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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
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BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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7 gennaio 2008

Il lavoro e la questione del credito

Per il concorso-anniversario della Costituzione della Repubblica italiana, Input pubblica l'intervento che riporto.

Il lavoro secondo gli articoli 1 e 4 della Costituzione

Con l’art. 1, 1° co. della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, il legislatore fondamentale del ’48 propone oltre che un modello politico-sociale, un modello antropologico dove il lavoro è manifestazione di quella caratteristica distintiva dell’uomo che è la sua capacità cognitiva e creativa. L’uomo attraverso il lavoro manifesta la sua essenza di essere capace di conoscere la realtà e di creare, emulando e migliorando, la natura. Le più alte conquiste del pensiero umanista – da Socrate e Platone, passando per i pensatori cristiani, fino all’ottimismo leibniziano ed all’idealismo schilleriano – trovano il loro sunto in questo art. 1, 1° co. Cost.

C’è qui una denuncia contro le concezioni pessimistiche, hobbesiane, in merito alla natura umana ed alla sua capacità relazionale e dunque di governo, ma c’è qui pure la lieta novella: l’uomo tramite il lavoro si manifesta come individuo e come essere capace di relazionarsi con l’altro ed essere per l’altro, elemento positivo ed in ultima analisi tutt’uno con questo altro.

I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. A tale proposito ci si potrebbe chiedere quanto l’attuale sistema politico, la costituzione materiale, rispetti lo spirito e la pretesa dei costituenti. Di fatto il mondo del lavoro, e dunque il manifestarsi dell’essenza umana, è sempre più vituperato. Troppi elementi giocano contro questa necessità: gli orientamenti anti-industriali del mondo economico e politico hanno di fatto distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro produttivi ed altamente qualificati, per sostituirli solo in parte con posti di lavoro a minor capacità produttiva, seppure importanti come sono quelli del terziario, ed il più delle volte bassamente qualificati (call center, autisti, imprese di pulizie, commessi in grandi catene alimentari e commerciali, ausiliari del traffico); la legislazione fiscale incide in modo fortissimo sul reddito da lavoro ed in modo irrisorio sui profitti finanziari che non generano alcuna utilità sociale; il sistema culturale mass-mediale offre l’idea per cui la vera realizzazione umana passi per attività (calciatori, veline, pop stars) dove la “produzione” conseguente l’attività svolta, viene ad avere un’ “utilità sociale” soltanto toccando la sfera più semplice e meno caratterizzante l’umana natura, ossia quella dei sensi.

Causa ed effetto di questo macro-processo culturale è stato l’impoverimento intellettivo dell’intero sistema sociale italiano (ma invero il processo ha una portata che investe l’intero mondo occidentale, c.d. post-industrializzato o della società dell’informazione) che si è ripercosso sulla capacità dei redditi generali di generare benessere[1].

Il lavoro è dunque un pilastro su cui si erge il nostro sistema costituzionale. Sarebbe probabilmente bastata la corretta interpretazione, ricavabile dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione, per rilevare che il lavoro è un diritto, ma il Costituente, all’art. 4, lo ha voluto sancire espressamente. Il lavoro, inquadrato nel reticolato dei principi sanciti dalla nostra Costituzione, risulta essere l’unico strumento per eliminare le disuguaglianze sociali. Tuttavia, affinché ciò possa efficacemente realizzarsi “è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.”[2]

Il dettato costituzionale, in più, avverte anche un’esigenza di carattere morale, esprimendo il netto rifiuto di una concezione dell’uomo come animale ozioso, vizioso e parassitario. Così l’art. 4, 2° comma, Cost. recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.[3] Dal peso derivante sulla società da questo inciso, ed in particolare sui governanti, non ci si può lealmente liberare sostenendo che nella società post-industriale della disoccupazione crescente – o dell’occupazione impoverente – questo diritto non può essere riconosciuto e dunque, altrettanto, il dovere al lavoro non può essere preteso. Infatti, il Costituente stesso, nel momento in cui emanò questa norma di principio, lo fece in un contesto storico di cui aveva piena consapevolezza, ossia quello della fase post-bellica della disoccupazione di massa. Se alla norma deve essere attribuito carattere programmatico, in ogni caso, ciò esclude che dalla sua luce si possa scappare con forza crescente a distanza di quasi sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione. L’adesione alle politiche non interventiste e neo-liberiste avutosi con l’accettazione dei diktat del Fondo monetario internazionale a partire dal 1974, e poi a quelle di Maastricht dal ’92, non può essere giustificata col ricorso all’art. 11 Cost., poiché la violazione dell’art. 4 Cost., espressione dei principi fondamentali del dettato, risulta essere palese con l’adesione a quelle dottrine che il Costituente volle, invece, espressamente condannare.

Claudio Giudici 1/1/2008
http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it




[1] Risale ai primi anni ’70, ossia da quando si attua questo cambio di paradigma nei confronti del mondo del lavoro e della concezione dell’antropologia umana, la svolta peggiorativa della capacità reale d’acquisto dei redditi. Durante gli anni ’90, poi, il processo ha assunto caratterizzazioni tali da divenire empiricamente percepibile di anno in anno da parte della cittadinanza. La classe politica avverte a fine 2007 (sic!) con dichiarate intenzioni risolutive per il 2008, il problema. Anche qui si ribadisce l’incapacità lungimirante dell’uomo odierno, il cui massimo esponente dovrebbe essere incarnato da chi la collettività erige a sua guida, che invece che guidarla, nella migliore delle ipotesi la segue. Nella peggiore delle ipotesi – la più frequente però – la pilota in favore degli interessi particolaristici che sono diventati i veri elettori dei governanti.

Le ipotizzate soluzioni al problema dei redditi passano purtroppo per il demagogico slogan del “Paese bloccato”, mantenendosi sugli stessi binari che a questo disastro ci hanno portato. Della autentica riscoperta dello spirito che pervade tutto il Dettato costituzionale, purtroppo, neanche l’ombra.

[2] Riprendo queste parole da una precedente riflessione-manifesto, Per un Partito democratico antioligarchico – Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira (www.ilcannocchiale.it/blogs/style/writer/dettaglio.asp?id_blog=22878&id_day=17&id_month=9&id_year=2006).

[3] In ciò, l’influenza della tradizione umanista, in particolare dell’Utopia di Tommaso Moro, non potrebbe essere più diretta.


La questione del credito (art. 47 Cost.)
Questo intervento è stato ripreso in toto da un ben più ampio e precedente studio sviluppato per Sintesi Dialettica.it.

La questione creditizia, oggi poco dibattuta a cospetto di una storia e di una scienza dell’economia che, invece, la pone sul gradino più alto degli aspetti direttamente connessi alle libertà individuali[i], non poteva non essere affrontata dal Costituente.

L’art. 47, 1° comma, Cost., recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”

Anche questa norma è di carattere prescrittivo e non possibilista; infatti dice: la Repubblica incoraggia, tutela, disciplina, coordina, controlla; non “la Repubblica può incoraggiare, tutelare, ecc.”.

Ora, si potrebbe interpretare questo articolo dicendo: bene, la Costituzione dice che la Repubblica disciplina il credito, così noi discipliniamo il credito dicendo che chiunque, a prescindere dagli scopi, può ottenere del credito. Un tal tipo di interpretazione, a cosa corrisponderebbe se non ad un modo liberistoide di interpretare tale articolo, tanto da rendere inutile la previsione costituzionale? Nella sostanza, infatti, laddove il costituente in merito al credito, niente avesse previsto, che differenza avrebbe fatto rispetto alla situazione prodotta da un tal tipo di interpretazione? Dunque, se il regime successorio in questo momento in vigore, come visto, deve essere considerato esplicitamente incostituzionale, altrettanto deve esserlo il regime creditorio in vigore. In entrambi i casi si è fuggiti dalla prescrizione costituzionale, dandole un’interpretazione tale da renderla inutile.

Il legislatore costituzionale, però, probabilmente conscio dei tentativi elusivi che dopo di lui interessi particolaristici avrebbero potuto esercitare a proprio vantaggio, precisa al 2° comma dello stesso articolo: “[La Repubblica] Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. In sostanza, mette in relazione diretta il livello finanziario (di cui il credito ne è aspetto centrale) con l’economia fisica, reale (abitazione e produzione agricola o di altro genere). Il Costituente è consapevole di come il credito, per avere una funzione sociale, per perseguire il Bene Comune, non possa andare verso attività meramente finanziarie (speculative), quanto piuttosto verso il sistema produttivo. Il Costituente, con questo articolo 47, entra nella tradizione propria del Sistema Americano di economia politica, come sviluppato da Alexander Hamilton sotto George Washington, Friedrich List, Henry C. Carey sotto Abramo Lincoln, e Franklin Delano Roosevelt.

La stessa emissione monetaria, alla luce del dettato costituzionale, non può spettare ad un organo indipendente come la Banca d’Italia, ed oggi la Banca centrale europea. Il dettato costituzionale secondo la dottrina costituzionalistica, infatti, intende organi indipendenti, “cioè che debbano poter operare liberamente senza subire limitazioni da parte di altri organi, diverse da quelle previste dalla Costituzione”[ii] tassativamente cinque organi: corpo elettorale, Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale. Non vi è dunque l’organo dell’emissione monetaria, poiché tale funzione, come compreso dai padri costituenti americani, è funzione inscindibile dall’azione concertata tra potere esecutivo e potere legislativo.

Per poter correttamente interpretare l’art. 11, Cost. in combinato disposto con i principi fondamentali della nostra Costituzione come espressi dagli artt. 1, 3 e 4, s’impone dunque una competente conoscenza della scienza economica. Dunque, la privazione di sovranità monetaria prodottasi con l’adesione al Trattato di Maastricht – trattato che in quanto ispirato dalla rifiutata concezione liberista dell’economia, svincola l’emissione creditizia dalla produzione[iii] –, deve ritenersi in violazione della Costituzione, poiché il Popolo sovrano è privato di una sua fondamentale funzione, direttamente spettante alla Repubblica, quella della sovranità monetaria, necessaria per “il pieno sviluppo della persona umana”, per promuovere il diritto al lavoro ed il progresso economico. Tutto ciò è cosa tanto più assurda se si considera che le banche centrali della tradizione c.d. liberale europea, sono un consorzio delle principali banche private.




[i] La questione creditizia è sempre stata centrale nella storia dell’uomo. Si pensi a come questa è trattata da Platone ne Le leggi o dalla dottrina cattolica. Esemplare, al fine di un corretto approccio epistemologico alla questione, è la tragicommedia shakespeariana de Il mercante di Venezia, dove le figure di Shylock e Antonio esemplificano i due antitetici modi di relazionarsi al rapporto di credito-debito.

[ii] Caretti-De Siervo, Istituzioni di diritto pubblico, 1994, pag. 118.

[iii] Concepire il livello finanziario (emissione monetaria e creditizia) in modo svincolato da quello produttivo, è foriero di tutti quei mali tipici di una concezione formalista della realtà, che non consente di vedere la sostanza delle cose. Questa errata concezione dell’economia è tornata in voga in occidente, in modo pressoché incontrastato, dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La conseguenza più immediata di tale concezione è la nascita incontrollabile di bolle speculative a tutto discapito di produzione e lavoro (economia fisica). Esemplari, quanto deplorevoli precedenti storici di ciò, furono la Francia di John Law, nonché la fase maturata tra fine ‘800 ed il 1932 a cui Franklin Delano Roosevelt pose fine.

Claudio Giudici 1/1/2008
http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it

6 novembre 2007

L’attuale crisi può essere sconfitta solo facendo ricorso alla Verità

Sono fermamente convinto che la verità disarmata e l'amore disinteressato avranno l'ultima parola.(Martin Luther King, dal discorso pronunciato alla consegna del Nobel, 11 dicembre 1964)

A mio parere, la bellezza e l’efficacia della forza della verità sono molto grandi, e la dottrina è tanto semplice, che può essere predicata anche ai bambini.(Gandhi, “Young India” 5 novembre 1919)

La soluzione di tutti i nostri problemi passa per la potenza dell’idea di Verità.

La verità è un primus di cui ogni uomo può esserne partecipe. Tuttavia la perfetta conoscibilità della verità non rientra tra le possibilità umane. E’ questo limite che obbliga l’uomo all’umiltà. Ma non ci si confonda: l’umiltà non è indifferenza. Anzi, l’umiltà è l’ingrediente che pone nella verità l’azione, il compromettersi.

Concepire l’esistenza della verità è necessario per impostare un autentico cammino di crescita; senza la meta della verità infatti manchiamo dell’obiettivo ultimo verso cui il cammino della vita è naturalmente inclinato.

Si tratta di un’inclinazione naturale di cui tutti ne abbiamo prova durante la nostra vita. Tale prova è così evidente che il fatto che non ne percepiamo la piena portata è dovuto al fatto che non sappiamo ascoltare. Non ascoltiamo con la dovuta attenzione ciò che avviene intorno a noi. Ciò è dovuto in primo luogo alla paura.

Si provi ad analizzare il proprio comportamento a cospetto di quell’interlocutore che sapremo dirci qualcosa che non ci piace. Avremo difficoltà a guardarlo, tenteremo di interromperlo di continuo, non lo ascolteremo. Non abbiate paura! ripeteva continuamente Giovanni Paolo II.

Lo stesso approccio volto a non ascoltare (ascolto in senso lato, come processo volto ad intelleggere) lo manifestiamo continuamente verso il nostro quotidiano. Questo non ascolto non ci fa rilevare per esempio come l’uomo nasca con una inclinazione naturale alla conoscenza, che poi per paura interrompiamo. Appena entriamo nello stadio acerbo della consapevolezza si aprono le porte alla paura, proprio come un po’ di pioggia rende più instabile la strada rispetto ad un manto molto bagnato.

Si rifletta allora sul cammino naturale compiuto dal neonato. Egli manifesta inequivocabilmente un’inclinazione naturale al progresso cognitivo-creativo fin dai primi giorni di vita: ad un’iniziale incapacità di conoscere con la vista si sostituisce la capacità di mettere a fuoco gli oggetti e di percepirli visivamente; lo stesso processo avviene con il senso del tatto; successivamente il neonato prende coscienza della sua esistenza fisica e comincia ad osservarsi mani e piedi; in uno stadio ancora successivo prende coscienza dell’esistenza del mondo e comincia ad osservare gli oggetti che gli stanno intorno: inizialmente riuscendo a vedere solo ciò che rientra nel ristretto campo, tipico della fase acerba della capacità visiva, poi ampliando sempre più questo campo visivo; toccherà poi alla capacità di movimento, gattonando prima e camminando poi, e poi a quella della parola. Conoscenza ed azione (cognizione e creazione), si dimostrano così essere un’inclinazione naturale prescritta al nostro essere. Questo processo cognitivo, che nella fase iniziale vede la primazia dei sensi, in un secondo momento si rimette alle facoltà del pensiero. Questa naturale inclinazione sarà tanto più perfettibile quanto più l’individuo sarà in grado di affidarsi al superiore dominio del pensiero, piuttosto che al più fallace dominio dei sensi.

Questa è una prova evidente, che riguarda la vita di ogni uomo, della naturale inclinazione umana ad essere partecipe di un processo cognitivo-creativo. Questo processo è il dialogo che instauriamo con la verità.

L’essenza della verità può essere colta dall’intelletto umano in termini metaforici; la verità è pensabile come quel sole della cui esistenza si è certi e che il nostro occhio riesce a guardare solo per pochi attimi, non cogliendone tutta la complessità. Senza il sole che fine farebbe il mondo della vita? Senza la verità che fine fa l’uomo?

Il paradosso è che a causa della negazione dell’esistenza della verità, la nostra società non è neanche più cosciente di quale sia la reale situazione che riguarda l’umanità.

Si pensi alla progressiva distruzione dell’aspettativa di vita che in diversi stati dell’Africa è ritornata drammaticamente ai livelli degli anni ’50 (aspettativa di vita inferiore ai 40 anni); oppure si pensi al fatto che ogni giorno oltre 12mila bambini di età inferiore ai 5 anni muoiono per fame, sete, malattie o guerre; ma si pensi anche alla progressiva distruzione del tenore di vita reale in occidente, in declino dagli anni ’70. Tutto ciò basterebbe per sentenziare il fallimento del modello culturale empirista e del modello economico liberista. Ed invece, acutizzando le ricette che negli anni ’60 s’incominciarono a riseminare, si sta scambiando un cancro in piena metastasi per una trascurabile bronchite. Questo processo di distruzione di quel cammino verso il bene comune ripreso in Europa dopo la seconda guerra mondiale, e negli Stati Uniti con l’elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932), è in atto dalla fine degli anni ’60, eppure lo percepiamo in modo evidente solo adesso. Un’attenta analisi (ascolto) di ciò che avveniva già all’indomani dell’assassinio di Enrico Mattei e John Fitzgerald Kennedy, avrebbe dovuto far rilevare ad un individuo consapevole come la strada intrapresa sarebbe stata foriera di disastri. Ed invece tale percezione la si incomincia ad avere solo oggi, solo perché tanta è la sua evidenza. Ma ripeto: un attento osservatore già dagli anni ’60 conosceva e si attivava per impedire gli esiti del maturare di un processo che oggi non inizia, ma si sta ammuffendo (tanto è maturo!). I più invece, si crogiolavano sulla crescita dei consumi (ma non della produzione) degli anni ’80 e sulla crescita finanziaria (agevolando ancora quella dei consumi) degli anni ’90.

Ma cosa è la verità?

Nel Vangelo la stessa domanda – Quid veritas? (Gv. 18,38) – viene messa in bocca a Pilato prima di consegnare Gesù a quella folla che lo avrebbe condannato alla crocifissione. Gesù non risponderà perché tale domanda presuppone che non si sia compreso quale sia l’essenza della verità, ma che piuttosto la si intenda come un oggetto. In altri passi del Vangelo invece Gesù parla della verità come di sé stesso: io sono la via, la verità e la vita (Gv, 14,6).

Platone definisce il fine ultimo della conoscenza, ossia la verità, in questi termini: l’essere di ciò che è e il non essere di ciò che non è (Teeteto).

Ecco che alla luce di tutto ciò la verità è essenza. E cos’è l’essenza del Tutto se non un processo dinamico armonico?

Da tutto ciò ne deriviamo precise indicazioni operative: necessitiamo di credere nell’esistenza della verità per essere parte di un continuo processo di crescita; questo processo di crescita è volto a comprendere l’autentica essenza del Tutto; in quanto processo, il Creato è intrinsecamente dinamico; in quanto dinamico, la nostra relazione con esso necessita di azione; questa azione non può essere casuale ma in armonia con l’oggetto con cui essa intende relazionarsi.

Come funziona il nostro cervello

Gli studiosi di psicologia del marketing sanno qualcosa di come funziona il nostro cervello. Durante uno di quei corsi, cosiddetti di formazione, a cui mi fece partecipare l’azienda per cui lavoravo, ci fu fatto fare l’esperimento che vi ripropongo.

Osservate per i prossimi dieci secondi tutto ciò che intorno a voi c’è di rosso. Adesso chiudete gli occhi e ricordate tutto ciò che intorno a voi è blu. Avrete una grossissima difficoltà a visualizzare ciò che è blu perché il cervello ha lavorato in tutt’altra direzione (e l’input glielo avete dato voi!).

Se invece dei colori come nel gioco su menzionato utilizziamo l’idea di verità, ecco che comprendiamo come per essa il cervello lavori se gli diamo l’input di ricercarla nel Tutto, e come invece essa venga completamente trascurata se noi non stimoliamo il nostro cervello a cercarla ricordandogli continuamente che essa esiste. Ribadisco che non ci è stata data la facoltà di comprendere l’idea di verità nella sua perfezione ma solo di approssimarla, così come qualsiasi cerchio che provassimo a disegnare, anche con la più sofisticata tecnologia, non sarebbe un cerchio perfetto, ma un’approssimazione dell’idea di cerchio.

Ecco che una società che non insegna (e addirittura nega) l’esistenza della verità, è una società che non cerca la verità, che non vive per essa, ma che vive per qualcosa di differente (il profitto, il proprio piacere, il proprio ego, ecc.).

Un aspetto della questione su cui dobbiamo riflettere è che quando diamo a noi stessi l’input di lavorare per un fine – in questo caso la ricerca della verità – ecco che secondo un processo non pienamente consapevole, il nostro cervello si mette a lavorare per la ricerca di quel fine. Sicuramente è capitato a tutti di sviluppare uno studio in merito ad un oggetto, e di accorgersi che tutto il mondo stesse parlando di quell’oggetto. Ci sembra quasi che si sia stati noi a dare a tutto il mondo l’input di parlare di quell’oggetto. Lo stesso avviene quando ci mettiamo in testa di volere acquistare, per esempio, un auto. Lì per lì ci pare di avere fatto una scelta molto originale, poi dopo qualche giorno, cominciamo a notare che quell’auto ce l’hanno molte persone; ci viene quasi da pensare che quella originale idea che solo noi avevamo avuto, ce la stia copiando il mondo intero (ed interdetti ci diciamo: eppure lo avevo detto solo a Mario! Possibile che abbia già messo in giro la voce?).

La realtà dei fatti è ovviamente diversa. Abbiamo dato al nostro complessivo sistema di osservazione intellettiva un obiettivo. Ecco che il nostro sistema senza che noi di volta in volta gli si debba ridare l’input, sta lavorando per cogliere quell’obiettivo. Al contrario, fino al momento in cui al nostro sistema di osservazione intellettiva non avevamo dato quell’obiettivo, esso lo aveva completamente trascurato (ricordate il colore blu del giochino di sopra).

Ora, se ciò funziona con i colori e con gli oggetti che vogliamo acquistare, funziona anche con entità ben più importanti, quale per esempio la verità. Se non ne riconosciamo l’esistenza, la trascuriamo completamente; se al contrario ne riconosciamo l’esistenza il cervello si mette a lavorare per conquistarla.

Una puntualizzazione: alcuni potranno obiettare che un conto è cercare il colore rosso, un conto è cercare la verità. A tal proposito vorrei far notare che esiste una scala infinita di rossi e che mai nessun rosso, anche del medesimo oggetto, è identico ad un altro rosso (è il nostro occhio che s’inganna ed un microscopio svelerà facilmente l’inganno). Così se la verità può essere solo approssimata e non conosciuta in tutta la sua perfezione, altrettanto varrà per ogni cosa della realtà (sensibile).

Ecco che allora una società che non autodichiara l’esistenza della verità, non lavora per essa ma anzi la trascura completamente.

(Non si irrigidiscano i relativisti! La verità è un concetto del mondo ideale, non della realtà sensibile. Ma questo la rende più reale di quell’ombra che è la realtà! La verità non può essere intesa come un insieme di regole, quanto piuttosto come un complesso di principi alla cui origine vi è l’idea di Bene. Si ricordi come Gesù tratti la regola del sabato dei farisei).

Il nostro tempo è dominato dalla menzogna perché trascura l’idea di verità.

Si pensi alla menzogna in campo economico, dove si spacciano per utili al bene comune le liberalizzazioni. Mai nessuno ha saputo citare un esempio di liberalizzazione che abbia avvantaggiato l’interesse generale. I liberisti sostengono che dai processi liberisti sia derivato un aumento dell’occupazione e della produttività ed una diminuzione dell’inflazione. Questi signori, a causa del formalismo che domina la teoria a cui si affidano – ricordo che partono dal presupposto formale che possa esservi una concorrenza perfetta, non tenendo invece conto della reale disomogeneità delle situazioni comparate – guardano soltanto la superficie di questi dati.

La verità è ben altra!

L’occupazione è aumentata solo in apparenza grazie al camuffamento delle statistiche. Infatti, con mutamenti rispetto alle tecniche di rilevazione passate, si considerano lavoratori coloro che sono occupati anche per pochi giorni alla settimana; non si considerano disoccupati coloro che dopo lunghe ed infruttuose ricerche di lavoro si rassegnano dal cercare un’occupazione.

A ciò si aggiunga che le posizioni lavorative create sono a livelli salariali più bassi rispetto a quelle perse.

I liberisti considerano aumentata la produttività. Ma a quale produttività fanno riferimento? L’incidenza della capitalizzazione di borsa sul p.i.l. rispetto agli anni ’60 è passata da un 10% ad un 70%. In pratica il grosso della produzione industriale lorda, non è produzione industriale (che dunque produce beni e dà lavoro), ma è di origine finanziario-speculativa (e dunque produce solo utile finanziario per chi lo fa, senza poi reinvestirlo in attività aventi funzione economico-sociale).

Secondo i liberisti poi l’inflazione sarebbe diminuita. I signori liberisti parlano purtroppo soltanto dell’inflazione nominale, ma non di quella reale (rapporto tra l’inflazione nominale ed i redditi da lavoro). In presenza di un minor aumento dei prezzi rispetto agli anni ’80 (diciamo mediamente di un 2% invece che anche del 18%), vi sono stati nella migliore delle ipotesi aumenti dei redditi medi inferiori al 2%. Paradossalmente, dunque, se l’inflazione nominale sale del 30%, ed i redditi salgono del 40%, ecco che il fatto che l’inflazione nominale salga non è in assoluto un male.

A tutto questo discorso sull’inflazione, vi è da aggiungere anche il fatto che la consistenza del paniere dei prezzi ha perso attinenza con la realtà. Il grosso dell’incidenza sulla capacità d’acquisto reale è purtroppo rappresentato dai generi alimentari e di prima necessità. Su questi generi l’ascesa annua dei prezzi è stata di circa il 2%?

Regna appunto la menzogna, piuttosto che la verità.

Si pensi poi alle menzogne in campo politico.

Circa la guerra in Iraq sono oramai assodate le responsabilità da parte dell’amministrazione Bush e del vice-presidente Cheney in particolare. La questione dell’uranio proveniente dal Niger come prova che incolpava Saddam Hussein, è stata smentita in seguito allo scoppio del caso Wilson. La questione dei “pizzini” di Rumsfeld con cui intendeva abituare la popolazione statunitense ed occidentale, al fatto che il pericolo terroristico fosse più grave di quello che i servizi segreti rilevavano come reale è un’altra prova dell’uso sistematico della menzogna da parte dell’establishment.

Ma si pensi anche, per quanto riguarda l’Italia, alle continue accuse riversate sulle cosiddette “leggi di Berlusconi”, tanto gravi da non esserne stata modificata neanche una da parte della nuova maggioranza parlamentare.

Vi sono poi le menzogne in campo ambientale. La questione ambientale sta venendo strumentalizzata da precisi interessi finanziari per impedire lo sviluppo dei paesi in via di sviluppo e ridurne drasticamente le popolazioni. Il film di Gore che gli è valso il premio Nobel, è pieno di asserzioni prive di validità scientifica (su tutte, quella dell’innalzamento dei mari per circa 6 metri). Ma si pensi anche alla asserita relazione tra CO2 e riscaldamento globale (e perché le rilevazioni allora danno in aumento la temperatura in tutta la Galassia? Le nostre industrie inquinano anche Giove?) o alla asserita pericolosità ed inefficienza dell’energia nucleare (che stupidi i Francesi che rimettono l’80% del proprio fabbisogno energetico all’energia nucleare!).

Ed ovviamente sono molti altri i campi della vita in cui domina la menzogna. Basti pensare alla tecnica del capro espiatorio grazie a cui si sono condannati partiti, dirigenti sportivi, tecnologie, di volta in volta usata per perseguire interessi di parte.

L’azione dei politici nella Verità

La classe politica deve attivarsi su un duplice fronte. Bisogna che essa parli di verità e bisogna che essa agisca nella verità. E’ finito il tempo dell’ascolto della vox populi per misere questioni di convenienza elettorale. “Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione che non è nè sicura, nè conveniente, nè popolare; ma bisogna prenderla, perchè è giusta.” (Martin Luther King).

I venti che soffiano sono venti pericolosi. La popolazione è esausta ed i più sono senza i giusti punti di riferimento. Essa si sta velocemente trasformando in un esercito pronto ad obbedire al primo populista a cui il complesso finanziario-mediatico-militare voglia accordare la propria fiducia.

Per sé stessi, i politici è meglio che perdano le loro poltrone se la loro attività invece che essere dedita al bene comune, e dunque alla verità, resta ottusa sui binari della menzogna.

Mi rendo conto di chiedere un qualcosa che non ha a che fare con una generazione che mai ha lavorato per la verità ma che invece è sempre stata ossequiosa alla propria comodità. Tuttavia presto avremo il diluvio e solo chi avrà preparato l’arca con sopra tutto il necessario per affrontare il domani, non sarà ricordato dalla storia come un vergognoso lacchè di un Olimpo finanziario che si credeva onnipotente.

La storia troppe volte ha sentenziato il proprio verdetto. Non si può andare contro la legge di gravità. La presuntuosa pretesa viene concessa per pochi attimi, poi si precipita e ci si fa male.

E’ finito il tempo in cui si lasci che i discoli con il loro modo sguaiato di fare i balocchi distruggano l’intera casa. In questa casa non si vive più ed i discoli vanno rimessi in riga per salvare la casa comune.

Se la classe politica non si sente pronta per fare ciò, cerchi aiuto in chi evidentemente è pronto a tale compito.

D’altra parte vi sono generazioni di uomini che nascono per ricostruire ciò che altre generazioni hanno distrutto.

Si ascolti questa parola: firewalls.

Il politico americano Lyndon LaRouche ha proposto un disegno di legge che in questo momento è oggetto dell’attenzione di molti parlamentari americani (Homeowners and Bank Protection Act – HBPA) per salvare milioni di famiglie americane che rischiano l’esproprio delle loro case. Il principio che sta dietro l’idea dei firewalls è chiaro: il liberismo ha finito il suo tempo; i disastri fatti dalla magica mano invisibile del mercato non sono più tollerabili; è necessario che i governi riassumano il ruolo per cui vengono costituiti: perseguire il bene comune.

Questa idea dei firewalls si impone non soltanto nel settore dei mutui casa. Ci troviamo di fronte ad un’inflazione galoppante che solo la manipolazione delle statistiche nega. Questa inflazione non colpisce beni superflui tipo una bottiglia di vino pregiato od un quadro d’arte moderna. Questa inflazione sta colpendo generi di prima necessità, dagli alimenti, al carburante, al riscaldamento, all’acqua.

I politici ed il Governo in particolare riprendano in mano il volano dell’economia ed intervengano prima di ritrovarsi con la gente in piazza fomentata da incoscienti demagoghi utili solo a chi ha finora voluto baloccarsi con la speculazione, grazie all’asservita classe politica, ad onta degli espliciti enunciati della nostra Costituzione. Si ricordi l’art. 41:“L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Dal libro della Sapienza (6)

Chi cerca la sapienza la trova

[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.

[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.

[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.

[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.

[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.

[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;

[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità

[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.

[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.

[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

Claudio Giudici

24 ottobre 2007

I Parlamenti si adeguano alla crisi finanziaria: il totalitarismo si avvicina

L’ipotesi resta la stessa, ed ogni giorno che passa la conferma sempre più: stiamo procedendo sempre più spediti verso nuove forme di totalitarismo. Probabilmente non si tratterà dei nazi-fascismi violenti degli anni ’20-’40 del secolo scorso, tuttavia l’elemento comune a tutte le forme dispotiche presentatesi durante la storia dell’uomo dai trenta tiranni ateniesi ad oggi è sempre il solito: l’annichilimento della sovranità interiore delle persone, dunque della loro capacità di fare il bene: dalla semplice manifestazione del pensiero, al diritto di associarsi privatamente, al diritto-dovere di incidere sulle istituzioni pubbliche.

L’attuale scenario non può essere compreso analizzando le singolarità di cui esso si compone senza interconnetterle le une alle altre valutate alla luce di un contesto strategico di fondo. Questo contesto strategico è l’aggravarsi della crisi finanziaria internazionale che accelera manifestandosi coll’aggravarsi di un processo inflazionistico a livello globale. Tuttavia non si possono comprendere le cause di tale crisi finanziaria se la si guarda in superficie (l’aumento generale dei prezzi dei generi di consumo). Tale fenomeno è infatti risalente a oramai quarant’anni di politiche speculative che hanno progressivamente distrutto la capacità produttiva delle nazioni industrializzate e che prende avvio con gli eccellenti omicidi di figure come Enrico Mattei (1962) e John Fitzgerald Kennedy (1963) e la successiva instaurazione di un regime di cambi valutari flessibili centrato sul dollaro (1971). Se i due eccellenti omicidi furono il segnale politico che il “complesso militare-industriale” – come lo definì il Presidente Eisenhower – dava alle classi dirigenti del pianeta in merito alla necessità di abbandonare gli approcci rooseveltiani che esprimevano una concezione della politica in rispetto della prescrizione evangelica de “gli ultimi saranno i primi” (i forgotten men nella particolarità della politica di Franklin Roosevelt, così come fu poi emulato da tutte le costituzioni occidentali post-belliche), il nuovo regime finanziario unilateralmente imposto da Nixon il 15 agosto del 1971 segnava anch’esso un esplicito rifiuto delle politiche rooseveltiane (in quanto il precedente sistema finanziario fu il prodotto del disegno Roosevelt-White che si perfezionò con gli accordi di Bretton Woods del 1944) e più in particolare l’avvio del liberismo e della finanziarizzazione del sistema economico prima occidentale poi mondiale (dopo la caduta del muro di Berlino) e dunque delle politiche speculative in ossequio ai voleri di alcune poche famiglie bancarie.

Prova empirica di tale quarantennale processo la troviamo: 1) nella costante riduzione della capacità del potere d’acquisto reale dei redditi medi dal 1970 ad oggi (con brutali accelerazioni per l’Europa dal 1992, cioè dal venir meno dello Sme) e 2) nella più depravata distruzione dei livelli di vita dei paesi in via di sviluppo che segnavano fino agli anni ’60 un generale aumento delle aspettative di vita media, oggi ritornate ai livelli della prima metà del secolo scorso (con record di 32 anni di aspettativa di vita media per alcune aree dell’Africa).

Dalla caduta del muro di Berlino e dalla disintegrazione dell’ex Urss, si sono succedute con cadenza costante una serie di crisi finanziarie senza precedenti (nel 1992 in Europa, nel 1997-98 nel sud-est asiatico, nel 1998 in Russia, nel 2001 in Argentina, 2000-2003 lo scoppio della bolla speculativa generata dalle ipervalutazioni dei titoli dell’information technology, oggi la crisi dei mutui sub-prime). Tutte queste crisi potevano ciascuna rappresentare il detonatore dello scoppio della bolla speculativa rappresentata dall’attuale sistema finanziario internazionale. Ciò è però stato evitato con continui rifinanziamenti autorizzati dal sistema delle banche centrali con la creazione di nuovi prodotti finanziari senza alcuna base d’ancoraggio all’economia reale o con la continua immissione di liquidità nel sistema. L’abbattimento degli accordi di Bretton Woods del 1971 è un esempio di tale oligarchico approccio al mantenimento della bolla speculativa, così come lo è stato l’imperversare di nuovi prodotti finanziari dal 1987, così come l’avvio dei giochi d’arbitraggio consentiti con lo yen carry trade, così come i continui rifinanziamenti autorizzati da Bce, Fed e Banca centrale giapponese questa estate.

Questi continui rifinanziamenti se hanno comportato il salvataggio della bolla speculativa internazionale, hanno però avuto incidenza sui tenori di vita reale delle famiglie con un progressivo aumento dei prezzi dei prodotti di consumo e la costante distruzione dell’economia fisica (posti di lavoro, infrastrutture, welfare).

Questo però non può essere un processo che può durare all’infinito. Ad un certo punto il motore gripperà a causa di un’eccessiva distruzione dell’economia fisica a fronte di una bolla speculativa che non troverà più terreno su cui reggersi. A quel punto scoppieranno fenomeni che da inflattivi diverranno iperinflattivi, e dunque insostenibili per le popolazioni. Questo è il momento in cui divengono scontati, fenomeni di tipo sovversivo da parte delle popolazioni e dunque si impongono, per la loro tenuta a bada, regimi dispotici che impediscano il venir meno dei poteri oligarchici.

Tuttavia, sappiamo come impedire tale catastrofico scenario già più volte vissuto dall’umanità durante la sua storia. L’esperienza storica 1948-62 (per l’Italia, oppure 1932-63 per gli Stati Uniti) rappresenta il precedente a noi più vicino per raddrizzare la sbandata che sta facendo l’auto dell’umanità.

Questo è dunque il contesto di fondo all’interno del quale stanno operandosi una serie di provvedimenti legislativi (e più in generale d’indottrinamento culturale) da parte dei vari parlamenti nazionali.

Le c.d. leggi ad personam varate in Italia durante la scorsa legislatura – oggetto delle più ferventi critiche da parte dell’allora opposizione – sono state tutte mantenute dalla nuova maggioranza.

Tali leggi erano caratterizzate dal prevedere delle situazioni di privilegio sostanziale per alcune categorie di persone. Tali privilegi permangono anche sotto la nuova maggioranza. Tali privilegi divengono dunque elemento intrinseco del nuovo assetto costituzionale materiale, manifestamente in contraddizione col dettato costituzionale formale del 1948.

In questi giorni la nuova maggioranza va varando un disegno di legge che sostanzialmente impedisce a liberi cittadini di avere accesso alla rete manifestando liberamente il proprio pensiero. Siti d’informazione o personali, blog, ed altro ancora, dovranno essere registrati seguendo un iter procedurale assai complesso. Un reticolato di formalità burocratiche ne impedirà sostanzialmente il libero accesso.

Ma è anche di questi giorni il disegno di legge in materia di sicurezza che parifica una serie di piccoli reati (come il furto) a reati gravissimi come quelli per mafia. Restano invece depenalizzati i reati per falso in bilancio.

Tutto ciò perfeziona sempre più un regime oligarchico che comprime sempre più le libertà civili.

Questa limitazione delle libertà civili non è un fenomeno puramente italiano. Negli Stati Uniti all’indomani dell’11 settembre 2001, numerosi sono stati gli interventi congressuali a limitazione dei diritti dei cittadini.

Tutto ciò continua a confermare l’ipotesi lanciata oramai molto tempo fa: una serie di soggetti va rendendosi utile all’instaurazione di regimi dispotici dove il dissenso deve essere contenuto. La crisi finanziaria sta rendendosi manifesta nel quotidiano della gente, ed il dissenso e la protesta rischiano di divenire pericolosi per l’ordine costituito. L’aumento del costo della rata per il mutuo prima casa (anche del 30% al mese), e nei casi peggiori i pignoramenti (un aumento del 19% rispetto al 2006) stanno mettendo in difficoltà almeno 400.000 famiglie italiane. Le attività commerciali vanno chiudendo e trasformando quello che era un fondo commerciale in monolocali e bilocali – ciò anche per causa del provvedimento di liberalizzazione del commercio, primo decreto Bersani d. lgs. 114/98. A tutto ciò si affiancano i fenomeni inflattivi sui generi alimentari e sulle utenze (per riscaldamento, luce, acqua) che ribadisco trovano la loro origine in un processo di continua distruzione dell’economia produttiva a tutto vantaggio delle attività speculative che comportano la continua immissione di liquidità nel sistema (la liquidità del sistema aumenta, i beni diminuiscono, e dunque si creano fenomeni inflattivi).

Durante i primi anni ’40 in Germania, un movimento di giovani ventenni conosciuto come la “Rosa bianca”, comprese l’importanza di risvegliare i propri concittadini dal letargo intellettivo in cui erano piombati. Purtroppo a quel punto in Germania il sistema politico era pienamente dispotico e quei giovani furono quasi tutti decapitati. Si impone dunque che le persone aprano gli occhi prima che nuove forme di dispotismo prendano il sopravvento.

Nell’ultimo quindicennio più volte sono ventilati intenti di modifica costituzionale che riguardavano solo la seconda parte. Oggi, si parla anche di revisione della prima parte, quella dei principi. E’ il segno evidente di una sindrome d’onnipotenza in cui è caduta l’oligarchia, la quale, alla luce dell’aggravarsi della crisi finanziaria, tenta involutive fughe in avanti. Della sua insaziabilità la classe dirigente va facendosi portatrice. Si tratta del solito pacco che si punta a rifilare a cittadini che addormentatisi nell’indifferenza di ciò che succede oltre il proprio orticello non riescono a comprendere le profonde implicazioni di determinati pronunciamenti ed azioni.

Se da un punto di vista analitico la situazione è quella qui descritta, dal punto di vista delle soluzioni, non possiamo esimerci di riprendere in mano ciò che nella storia ha funzionato portando al perseguimento del bene comune, e buttare ciò che invece è risultato seminatore di future difficoltà. I principi ispiratori della Costituzione americana (1789), ma anche di quelle europee del dopo-guerra, debbono essere riscoperti.

Tutta la prima parte della Costituzione italiana, soprattutto laddove perfeziona una concezione di uomo in termini di homo homini fratres (in opposizione a quella instauratasi oggi dell’homo homini lupus), la cultura dell’Ultimo, del progresso scientifico, della “funzione sociale” della proprietà privata e dell’iniziativa economica, del ripudio della guerra, devono velocemente e decisamente essere riscoperti.

In questi giorni negli Stati Uniti il movimento di Lyndon LaRouche sta diffondendo, e trovando forti riscontri tra i rappresentanti dei singoli Stati, il disegno di legge Homeowners and Bank Protection Act – HBPA. Lo scopo di questo ddl è quello di impedire che milioni di famiglie americane perdano la casa e che il sistema bancario venga distrutto dalla speculazione degli hedge funds. Impedire questi due disastri è fondamentale al fine di evitare che la nazione cada nella confusione. Per farlo vi è la necessità che il Governo riprenda in mano il volante della politica economica piuttosto che lasciare il destino della gente in balia de “la mano invisibile del mercato”.

Il ddl prevede il congelamento delle rate del mutuo – sostituite da una sorta di “canone d’affitto” mensile – fino al momento in cui il valore degli immobili sarà tornato a prezzi ragionevoli; quei “canoni d’affitto” costituiranno un fondo garantito che rappresenterà la base per il sistema bancario per emettere linee di credito finalizzate alla ricostruzione delle infrastrutture ed alla creazione di nuovi posti di lavoro, e rilanciare così l’economia reale del Paese. Il ddl trasforma così la difficoltà in cui si trovano milioni di famiglie americane in un’opportunità per il rilancio dell’economia produttiva e lo sgominamento della speculazione consentita dalla cartolarizzazione dei mutui casa.

Il ddl di LaRouche in questo momento viene presentato nelle varie parti del mondo – Italia compresa - che presentano il medesimo problema.

Il confine tra il disastro ed una rinascita è sottilissimo: passa per un’autentica volontà da parte dei Parlamentari nazionali di tutelare i deboli e di perseguire il Bene Comune, piuttosto che l’interesse particolare degli speculatori.

Claudio Giudici

8 ottobre 2007

SULLA PRESENTE CRISI FINANZIARIA MONDIALE

Prolusione di Lyndon LaRouche – 15 settembre 2007

     
Lyndon LaRouche

È insolito il compito che oggi mi spetta. Non va visto, infatti, come frutto di una mia scelta, di una nostra scelta. La responsabilità sta negli eventi: in questo momento l'intera civiltà è minacciata. Non abbiamo davanti a noi una semplice depressione economica. In realtà siamo ben oltre questa situazione. Siamo nel punto in cui, per mezzo di una reazione a catena, un crollo ulteriore del valore del dollaro, repentino e ulteriore rispetto alla svalutazione che ha già subìto in modo significativo negli ultimi mesi, potrebbe mandare in rovina la Cina, arrecare danni inconcepibili all'India, far saltar per aria tutta l'Europa. [Altre volte ho detto] che i Paesi europei, la Cina, l'India e altre nazioni non potrebbero sopravvivere ad un improvviso collasso del dollaro. Questo collasso non soltanto è previsto, ma sta già avendo luogo.
Quindi, questo è un periodo storico insolito. Piuttosto che le minacce tipiche di una depressione economica, stiamo osservando quelle peculiari di una nuova epoca buia, globale e prolungata, dell'umanità intera.
L'interrogativo che dobbiamo porci è se siamo in grado di superare, giunti a questo punto, queste minacce. Avremmo già dovuto prendere i dovuti provvedimenti; tuttavia nella storia accade talvolta che le decisioni necessarie siano prese molto tardi. Soltanto quando le condizioni diventano davvero insopportabili, la gente abbandona le follie con cui ha contribuito a causare la crisi in corso.
In un tale stato di cose, non si dovrebbe guardare al passato e dire "noi riaffermeremo le nostre tradizioni". Perché, come sottolineerò oggi, la tradizione è comprensibile al meglio da persone della mia età, o anche più anziane, come Amelia [Boynton Robinson]. Noi c'eravamo, quando ci fu il cambiamento. Esso avvenne quando ero sotto le armi, all'estero, cioé mentre mi trovavo in India, verso la fine del mio servizio: esso coincise con la morte del presidente Roosevelt. In quella occasione, alcuni soldati mi vennero a trovare, e chiesero di poter parlare con loro la sera stessa. Non mi dissero, in quel momento, il motivo di quell'invito, ma io ebbi comunque il sentore di quanto avremmo discusso. E la questione mi fu presentata in questo modo: "Qual è, secondo te, il nostro destino, ora che è morto Franklin Roosevelt?" Che cosa accadrà di noi, ora che Roosevelt è morto?" Io, di primo acchito, risposi loro: "Beh, posso dire che abbiamo vissuto e combattuto sotto la guida di un grande presidente degli Stati Uniti. Ora siamo nelle mani di un uomo molto piccolo - e ho paura per noi".
Quando tornai dalla Birmania - laddove ero stato assegnato verso la fine della guerra - ciò che avevo prima temuto con la morte di Roosevelt, stava già prendendo forma. Gli Stati Uniti di Roosevelt avevano realizzato un'alleanza instabile con l'Impero della Gran Bretagna. L'Impero britannico era stato, infatti, l'agente responsabile dell'ascesa al potere di Hitler. Non parlo del semplice reame britannico, bensì dell'Impero Britannico, operante ad esempio attraverso la Banca d'Inghilterra e la correlazione di elementi di tipo finanziario, i quali sono essenzialmente l'Impero Britannico. Questo impero è modellato secondo l'antico esempio di Venezia, quella medievale, in cui un gruppo di banchieri, similmente a un'accozzaglia di parassiti, formarono una potenza imperiale, dopo aver trovato gli strumenti di governo appropriati. Così, ciò che la morte di Roosevelt segnò, fu l'abbandono dell'impegno ad eliminare dalla terra quel sistema.
Attenzione, però! Per sconfiggere Hitler, era stato necessario allearsi con la Gran Bretagna, addirittura forzandola, perché non ne aveva davvero intenzione! Agli esponenti dell'Impero piaceva Hitler! Lo avevano inventato, infatti! Era una loro creatura! Lo avevano posto al potere, con l'aiuto di alcuni americani: la banca Harriman, per esempio, perché nota per le sue politiche razziste di periodi precedenti. Il nonno dell'attuale presidente degli Stati Uniti, Prescott Bush, lavorando come segretario generale della Brown Brothers Harriman, firmò l'assegno che permise al partito nazista in bancarotta di risollevarsi! Furono la monarchia britannica e il suo rappresentante in Germania, Hjalmar Shacht, a porre Hitler al potere.
Dovendo sbarazzarsi di Hitler, ma non potendolo fare da soli, si raggiunse un'alleanza anche con l'Unione Sovietica. Durante la guerra fummo rallentati, poiché al nostro fianco c'era un alleato inaffidabile, la Gran Bretagna. Una volta, conobbi un generale tedesco, che era stato colonnello in Nord Africa; quest'uomo distinto era anche una autorità nel campo del diritto internazionale. Al mio primo incontro con lui, dissi: "Generale, Lei è d'accordo con me nel pensare che Montgomery fu il peggior comandante della Seconda Guerra Mondiale?" Al che, mi rispose: "Non può dire male di Montgomery. Mi salvò la vita!" Poi aggiunse: "Stavo comandando la retroguardia per Rommel, durante la ritirata dall'Egitto; se egli mai mi avesse preso al fianco, sarei stato ucciso!" [risate]
Così, se considerate chi fu Montgomery, riconoscerete che funzione svolse nel cosiddetto "Market Garden": prolungò la guerra in Europa per più di un anno, conducendo un'operazione della Prima Armata in un campo di battaglia le cui strade non reggevano le truppe mandate a soccorrere i paracadutisti là atterrati! E continuò in questo modo per un anno! La guerra sarebbe terminata entro la fine del 1944, senza Montgomery. Ma egli tenacemente continuò ad operare in quel modo, non soltanto perché era un pessimo generale, davvero incompetente, bensì perché egli era la persona in grado di applicare quel grado di incompetenza che Churchill desiderava: Churchill, infatti, aveva sostituito valenti comandanti britannici, per paura che essi contribuissero a vincere la guerra troppo presto.
Questo, quindi, è il tipo di problema che dovemmo affrontare. Che cosa avvenne dopo la morte di Roosevelt? Il suo programma per il dopoguerra puntava ad alcune realizzazioni a livello mondiale che i Britannici erano assolutamente determinati ad impedire: avrebbe teso ad eliminare il colonialismo, e tutte le sue manifestazioni secondarie. Il suo discorso di Casablanca, con il quale si confrontò direttamente con Churchill, è esplicito. Egli disse: "Considera questa parte di Africa! Che cosa possiamo farne nel dopoguerra? Che cosa possiamo fare per ricostruire questa regione?" Il messaggio fu chiaro: la sua politica sarebbe stata quella di eliminazione dell'Impero Britannico, ovvero del colonialismo.
Allora, quando tornai a Calcutta, con Truman come nuovo presidente, vidi già in atto il cambiamento. Lo vidi attraverso l'Asia sudorientale: le truppe giapponesi coinvolte s'erano arrese davanti alle forze di Ho Chi Minh, il quale era stato un alleato di Roosevelt. I Britannici ordinarono che le truppe giapponesi fossero liberate dai campi di prigionia, fossero loro restituite le armi, e fosse loro permesso di rioccupare l'Indocina. La ricordate questa storia? A che cosa portò? Alle guerre della Francia, e altri conflitti.
Che cosa dire degli Olandesi? Che cosa fecero quei dannati Olandesi in Indonesia, con gli stessi metodi? Una lunga guerra, per sopprimere e soffocare, laddove avrebbe dovuto esprimersi uno sviluppo umano. La promozione delle divisioni, la guerra civile, in India. Analogamente, così anche in Africa! Ecco, l'Africa è il pessimo dei casi! Ciò che i Britannici hanno fatto in Africa è uno dei peggiori crimini contro l'umanità che si potessero immaginare, Tutto cominciò con Kitchener, nel 1898.
Questa è la storia.
Ora, la concezione rooseveltiana e l'alleanza da lui stabilita erano basate su alcuni punti d'interesse per il dopoguerra. Il primo punto era quello di condurre la Russia e la Cina, benché essa fosse in quel momento una nazione smembrata, in un blocco costituente le Nazioni Unite. Questo organismo avrebbe dovuto essere un foro d'incontro, per coordinare la liberazione delle aree vittime del colonialismo, o altre azioni simili. Costruire nuove nazioni, e assisterle nel loro primitivo sviluppo affinché diventassero davvero nuove nazioni. L'obiettivo sarebbe stato quello di costruire una comunità di stati nazionali sovrani planetaria, caratterizzata da una sovranità perfetta, ma legata assieme dalle indicazioni tratte dalle lezioni imparate con la guerra appena terminata: avremmo dovuto vivere in armonia, raggiungendo i comuni scopi dell'umanità, gestendo le cose dall'alto; avremmo dovuto creare una comunità di nazioni la cui forza avrebbe prevenuto ogni cosa contraria al raggiungimento di quei fini.
Purtroppo, subendo un programma britannico, dettato agli Stati Uniti da elementi influenti di New York e di altri centri di potere, adottammo la politica opposta.

In prima istanza, su insistenza di Churchill, ci comportammo con l'Unione Sovietica come se le avessimo dichiarato guerra. Bertrand Russell, un grande liberale, arrivò a proporre una guerra preventiva con bombe nucleari. In realtà lo aveva proposto ancor prima di questa occasione, ma ora lo fece per iscritto. Propose che se ne occupassero gli Stati Uniti, anche se questi non disponevano ancora di simili armi, poiché gli unici due prototipi di bomba atomica erano stati usati sul Giappone. Gli attacchi a Hiroshima e Nagasaki furono assolutamente non necessari, poiché il Giappone s'era già arreso: le condizioni della resa, infatti, erano state trattate da Hirohito con il Vaticano. Ma sotto la pressione di Churchill e della Gran Bretagna, il governo di Truman non aveva proceduto ad accettare la resa giapponese. Non avrebbe dovuto far altro che assimilare quanto negoziato dall'ufficio per gli affari speciali del Vaticano, il cui responsabile era il futuro Papa Paolo VI; non avrebbe dovuto far altro, durante i negoziati della resa, che prestare attenzione ad una condizione, e cioé a trattare con il Mikado, l'ufficio dell'Imperatore del Giappone. Ciò gli avrebbe conferito l'autorità necessaria ad ordinare il cessate il fuoco alle truppe giapponesi. Ma non lo fece.

Il Giappone era sconfitto! L'isola principale era posta sotto un blocco impenetrabile, imbottigliata dall'aviazione e dalla marina degli Stati Uniti. Né rifornimenti, ne risorse d'alcun tipo potevano passare il blocco, determinandosi la condizione di completa disfatta, di collasso nazionale. Ma la guerra fu prolungata senza alcuna necessità, soltanto per compiacere i Britannici!

Tornando all'Unione Sovietica, in questa nuova fase procedemmo dimostrando ostilità. Si riteneva, infatti, che l'Unione Sovietica non avesse la capacità di sviluppare armamenti nucleari, in tempi tali da poter rispondere adeguatamente all'attacco voluto dalla Gran Bretagna. Una volta scoperto, intorno al 1948, che invece ne era in grado, la cricca di Russell e Churchill dovette in qualche modo cambiare mira. Questo pose fine al governo di Truman, perché non più utile.

A parte questo cambiamento, la politica rimase la stessa: ritornare all'Impero Britannico! Questo impero era stato fondato, in verità, con il Trattato di Pace di Parigi del 1763, quel trattato che aveva spinto i patrioti negli Stati Uniti a riconoscere che presto o tardi avrebbero dovuto combattere per liberarsi da questa nuova struttura imperiale, arrivando dunque alla Rivoluzione Americana. Già da allora, soltanto i traditori e i parassiti della nostra nazione si erano sentiti fedeli alla corona britannica. Quale tragedia se il mondo avesse dovuto vivere sotto il giogo dell'Impero Britannico! Così noi - come nazione, appunto come Stati Uniti - eravamo giunti a minacciare l'Impero. Non solo, avevamo affrontato anche gli agenti britannici operanti in seno alla nostra nazione, cioé i Confederati! Che erano una creazione di Lord Parlmerston, esponente di spicco dell'Impero.

Eravamo riusciti a sconfiggerlo, e a sviluppare una nazione sull'intero continente. Questa era sempre stata la nostra politica, sin dalle origini; in quell'occasione, avevamo accettato i confini col Canada e col Messico, estendendoci fino a dove gli oceani, a est e a ovest, ci avrebbero concesso. Eravamo occupati a svilupparci in uno stato nazionale sovrano e continentale.

Ci eravamo infine riusciti, per mezzo delle ferrovie, e di simili costruzioni. Inoltre, per mezzo dell'immigrazione europea e da altre parti del globo, intere regioni, negli attuali Stati del Dakota e del Nebraska, furono sviluppate da colonie di tedeschi, per esempio. A questi agricoltori erano state assegnate delle terre ed era stata prestata la necessaria assistenza. Le ferrovie avevano svolto l'importante funzione di sostegno. Così, in breve tempo, eravamo diventati la nazione più potente tra gli stati nazionali del mondo! E questo, nelle condizioni di una guerra civile.

Che effetto avevamo avuto in Europa? La nostra esperienza aveva scatenato un desiderio di libertà dall'Impero Britannico. Sto parlando della fine di Napoleone III. Sto parlando della Germania che, per mezzo di Bismarck, aveva risposto al successo americano sfidando l'Impero Britannico, piuttosto che con la guerra, perseguendo lo sviluppo economico. Sto parlando della Russia di Mendeleyev, il grande scienziato che, di ritorno dalla Convenzione di Philadelphia del 1876, convinse lo zar a costruire la famosa ferrovia transcontinentale. La Germania aveva deciso di unire con i binari Berlino e Baghdad, ma i cambiamenti avevano infine riguardato anche l'assetto giuridico del Paese, proprio con le riforme bismarckiane del 1977-1879 apportate con il consiglio diretto degli Stati Uniti, cioé dei circoli americani più influenti appartenenti alla tradizione di Lincoln.

L'Impero Britannico non aveva gradito. Essenzialmente per questo motivo: se le nazioni dell'Europa, addirittura le nazioni dell'Eurasia avessero sviluppato i propri territori con le infrastrutture ferroviarie, specialmente con quelle transcontinentali mutuate dall'esempio americano, allora i trasporti e i commerci dei beni sulla lunga distanza avrebbero potuto avvenire in modo più efficiente per terra che per mare! Questo era stato il loro problema.

Con il controllo di quanto avviene internamente al proprio territorio, con lo sviluppo della scienza e della tecnologia moderne, quei Paesi avrebbero evitato metodi inefficienti di trasporto; e ogni centimetro di movimento merci, compiuto per terra e con grande organizzazione, avrebbe significato per essi un aumento dei poteri produttivi della propria economia nazionale! I trasporti marittimi, invece, non coinvolgendo il territorio di un Paese e le popolazioni ivi stanziate, non avrebbero per loro stessa natura contribuito in alcun modo a migliorare l'economia. Ecco la frode della geopolitica.

 

Ora, noi siamo entrati in un'epoca tecnologica, in cui sono disponibili tecniche come la levitazione magnetica, e sono realizzabili progetti come quelli precedentemente ricordati da Helga. Abbiamo raggiunto un potenziale tecnologico per il quale sono ora realizzabili progetti e sistemi che permettano  di trasformare territori precedentemente ritenuti non sviluppabili o privi di attrattiva in zone ricche e abitabili. Abbiamo la capacità globale di trasformare il pianeta stesso, incrementando la potenza produttiva del lavoro, la capacità di sopravvivenza, i livelli di vita, in una maniera che non ha precedenti nella storia umana! Per mezzo di nuovi metodi di trasporto di massa, con la dovuta enfasi sulla tecnologia di estrazione della potenza nucleare per mezzo di forme superiori alla fissione, con nuovi metodi di produzione di isotopi, ecc. possiamo dominare aree precedentemente non raggiungibili, ma che nascondono le materie prime di cui abbisognamo, rispondendo nel contempo alle grandi esigenze delle vaste popolazioni (India, Cina, ecc.) arretrate. Con nuovi materiali e nuove tecnologie, possiamo procedere ad assicurare la destinazione di tali risorse allo sviluppo di tutte le nazioni, per quanto povere esse siano. Il potenziale c'è: l'abbiamo davanti agli occhi.

Esso, naturalmente, rappresenta una minaccia esistenziale per l'Impero. Gli Stati Uniti nel 1945 erano la nazione più potente in assoluto, anche sul piano storico; ora sono un relitto. Se non fosse per l'arsenale nucleare, pochi nel mondo li temerebbero. Chiaro? Sono un relitto. La questione, allora, è: poiché sin dal 1648, cioé dalla Pace di Westfalia, l'obiettivo di pace ha coinciso con lo sviluppo di stati nazionali sovrani in tutto il mondo, come è stato dimostrato in Europa, negli Stati Uniti, e altrove, dobbiamo tenergli fede anche ora. Non dobbiamo fare altro che continuare il lavoro. Attenzione, però! Il significato di questa operazione, il suo vero obiettivo di una tale costruzione politica a livello mondiale, è minacciare l'esistenza dell'Impero, come sistema, in qualunque forma esso appaia. Dunque, ciò che gli Stati Uniti rappresentarono con Roosevelt, fu la più seria minaccia che l'Impero Inglese avesse mai dovuto affrontare. [Potete stare certi che] ogni evento malvagio, di una certa importanza a livello mondiale, dal giorno della morte di Roosevelt fu dovuto al risultato dell'azione di forze individuabili negli ambienti Liberali anglo-olandesi, sia in Europa, sia - tramite alcuni traditori - nella mia nazione. Tra questi traditori, vi sono anche alcuni ex presidenti, e alcuni idioti, come il presidente ora in carica.

Ne consegue che il tema geopolitico è immutato. Tuttavia, non dobbiamo fissarci sulla contrapposizione geopolitica tra potenze terrestri e potenze marittime. Dobbiamo invece tener presente che il secolare dominio esercitato per mare s'è esaurito grazie al progresso tecnologico. Con la tecnologia ora disponibile, insomma, possiamo sviluppare i territori nazionali per via terrestre, invece che per mare, e con maggior efficienza e potenza. Oh, naturalmente useremo gli oceani! Essi, infatti, contengono ingenti quantità di minerali, di cui abbiamo bisogno. Li useremo anche per altri scopi e in altri modi. [Dobbiamo anche ricordare che] la potenza produttiva del lavoro non risiede semplicemente nelle popolazioni, ma nello sviluppo dei popoli: lo sviluppo della loro tecnologia, della loro libertà di inventare, della loro potenza di condurre scoperte scientifiche, del godimento di ogni miglioramento.

Questo è il nostro lavoro, la nostra battaglia.

Questo è stato il punto caldo che motivò le guerre! Sin dal Rinascimento nel Quattrocento, la ragione delle principali guerre europee è stata questa! E' necessario bloccare il sistema dell'imperialismo, in qualunque  forma esso di manifesta: che sia l'antico imperialismo persiano, o l'imperialismo dell'antica Roma, o l'imperialismo bizantino, o il sistema delle Crociate dovuto all'alleanza tra Venezia e i Normanni, o il più recente esempio britannico. La sfida dell'umanità più vera è, pertanto, quella di diventare umani: dobbiamo sbarazzarci di questo fattore imperiale.

L'imperativo è la creazione di una comunità di stati nazionali, basata sull'impiego della cultura dei popoli e sul suo sviluppo, affinché essi possano partecipare in condizioni paritetiche al lavoro della comunità stessa. Dobbiamo sviluppare l'uomo, così come esso è passibile di sviluppo.

 

Questo è ciò che riguarda la crisi. Non dobbiamo cercare cause recenti. Non dobbiamo pensare a date recenti, nemmeno alla data della morte di Roosevelt. Il problema, già, c'era. Il problema è la crisi che da lungo tempo affligge l'umanità tutta, perlomeno da che ne conosciamo sufficientemente la storia; ad esempio, per quanto riguarda l'Europa, dal 700 a.C.  circa.

Nello specifico, però, la crisi che affrontiamo oggi fu generata dalla Guerra Fredda. Gli Stati Uniti continuarono a prosperare, tra alti e bassi, fino all'assissinio di John F. Kennedy. Continuarono a progredire, per certi versi; ma il punto cruciale è quello. Non v'è bisogno di discuterne. Quello fu l'inizio della cosiddetta "Guerra Fredda", ovvero la guerra di ricolonizzazione e la ricerca di un conflitto con l'Unione Sovietica, tutta roba insensata. Il biasimo, dunque, non va a Stalin, ma al versante britannico.

Quello è l'inizio della crisi odierna: la questione geopolitica, infatti, fu il pallino di Londra e di certe forze basate a New York, che noi associamo all'oligarchia finanziaria, ovvero alle persone che sostennero Hitler. Gli Stati Uniti, forti come erano divenuti sotto Roosevelt, non avrebbero potuto essere vinti o riconquistati per via militare. Essi avevano il massimo potenziale produttivo della storia, e il mondo era stato sconvolto dalla guerra. L'Europa aveva bisogno degli USA, per la ricostruzione. Così anche l'Unione Sovietica, e la Cina, ecc.

Per tanto, procedemmo per intoppi e iniziative, fino all'assassinio di John F. Kennedy. Non fu colpa di Oswald, né un suo errore, né l'errore di alcuna parte in gioco. Quell'assassinio fu intenzionale. E l'intenzione fu la distruzione degli Stati Uniti. John F. Kennedy, distinguendosi dal padre, era divenuto presidente in piena immersione nella tradizione rooseveltiana. Aveva condotto la propria campagna in modo da ravvivarla.

La fase dal 1945 al 1964, cioé fino al suo assassinio e agli sviluppi ad esso legati, fu un periodo in cui gli Stati Uniti conservavano la grande potenza economica, con i livelli di vita ancora in crescita. Nel frattempo, però, qualcosa di differente ebbe origine, in coincidenza dell'assassinio, a cui possiamo imputare la crisi di oggi. Le radici della crisi erano già presenti, perché il conflitto tra USA e Impero Britannico veniva da lontano, ed era stato esacerbato dalla vittoria di Lincoln sulla marionetta dell'Impero, la Confederazione Sudista. La possibilità di corrompere l'economia americana e mandare in rovina il sistema americano si ebbe con la morte violenta di Kennedy.

Lo sapete: entrammo in guerra in Indocina, senza alcuna dannata buona ragione per farlo! Scelta la politica sbagliata, cercammo di farla ingoiare a Ho Chi Mihn. Ma lo trovammo un uomo favorevolmente disposto verso gli Stati Uniti, perché era stato alleato di Roosevelt! Se lo avessimo trattato decentemente, ci avrebbe rispettati. Vi sarebbero state, forse, certe difficoltà, ma la diplomazia esiste proprio perché esistono le difficoltà. La sola presenza di difficoltà non giustifica la rinuncia alle vie diplomatiche.

Con quella guerra, compimmo un atto molto simile a quello dell'Impero Persiano nei confronti di Atene.
Parlo del momento in cui Atene commise un crimine di guerra, prendendosela con gli abitanti dell'isola di Melo e aprendo le porte al sofismo, che fu lo strumento con cui l'Impero Persiano, già sconfitto per mare e per terra, conquistò Atene.

Nella storia dell'umanità, sin dall'emergere della civiltà europea (700 a.C. circa) nei territori della Grecia e della Cirenaica, sin dalle alleanze tra Egizi, Ionici ed Etruschi, la civiltà stessa considerata nelle sue caratteristiche peculiari e uniche, che la fanno 'europea', è andata subendo la conseguenze distruttive di simili metodi di perversione o corruzione interna. Il metodo più frequentemente usato è quello delle guerre prolungate, come appunto quella del Peloponneso, priva di senso e scopi: senza scopi morali; senza obiettivi di tipo strategico. Le guerre dovrebbero essere cominciate con grande riluttanza, ma con grande prontezza se si rivelano inevitabili: si entra in guerra e se ne esce il più presto possibile. Si dovrebbe impedire che una nazione combatta una guerra per due, tre anni. Si dovrebbe puntare alla brevità! L'arma più potente di oggi, infatti, è la buona diplomazia. Non vi sono condizioni o conflitti su questo pianeta, che non possano essere affrontati in modo generale con la diplomazia, o temperati con una buona diplomazia, compreso l'enorme caos nell'Asia Sudoccidentale.
Ma torniamo a quella guerra. Dopo di essa, ci toccò di sorbire i sessantottini: questo è un tema piuttosto delicato in Europa, così come negli Stati Uniti. Chi sono i sessantottini? Partendo dai primi anni Cinquanta, e da due libri piuttosto popolari a quel tempo: "Colletti bianchi" è il primo; l'altro è "L'uomo dell'organizzazione". I figli di una certa sezione della mia generazione, negli Stati Uniti, furono educati con una certa ideologia, perché i loro genitori erano condizionati a farlo: questi figli costituirono la generazione dei Figli del Boom economico, i baby-boomers. Non parlo di una generazione in senso biologico, piuttosto in senso culturale: una generazione culturale, oppure - come usavo dire - una de-generazione culturale.
Questa generazione, dal punto di vista strategico, è caratterizzata da peculiarità che non si trovano altrimenti nella storia, perlomeno per quel che conosco della storia degli Stati Uniti dal tempo in cui un mio avo vi mise piede nella prima parte del XVII secolo. Ogni tradizione culturale americana, così come europea, è stata originata a partire dalla considerazione che ogni individuo ha di sé come adulto: un adulto che avrà figli, i quali avranno altri figli, ecc. Così, la concezione più normale di amor proprio era sempre stata questa: essere sani, inseriti in una cultura sana. Poiché tutti si deve morire, e lo scopo della vita non è la morte (la quale non è che una contingenza della vita, ma non il suo scopo), si sa che lo scopo dell'esistenza è impiegare ciò che si ha, la vita appunto, per sviluppare sé stessi, in ciò che si pensa essere il bene, in ciò che potrà diventare un contributo, perlomeno per i propri figli e nipoti. Questa moralità elementare è universale, si trova ovunque nel mondo, ove vi sia moralità.
La generazione dei sessantottini non ebbe moralità. Questa generazione non è biologicamente intesa, ma come una generazione, quella dei "colletti bianchi", che raccolse gente educata nello stesso modo con cui i sofisti avevano educato l'Atene di Pericle. Questi individui erano stati educati con la corruzione, una forma culturale di corruzione introdotta, con l'esistenzialismo, da soggetti come Hannah Arendt e Theodor Adorno, Bertold Brecht, ecc. in Germania. Questa corruzione, questa forma dionisiaca, nicceana di corruzione della cultura, negli Stati Uniti fu indotta come metodo di educazione e di conduzione della cultura famigliare. Ciò fu ottenuto in associazione con un periodo di "regno del terrore", che alcune persone designano con il termine di "maccartismo": si diceva che desiderando una buona carriera, o un posto di lavoro sicuro, o un vantaggio sugli altri, si sarebbe dovuti passare per l'università, poi essere assunti in luoghi in grado di offrirti un nulla osta di sicurezza; altrimenti non si sarebbe riusciti a costruire la famiglia desiderata. Come condizione per mantenere il nulla osta, sarebbe stato necessario comportarsi in un certo modo, specifico dei vari livelli sociali, sia dal punto di vista formale che per altri. La cosa più importante, poi, sarebbe stata l'istruzione dei fanciulli a non fare cose che avrebbero posto il reddito dei genitori, o dei loro padri, in pericolo. Altrimenti questo succulento reddito a disposizione della classe media sarebbe svanito!
Così la generazione, nella sua infanzia, subì l'effetto di un choc. Parlo di quelli nati tra il 1945 e il 1958. La cosa avvenne molto presto, quindi, poiché fu allora che gli adulti della classe dei colletti bianchi si convinsero dell'idea di "avercela fatta". Essi non si sentivano come i "colletti blu", che ritenevano inferiori: agricoltori, operai, ecc. "Oh, ma quelli sono inferiori. Noi siamo la generazione d'oro. Noi lavoriamo nelle grosse aziende, noi siamo i colletti bianchi. Siamo ingegneri, siamo questo, siamo quello! Ce l'abbiamo fatta! Siamo la generazione d'oro!" Gli adulti finirono per inculcare questa idea nella generazione dei loro figli, facendone un standard ideale di dinamica.
Questo processo ebbe una battuta d'arresto, perché la depressione economica del 1957-1958 rovinò la festa ai genitori dei futuri sessantottini.
In Europa e negli Stati Uniti si ebbe l'esplosione sessantottina esattamente per le stesse ragioni. Questa esplosione era stata orchestrata da tempo, sin dal primo dopoguerra, come operazione atta a distruggere la cultura. Pensate alla rivista Paris Review, per esempio: essa è una delle più abominevoli espressioni di questo tentativo di distruggere sistematicamente la cultura, portato avanti da persone che ancora oggi rimangono mie dirette nemiche: John Train e i suoi soci, per esempio.
Così, ci distrussero. La generazione ora al potere è quella che odiava i colletti blu! I giovani sessantottini odiavano i colletti blu! Odiavano l'industria. La tecnologia, la cultura classica. Dal 1968 in poi, essi distrussero il Partito Democratico degli Stati Uniti, a causa della divisione tra colletti blu e colletti bianchi all'interno del partito stesso su temi come la Guerra del Vietnam. Questa divisione portò alla distruzione del Partito Democratico! Come regalo, ci toccò Nixon e la sua Amministrazione, la quale fu il veicolo con cui si procedette alla distruzione dell'economia americana. Dal suo insediamento, o poco dopo, Nixon disse di essere un uomo di Adam Smith; questo fu l'inizio di tutto, il segnale di partenza. Da allora il processo non s'è arrestato.
Abbiamo avuto, quindi, una serie di periodi storici significativi. Ora li identifico. Ricordate che lo sfondo degli eventi è la guerra prolungata in Indocina (1964-1975). Questa guerra fu il segno che produsse la 'generazione dell'odio', altro nome dei sessantottini. Questi dicevano "no al nucleare, no alla tecnologia, no agli investimenti nelle infrastrutture. Vogliamo fumare spinelli e prendere l'LSD. Vogliamo tenerci la nostra stravagante vita sessuale. Abbiamo inventato nuovi sessi - li vogliamo provare tutti quanti."
D'altra parte, permettendo la fluttuazione del dollaro, che cosa si voleva? Rotto il sistema di Bretton Woods, cominciammo il processo di liberalizzazioni, che è la radice della odierna distruzione del sistema economico e finanziario. La cosa, naturalmente, vale soprattutto per l'Europa e gli Stati Uniti. Vi fu una seconda fase, in seguito: la distruzione dell'economia, il bello e il cattivo tempo della Commissione Trilaterale, ecc. Venne distrutta l'ossatura dell'economia. Una delle prime azioni in questo senso, fu l'organizzazione dell'"incidente" di Three Mile Island: si trattò di un'operazione orchestrata per abbattere dalle radici il settore nucleare. Queste sono le mosse impiegate, con cui fare i conti. Venne distrutto anche ogni metodo di stabilizzazione preposto da Roosevelt per proteggere l'economia interna. In altre parole, si inaugurò un regno dell'usura. Negli Stati Uniti furono cancellate dai libri di diritto le leggi anti-usura. Fu distrutto il sistema dei mutui immobiliari, in seno al quale tutte le politiche di edilizia privata erano state sviluppate nel primo dopoguerra. Anche il sistema delle banche immobiliari associato all'industria delle abitazioni, cedette, e abbiamo continuato su quella strada.
Arrivammo al 1981, dopo aver attraversato due fasi: la distruzione del sistema monetario internazionale, da cui le nostre vite avevano dipeso; la distruzione della spina dorsale della cultura politica-economica degli Stati Uniti.
Fu la volta di Reagan: per diverse ragioni molti democratici lasciarono il partito, per saltare dalla sua parte. Una di questa fu proprio l'odio per un partito impegnato a distruggere l'economia e la vita sociale della nazione.
Seguì un periodo di imperturbato collasso economico (1981-1987). Nell'ottobre 1987, nelle due prime due settimane, si ebbe una depressione alla 1929, dal punto di vista della borsa. Il collasso fu grosso quanto quello sotto la presidenza di Hoover. Fu allora presa una decisione. Paul Volcker, l'allora presidente della Riserva Federale, era indeciso sul da farsi. Ma Alan Greenspan, che era stato nominato a suo successore, disse: "Non mollate. Sistemerò tutto. Ci penso io." Si aprì un periodo di incertezza e di lunaticità, dal 1988 al 2007: durante il quale abbiamo distrutto la maggior parte dell'economia mondiale: l'economia fisica degli Stati Uniti, per esempio, l'economia industriale degli USA, da che cosa dipende? Dalle commesse militari, pensate ad Halliburton. La guerra in Iraq funge da collettore di denaro verso le aziende che producono materiale bellico, oppure per fare 'cose' militari, ma in borghese. Con tutte queste deregolamentazioni, abbiamo determinato un cambiamento nel carattere della società.
In mezzo a questo processo, voglio ricordare una cosa importantissima: ricordate il libro di Samuel P. Huntington, chiamato "Il soldato e lo Stato". Questo libro fa eco nient'altro che al sistema nazista, quello delle SS, oppure all'esempio meno recente delle legioni di Roma. Negli Stati Uniti, se ne parla come "la Rivoluzione negli Affari Militari". Che cosa succede? Si sta cercando di creare degli eserciti privati, in sostituzione dell'esercito tradizionale: questo è il motivo per cui non sono poi così tristi, quando ricevono notizia delle perdite in Iraq, poiché puntano proprio ad eliminare ogni traccia delle forze armate, esclusa l'aviazione e i settori ad essa associati. L'obiettivo di questo regime è avere sistemi di armamenti spaziali, in modo da decidere, da un qualunque luogo della Terra, come usare il monopolio di armi spaziali per annichilire una qualunque parte della razza umana. Si vuole un sistema spaziale, anche internazionale, che permetta l'esercizio della tirannia sul mondo intero, nello stesso modo in cui le legioni romane cercarono di controllare il mondo conosciuto.
Da quando Cheney fu nominato Segretario della Difesa, nell'Amministrazione di Bush padre, la politica è sempre stata quella: la Rivoluzione negli Affari Militari. Gente come George Shultz ne fa parte; Felix Rohatyn, un piccolo dittatore fascista nel mondo della finanza, anche. La Rivoluzione negli Affari Militari.
L'altro aspetto di questa cosa è la globalizzazione. La caratteristica che gli è più propria è la frode del cosiddetto "riscaldamento globale". Non esistono scienziati competenti che vi credano, a meno che non mentano sapendo di farlo. La "balla" è incredibile, nessuno scienziato competente potrebbe crederle. La "balla" contraddice tutta la scienza messa assieme, e non vi sono dati a suo sostegno. Ma dovete sapere che la filosofia verde, così come servì per distruggere il nucleare e altri settori in Germania, è ideologia fatta per colpire, come un'arma. Assieme alla Rivoluzione negli Affari Militari, essa caratterizza un cambiamento nella cultura della popolazione degli Stati Uniti e di altre nazioni.
Ci troviamo di fronte ad un'altra versione del culto dionisiaco di Delfi, già ricordato parlando della Paris Review, negli anni Cinquanta.
Stiamo parlando di ciò che il presidente Eisenhower, nell'ultima fase del suo mandato, definì "complesso militare-industriale". Il significato di questa espressione, in riferimento a ciò che la regia britannica aveva ottenuto con Truman dopo la morte di Roosevelt, è che siamo sulla strada dell'eliminazione dell'esercito nazionale da un bel po'! Stiamo eliminando l'esercito di cittadini, e stiamo consegnando sempre più leve di comando nelle mani di privati, nelle mani di enti sovrannazionali. Questa è la vera essenza dell'Impero! Questo è il Nuovo Impero, la nuova forma di ciò che Gibbon, nel suo libro Declino e Caduta dell'Impero Romano, propose al capo dell'intelligence britannica Lord Shelburne.
Lo torno a dire: il centro di tutto è il sistema liberale anglo-olandese, esemplificato dall'Impero Britannico. E' questo il problema.
Così, non dobbiamo pensare che le guerre attuali siano guerre tra nazioni. No. Non ci sono conflitti strategici tra nazioni; non è così che funzionano le cose. Ciò che guida questi conflitti è la lotta degli eredi dell'Impero per l'affermazione di una qualunque forma politica, purché imperiale. E' così dal Cinquecento, dal Concilio Ecumenico di Firenze. Dobbiamo fare i conti con la determinazione di alcuni ad eliminare dal pianeta l'istituzione dello stato nazionale sovrano, per stabilire un ordine chiamato "globalizzazione".
Vediamo la cosa in altro modo: perché l'Europa non funziona? Perché tutti quegli Stati messi assieme non funzionano? Perché il trattato di Maastricht, nella sua attuale forma, nell'Europa centro-occidentale, ha distrutto la sovranità effettiva di quegli stati-nazione. Alle decisioni sovrane, fondate sugli interessi nazionali, non è più riconosciuto alcun diritto, esercitabile dal popolo o dal governo. Questo è l'effetto di Maastricht. La grande riforma che sto proponendo, dunque, non potrà essere intrapresa in Europa centrale, né in Europa occidentale, da nessun governo: non può accadere, all'interno del sistema di Maastricht. Quegli Stati hanno perduto la propria indipendenza! La loro sovranità! Maastricht le ha falciate via. E Maastricht fu una proposta britannica, a cui la Gran Bretagna non ha mai lontanamente pensato di aderire. Fu pensata per il danno di altri, non per il proprio. Chiaro?
Non resta, quindi, che dipendere dalle nazioni che ancora conservano un certo senso della propria sovranità, combinato con la potenza, se vogliamo attuare quelle riforme che eliminerebbero tutto ciò che ha fatto fiasco, a livello generale, sin dalla morte di Franklin Roosevelt. Ecco la questione. Ecco la natura di ogni battaglia di rilievo su questo pianeta.
Dipendiamo, in primo luogo, dal successo nel rendere gli Stati Uniti in grado di riconoscere il proprio interesse. Il disegno di legge di protezione dei proprietari di casa e delle banche, che recentemente ho proposto, e che alcuni congressisti cominciano ad appoggiare, è il metodo più semplice per mobilitare il popolo americano affinché si riappropri della sovranità. In queste condizioni il Presidente della Russia ha cercato con assiduità di fondare una cooperazione con gli Stati Uniti, sin dal suo primo incontro con Bush. Putin ha perseverato con questa politica. In verità, alcune parti delle istituzioni americane, lo appoggiano, dando continuità alle discussioni con il governo russo. Rimarreste sopresi, all'udire i nomi delle persone coinvolte.
Soltanto se gli Stati Uniti riconosceranno il potenziale offerto da tale cooperazione, e pertanto stringeranno accordi con la Russia, quindi con l'India e la Cina, avremo la possibilità di realizzare un'iniziativa in grado di cambiare le regole del gioco, abbandonando la traiettoria verso il disastro, per passare ad un nuovo sistema. Non significa che stia proponendo un governo mondiale di quattro potenze: parlo di un atto di innesco sostenuto da quattro potenze, che sarebbero in seguito affiancate dalle altre. Di questo c'è assoluta necessità. Hanno bisogno di una forza che dia l'impulso, di un'autorità intorno alla quale raccogliersi e dire: "anch'io!" E' in questo modo che potremo usare le Nazioni Unite, nella veste con cui Roosevelt avrebbe inteso impiegarle: un veicolo per creare sul pianeta un esclusivo sistema di stati nazionali sovrani, e solo stati sovrani.
Ecco il problema. Bisogna tornare al giorno della morte di Roosevelt: questo è il problema! Ogni altra cosa rappresenta un diversivo, spesso impiegato da certa gente per cercare di distrarre la nostra attenzione dalle vere questioni.
Si associa a ciò un problema speciale. E' a questo punto che devo assumere un linguaggio più tecnico: non v'è modo, tra quelli concepibili, di salvare il sistema monetario e finanziario oggi esistente tra le nazioni, o anche solo di una nazione. Il grado di bancarotta che lo colpisce è tale che non si può pensare a tecniche di rifinanziamento, nemmeno di una sua parte, rimanendo nei suoi stessi termini. Solo una cosa rimane da farsi, e da quest'azione derivano le uniche cose che possano funzionare: è possibile - e doveroso - sottoporre a procedura di riorganizzazione fallimentare l'intero sistema monetario e finanziario internazionale.
Non è una cosa difficile da fare, tecnicamente. Poiché i sistemi sono intrecciati tra loro, non si può parlare di sistemi monetari-finanziari nazionali. Le banche americane, le banche europee non possiedono alcunché! Sono, in verità, controllate dagli speculativi hedge funds. Questi ultimi hanno trattato le banche come latrine, visitate una volta ogni tanto, per il proprio comodo! La banche non hanno risorse in sé stesse. Pertanto, non sarà questione di decidere quanti centesimi scambiare con un dollaro. E' una cosa impossibile. All'interno del sistema stesso non sono possibili riforme funzionanti. Non soltanto perché non è possibile avere successo su base nazionale, ma perché non sarebbe possibile nemmeno a livello mondiale. I monetaristi possono benissimo essere licenziati: non abbiamo più bisogno di loro. Anzi, vorremmo proprio metterli da parte!
Vorremmo, infatti, creare un sistema radicalmente differente. Il primo passo è questo: proteggere, anche se fallite, le banche che raccolgono risparmi e prestano denaro, o conducono affari simili con l'autorizzazione del governo. Anche di questo parla la mia proposta di legge federale, in protezione delle famiglie e delle banche. Tutti lo sanno: abbiamo bisogno di quel genere di banche. Da quelle banche dipendono le comunità locali, per condurre i propri affari. Senza di esse, le comunità non sarebbero operative.
In secondo luogo, i pignoramenti devono essere bloccati. Ma lo faremo direttamente? No. Non potremo occuparci di tutti, nei minimi dettagli! Procederemo semplicemente nel prendere quella massa di contratti di mutuo, e dichiararne il "congelamento". Tutto passerà sotto il controllo del governo federale. E lì giacerà per un pochetto. Nel frattempo procureremo che le famiglie che abitano nelle case interessate, ogni mese paghino una somma alle banche autorizzate, rimanendo nelle case stesse! Non ci preoccuperemo nemmeno di regolare i conti, poiché ci aspettiamo che il valore di quei mutui collasserà fino a un livello nettamente inferiore al presente. Ogni tentativo di annullare parte dei debiti, o di coprirla, non funzionerà. Il valore intrinseco di quei mutui, anche se non è noto, è certamente "molto in fondo", in basso da qualche parte!"

Tratto da www.movisol.org

1 ottobre 2007

Il programma politico di Grillo è stato “dettato” dal principe Filippo d’Edimburgo

Il programma politico del simpatizzante nazista Filippo d’Edimburgo[1] è il programma del reverendo anglicano Thomas Malthus, di Bertrand Russell, di Henry Kissinger e di George Soros[2]. Grillo, che ne sia cosciente o meno, lo ha prodotto (scopiazzato?) dimostrando la più completa inconsistenza di fondo dal punto di vista epistemologico.

Le 22 pagine di quel programma presentano fin da subito tutte le lacune tipiche dell’odierna classe dirigente, abbagliata dal dettaglio, incapace di vedere l’interconnessione complessa tra le varie singolarità.

Un programma come quello di Grillo, che ha la pretesa di segnare un punto di svolta nella storia politica italiana, trascura completamente questioni fondamentali in materia di politica economica e di politica estera. In esso non si parla di economia produttiva – perché Grillo è seguace delle teorie genocide sulla decrescita del Latouche – né di lotta a quei fenomeni speculativi che rappresentano il vero cancro del mondo. Ed in esso non si parla neanche dell’idea della cooperazione tra Stati sovrani, come manifestazione prima in campo politico della concezione dell’uomo in termini di homo homini fratres da cui si è venuto scostando il diritto internazionale – per la gioia di Bush, Blair, Padoa Schioppa[3] - ad esplicita onta del Trattato di Westfalia del 1648.

Parte integrante del programma politico di Grillo è infine il contenuto di una lettera che Marco Pannella[4] gli ha mandato. In essa si parla di riduzione della popolazione mondiale di almeno della metà rispetto ai quasi 7 miliardi di persone.

Non è la prima volta che mi imbatto in un’ambientalista la cui soluzione di fondo sfocia nel malthusianesimo[5]. Il principe Filippo d’Edimburgo, da un punto di vista strategico il più noto ambientalista del mondo, nonché fondatore del Wwf, è altresì noto per affermazioni del tipo: “Nel caso in cui mi reincarnassi, mi piacerebbe tornare sottoforma di un virus mortale, in modo da poter contribuire in qualche modo a risolvere il problema della sovrappopolazione[6].

Marco Pannella nella lettera che Beppe Grillo fa propria, riportandola per intero nel suo programma, afferma:“Se non imbocchiamo subito la strada di un “rientro dolce” della popolazione del pianeta da 6 miliardi di persone più o meno alla metà nell’arco di 4 o 5 generazioni, di un secolo, continueremo ad esser travolti dallo tsumani natalista …”.

Questa è la filosofia dei ricchi codardi abituati a credere di essere i padroni del mondo. Senza alcuna base scientifica – nella migliore delle ipotesi ogni dato a cui hanno provato a dare una parvenza di scientificità è stato contraddetto dall’intrinseca capacità umana di aumentare la propria capacità relazionale con l’universo – sciorinano cifre, impongono limiti, ma sempre agli altri, sempre ai più deboli (i posteri che non potranno esserci, i paesi del terzo mondo che non possono progredire perché altrimenti ci fregano la possibilità di mantenere il nostro tenore di vita).

Tutto è riconducibile alla tradizione malthusiana che con il National Security Study Memorandum 200[7] prodotto dell’ufficio di Henry Kissinger (il documento segreto, datato 1974, viene declassificato nei primi anni ’90) diviene strategia politica ufficiale dell’Impero britannico[8], prima che degli Stati Uniti. Al paragrafo 29 di questo studio, infatti, si parla di “programmi demografici” che portino al raggiungimento dell’obiettivo dei “3 miliardi [di persone] in meno nel 2050”.

Beppe Grillo entra in gioco mentre un po’ tutta la sinarchia ha deciso di staccarsi di dosso il peso della politica. Questa, infatti, esegue troppo lentamente i disegni che l’oligarchia vorrebbe attuare, e che sempre più velocemente si impongono visto l’accelerarsi della crisi finanziaria in corso.

Infatti, il contesto di fondo in cui l’incompetente classe politica è stata messa nel mezzo è il seguente: trasmissioni di satira che hanno funzionato da apripista per il lancio di inchieste che denunciano la “cattiveria” dei politici (peccato che non ci svelino mai per quali interessi agiscano); l’establishment economico (Montezemolo, ndr) che dal pulpito sferra attacchi alla classe politica; la Lega Nord considerata ancora dai propri aderenti una forza popolare, invoca la discesa nelle piazze. Queste, sono tutte forze che fanno nominalmente capo alla destra italiana. Ed a sinistra? Ecco che arriva Grillo. Ora anche il popolo di sinistra – dopo i fallimenti di Moretti e degli altermondialisti – ha il suo capo popolo per distruggere la “cattiva” classe politica.

Proprio come nel Don Giovanni di Mozart, i villani scambieranno il lacchè di turno, Leporello, per il ben più pericoloso Don Giovanni. Fare fuori Leporello (la classe politica) non servirà a niente se Don Giovanni (l’oligarchia finanziaria) resterà in piedi. E pensare che a consentire un fraintendimento di questo tipo, nell’opera di Mozart fu un villano offeso, il buon Masetto (Beppe Grillo)!

Nel dettaglio, il programma di Grillo propone inevitabilmente qualche soluzione meritevole di essere presa in considerazione, ma a queste affianca altre proposte totalmente inconsistenti. Grillo suggerisce l’incentivo di mezzi di trasporto pubblici, ma a ciò affianca l’“incentivazione alla produzione di automezzi con motori alimentati da biocombustibili”.

Il movimento di LaRouche denunciò circa due anni fa in tutto il mondo come la scelta dei biocombustibili, in particolare l’etanolo, fosse una scelta sciagurata sia perché scientificamente incompetente (visto che il processo produttivo fa sì che si bruci più petrolio rispetto al combustibile prodotto), sia perché da un punto di vista strategico – ciò che più conta – questa nuova moda dell’ambientalismo avrebbe ridotto le scorte alimentari mondiali comportando fenomeni speculativi a danni delle popolazioni più deboli[9]. L’aumento dei prezzi dei prodotti cerealicoli di questi giorni è tutto lì a dimostrare l’esattezza di quella previsione.

Il programma di Grillo critica meritoriamente l’approccio aziendalista alla sanità, ma non crede alla possibilità di una sanità completamente gratuita (“ticket per integrare il finanziamento pubblico”). Non crede a ciò perché di fatto in ambito economico aderisce anche alle teorie monetariste. Crede, proprio come un po’ tutto l’establishment politico-economico, che l’economia sia imperniata sul denaro e sui bilanci e non sul credito nazionale e l’economia fisica (per lui essa andrebbe ridotta).

In ambito economico accenna a poche cose, senza toccare la questione di fondo, quella del credito, quella che è elemento discriminante tra il modo di intendere il ruolo dello Stato nell’economia nella prima fase post-bellica e quella odierna tutta centrata sulle banche centrali e dunque sulle banche private.

Suggerisce tout court di vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale – senza distinguere dunque tra finanziamento delle attività produttive e finanziamento delle attività speculative – e in ambito economico-fisico dice aprioristicamente no all’economia delle grandi opere e dei trasporti su scala mondiale. Grillo dovrebbe riflettere sul fatto che i popoli si sono uniti proprio passando per la creazione di vie di comunicazione comuni che unissero tra di loro i vari principati, le varie signorie, le varie terre. La vicinanza, la facilità di raggiungimento consentita da vie di comunicazione su scala translocale, ha agevolato il dialogo tra i popoli e la loro successiva unità. Tutto ciò non è mai piaciuto all’impero britannico.

Grillo parla poi di allineare le tariffe energetiche a quelle degli altri paesi europei. Come è fattibile ciò se non tagliando il costo del lavoro, e dunque incidendo sui tenori di vita reale dei lavoratori? Grillo sa che l’Italia è un paese senza materie prime? Sa che l’unica produzione energetica con densità di flusso tale da reggere una moderna economia, di cui ogni paese del mondo può dotarsi, è il nucleare? Ha riflettuto sul concetto di free energy, cioè energia libera dall’impiego per usi civili e produttivi, da destinare invece alla sperimentazione ed alla ricerca?

Sull’indipendenza, evidentemente anticostituzionale, di authority e Banca d’Italia, anche qui nessun accenno. Anzi, alle prime suggerisce di riconoscere ancor più potere.

La riduzione del debito poi, per Grillo, deriverebbe dal taglio degli sprechi. Niente di nuovo sotto il sole. La solita solfa rigorista alla Padoa-Schioppa. Con Hamilton, Lincoln, Roosevelt è bene dire che l’unico modo per ridurre costantemente il debito di una nazione è aumentare la sua produttività grazie all’evoluzione tecnologico-scientifica. Dopo un ventennio di tagli alla spesa pubblica, da tagliare restano solo briciole (il debito pubblico italiano è qualcosa di più rispetto alle briciole!).

Ma in merito al sistema a cambi fluttuanti, filo-speculativo e di fatto condizionante la sovranità economico-politica dei popoli, su cui è imperniato l’intero sistema monetario internazionale, non dice niente. In merito all’idrovora speculativa degli hedge funds di cui è divenuta schiava tutta l’economia produttiva mondiale (a parte la Russia) non dice niente.

Grillo non va dunque al centro della questione, ma naviga su un livello di superficie così come tutta la classe politica da lui criticata.

Come accennato all’inizio, la degna conclusione di questo evanescente programma è la lettera di Pannella. Il problema di fondo per Grillo sarebbe che siamo in troppi. Pannella e Grillo sanno quali siano le politiche di “rientro dolce” della popolazione perché si riduca dai quasi 7 miliardi ai 3 miliardi richiesti (non si sa su che base scientifica)?

Grillo e Pannella ben capiranno che se le risorse naturali tendono ad esaurirsi – ma in realtà la natura è caratterizzata da processi viventi che sono tutt’altro che entropici – il problema della relazione tra l’uomo e la natura – che non è solo relativo alla produzione di energia – tornerà a porsi. A quel punto ci riduciamo ad un miliardo e mezzo?

In ogni caso, per serietà politica, Grillo e Pannella devono avere il coraggio di dire quali siano questi metodi di “rientro dolce”. Forse la sterilizzazione coatta, i disincentivi fiscali a chi procrea “troppo”, oppure la guerra batteriologica come suggerito da Bertrand Russell ne L’impatto della scienza sulla società.

Negli anni ’60, tanto era il valore della vita umana, gli approcci di un Kennedy o di un La Pira erano diametralmente opposti: una grande alleanza planetaria per rendere vivibili gli altri pianeti dello spazio.

La visione di un Grillo o di un Pannella è viziata da una concezione pessimistica, hobbesiana, della natura umana; quella di un Kennedy o di un La Pira era invece illuminata da una concezione ottimistica della natura umana. L’uomo, se fa l’Uomo, ha tutto il potenziale per opporsi all’entropia del regno inorganico. L’anti-entropia universale è tutta lì pronta ad agevolare il suo compito. Se l’uomo crede di risolvere i propri problemi riducendo la sua capacità d’azione, dunque le sue capacità cognitivo-creative, non ha compreso nella gerarchia universale quale sia il proprio ruolo. Ridurre la presenza umana così come la produzione energetica vuol dire condannare l’umanità alla progressiva distruzione. La visione epistemologica di Grillo ci riporterebbe dritti dritti al medioevo: persone ridotte alla sussistenza, inconsapevoli del fatto di essere chiamate a dialogare con l’universo e non a subirne l’arbitrio. Il Rinascimento che seguì l’epoca buia medioevale ebbe il merito di far riscoprire all’uomo questa sua missione; è in quel momento che la scienza e l’arte divengono strumento per manifestare la capacità ontologica dell’uomo: un progressivo cammino di conoscenza di sé stesso e di ciò che ha intorno a sé.

Rivolgo dunque questo appello a Grillo: Grillo abbandona Latouche (e Filippo) e scopri LaRouche, darai un’autentica via d’uscita all’umanità!

Claudio Giudici



[1] http://www.movisol.org/znews063.htm, 27 settembre 2007. Forse le simpatie nazistoidi del principino Harry non devono essere viste come semplici marachelle di gioventù!

[2] Col suo Quantum Fund Soros gestiva anche i capitali della Corona inglese.

[3] Il Mulino, 1/2006, numero 423, pag, 199.

[4] Pannella accusa anche il nazismo di essere un’ideologia rea di contribuire allo “tsunami natalista”. Pannella dimentica forse che l’intento di Hitler era di ridurre le popolazioni non germaniche per fare posto a quella germanica. La fallace radice epistemologica era dunque la stessa che lui propugna: “Abbiamo bisogno di spazio e per crearcene dobbiamo eliminare l’altro che ce lo occupa, non cercarne di nuovo!”. Dunque per Hitler come per Pannella, la lungimiranza è resa cieca dal fallace primus epistemologico: credere che l’uomo sia essere meramente confinato allo spazio terrestre e della cui vita si possa disporre alla stessa stregua di qualsiasi altro elemento della biosfera.

[5] Nel marzo 2006 assistetti ad un incontro di scienza organizzato dal Comune di Scandicci, dal titolo “Il Benevolo disordine della vita” in cui relatore era il prof. Marcello Buiatti dell’università di Firenze. L’interesse a partecipare a quell’incontro mi fu suscitato dal presentimento che l’oggetto trattato, solo in apparenza ristretto al campo scientifico, avrebbe avuto delle inevitabili ripercussioni in campo socio-politico. Così fu: il prof. Buiatti dopo aver debuttato con l’elogio di Darwin, concludeva con l’apologia maltusiana della riduzione della popolazione mondiale. Da tale incontro ne scaturì una riflessione che inviai al prof. Buiatti – senza riceverne riscontro – il cui titolo era “Critica "benevola" a Il Benevolo Disordine della Vita ovvero il falso problema della sovrappopolazione”. Il testo della lettera è riportato al link http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?YY=2007&mm=9&dd=26, 26 settembre 2007.

[6] Deutche Presse Agentur”, agosto 1988. Altre affermazioni in tal senso sono rintracciabili al link http://www.movisol.org/genocidi.htm, 24 settembre 2007.

[7] http://www.movisol.org/nuc1.htm, 24 settembre 2007. Per ulteriore materiale una velocissima ricerca sul web soddisferà le esigenze dei più interessati all’argomento.

[8] Kissinger stesso si è autodefinito agente della Corona inglese.

26 settembre 2007

Critica “benevola” a Il Benevolo Disordine della Vita

Durante il primo incontro del ciclo di divulgazione scientifica dal titolo “Sulle ali della scienza”, organizzato dal Comune di Scandicci, si è potuto immediatamente comprendere la rilevanza della questione epistemologica, intesa come scelta dei principi che ispirano l’approccio scientifico. Questo incontro aveva come tema le biodiversità, “Il Benevolo Disordine della Vita (La Diversità dei Viventi fra Scienze e Società)”. Già le prime battute del relatore, il prof. Marcello Buiatti dell’Università di Firenze, erano motivo di forte interesse per chi desidera comprendere se i principi che ispirano un approccio scientifico siano socraticamente ispirati a ragione, dunque orientati da e all’idea (platonicamente intesa) di bene. Il professore, infatti, ha cominciato la sua relazione citando una massima di Charles Darwin, ed esaltandone le doti intellettive (testualmente:“Darwin, che era persona molto intelligente …”). L’incontro si è sostanzialmente concluso – non a caso direi – con l’apologia malthusiana della lotta al cosiddetto problema della sovrappopolazione. Infatti, il filo che lega la filosofia empirista di Darwin alle politiche malthusiane di riduzione della natalità è di massima linearità.

Thomas Malthus, infatti, nel “Saggio sui principi della popolazione” del 1798, risolve il problema della crescita geometrica della popolazione a cospetto di quella aritmetica dell’agricoltura, suggerendo una politica di laisser faire – dice testualmente il celebre economista “ogni bambino nato in soprannumero rispetto all’occorrente per mantenere la popolazione al livello necessario deve inevitabilmente perire, a meno che per lui non sia fatto posto dalla morte degli adulti ... pertanto ... dovremmo facilitare, invece di sforzarci stupidamente e vanamente di impedire, il modo in cui la natura produce questa mortalità; e se temiamo le visite troppo frequenti degli orrori della fame, dobbiamo incoraggiare assiduamente le altre forme di distruzione che noi costringiamo la natura ad usare … Invece di raccomandare ai poveri l’igiene, dobbiamo incoraggiare il contrario. Nelle città occorre fare le strade più strette, affollare più persone nelle case, agevolando il ritorno della peste. In campagna occorre costruire i villaggi dove l’acqua ristagna, facilitando gli insediamenti in tutte le zone palustri e malsane. Ma soprattutto occorre deplorare i rimedi specifici alla diffusione delle malattie e scoraggiare quella persone benevole, ma tratte decisamente in ingannano, che ritengono di rendere un servizio all’umanità ostacolando il decorso della estirpazione completa dei disordini particolari.”

Charles Darwin si proclamò esplicitamente ammiratore di Malthus, e in “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”, al capitolo 3, sostiene un approccio tipicamente fascista, ispirato da quella “volontà di potenza” di nietzschiana memoria, finalizzando la sua teoria alla tutela delle proprietà terriere da parte dei “frugali scozzesi” a cospetto degli “squallidi e trasandati irlandesi”.

Ecco perché ha senso dire che non a caso l’incontro si conclude parlando del cosiddetto problema della sovrappopolazione; giusta la critica fatta dal relatore al prodotto interno lordo come metro di giudizio del benessere delle persone, giusto il richiamo allo studio delle scienze, ma che tipo di soluzioni ci vengono proposte parlando di Darwin e della riduzione della popolazione mondiale? Il legame tra Darwin e la riduzione della popolazione, è più diretto di quello che solitamente ci viene suggerito dal sistema culturale nostrano.

Bertrand Russell dice ne “L’impatto della scienza sulla società” (1952, edizione italiana), che per la risoluzione del problema della crescita demografica “la guerra batteriologica può dare maggiori effetti” (!).

Giorgio La Pira, sicuramente ispirato dal dettato della Genesi dell’“siate fecondi e moltiplicatevi”, parla, portando avanti l’idea di Kennedy, di una grande alleanza planetaria per rendere vivibili gli altri pianeti. L’economista americano Lyndon LaRouche, che sta portando avanti una lotta per il ritorno ad una cultura umanista-rinascimentale, e che sta riuscendo a ricoalizzare il partito Democratico intorno ai principi che ispirarono le politiche di Franklin Roosevelt e Kennedy per il progresso, le politiche infrastrutturali e la cooperazione tra Nazioni sovrane, è colui che a livello internazionale, oggi, sta portando avanti questo approccio in modo più diretto.

Tutto ciò ci porta direttamente alla questione epistemologica.

L’uomo è essere meramente terrestre o universale?

Se è vera la prima asserzione ecco che allora la crescita della popolazione rischia di essere un problema. Prima di optare per questa soluzione sarebbe interessante riflettere sul fatto che per Malthus la crescita della popolazione era già un problema quando essa non raggiungeva i cinquecentomilioni di presenze. Poi è interessante notare che la densità demografica, a differenza di ciò che suggerisce l’immaginario collettivo, è più alta nei paesi industrializzati e molto bassa nei paesi del terzo mondo. Dunque, se volessimo ricorrere a questo tipo di approccio epistemologico, dovrebbero essere le popolazioni occidentali ad essere controllate e non quelle terzomondiste. Di fatto si è proceduto nel senso contrario, o meglio, da noi il fenomeno di “regolazione” della popolazione è stato “culturale”, mentre nel terzo mondo è stato coattivo. Tuttavia, ripeto, perché si è proceduto in tal senso per il terzo mondo se qui la densità demografica è bassissima? La scelta morale non era infrastrutturare quelle aree, invece che deinfrastrutturarle com’è avvenuto dagli anni ’70 in poi, ossia da quando i dogmi ecologisti e liberisti hanno preso campo? In ogni caso, se ci troviamo veramente di fronte ad un problema, come lo risolviamo, secondo le politiche suggerite da Malthus, Darwin, Russell, dai dittatori cinesi o in che altro modo?

Se invece concepiamo l’uomo come essere universale, sia materialmente che spiritualmente, ecco che torna a dominare l’idea di progresso e più nessun uomo può essere visto come un incomodo che occupa spazio, piuttosto come una risorsa unica ed irripetibile come la teologia giudaico-cristiana insegna.

Claudio Giudici

25 giugno 2007

Veltroni e la Nuova Bretton Woods

In una delle sue ultime apparizioni televisive ad una trasmissione di Giovanni Minoli, Walter Veltroni ha dichiarato che una volta terminata la sua esperienza come Sindaco di Roma, si sarebbe dedicato all’Africa.

La passione per l’Africa e per il destino a cui è costretta dall’attuale sistema monetario e finanziario internazionale, come più volte denunciato anche dal Santo Padre Benedetto XVI, nonché da Giovanni Paolo II, è uno degli aspetti che più caratterizza il sentimento politico di Veltroni.

Un altro dato che caratterizza la figura politica di Veltroni è la sua ammirazione per Robert Kennedy.

Questi due tratti caratterizzanti, d’altra parte già di per sé legati l’uno all’altro, potrebbero rappresentare il perno per una svolta paradigmatica nel modo di intendere e gestire la politica.

L’attuale modello, infatti, esprime una classe politica dirigente amministratrice di interessi oligarchici, con l’unico zelo di non farsene accorgere dalla popolazione (le questioni liberalizzazioni, Tfr, pensioni, sono la dimostrazione più palese di tale tecnica).

Un modello invece centrato sul doppio pilastro ideale e di azione politica Africa-Kennedy, rappresenterebbe un ritorno al vero ruolo della politica: amministrazione di tutte le risorse materiali e spirituali a disposizione per il progressivo perseguimento del bene comune.

L’attuale campagna contro la pena di morte, sicuramente meritoria per il messaggio che fa passare, l’intangibilità della vita umana, rischia di essere inefficace o addirittura ridicola a fronte di una politica internazionale sempre meno centrata sul dialogo e sempre più centrata sullo scontro bellico. Da un punto di vista quantitativo poi, l’eliminazione dell’esecuzione capitale, che colpisce circa 5500 uomini l’anno (fonte Nessuno tocchi Caino), appare una battaglia puramente formale quando a causa di fame, sete, guerre e malattie muore un bambino al di sotto dei 5 anni ogni 7 secondi (fonte United Nations Conference on Trade and Development) ossia oltre 4,5 milioni di bambini all’anno.

La motivazione di tale invisibile genocidio, di cui mass media e politica non parlano, risiede nell’iniquità dell’attuale sistema monetario e finanziario internazionale che costringe tutti i paesi del mondo, con danni di tale tipo per i paesi più poveri, alla riduzione della spesa pubblica, allo smantellamento e non ampliamento delle infrastrutture energetiche, idriche, ferro-stradali, ospedaliere, in rispetto delle scadenze debitorie in favore delle banche private finanziatrici.

Se Veltroni non vuol essere l’ennesimo Leporello complice della cupidigia del suo Don Giovanni, ha di fronte a sé una missione già scritta e facilitata da un importantissimo passo che in Italia è già stato compiuto verso questa direzione.

Il 6 aprile 2005, a maggioranza trasversale, è stata approvata alla Camera dei Deputati una risoluzione di indirizzo parlamentare per una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale, più nota come Nuova Bretton Woods, che impegna il Governo italiano a farsi promotore nelle opportune sedi internazionali di tale compito. Tale progetto di riforma dell’attuale sistema è stato ideato dal politico democratico americano Lyndon LaRouche, ed è oggetto di un appello internazionale che il suo movimento sta presentando da diversi anni in tutto il mondo, trovando anche i sostegni di eminenti personalità politiche come Bill Clinton e Michel Rocard.

L’Unione, purtroppo, dopo essere stata promotrice della mozione (tramite l’attuale sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri) che ha portato all’adozione della risoluzione parlamentare, ha messo da parte la questione, parlando nel suo programma della sola Tobin tax.

Tale questione, se affrontata secondo gli approcci culturali umanistici ed i metodi economici propri del Sistema americano di economia politica, sulle orme lasciate da Franklin Delano Roosevelt e tentate ed in parte attuate da John Fitzgerald Kennedy, potrà essere propulsiva per il rilancio non solo dell’economia italiana, ma di tutto il pianeta.

Se Walter Veltroni avrà il coraggio di affrontare da politico, piuttosto che da amministratore delegato, il compito che lo aspetta, potrà dirsi degno seguace di Robert Kennedy, e riuscire a conciliare l’attività politica con la passione per l’Africa; in caso contrario avremo l’ennesima rinfrescata di vernice di una costruzione le cui basi sono destinate a crollare da qui a breve.

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