungimento dei fini che gli sono propri.

Allora, all'idea di “libero mercato” si deve contrapporre quella di “giusto mercato”.


 

All'indomani dell'approvazione in Consiglio dei Ministri della seconda lenzuolata Bersani (2006), dopo quella del 1998, l'allora Ministro alle infrastrutture Antonio di Pietro1 affermò: “Quando una rendita di posizione è messa in discussione è ovvio che le categorie interessate, penso ad esempio ai tassisti, alle farmacie e ai notai, si sentano in qualche modo defraudate di un diritto. Ma il libero mercato non è fatto di rendite e un governo ha l’obbligo di tutelare la pluralità dei cittadini, non una singola categoria.”

Esatto, il Governo ha l'obbligo di tutelare la pluralità dei cittadini e non una singola categoria, né tanto meno combattere quella singola categoria per consentire agli amici di farsene un sol boccone!2

Il ragionamento di Di Pietro parrebbe non fare una piega. Eppure, se andiamo a guardare come operò il d. lgs. 214/1998, più comunemente conosciuto come primo decreto Bersani, ciò che ad una prima lettura appare come prezioso oro, risulterà ben presto del misero ottone.

Il primo decreto Bersani aveva in scopo, nelle intenzioni dichiarate dal legislatore e da molti opinion makers (politici, economisti, giornalisti, ecc.), una maggiore diffusione dei prodotti sul territorio, di modo da consentire all'anziana signora di trovare sotto casa l'ortolano, piuttosto che il negozio di scarpe (questa era la toccante storiella raccontata con più frequenza). Così, venne meno l'obbligo del rispetto delle distanze tra un esercizio economico ed uno di pari settore merceologico (venne meno anche la regolamentazione tra settori merceologici), e si aprì la porta alle grosse catene commerciali che poterono collocarsi in prossimità di quelli che, con nome esotico, oggi vengono chiamati “centri commerciali naturali”. Il risultato del processo avviato, è stato diametralmente opposto a quello auspicato dal legislatore e dagli opinion makers: la forte capacità finanziaria dei grossi gruppi commerciali ha sbaragliato la concorrenza, portando così alla moria dei piccoli esercizi commerciali (nel frattempo trasformati in mono e bilocali che hanno pasturato nel grande mare della speculazione immobiliare), fino ad arrivare ad un mercato controllato per oltre il 70%, da un ristretto oligopolio. Così, adesso, l'anziana signora non ha più né a pochi passi, né tanto meno sotto casa, l'ortolano o il calzolaio … ma di Bersani che abbiano interesse a ricordarsene è difficile trovarne!

Non è un caso, per esempio, che la rivista della Coop, l'Informatore, del dicembre 2000, riportasse: “La rendita di posizione del negozietto a prezzi stratosferici [sic!] non può essere difesa a scapito della pensionata sociale, dell'operaio che deve fare i conti col salario”3. I “prezzi stratosferici” del negozietto … la pensionata e l'operaio che trovano rifugio nella Coop (da guinness dei primati, che da lì a poco sarebbe stata aperta a Le Piagge di Firenze …).

Ma dobbiamo trovare dei validi riferimenti, per capire se parlare di rendita di posizione sia strumentale a qualche disegno oligarchico, oppure meritevole in sé stesso.

Nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, Niccolò Machiavelli afferma:


 

“ … quelle repubbliche dove si è mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportono che alcuno loro cittadino né sia né viva a uso di gentiluomo, anzi mantengono intra loro una pari equalità, ed a quelli signori e gentiluomini che sono in quella provincia sono inimicissimi, e se per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come principii di corruttele e cagione d'ogni scandolo, gli ammazzono. E per chiarire questo nome di gentiluomini quale e' sia, dico che gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniziosi in ogni republica ed in ogni provincia; ma più perniziosi sono quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella, ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro.”


 

Dunque per Machiavelli la rendita è un fenomeno dove la redditività è svincolata dal lavoro. Si tratta allora di un fenomeno tipico dei grossi gruppi societari, ma più in generale della rendita immobiliare e di quella finanziaria (tutti fenomeni che, durante gli anni '90. mentre si invocavano le liberalizzazioni come strumento di democrazia, venivano avvantaggiati da legislazioni di favore).

Il paradosso è che oggi, come fa Di Pietro con l'affermazione di cui sopra, si parla di rendita in merito a soggetti che vedono derivare la propria redditività economica dal lavoro: tassisti, farmacisti, liberi professionisti, ambulanti. Fra l'altro, lo stesso accostamento dell'una con l'altra categoria di lavoratori appare ridicolo, ma comunque legato dall'aspetto per cui si tratta di mercati regolamentati – proprio come nelle intenzioni del Costituente – e non rimessi all'arbitrio ed alle voglie del mercato. Ed invece, di questa fantomatica rendita di posizione, non se ne sente parlare in merito a quei settori che paradossalmente sono oggi strutturati come monopolio od oligopolio (cosa che non vale per tassisti, farmacisti, liberi professionisti, o il piccolo commercio, dove ogni operatore rappresenta sé stesso e controlla solo il suo lavoro e non l'intero settore), conseguentemente a quei processi di liberalizzazione e privatizzazione che avrebbero dovuto portare a maggiore concorrenza. Si pensi agli aeroporti, alle stazioni ed alle autostrade, messi in mano a singoli operatori che per forza di cose monopolizzano intere aree (non può verosimilmente esserci nella medesima città un numero tale di aeroporti, da potersi parlare di concorrenza) sfruttando – paradosso per paradosso – infrastrutture create nei decenni grazie ai contributi dei cittadini. Sarà possibile a chiunque rilevare come una bottiglietta d'acqua da 75 ml costi 2 euro all'Aeroporto di Firenze, ed una da 50 ml costi 1 euro e 10 centesimi alla stazione di Santa Maria Novella, ecc. ecc. Tutte realtà di monopolio naturale controllate oggi da privati, dove, vista la mancanza di alternative per l'utenza, i prezzi di vendita dovrebbero essere controllati e non spiccare per l'eccessiva onerosità. Oppure ancora, come i bagni presso queste infrastrutture, invece che essere civile strumento per la soddisfazione di esigenze primarie, siano fonte di ricavo (1 euro alla stazione di Napoli!). Oppure ancora, come manchino le sale d'aspetto (perchè non remunerative …). Un panino prodotto in serie, ai privatizzati Autrogrill delle privatizzate Autostrade, può arrivare a costare 4 euro; un prezzo che si può pagare alla gastronomia dietro Piazza della Signoria per un panino di qualità fatto sul momento. Per l'Informatore della Coop, e per gli apologeti delle liberalizzazioni – in quest'ultimo caso, dovevasi parlare di “prezzi stratosferici del negozietto che gode della rendita di posizione”.

Ma al supermercato, presso la grande catena commerciale, un apparente risparmio lo si ha. Va considerata la abituale pratica di maneggiare al ribasso la qualità dei prodotti (si pensi a quelli cerealicoli, per i rialzi subiti dalla materia prima conseguentemente alle speculazioni della finanza internazionale con le linee di credito concesse dal settore pubblico – !!! – : la pasta in particolare, per la quale, per mantenerne costante il prezzo di vendita, si cambia produttore, passando a quello di minor pregio) oppure, a contrari, si pensi alla maturata “nobile” sensibilità di vendere sacchetti biodegradabili (la cui capacità di sfondarsi è stata sperimentata da ogni consumatore), portandoli da 0,03 euro a 0,05 euro l'uno (un aumento di circa il 70% giustificato da sensibili istanze ambientaliste). Tuttavia, questo risparmio, ai fini di una complessiva politica economica nazionale è un qualcosa di apparente ed in ultima analisi, di anti-economico. Infatti, non siamo di fronte ad alcun risparmio, ma ad un vero e proprio processo redistributivo al contrario, ossia in favore degli operatori finanziariamente più forti. Infatti, il negozietto che vende generi alimentari, è solitamente una ditta individuale con un dipendente a cui riconoscere un trattamento economico tradizionale, con tanto di contributi, che un domani, da pensionato, potrà mantenere un certo tenore di vita (e dunque a sua volta essere un buon acquirente – o consumatore). Diversamente, presso il grosso gruppo commerciale, grazie alla liberalizzazione del mercato del lavoro operata tra la fine degli anni '90 ed i primi del 2000, il lavoratore dipendente avrà un trattamento economico ridotto, con contributi, versati dal datore, più esigui rispetto al passato. Questo lavoratore sarà a sua volta consumatore presso qualche altro grosso gruppo che vende a “buon mercato” od altro operatore, ma lo sarà con capacità d'acquisto ridotte, proprio perchè lui stesso è uno dei motivi determinanti (insieme a quello fiscale) per cui il gruppo di cui è dipendente riesce a vendere a prezzi ridotti rispetto al negozietto.

L'altro motivo determinante per cui il grosso gruppo, in potenza, può tenere più bassi i prezzi di vendita, è quello fiscale. Il moderno sistema fiscale, differentemente da quello che andò adottandosi durante la ricostruzione post-bellica, premia la rendita finanziaria e quella immobiliare, a dispetto dei redditi da lavoro. Così, tutto questo sul fronte della personalità giuridica dei soggetti agenti, si traduce con legislazioni di favore per le società di capitali e di sfavore per le persone fisiche. Una recente indagine del gruppo degli economisti di Stanford, ha rilevato come le grosse società paghino mediamente aliquote fiscali che si aggirano tra l'1 ed il 2%, grazie ai paradisi fiscali, ai sistemi di transfer pricing e ad altri metodi che di fatto legalizzano l'evasione fiscale. Si pensi anche alla diffusa pratica, nella cosiddetta società bene, di essere azionisti di qualche società off shore, che permette di far risultare nella dichiarazione dei redditi personale, la perdita di quella società, ma che in realtà fungono da copertura per l'intestazione di immobili, yacht, auto di lusso, beni di lusso, ecc. E' alla luce di tutto ciò che recentemente il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti, ha richiesto in molteplici sedi internazionali, la messa al bando dei paradisi fiscali.

Quando molti politici ed osservatori economici, parlano di rendita di posizione, si riferiscono a processi dove il cosiddetto sovraprofitto è conseguenza di due elementi intrinseci della natura umana: lo spazio ed il tempo. Recentemente il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha superficialmente (e demagogicamente, anche se il far demagogia non gli è proprio) invitato le attività commerciali fiorentine ad abbassare i prezzi. Si pensi ad un bar in Piazza della Signoria a Firenze che offre un caffè al tavolo a 4,5 euro. Questo prezzo di vendita gli è consentito dalla posizione unica che questo può vantare. Tuttavia, il gestore, con quei 4,5 euro dovrà remunerare, più che i costi variabili di gestione, quelli fissi: il personale dipendente – ma in un sistema che funzioni, questo deve esser ben remunerato – , ma soprattutto il canone d'affitto del locale (o se il fondo è di proprietà, l'altissimo prezzo che egli avrà pagato per rilevarlo). La vera differenza tra oggi ed il passato, è che il locatore (il proprietario dell'immobile) è oggi, di fatto, socio di maggioranza o paritario con l'imprenditore che gestisce il locale, ma con una tassazione e con costi vivi assai più bassi. Tutto ciò, non vuol dire disconoscere il privilegio che il gestore del bar di piazza della Signoria ha rispetto ad attività di altre zone; ma il punto è che sarà pura demagogia la denuncia di eccessiva esosità di quel gestore. Un amministratore che realmente volesse rendere più a buon mercato i prodotti di quell'esercizio, dovrà combattere la rendita immobiliare che alle spalle di quell'attività si nutre.

A quest'ultimo proposito sono due i mezzi per farlo: agendo per via diretta sulla rendita immobiliare imponendo dei limiti di legge ai canoni di locazione (secondo il principio seguito con l'equo-canone); per via indiretta agendo sul fattore spazio-tempo, cioè sul sistema economico di base, ossia quello infrastrutturale.

Alla luce di quest'ultimo punto, l'esistenza di fenomeni sperequativi tra un'area ed un'altra, è dovuta all'assenza di una sostanziale armonia tra aree di una medesima regione geografica: disparità nella presenza di infrastrutture e/o di elementi di attrazione. Operando su questi ultimi si potrà avere il sorgere di elementi di “concorrenza” tra una zona e l'altra. Ma non è della “concorrenza” che ha bisogno un'economia ben funzionante, quanto di soluzioni al più alto livello di efficienza, in grado di ben assolvere ai bisogni della gente. Ed ovviamente operare sul livello delle infrastrutture significa aumentare la qualità delle stesse in modo tendenzialmente uniforme su tutto il territorio, di modo che esse fungano da volano per la spontanea nascita di nuovi poli attrattivi. Conseguentemente, è una politica di spesa pubblica per l'avanzamento tecnologico infrastrutturale, a generare ricchezza reale: non quella dei tagli alla spesa! Non è un caso che a livello internazionale le economie più ricche, dove più alta è la politica di investimenti pubblici pro-capite e per chilometro quadrato (Germania, Svizzera, Giappone ...), siano non quelle che offrono prezzi al consumo più bassi, ma quelle che hanno prezzi al consumo nominali più elevati, e redditi da lavoro nominali altrettanto elevati (non una politica del lavoro centrata sullo sfruttamento del lavoro a basso costo).

A Firenze, con la creazione del nuovo polo universitario e del nuovo palazzo di giustizia, abbiamo avuto la rivalutazione degli immobili presenti in quell'area. Purtroppo, in quell'area, non si è pensato anche ad implementare il sistema di viabilità; ciò ha reso meno efficienti quegli interventi urbanistici.

Interventi di questo genere, portano con sé i benefici del tempo, poiché consentono a chi agisce su quell'area, di adattarsi gradualmente al virtuoso mutare del sistema economico. Le “terapie d'urto” alla Jeffrey Sachs, o le “terapie shock” profetizzate da Walter Veltroni tra il 2006 ed il 2007, sono invece più che altro utili agli speculatori, grazie ai vantaggi offerti loro dalle asimmetrie informative (insider trading).

Processi simili possono essere attivati anche per gli altri settori: si pensi al settore dei taxi. Il luogocomune vuole che quelli italiani siano tra i più cari al mondo. Ogni studio competente ci dice invece che i taxi italiani sono tra i meno cari d'Europa, tuttavia ciò non vuol dire che questo servizio non possa essere reso più efficiente nel suo complesso (dal lato del lavoratore e da quello dell'utente). Si pensi così alla creazione di un efficiente sistema di viabilità, attraverso delle corsie preferenziali oppure attraverso la creazione di una metropolitana. Con la creazione della seconda, si rende più snella la mobilità di superficie, portando così ad una riduzione dei tempi medi di percorrenza dei tragitti dei mezzi di superficie e dunque di espletamento del servizio taxi e conseguentemente all'abbassamento del prezzo finale della corsa. Ulteriormente, ciò porterà ad un aumento dei fruitori di questo servizio e così si sarà messo in moto un processo virtuoso dove è attraverso lo sviluppo tecnologico che si sarà reso complessivamente più efficiente un settore economico nella sua relazione con la vita cittadina.

Dunque, è una frode parlare di rendita di posizione, quando le tesi sono funzionali a modificare il titolare di quella rendita, trasferendo attività od interi settori economici da un operatore all'altro. Diversamente, l'unico vero modo per combattere una posizione di vantaggio economico, passa, all'interno di un quadro legislativo ispirato a giustizia, attraverso un'azione governativo-amministrativa sul livello delle infrastrutture.


 

Claudio Giudici


 

17 aprile 2009

Il lutto per l'Abruzzo sarà pura ipocrisia se non attueremo una svolta culturale

Il disastro di vite e di opere procurato dal terremoto che ha colpito l'Abruzzo, presenta un rilevante dato comune con quanto verificatosi nel dicembre del 2004 con lo tsunami dell'Oceano indiano che colpì ampie zone del sud-est asiatico.

Oggi come allora, il deficit infrastrutturale delle costruzioni ha aggravato enormemente le conseguenze di un fenomeno che avrebbe potuto avere effetti ben meno luttuosi.

Le responsabilità presumibili in merito alle costruzioni di nuova generazione, denunciano oltre ad un problema etico della società moderna – che ha dimenticato l'idea della funzione sociale della propria opera, a tutto favore di un deviato concetto di ricerca del profitto finanziario – anche un problema strategico, di scelte politiche.

Proprio in Italia, per esempio, si è riusciti, grazie a raffinatissime tecnologie a dar prova del fatto che l'attuale stato della scienza consentirebbe di costruire case in legno di sette piani, senza che queste crollino, pur in presenza di terremoti di scala superiore rispetto a quello verificatosi in Abruzzo.

Siamo di fronte ad una lacuna in merito alla più profonda natura umana – circa cosa sia l'uomo e quale sia la sua missione – ben testimoniata dal grado d'incertezza che il suo agire sempre più provoca sull'intera società. Una concezione di uomo esclusivamente dedito al piacere del momento, alla ricerca del facile profitto di breve periodo, ci ha regalato la più grave crisi finanziaria della storia moderna. Vi è un legame di fondo, per esempio, tra la crisi finanziaria in corso ed il lutto che oggi ci vede compartecipi al dolore per il disastro abruzzese. L'uomo avrebbe la capacità di risolvere il problema del sottosviluppo dominante in vaste aeree del pianeta, ma in realtà continua a mantenere un ordine finanziario ed economico, a beneficio dei più abbienti, ed a preclusione dello sviluppo dei popoli più indifesi. E l'uomo avrebbe anche la capacità di dotare la propria comunità di costruzioni che non crollano su sé stesse come verificatosi per molti edifici in Abruzzo.

Il dubbio che può riguardare un tal tipo di considerazione è se non sia troppo costoso avviare politiche d'infrastrutturazione al massimo grado concessoci dallo stato della scienza. In realtà, si tratterebbe di rimettere in moto l'economia tornando a considerare i valori finanziari per ciò a cui dovrebbero essere finalizzati, ossia aumentare progressivamente il benessere delle persone.

Fatti luttuosi come questo dovrebbero rappresentare la molla per attuare un serio esame di coscienza, una seria rivisitazione del paradigma culturale dominante, che porti ad instaurare secondo la trattazione larouchiana, una nuova era, un autentico rinascimento dei popoli del pianeta.

Le decisioni prese durante il G20 di Londra, lungi dall'andare in qualche modo verso questa direzione, sono invece la continuazione del modello depravato che porterà a far sì che di fronte ai violenti capricci che la natura talvolta contempla, l'uomo risulti ancora una volta privo delle necessarie difese che invece già allo stato attuale potrebbe avere.

Questo è un momento della storia in cui, proprio come fu fatto nel dopo guerra, ed ancor prima nei primi anni '30 da Franklin Roosevelt negli Stati Uniti, i politici dovrebbero trovare il coraggio di far prevalere il contratto sociale da loro stipulato con i loro popoli per il perseguimento del bene comune, sul contratto di credito (il debito pubblico) vantato dalle oligarchie finanziarie.

Claudio Giudici

18 dicembre 2008

Per un Partito Democratico antioligarchico - Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Nella primavera del 2007 buttai giù per il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà, il movimento che in Italia rappresenta il pensiero dell'economista americano Lyndon LaRouche, e che in questo momento è al centro del dibattito politico ed economico mondiale, un documento in cui si puntava ad offrire una via d'uscita autenticamente umanista e progressista, all'allora nascente Partito Democratico italiano. Il documento, che fu distribuito durante i congressi dei Ds a Firenze e della Margherita a Roma, ammoniva dall'intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, rispondente a dei proprietari invece che ai cittadini elettori, e piuttosto sposare la tradizione vincente, tipicamente democratica, che fu incarnata magistralmente da Franklin Delano Roosevelt e ripresa in Italia da figure storiche come sono state De Gasperi, Mattei e La Pira.
La parola d'ordine, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetica, in quanto essa fu: "Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'".

Riporto per intero il testo di quel documento.


PER UN PARTITO DEMOCRATICO ANTIOLIGARCHICO[1]

Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Un Partito Democratico che non voglia essere un avamposto esecutivo di interessi particolaristici, non può non tenere conto di come le parti che vengono a comporlo si siano radicate nel corso della propria storia, nonché degli elevati fini che essi assieme si propongono di perseguire, sotto la nuova veste dell’unità.

Il Partito Democratico, e più in generale un partito, non può limitarsi ad amministrare lo stato di fatto secondo le modalità più o meno direttamente richieste dal finanziatore di turno della campagna elettorale, quanto piuttosto porsi il fine di elevare le capacità morali e di vita della popolazione, cercando di contribuire alle sorti dell’intera umanità.

Così se negli Stati Uniti, si assiste ad uno scontro tra due concezioni diametralmente opposte del Partito Democratico – quella filo-oligarchica di Felix Rohatyn, nella tradizione di John J. Raskob, e quella anti-oligarchica di Lyndon LaRouche, nella tradizione di Fraklin Delano Roosevelt – anche in Italia il Partito Democratico segue la medesima falsariga. Da un lato il disegno oligarchico di De Benedetti[2], alle cui istanze, chi punta ad avere un ruolo politico di primo piano a prescindere, si è già allineato, dall’altro quello per il Bene Comune di coloro che sono tenuti ai margini della politica.

“La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.”[3]

Con queste parole Acide De Gasperi traccia il binario da percorrere a noi che veniamo in sostituzione di coloro che vanno, affinché non si disperda, dovendo ricominciare tutto da zero, il patrimonio d’esperienze e morale acquisito da questi ultimi. Su questo binario corre il treno del sistema culturale e la sua locomotiva è la Verità. La Verità e non il comodo deve tornare ad essere il traguardo degli uomini e dei loro sistemi politico-sociali, di modo che la ripetizione di errori, tipo la deriva liberista verso cui per l’ennesima volta il cammino dell’umanità ha di nuovo virato, rappresenti solo un inciampo durante il cammino, e non il cammino stesso.

Per restare ben saldi sulla strada della Verità[4], quale miglior modo che quello di riscoprire i principi guida dei grandi uomini del passato – e, se ve ne sono, del presente – che avevano fatto dell’onestà intellettuale e dell’amore per il Bene Comune, il fine della loro opera politica.

Ma cosa significa riscoprire i principi? Non significa certo ripetere in modo automatico azioni e volontà in un contesto che è divenuto, cambiato. Significa però ridare applicazione, nella nuova realtà – dunque con nuove soluzioni concrete – a quei medesimi principi che ispirarono l’azione politica benefica di chi in ultima istanza migliorò le condizioni di vita morali e fisiche della popolazione.

Questo processo benefico è andato perso tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70 quando un vero e proprio cambio di paradigma segnò il passaggio da una concezione dell’uomo come homo homini fratres ad una concezione di uomo come homo homini lupus; segnò il passaggio da un cammino sociale orientato all’amore (agape, caritas), alla realtà ed all’interiorità, a quello del sesso, droga e rock and roll; segnò il passaggio da una concezione dell’economia produttivo-industriale ad una consumistico-speculativa.

Le guerre finanziarie avviatesi a partire dal 15 agosto 1971 e tutt’oggi in corso, nonché la costanza di guerre guerreggiate dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, testimoniano questa nuova concezione hobbesiana dei rapporti tra i Popoli.

Il cosa fare e non fare è dunque chiaramente tracciato dalle esperienze storico-sociali contrapposte 1945-1971 da una parte e 1971-oggi dall’altra.

Queste due diverse fasi storiche trovano dunque fonte d’ispirazione in una concezione dell’uomo diametralmente opposta. Non può essere credibilmente detto che si tratta semplicemente di due esperienze diverse, quanto piuttosto che si tratta di un’esperienza migliore rispetto all’altra; da una parte un’esperienza che si rifà a validi principi ispiratori che dovevano semmai essere ancor più migliorati, dall’altra un’esperienza che si rifà a principi ispiratori malsani che mai sarebbero dovuti essere risposati.

Questa diversa concezione dei rapporti tra gli uomini, per l’Italia ha voluto dire essere vittima di iniquità economico-finanziarie internazionali e nazionali: il non avvio di una politica energetica volta all’indipendenza, le ricette liberiste imposteci a partire dalla metà degli anni ’70 dal Fmi, il sorgere di una concezione speculativa dell’economia, e attacchi dei centri finanziari alla moneta, hanno distrutto il tessuto produttivo italiano.

Il giudizio negativo più forte a questo stato di cose, proviene dalle dinamiche del potere d’acquisto della maggioranza della popolazione, che ha smesso di crescere agli inizi degli anni ’70 ed ha accelerato violentemente verso il basso durante gli anni ’90. Tutto ciò, nonostante l’articolo 3 Cost., 2° co. reciti: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Degli ultimi trentacinque anni, non può essere neanche trascurata l’influenza esercitata dal cambio di paradigma che ha portato all’abbandono della visione prometeica dell’uomo. In questa visione, l’uomo che conosce e crea e che fa dell’amore per la conoscenza e per la creazione la sua missione di vita, dà concreta applicazione all’aforisma socratico per cui il vero male sia l’ignoranza, essa includendo pure l’inazione. Enrico Mattei[5] è stato il campione italiano di questa concezione dell’uomo, e le sue vedute profetiche, i suoi discorsi non politically correct sono tra quelli che devono essere riscoperti.

In rispetto della nostra grande Costituzione

L’art. 1, 1° co. della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.”

I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. “Repubblica” e “lavoro” sono i due pilastri su cui si erge il nostro sistema costituzionale.

Alla luce di ciò sorgono spontanee alcune domande: A) siamo ancora una Repubblica, cioè un sistema politico-costituzionale dove il patrimonio spirituale e materiale nazionale è utilizzato nel nome e nell’interesse del Popolo sovrano, o piuttosto il sistema è scaduto verso derive oligarchiche dove quel patrimonio è utilizzato nell’interesse di alcuni potentati nazionali ed internazionali? L’allargamento radicale della forbice tra alti redditi e bassi redditi, ci obbliga a propendere per una risposta negativa. B) La concezione dell’uomo lavoratore, ossia come individuo dedito al perseguimento del Bene Comune attraverso una sua funzione economico-sociale, è tutt’oggi concreta e perseguita, oppure si è passati ad una diversa concezione del ruolo che un individuo deve avere, trasformandolo in una sorta d’involontario parassita dove tutto il suo stipendio è gravato da debiti di consumo? L’attuale debito pubblico, che però va ricoperto tornando ad essere produttivi e non riversandone il costo sulla popolazione, ce ne dà immediata risposta[6].

Dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione risulta chiaro come il lavoro sia un diritto, come esso debba essere strumento per eliminare le disuguaglianze sociali e come la Repubblica debba a tal fine adoperarsi.

Purtuttavia, è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.

Il Partito Democratico nascente dovrà avere come sua missione preminente quella di riportare ad una coincidenza tra Costituzione formale così come riassunta dall’art. 1 Cost., e Costituzione materiale, per ritrovare quella strada diretta verso la crescita morale che i padri costituenti erano riusciti a costruire.

Credito nazionale per il progresso, non credito privato[7] per la speculazione

Il sistema americano così come concepitosi dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, passando per Alexander Hamilton, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt, e John Fitzgerald Kennedy puntò a realizzare in primo luogo una sovranità economico-finanziaria totale, dove all’indipendenza economica privata si sovrapponeva, per ovvi fini di controllo e garanzia la sovranità nazionale.

Nel sistema americano un ruolo preminente è riconosciuto alla Banca Nazionale ed al credito, come strumenti operativo-dirigistici del Congresso e dell’Amministrazione.

I sistemi costituzionali europei non sono mai riusciti a riconoscere formalmente questo pilastro del repubblicanismo moderno. Le banche centrali europee, che gestiscono il credito e dunque subordinano le sovranità economiche nazionali, non sono altro che delle società di banche private dove dunque il controllato ed il controllore coincidono. Anche l’esperienza americana, dall’istituzione della Federal Reserve Bank (1913), che solo con Franklin Roosevelt (nella sostanza) e John Kennedy (anche nella forma) si è tentato di scardinare, ha perso questo pilastro del costituzionalismo moderno, che aveva fatto degli Stati Uniti il sistema costituzionale repubblicano meglio riuscito, in quanto propriamente sovrano e non rimesso alle volontà arbitrarie di una banca centrale a partecipazione privata.

Il Partito Democratico, pur consapevole degli ostruzionismi omicidi che in tal senso troverà sulla sua strada, non potrà fare a meno di perseguire questo primo obiettivo per fare in modo che il credito nazionale – che le assemblee legislative di volta in volta autorizzeranno agli esecutivi ad emettere, così come il Congresso Usa avrebbe il potere di fare nei confronti dell’Amministrazione Usa – sia orientato verso le attività produttive, dunque orientato al perseguimento del Bene Comune, e non verso le attività speculative, di qualunque genere esse siano. Ciò, per ridare dignità all’art. 47 Cost., per cui: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

Ma la nostra Costituzione, oltre a porre l’accento sulla produzione, riconosce sì che l’attività imprenditoriale è libera, ma anche che non possa confliggere con i diritti superiori della persona umana. Così l’art. 41 Cost., recita: “L’iniziativa economica è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Alla luce degli articoli costituzionali, è chiaro come iniziativa economica e credito debbano avere una funzione sociale, essere diretti alla produzione, e non possano andare contro il Bene Comune.

Nella tradizione di Mattei, indipendenza energetica

L’Italia ha una naturale carenza energetica. La questione energetica, tuttavia, non impedì a uomini come Enrico Mattei di cercare di dare un’indipendenza energetica al Paese, prima avviando colloqui indipendenti con i Paesi detentori di petrolio, poi puntando sul nucleare con la centrale di Latina. In seguito alla ancor oggi non chiara scomparsa del grande statista, l’Italia non è più stata capace di intraprendere la strada dell’indipendenza energetica, fino ad arrivare ai giorni nostri dove come una macchina sempre ai massimi regimi rischia di rompersi un inverno sì ed un estate pure.

Nuove fonti energetiche impongono di essere sfruttate.

Fonti, quali quelle del solare e dell’eolico, tuttavia, se possono rappresentare una parziale soluzione per le necessità abitative, ci farebbero cadere dalla padella nella brace per quanto concerne il sistema produttivo, che necessita di un flusso energetico enormemente superiore.

A tal proposito, l’unica credibile soluzione è rappresentata dal nucleare[8].

I fatti di Chernobyl del 1986 furono strumentalizzati per avviare una campagna antinuclearista priva di ogni razionalità, che non tenne in debito conto della vetustà dell’apparato complessivo sovietico che da lì a sei anni sarebbe crollato. La Francia, con noi confinante, oggi, deriva la propria produzione elettrica dal nucleare per quasi l’80%. La popolazione francese non si trova certo in peggior condizioni di benessere rispetto a quelle della popolazione italiana. Gli aspetti inerenti alla salute sono oramai stati chiariti, ed è stato dimostrato come la radioattività, entro gli specifici limiti ambientali, non sia nociva per la salute umana[9].

I moderni sistemi di produzione di energia nucleare, oltre che meno inquinanti rispetto a petrolio e carbone e più performanti rispetto a questi ultimi, sono diventati anche sicuri grazie alle tecnologie a sicurezza intrinseca del funzionamento della reazione stessa, e addirittura a prova d’impatto aereo.

Circa il problema delle scorie radioattive, questo è l’aspetto più debole della questione. Anche se le più recenti tecnologie consentono un riciclaggio del rifiuto fino al 96%, lo smaltimento del restante non è ancora completamente risolto. Tuttavia, è risolto forse il problema dell’inquinamento ambientale derivante da combustione delle materie fossili?

Il nucleare – oggi accettato anche da ambientalisti storici come James Lovelock e Patrick Moore[10] – se veramente vorremmo reindirizzarci sulla strada dello sviluppo, può rappresentare per l’Italia una soluzione d’avanguardia.

Ciò ci consentirebbe, in pieno spirito lapiriano, di poter risolvere anche il problema della scarsità idrica dell’Africa sub-sahariana e dell’area medio-orientale, grazie a reattori nucleari a 200 MW per la dissalazione del mare.

Il problema del costo – se mai è esistito – è stato affrontato dalla Francia nel periodo 1973-74, facendo ricorso ad un approccio industriale “di massa” piuttosto che a costruzioni ad hoc, riducendo così i costi. Essa ha sviluppato anche programmi di aggiunte successive, in considerazione dell’accresciuta richiesta energetica delle varie zone.

Oggi, il costo, alla luce del forte rincaro dei prezzi dei combustibili fossili, è sempre meno un problema. In ogni caso una seria indagine a tal proposito non può non tenere conto del fatto che un impianto nucleare di nuova concezione dura più di 50 anni.

In ogni caso, qualsiasi approccio finanziarista alle infrastrutture, è vittima di un errore concettuale. Infatti, le infrastrutture – così come le spese per la ricerca scientifica – sono investimenti che si ripagano da sé nel tempo in modo continuo grazie allo sviluppo economico che ne deriva, ed il ritorno economico-finanziario che dà un’infrastruttura tecnologicamente all’avanguardia, non ha confronto con la spesa inizialmente sostenuta per realizzarla.

I tempi di realizzazione di una centrale nucleare, mentre la Cina sta procedendo alla creazione di centrali a carbone alla velocità di un’unità alla settimana, è oggi di 40 mesi.

Il complesso infrastrutturale

L’Italia è piombata in un misticismo naturalista che trova il suo più manifesto antecedente nella cultura medioevale, dove mancava l’idea di poter partecipare a migliorare la biosfera e dove, dunque, la popolazione non cresceva restando sempre ai medesimi livelli demografici a causa della continua moria provocata dai disastri naturali, nonché dall’incapacità di migliorare le capacità immunitarie degli individui.

Dagli anni ’70 siamo piombati in una cultura del non fare, che ogni cittadino può sperimentare affrontando il disagio procurato da ore di coda immettendosi sull’A1, nel tratto Firenze-Bologna. Come è stato possibile che un tratto autostradale concepito 50 anni fa, sia sostanzialmente rimasto invariato, nonostante l’esponenziale incremento di automezzi?

Purtroppo, se nell’immaginario collettivo è stata indotta l’idea per cui a “industria” corrisponda “inquinamento”, all’idea di “infrastruttura” (o grande opera) è associata quella di “distruzione ambientale”. Questa confusione concettuale, se per la popolazione italiana ha rappresentato continui disagi ed impoverimento, a causa della non efficienza del tessuto produttivo, in continenti come l’Africa ha voluto dire destinare a riserva naturalistica parti importanti delle poche aree coltivabili presenti in quel continente, rendendo ancor più complicata la lotta per la sussistenza di quelle popolazioni.

Questa concezione, ha avuto quelle ripercussioni intorno a questioni di ordine epistemologico, che portano oggi ad accettare in tutta tranquillità l’idea per cui la popolazione mondiale vada ridotta. Il bello è che nessuno si chiede come! Uomini come John Fitzgerald Kennedy e Giorgio La Pira, non posero la questione in questi termini. La loro idea non puntava a contrarre ciò che, se si ha una concezione cristiana (ma non solo) dell’uomo, dovrebbe essere intangibile, quanto ad aumentare gli spazi d’azione dell’uomo. Essi parlavano di rendere vivibili gli altri pianeti. Il paradosso è che se oggi ciò nell’immaginario collettivo rappresenta pura fantascienza, non lo rappresentava verso la fine degli anni ’60. Esistono già studi in proposito, e siamo ancora in tempo per riavviare questo cammino. D’altra parte solo in Europa vi è un’alta densità demografica ed il nostro pianeta si presta ancora ad una maggior crescita demografica. Quindi, ad una concezione entropica, tutt’oggi dominante, ne contrapponevano una anti-entropica, dove si poteva discutere di tutto, fuorché dell’intangibilità della vita umana. D’altra parte, se non si ha rispetto assoluto per la vita umana, come si può pretendere che lo si abbia per le altre forme di vita?

La questione delle grandi opere, e delle infrastrutture più in generale (strade, energia, idrica, ospedali, scuole, centri di ricerca), deve essere vista dunque in questa ottica di risoluzione dei problemi dell’uomo odierno e delle future generazioni, nel rispetto dell’ambiente. Ma rispetto dell’ambiente, non può voler dire non fare, o suggerire false strade, dove il fare sia in realtà un non fare[11].

Ecco che un nuovo sistema energetico elettronucleare, l’ampliamento e l’ammodernamento della rete autostradale al Sud ed in generale nelle aree in cui si reputi necessario, la trasformazione del sistema ferroviario attuale in quello ad alta velocità, se non piuttosto a lievitazione magnetica, l’ammodernamento dei porti, il sistema del Mose ed il Ponte sullo stretto di Messina, potrebbero rappresentare un trampolino di rilancio dell’economia italiana.

Un nuovo sistema monetario internazionale

Quando nel 1944 Franklin Delano Roosevelt insieme al suo segretario al Tesoro, Harry Dexter White ideò gli accordi di Bretton Woods, il grande statista americano aveva ben chiara l’idea che senza un sistema finanziario stabile ed equo non potesse garantirsi lo sviluppo per tutti i Popoli del pianeta. Questi accordi si fondavano su un “codice d’onore” che tra la fine degli anni ’50 e durante gli anni ’60, a più riprese, i partecipanti più forti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) non rispettarono. Il 15 agosto del 1971, prendendo ciò a pretesto, quegli accordi furono cestinati per decisione unilaterale del Presidente Nixon, instaurando così un sistema a cambi flessibili, senza alcuna base sull’economia reale – dunque il perfetto contrario dei due pilastri di Bretton Woods, cambi fissi e convertibilità del dollaro in oro. Questo sistema, oltre ad avere consentito ad investitori privati di condizionare ed affamare intere popolazioni nazionali e regionali – si pensi all’autunno del 1992 per Italia, Inghilterra, Germania e Francia, ed al biennio 1997-98 per i Paesi del Sud-Est asiatico – sta creando una bolla speculativa che impedisce che i capitali internazionali vadano verso le attività produttive e, dunque, immiserendo le condizioni di vita di tutta la popolazione mondiale ad eccezione di coloro a cui è stato concesso di entrare nel circolo bancario.

Alla luce di ciò, nell’ottica di La Pira del non limitarsi a pensare esclusivamente a casa propria, il nostro Parlamento il 6 aprile 2005 ha approvato la mozione dell’attuale sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri, dal titolo “Sulla convocazione di una conferenza internazionale per un nuovo sistema monetario e finanziario”, sulla falsa riga della più nota “Nuova Bretton Woods” del leader americano Lyndon LaRouche, a cui hanno aderito anche Bill Clinton e Michel Rocard. Da questo, più che dalla Tobin Tax – che sarebbe una legittimazione indiretta di un sistema iniquo come l’attuale – si deve ripartire per restituire un’architettura finanziaria che consenta lo sviluppo dei Popoli.

Una missione per l’Italia passando per l’idrogeno

L’ultima industria attiva in Italia, nonostante la oramai fisiologica fase di crisi, è quella dell’auto. Una rivoluzione da tempo ipotizzata nel campo dell’auto, non aspetta che di essere realizzata.

L’idrogeno, sembra essere la fonte del futuro per quanto riguarda i mezzi di trasporto. Da quando la comunità scientifica è riuscita a far comprendere come di idrogeno in natura non se ne trovi, un velo pietoso sembra esser stato messo anche su questa prospettiva rivoluzionaria, sia per gli equilibri geo-politici sia per la tutela dell’aria che respiriamo.

Reperire carburanti all’idrogeno necessita di reattori nucleari da almeno 800 megawatts.

L’Italia potrebbe essere il primo paese al mondo ad attrezzarsi in questo senso, e ridare una prospettiva ed un senso di missione al proprio Paese. Senza un senso di missione, un obiettivo da perseguire, un Popolo non riesce a trovare elementi di dialogo che lo facciano sentire in costante stato di fratellanza. Purtroppo oggi questo stato comunitario lo si avverte solo in occasione degli eventi sportivi. Un cammino ben più importante per un Popolo dovrebbe essere quello di ridare fiducia nel futuro a tutte le persone, nonché poter contribuire al benessere degli altri Popoli.

Convertire l’industria automobilistica italiana alla produzione di mezzi ad idrogeno, ci consentirebbe di entrare in un mercato nuovo che darebbe lavoro, sviluppo e benessere ambientale. I ricercatori avrebbero di che lavorare. Le imprese di costruzione dovrebbero convertire gli impianti di distribuzione di benzina in distributori di idrogeno. Le famiglie non vedrebbero rubati i propri risparmi dalle imprese petrolifere – nonostante si accusi l’Ocse – che arbitrariamente elevano i prezzi del greggio.

Cooperazione internazionale: “il vero nome della pace è sviluppo”

Il messaggio più importante lasciatoci da Giorgio La Pira con la sua opera, è quello per cui la persona umana non può occuparsi solamente degli interessi e degli affetti a lei vicini, ma anche delle sorti dell’umanità, dando concretezza all’idea della fratellanza universale.

Alla luce di questo insegnamento, la politica nazionale non può trascurare ciò che avviene nel resto del mondo. Nel rispetto della sovranità altrui, l’opera di dialogo deve essere una costante delle relazioni internazionali.

Se promuovere un nuovo sistema monetario e finanziario più equo è una questione fondamentale, altrettanto lo è l’avvio di una politica energetica comune.

Per portare le persone del pianeta al centro della vita economica, fuori dalla logica che li relega nel ruolo di forza lavoro a basso costo, o di meri fornitori di materie prime, dobbiamo innalzare le capacità di produzione energetica. Necessitiamo di quella grande Alleanza planetaria di cui ha parlato John Fitzgerald Kennedy, e Giorgio La Pira rifacendosi a lui, per avere 10.000 anni di pace.

Tuttavia, se non si creano anche le condizioni per la creazione di infrastrutture, tutto ciò rischia di essere inutile. Non può considerarsi un caso che durante una guerra guerreggiata la prima cosa che si punta a distruggere sia il complesso infrastrutturale del nemico. Ovviamente, delle infrastrutture, sarebbe il caso di ricordarsi per questioni di pace, per l’aumento del benessere, piuttosto che per distruggere.

Il Ponte di Sviluppo eurasiatico[12] ideato da Lyndon LaRouche, rientra proprio in tale ottica. Creare un progetto di sviluppo infrastrutturale comune che abbia il suo cuore laddove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale, l’Eurasia, per estendersi verso Africa, Oceania e le Americhe. Un progetto planetario di questo tipo sarebbe realizzabile creando ex novo credito produttivo a basso tasso d’interesse ed a lunga scadenza (25-50 anni), così come fatto da Franklin Roosevelt con la Tennessee Valley Authority per i soli Stati Uniti.



[1] Si tiene a precisare che il senso del termine “antioligarchico” è utilizzato nel senso proprio della parola e non genericamente e demagogicamente nel senso di dover combattere gli strati sociali più ricchi. Il problema non sono i ricchi; il problema sorge nel momento in cui la ricchezza diventa insopportabile strumento di offesa degli strati sociali più bassi. Ciò lo si ha quando una ristretta casta di persone gestisce il bene pubblico come se fosse qualcosa di privato; e questo è l’oligarchia appunto.

[2] In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 2 dicembre 2005, De Benedetti dice: ‹‹Poi lui [Berlusconi] di errori ne ha fatti mille, dai condoni a una riforma delle pensioni inadeguata fino a un provvedimento sul Tfr a futura memoria. Il fatto è che le vere riforme costano, anche in termini di consenso. Sul mercato del lavoro c'è un'elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori sociali... Per restare all'economia penso alla riduzione del cuneo fiscale. Non di un punto come ha fatto il governo con Luca di Montezemolo che si è dovuto accontentare. Una vera riforma significa dieci punti di cuneo fiscale, con un costo di 20 miliardi. È evidente che per realizzarla occorre recuperare gettito fiscale combattendo l'evasione e, al limite, aumentando l'Iva… La tradizione socialista era tutta incardinata nel patto tra produttori mentre il referente del Partito democratico deve essere il consumatore…››

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] “Il nostro posto d’azione è modesto e oscuro; il teatro della nostra vita pubblica è angusto e lontano dalle grandi correnti, ma nessun posto è così oscuro che, quando vi si combatta per il bene, non lo investa la luce dell’eterna Verità; nessun Paese è così remoto che, quando vi si cooperi con Dio, non lo attraversi l’infinita corrente spirituale che domina l’universo.” Alcide De Gasperi, 31 dicembre 1921.

[5] “Mattei pensava in grande e attirava a sé tutti coloro che volevano lavorare per modernizzare il paese. Si trattava di portare il paese non solo al pari dell’Europa, ma più avanti, il che creava un grande spavento, tanto che il pensare in grande è da allora praticamente scomparso. Oggi in Italia i grandi progetti rimangono tutti nel cassetto o prendono tempi biblici: Venezia ha ancora l’acqua alta, lo stretto di Messina non ha ancora il suo ponte, la Firenze-Bologna è quella di cinquant’anni fa, le aree dismesse delle città rimangono vuote, il Po continua a straripare come sempre. Eccetera. I grandi progetti in Italia non hanno consenso. La gente non ci crede e se li vede realizzare li ostacola.” Tratto da Il Progetto Mattei, di Marcello Colitti, Acqualagna, 26 Ottobre 2002, http://www.colitti.com/marcello/mattei.html, 07 agosto 2006. Marcello Colitti è stato dirigente Ecofuel (Eni) ed autore di diversi volumi su questioni petrolifere e su Mattei.

[6] “Direi che l’effetto peggiore questo sistema l’ha avuto nella moralità pubblica, nel tono della vita civile, e nel fatto che noi così facendo abbiamo proposto alle generazioni che vengono dopo di noi un archetipo non più di uomo produttore, non abbiamo più proposto il modello dell’uomo che produce qualche cosa, che fatica e che quindi ha un impegno morale, civile, direi spirituale, perché la fatica ha una dimensione fisica, ma non solo quella. Un uomo che fatica ma che produce qualche cosa. Abbiamo proposto il modello dell’uomo che consuma, e che, non si sa bene da dove gli venga il denaro che usa, ma consuma, che ha un’enorme dotazione di beni di consumo che rinnova continuamente.” Intervento di Marcello Colitti alla conferenza L’esempio storico di Enrico Mattei come risposta alla crisi attuale, organizzato dallo Schiller Institure e dall’Executive Intelligence Review, Milano, 27 novembre 1992.

[7] In La crise mondiale aujourd'hui, il premio Nobel per l’economia 1988, Maurice Allais, sostiene: "Essenzialmente, l'attuale creazione di denaro ex nihilo operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto".

[8] “La totalità dell’energia elettrica importata in Italia proviene dalle centrali nucleari d’Oltralpe. Mentre - giova ricordare - nel 2003, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna produssero, rispettivamente, 420, 157, 85 e 60 miliardi di KWh elettrici dagli oltre 100 reattori nucleari in esercizio in quei Paesi.”, Lettera aperta al Presidente della Repubblica, Galileo 2001, per la libertà e dignità della Scienza, 17 dicembre 2005.

Nella lettera aperta all’on. Silvio Berlusconi e all’on. Romano Prodi, del 2 aprile 2006, da parte della medesima associazione, si dice che il 30% dell’energia elettrica europea deriva dal nucleare.

[9] I costi delle scelte disinformate: il paradosso del nucleare in Italia, F. Battaglia, A. Rosati, 21mo secolo, Milano, 2005, pagg. 121 e ss.

[10] Convertire al nucleare di Patrick Moore, 16 aprile 2006:

“Nei primi anni '70, quando collaborai alle fondazione di Greenpeace, credevo che l'energia nucleare fosse un sinonimo di olocausto nucleare, come molti miei compatrioti. Questa fu la convinzione che ispirò il primo viaggio di Greenpeace, lungo la meravigliosa costa rocciosa del nordovest, per protestare contro i test delle bombe all'idrogeno sulle Isole Aleutine in Alaska. Dopo trent'anni, la mia visione è cambiata, e penso che anche il resto del movimento ambientalista debba aggiornare la sua prospettiva, poiché proprio l'energia nucleare potrebbe essere la fonte energetica capace di salvare il nostro pianeta da un altro possibile disastro: i cambiamenti climatici catastrofici.

Consideriamola in questa maniera: più di seicento impianti a carbone negli Stati Uniti producono il 36% delle emissioni statunitensi di biossido di carbonio, il primo gas-serra responsabile dei cambiamenti climatici; questa cifra rappresenta il 10% delle emissioni a livello globale. L'energia nucleare è l'unica fonte a larga scala e a basso costo che possa ridurre tali emissioni, pur continuando a soddisfare la crescente domanda di energia elettrica. Oggi, oltretutto, lo può fare in tutta sicurezza.

Faccio queste affermazioni con cautela, come è ovvio dopo l'annuncio dato dal Presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad sull'arricchimento dell'uranio. "Le tecnologia nucleare è per scopi pacifici, e nient'altro", ha detto. Ma molti speculano sulla possibilità che tale processo, pur essendo dedicato alla produzione di elettricità, sia in verità una copertura per la costruzione di armi nucleari.

E benché io non voglia sottostimare il pericolo rappresentato dalla tecnologia nucleare nelle mani di stati canaglia, dico che noi non possiamo semplicemente mettere al bando qualunque tecnologia considerata pericolosa. Questa fu la mentalità del "tutto-o-niente" in vigore durante la Guerra Fredda, allorché qualunque espressione della tecnologia nucleare sembrava indicare una minaccia per l'umanità e l'ambiente. Nel 1979, Jane Fonda e Jack Lemmon provocarono un brivido di paura con le loro interpretazioni magistrali ne "La Sindrome Cinese", un film che evocava un disastro nucleare a seguito della fusione del nocciolo di un reattore, capace di minacciare la sopravvivenza di una città. Meno di due settimane dopo la proiezione di quel film, il nocciolo del reattore dello stabilimento atomico di Three Mile Island (Pennsylvania), si comportò come nella finzione cinematografica, causando una angoscia molto reale nella nazione.

Ciò che all'epoca nessuno notò, tuttavia, fu che la vicenda di Three Mile Island terminò con un successo: la struttura di contenimento in cemento si comportò come da progetto, impedendo alle radiazioni di uscire e diffondersi nell'ambiente. Oltre ai danni subiti dal reattore, nessun lavoratore rimase né ferito né ucciso, né tantomeno gli abitanti delle zone limitrofe. Pur essendo stato l'unico incidente nella storia della produzione di energia atomica negli Stati Uniti, esso fu sufficiente a farci respingere terrorizzati qualunque altro sviluppo della tecnologia nucleare, tanto che da allora in tutto il Paese nessuna nuova centrale è stata commissionata.

In America, oggi, i 103 reattori attivi forniscono soltanto il 20% dell'elettricità consumata. L'80% della popolazione che vive a meno di 10 km di distanza da uno di questi reattori, li approva (senza contare gli addetti). Nonostante io non viva, come loro, nelle vicinanze di una centrale atomica, ora sono nettamente schierato dalla loro parte.

Devo aggiungere che non sono l'unico, tra i vecchi ecologisti, ad aver mutato d'opinione su questo tema. Lo scienziato britannico James Lovelock, fondatore della teoria di Gaia, ha finito per credere che l'energia nucleare sia l'unica via per evitare un cambiamento catastrofico del clima. Stewart Brand, fondatore del "Whole Earth Catalog", ora dice che il movimento ambientalista deve abbracciare l'energia nucleare perché tutti possiamo affrancarci dai carburanti fossili. Alcune volte, simili opinioni sono state oggetto di scomunica dal clero anti-nucleare: il defunto vescovo britannico Hugh Montefiore, fondatore e direttore di "Friends of the Earth", fu obbligato a dimettersi dal direttivo di quella associazione, per aver scritto un articolo a favore del nucleare su una newsletter ecclesiastica.

Ora vi sono segni di una certa disponibilità, un'apertura all'ascolto, anche presso gli attivisti anti-nucleari "duri e puri". Nello scorso dicembre, quando partecipai al convegno sul protocollo di Kyoto a Montreal, rivolsi ad un gruppo ristretto di partecipanti alcune riflessioni su un futuro all'insegna dell'energia sostenibile. Dissi che l'unico modo di ridurre le emissioni dei gas di combustione, mentre si produce energia elettrica, è quello di rivolgersi in modo deciso alle fonti energetiche rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica, ecc.) insieme al nucleare. Il portavoce di Greenpeace fu il primo a intervenire nella sessione dedicata alle domande, e io mi aspettavo un bella frustata. Egli, invece, cominciò a dire di essere d'accordo con la maggior parte delle cose da me dette: pur escludendo l'opzione nucleare, lasciò intendere una netta disponibilità ad esplorare tutte le possibili opzioni.

Ecco perché: l'energia eolica e quella solare hanno la loro voce in capitolo, ma poiché sono imprevedibili e mancano della necessaria continuità, esse non possono rimpiazzare gli impianti più grossi e più solidi a carbone, a uranio o idraulici. Il gas naturale, un combustibile fossile, è ora troppo costoso, e il suo prezzo è fin troppo volatile perché si possa investire serenamente in impianti di grande portata. Poiché gli impianti idroelettrici hanno quasi saturato i siti adatti, il nucleare, per semplice esclusione delle alternative, rimane l'unica fonte in grado di soppiantare il carbone. Semplice, in fondo.

Non voglio negare che all'energia nucleare siano associati vari problemi, ma vi sono anche molti miti da sfatare. Consideriamoli con attenzione:

· L’energia nucleare è costosa.

Essa è invece tra le meno costose. Nel 2004 il costo medio della produzione negli Stati Uniti fu pari a poco meno di 2 centesimi di dollaro per kWh, cioè comparabile a quello delle centrali a carbone o idroelettriche. Ma i futuri sviluppi tecnologici porteranno i costi a livelli ancora inferiori.

· Gli impianti nucleari non sono sicuri.

Se a Three Mile Island la vicenda terminò con un successo, vent'anni fa l'incidente di Chernobyl fu differente. Ma si trattò di un incidente cercato. I primi modelli sovietici di centrale nucleare non avevano il guscio di contenimento del reattore. L'intero progetto era pessimo, e gli addetti fecero saltare la centrale in aria. Lo scorso anno, il forum sull'incidente di Chernobyl che ha raccolto tantissime agenzie dell'ONU ha confermato che si possono attribuire all'incidente stesso soltanto 56 decessi, perlopiù dovuti alle radiazioni o alle bruciature durante le operazioni di estinzione dell'incendio. Pur nella tragicità, quelle morti non sono che un pallido riflesso dei 5.000 decessi annui che avvengono nelle miniere di carbone di tutto il mondo. Tra l'altro, nessuna persona è mai morta a causa delle radiazioni, in tutto il programma nucleare civile degli Stati Uniti. (Il problema dei decessi da radiazione nel sottosuolo, tra i minatori di uranio dei primi anni di questa industria, è stato da lungo risolto.)

· Le scorie nucleari saranno pericolose per migliaia di anni.

Tra quarant'anni il carburante esausto avrà soltanto un millesimo della radioattività riscontrata al momento della rimozione dal reattore. Oltretutto, è scorretto parlare di scoria o di rifiuto, perché il 95% dell'energia potenziale è ancora contenuto in esso, dopo il primo ciclo di fissione. Ora che gli Stati Uniti hanno rimosso il bando sul riciclaggio del fissile usato, sarà nuovamente possibile usare quell'energia residua, e ridurre contemporaneamente la quota di rifiuto effettivamente bisognoso di trattamento e posa in discarica. Lo scorso mese il Giappone si è unito alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia nel settore del riciclaggio del combustibile nucleare. Gli Stati Uniti non rimarranno indietro.

· I reattori nucleari sono vulnerabili agli attacchi terroristici.

I contenitori del nocciolo sono fatti da uno spessore di cemento rinforzato di circa due metri. Anche se un jumbo-jet si abbattesse su un reattore, facendo crepare le pareti esterne, il reattore non esploderebbe. Vi sono molti tipi di impianti industriali diversi, che sono molto più vulnerabili (impianti a gas naturale, impianti chimici e vari altri obiettivi politici).

· Il combustibile fissile può essere trasformato in armi nucleari.

Questo è il tema più scottante associato all'energia nucleare, e il più difficile da discutere, come mostra il caso dell'Iran. Ma il fatto che la tecnologia nucleare possa essere impiegata per scopi malvagi non è un valido motivo per abolirla. Negli ultimi vent'anni, uno dei più semplici utensili - il macete - è stato impiegato per uccidere più di un milione di persone, in Africa. Si tratta di un numero ben superiore al numero delle vittime uccise dalle bombe di Hiroshima e di Nagasaki.

Di che cosa sono fatte le auto-bomba? Di cherosene, fertilizzanti e acciaio (quello della struttura dell'automobile). Se ponessimo un bando su tutto ciò che può uccidere, non potremmo nemmeno avere del fuoco.

L'unico modo per affrontare la proliferazione del nucleare è di dare a questo tema la priorità internazionale che le compete, di renderla oggetto della diplomazia e, quando necessario, di usare la forza per impedire a certe nazioni o ai terroristi di perseguire quei fini distruttivi. Si deve aggiungere che le nuove tecnologie, come il sistema di ritrattamento introdotto in Giappone di recente (nel quale il plutonio non è più separato dall'uranio), possono aiutare a rendere più oneroso e difficile l'uso di fissile da parte di terroristi o di stati canaglia.

Gli oltre seicento impianti a carbone producono circa 2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio ogni anno - l'equivalente di quanto producono 300 milioni di automobili. Inoltre, il "Clean Air Council" riporta che gli impianti a carbone sono responsabili del 64% delle emissioni di anidride solforosa, del 26% degli ossidi di azoto e del 33% delle emissioni di mercurio. Questi inquinanti stanno erodendo la salute del nostro ambiente, producendo piogge acide, smog, malattie respiratorie e contaminazione da mercurio.

Nel frattempo, i 103 impianti nucleari operanti negli Stati Uniti stanno efficacemente evitando l'emissione di altri 700 milioni di tonnellate di biossido di carbonio - l'equivalente di quanto prodotto da 100 milioni di automobili. Immaginate che il rapporto tra impianti a carbone e impianti a fissile fosse invertito, cosicché soltanto il 20% dell'elettricità fosse generata dal carbone, e il 60% dall'uranio: questo porterebbe lontano, in quanto a pulizia dell'aria e riduzione dei gas-serra. Ogni ambientalista responsabile dovrebbe sostenere un cambiamento in questa direzione.

[11] Si pensi a quella forma di disinformazione, spesso in buona fede, per cui il problema energetico di un Paese industrializzato sarebbe risolvibile, all’attuale stato della scienza, col ricorso alle c.d. energie rinnovabili.

[12] Per averne una rappresentazione grafica generica si consulti la pagina web http://www.schillerinstitute.org/economy/phys_econ/physical_econ_main.html, 09 agosto 2006. Dallo stesso indirizzo si accede ad ulteriori pagine di dettaglio per ogni macroarea del pianeta.

11 novembre 2008

Cinque minuti in taxi per migliorare la viabilità cittadina

 

Io preferisco la verità dannosa all'errore utile.

Una verità dannosa è utile, perché può essere dannosa solo a momenti

e poi conduce ad altre verità, che devono diventare più utili,

sempre più utili. Viceversa un errore utile è dannoso,

poiché può essere utile solo per un momento e induce in altri errori,

che diventano sempre più dannosi.

 

Johann Wolfgang Goethe

 

 

 

Il seguente lavoro prende spunto dall’Occasional paper (n. 24, settembre 2008[1]) della Banca d’Italia, “Il servizio di taxi e di noleggio con conducente dopo la riforma Bersani”, e mira a far comprendere quale sia il corretto fronte su cui occorre lavorare per migliorare il settore taxi e giungere ad un’autentica efficientizzazione della viabilità cittadina.

 

Il nuovo studio della Banca d’Italia, pur essendo più aggiornato sui dati presi in esame (tariffe, numero licenze) e sulla normativa, presenta però anch’esso una serie di vizi rintracciabili nel precedente paper (n. 5, febbraio 2007):

1 – il problema principale di questi studi riguarda sempre il punto di visuale da cui essi si pongono; non guardano la realtà dall’alto di modo da poterla analizzare dal più efficiente angolo visuale, ma dal dentro; si potrebbe dire: vittime della rabbia e dell’irrazionalità loro procurata dall’essere restati intrappolati nel bel mezzo del traffico stradale (a dimostrazione di ciò, si veda poi); paradossalmente l’approccio alle questioni è così quello tipicamente marxista, da lotta tra classi antagoniste, quella dei lavoratori e quella degli utenti, piuttosto che quello storicamente ben più efficiente dell’“armonia degli interessi in gioco”[2].

2 – questi studi si pongono di fatto fuori dall’ordine costituzionale; mentre infatti recentemente le esternazioni della dirigenza di Bankitalia si sono orientate in favore di un riavvicinamento a quanto solennemente espresso dall’art. 36 Cost., “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”, questi studi della banca centrale sono ambiguamente ottenebrati da quella recentemente nata figura pseudo-istituzionale del cittadino-consumatore – non menzionata dal costituente (il quale invece fonda tutto il suo discorso sulla figura del lavoro e del lavoratore) – in realtà strumentalmente usata come testa di ponte per l’avanzata del processo di concentrazione oligopolistica (e poi di finanziarizzazione) che anche in Italia conta oramai quasi un ventennio d’età a ritmi accelerati;

3 – la valutazione delle realtà economiche è vittima delle cognizioni econometriche che non consentono di guardare in termini di complessità fisica i fenomeni analizzati; si tratta di un modo di osservare la realtà considerabile alla stessa stregua delle analisi e valutazioni con cui le agenzie di rating davano le loro triple “A” a società fallite nel giro di qualche ora;

4 – le conclusioni a cui perviene il paper n. 24, contraddicono quanto evincibile dalla stessa analisi di merito sviluppata dallo studio proprio come fatto dal precedente n. 5; ciò porta a pensare che le conclusioni siano tirate da un soggetto diverso rispetto a chi abbia sviluppato lo studio, oppure dallo stesso autore dell’analisi di merito, ma con l’approccio tipico di colui che in modo preconcetto fosse giunto a sentenza di condanna ben prima della valutazione dei fatti. Ovviamente la pericolosità di tali studi è ancor più grave se si considera la prassi degli amministratori pubblici di leggersi, per ovvi motivi di tempo, soltanto le conclusioni degli stessi piuttosto che l’intera analisi.

 

Lunghe attese per un taxi?

Lo studio di Bankitalia debutta – e questo purtroppo va a suffragio dell’ipotesi per cui esso sia stato intrapreso con una buona dose preconcettuale – con la citazione della seguente affermazione di Patrizio Roversi[3]: “Bisogna che si adattino all' evoluzione. Per il bene di tutti, anche della loro specie.

Sia ben chiaro che l’affermazione è meritoria, se con essa si intende la necessità del mutamento dell’agire umano in funzione di una realtà in continuo divenire; tuttavia questo principio eracliteo viene solitamente frainteso dall’establishment nei termini darwiniani per cui deve essere il più debole ad adattarsi finchè ciò è confacente agli interessi del più forte. Questo manifesto errore ed abuso dal punto di vista del principio, si ripercuote – in continuazione con quanto visto nell’ultimo quarantennio di storia – anche sull’analisi di Bankitalia. Così la prima parte dell’analisi pone continuamente l’accento sul fatto che la scarsità della domanda nell’utilizzo del taxi sia dovuta agli elevati tempi di attesa, e che il miglior modo per risolvere ciò sia la liberalizzazione di prezzi e quantità di licenze[4]. Eppure lo studio al paragrafo 5.1 afferma:

 

A Roma sono state effettuate due indagini sui residenti. La prima rilevava una domanda insoddisfatta (perché non riesce a trovare un taxi libero) media del 20 per cento, … (Sta, 2001). …La seconda, realizzata … nel 2003, ha rilevato che: …[non utilizza il taxi] il 10 e il 5,4 per cento, rispettivamente (fra coloro che lo usano nella zona di abitazione o nella zona di lavoro) per le difficoltà di reperirlo (AGSPL, 2004b, 2004c). …

 

Dunque, lo studio concentra la sua attenzione sulla questione degli elevati tempi di attesa che terrebbero lontana la clientela, ma poi i risultati delle indagini che riporta ci dicono che nel 2001 (anche se non è chiarissimo se la data si riferisca correttamente a ciò) una media del 20% degli intervistati affermava di non prendere il taxi per la difficoltà di reperirlo, nel 2004 invece questa percentuale era scesa ad un livello tra il 10 ed il 5,4[5].

Ora, a parte il fatto che già da tale dato è evincibile una delle prime contraddizioni dell’analisi del paper, in quanto alle conclusioni finali afferma che “la qualità del servizio, anche in termini di tempi di attesa è andata peggiorando” quando invece questi risulterebbero dimezzatisi, ma in ogni caso dati che vanno dal 5,4% al 20% di persone che non prendono il taxi per difficoltà di accesso, ci dicono che si tratta di percentuali basse, tali da confermare l’impressione degli operatori per cui la domanda non è elastica, e dunque l’aumento delle licenze non farebbe esplodere la domanda di taxi; infatti una percentuale che va dall’80% del 2001 a circa il 95% del 2004 non prenderebbe il taxi per motivi che non hanno a che fare con i tempi di attesa.

Però cerchiamo di capire perché non è possibile avere un’esplosione della domanda di servizio taxi.

 

Il vero problema sono le infrastrutture

Dobbiamo realisticamente pensare al settore taxi inquadrandolo all’interno di un ben più complesso sistema infrastrutturale rappresentato da: strade in senso generico e traffico privato annesso, sistema di viabilità pubblica di massa (bus, metropolitana, tram o treni cittadini), corsie preferenziali, parcheggi, ztl.

Lo studio econometrico del paper è vittima di quell’approccio lineare tipico dell’attuale modello culturale che per esempio ha impedito all’intellighenzia globale, mentre marchiava per folli tutti coloro che ipotizzavano un crack finanziario ed economico di portata storica, di prevedere la crisi sistemica finanziaria dentro la quale siamo “improvvisamente” piombati. Com’è tipico degli approcci orizzontali, le formule del paper di Bankitalia, cercano inutilmente di trovare una soluzione al problema analizzato (l’efficienza del servizio taxi) restando sul livello dove si manifesta il problema, piuttosto che salire sul livello superiore[6]. Questo genere di approccio è lo stesso che ha dominato l’economia italiana negli ultimi sedici anni, per cui ci si è illusi di poter risolvere i problemi di ordine finanziario agendo sul livello finanziario, invece che sul sovraordinato livello della produzione reale; così non solo il debito pubblico non è stato ridotto né in termini assoluti né in termini relativi al p.i.l., ma per di più si è impoverito il tessuto produttivo della nostra economia.

Cerchiamo di comprendere la cosa, inerentemente al trasporto pubblico, graficamente.

Con efficienza del servizio è da intendersi il processo armonico composto da tre elementi interdipendenti: 1) tutela e sviluppo delle condizioni del lavoratore (è un dovere costituzionale), 2) qualità ed 3) economicità del servizio.

L’efficienza del servizio taxi può essere considerata una funzione dipendente sì dalla regolamentazione del servizio (che si esprime con numero di vetture e tariffa del servizio), ma in particolare dal sistema infrastrutturale di cui quello può disporre. Il sistema così sarà tanto più efficiente quanto con minor numero di vetture riuscirà a soddisfare le esigenze dell’utenza; ma ciò avverrà in funzione del maggior grado di qualità delle infrastrutture. Dunque, in ovvio rispetto dei limiti di velocità, tanto più una vettura taxi potrà circolare velocemente e tanto più essa sarà efficiente.

Ma la situazione paradossale verso cui portano scelte sbagliate di politica della viabilità, agendo cioè sulla leva del numero dei taxi (azione sul dominio dove si verifica il problema, piuttosto che sul livello superiore), è quella per cui ad un aumento del numero di taxi possa corrispondere una situazione di maggiore inefficienza del servizio qualora il tasso di crescita delle vetture sia superiore al tasso di crescita della qualità del sistema infrastrutturale complessivo:

 

Quantità di taxi

Sviluppo infrastrutturale

Tempo

+?

 

-?

 

0

Efficienza del servizio

 

Situazione di crack del sistema

 

Dalla figura sopra, si evince che una situazione di crack si genera nel momento in cui la crescita della curva “quantità di taxi” si sviluppa ad un tasso più alto rispetto alla curva dello “sviluppo infrastrutturale”.

Questa rappresentazione grafica ha un principale carattere pedagogico, volto cioè a far comprendere il sistema a chi vi si interessa ed abbia di mira l’autentico miglioramento dello stesso, tuttavia non lo si deve immaginare come un mero caso limite, che non può verificarsi nella realtà. A New York, ed in particolare a Manhattan i “taxi rappresentano il più diffuso tra i mezzi di trasporto esistenti”[7]. Secondo il Manhattan Institute per i newyorkesi si dovrebbe investire di più sul trasporto pubblico di linea e “si dovrebbe ridurre il numero di automobili adibite a servizio di taxi” che inciderebbero per un 50% sul traffico di New York City[8]. Possiamo ben comprendere l’importanza del problema, se pensiamo che la sola metropolitana di New York è la più lunga al mondo.

Tale modello offre all’attore politico un’utile indicazione: esso fa comprendere come ogni aumento della quantità di taxi porti benefici meno che proporzionali se allo stesso tempo non si assiste ad un aumento del livello tecnologico delle infrastrutture.

Un taxi, come ogni mezzo di trasporto, perché possa essere efficiente necessita di poter circolare velocemente, su corsie ben mantenute (ciò ridurrà anche il grado di usura ed i guasti del veicolo) ad esso dedicate. Più esso sarà intrappolato nel traffico, più esso si troverà ad operare in un ambiente di superficie saturo, e più la sua performance ne risentirà.

La carenza infrastrutturale italiana è nota, ma la seguente tabella mostra il grado della stessa, mettendo a confronto la percentuale di copertura del territorio cittadino della metropolitana[9] delle principali città nel mondo:

 

 

Tuttavia accorpando per tipi questi dati (in relazione alla superficie complessiva della città), la situazione italiana si fa ancora più nera:

 

 

I dati relativi alla lunghezza del percorso della metropolitana possono essere raffrontati anche al numero di abitanti, ma per le città italiane il risultato è sempre impietoso:

 

 

Accorpando per tipi di città, ancora una volta, il dato è più critico:

 

 

 

Ovviamente questi dati hanno una funzione indicativa e non la pretesa di raccontare tutta la complessità dei vari habitat cittadini; infatti potremmo avere città che si sviluppano in lunghezza e dunque necessitanti di una metropolitana a sviluppo lineare (conseguentemente con una lunghezza complessiva dei binari più breve), oppure potremmo avere città a bassa densità di popolazione nelle periferie e dunque con necessità di una metropolitana ben più breve. Tuttavia le città italiane qui prese in esame, non presentano questo genere di caratteristiche e dunque questi dati ben referenziano la loro carenza infrastrutturale.

Il settore taxi sarà tanto più efficiente quanto per unità di tempo un minor numero di auto sarà in grado di assorbire la domanda di servizio. Ciò comporterà la riduzione dei tempi di ogni singolo servizio (minor usura vettura e lavoratore per servizio, minori tempi di attesa per l’utenza), aumenterà la redditività oraria del lavoratore, diminuirà la sua contribuzione all’inquinamento, e ridurrà il prezzo finale della corsa (dovuto, oltre che al chilometraggio, anche al tempo di espletamento del servizio). Per ottenere tutto questo si è detto che si deve intervenire sulla complessiva qualità infrastrutturale del sistema. Tutto ciò è visibile dal grafico sotto:

 

Efficienza del servizio

Sviluppo infrastrutturale

Tempo

+?

 

-?

 

0

Quantità di taxi

 

Tanto più alto è il tasso di crescita del livello infrastrutturale e tanto più aumenterà l’efficienza del servizio taxi. Un costante sviluppo infrastrutturale consentirebbe in prospettiva di ridurre la quantità di taxi, in quanto l’utenza avrebbe maggior convenienza a scegliere mezzi di trasporto di massa più veloci, sicuri e convenienti. Di fatto, l’aumento della quantità di taxi a New York è in particolar modo dovuto allo sfruttamento del lavoro a basso costo – come vorrebbe Giavazzi in pratica! – che rende cheap il prezzo dei taxi newyorkesi in rapporto agli stipendi dei cittadini. Ma questo elemento confligge con l’idea per cui il servizio sia realmente efficiente quando tra i vari elementi da soddisfare ha pure quello della tutela e sviluppo delle condizioni del lavoratore, piuttosto che il suo sfruttamento in ottica consumistica.

Si comprenderà bene che nel problema infrastrutturale sta anche la vera soluzione per arrivare a dei prezzi finali più contenuti per l’utenza.

Infatti una corsa di 5 km a Firenze – che, pur non essendo tra le più economiche d’Italia, è inferiore alla media internazionale[10] di 9 euro – sarebbe di 8,3 euro con un ipotesi di fermo per traffico nullo, mentre sale considerevolmente in funzione dei tempi di fermo:

 

 

Dunque il fattore tempo incide in modo determinante sul prezzo finale del servizio taxi, ed esso è dipendente dalla qualità infrastrutturale del sistema di viabilità.

Per onor del vero, pure il paper di Bankitalia, ma solo en passant, riconosce che “un miglioramento della viabilità per i taxi può accrescerne la velocità media e ridurre i t [durata media della corsa] e w [tempi di attesa del taxi]”, ma le soluzioni che va proponendo, restano ben stabili sui binari filo-speculativi che riversano sui lavoratori il costo dell’inefficienza altrui. Infatti lo studio riconosce alle tariffe predeterminate capacità “taumaturgiche” ma dimentica che il costo di tale opzione ricade sul lavoratore su taxi, e deresponsabilizza l’amministrazione locale dal prevedere sistemi di viabilità sempre più efficienti, perché tanto – prendendo la frase a prestito dall’on. Bersani ed dal suo mondo fatto di soli consumatori (senza lavoro o mal pagati) – chi paga è sempre Pantalone!

 

Liberalizzare? All’estero rispondono di no!

Non si sottovaluti l’importanza della viabilità per l’intero sistema paese. Essa non si ripercuote sul solo prezzo del taxi – che per inciso è utilizzato da una piccolissima parte della popolazione (in Italia, spesso o sistematicamente dall’1,2%[11]) – ma sull’intera efficienza, e dunque convenienza, del sistema di vita cittadino. Un operaio che passa due ore della propria giornata in mezzo al traffico, arriverà al lavoro più stanco e sarà meno produttivo, avrà due ore in meno di straordinario da fare, due ore in meno da dedicare alla famiglia/cultura/sport/volontariato. Un ristoratore che apre la propria attività dalle undici del mattino a mezzanotte, se per arrivare a lavoro impiega dieci minuti invece di un’ora, potrà utilizzare quel tempo in più per avvantaggiarsi con i fornitori oppure con la successiva fase di preparazione dei cibi, servire prima i clienti e dunque poter fare più coperti nella stessa unità di tempo. Ciò faciliterà l’abbattimento dei costi fissi di gestione (l’affitto del locale) e dunque gli consentirà di poter praticare dei prezzi più bassi. Si tratta di piccoli guadagni di efficienza quotidiana che in fondo all’anno corrispondono a migliaia di euro di maggior risultato.

E’ ovvio che vi è una differenza sostanziale tra l’approccio che qui si va proponendo e quello proposto da Bankitalia e da alcuna parte dell’establishment nazionale. Mentre questi ultimi propongono una cura steroidea, di veloce applicabilità e dai risultati immediati, che non bada all’ordine preteso dalla Costituzione, qui si propone una più responsabile e lungimirante politica di viabilità pubblica centrata sul ben più efficiente sistema del trasporto pubblico di massa, mantenendo il settore taxi alla sua fisiologica funzione accessoria che deve affiancarsi al primo. Come tutte le cure steroidee, anche quella del “buttiamo taxi sul mercato, e tutto andrà meglio”, sarà una soluzione di brevissima durata capace di creare più danni che benefici, in particolare sul fronte della tutela e dello sviluppo delle condizioni dei lavoratori. Ma questo approccio, d’altra parte, non è altro che quello che oramai da un quarantennio fa sì che a cospetto di incompetenza, incapacità di previsione, furberie varie delle classi dirigenti, rimette il prezzo di tutto ciò a chi rappresenta l’anello più debole della catena del sistema socio-economico, ossia il lavoratore.

Quanto verificatosi a livello internazionale[12], testimonia che gli approcci liberisti al settore non sono i migliori. Lo stesso paper di Bankitalia implicitamente ammette la non bontà della tecnica liberalizzatoria, in quanto afferma: “Anche nelle esperienze in cui il settore è stato maggiormente liberalizzato non si sono registrati significativi fallimenti di mercato”. Si capirà bene però che quello che la gente merita non è evitare un “significativo fallimento”, quanto piuttosto avere un significativo successo della politica adottata (!). Perché i rappresentanti pubblici dovrebbero perdere tempo, energie e denari pubblici per riforme che abbiano la prospettiva di non registrare “significativi fallimenti”? Il paper precisa poi che in Norvegia “dopo la deregolamentazione”, “soprattutto negli orari e nei giorni a minore domanda”, “la locale autorità antitrust ha rilevato un aumento delle tariffe”.

A parte la generale considerazione per cui negli Stati Uniti si registra una tendenza alla ripubblicizzazione delle aziende operanti nelle utilities, il settore dei taxi, che in Italia può essere considerato para-pubblico, in considerazione delle esperienze fatte all’estero, avrà con le liberalizzazioni più inconvenienti che migliorie. La deregolamentazione – che dopo il manifestarsi della crisi finanziaria alcuni continuano a volere solo per il settore taxi (sic) – secondo ricerche condotte avrebbe comportato un deterioramento delle condizioni dei tassisti per riduzione del reddito in Svezia e nelle città statunitensi, e per incremento delle ore di lavoro in Svezia e Nuova Zelanda; un aumento sensibile dei prezzi a Phoenix, San Diego e Seattle, un aumento prima ed una diminuzione poi in Svezia, una diminuzione nelle grandi città ma un aumento nelle piccole in Nuova Zelanda; circa i tempi di attesa essi sarebbero diminuiti solo in Nuova Zelanda. Concludendo, “nel complesso, la qualità del servizio risulta peggiorata o non migliorata”[13].

 

 

 

Se i tassisti resistono, sfonderemo passando dalla porta degli n.c.c.!

Mentre le prospettive di lungo termine del settore taxi tendono verso la crescita del fatturato complessivo – vista l’ineluttabile tendenza di riduzione del traffico privato – , quelle di breve e medio termine non lo sono affatto. La frustata che deriverà all’economia reale dalla crisi finanziaria in corso, rischia di essere di una gravità inimmaginabile. Gli operatori, in seguito alle demagogiche scelte di aumento delle licenze da parte delle classi dirigenti, stanno già registrando cali nei fatturati di almeno il 30% (maggiori in città come Roma). Il settore in questo momento oltre che essere vittima del calo dei flussi turistici, della riduzione dei consumi della popolazione italiana, dell’aumento dei costi e del corrispondente irresponsabile – visto che la crisi era prevedibile da parte di chiunque avesse un minimo di buon senso! – aumento del numero delle licenze, è pure vittima di un assurdo ed altrettanto irresponsabile aumento delle autorizzazioni di noleggio con conducente. Mentre il mercato secondario va riempiendosi di annunci di vendita di queste autorizzazioni n.c.c. – tanto questo aumento non era necessario – , gli amministratori locali dei piccoli comuni continuano a prevedere nuove emissioni delle stesse. Così oggi sul tavolo abbiamo piccole città (con meno di 250.000 abitanti) con un numero medio di autorizzazioni n.c.c. inferiore soltanto del 20% rispetto alle grandi città (con più di 500.000 abitanti): rispettivamente 2,0 contro 2,4 ogni 10.000 abitanti; mentre le città medie (con popolazione tra i 250.000 ed i 500.000 abitanti) hanno un numero di autorizzazioni n.c.c. superiore di oltre il 60% (!) rispetto alle grandi città (3,9 autorizzazioni ogni 10.000 abitanti per città media). Si consideri che, ben più comprensibilmente, le città piccole hanno 3,4 licenze taxi ogni 10.000 abitanti, quelle medie ne hanno 12,2 (3,5 volte in più), quelle grandi ne hanno 20,8 (6 volte in più rispetto alle piccole e 1,7 volte in più rispetto alle medie)[14]. Tutto ciò testimonia che è in atto uno scavalcamento della normativa che, almeno nel suo spirito, vincola l’emissione delle autorizzazioni n.c.c. ad un aumento dei flussi di lavoro (cosa che non sta verificandosi per i motivi sopra esposti) e che è portatrice di inconvenienti come l’abusivismo perpetrato con più forme nelle grandi città (dove cioè i beneficiari delle autorizzazioni n.c.c. possono posizionarsi in cerca di lavoro presso stazioni ed aeroporti): quali la ricerca del servizio in loco o lo stazionamento su piazza che vede intere aree pedonali o zone con divieto di sosta nei centri cittadini, usati come posteggi auto.

In prospettiva tutto ciò pare funzionale alla creazione di un eccesso di offerta di vettori rispetto alla effettiva domanda del mercato, e dunque – in perfetta sintonia con la quasi quarantennale strategia di impoverimento dei lavoratori – all’indebolimento della resistenza degli attuali operatori a che entrino nel settore grosse società, le quali con opportune modifiche di legge (che a quel punto non troveranno oppositori), potranno rastrellare grossi quantitativi di licenze ed autorizzazioni e impossessarsi del grosso del mercato.

Da questo punto di vista, viste le forzature che vanno attuandosi attraverso la mancata applicazione della normativa relativa agli n.c.c. (in particolare in merito all’art. 3 della l. 21/92 che dispone che “lo stazionamento dei mezzi avviene all'interno delle rimesse o presso i pontili di attracco”), – che rischiano di rappresentare la testa di ponte che i grossi capitali allettati dalla mobilità pubblica hanno interesse a che venga eretta per poter raggiungere l’altra riva del fiume del servizio taxi – , commistioni tra i due settori sul fronte della rappresentanza del lavoro, rischiano di essere foriere d’inconvenienti e dunque inopportune.

 

Bankitalia, l’alfiere delle grosse società

Il paper di Bankitalia suggerisce “l’innalzamento del livello di regolamentazione del settore”, in quanto le amministrazioni locali non avrebbero utilizzato quasi mai il loro vantaggio di poter conoscere più da vicino il mercato, e con notevole salto logico suggerisce “l’apertura del mercato a società che possano detenere più licenze”. E’ ovvio invece che il settore della mobilità dipende dalla morfologia cittadina, dagli abitanti, dalla capacità economica, turistica e culturale e che una legislazione di dettaglio unificata determinerebbe più problemi che soluzioni.

Circa l’apertura del mercato a grosse società, e dunque una strutturazione “industriale” invece che “artigianale” del settore taxi, “l’efficienza del servizio non dipende da siffatta strutturazione del settore, bensì dalla presenza di un network stradale dotato di una notevole velocità commerciale per le sue caratteristiche fisiche, nonché da una politica integrata dei trasporti pubblici di linea e mobilità privata. Invece, sono da attribuire alla strutturazione industriale del settore l’aumento progressivo delle tariffe – aumento tendenzialmente catturato dai soggetti imprenditoriali e non dai tassisti – , il degrado delle condizioni economiche, sociali e di sicurezza dei tassisti. La letteratura sulle precarie condizioni di vita dei tassisti a New York abbonda.”[15] D’altra parte gli stessi liberisti come il prof. Giavazzi, riconoscono che sia necessario lo sfruttamento del lavoro a basso costo per attuare il loro disegno; afferma Giavazzi: “Io vorrei che i taxi son tutti guidati da immigrati marocchini …il mio mondo ideale è come New York[16].

 E lo studio suggerisce pure l’eliminazione dei supplementi perché questi toglierebbero trasparenza alle tariffe (eppure ammette che solo nel 9% dei casi vi sia stata una violazione del tariffario)[17]. Ma i supplementi hanno dietro di sé puntuali ragioni ispiratrici: da una sorta di risarcimento fisico per l’usura provocata al lavoratore dal sollevare continuamente pesanti bagagli, a quelle per l’usura del mezzo, a quelle per importanti perdite di tempo procurate dalle dinamiche del lavoro a cui però l’obbligatorietà della prestazione assoggetta senza possibilità di scelta.

 

Una grande possibilità

Con l’attuale crisi finanziaria è finito un mondo ed è finita un’ideologia. La riorganizzazione delle relazioni economiche tra Stati e tra fasce di reddito della popolazione, in particolare tra speculatori e lavoratori (autonomi o dipendenti che siano), offre l’opportunità di riorganizzare il tutto in funzione della dignità della persona umana piuttosto che accecati dall’oscura legge del profitto. Con la c.d. nuova conferenza di Bretton Woods che si terrà a novembre a New York, le autorità politiche avranno l’imperdibile occasione di lanciare grossi progetti infrastrutturali a livello globale attraverso linee di credito pubblico. La carenza infrastrutturale è sicuramente un problema per le popolazioni più disagiate del pianeta, ma è pure un problema per le città più avanzate, dove la complessità dei rapporti, impone di avere sistemi di organizzazione del movimento delle persone sempre più efficienti. Il tabù culturale che in Italia si è radicato più che altrove, per cui per la quasi totalità della popolazione l’avanzamento tecnologico sarebbe “un male” o “un male necessario”, invece che la naturale inclinazione umana verso il costante miglioramento del suo livello relazionale con la natura e con il suo prossimo, ci fa comprendere del perché delle sempre maggiori difficoltà del nostro paese nel campo economico.

Quello che oggi appare un improponibile costo – in particolare lo sfruttamento del sottosuolo per la creazione di vie di comunicazione – apparrà come un naturale processo di investimento che con gli anni si ripagherà per svariate volte rispetto al costo sostenuto (proprio come fatto durante la ricostruzione post-bellica), se la conferenza di New York avrà il coraggio di cestinare i titoli tossici della globalizzazione finanziaria che ha soffocato l’economia reale, e saprà ispirare il nuovo ordine al principio dell’“interesse dell’altro” della storica pace di Westfalia. Oggi il livello infrastrutturale italiano è uno dei più arretrati di Europa. Per ammodernarlo sarà sufficiente decidere di utilizzare quel credito pubblico con cui si è deciso di salvare l’agonizzante sistema finanziario, per le infrastrutture, nonché decidere di pensare all’interesse della gente piuttosto che a quello dei finanziatori delle campagne elettorali.

Se tutto ciò non troverà immediata attuazione ma sarà rimandato al manifestarsi ancor più grave della crisi in corso, in ogni caso, la mobilità pubblica non troverà certo giovamento dall’inutile aumento delle licenze taxi.

Le opzioni sul tavolo che gli amministratori hanno di fronte sono dunque due:

  • per l’ennesima traslazione di un settore economico nelle mani dei grossi capitali: l’irresponsabile cura steroidea fatta di lancio dagli elicotteri di licenze taxi ed autorizzazioni n.c.c., che abbiamo visto non poter portare ad alcun sostanziale miglioramento della complessiva efficienza del servizio;
  • per un autentico miglioramento dell’efficienza della viabilità: 1) l’implementazione del trasporto pubblico di linea con preferenza a quello sotterraneo; 2) l’aumento della superficie chilometrica destinata a circolazione esclusiva dei mezzi pubblici; 3) l’aumento dei parcheggi sotterranei (funzionale a liberare spazio su superficie); 4) sistemi di disincentivazione dell’uso dei mezzi privati (improponibile se non viene offerta un’efficiente alternativa del trasporto di linea).

 

Claudio Giudici



[2] H. C. CAREY, Harmony of Interests, Agricultural, Manufacturing and ....

[4] Banca d’Italia, Occasional paper n. 24, 2008, pag. 6 e nota 5.

[5] Lo studio cita pure un’indagine del 2007 di Altroconsumo (http://www.unicataxibologna.it/studi_economici/Altroconsumo%20taxi.pdf). Bankitalia afferma: “… tempi di attesa dei taxi particolarmente lunghi nei parcheggi delle principali stazioni e degli aeroporti di Bologna, Firenze, Milano e Roma.” A parte il fatto che i tempi di attesa a cui fa riferimento l’indagine di Altroconsumo, sono frutto della somma dei tempi morti senza taxi rilevati (!) e non del tempo di attesa massimo dell’utenza, ma per di più non sono confrontati con il passato e dunque la conclusione a cui arriva Bankitalia per cui “la qualità del servizio, anche in termini di tempi di attesa è andata peggiorando” (pag. 27), non poggia su alcun indicatore analitico.

[6] Sarebbe bastata la lettura del Menone di Platone per comprendere la fallacia di quell’approccio, ed individuare invece il principio corretto a cui rifarsi.

 

[7] C. IAIONE, La regolazione del trasporto pubblico locale, Napoli, Jovene editore, 2008, pag. 211. Basterebbe questo dato per far comprendere come siano assurdi i paragoni tra rapporto taxi/abitanti di megalopoli con qualità infrastrutturale d’eccellenza, e città congestionate e dal livello infrastrutturale pessimo come Roma.

[8] Ibidem, pag. 203.

[9] Per Berlino sono stati considerati, in quanto servizio veloce di trasporto cittadino di massa, sia il servizio ferroviario sotterraneo (U-Bahn) sia quello di superficie (S-Bahn). Per Roma è in costruzione la linea C (34 km) ed è stato approvato il project financing per la linea D (21,8 km). Anche considerando tali valori, Roma resta fanalino di coda. Per Milano sono in costruzione le linee M4 ed M5 (25 km) ed in fase di progettazione altri 25 km. Tuttavia anche nelle altre città si sta lavorando per ampliamenti.

 

[10] Media determinata rielaborando i dati raccolti da Unica Taxi Bologna:  http://www.taxistory.net/files/2007_Tariffe_taxi_estero.zip.

[11] Banca d’Italia, ibidem, indagine Aci-Eurispes (2006).

[12] Si veda in proposito, C. IAIONE, ibidem, pagg. 208-212; e A. CECCHI, E. GIOVANETTI, Costruzione di uno schema per la valutazione delle politiche di mobilità reperibile a http://www.unicataxibologna.it/studi_economici/Cecchi%20Giovannetti%202007.pdf.

[13] C. IAIONE, ibidem, pag. 209.

[14] Banca d’Italia, ibidem, pag. 15.

[15] C. IAIONE, ibidem, pag. 211.

[17] Banca d’Italia, ibidem, pag. 23.

 

10 ottobre 2007

LA GUIDA DEL FUTURO PARTITO DEMOCRATICO SPINGE PER UNA "TERAPIA SHOCK" PER IL DEBITO PUBBLICO

 

Ottobre 9. 2007 (EIRNS) -- Walter Veltroni, attuale sindaco di Roma e promessa guida del Partito democratico italiano, ha detto ieri che desidera "una terapia shock" per ridurre il debito pubblico dell'Italia, privatizzando il patrimonio immobiliare dello Stato. Veltroni, che è visto come l'uomo che sostituirà Romano Prodi nel caso di prossime elezioni, è stato sostenuto dagli economisti liberisti che hanno chiesto di estendere le privatizzazioni alle infrastrutture, così come quelle dell'energia, delle ferrovie, delle poste, della televisione, della costruzione navale e delle prigioni. Veltroni è stato rimprovato dal Sottosegretario alle Finanze Alfiero Grandi, che ha detto che ogni la "radicale riduzione del debito minaccia la spesa pubblica, o potrebbe trasformarsi nella vendita del controllo [ preoccupazioni per l'energia ] di Eni e Enel, con un effetto mortale sull'economia." Per un miglioramento della situazione economica, invece, "abbiamo bisogno di un ritorno responsabile, razionale ed innovatore all'intervento pubblico nell'economia."

20 agosto 2007

La Legge degli Ultimi

Nulla è costante eccetto il cambiamento.

Il continuo mutare del Tutto obbliga l’uomo ad intraprendere delle azioni, ma queste azioni non possono mai essere perfettamente una uguale all’altra, proprio perché una situazione mai è perfettamente uguale ad un’altra.

La complessità del Tutto, è paragonabile a quel canto a più voci dove ogni singola voce manifesta la propria libertà solo cercando l’armonia con le altre. Prese singolarmente queste voci potrebbero esprimere effetti diversi rispetto alla loro azione di gruppo. Esse si rapportano tra loro mantenendosi libere, ma senza cadere nell’arbitrio, instaurando un dialogo e non una sovrapposizione prepotente l’una sull’altra. Così ciascuna voce agisce consapevole di dover tenere conto della presenza delle altre, per produrre quel risultato superiore che la complessità comporta.

Si tratta del medesimo processo a cui si assiste durante un autentico dialogo tra più parti: la verità colta grazie a quel dialogo è sempre superiore rispetto a quella colta dai singoli.

Dunque, prese una ad una queste voci esprimono delle potenze differenti rispetto a quella che esprimono tutte assieme. Linearmente inteso il processo superiore che assieme esprimono, dovuto appunto alla maggiore complessità espressa rispetto a quella della singola voce, esprime sì una realtà superiore, ma in qualche modo limitante le singole potenzialità. Questa limitazione individuale tale non è se considerata in funzione del Tutto. Questa limitazione individuale considerata in funzione del Tutto è piuttosto un potenziamento.

Il giudizio sulla bontà o meno del fenomeno va riferito al processo inteso nella sua globalità. Tale processo dovrà essere ispirato dal Bene. In realtà ogni processo universale è naturalmente incline al Bene, al Meglio; dunque l’azione umana dovrà preoccuparsi di limitare quanto più ciò che bene non è. Questa dinamica del processo passa per metaforiche zone d’ombra, che ne esaltano però il risultato complessivo, così come un’ombreggiatura fa risaltare la bellezza di un’opera d’arte, così come il piegarsi sulle gambe consente uno slancio superiore[1].

Il fenomeno a cui si assiste è quello che nella scienza giuridica è denominato contemperamento degli interessi in gioco. Il contemperamento degli stessi consente la tutela, il miglior manifestarsi (in senso armonico) di tutti gli interessi in gioco.

Questo fenomeno di contemperamento è un qualcosa che riguarda continuamente anche il nostro agire individuale, la nostra vita privata. Nelle scelte lavorative per esempio il perseguimento dello scopo produttivo confligge continuamente con altre singole istanze di carattere morale, salutare, ambientale. Nelle scelte familiari, dalla gestione del tempo da dedicare ai singoli componenti della famiglia, alla gestione del budget da dedicare ad una finalità piuttosto che ad un’altra, continuamente siamo di fronte ad un processo che puntando all’armonia complessiva necessita di calibrare il tiro in funzione delle singolarità che lo compongono.

La scelta fatta, l’azione intrapresa, tiene poi conto dell’elemento temporale. Infatti, se in un dato momento la miglior cosa da fare è una, in uno successivo sarà un’altra. Si tratta allora di una sorta di relativismo temporale? No, piuttosto il continuo divenire fa sì che le relazioni degli enti tra di loro consiglino di volta in volta un’azione diversa.

Un’inclinazione innata, gli Ultimi saranno i primi

Ma queste scelte in considerazione di quale valutazione avvengono, o meglio, devono avvenire?

Il processo agente deve puntare ad una costante armonia del Tutto; tuttavia con qualcosa si deve pur partire e sappiamo già da dove dover partire.

Ne «gli ultimi saranno i primi» non ravvedo una filosofia del conforto per i “perdenti”, come denuncia Nietzsche, bensì una concreta indicazione operativa rispettosa della legge naturale[2]. La nostra azione deve essere guidata da tale tipo di considerazione. Nel lavoro, nelle relazioni sentimentali o in politica, il confliggere di situazioni tra loro contrastanti obbliga a delle scelte. Queste scelte debbono essere fatte dando la precedenza al più debole, all’ultimo. Ecco perché gli ultimi saranno i primi. I deboli, gli ultimi, colui che si trova in posizione di debolezza fisica, psichica, emotiva, devono rappresentare la stella polare della nostra azione. Piantato questo paletto, attorno a questo deve ruotare il resto dell’azione. Trascurare questo vorrebbe dire fare una scelta contro natura.

Dunque «gli ultimi saranno i primi» non è una promessa per un futuro ultraterreno, quanto una precisa indicazione comportamentale per l’azione umana. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria “Legge degli Ultimi”.

La potenza di tale principio si manifesta più costantemente di quanto si possa abitualmente credere.

Quando ci feriamo, la nostra azione è tutta indirizzata al prenderci cura della ferita, tralasciando in parte la cura delle altre parti del corpo.

Quando arriva in famiglia un nuovo nato, il perno naturale dell’azione dei componenti della famiglia, diviene questo. Il resto vi ruoterà attorno. L’armonia familiare si conforma spontaneamente – con altrettante naturali eccezioni, ma che appunto eccezioni sono – a dedicare la propria azione al più debole sopravvenuto. Il resto, rappresenterà un qualcosa a cui dedicare attenzione in un secondo momento.

Si tratta dunque di un’inclinazione innata, così come innata è l’inclinazione alla conoscenza. La natura umana, così come quella universale, è in continua tensione verso il progresso; il Tutto non è in posizione di equilibrio dove sarebbe il caso a decidere per il non umano ed il libero arbitrio per l’umano. No, il Tutto è orientato, inclinato, teso al progresso (Bene) così come dimostra il cammino naturale compiuto dal neonato. Egli manifesta inequivocabilmente un’inclinazione naturale al progresso cognitivo-creativo fin dai primi giorni di vita: ad un’iniziale incapacità di conoscere con la vista si sostituisce la capacità di mettere a fuoco gli oggetti e di percepirli visivamente; lo stesso processo avviene con il senso del tatto; successivamente il neonato prende coscienza della sua esistenza fisica e comincia ad osservarsi mani e piedi; in uno stadio ancora successivo prende coscienza dell’esistenza del mondo e comincia ad osservare gli oggetti che gli stanno intorno: inizialmente riuscendo a vedere solo ciò che rientra nel ristretto campo visivo della fase acerba della capacità visiva, poi ampliando sempre più questo campo visivo; toccherà poi alla capacità di movimento, gattonando e camminando, e poi a quella della parola. Conoscenza ed azione (cognizione e creazione), si dimostrano così essere un’inclinazione naturale prescritta al nostro essere. Questo processo cognitivo, che nella fase iniziale vede la primazia dei sensi, in un secondo momento si rimette alle facoltà del pensiero. Questa naturale inclinazione sarà tanto più perfettibile quanto più l’individuo sarà in grado di affidarsi al superiore dominio del pensiero, piuttosto che al più fallace dominio dei sensi.

Chi sono gli Ultimi?

Ritornando alla “Legge degli Ultimi”, talvolta diviene difficile comprendere chi siano questi ultimi, chi siano questi deboli.

Se riflettiamo su quella che è l’evoluzione naturale dell’universo – continua crescita in termini di complessità dalla materia non vivente a quella vivente a quella umana – possiamo rilevare come la legge naturale proceda in modo armonico nel rispetto di tutte le sue dimensioni. L’interconnessione fra queste dimensioni comporta perdite energetiche, o più semplicemente perdite – utili al progresso del Tutto, così come un tanto maggior buio consente di vedere meglio lo stellato notturno –, ma sempre con una complessiva precedenza che viene data alla fase più debole di tutto il processo, la materia non vivente. Quest’ultima, paradossalmente, pur risultando inerte ed impotente di fronte all’arbitrio dei due successivi domini, il vivente e l’umano, rappresenta la base senza la quale questi due ultimi non potrebbero esistere e sviluppare. Altrettanto il debole ed impotente nascituro, rappresenta il motivo di vita di una famiglia. Le future generazioni, al momento deboli ed incapaci di provvedere a sé stesse, rappresentano il motivo del progresso individuale delle generazioni mature. Non si sottovaluti tale naturale inclinazione, anche se su questo punto dovrei già esser stato abbastanza chiaro. Qualcuno potrebbe pensare che il progresso dell’uomo avvenga per interesse, spirito di rivalsa sociale, ricerca del potere. L’umanità complessivamente intesa perpetua sé stessa dedicandosi con precisi atti di volontà alla cognizione-creazione (scoprire i principi della scienza da riproporre con tecnologie più efficienti, che sappiano rispondere in modo sempre più efficiente alle esigenze dei più) poiché l’istintivo moltiplicarsi dell’uomo pone sempre maggiori difficoltà per il futuro. La continua crescita quantitativa dell’umanità – grande è bello! – lungi dall’essere un problema, a meno che non si consideri un essere umano un problema!, inclina ed obbliga l’uomo a migliorare la propria capacità relazionale con l’universo[3].

Questi ultimi sono allora i meno potenti, quegli elementi o quegli individui che nel loro rapportarsi col resto rischiano di soccombere se non aiutati da un ente a loro esterno.

Come vediamo in un processo di tal genere sono presenti tutti gli elementi della complessità universale in un continuo intreccio che racconta un processo mutevole ed armonico dove materia, vita e spirito (bene e male) si affacciano continuamente non potendo mai prescindere da tutti gli elementi in gioco. Si tratta dunque di una tensione verso una direzione piuttosto che verso l’altra, comunque dove ogni elemento è legato alla presenza degli altri elementi, proprio come il volo dell’uccello che costantemente dialoga con la legge di gravità che lo rivorrebbe a terra.

L’azione politica imposta dalla “Legge degli Ultimi”

In ambito socio-politico, i disastri prodotti dalle due guerre mondiali hanno portato allo svilupparsi di una riflessione di tal genere. Il rinascere delle nazioni durante la fine degli anni ’40, è stato motivato da quei patti fondamentali tra cittadini – che sono le costituzioni – che hanno portato al nascere della forma giuridico-politica dello Stato Sociale. Non più diritti puramente formali, ma la ricerca della sostanza offerta dal riconoscimento della dignità della persona umana; non più credito quantitativamente e qualitativamente arbitro delle relazioni tra gli uomini, ma un credito strategicamente diretto verso il Bene Comune; non più la inalienabile proprietà privata, ma una proprietà privata con utilità sociale; non più una libertà d’impresa tout court, ma una libertà d’impresa con funzione sociale.

Ecco che gli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale a quel cambio di paradigma prodottosi tra gli anni ’60 ed i primi anni ’70, hanno rappresentato l’esperienza politico-comunitaria espressa dall’umanità con maggior grado di tensione verso quella che è una vera e propria inclinazione naturale: “gli Ultimi saranno i primi”.

L’esperienza successivamente scaturitane e protrattasi fino ai giorni nostri, è invece figlia della cultura opposta che è dunque contro la legge naturale. In sostanza è stato completamente disconosciuto l’insegnamento “gli ultimi saranno i primi”, e quella che è una precisa indicazione operativa in rispetto della legge naturale a tutela dell’intero ordine cosmologico, è stata sminuita e denunciata come patetico grido dei perdenti in cerca di rivincita.

Il nostro sistema culturale, sociale, politico ed economico, necessitano quanto prima di ritrovare l’autentico senso de “gli ultimi saranno i primi”. L’ampliamento della distanza tra le fasce di reddito, l’aumento dell’imposizione fiscale diretta e la sostanziale perdita della progressività costituzionalmente prescritta, il venir meno di un sistema scolastico effettivamente gratuito, una sanità sempre meno gratuita, istituzioni locali che non riescono più a sostenersi sulle somme provenienti dalla fiscalità ma che invece vedono il grosso delle proprie voci di bilancio provenire da ulteriori mezzi di fiscalità diretta mascherata – come lo sono diventati i posteggi a pagamento e le sanzioni pecuniarie per violazione del codice della strada con l’imperversare di autovelox, telecamere, vigilini ed ausiliari del traffico che sono diventati le uniche forme di occupazione nell’amministrazione pubblica (Comuni abbagliati dall’introito finanziario che questi garantiscono, ma dove tutto ciò niente ha a che fare con la ricchezza reale che altri generi occupazionali consentono) –, sono tutte manifestazioni di un deviato sistema culturale dimentico della prescrizione de “gli ultimi saranno i primi”. Come a volersi mettere a posto la coscienza, l’ultimo è – tanta è l’ipocrisia dell’attuale sistema culturale formalista – un qualcuno di cui si tiene conto con una continua opera di elemosina, mai volta però alla sua effettiva valorizzazione come imporrebbe un’autentica carità (caritas, agape). Il ferito, stremato nelle forze, è sollevato da terra, ma subito gli si voltano le spalle senza preoccuparsi se ce la farà a rientrare a casa o se cadrà nuovamente a terra.

Si spaccia questo sostanziale disinteresse per le sorti del prossimo come rispetto della libertà altrui. Ci troviamo di fronte invece ad un modo formale di concepire le relazioni tra gli uomini. Si parte dalla fasulla idea per cui le persone partano da una posizione di parità, poi, si dice, grazie alla propria libertà, il più meritevole avrà la meglio sugli altri.

Diversamente, si impone quanto prima un ritorno della politica ad una pedagogica opera di cura nei confronti dell’intera comunità. Non si richiede qui, per utilizzare una metafora giuridica, l’invasiva tutela necessaria con gli incapaci assoluti, quanto l’affiancamento della curatela per chi necessita di un aiuto. Quest’opera di cura nei confronti della società deve partire dai più deboli.

In concreto, allora, debbono essere lanciate linee di credito pubblico, dunque sovrane, per il miglioramento e l’ampliamento dell’infrastrutturazione (che è sempre a beneficio di tutti), come strade e ferrovie, impianti energetici ed idrici, la reintroduzione di una effettiva imposizione fiscale progressiva, la defiscalizzazione degli investimenti produttivi (che dunque diano lavoro o che comunque siano effettuati nei settori dai maggiori riflessi comunitari), il sostegno massiccio alla ricerca scientifica, la riproposizione di un sistema sanitario gratuito ed avanzato, nonché di un sistema educativo volto a creare pensatori indipendenti come consentito dalla scienza e dall’arte classica invece che dal brutale ammaestramento del metodo del test.

Di strettissima attualità poi, emblema di una politica dimentica della “Legge degli Ultimi”, il problema dell’inflazione sui generi alimentari. In Italia gli anni ’90 sono stati a questo proposito disastrosi. I redditi medi hanno perso oltre il 50% della loro capacità d’acquisto reale sui generi alimentari. Le difficoltà che i redditi medi stanno mostrando in questo terzo millennio – ogni anno sempre di più! –, sono figlie di quegli anni, dove i generi alimentari, ma in generale tutte le voci di spesa per generi primari, hanno finito con l’assorbire gran parte del reddito da lavoro. Ecco che si impone quanto prima una politica agricola, a livello nazionale e comunitario, che presti attenzione non soltanto al miglioramento qualitativo dei prodotti, ma anche a quello quantitativo di modo da prevenire fenomeni inflattivi che riguardino il primo genere di consumo delle persone.



[1] In questo senso W. G. Leibniz in Saggi di Teodicea.

[2] In merito all’esistenza della legge naturale, la sezione aurea rintracciabile per esempio nell’azione spirale autosimilare della conchiglia, ma anche la relazione esistente tra le velocità angolari dei pianeti della nostra Galassia con i rapporti della scala musicale armonica, così come rilevato da Keplero, ci rendono l’idea dell’esistenza di una forza intelligente che starebbe dietro la realtà sensibile ed ultrasensibile.

[3] In tal senso i primi passi della Genesi sono espliciti.

15 agosto 2007

Kirchner fa eco a F. D. Roosevelt: la Banca del Sud darà “speranza ai dimenticati e ai diseredati”.

Il presidente argentino Nestor Kirchner, parlando di come potrà funzionare, secondo la sua idea, la Banca del Sud di imminente istituzione, s'è espresso in un modo che rende chiara la sua impopolarità presso gli avvoltoi della finanza: la banca, infatti, dovrà “restituire il sorriso della speranza [agli uomini] dimenticati e diseredati” dell'America del Sud. Ricordando in questo modo il linguaggio usato da Franklin Delano Roosevelt a proposito del “forgotten man” (l’uomo dimenticato), Kirchner ha detto che la banca, cominciando ad operare soltanto in novembre a causa di ritardi 'burocratici', finanzierà investimenti produttivi nelle infrastrutture, e “non spese pubbliche improduttive, né l'inefficienza burocratica degli Stati”.

Parlando a Tarija, in Bolivia, in presenza del Presidente boliviano Evo Morales, di quello venezuelano Hugo Chavez ed altre personalità internazionali, Kirchner ha indicato negli economisti neoliberali la costante fonte di confusione tra “spese pubbliche e investimenti nelle infrastrutture”. Ha aggiunto: “Crediamo che finanziare gli investimenti pubblici significhi finanziare lo sviluppo, le infrastrutture e la possibilità di costruire una nazione e un popolo”. Ha continuato, dicendo che “quando costituiamo dei servizi, quando investiamo nei gasdotti, nelle scuole, negli ospedali, nelle case per il nostro popolo, queste non sono semplicemente spese pubbliche. Stiamo, invece, riconoscendo dignità alle persone, assicurando loro un livello e una qualità di vita che sono loro dovuti. Questa è la differenza che ci separa dal neoliberalismo”.

Gli interessi finanziari legati al Banco Santander, controllato dalla corona britannica, sono stati strumentali nel ritardare l'istituzione della Banca del Sud, originariamente prevista per lo scorso giugno. Ma Kirchner ha detto che è giunto il momento in cui tutte le nazioni dell'America Latina  - “e perché no, anche il Messico?” - uniscano le proprie forze per creare la Banca del Sud. “Vogliamo che l'Ecuador, il Brasile, l'Uruguay, il Paraguay, il Cile e tutti gli altri aderiscano e lavorino per la Banca del Sud, che sarà uno strumento indipendente”. 

Tratto da EIR Executive Intelligence Review - Strategic Alert – Edizione italiana - anno 16 n. 33  – 16 agosto 2007

30 luglio 2007

La Chiesa su infrastrutture e sviluppo

Nella storia, è accaduto spesso che il vuoto di leadership lasciato da una classe politica inadeguata venga riempito dai leader religiosi. Così avviene in Italia, nella forma insolita di un Cardinale che chiede il completamento di un’autostrada. Renato Raffaele Martino, presidente della Commissione Pontificia Justitia et Pax, si è scagliato contro i politici nazionali e locali, ma anche contro gli elettori, che accettano supinamente che le infrastrutture meridionali siano in uno stato “disumano”. Intrappolato per cinque ore sulla A3 Salerno-Reggio Calabria, Martino ha lanciato i suoi strali in un’intervista al Corriere della Sera il 25 luglio, in cui si è chiesto come mai i cantieri iniziati dieci anni fa siano ancora aperti, e ha definito il viaggio una “vera Via Crucis” che “accentua l’aggressività” dei cittadini.

Il monito dell’alto prelato si inserisce in un dibattito che recentemente sembra aver superato la contrapposizione destra-sinistra che ha bloccato le infrastrutture negli ultimi decenni. Dopo l’intervento del ministro Di Pietro, che ha proposto un Consiglio bipartisan sulle infrastrutture, alcune decisioni nelle Commissioni parlamentari relative ai capitoli del Dpef riguardanti il finanziamento di importanti opere stradali sono passate grazie al voto dell’opposizione che ha sostituito i rappresentanti ambientalisti nelle file della maggioranza.

Il nuovo clima sembra dare coraggio a quei politici membri della generazione dei “baby boomer” che, pur dissentendo dalle posizioni oltranziste, finora non osavano rompere il “consenso”. E’ il caso di Dario Franceschini, capogruppo dell’Ulivo alla Camera e futuro vicesegretario del Partito Democratico. In una conferenza stampa per presentare il suo programma per il Mezzogiorno, Franceschini ha annunciato di aver cambiato idea sulle infrastrutture meridionali e sul Ponte sullo Stretto di Messina. “Perché la Tav si ferma a Napoli? – si è chiesto Franceschini –“perchè non c’è l’alta velocità fino alla Sicilia? Se ci fosse forse potrebbe tornare attuale anche il discorso del Ponte sullo Stretto di Messina”.

Questa evoluzione positiva del dibattito sulle infrastrutture segue a breve distanza la visita di LaRouche in Italia lo scorso giugno, che ha segnato una svolta promuovendo una convergenza pubblica sul disegno strategico del “Ponte Eurasiatico”. Proprio nel contesto della enorme portata del disegno di collegamento dello stretto di Bering e le infrastrutture ad esso collegate, risalta l’urgenza di inserire l’Italia, dalla Sicilia alle Alpi, nel sistema continentale mondiale. Questi temi verranno discussi in una conferenza internazionale organizzata dallo Schiller Institute il 15-16 settembre (per informazioni rivolgersi a movisol2@libero.it) in Germania.

Estremamente importante, in questo contesto, è l’intervento del Papa a favore dell’energia nucleare. Nel suo primo Angelus al ritorno dal Cadore, il 29 luglio, il Pontefice ha esortato a “favorire l’uso pacifico e sicuro dell’energia nucleare per un autentico sviluppo, rispettoso dell’ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate”. Ora che il nucleare è ufficialmente benedetto, gli italiani non hanno più scuse per insistere sulla strada del peccato.

Tratto da Eir - Strategic Alert - Edizione italiana anno 16, n. 31 (www.movisol.org).

28 luglio 2007

Vademècum per una veloce carriera politica

Grazie a queste seguenti semplici regole anche il più incompetente e privo di leadership potrà fare carriera politica.

1. L'uomo è un animale
2. La verità non esiste
3. Non parlare mai di moralità
4. Non attaccare mai il sistema bancario
5. La Banca Centrale deve essere un organo indipendente
6. Il sistema valutario internazionale deve essere a cambi fluttuanti
7. Bretton Woods è roba del passato
8. La scienza e la tecnologia sono pericolose
9. Esiste un impero americano
10. L'impero britannico è roba del passato
11. Il liberismo è un amico
12. Il dirigismo è un nemico
13. La Chiesa è un nemico
14. L'Islam è un nemico
15. La guerra preventiva è umanitaria
16. Sono dovute all'11 settembre le attuali instabilità geo-politiche
17. Locke non Leibniz
18. Newton non Leibniz
19. Non parlare mai di Franklin Roosevelt
20. Churchill ci ha salvati dal nazismo
21. La popolazione mondiale non può più crescere
22. Lo sviluppo deve essere sostenibile
23. Il cittadino-consumatore deve essere tutelato
24. Il cittadino-lavoratore deve adeguarsi alla nuova realtà di mercato
25. E' il mercato a decidere
26. Lo Stato deve farsi indietro
27. Il patrimonio nazionale deve essere privatizzato
28. Il Welfare deve essere riformato
29. Il sistema pensionistico non è più sostenibile
30. In pensione si può andare non prima dei 65 anni
31. Il mercato del lavoro deve essere flessibile
32. L'ambientalismo è un amico
33. Il nucleare è inquinante
34. L'etanolo è cosa buona
35. Eolico e solare sono l'energia del futuro
36. L'industrializzazione appartiene al passato
37. Il rigore finanziario dà sviluppo
38. Il credito pubblico produce in ogni caso inflazione
39. Le infrastrutture sono una spesa se gravano sul bilancio dello Stato
40. Le infrastrutture possono essere fatte ricorrendo alle fonti finanziarie private

Ovviamente la politica, nel senso di arte del buon governo, è un'altra cosa.

Questa elencazione ha un evidente intento provocatorio volto a sviluppare un confronto sugli assiomi di fondo su cui poggiano tali punti, regole, slogan. Si potrà notare che questi slogan sono in parte riconducibili alla cosiddetta destra, in parte riconducibili alla cosiddetta sinistra. La radice comune è invece la strumentalità di questi alle istanze oligarchiche, anti-prometeiche, contro il Bene Comune. Il politico perfetto dell'antipolitica (nel senso di arte del cattivo governo), colui che più può essere rappresentativo dell'oligarchismo, deve rispettarle tutte.

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