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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
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BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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18 dicembre 2008

Per un Partito Democratico antioligarchico - Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Nella primavera del 2007 buttai giù per il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà, il movimento che in Italia rappresenta il pensiero dell'economista americano Lyndon LaRouche, e che in questo momento è al centro del dibattito politico ed economico mondiale, un documento in cui si puntava ad offrire una via d'uscita autenticamente umanista e progressista, all'allora nascente Partito Democratico italiano. Il documento, che fu distribuito durante i congressi dei Ds a Firenze e della Margherita a Roma, ammoniva dall'intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, rispondente a dei proprietari invece che ai cittadini elettori, e piuttosto sposare la tradizione vincente, tipicamente democratica, che fu incarnata magistralmente da Franklin Delano Roosevelt e ripresa in Italia da figure storiche come sono state De Gasperi, Mattei e La Pira.
La parola d'ordine, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetica, in quanto essa fu: "Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'".

Riporto per intero il testo di quel documento.


PER UN PARTITO DEMOCRATICO ANTIOLIGARCHICO[1]

Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Un Partito Democratico che non voglia essere un avamposto esecutivo di interessi particolaristici, non può non tenere conto di come le parti che vengono a comporlo si siano radicate nel corso della propria storia, nonché degli elevati fini che essi assieme si propongono di perseguire, sotto la nuova veste dell’unità.

Il Partito Democratico, e più in generale un partito, non può limitarsi ad amministrare lo stato di fatto secondo le modalità più o meno direttamente richieste dal finanziatore di turno della campagna elettorale, quanto piuttosto porsi il fine di elevare le capacità morali e di vita della popolazione, cercando di contribuire alle sorti dell’intera umanità.

Così se negli Stati Uniti, si assiste ad uno scontro tra due concezioni diametralmente opposte del Partito Democratico – quella filo-oligarchica di Felix Rohatyn, nella tradizione di John J. Raskob, e quella anti-oligarchica di Lyndon LaRouche, nella tradizione di Fraklin Delano Roosevelt – anche in Italia il Partito Democratico segue la medesima falsariga. Da un lato il disegno oligarchico di De Benedetti[2], alle cui istanze, chi punta ad avere un ruolo politico di primo piano a prescindere, si è già allineato, dall’altro quello per il Bene Comune di coloro che sono tenuti ai margini della politica.

“La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.”[3]

Con queste parole Acide De Gasperi traccia il binario da percorrere a noi che veniamo in sostituzione di coloro che vanno, affinché non si disperda, dovendo ricominciare tutto da zero, il patrimonio d’esperienze e morale acquisito da questi ultimi. Su questo binario corre il treno del sistema culturale e la sua locomotiva è la Verità. La Verità e non il comodo deve tornare ad essere il traguardo degli uomini e dei loro sistemi politico-sociali, di modo che la ripetizione di errori, tipo la deriva liberista verso cui per l’ennesima volta il cammino dell’umanità ha di nuovo virato, rappresenti solo un inciampo durante il cammino, e non il cammino stesso.

Per restare ben saldi sulla strada della Verità[4], quale miglior modo che quello di riscoprire i principi guida dei grandi uomini del passato – e, se ve ne sono, del presente – che avevano fatto dell’onestà intellettuale e dell’amore per il Bene Comune, il fine della loro opera politica.

Ma cosa significa riscoprire i principi? Non significa certo ripetere in modo automatico azioni e volontà in un contesto che è divenuto, cambiato. Significa però ridare applicazione, nella nuova realtà – dunque con nuove soluzioni concrete – a quei medesimi principi che ispirarono l’azione politica benefica di chi in ultima istanza migliorò le condizioni di vita morali e fisiche della popolazione.

Questo processo benefico è andato perso tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70 quando un vero e proprio cambio di paradigma segnò il passaggio da una concezione dell’uomo come homo homini fratres ad una concezione di uomo come homo homini lupus; segnò il passaggio da un cammino sociale orientato all’amore (agape, caritas), alla realtà ed all’interiorità, a quello del sesso, droga e rock and roll; segnò il passaggio da una concezione dell’economia produttivo-industriale ad una consumistico-speculativa.

Le guerre finanziarie avviatesi a partire dal 15 agosto 1971 e tutt’oggi in corso, nonché la costanza di guerre guerreggiate dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, testimoniano questa nuova concezione hobbesiana dei rapporti tra i Popoli.

Il cosa fare e non fare è dunque chiaramente tracciato dalle esperienze storico-sociali contrapposte 1945-1971 da una parte e 1971-oggi dall’altra.

Queste due diverse fasi storiche trovano dunque fonte d’ispirazione in una concezione dell’uomo diametralmente opposta. Non può essere credibilmente detto che si tratta semplicemente di due esperienze diverse, quanto piuttosto che si tratta di un’esperienza migliore rispetto all’altra; da una parte un’esperienza che si rifà a validi principi ispiratori che dovevano semmai essere ancor più migliorati, dall’altra un’esperienza che si rifà a principi ispiratori malsani che mai sarebbero dovuti essere risposati.

Questa diversa concezione dei rapporti tra gli uomini, per l’Italia ha voluto dire essere vittima di iniquità economico-finanziarie internazionali e nazionali: il non avvio di una politica energetica volta all’indipendenza, le ricette liberiste imposteci a partire dalla metà degli anni ’70 dal Fmi, il sorgere di una concezione speculativa dell’economia, e attacchi dei centri finanziari alla moneta, hanno distrutto il tessuto produttivo italiano.

Il giudizio negativo più forte a questo stato di cose, proviene dalle dinamiche del potere d’acquisto della maggioranza della popolazione, che ha smesso di crescere agli inizi degli anni ’70 ed ha accelerato violentemente verso il basso durante gli anni ’90. Tutto ciò, nonostante l’articolo 3 Cost., 2° co. reciti: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Degli ultimi trentacinque anni, non può essere neanche trascurata l’influenza esercitata dal cambio di paradigma che ha portato all’abbandono della visione prometeica dell’uomo. In questa visione, l’uomo che conosce e crea e che fa dell’amore per la conoscenza e per la creazione la sua missione di vita, dà concreta applicazione all’aforisma socratico per cui il vero male sia l’ignoranza, essa includendo pure l’inazione. Enrico Mattei[5] è stato il campione italiano di questa concezione dell’uomo, e le sue vedute profetiche, i suoi discorsi non politically correct sono tra quelli che devono essere riscoperti.

In rispetto della nostra grande Costituzione

L’art. 1, 1° co. della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.”

I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. “Repubblica” e “lavoro” sono i due pilastri su cui si erge il nostro sistema costituzionale.

Alla luce di ciò sorgono spontanee alcune domande: A) siamo ancora una Repubblica, cioè un sistema politico-costituzionale dove il patrimonio spirituale e materiale nazionale è utilizzato nel nome e nell’interesse del Popolo sovrano, o piuttosto il sistema è scaduto verso derive oligarchiche dove quel patrimonio è utilizzato nell’interesse di alcuni potentati nazionali ed internazionali? L’allargamento radicale della forbice tra alti redditi e bassi redditi, ci obbliga a propendere per una risposta negativa. B) La concezione dell’uomo lavoratore, ossia come individuo dedito al perseguimento del Bene Comune attraverso una sua funzione economico-sociale, è tutt’oggi concreta e perseguita, oppure si è passati ad una diversa concezione del ruolo che un individuo deve avere, trasformandolo in una sorta d’involontario parassita dove tutto il suo stipendio è gravato da debiti di consumo? L’attuale debito pubblico, che però va ricoperto tornando ad essere produttivi e non riversandone il costo sulla popolazione, ce ne dà immediata risposta[6].

Dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione risulta chiaro come il lavoro sia un diritto, come esso debba essere strumento per eliminare le disuguaglianze sociali e come la Repubblica debba a tal fine adoperarsi.

Purtuttavia, è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.

Il Partito Democratico nascente dovrà avere come sua missione preminente quella di riportare ad una coincidenza tra Costituzione formale così come riassunta dall’art. 1 Cost., e Costituzione materiale, per ritrovare quella strada diretta verso la crescita morale che i padri costituenti erano riusciti a costruire.

Credito nazionale per il progresso, non credito privato[7] per la speculazione

Il sistema americano così come concepitosi dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, passando per Alexander Hamilton, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt, e John Fitzgerald Kennedy puntò a realizzare in primo luogo una sovranità economico-finanziaria totale, dove all’indipendenza economica privata si sovrapponeva, per ovvi fini di controllo e garanzia la sovranità nazionale.

Nel sistema americano un ruolo preminente è riconosciuto alla Banca Nazionale ed al credito, come strumenti operativo-dirigistici del Congresso e dell’Amministrazione.

I sistemi costituzionali europei non sono mai riusciti a riconoscere formalmente questo pilastro del repubblicanismo moderno. Le banche centrali europee, che gestiscono il credito e dunque subordinano le sovranità economiche nazionali, non sono altro che delle società di banche private dove dunque il controllato ed il controllore coincidono. Anche l’esperienza americana, dall’istituzione della Federal Reserve Bank (1913), che solo con Franklin Roosevelt (nella sostanza) e John Kennedy (anche nella forma) si è tentato di scardinare, ha perso questo pilastro del costituzionalismo moderno, che aveva fatto degli Stati Uniti il sistema costituzionale repubblicano meglio riuscito, in quanto propriamente sovrano e non rimesso alle volontà arbitrarie di una banca centrale a partecipazione privata.

Il Partito Democratico, pur consapevole degli ostruzionismi omicidi che in tal senso troverà sulla sua strada, non potrà fare a meno di perseguire questo primo obiettivo per fare in modo che il credito nazionale – che le assemblee legislative di volta in volta autorizzeranno agli esecutivi ad emettere, così come il Congresso Usa avrebbe il potere di fare nei confronti dell’Amministrazione Usa – sia orientato verso le attività produttive, dunque orientato al perseguimento del Bene Comune, e non verso le attività speculative, di qualunque genere esse siano. Ciò, per ridare dignità all’art. 47 Cost., per cui: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

Ma la nostra Costituzione, oltre a porre l’accento sulla produzione, riconosce sì che l’attività imprenditoriale è libera, ma anche che non possa confliggere con i diritti superiori della persona umana. Così l’art. 41 Cost., recita: “L’iniziativa economica è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Alla luce degli articoli costituzionali, è chiaro come iniziativa economica e credito debbano avere una funzione sociale, essere diretti alla produzione, e non possano andare contro il Bene Comune.

Nella tradizione di Mattei, indipendenza energetica

L’Italia ha una naturale carenza energetica. La questione energetica, tuttavia, non impedì a uomini come Enrico Mattei di cercare di dare un’indipendenza energetica al Paese, prima avviando colloqui indipendenti con i Paesi detentori di petrolio, poi puntando sul nucleare con la centrale di Latina. In seguito alla ancor oggi non chiara scomparsa del grande statista, l’Italia non è più stata capace di intraprendere la strada dell’indipendenza energetica, fino ad arrivare ai giorni nostri dove come una macchina sempre ai massimi regimi rischia di rompersi un inverno sì ed un estate pure.

Nuove fonti energetiche impongono di essere sfruttate.

Fonti, quali quelle del solare e dell’eolico, tuttavia, se possono rappresentare una parziale soluzione per le necessità abitative, ci farebbero cadere dalla padella nella brace per quanto concerne il sistema produttivo, che necessita di un flusso energetico enormemente superiore.

A tal proposito, l’unica credibile soluzione è rappresentata dal nucleare[8].

I fatti di Chernobyl del 1986 furono strumentalizzati per avviare una campagna antinuclearista priva di ogni razionalità, che non tenne in debito conto della vetustà dell’apparato complessivo sovietico che da lì a sei anni sarebbe crollato. La Francia, con noi confinante, oggi, deriva la propria produzione elettrica dal nucleare per quasi l’80%. La popolazione francese non si trova certo in peggior condizioni di benessere rispetto a quelle della popolazione italiana. Gli aspetti inerenti alla salute sono oramai stati chiariti, ed è stato dimostrato come la radioattività, entro gli specifici limiti ambientali, non sia nociva per la salute umana[9].

I moderni sistemi di produzione di energia nucleare, oltre che meno inquinanti rispetto a petrolio e carbone e più performanti rispetto a questi ultimi, sono diventati anche sicuri grazie alle tecnologie a sicurezza intrinseca del funzionamento della reazione stessa, e addirittura a prova d’impatto aereo.

Circa il problema delle scorie radioattive, questo è l’aspetto più debole della questione. Anche se le più recenti tecnologie consentono un riciclaggio del rifiuto fino al 96%, lo smaltimento del restante non è ancora completamente risolto. Tuttavia, è risolto forse il problema dell’inquinamento ambientale derivante da combustione delle materie fossili?

Il nucleare – oggi accettato anche da ambientalisti storici come James Lovelock e Patrick Moore[10] – se veramente vorremmo reindirizzarci sulla strada dello sviluppo, può rappresentare per l’Italia una soluzione d’avanguardia.

Ciò ci consentirebbe, in pieno spirito lapiriano, di poter risolvere anche il problema della scarsità idrica dell’Africa sub-sahariana e dell’area medio-orientale, grazie a reattori nucleari a 200 MW per la dissalazione del mare.

Il problema del costo – se mai è esistito – è stato affrontato dalla Francia nel periodo 1973-74, facendo ricorso ad un approccio industriale “di massa” piuttosto che a costruzioni ad hoc, riducendo così i costi. Essa ha sviluppato anche programmi di aggiunte successive, in considerazione dell’accresciuta richiesta energetica delle varie zone.

Oggi, il costo, alla luce del forte rincaro dei prezzi dei combustibili fossili, è sempre meno un problema. In ogni caso una seria indagine a tal proposito non può non tenere conto del fatto che un impianto nucleare di nuova concezione dura più di 50 anni.

In ogni caso, qualsiasi approccio finanziarista alle infrastrutture, è vittima di un errore concettuale. Infatti, le infrastrutture – così come le spese per la ricerca scientifica – sono investimenti che si ripagano da sé nel tempo in modo continuo grazie allo sviluppo economico che ne deriva, ed il ritorno economico-finanziario che dà un’infrastruttura tecnologicamente all’avanguardia, non ha confronto con la spesa inizialmente sostenuta per realizzarla.

I tempi di realizzazione di una centrale nucleare, mentre la Cina sta procedendo alla creazione di centrali a carbone alla velocità di un’unità alla settimana, è oggi di 40 mesi.

Il complesso infrastrutturale

L’Italia è piombata in un misticismo naturalista che trova il suo più manifesto antecedente nella cultura medioevale, dove mancava l’idea di poter partecipare a migliorare la biosfera e dove, dunque, la popolazione non cresceva restando sempre ai medesimi livelli demografici a causa della continua moria provocata dai disastri naturali, nonché dall’incapacità di migliorare le capacità immunitarie degli individui.

Dagli anni ’70 siamo piombati in una cultura del non fare, che ogni cittadino può sperimentare affrontando il disagio procurato da ore di coda immettendosi sull’A1, nel tratto Firenze-Bologna. Come è stato possibile che un tratto autostradale concepito 50 anni fa, sia sostanzialmente rimasto invariato, nonostante l’esponenziale incremento di automezzi?

Purtroppo, se nell’immaginario collettivo è stata indotta l’idea per cui a “industria” corrisponda “inquinamento”, all’idea di “infrastruttura” (o grande opera) è associata quella di “distruzione ambientale”. Questa confusione concettuale, se per la popolazione italiana ha rappresentato continui disagi ed impoverimento, a causa della non efficienza del tessuto produttivo, in continenti come l’Africa ha voluto dire destinare a riserva naturalistica parti importanti delle poche aree coltivabili presenti in quel continente, rendendo ancor più complicata la lotta per la sussistenza di quelle popolazioni.

Questa concezione, ha avuto quelle ripercussioni intorno a questioni di ordine epistemologico, che portano oggi ad accettare in tutta tranquillità l’idea per cui la popolazione mondiale vada ridotta. Il bello è che nessuno si chiede come! Uomini come John Fitzgerald Kennedy e Giorgio La Pira, non posero la questione in questi termini. La loro idea non puntava a contrarre ciò che, se si ha una concezione cristiana (ma non solo) dell’uomo, dovrebbe essere intangibile, quanto ad aumentare gli spazi d’azione dell’uomo. Essi parlavano di rendere vivibili gli altri pianeti. Il paradosso è che se oggi ciò nell’immaginario collettivo rappresenta pura fantascienza, non lo rappresentava verso la fine degli anni ’60. Esistono già studi in proposito, e siamo ancora in tempo per riavviare questo cammino. D’altra parte solo in Europa vi è un’alta densità demografica ed il nostro pianeta si presta ancora ad una maggior crescita demografica. Quindi, ad una concezione entropica, tutt’oggi dominante, ne contrapponevano una anti-entropica, dove si poteva discutere di tutto, fuorché dell’intangibilità della vita umana. D’altra parte, se non si ha rispetto assoluto per la vita umana, come si può pretendere che lo si abbia per le altre forme di vita?

La questione delle grandi opere, e delle infrastrutture più in generale (strade, energia, idrica, ospedali, scuole, centri di ricerca), deve essere vista dunque in questa ottica di risoluzione dei problemi dell’uomo odierno e delle future generazioni, nel rispetto dell’ambiente. Ma rispetto dell’ambiente, non può voler dire non fare, o suggerire false strade, dove il fare sia in realtà un non fare[11].

Ecco che un nuovo sistema energetico elettronucleare, l’ampliamento e l’ammodernamento della rete autostradale al Sud ed in generale nelle aree in cui si reputi necessario, la trasformazione del sistema ferroviario attuale in quello ad alta velocità, se non piuttosto a lievitazione magnetica, l’ammodernamento dei porti, il sistema del Mose ed il Ponte sullo stretto di Messina, potrebbero rappresentare un trampolino di rilancio dell’economia italiana.

Un nuovo sistema monetario internazionale

Quando nel 1944 Franklin Delano Roosevelt insieme al suo segretario al Tesoro, Harry Dexter White ideò gli accordi di Bretton Woods, il grande statista americano aveva ben chiara l’idea che senza un sistema finanziario stabile ed equo non potesse garantirsi lo sviluppo per tutti i Popoli del pianeta. Questi accordi si fondavano su un “codice d’onore” che tra la fine degli anni ’50 e durante gli anni ’60, a più riprese, i partecipanti più forti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) non rispettarono. Il 15 agosto del 1971, prendendo ciò a pretesto, quegli accordi furono cestinati per decisione unilaterale del Presidente Nixon, instaurando così un sistema a cambi flessibili, senza alcuna base sull’economia reale – dunque il perfetto contrario dei due pilastri di Bretton Woods, cambi fissi e convertibilità del dollaro in oro. Questo sistema, oltre ad avere consentito ad investitori privati di condizionare ed affamare intere popolazioni nazionali e regionali – si pensi all’autunno del 1992 per Italia, Inghilterra, Germania e Francia, ed al biennio 1997-98 per i Paesi del Sud-Est asiatico – sta creando una bolla speculativa che impedisce che i capitali internazionali vadano verso le attività produttive e, dunque, immiserendo le condizioni di vita di tutta la popolazione mondiale ad eccezione di coloro a cui è stato concesso di entrare nel circolo bancario.

Alla luce di ciò, nell’ottica di La Pira del non limitarsi a pensare esclusivamente a casa propria, il nostro Parlamento il 6 aprile 2005 ha approvato la mozione dell’attuale sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri, dal titolo “Sulla convocazione di una conferenza internazionale per un nuovo sistema monetario e finanziario”, sulla falsa riga della più nota “Nuova Bretton Woods” del leader americano Lyndon LaRouche, a cui hanno aderito anche Bill Clinton e Michel Rocard. Da questo, più che dalla Tobin Tax – che sarebbe una legittimazione indiretta di un sistema iniquo come l’attuale – si deve ripartire per restituire un’architettura finanziaria che consenta lo sviluppo dei Popoli.

Una missione per l’Italia passando per l’idrogeno

L’ultima industria attiva in Italia, nonostante la oramai fisiologica fase di crisi, è quella dell’auto. Una rivoluzione da tempo ipotizzata nel campo dell’auto, non aspetta che di essere realizzata.

L’idrogeno, sembra essere la fonte del futuro per quanto riguarda i mezzi di trasporto. Da quando la comunità scientifica è riuscita a far comprendere come di idrogeno in natura non se ne trovi, un velo pietoso sembra esser stato messo anche su questa prospettiva rivoluzionaria, sia per gli equilibri geo-politici sia per la tutela dell’aria che respiriamo.

Reperire carburanti all’idrogeno necessita di reattori nucleari da almeno 800 megawatts.

L’Italia potrebbe essere il primo paese al mondo ad attrezzarsi in questo senso, e ridare una prospettiva ed un senso di missione al proprio Paese. Senza un senso di missione, un obiettivo da perseguire, un Popolo non riesce a trovare elementi di dialogo che lo facciano sentire in costante stato di fratellanza. Purtroppo oggi questo stato comunitario lo si avverte solo in occasione degli eventi sportivi. Un cammino ben più importante per un Popolo dovrebbe essere quello di ridare fiducia nel futuro a tutte le persone, nonché poter contribuire al benessere degli altri Popoli.

Convertire l’industria automobilistica italiana alla produzione di mezzi ad idrogeno, ci consentirebbe di entrare in un mercato nuovo che darebbe lavoro, sviluppo e benessere ambientale. I ricercatori avrebbero di che lavorare. Le imprese di costruzione dovrebbero convertire gli impianti di distribuzione di benzina in distributori di idrogeno. Le famiglie non vedrebbero rubati i propri risparmi dalle imprese petrolifere – nonostante si accusi l’Ocse – che arbitrariamente elevano i prezzi del greggio.

Cooperazione internazionale: “il vero nome della pace è sviluppo”

Il messaggio più importante lasciatoci da Giorgio La Pira con la sua opera, è quello per cui la persona umana non può occuparsi solamente degli interessi e degli affetti a lei vicini, ma anche delle sorti dell’umanità, dando concretezza all’idea della fratellanza universale.

Alla luce di questo insegnamento, la politica nazionale non può trascurare ciò che avviene nel resto del mondo. Nel rispetto della sovranità altrui, l’opera di dialogo deve essere una costante delle relazioni internazionali.

Se promuovere un nuovo sistema monetario e finanziario più equo è una questione fondamentale, altrettanto lo è l’avvio di una politica energetica comune.

Per portare le persone del pianeta al centro della vita economica, fuori dalla logica che li relega nel ruolo di forza lavoro a basso costo, o di meri fornitori di materie prime, dobbiamo innalzare le capacità di produzione energetica. Necessitiamo di quella grande Alleanza planetaria di cui ha parlato John Fitzgerald Kennedy, e Giorgio La Pira rifacendosi a lui, per avere 10.000 anni di pace.

Tuttavia, se non si creano anche le condizioni per la creazione di infrastrutture, tutto ciò rischia di essere inutile. Non può considerarsi un caso che durante una guerra guerreggiata la prima cosa che si punta a distruggere sia il complesso infrastrutturale del nemico. Ovviamente, delle infrastrutture, sarebbe il caso di ricordarsi per questioni di pace, per l’aumento del benessere, piuttosto che per distruggere.

Il Ponte di Sviluppo eurasiatico[12] ideato da Lyndon LaRouche, rientra proprio in tale ottica. Creare un progetto di sviluppo infrastrutturale comune che abbia il suo cuore laddove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale, l’Eurasia, per estendersi verso Africa, Oceania e le Americhe. Un progetto planetario di questo tipo sarebbe realizzabile creando ex novo credito produttivo a basso tasso d’interesse ed a lunga scadenza (25-50 anni), così come fatto da Franklin Roosevelt con la Tennessee Valley Authority per i soli Stati Uniti.



[1] Si tiene a precisare che il senso del termine “antioligarchico” è utilizzato nel senso proprio della parola e non genericamente e demagogicamente nel senso di dover combattere gli strati sociali più ricchi. Il problema non sono i ricchi; il problema sorge nel momento in cui la ricchezza diventa insopportabile strumento di offesa degli strati sociali più bassi. Ciò lo si ha quando una ristretta casta di persone gestisce il bene pubblico come se fosse qualcosa di privato; e questo è l’oligarchia appunto.

[2] In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 2 dicembre 2005, De Benedetti dice: ‹‹Poi lui [Berlusconi] di errori ne ha fatti mille, dai condoni a una riforma delle pensioni inadeguata fino a un provvedimento sul Tfr a futura memoria. Il fatto è che le vere riforme costano, anche in termini di consenso. Sul mercato del lavoro c'è un'elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori sociali... Per restare all'economia penso alla riduzione del cuneo fiscale. Non di un punto come ha fatto il governo con Luca di Montezemolo che si è dovuto accontentare. Una vera riforma significa dieci punti di cuneo fiscale, con un costo di 20 miliardi. È evidente che per realizzarla occorre recuperare gettito fiscale combattendo l'evasione e, al limite, aumentando l'Iva… La tradizione socialista era tutta incardinata nel patto tra produttori mentre il referente del Partito democratico deve essere il consumatore…››

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] “Il nostro posto d’azione è modesto e oscuro; il teatro della nostra vita pubblica è angusto e lontano dalle grandi correnti, ma nessun posto è così oscuro che, quando vi si combatta per il bene, non lo investa la luce dell’eterna Verità; nessun Paese è così remoto che, quando vi si cooperi con Dio, non lo attraversi l’infinita corrente spirituale che domina l’universo.” Alcide De Gasperi, 31 dicembre 1921.

[5] “Mattei pensava in grande e attirava a sé tutti coloro che volevano lavorare per modernizzare il paese. Si trattava di portare il paese non solo al pari dell’Europa, ma più avanti, il che creava un grande spavento, tanto che il pensare in grande è da allora praticamente scomparso. Oggi in Italia i grandi progetti rimangono tutti nel cassetto o prendono tempi biblici: Venezia ha ancora l’acqua alta, lo stretto di Messina non ha ancora il suo ponte, la Firenze-Bologna è quella di cinquant’anni fa, le aree dismesse delle città rimangono vuote, il Po continua a straripare come sempre. Eccetera. I grandi progetti in Italia non hanno consenso. La gente non ci crede e se li vede realizzare li ostacola.” Tratto da Il Progetto Mattei, di Marcello Colitti, Acqualagna, 26 Ottobre 2002, http://www.colitti.com/marcello/mattei.html, 07 agosto 2006. Marcello Colitti è stato dirigente Ecofuel (Eni) ed autore di diversi volumi su questioni petrolifere e su Mattei.

[6] “Direi che l’effetto peggiore questo sistema l’ha avuto nella moralità pubblica, nel tono della vita civile, e nel fatto che noi così facendo abbiamo proposto alle generazioni che vengono dopo di noi un archetipo non più di uomo produttore, non abbiamo più proposto il modello dell’uomo che produce qualche cosa, che fatica e che quindi ha un impegno morale, civile, direi spirituale, perché la fatica ha una dimensione fisica, ma non solo quella. Un uomo che fatica ma che produce qualche cosa. Abbiamo proposto il modello dell’uomo che consuma, e che, non si sa bene da dove gli venga il denaro che usa, ma consuma, che ha un’enorme dotazione di beni di consumo che rinnova continuamente.” Intervento di Marcello Colitti alla conferenza L’esempio storico di Enrico Mattei come risposta alla crisi attuale, organizzato dallo Schiller Institure e dall’Executive Intelligence Review, Milano, 27 novembre 1992.

[7] In La crise mondiale aujourd'hui, il premio Nobel per l’economia 1988, Maurice Allais, sostiene: "Essenzialmente, l'attuale creazione di denaro ex nihilo operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto".

[8] “La totalità dell’energia elettrica importata in Italia proviene dalle centrali nucleari d’Oltralpe. Mentre - giova ricordare - nel 2003, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna produssero, rispettivamente, 420, 157, 85 e 60 miliardi di KWh elettrici dagli oltre 100 reattori nucleari in esercizio in quei Paesi.”, Lettera aperta al Presidente della Repubblica, Galileo 2001, per la libertà e dignità della Scienza, 17 dicembre 2005.

Nella lettera aperta all’on. Silvio Berlusconi e all’on. Romano Prodi, del 2 aprile 2006, da parte della medesima associazione, si dice che il 30% dell’energia elettrica europea deriva dal nucleare.

[9] I costi delle scelte disinformate: il paradosso del nucleare in Italia, F. Battaglia, A. Rosati, 21mo secolo, Milano, 2005, pagg. 121 e ss.

[10] Convertire al nucleare di Patrick Moore, 16 aprile 2006:

“Nei primi anni '70, quando collaborai alle fondazione di Greenpeace, credevo che l'energia nucleare fosse un sinonimo di olocausto nucleare, come molti miei compatrioti. Questa fu la convinzione che ispirò il primo viaggio di Greenpeace, lungo la meravigliosa costa rocciosa del nordovest, per protestare contro i test delle bombe all'idrogeno sulle Isole Aleutine in Alaska. Dopo trent'anni, la mia visione è cambiata, e penso che anche il resto del movimento ambientalista debba aggiornare la sua prospettiva, poiché proprio l'energia nucleare potrebbe essere la fonte energetica capace di salvare il nostro pianeta da un altro possibile disastro: i cambiamenti climatici catastrofici.

Consideriamola in questa maniera: più di seicento impianti a carbone negli Stati Uniti producono il 36% delle emissioni statunitensi di biossido di carbonio, il primo gas-serra responsabile dei cambiamenti climatici; questa cifra rappresenta il 10% delle emissioni a livello globale. L'energia nucleare è l'unica fonte a larga scala e a basso costo che possa ridurre tali emissioni, pur continuando a soddisfare la crescente domanda di energia elettrica. Oggi, oltretutto, lo può fare in tutta sicurezza.

Faccio queste affermazioni con cautela, come è ovvio dopo l'annuncio dato dal Presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad sull'arricchimento dell'uranio. "Le tecnologia nucleare è per scopi pacifici, e nient'altro", ha detto. Ma molti speculano sulla possibilità che tale processo, pur essendo dedicato alla produzione di elettricità, sia in verità una copertura per la costruzione di armi nucleari.

E benché io non voglia sottostimare il pericolo rappresentato dalla tecnologia nucleare nelle mani di stati canaglia, dico che noi non possiamo semplicemente mettere al bando qualunque tecnologia considerata pericolosa. Questa fu la mentalità del "tutto-o-niente" in vigore durante la Guerra Fredda, allorché qualunque espressione della tecnologia nucleare sembrava indicare una minaccia per l'umanità e l'ambiente. Nel 1979, Jane Fonda e Jack Lemmon provocarono un brivido di paura con le loro interpretazioni magistrali ne "La Sindrome Cinese", un film che evocava un disastro nucleare a seguito della fusione del nocciolo di un reattore, capace di minacciare la sopravvivenza di una città. Meno di due settimane dopo la proiezione di quel film, il nocciolo del reattore dello stabilimento atomico di Three Mile Island (Pennsylvania), si comportò come nella finzione cinematografica, causando una angoscia molto reale nella nazione.

Ciò che all'epoca nessuno notò, tuttavia, fu che la vicenda di Three Mile Island terminò con un successo: la struttura di contenimento in cemento si comportò come da progetto, impedendo alle radiazioni di uscire e diffondersi nell'ambiente. Oltre ai danni subiti dal reattore, nessun lavoratore rimase né ferito né ucciso, né tantomeno gli abitanti delle zone limitrofe. Pur essendo stato l'unico incidente nella storia della produzione di energia atomica negli Stati Uniti, esso fu sufficiente a farci respingere terrorizzati qualunque altro sviluppo della tecnologia nucleare, tanto che da allora in tutto il Paese nessuna nuova centrale è stata commissionata.

In America, oggi, i 103 reattori attivi forniscono soltanto il 20% dell'elettricità consumata. L'80% della popolazione che vive a meno di 10 km di distanza da uno di questi reattori, li approva (senza contare gli addetti). Nonostante io non viva, come loro, nelle vicinanze di una centrale atomica, ora sono nettamente schierato dalla loro parte.

Devo aggiungere che non sono l'unico, tra i vecchi ecologisti, ad aver mutato d'opinione su questo tema. Lo scienziato britannico James Lovelock, fondatore della teoria di Gaia, ha finito per credere che l'energia nucleare sia l'unica via per evitare un cambiamento catastrofico del clima. Stewart Brand, fondatore del "Whole Earth Catalog", ora dice che il movimento ambientalista deve abbracciare l'energia nucleare perché tutti possiamo affrancarci dai carburanti fossili. Alcune volte, simili opinioni sono state oggetto di scomunica dal clero anti-nucleare: il defunto vescovo britannico Hugh Montefiore, fondatore e direttore di "Friends of the Earth", fu obbligato a dimettersi dal direttivo di quella associazione, per aver scritto un articolo a favore del nucleare su una newsletter ecclesiastica.

Ora vi sono segni di una certa disponibilità, un'apertura all'ascolto, anche presso gli attivisti anti-nucleari "duri e puri". Nello scorso dicembre, quando partecipai al convegno sul protocollo di Kyoto a Montreal, rivolsi ad un gruppo ristretto di partecipanti alcune riflessioni su un futuro all'insegna dell'energia sostenibile. Dissi che l'unico modo di ridurre le emissioni dei gas di combustione, mentre si produce energia elettrica, è quello di rivolgersi in modo deciso alle fonti energetiche rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica, ecc.) insieme al nucleare. Il portavoce di Greenpeace fu il primo a intervenire nella sessione dedicata alle domande, e io mi aspettavo un bella frustata. Egli, invece, cominciò a dire di essere d'accordo con la maggior parte delle cose da me dette: pur escludendo l'opzione nucleare, lasciò intendere una netta disponibilità ad esplorare tutte le possibili opzioni.

Ecco perché: l'energia eolica e quella solare hanno la loro voce in capitolo, ma poiché sono imprevedibili e mancano della necessaria continuità, esse non possono rimpiazzare gli impianti più grossi e più solidi a carbone, a uranio o idraulici. Il gas naturale, un combustibile fossile, è ora troppo costoso, e il suo prezzo è fin troppo volatile perché si possa investire serenamente in impianti di grande portata. Poiché gli impianti idroelettrici hanno quasi saturato i siti adatti, il nucleare, per semplice esclusione delle alternative, rimane l'unica fonte in grado di soppiantare il carbone. Semplice, in fondo.

Non voglio negare che all'energia nucleare siano associati vari problemi, ma vi sono anche molti miti da sfatare. Consideriamoli con attenzione:

· L’energia nucleare è costosa.

Essa è invece tra le meno costose. Nel 2004 il costo medio della produzione negli Stati Uniti fu pari a poco meno di 2 centesimi di dollaro per kWh, cioè comparabile a quello delle centrali a carbone o idroelettriche. Ma i futuri sviluppi tecnologici porteranno i costi a livelli ancora inferiori.

· Gli impianti nucleari non sono sicuri.

Se a Three Mile Island la vicenda terminò con un successo, vent'anni fa l'incidente di Chernobyl fu differente. Ma si trattò di un incidente cercato. I primi modelli sovietici di centrale nucleare non avevano il guscio di contenimento del reattore. L'intero progetto era pessimo, e gli addetti fecero saltare la centrale in aria. Lo scorso anno, il forum sull'incidente di Chernobyl che ha raccolto tantissime agenzie dell'ONU ha confermato che si possono attribuire all'incidente stesso soltanto 56 decessi, perlopiù dovuti alle radiazioni o alle bruciature durante le operazioni di estinzione dell'incendio. Pur nella tragicità, quelle morti non sono che un pallido riflesso dei 5.000 decessi annui che avvengono nelle miniere di carbone di tutto il mondo. Tra l'altro, nessuna persona è mai morta a causa delle radiazioni, in tutto il programma nucleare civile degli Stati Uniti. (Il problema dei decessi da radiazione nel sottosuolo, tra i minatori di uranio dei primi anni di questa industria, è stato da lungo risolto.)

· Le scorie nucleari saranno pericolose per migliaia di anni.

Tra quarant'anni il carburante esausto avrà soltanto un millesimo della radioattività riscontrata al momento della rimozione dal reattore. Oltretutto, è scorretto parlare di scoria o di rifiuto, perché il 95% dell'energia potenziale è ancora contenuto in esso, dopo il primo ciclo di fissione. Ora che gli Stati Uniti hanno rimosso il bando sul riciclaggio del fissile usato, sarà nuovamente possibile usare quell'energia residua, e ridurre contemporaneamente la quota di rifiuto effettivamente bisognoso di trattamento e posa in discarica. Lo scorso mese il Giappone si è unito alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia nel settore del riciclaggio del combustibile nucleare. Gli Stati Uniti non rimarranno indietro.

· I reattori nucleari sono vulnerabili agli attacchi terroristici.

I contenitori del nocciolo sono fatti da uno spessore di cemento rinforzato di circa due metri. Anche se un jumbo-jet si abbattesse su un reattore, facendo crepare le pareti esterne, il reattore non esploderebbe. Vi sono molti tipi di impianti industriali diversi, che sono molto più vulnerabili (impianti a gas naturale, impianti chimici e vari altri obiettivi politici).

· Il combustibile fissile può essere trasformato in armi nucleari.

Questo è il tema più scottante associato all'energia nucleare, e il più difficile da discutere, come mostra il caso dell'Iran. Ma il fatto che la tecnologia nucleare possa essere impiegata per scopi malvagi non è un valido motivo per abolirla. Negli ultimi vent'anni, uno dei più semplici utensili - il macete - è stato impiegato per uccidere più di un milione di persone, in Africa. Si tratta di un numero ben superiore al numero delle vittime uccise dalle bombe di Hiroshima e di Nagasaki.

Di che cosa sono fatte le auto-bomba? Di cherosene, fertilizzanti e acciaio (quello della struttura dell'automobile). Se ponessimo un bando su tutto ciò che può uccidere, non potremmo nemmeno avere del fuoco.

L'unico modo per affrontare la proliferazione del nucleare è di dare a questo tema la priorità internazionale che le compete, di renderla oggetto della diplomazia e, quando necessario, di usare la forza per impedire a certe nazioni o ai terroristi di perseguire quei fini distruttivi. Si deve aggiungere che le nuove tecnologie, come il sistema di ritrattamento introdotto in Giappone di recente (nel quale il plutonio non è più separato dall'uranio), possono aiutare a rendere più oneroso e difficile l'uso di fissile da parte di terroristi o di stati canaglia.

Gli oltre seicento impianti a carbone producono circa 2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio ogni anno - l'equivalente di quanto producono 300 milioni di automobili. Inoltre, il "Clean Air Council" riporta che gli impianti a carbone sono responsabili del 64% delle emissioni di anidride solforosa, del 26% degli ossidi di azoto e del 33% delle emissioni di mercurio. Questi inquinanti stanno erodendo la salute del nostro ambiente, producendo piogge acide, smog, malattie respiratorie e contaminazione da mercurio.

Nel frattempo, i 103 impianti nucleari operanti negli Stati Uniti stanno efficacemente evitando l'emissione di altri 700 milioni di tonnellate di biossido di carbonio - l'equivalente di quanto prodotto da 100 milioni di automobili. Immaginate che il rapporto tra impianti a carbone e impianti a fissile fosse invertito, cosicché soltanto il 20% dell'elettricità fosse generata dal carbone, e il 60% dall'uranio: questo porterebbe lontano, in quanto a pulizia dell'aria e riduzione dei gas-serra. Ogni ambientalista responsabile dovrebbe sostenere un cambiamento in questa direzione.

[11] Si pensi a quella forma di disinformazione, spesso in buona fede, per cui il problema energetico di un Paese industrializzato sarebbe risolvibile, all’attuale stato della scienza, col ricorso alle c.d. energie rinnovabili.

[12] Per averne una rappresentazione grafica generica si consulti la pagina web http://www.schillerinstitute.org/economy/phys_econ/physical_econ_main.html, 09 agosto 2006. Dallo stesso indirizzo si accede ad ulteriori pagine di dettaglio per ogni macroarea del pianeta.

16 gennaio 2008

L’Italia del piccione all’interno della più grave crisi economico-finanziaria internazionale della storia moderna

di Claudio Giudici

Come reagiscono l’uomo e l’animale, giù nella vallata, ai piedi della poderosa montagna dalla cui vetta prende avvio la valanga?

L’animale, che nel mentre divora la carogna della preda trovata, osserva la valanga e solo all’ultimo prova a mettersi in salvo (noi uomini di città possiamo pensare al penoso piccione che nel mentre del beccare il minuzzolo di pane, decide solo all’ultimo di svolazzare via dall’auto che gli è sempre più prossima: talvolta ce la fa, talaltra l’autista barbaro o disattento lo fa soccombere). Le sue possibilità di mettersi in salvo diminuiscono al passare di ogni istante, all’avvicinarsi della massa nevosa che precipita giù sul crinale della montagna. La valanga, infatti, al passare del tempo oltre ad essere sempre più vicina, è anche sempre più grossa.

L’uomo, se uomo è, già alla visione dello stacco della massa nevosa dal letto di neve che la conteneva, visualizza mentalmente il processo, sa che ciò che appare inizialmente solo come un lontano e modesto pericolo, col passare degli istanti, diverrà un elemento di portata distruttiva.

L’animale, poi, avrà la sola possibilità di fuggire dal pericolo imminente.

L’uomo, invece, avrà più possibilità: potrà anch’egli decidere di fuggire, oppure, in seguito ad opportune valutazioni, potrà decidere se fermare la valanga con idonee barriere, o deviarla, o disintegrarla per mezzo di un sofisticato raggio laser.

L’uomo del nostro tempo, è stato trasformato nell’ingenuo e debole animale della descrizione ora presentata. L’uomo del nostro tempo è molto simile al piccione che ogni giorno rischiamo di investire con la nostra auto.

Il campione di questa sottospecie di uomo, è il politicante (non ne fanno ovviamente parte quei quattro politici ancora esistenti nella scena mondiale). Il politicante è lì che si ciba del suo minuzzolo – a dire il vero un bel panino farcito – e aspetta a spostarsi dalla strada solo l’ultimo momento utile a non essere investito dall’auto sopravvenente.

Differentemente dal piccione, però, il politicante non sarà la sola vittima della sua gola, della sua imprudenza, della sua stupidità. Da lui, a differenza del piccione, dipende la vita di un intero popolo.

La valanga cominciò a staccarsi dalla maestosa montagna il 27 ottobre del 1962. Quel giorno, ed i giorni successivi l’omicidio Mattei, molti politici ebbero paura a restare politici. Molti di essi si trasformarono in politicanti. Quel giorno si distrusse l’idea di Repubblica, l’idea di bene comune, l’idea di sviluppo economico, l’idea di sviluppo infrastrutturale ed industriale, l’idea di solidarietà. Quel giorno, dalla Costituzione repubblicana come grande progetto umanista per lo sviluppo materiale e morale dei cittadini, nella tradizione del Discorso delle Quattro Libertà[1] di Franklin Delano Roosevelt, ne vennero strappate alcune pagine.

Negli anni successivi la valanga cominciò ad ingrandirsi: non si fece luce sugli omicidi dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King; il 15 agosto 1971 Nixon decise unilateralmente di abbattere gli Accordi di Bretton Woods voluti da Franklin Roosevelt, dando avvio al più grande fenomeno speculativo e parassitario mai verificatosi nella storia dell’umanità; durante gli anni ’70 in seguito alla crisi petrolifera derivante dalla manovra del 15 agosto ’71, l’Italia finisce sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale; nel 1978 viene ucciso Aldo Moro.

Ognuno di questi fatti è caratterizzato da un evidente elemento comune: la verità è negata e non viene ricercata. I politicanti non se ne interessano.

Già dai primi anni ’70 la capacità d’acquisto reale della popolazione italiana comincia a scemare a cospetto dell’aumento del costo della vita (nei Paesi in via di sviluppo, invece, comincia a scendere l’aspettativa di vita media). Tale processo è visibile soprattutto prendendo in considerazione i generi di prima necessità. Negli anni ’90, tale processo d’impoverimento subisce una forte accelerazione, ma è solo col nuovo millennio che il fenomeno diviene percepibile a tutti: solo ora si incomincia a prendere coscienza che la valanga è lì a pochi metri da noi.

Ma la valanga non pare ancora essere così vicina: i politicanti continuano a trastullarsi col niente (leggi elettorali, riforme istituzionali, leggi cosiddette per i diritti civili) e della via di fuga, della grande costruzione che può salvarci dalla valanga, non se ne vuole parlare. Franklin Roosevelt, la nostra Costituzione repubblicana, Enrico Mattei, restano sotto la polvere.

Come degli osceni e miseri Herbert Hoover, i politicanti si affidano alle magiche leggi del mercato: Grazie a queste leggi la valanga si sposterà – dicono. L’ultima volta che l’uomo pensò ciò, morirono 56 milioni di persone.

Nel frattempo l’edizione moderna degli ottocenteschi moti milanesi e dei fasci siciliani, prende avvio a Napoli e Roma – l’inazione dei politici e l’azione del mercato hanno magicamente provveduto! Là la gente non crede più ai politicanti, qua i guelfi e ghibellini delle tifoserie laziale e romanista si coalizzano a vendetta di una giovane vittima del calcio, facendo assalti ai comandi di polizia.

I politicanti dopo essersi allenati per decenni alla contemplazione[2] delle magiche leggi del mercato, hanno perso ogni capacità di agire bene. Non sanno più cosa è che serve. La verità è andata persa[3]. Non agivano, ed il “libero” mercato produceva disastri; provano ad agire ed il disastro è ancora lì dietro l’angolo.

Eppure, è indispensabile che i politicanti tornino a fare i politici e dunque agiscano. Per farlo hanno bisogno di tornare a contemplare – quelle sì! – le magiche leggi del nostro dettato costituzionale: artt. 1; 2; 3; 4; 35; 36; 41, 2° e 3° co.; 42, 3° co.; e 47 in particolare.

Tuttavia ogni lettura può essere sterile se si è perso ogni contatto con la realtà; d’altra parte già il fatto che si parli di un’emergenza stipendi nel 2008, quando il processo prese inizio quasi quarant’anni fa, non fa altro che testimoniare come i politicanti – il cui tratto caratterizzante e ritardante è l’empirismo che non gli consente di comprendere prima il domani – vivano in un girone diverso da quello assegnato alla gente comune.

Per la lettura di quegli articoli, il cui spirito autentico è andato perso con la morte degli ultimi grandi padri costituenti come La Pira e Dossetti, oggi non possiamo che rifarci al pensiero del grande economista e politico Lyndon LaRouche, classe e spirito 1922.

A breve sarà anche in Italia “un drammatico problema sociale” la questione mutui.

Per dare prova di essersi riposti sui binari autentici della Costituzione della Repubblica, ci si rifaccia alla Homeowners and Bank Protection Act (HBPA)[4].



[1] Libertà di parola e di espressione, libertà di culto, libertà dal bisogno, la libertà dalla paura.

[2]E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!”, Giorgio La Pira, lettera a Danilo De Micheli, Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, 26 aprile 1954.

[3]La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.”, Alcide De Gasperi, M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] La risoluzione e stata ufficialmente presentata e in alcuni casi approvata nei parlamenti di diversi stati — Florida, Illinois, Indiana, Maryland, Massachusetts, Michigan, Missouri, Pennsylvania — e nel consiglio dei parlamentari neri (National Black Caucus of State Legislators). E' stata inoltre approvata da oltre trenta consigli municipali a cominciare da Pittsburgh e Philadelphia. Inoltre, circa 320 parlamentari ed ex parlamentari si sono impegnati a sostenere la petizione al Congresso a favore della HBPA.

26 settembre 2007

Critica “benevola” a Il Benevolo Disordine della Vita

Durante il primo incontro del ciclo di divulgazione scientifica dal titolo “Sulle ali della scienza”, organizzato dal Comune di Scandicci, si è potuto immediatamente comprendere la rilevanza della questione epistemologica, intesa come scelta dei principi che ispirano l’approccio scientifico. Questo incontro aveva come tema le biodiversità, “Il Benevolo Disordine della Vita (La Diversità dei Viventi fra Scienze e Società)”. Già le prime battute del relatore, il prof. Marcello Buiatti dell’Università di Firenze, erano motivo di forte interesse per chi desidera comprendere se i principi che ispirano un approccio scientifico siano socraticamente ispirati a ragione, dunque orientati da e all’idea (platonicamente intesa) di bene. Il professore, infatti, ha cominciato la sua relazione citando una massima di Charles Darwin, ed esaltandone le doti intellettive (testualmente:“Darwin, che era persona molto intelligente …”). L’incontro si è sostanzialmente concluso – non a caso direi – con l’apologia malthusiana della lotta al cosiddetto problema della sovrappopolazione. Infatti, il filo che lega la filosofia empirista di Darwin alle politiche malthusiane di riduzione della natalità è di massima linearità.

Thomas Malthus, infatti, nel “Saggio sui principi della popolazione” del 1798, risolve il problema della crescita geometrica della popolazione a cospetto di quella aritmetica dell’agricoltura, suggerendo una politica di laisser faire – dice testualmente il celebre economista “ogni bambino nato in soprannumero rispetto all’occorrente per mantenere la popolazione al livello necessario deve inevitabilmente perire, a meno che per lui non sia fatto posto dalla morte degli adulti ... pertanto ... dovremmo facilitare, invece di sforzarci stupidamente e vanamente di impedire, il modo in cui la natura produce questa mortalità; e se temiamo le visite troppo frequenti degli orrori della fame, dobbiamo incoraggiare assiduamente le altre forme di distruzione che noi costringiamo la natura ad usare … Invece di raccomandare ai poveri l’igiene, dobbiamo incoraggiare il contrario. Nelle città occorre fare le strade più strette, affollare più persone nelle case, agevolando il ritorno della peste. In campagna occorre costruire i villaggi dove l’acqua ristagna, facilitando gli insediamenti in tutte le zone palustri e malsane. Ma soprattutto occorre deplorare i rimedi specifici alla diffusione delle malattie e scoraggiare quella persone benevole, ma tratte decisamente in ingannano, che ritengono di rendere un servizio all’umanità ostacolando il decorso della estirpazione completa dei disordini particolari.”

Charles Darwin si proclamò esplicitamente ammiratore di Malthus, e in “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”, al capitolo 3, sostiene un approccio tipicamente fascista, ispirato da quella “volontà di potenza” di nietzschiana memoria, finalizzando la sua teoria alla tutela delle proprietà terriere da parte dei “frugali scozzesi” a cospetto degli “squallidi e trasandati irlandesi”.

Ecco perché ha senso dire che non a caso l’incontro si conclude parlando del cosiddetto problema della sovrappopolazione; giusta la critica fatta dal relatore al prodotto interno lordo come metro di giudizio del benessere delle persone, giusto il richiamo allo studio delle scienze, ma che tipo di soluzioni ci vengono proposte parlando di Darwin e della riduzione della popolazione mondiale? Il legame tra Darwin e la riduzione della popolazione, è più diretto di quello che solitamente ci viene suggerito dal sistema culturale nostrano.

Bertrand Russell dice ne “L’impatto della scienza sulla società” (1952, edizione italiana), che per la risoluzione del problema della crescita demografica “la guerra batteriologica può dare maggiori effetti” (!).

Giorgio La Pira, sicuramente ispirato dal dettato della Genesi dell’“siate fecondi e moltiplicatevi”, parla, portando avanti l’idea di Kennedy, di una grande alleanza planetaria per rendere vivibili gli altri pianeti. L’economista americano Lyndon LaRouche, che sta portando avanti una lotta per il ritorno ad una cultura umanista-rinascimentale, e che sta riuscendo a ricoalizzare il partito Democratico intorno ai principi che ispirarono le politiche di Franklin Roosevelt e Kennedy per il progresso, le politiche infrastrutturali e la cooperazione tra Nazioni sovrane, è colui che a livello internazionale, oggi, sta portando avanti questo approccio in modo più diretto.

Tutto ciò ci porta direttamente alla questione epistemologica.

L’uomo è essere meramente terrestre o universale?

Se è vera la prima asserzione ecco che allora la crescita della popolazione rischia di essere un problema. Prima di optare per questa soluzione sarebbe interessante riflettere sul fatto che per Malthus la crescita della popolazione era già un problema quando essa non raggiungeva i cinquecentomilioni di presenze. Poi è interessante notare che la densità demografica, a differenza di ciò che suggerisce l’immaginario collettivo, è più alta nei paesi industrializzati e molto bassa nei paesi del terzo mondo. Dunque, se volessimo ricorrere a questo tipo di approccio epistemologico, dovrebbero essere le popolazioni occidentali ad essere controllate e non quelle terzomondiste. Di fatto si è proceduto nel senso contrario, o meglio, da noi il fenomeno di “regolazione” della popolazione è stato “culturale”, mentre nel terzo mondo è stato coattivo. Tuttavia, ripeto, perché si è proceduto in tal senso per il terzo mondo se qui la densità demografica è bassissima? La scelta morale non era infrastrutturare quelle aree, invece che deinfrastrutturarle com’è avvenuto dagli anni ’70 in poi, ossia da quando i dogmi ecologisti e liberisti hanno preso campo? In ogni caso, se ci troviamo veramente di fronte ad un problema, come lo risolviamo, secondo le politiche suggerite da Malthus, Darwin, Russell, dai dittatori cinesi o in che altro modo?

Se invece concepiamo l’uomo come essere universale, sia materialmente che spiritualmente, ecco che torna a dominare l’idea di progresso e più nessun uomo può essere visto come un incomodo che occupa spazio, piuttosto come una risorsa unica ed irripetibile come la teologia giudaico-cristiana insegna.

Claudio Giudici

20 agosto 2007

La Legge degli Ultimi

Nulla è costante eccetto il cambiamento.

Il continuo mutare del Tutto obbliga l’uomo ad intraprendere delle azioni, ma queste azioni non possono mai essere perfettamente una uguale all’altra, proprio perché una situazione mai è perfettamente uguale ad un’altra.

La complessità del Tutto, è paragonabile a quel canto a più voci dove ogni singola voce manifesta la propria libertà solo cercando l’armonia con le altre. Prese singolarmente queste voci potrebbero esprimere effetti diversi rispetto alla loro azione di gruppo. Esse si rapportano tra loro mantenendosi libere, ma senza cadere nell’arbitrio, instaurando un dialogo e non una sovrapposizione prepotente l’una sull’altra. Così ciascuna voce agisce consapevole di dover tenere conto della presenza delle altre, per produrre quel risultato superiore che la complessità comporta.

Si tratta del medesimo processo a cui si assiste durante un autentico dialogo tra più parti: la verità colta grazie a quel dialogo è sempre superiore rispetto a quella colta dai singoli.

Dunque, prese una ad una queste voci esprimono delle potenze differenti rispetto a quella che esprimono tutte assieme. Linearmente inteso il processo superiore che assieme esprimono, dovuto appunto alla maggiore complessità espressa rispetto a quella della singola voce, esprime sì una realtà superiore, ma in qualche modo limitante le singole potenzialità. Questa limitazione individuale tale non è se considerata in funzione del Tutto. Questa limitazione individuale considerata in funzione del Tutto è piuttosto un potenziamento.

Il giudizio sulla bontà o meno del fenomeno va riferito al processo inteso nella sua globalità. Tale processo dovrà essere ispirato dal Bene. In realtà ogni processo universale è naturalmente incline al Bene, al Meglio; dunque l’azione umana dovrà preoccuparsi di limitare quanto più ciò che bene non è. Questa dinamica del processo passa per metaforiche zone d’ombra, che ne esaltano però il risultato complessivo, così come un’ombreggiatura fa risaltare la bellezza di un’opera d’arte, così come il piegarsi sulle gambe consente uno slancio superiore[1].

Il fenomeno a cui si assiste è quello che nella scienza giuridica è denominato contemperamento degli interessi in gioco. Il contemperamento degli stessi consente la tutela, il miglior manifestarsi (in senso armonico) di tutti gli interessi in gioco.

Questo fenomeno di contemperamento è un qualcosa che riguarda continuamente anche il nostro agire individuale, la nostra vita privata. Nelle scelte lavorative per esempio il perseguimento dello scopo produttivo confligge continuamente con altre singole istanze di carattere morale, salutare, ambientale. Nelle scelte familiari, dalla gestione del tempo da dedicare ai singoli componenti della famiglia, alla gestione del budget da dedicare ad una finalità piuttosto che ad un’altra, continuamente siamo di fronte ad un processo che puntando all’armonia complessiva necessita di calibrare il tiro in funzione delle singolarità che lo compongono.

La scelta fatta, l’azione intrapresa, tiene poi conto dell’elemento temporale. Infatti, se in un dato momento la miglior cosa da fare è una, in uno successivo sarà un’altra. Si tratta allora di una sorta di relativismo temporale? No, piuttosto il continuo divenire fa sì che le relazioni degli enti tra di loro consiglino di volta in volta un’azione diversa.

Un’inclinazione innata, gli Ultimi saranno i primi

Ma queste scelte in considerazione di quale valutazione avvengono, o meglio, devono avvenire?

Il processo agente deve puntare ad una costante armonia del Tutto; tuttavia con qualcosa si deve pur partire e sappiamo già da dove dover partire.

Ne «gli ultimi saranno i primi» non ravvedo una filosofia del conforto per i “perdenti”, come denuncia Nietzsche, bensì una concreta indicazione operativa rispettosa della legge naturale[2]. La nostra azione deve essere guidata da tale tipo di considerazione. Nel lavoro, nelle relazioni sentimentali o in politica, il confliggere di situazioni tra loro contrastanti obbliga a delle scelte. Queste scelte debbono essere fatte dando la precedenza al più debole, all’ultimo. Ecco perché gli ultimi saranno i primi. I deboli, gli ultimi, colui che si trova in posizione di debolezza fisica, psichica, emotiva, devono rappresentare la stella polare della nostra azione. Piantato questo paletto, attorno a questo deve ruotare il resto dell’azione. Trascurare questo vorrebbe dire fare una scelta contro natura.

Dunque «gli ultimi saranno i primi» non è una promessa per un futuro ultraterreno, quanto una precisa indicazione comportamentale per l’azione umana. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria “Legge degli Ultimi”.

La potenza di tale principio si manifesta più costantemente di quanto si possa abitualmente credere.

Quando ci feriamo, la nostra azione è tutta indirizzata al prenderci cura della ferita, tralasciando in parte la cura delle altre parti del corpo.

Quando arriva in famiglia un nuovo nato, il perno naturale dell’azione dei componenti della famiglia, diviene questo. Il resto vi ruoterà attorno. L’armonia familiare si conforma spontaneamente – con altrettante naturali eccezioni, ma che appunto eccezioni sono – a dedicare la propria azione al più debole sopravvenuto. Il resto, rappresenterà un qualcosa a cui dedicare attenzione in un secondo momento.

Si tratta dunque di un’inclinazione innata, così come innata è l’inclinazione alla conoscenza. La natura umana, così come quella universale, è in continua tensione verso il progresso; il Tutto non è in posizione di equilibrio dove sarebbe il caso a decidere per il non umano ed il libero arbitrio per l’umano. No, il Tutto è orientato, inclinato, teso al progresso (Bene) così come dimostra il cammino naturale compiuto dal neonato. Egli manifesta inequivocabilmente un’inclinazione naturale al progresso cognitivo-creativo fin dai primi giorni di vita: ad un’iniziale incapacità di conoscere con la vista si sostituisce la capacità di mettere a fuoco gli oggetti e di percepirli visivamente; lo stesso processo avviene con il senso del tatto; successivamente il neonato prende coscienza della sua esistenza fisica e comincia ad osservarsi mani e piedi; in uno stadio ancora successivo prende coscienza dell’esistenza del mondo e comincia ad osservare gli oggetti che gli stanno intorno: inizialmente riuscendo a vedere solo ciò che rientra nel ristretto campo visivo della fase acerba della capacità visiva, poi ampliando sempre più questo campo visivo; toccherà poi alla capacità di movimento, gattonando e camminando, e poi a quella della parola. Conoscenza ed azione (cognizione e creazione), si dimostrano così essere un’inclinazione naturale prescritta al nostro essere. Questo processo cognitivo, che nella fase iniziale vede la primazia dei sensi, in un secondo momento si rimette alle facoltà del pensiero. Questa naturale inclinazione sarà tanto più perfettibile quanto più l’individuo sarà in grado di affidarsi al superiore dominio del pensiero, piuttosto che al più fallace dominio dei sensi.

Chi sono gli Ultimi?

Ritornando alla “Legge degli Ultimi”, talvolta diviene difficile comprendere chi siano questi ultimi, chi siano questi deboli.

Se riflettiamo su quella che è l’evoluzione naturale dell’universo – continua crescita in termini di complessità dalla materia non vivente a quella vivente a quella umana – possiamo rilevare come la legge naturale proceda in modo armonico nel rispetto di tutte le sue dimensioni. L’interconnessione fra queste dimensioni comporta perdite energetiche, o più semplicemente perdite – utili al progresso del Tutto, così come un tanto maggior buio consente di vedere meglio lo stellato notturno –, ma sempre con una complessiva precedenza che viene data alla fase più debole di tutto il processo, la materia non vivente. Quest’ultima, paradossalmente, pur risultando inerte ed impotente di fronte all’arbitrio dei due successivi domini, il vivente e l’umano, rappresenta la base senza la quale questi due ultimi non potrebbero esistere e sviluppare. Altrettanto il debole ed impotente nascituro, rappresenta il motivo di vita di una famiglia. Le future generazioni, al momento deboli ed incapaci di provvedere a sé stesse, rappresentano il motivo del progresso individuale delle generazioni mature. Non si sottovaluti tale naturale inclinazione, anche se su questo punto dovrei già esser stato abbastanza chiaro. Qualcuno potrebbe pensare che il progresso dell’uomo avvenga per interesse, spirito di rivalsa sociale, ricerca del potere. L’umanità complessivamente intesa perpetua sé stessa dedicandosi con precisi atti di volontà alla cognizione-creazione (scoprire i principi della scienza da riproporre con tecnologie più efficienti, che sappiano rispondere in modo sempre più efficiente alle esigenze dei più) poiché l’istintivo moltiplicarsi dell’uomo pone sempre maggiori difficoltà per il futuro. La continua crescita quantitativa dell’umanità – grande è bello! – lungi dall’essere un problema, a meno che non si consideri un essere umano un problema!, inclina ed obbliga l’uomo a migliorare la propria capacità relazionale con l’universo[3].

Questi ultimi sono allora i meno potenti, quegli elementi o quegli individui che nel loro rapportarsi col resto rischiano di soccombere se non aiutati da un ente a loro esterno.

Come vediamo in un processo di tal genere sono presenti tutti gli elementi della complessità universale in un continuo intreccio che racconta un processo mutevole ed armonico dove materia, vita e spirito (bene e male) si affacciano continuamente non potendo mai prescindere da tutti gli elementi in gioco. Si tratta dunque di una tensione verso una direzione piuttosto che verso l’altra, comunque dove ogni elemento è legato alla presenza degli altri elementi, proprio come il volo dell’uccello che costantemente dialoga con la legge di gravità che lo rivorrebbe a terra.

L’azione politica imposta dalla “Legge degli Ultimi”

In ambito socio-politico, i disastri prodotti dalle due guerre mondiali hanno portato allo svilupparsi di una riflessione di tal genere. Il rinascere delle nazioni durante la fine degli anni ’40, è stato motivato da quei patti fondamentali tra cittadini – che sono le costituzioni – che hanno portato al nascere della forma giuridico-politica dello Stato Sociale. Non più diritti puramente formali, ma la ricerca della sostanza offerta dal riconoscimento della dignità della persona umana; non più credito quantitativamente e qualitativamente arbitro delle relazioni tra gli uomini, ma un credito strategicamente diretto verso il Bene Comune; non più la inalienabile proprietà privata, ma una proprietà privata con utilità sociale; non più una libertà d’impresa tout court, ma una libertà d’impresa con funzione sociale.

Ecco che gli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale a quel cambio di paradigma prodottosi tra gli anni ’60 ed i primi anni ’70, hanno rappresentato l’esperienza politico-comunitaria espressa dall’umanità con maggior grado di tensione verso quella che è una vera e propria inclinazione naturale: “gli Ultimi saranno i primi”.

L’esperienza successivamente scaturitane e protrattasi fino ai giorni nostri, è invece figlia della cultura opposta che è dunque contro la legge naturale. In sostanza è stato completamente disconosciuto l’insegnamento “gli ultimi saranno i primi”, e quella che è una precisa indicazione operativa in rispetto della legge naturale a tutela dell’intero ordine cosmologico, è stata sminuita e denunciata come patetico grido dei perdenti in cerca di rivincita.

Il nostro sistema culturale, sociale, politico ed economico, necessitano quanto prima di ritrovare l’autentico senso de “gli ultimi saranno i primi”. L’ampliamento della distanza tra le fasce di reddito, l’aumento dell’imposizione fiscale diretta e la sostanziale perdita della progressività costituzionalmente prescritta, il venir meno di un sistema scolastico effettivamente gratuito, una sanità sempre meno gratuita, istituzioni locali che non riescono più a sostenersi sulle somme provenienti dalla fiscalità ma che invece vedono il grosso delle proprie voci di bilancio provenire da ulteriori mezzi di fiscalità diretta mascherata – come lo sono diventati i posteggi a pagamento e le sanzioni pecuniarie per violazione del codice della strada con l’imperversare di autovelox, telecamere, vigilini ed ausiliari del traffico che sono diventati le uniche forme di occupazione nell’amministrazione pubblica (Comuni abbagliati dall’introito finanziario che questi garantiscono, ma dove tutto ciò niente ha a che fare con la ricchezza reale che altri generi occupazionali consentono) –, sono tutte manifestazioni di un deviato sistema culturale dimentico della prescrizione de “gli ultimi saranno i primi”. Come a volersi mettere a posto la coscienza, l’ultimo è – tanta è l’ipocrisia dell’attuale sistema culturale formalista – un qualcuno di cui si tiene conto con una continua opera di elemosina, mai volta però alla sua effettiva valorizzazione come imporrebbe un’autentica carità (caritas, agape). Il ferito, stremato nelle forze, è sollevato da terra, ma subito gli si voltano le spalle senza preoccuparsi se ce la farà a rientrare a casa o se cadrà nuovamente a terra.

Si spaccia questo sostanziale disinteresse per le sorti del prossimo come rispetto della libertà altrui. Ci troviamo di fronte invece ad un modo formale di concepire le relazioni tra gli uomini. Si parte dalla fasulla idea per cui le persone partano da una posizione di parità, poi, si dice, grazie alla propria libertà, il più meritevole avrà la meglio sugli altri.

Diversamente, si impone quanto prima un ritorno della politica ad una pedagogica opera di cura nei confronti dell’intera comunità. Non si richiede qui, per utilizzare una metafora giuridica, l’invasiva tutela necessaria con gli incapaci assoluti, quanto l’affiancamento della curatela per chi necessita di un aiuto. Quest’opera di cura nei confronti della società deve partire dai più deboli.

In concreto, allora, debbono essere lanciate linee di credito pubblico, dunque sovrane, per il miglioramento e l’ampliamento dell’infrastrutturazione (che è sempre a beneficio di tutti), come strade e ferrovie, impianti energetici ed idrici, la reintroduzione di una effettiva imposizione fiscale progressiva, la defiscalizzazione degli investimenti produttivi (che dunque diano lavoro o che comunque siano effettuati nei settori dai maggiori riflessi comunitari), il sostegno massiccio alla ricerca scientifica, la riproposizione di un sistema sanitario gratuito ed avanzato, nonché di un sistema educativo volto a creare pensatori indipendenti come consentito dalla scienza e dall’arte classica invece che dal brutale ammaestramento del metodo del test.

Di strettissima attualità poi, emblema di una politica dimentica della “Legge degli Ultimi”, il problema dell’inflazione sui generi alimentari. In Italia gli anni ’90 sono stati a questo proposito disastrosi. I redditi medi hanno perso oltre il 50% della loro capacità d’acquisto reale sui generi alimentari. Le difficoltà che i redditi medi stanno mostrando in questo terzo millennio – ogni anno sempre di più! –, sono figlie di quegli anni, dove i generi alimentari, ma in generale tutte le voci di spesa per generi primari, hanno finito con l’assorbire gran parte del reddito da lavoro. Ecco che si impone quanto prima una politica agricola, a livello nazionale e comunitario, che presti attenzione non soltanto al miglioramento qualitativo dei prodotti, ma anche a quello quantitativo di modo da prevenire fenomeni inflattivi che riguardino il primo genere di consumo delle persone.



[1] In questo senso W. G. Leibniz in Saggi di Teodicea.

[2] In merito all’esistenza della legge naturale, la sezione aurea rintracciabile per esempio nell’azione spirale autosimilare della conchiglia, ma anche la relazione esistente tra le velocità angolari dei pianeti della nostra Galassia con i rapporti della scala musicale armonica, così come rilevato da Keplero, ci rendono l’idea dell’esistenza di una forza intelligente che starebbe dietro la realtà sensibile ed ultrasensibile.

[3] In tal senso i primi passi della Genesi sono espliciti.

10 agosto 2007

Appello al Presidente Prodi

Presidente Prodi l’amore per il prossimo le impone di abbandonare gli approcci monetaristi della Bce!

Presidente Prodi lei rischia di essere ricordato nella storia del nostro Paese come gli Stati Uniti ricordano il Presidente Hoover. Hoover si ostinò a voler seguire gli approcci economici liberisti che l’attuale agenda si ostina a voler imporre. Sopra di Lei non può esservi alcun istituto politico che non persegua coscientemente il fine del Bene Comune; sopra di Lei vi è solo il Popolo d’Italia e prima ancora la Verità.

Presidente Prodi quello che vi è da fare è tornare quanto prima a riscoprire ed applicare i principi ispiratori della nostra Costituzione della Repubblica. L’oscenità a cui stiamo assistendo è la trasformazione della nostra Costituzione della Repubblica in una costituzione di un’oligarchia.

Se ciò non fosse chiaro, quello che deve fare è rifarsi alla politica economica rooseveltiana così come si rifecero i nostri padri costituenti quando agirono sotto le felici intuizioni di La Pira, Fanfani, Dossetti, Mattei e De Gasperi con le esperienze emblematiche del Piano Case, della Riforma agraria e della Cassa per il Mezzogiorno.

In Italia grazie all’opera del Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà ed all’intervento diretto di Lyndon LaRouche, si è già creato il terreno fertile perché si possa procedere in tale direzione. Politici di primo piano come l’On. Giulio Tremonti, il Sottosegretario Alfonso Gianni ed il Sottosegretario Mario Lettieri rappresentano l’asse portante di un dialogo in concordia che in Italia è già attivo, anche se tenuto nell’ombra.

E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!”

Queste ultime, come avrà intuito, non sono mie parole, ma sono le parole di quel mio grande concittadino d’adozione che fu Giorgio La Pira (lettera a Danilo De Micheli, Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, 26 aprile 1954).

Lei giorni fa ha proposto di vendere le scorte auree del nostro Paese per ridurre il debito pubblico e conseguentemente il peso degli oneri finanziari. Ma Lei si rende conto che sono oramai quarant’anni che ogni Governo italiano riduce il welfare ed aumenta l’imposizione fiscale diretta ed indiretta ed ogni dieci anni avete poi bisogno di vendere parte del patrimonio italiano? Dovete lavorare sulla capacità produttiva del Paese, non sui fattori finanziari!

Promette poi nuove liberalizzazioni per l’autunno. Lei – ed invero insieme a Lei quasi tutto l’arco parlamentare - continua a credere alla storiella delle liberalizzazioni, spacciandole per cosa buona, nonostante non sappiate citare mezzo precedente storico per cui esse aumentarono il benessere generale delle persone, piuttosto che quello di singoli comitati d’interesse (come fatto dalla legge sugli affitti abitativi, l. 431/98, e dal primo decreto Bersani in materia di commercio, d. lgs. 114/98). Perché se sono così utili, in favore della comunità (dunque sia dei lavoratori che dei consumatori), non liberalizzate il sistema bancario? O forse il sistema bancario è già liberalizzato e le liberalizzazioni, agevolando ontologicamente i più forti, stanno dando i risultati che sempre nella storia hanno dato, ossia portano alla creazione di pochissimi e grandissimi mono/oligopoli (sono rimaste di fatto due banche in Italia!)?

Il sistema di economia politica che grande ha fatto gli Stati Uniti, quello di Hamilton, di Carey, di Lincoln, di Franklin Roosevelt, di Kennedy, non insegna a liberalizzare in favore dei grandi interessi, ma piuttosto ad armonizzare in favore dei molteplici interessi in gioco e partendo sempre da quelli più deboli (come il New Deal dimostra).

Lei e la classe dirigente che ci guida siete recidivi nel ripetere errori che dovrebbero essere evidenti ai più, allo stesso modo di colui che imperterrito vuol mantenere uno stile di vita fatto di ozio e vizio e che di anno in anno per fare ciò è costretto a svendere il patrimonio di famiglia.

Mentre Lei ed il Ministro Padoa Schioppa Vi ostinate a stare dietro alle favole della Bce, quest’ultima si cimenta in immissioni arbitrarie di liquidità nel mercato. Gli oltre 94 miliardi di euro iniettati in questi giorni nel mercato – a cui se ne aggiungono altri 61 miliardi mentre scrivo e la borsa crolla – a cosa serviranno? Per creare posti di lavoro produttivi, migliorare il sistema ferro-stradale, quello energetico, quello sanitario, quello scolastico, quello della sicurezza, oppure ad impedire che il casinò creato dall’oligarchia finanziaria, dal sistema bancario e dall’accondiscendente classe politica, in dispregio dei doveri costituzionalmente imposti, crolli? La nuova liquidità immessa nel mercato – come anche i profani in cose economiche comprenderanno – genererà, quella sì!, inflazione. Se la Bce si permette di inondare il mercato di liquidità per tenere in vita il casinò creato dalle banche private da cui dipende, perché non fa la stessa cosa Lei, ricorrendo al credito pubblico – le banche che hanno finanziato il debito pubblico possono attendere, e nel frattempo l’Italia tornerà ad essere un paese produttivo senza bisogno di tassare sempre più e tagliare lo stato sociale – però indirizzandolo strategicamente verso i settori produttivi invece che lasciarlo al geniale ‘libero mercato’ che continuerà a destinarlo ai settori speculativi?

Presidente Prodi, tutto ciò Le viene imposto dalla Verità di cui quel principio supremo che ci è stato insegnato, ama il prossimo tuo come te stesso, non è altro che la più diretta manifestazione.

Claudio Giudici

Rappresentante del Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà

www.movisol.org

8 giugno 2007

Credere nella facoltà creatrice dell’Uomo: l’atto di volontà

Dedicato a Elav

La fase storica che stiamo vivendo è caratterizzata dal sopravvento che la menzogna ha preso nella vita delle persone.

Questa menzogna può essere di due tipi: consapevole ed inconsapevole.

La menzogna è consapevole quando colui che la sostiene sa quale sia la verità, ma per proprio comodo preferisce sostenere ciò che non è.

La menzogna è invece inconsapevole quando si sostiene ciò che non è, senza sapere ciò che è.

Se nel primo caso siamo di fronte a colui che in modo diretto persegue in via esclusiva il proprio (apparente) tornaconto, nel secondo caso siamo di fronte a colui che per ignavia, per accidia, e, in minima parte, per caso fortuito, crede di essere dalla parte della verità ma in realtà non lo è.

In ogni caso è la non conoscenza (il vero male per Socrate) che si cela dietro entrambe queste due specie di menzogna.

La maggior parte dei nostri leaders politici fa parte non della prima categoria, ma della seconda, quella dei menzogneri inconsapevoli.

Questi ultimi, sostengono inconsapevolmente tesi completamente fuori dalla verità. L’attribuzione del global warming all’azione umana piuttosto che ai cicli solari; la riconduzione all’11 settembre 2001 dell’origine dell’attuale stato di tensione geopolitica piuttosto che alla precedente instaurazione di un sistema monetario e finanziario usuraio; la considerazione delle politiche monetariste come uniche politiche possibili in economia, sono tutti esempi di menzogna inconsapevole. La comoda posizione (sia dal punto di vista economico che dal punto di vista dell’importanza sociale) in cui essi si trovano, fa sì che l’indifferenza e la fatica prendano il sopravvento su di loro: il cammino di ricerca della verità si interrompe drammaticamente. La drammaticità di ciò risiede nel fatto che le loro azioni politiche non siano corrispondenti a verità, e che a pagarne le conseguenze sia la popolazione che sarebbero tenuti a governare secondo un principio primo di verità, che tutto in sé contiene: giustizia, libertà, onestà, bellezza, bontà.

Vi è però anche un gruppuscolo di leaders politici che mentono consapevoli di mentire. Filosofi recenti come Ralph Waldo Emerson o Leo Strauss hanno sostenuto la necessarietà della menzogna per l’azione politica; non è quindi inverosimile pensare che alcuni politici vi ricorrano in modo consapevole.

Si pensi a titolo d’esempio alle continue menzogne a cui hanno dovuto ricorrere G. W. Bush e Dick Cheney per legittimare il loro intervento armato in Iraq. La falsità della questione dell’acquisto di ossido di uranio da parte dell’Iraq dal Niger, come denunciato dall’ex ambasciatore Joseph Wilson, non poteva non essere conosciuta dal vice presidente Cheney. Si tratta di una delle tante menzogne propinate al mondo per legittimare un intervento militare altrimenti privo di un seppur minimo consenso popolare.

Solitamente, i menzogneri di questa categoria sono coloro che più hanno in disprezzo il bene comune, la verità, il proprio popolo e dunque, nell’attuale sistema, sono coloro che più si dimostrano adatti a ricoprire il ruolo di amministratori degli interessi oligarchici che stanno determinando le sorti delle nazioni odierne.

Il nostro modello culturale nega l’esistenza della verità. Anche questo avviene in due modi: se ne nega l’esistenza – “Quid veritas?” chiese Ponzio Pilato a Gesù Cristo, prima di consegnarlo alla folla – ; se ne ammette l’esistenza ma non se ne parla.

L’età materialista che stiamo vivendo, fa sì che ai più appaia oziosa tale questione. Essa è invece nodale.

Quante volte a coloro che non si vergognano di citare le parole di Verità, Moralità, Bene, Bellezza, Amore, Giustizia, Libertà (non l’odierno arbitrio che oggi si invoca, sotto la finta maschera della libertà) è toccato assaporare l’imbarazzo del proprio interlocutore a disagio a cospetto di ciò che non si è abituati a sentire pronunciare. Questo imbarazzo non lo si nota se citiamo organi intimi, le parole di violenza, utilità, interesse, odio, sfruttamento.

Io faccio il mio interesse!” – “Tu fai bene, lo farei anch’io!”. Anche solo per luogo comune, quante volte possiamo ascoltare un tale dialogo?

La nostra classe dirigente cita molto raramente le parole di Verità, Bene, Moralità, Bellezza, ecc., ed invece dovrebbe farlo costantemente. Il solo citare queste parole ha il potere di attivare una serie di processi che immettono sulla rigogliosa strada che porta verso quegl’irraggiungibili, ma comunque avvicinabili, lidi che esse rappresentano.

Purtroppo oggi però dominano quelle raffinate tecniche per cui quando si parla di verità, siamo invece sul terreno dell’ovvietà o della ipocrisia; quando si parla di moralità, siamo invece sul terreno del moralismo; quando si parla di serietà, siamo invece sul terreno della seriosità; quando si parla di libertà, siamo invece sul terreno dell’arbitrio.

Il confine tra la proposizione positiva e la proposizione negativa, è dato da un preciso atto di volontà, dunque da un’autentica decisione di volersi radicalmente immettere su quella rigogliosa strada che verso quei sublimi e nobili fini siamo tenuti a dover procedere.

La natura umana funziona secondo uno schema di questo tipo: ci si prefigura il fine da dover perseguire, e senza comprenderne nel dettaglio tutti i passaggi, mettiamo in moto una serie di processi che passano per quei punti che verso quel fine portano. Se invece ci si preoccupa dei vari punti ecco che si perde di mira il fine e lo stesso si allontana.

Così per esempio funziona una costituzione fondamentale di una nazione. Essa per caratteristica ontologica, non si preoccupa dei passi ma dei fini. Una costituzione, quale per esempio la nostra, parla di “dignità della persona”, di “eguaglianza”, di “libertà”, di “progresso”, di “giustizia”, o, come la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, addirittura di “ricerca della felicità”. Si tratta di idee (nel senso platonico del termine), la cui perfetta definizione non è neanche alla nostra portata – ma se ne parla nelle costituzioni! – purtuttavia esse rappresentano il motivo di esistere di quel patto che una comunità fa come proprio atto fondante, scritto o meno che sia.

Ma cosa sono Verità, Bontà, Bellezza, Giustizia?

Troviamo nel Vangelo di Matteo (Mt 5,43-47):

«Avete inteso che fu detto: amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»

Gesù Cristo ricava una legge morale dal funzionamento della natura. Per la dottrina di Gesù, dalle leggi della natura noi possiamo rilevare dei principi su cui dobbiamo sintonizzarci, pena altrimenti l’essere contro natura.

La moralità dunque può essere considerata alla stessa stregua di qualsiasi altro principio della natura, della fisica; la moralità è un principio fisico. Alla stessa stregua, lo sono la verità, la bellezza, la giustizia, la bontà.

La vera differenza tra ciò che riguarda quelle leggi che hanno a che fare con la realtà sensibile e quelle che hanno a che fare con la realtà metafisica, consisterebbe soltanto nella maggior difficoltà di conoscere e rispettare le seconde piuttosto che le prime. Perché questo? Ciò è dovuto alla diversa complessità del dominio, della fase, con cui le leggi della realtà metafisica hanno a che fare. D’altra parte, prima di visualizzare un principio fisico, percepiamo sensorialmente la semplice realtà fisica; in un secondo momento, grazie all’uso delle capacità cognitive, rileviamo ciò che ai sensi resta comunque invisibile, ma che alla mente diviene visualizzabile, il principio fisico appunto. Mentre le leggi della realtà sensibile riguardano l’agire determinato della materia, le leggi della realtà metafisica riguardano l’agire dell’uomo. Entra qui in gioco la questione del libero arbitrio. L’uomo, a differenza del regno abiotico, non vivente, ma anche di quello animale, può decidere di andare contro natura, contro quelle leggi che il Creato impone si rispettino per poterne “convenientemente” fare parte.

Agire allora contro la legge della morale, può essere considerato alla stessa stregua di quell’azione che pretende di violare in modo arbitrario il principio di gravitazione. Laddove io pretenda di andare contro il principio di gravitazione, il risultato sarà lo schiantarmi a terra; altrettanto avverrà laddove pretenda di agire contro la legge morale.

Tutto ciò ci porta a concludere facilmente quale sarà il risultato del nostro tempo: uno schianto, un crollo, un disastro.

Come avviene con il botto prodotto dal jet che rompe il muro del suono, l’onda d’urto la si avverte dopo, ma la si può intuire prima.

Quando ci troviamo nella legge morale

Trasimaco[1] è lì che ride sotto i baffi, convinto di poter screditare ogni tentativo di definire quando l’uomo sia rispettoso della legge morale.

La legge morale è un qualcosa di intimamente legato alla verità.

Ma cosa è la verità?

Ci aiutano Platone e San Paolo. La verità è essenza[2]. Io sono colui che è. San Paolo ci dà un referente empirico per viaggiare sulla strada della verità: non c’è verità senza carità.

Ma cosa è la carità?

La carità è l’amore nei confronti dell’umanità.

Come dimostriamo questo amore nei confronti dell’umanità?

La Genesi ci mostra quale sia il compito primario del genere umano. Una volta creato l’uomo Dio disse: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra.»

Ecco dunque che l’uomo ha una missione concreta, quella di aumentare la sua presenza, e per farlo ha bisogno di conoscere la natura, comprenderla ed appunto padroneggiarla.

Da un punto di vista empirico, siamo dunque nella legge morale quando ricorrendo alle proprie capacità cognitivo-creative, le quali raccontano il corretto rapporto dell’uomo con l’universo, l’uomo è in grado di aumentare la propria presenza nell’universo. Tale processo è pienamente efficiente solo nel momento in cui tutti gli uomini sono in grado di esprimere la propria ontologica qualità della ragione creatrice.

Liberismo ed entropia, fuori dalla verità, fuori dalla morale

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? E allora, che cosa siete andati a vedere; un uomo vestito di porpora? Ma gli uomini che portano vesti sontuose stanno alla corte dei re. Siete venuti ad ascoltare la voce di uno che grida nel deserto. Un profeta..» (Lc 7,24).

Esatto, canne agitate dal vento! A seconda della moda di turno, a seconda di ciò che conviene, l’uomo di oggi, quasi fosse assolutamente incapace di individuare principi a cui tenersi fermamente ancorato, rimbalza da una parte all’altra del piano di gioco senza alcuna meta precisa. La cultura relativista facilita questa assurda dinamica; altrettanto fa un modello culturale imperniato su quella finta libertà che è l’arbitrio.

Negli ultimi decenni abbiamo visto diventare chi era statalista, per il libero mercato; chi centrava la propria riflessione attorno alla figura del lavoratore la centra oggi attorno alla figura del consumatore. Con la sola capacità di metter tutto in discussione, senza riuscire mai a trovare un punto d’approdo da cui far ripartire la nave (sofismo), la classe dirigente di oggi intuendo la distruttività di quelle vetuste teorie riconducibili a quella branca del pensiero denominata liberalismo, dice che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo (!).

Gli approcci libertaristi, istruiscono i processi mentali dell’uomo odierno ad essere svincolati da tutto. Tutto ciò che può essere regola, legge, principio, spaventa perché in qualche modo vincola. Nessun pianeta dell’universo è assolutamente libero nel proprio movimento; il meteorite è sicuramente più libero da un’orbita impostagli dall’armonia universale, ma la sua corsa finisce con uno schianto.

All’origine di tutto questo, ancora una volta, la paura della verità. L’ostilità a riconoscere la verità mantiene apparentemente liberi e sicuramente prossimi all’autodistruzione.

Il mancato riconoscimento della verità è una lacuna in cui il genere umano continuamente si imbatte.

Queste le parole di Alcide De Gasperi a tal proposito:

«La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.»[3]

Pensiamo alla violenza con cui questo deficit di “organi di trasmissione” tra una generazione e l’altra, sta manifestandosi nella vita di ogni uomo del pianeta con il ritorno in campo delle assurde tesi economiche liberiste.

Eppure, già nella prima fase post-bellica, Giorgio La Pira denunciava, quasi ridicolizzava, i sostenitori della scuola economica cosiddetta classica che oggi all’interno del sistema accademico, culturale ed economico è tornata a prendere il sopravvento.

In replica al Conte De Micheli, l’allora presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, La Pira scrive il 26 aprile 1954:

«… Lei se ne sta a “contemplare”, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith!

E mentre Lei gode di questa “contemplazione” – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!»

Ma riconoscere la distruttività delle politiche economiche liberiste non basta se ci si rapporta all’universo come ad una realtà statica entropica, soggetta a consumo. L’entropia riguarda i singoli elementi che compongono l’universo, ma non l’universo complessivamente considerato.

L’universo non è paragonabile ad un orologio che col tempo si scarica, ma ad un processo mentale in continua crescita. Se l’universo fosse entropico, piuttosto che partecipato anche da processi entropici, il suo continuo scaricarsi lo porterebbe ad un certo punto ad essere nulla. Questo essere nulla corrisponderebbe ad un qualcosa di statico, immobile, immutabile, perfetto, o meglio imperfettamente perfetto. Sappiamo infatti, come la realtà sensibile non sia perfetta ma commistione di due essenze tra di loro confliggenti. Il rinascimentale cardinale Nicola Cusano spiega ne La dotta ignoranza questo tipo di rapporto parlando di coincidentia oppositorum.

L’universo, infatti, è un qualcosa di costantemente mutabile, dove all’interno di questo processo di mutazione (divenire), partecipano in modo progressivamente più marcato il regno abiotico, quello biotico e quello noetico (esclusivamente umano).

Cambiare il paradigma: alzarsi da terra

Alla luce degli ultimi due punti trattati, quello del liberismo e quello dell’entropia, possiamo rintracciare una radice che sta dietro questi due errati modi di concepire l’universo e il rapporto dell’uomo con l’universo. Ogni ragionamento però rischia di essere monco se dal primario punto epistemologico non si chiarisce che l’uomo non è essere terrestre, ma essere universale.

Liberismo ed entropia intrappolano la facoltà di ragione creatrice insita nell’uomo.

Il liberismo è infatti il riconoscimento della sconfitta della volontà umana, delle capacità cognitivo-creatrici dell’uomo, a cospetto di quell’ente sociale che è il mercato. Quest’ultimo viene concepito come una barca dove tutti remano, ma nessuno ne dirige la rotta. Il timore che quella direzione possa essere arbitraria, affonda ogni possibilità di determinazione volontaria, espressione delle capacità noetiche dell’uomo, e affoga nell’inevitabile arbitrio – questo sì! – a cui portano il caso ed il caos.

La concezione entropica dell’universo, a sua volta, ha come propria radice una visione sballata della natura complessivamente intesa (ossia comprendente l’uomo come sua parte integrante). Infatti, intendendo l’universo come un orologio che progressivamente si scarica, essa prevede un esito finale in cui l’universo si auto-distrugge, e con sé l’uomo. Una tale visione è portatrice di un pessimismo cosmico che obbliga alla rassegnazione. Se questo è il substrato di fondo in cui viene ad operare l’uomo, ecco che tutto diviene inutile.

Questa visione oltre che pedagogicamente inopportuna, è intrinsecamente sbagliata. In presenza della vita in generale, come processo organizzatore della materia ben più complesso rispetto al processo organizzatore dei corpi inorganici, è da ritenere improbabile concepire la materia come colei che avrà il sopravvento sul tutto; ma in presenza della specifica vita umana, ciò che poteva essere improbabile, diviene paradossale. Questo paradosso può assumere il carattere della tragedia nel momento in cui l’uomo, con la potenza che lo contraddistingue, non è uomo, non fa l’uomo, ma si abbassa ai gradini più bassi della scala gerarchica del creato. Disconoscere questa primazia, vuol dire condannare il creato alla distruzione, in quanto abbassa l’uomo, con tutta la sua potenza, ad un elemento di disturbo, piuttosto che di salvezza.

Lazzaro, vieni fuori! (Gv 11, 43).

I Vangeli invitano continuamente l’uomo ad un atto di volontà, ed in particolare ad alzarsi[4], alzarsi da terra, volgere lo sguardo in alto e guidati dalla luce che da lassù proviene, prendere in mano la propria vita.

Ecco allora che l’uomo deve tornare ad essere Uomo, ecco che l’uomo deve riconoscere la sua somiglianza col divino. La somiglianza col divino è cosa ben diversa dal divino. Il divino è perfezione; la somiglianza al divino, dunque l’uomo, è progresso asintotico verso la perfezione; un’idea di assoluto che può essere avvicinata non afferrata (ecco perché siamo obbligati all’umiltà; tuttavia umiltà non è passività, non è relativismo)[5].

La manifestazione più concreta di questa somiglianza al divino è espressa dall’io posso, io devo, io voglio. Il dialogo costante di questa triade porta alla grazia.

Dimostrazione empirica di questo dialogo la si ha in particolare nel rapporto di amore. Lo svilupparsi di questo è consentito dal continuo dialogo tra ciò che si può, si deve, si vuole. Durante la sua fase più immatura il rapporto di amore è semplice volere; lo svilupparsi dello stesso porta a quella fase di transizione dove al volere si contrappone ed antepone il dovere (sublime); infine dovere e volere – ovviamente figli del potere – si mescolano, divengono irriconoscibili nella loro specificità (grazia).

Il rapporto di amore è dunque metafora che istruisce a ripetere tale esperienza per l’intera umanità.

L’azione politico-economica

L’uomo deve dunque alzarsi da terra, ma lo stesso vale per lo Stato. Lo Stato che resta seduto a terra diviene mero garante dello status quo di una realtà che lasciata a sé stessa tende inevitabilmente a produrre squilibri. Il problema di fondo in cui è caduto lo Stato moderno dalla fine degli anni ’60 in poi è l’essere ritornato come Lazzaro, nella caverna, come il paralitico, a sedere. Un mero garante piuttosto che un promotore. Eppure, la nostra Costituzione, interpretata in modo sistemico, tenendo conto anche dei lavori preparatori e del dibattito di formazione, intende promuovere il bene comune e non lasciarlo a dinamiche spontanee di cui esserne semplice arbitro.

La nostra storia repubblicana non avrebbe mai potuto raccontare momenti di successo se dal ’49 non si fosse posto termine al rischio del ritorno della mentalità liberista, monetarista, rigorista che si preoccupava soltanto di rendere “sostenibile” il bilancio. Un bilancio può tornare durevolmente a splendere solo grazie ad una precedente fase di investimenti nell’economia fisico-produttiva. Questo processo se non è possibile all’azienda privata, è possibile allo Stato. La creazione di credito extra-risparmio ex nihilo da indirizzare quantitativamente e qualitativamente da parte di una decisione politica degli eletti, ha lo scopo di fare affluire questo credito nei settori strategici per lo sviluppo produttivo. Il Piano Case, la Riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno furono i più espliciti atti di questa concezione dirigista, volontarista, dell’economia. Il sistema americano, così come concepito dalla Costituzione americana, è un sistema centrato sul credito. L’Esecutivo, autorizzato dal Congresso, autorizza linee di credito a lunga scadenza ed a basso tasso d’interesse, da indirizzare in quei settori che diano un surplus produttivo. Senza quest’ultimo, vi è il rischio di una spirale inflattiva. L’obiezione dei liberisti per cui il problema si porrebbe tra la fase intermedia all’emissione della linea di credito e il sopravvenire del prodotto, non regge per il semplice motivo che una politica economica di impulso produttivo via credito qualitativamente diretto la si adotta nelle fasi in cui i fattori produttivi sono sotto-utilizzati, ed il mercato, lasciato a sé stesso, recalcitra ad utilizzarli. I disoccupati, le risorse materiali, le scorte di magazzino dei prodotti invenduti, rappresenteranno in quella fase intermedia, il contraltare alla maggior liquidità introdotta nel sistema economico.

Questa funzione salvifica del credito non può essere sottovalutata. Una denuncia in tal senso ci proviene anche da Il mercante di Venezia di William Shakespeare. Il credito può essere arma di salvezza se utilizzato come fece il buon Antonio con l’amico Bassanio; può risultare invece una condanna a morte se utilizzato come fece l’usuraio Shylock.

E’ ovvio, non si tratta di una regola formale che darà un risultato scontato. Ciò non rientra tra le possibilità umane. Nessuna formula magica! Nessuna mano invisibile! Si tratta però di uno strumento espressione della facoltà creatrice dell’uomo, che uno Stato sovrano ha il dovere ed il diritto di esercitare in quanto espressione politica della volontà popolare. Solo una cosa è certa: il libero mercato lasciato a sé stesso finirà col fare solo l’interesse dei più forti.

Qui in Italia, deve essere allora riscoperto il patrimonio concettuale lasciatoci dai dossettiani. I vari Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro, ma anche De Gasperi che accettò l’influsso dei suoi amici di partito, Mattei che fu espressione immediata di uno Stato che entra in gioco nelle questioni strategiche per il bene comune, devono essere reinvocati a gran voce.

C’è una guerra silenziosa che pare essere definitivamente vinta dalla fazione oligarchica dei liberisti. Questi non si sono però accorti che parte del carbone è ancora acceso, che basterà un soffio espirato con decisione, per far tornare alla ribalta quel pensiero politico-economico senza il quale ogni possibilità di salvezza per l’Italia e l’umanità più in generale, non ha motivo di essere creduta.

Una provocazione che nasce da una constatazione della realtà fattuale è da riprendere dall’economista inglese William Beveridge: durante lo stato di guerra di una nazione vi è la necessità di sconfiggere il nemico; non si dice alla popolazione che il libero mercato deve fare il proprio corso e che dunque non si ha possibilità di vittoria; e neanche gli si dice che siccome il bilancio è in difficoltà l’unica speranza che abbiamo è quella che le bombe nemiche non ci uccidano. Ecco che ciò che può essere fatto in una situazione di guerra, deve essere adottato, con il fine del bene comune, durante lo stato di pace.



[1] Nella Repubblica di Platone, Trasimaco, attorno a cui ruota gran parte del dialogo, incarna il ruolo del sofista.

[2] Nel Teeteto Platone parlando della conoscenza afferma che conoscere «è dire che è ciò che è e che non è ciò che non è». La conoscenza dunque è l’atto del conoscere. La verità è lo stesso oggetto conosciuto.

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] In Mt 2, 13; 2, 20; 9, 6; 14, 15.

In Mr 2, 9; 2, 11; 5, 41; 10, 49.

In Lc 5, 23; 6, 8; 6, 20; 7, 14; 8, 54; 17, 19; 21, 1.

In Gv 5, 8; 6, 5; 17, 1.

[5] Questo passaggio, il mio amico Claudio Celani, dirigente del movimento larouchiano, mi suggerisce di porlo in altri termini. Riporto per intero il suo suggerimento, condividendone in pieno la maggior portata concettuale:

«Un’idea di assoluto che può essere partecipata, ad esempio quando l’uomo compie scoperte dei principi della fisica, e in tal modo partecipa della potenza divina; una partecipazione che è diversa dall’orgoglio di credersi uguali a Dio, e che al contrario di quest’ultimo rende tanto più umili quanto il procedere nel sentiero della conoscenza ci rivela la grandiosità del creatore attraverso la complessità e la meravigliosità della sua creazione.»

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