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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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22 settembre 2011

Per un Governo di “resurrezione”

 La Banca centrale europea chiede liberalizzazioni per gli speculatori; una banca nazionale avrebbe protetto il lavoro.


 
L'economista e politico americano Lyndon LaRouche denuncia da anni la necessità per ogni nazione del pianeta di dotarsi di sistemi autenticamente sovrani dal punto di visto economico. Per farlo, è necessario abbandonare il sistema monetarista controllato dalle banche centrali ed instaurare un sistema creditizio centrato su banche nazionali sotto la direzione di governi democraticamente eletti. D'altra parte LaRouche denuncia da anni che l'attuale sistema monetarista speculativo avrebbe inevitabilmente distrutto le economie nazionali a tutto vantaggio di una ristretta oligarchia finanziaria internazionale. Anche per i più distratti, i fatti di questi giorni, non sono altro che il progressivo avverarsi dell'analisi di LaRouche.
Il prof. James Galbraith, figlio del più noto economista John Kenneth Galbraith in un'intervista a Il Messaggero, nei giorni scorsi, ha risposto alla domanda su “chi governi oggi se non i governi?” in questi termini: “Abbiamo una tecnocrazia, anzi una tutor crazia, una situazione in cui gli Usa sono sotto la tutela di un pugno di burocrati finanziari, e l`Europa nelle mani di una banca centrale non legittima. I burocrati sono i membri delle agenzie di rating, la Standard and Póor`s ad esempio, che con le loro visioni vogliono plasmare la vita politica di questo Paese, e magari approfittare di questa presunta crisi del debito per disfarsi una volta per tutte del Welfare State. In Europa avete una Banca Centrale che non risponde a nessuno ...”.
In questi giorni, pur all'interno di un contrasto sempre più evidente tra i due, sia il Presidente del Consiglio che il Ministro Tremonti hanno più volte sottolineato il fatto che l'attuale manovra correttiva ci venga imposta dalla Banca centrale europea come condizione per l'acquisto da parte di questa dei titoli di Stato italiani, onde evitare che questi siano alla mercé dei mercati ed i relativi tassi di interesse vadano alle stelle. Tra le condizioni poste dalla BCE vi sarebbe in particolare quella di rendere ancor più deregolamentato il mercato del lavoro italiano e quella di deregolamentare (attraverso liberalizzazioni e privatizzazioni) quei pochi settori dell'economia italiana ancora regolamentati (i servizi pubblici locali e le professioni intellettuali). In sostanza, la BCE chiede all'Italia (ed invero a tutti i paesi membri della UE) uno di quegli ingredienti della ricetta avvelenata che il Fondo monetario internazionale ha imposto per decenni alle economie sottosviluppate dell'Africa (sottosviluppandole ancor più!), a quelle che erano in via di sviluppo nell'America Latina (Cile ed Argentina in particolare), ed a quelle che erano state protagoniste di rilevanti fasi di sviluppo, come quelle del Sud-est asiatico. Per ognuna di esse il risultato è sempre stato il medesimo: assoggettamento delle economie a ristrette oligarchie finanziarie, progressivo impoverimento della popolazione, indebolimento delle economie nazionali.
Ma perchè la BCE tiene così tanto a liberalizzare e privatizzare le economie europee? La BCE è una banca centrale che come dice il prof. Galbraith non risponde ad organismi democraticamente eletti; essa risponde alle banche centrali che la partecipano, che a loro volta rispondono molto più alle banche private che non ai relativi governi. L'attuale sistema finanziario internazionale è funzionale, a partire dai primi anni '70, alla creazione di una stratosferica bolla speculativa. Essa necessita continuamente di esser rifinanziata (pena altrimenti la sua definitiva esplosione); così ogni operatore finanziario, ogni banca, deve poter ancorare progressivamente i propri impieghi, attraverso partecipazioni finanziarie, a nuove voci dell'economia reale. Quest'ultime fungono da sottostante per la creazione di nuovi aggregati finanziari che costituiscono le nuove micro-bolle speculative che sostituiscono quelle scoppiate in seguito alla “presa di coscienza” dei mercati (quella della frode dei titoli della new economy, quella immobiliare e dei mutui facili, quella del credito al consumo facile, quella dei debiti sovrani insolvibili di questi giorni).
Il Presidente Berlusconi ha tenuto a sottolineare che l'attuale debito è frutto delle politiche adottate tra il 1978 ed il 1992, ma non ha evidenziato una questione centrale di cui si parla troppo poco: nel luglio 1981 l'Italia procede alla “denazionalizzazione” della Banca d'Italia, separandola dal controllo dell'allora Ministero del Tesoro. Da lì, la parabola del debito pubblico cresce esponenzialmente perchè i nostri titoli di stato si trovano esposti ai capricci dei mercati speculativi piuttosto che trovare nella banca nazionale la controparte obbligata ad acquistarli. Ecco perchè oltre ad una legge che reintroduca il principio di separazione tra banche commerciali e banche d'affari (standard Glass-Steagall) che impedisca di fare speculazioni con i depositi dei cittadini, un nuovo sistema monetario e finanziario fondato su cambi fissi (una Nuova Bretton Woods), abbiamo anche bisogno di una banca nazionale (banca hamiltoniana1) alle dirette dipendenze del Governo, come insegnato dall'autentico sistema americano di economia politica2. Altro che obbligo di pareggio di bilancio! All'interno di questo quadro di regole ben definito, la mission dei governi non sarà più quella di rispondere all'oligarchia finanziaria, ma quello di perseguire il bene comune utilizzando il credito nazionale per finanziare la creatività umana, attraverso infrastrutture e produzioni al più alto livello tecnologico-scientifico consentito.
L'Italia è di fronte ad un bivio: restare dentro il Titanic della supremazia della speculazione sulla vita della gente, limitandosi a cercare un'inutile cabina viaggio de luxe, oppure scendere dal Titanic – partendo dall'abbandono dell'euro – per salire su una nave che non sia destinata ad affondare. Abbiamo bisogno di un Governo di “resurrezione”.

 
Claudio Giudici
 
1L'art. 1 sez. 8 della Costituzione americana prevede espressamente che l'emissione di moneta sia decisa dal Congresso. Essa viene materialmente creata dalla Banca nazionale. Tutto ciò consente che il sistema creditizio e monetario sia espressione del processo democratico che rappresenta la sovranità popolare.
2Esso fu definito dal primo Segretario al Tesoro, Alexander Hamilton, nei suoi rapporti sulle manifatture, sul credito e sulla banca nazionale ed è espressione diretta di quella tradizione anti-imperiale che segnò la nascita degli stessi Stati Uniti d'America contro l'imperialismo britannico che dominava nel vecchio mondo. Questa tradizione anti-imperiale trova la più marcata continuazione nell'opera di John Quincy Adams, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt e John Fitzgerald Kennedy, grazie a politiche economiche che partendo da una gestione sovrana del credito si sono poi esplicate nel centrare lo sviluppo economico sulla creazione di moderne infrastrutture e lo sviluppo dell'industria produttiva.

6 settembre 2010

La grande mistificazione della rendita di posizione

 E' ben noto, dalla letteratura sull'oligopolio che la spregiudicatezza è uno dei tratti caratteristici delle strategie e tattiche che vi si adottano. In modo analogo, l'accentuazione in senso pessimistico di una situazione che ovviamente non sia brillante ma nemmeno catastrofica, può essere una strategia efficace per modificare l'esistente ordine delle cose, allorché si faccia avanti 'un nuovo pretendente che reclama una fetta di potere'”. Federico Caffè, settembre 1972


 

Parlare di rendita di posizione, così com'è nell'accezione oramai diffusasi, è un inganno.

La dottrina economica ne parla originariamente in relazione alla rendita fondiaria per sottolineare il vantaggio reddituale che un'area ha sulle altre. Successivamente essa è divenuta il sovraprofitto ottenuto grazie alla non perfetta concorrenza nel mercato. Ma le idee di libero mercato e di concorrenza perfetta non hanno a che fare con la realtà delle cose umane. Diversamente, esse sono funzionali a combattere deboli operatori economici, a tutto vantaggio di operatori più forti.

Oggi, non sentiamo mai parlare di libero mercato in merito al settore bancario o a quello petrolifero, controllati a livello mondiale da ristrettissimi oligopoli. Il mercato turistico globale è in mano ad un solo grande operatore. In Italia il settore bancario è controllato da due operatori; la distribuzione commerciale (liberalizzata a fine anni '90) è già oggetto di oligopolio, mentre il sistema infrastrutturale – aeroporti, stazioni ferroviarie, autostrade, che sono monopoli naturali – è controllato da pochissimi operatori.

Il paradosso, è che queste situazioni di controllo del mercato – che però i corrotti apologeti delle liberalizzazioni mai denunciano – sono il frutto di un precedente processo di liberalizzazione, dove si è messo sotto accusa un sistema di mercato diffuso tra piccoli operatori (paradigmatico, appunto, il caso della liberalizzazione del commercio in Italia, attraverso il primo decreto Bersani) o concentrato nella mano pubblica.

Ciò a cui dobbiamo guardare, è se una rivendicazione sia o meno funzionale al raggiungimento di un più elevato livello di bene comune. A quest'ultimo, infatti, dobbiamo mirare, e non al libero mercato integralisticamente inteso, che lungi dall'essere un presupposto del bene comune, ne è storicamente (e per la Costituzione italiana) un suo nemico. Il “libero” mercato, rimesso alla mano invisibile del mercato – come vorrebbe la teoria liberista – , è nella realtà un mercato controllato dagli operatori finanziari più forti. Il mercato deve essere ben regolamentato, così come si mira a regolamentare qualsiasi umana espressione, per il raggiungimento dei fini che gli sono propri.

Allora, all'idea di “libero mercato” si deve contrapporre quella di “giusto mercato”.


 

All'indomani dell'approvazione in Consiglio dei Ministri della seconda lenzuolata Bersani (2006), dopo quella del 1998, l'allora Ministro alle infrastrutture Antonio di Pietro1 affermò: “Quando una rendita di posizione è messa in discussione è ovvio che le categorie interessate, penso ad esempio ai tassisti, alle farmacie e ai notai, si sentano in qualche modo defraudate di un diritto. Ma il libero mercato non è fatto di rendite e un governo ha l’obbligo di tutelare la pluralità dei cittadini, non una singola categoria.”

Esatto, il Governo ha l'obbligo di tutelare la pluralità dei cittadini e non una singola categoria, né tanto meno combattere quella singola categoria per consentire agli amici di farsene un sol boccone!2

Il ragionamento di Di Pietro parrebbe non fare una piega. Eppure, se andiamo a guardare come operò il d. lgs. 214/1998, più comunemente conosciuto come primo decreto Bersani, ciò che ad una prima lettura appare come prezioso oro, risulterà ben presto del misero ottone.

Il primo decreto Bersani aveva in scopo, nelle intenzioni dichiarate dal legislatore e da molti opinion makers (politici, economisti, giornalisti, ecc.), una maggiore diffusione dei prodotti sul territorio, di modo da consentire all'anziana signora di trovare sotto casa l'ortolano, piuttosto che il negozio di scarpe (questa era la toccante storiella raccontata con più frequenza). Così, venne meno l'obbligo del rispetto delle distanze tra un esercizio economico ed uno di pari settore merceologico (venne meno anche la regolamentazione tra settori merceologici), e si aprì la porta alle grosse catene commerciali che poterono collocarsi in prossimità di quelli che, con nome esotico, oggi vengono chiamati “centri commerciali naturali”. Il risultato del processo avviato, è stato diametralmente opposto a quello auspicato dal legislatore e dagli opinion makers: la forte capacità finanziaria dei grossi gruppi commerciali ha sbaragliato la concorrenza, portando così alla moria dei piccoli esercizi commerciali (nel frattempo trasformati in mono e bilocali che hanno pasturato nel grande mare della speculazione immobiliare), fino ad arrivare ad un mercato controllato per oltre il 70%, da un ristretto oligopolio. Così, adesso, l'anziana signora non ha più né a pochi passi, né tanto meno sotto casa, l'ortolano o il calzolaio … ma di Bersani che abbiano interesse a ricordarsene è difficile trovarne!

Non è un caso, per esempio, che la rivista della Coop, l'Informatore, del dicembre 2000, riportasse: “La rendita di posizione del negozietto a prezzi stratosferici [sic!] non può essere difesa a scapito della pensionata sociale, dell'operaio che deve fare i conti col salario”3. I “prezzi stratosferici” del negozietto … la pensionata e l'operaio che trovano rifugio nella Coop (da guinness dei primati, che da lì a poco sarebbe stata aperta a Le Piagge di Firenze …).

Ma dobbiamo trovare dei validi riferimenti, per capire se parlare di rendita di posizione sia strumentale a qualche disegno oligarchico, oppure meritevole in sé stesso.

Nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, Niccolò Machiavelli afferma:


 

“ … quelle repubbliche dove si è mantenuto il vivere politico ed incorrotto, non sopportono che alcuno loro cittadino né sia né viva a uso di gentiluomo, anzi mantengono intra loro una pari equalità, ed a quelli signori e gentiluomini che sono in quella provincia sono inimicissimi, e se per caso alcuni pervengono loro nelle mani, come principii di corruttele e cagione d'ogni scandolo, gli ammazzono. E per chiarire questo nome di gentiluomini quale e' sia, dico che gentiluomini sono chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere. Questi tali sono perniziosi in ogni republica ed in ogni provincia; ma più perniziosi sono quelli che oltre alle predette fortune comandano a castella, ed hanno sudditi che ubbidiscono a loro.”


 

Dunque per Machiavelli la rendita è un fenomeno dove la redditività è svincolata dal lavoro. Si tratta allora di un fenomeno tipico dei grossi gruppi societari, ma più in generale della rendita immobiliare e di quella finanziaria (tutti fenomeni che, durante gli anni '90. mentre si invocavano le liberalizzazioni come strumento di democrazia, venivano avvantaggiati da legislazioni di favore).

Il paradosso è che oggi, come fa Di Pietro con l'affermazione di cui sopra, si parla di rendita in merito a soggetti che vedono derivare la propria redditività economica dal lavoro: tassisti, farmacisti, liberi professionisti, ambulanti. Fra l'altro, lo stesso accostamento dell'una con l'altra categoria di lavoratori appare ridicolo, ma comunque legato dall'aspetto per cui si tratta di mercati regolamentati – proprio come nelle intenzioni del Costituente – e non rimessi all'arbitrio ed alle voglie del mercato. Ed invece, di questa fantomatica rendita di posizione, non se ne sente parlare in merito a quei settori che paradossalmente sono oggi strutturati come monopolio od oligopolio (cosa che non vale per tassisti, farmacisti, liberi professionisti, o il piccolo commercio, dove ogni operatore rappresenta sé stesso e controlla solo il suo lavoro e non l'intero settore), conseguentemente a quei processi di liberalizzazione e privatizzazione che avrebbero dovuto portare a maggiore concorrenza. Si pensi agli aeroporti, alle stazioni ed alle autostrade, messi in mano a singoli operatori che per forza di cose monopolizzano intere aree (non può verosimilmente esserci nella medesima città un numero tale di aeroporti, da potersi parlare di concorrenza) sfruttando – paradosso per paradosso – infrastrutture create nei decenni grazie ai contributi dei cittadini. Sarà possibile a chiunque rilevare come una bottiglietta d'acqua da 75 ml costi 2 euro all'Aeroporto di Firenze, ed una da 50 ml costi 1 euro e 10 centesimi alla stazione di Santa Maria Novella, ecc. ecc. Tutte realtà di monopolio naturale controllate oggi da privati, dove, vista la mancanza di alternative per l'utenza, i prezzi di vendita dovrebbero essere controllati e non spiccare per l'eccessiva onerosità. Oppure ancora, come i bagni presso queste infrastrutture, invece che essere civile strumento per la soddisfazione di esigenze primarie, siano fonte di ricavo (1 euro alla stazione di Napoli!). Oppure ancora, come manchino le sale d'aspetto (perchè non remunerative …). Un panino prodotto in serie, ai privatizzati Autrogrill delle privatizzate Autostrade, può arrivare a costare 4 euro; un prezzo che si può pagare alla gastronomia dietro Piazza della Signoria per un panino di qualità fatto sul momento. Per l'Informatore della Coop, e per gli apologeti delle liberalizzazioni – in quest'ultimo caso, dovevasi parlare di “prezzi stratosferici del negozietto che gode della rendita di posizione”.

Ma al supermercato, presso la grande catena commerciale, un apparente risparmio lo si ha. Va considerata la abituale pratica di maneggiare al ribasso la qualità dei prodotti (si pensi a quelli cerealicoli, per i rialzi subiti dalla materia prima conseguentemente alle speculazioni della finanza internazionale con le linee di credito concesse dal settore pubblico – !!! – : la pasta in particolare, per la quale, per mantenerne costante il prezzo di vendita, si cambia produttore, passando a quello di minor pregio) oppure, a contrari, si pensi alla maturata “nobile” sensibilità di vendere sacchetti biodegradabili (la cui capacità di sfondarsi è stata sperimentata da ogni consumatore), portandoli da 0,03 euro a 0,05 euro l'uno (un aumento di circa il 70% giustificato da sensibili istanze ambientaliste). Tuttavia, questo risparmio, ai fini di una complessiva politica economica nazionale è un qualcosa di apparente ed in ultima analisi, di anti-economico. Infatti, non siamo di fronte ad alcun risparmio, ma ad un vero e proprio processo redistributivo al contrario, ossia in favore degli operatori finanziariamente più forti. Infatti, il negozietto che vende generi alimentari, è solitamente una ditta individuale con un dipendente a cui riconoscere un trattamento economico tradizionale, con tanto di contributi, che un domani, da pensionato, potrà mantenere un certo tenore di vita (e dunque a sua volta essere un buon acquirente – o consumatore). Diversamente, presso il grosso gruppo commerciale, grazie alla liberalizzazione del mercato del lavoro operata tra la fine degli anni '90 ed i primi del 2000, il lavoratore dipendente avrà un trattamento economico ridotto, con contributi, versati dal datore, più esigui rispetto al passato. Questo lavoratore sarà a sua volta consumatore presso qualche altro grosso gruppo che vende a “buon mercato” od altro operatore, ma lo sarà con capacità d'acquisto ridotte, proprio perchè lui stesso è uno dei motivi determinanti (insieme a quello fiscale) per cui il gruppo di cui è dipendente riesce a vendere a prezzi ridotti rispetto al negozietto.

L'altro motivo determinante per cui il grosso gruppo, in potenza, può tenere più bassi i prezzi di vendita, è quello fiscale. Il moderno sistema fiscale, differentemente da quello che andò adottandosi durante la ricostruzione post-bellica, premia la rendita finanziaria e quella immobiliare, a dispetto dei redditi da lavoro. Così, tutto questo sul fronte della personalità giuridica dei soggetti agenti, si traduce con legislazioni di favore per le società di capitali e di sfavore per le persone fisiche. Una recente indagine del gruppo degli economisti di Stanford, ha rilevato come le grosse società paghino mediamente aliquote fiscali che si aggirano tra l'1 ed il 2%, grazie ai paradisi fiscali, ai sistemi di transfer pricing e ad altri metodi che di fatto legalizzano l'evasione fiscale. Si pensi anche alla diffusa pratica, nella cosiddetta società bene, di essere azionisti di qualche società off shore, che permette di far risultare nella dichiarazione dei redditi personale, la perdita di quella società, ma che in realtà fungono da copertura per l'intestazione di immobili, yacht, auto di lusso, beni di lusso, ecc. E' alla luce di tutto ciò che recentemente il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti, ha richiesto in molteplici sedi internazionali, la messa al bando dei paradisi fiscali.

Quando molti politici ed osservatori economici, parlano di rendita di posizione, si riferiscono a processi dove il cosiddetto sovraprofitto è conseguenza di due elementi intrinseci della natura umana: lo spazio ed il tempo. Recentemente il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha superficialmente (e demagogicamente, anche se il far demagogia non gli è proprio) invitato le attività commerciali fiorentine ad abbassare i prezzi. Si pensi ad un bar in Piazza della Signoria a Firenze che offre un caffè al tavolo a 4,5 euro. Questo prezzo di vendita gli è consentito dalla posizione unica che questo può vantare. Tuttavia, il gestore, con quei 4,5 euro dovrà remunerare, più che i costi variabili di gestione, quelli fissi: il personale dipendente – ma in un sistema che funzioni, questo deve esser ben remunerato – , ma soprattutto il canone d'affitto del locale (o se il fondo è di proprietà, l'altissimo prezzo che egli avrà pagato per rilevarlo). La vera differenza tra oggi ed il passato, è che il locatore (il proprietario dell'immobile) è oggi, di fatto, socio di maggioranza o paritario con l'imprenditore che gestisce il locale, ma con una tassazione e con costi vivi assai più bassi. Tutto ciò, non vuol dire disconoscere il privilegio che il gestore del bar di piazza della Signoria ha rispetto ad attività di altre zone; ma il punto è che sarà pura demagogia la denuncia di eccessiva esosità di quel gestore. Un amministratore che realmente volesse rendere più a buon mercato i prodotti di quell'esercizio, dovrà combattere la rendita immobiliare che alle spalle di quell'attività si nutre.

A quest'ultimo proposito sono due i mezzi per farlo: agendo per via diretta sulla rendita immobiliare imponendo dei limiti di legge ai canoni di locazione (secondo il principio seguito con l'equo-canone); per via indiretta agendo sul fattore spazio-tempo, cioè sul sistema economico di base, ossia quello infrastrutturale.

Alla luce di quest'ultimo punto, l'esistenza di fenomeni sperequativi tra un'area ed un'altra, è dovuta all'assenza di una sostanziale armonia tra aree di una medesima regione geografica: disparità nella presenza di infrastrutture e/o di elementi di attrazione. Operando su questi ultimi si potrà avere il sorgere di elementi di “concorrenza” tra una zona e l'altra. Ma non è della “concorrenza” che ha bisogno un'economia ben funzionante, quanto di soluzioni al più alto livello di efficienza, in grado di ben assolvere ai bisogni della gente. Ed ovviamente operare sul livello delle infrastrutture significa aumentare la qualità delle stesse in modo tendenzialmente uniforme su tutto il territorio, di modo che esse fungano da volano per la spontanea nascita di nuovi poli attrattivi. Conseguentemente, è una politica di spesa pubblica per l'avanzamento tecnologico infrastrutturale, a generare ricchezza reale: non quella dei tagli alla spesa! Non è un caso che a livello internazionale le economie più ricche, dove più alta è la politica di investimenti pubblici pro-capite e per chilometro quadrato (Germania, Svizzera, Giappone ...), siano non quelle che offrono prezzi al consumo più bassi, ma quelle che hanno prezzi al consumo nominali più elevati, e redditi da lavoro nominali altrettanto elevati (non una politica del lavoro centrata sullo sfruttamento del lavoro a basso costo).

A Firenze, con la creazione del nuovo polo universitario e del nuovo palazzo di giustizia, abbiamo avuto la rivalutazione degli immobili presenti in quell'area. Purtroppo, in quell'area, non si è pensato anche ad implementare il sistema di viabilità; ciò ha reso meno efficienti quegli interventi urbanistici.

Interventi di questo genere, portano con sé i benefici del tempo, poiché consentono a chi agisce su quell'area, di adattarsi gradualmente al virtuoso mutare del sistema economico. Le “terapie d'urto” alla Jeffrey Sachs, o le “terapie shock” profetizzate da Walter Veltroni tra il 2006 ed il 2007, sono invece più che altro utili agli speculatori, grazie ai vantaggi offerti loro dalle asimmetrie informative (insider trading).

Processi simili possono essere attivati anche per gli altri settori: si pensi al settore dei taxi. Il luogocomune vuole che quelli italiani siano tra i più cari al mondo. Ogni studio competente ci dice invece che i taxi italiani sono tra i meno cari d'Europa, tuttavia ciò non vuol dire che questo servizio non possa essere reso più efficiente nel suo complesso (dal lato del lavoratore e da quello dell'utente). Si pensi così alla creazione di un efficiente sistema di viabilità, attraverso delle corsie preferenziali oppure attraverso la creazione di una metropolitana. Con la creazione della seconda, si rende più snella la mobilità di superficie, portando così ad una riduzione dei tempi medi di percorrenza dei tragitti dei mezzi di superficie e dunque di espletamento del servizio taxi e conseguentemente all'abbassamento del prezzo finale della corsa. Ulteriormente, ciò porterà ad un aumento dei fruitori di questo servizio e così si sarà messo in moto un processo virtuoso dove è attraverso lo sviluppo tecnologico che si sarà reso complessivamente più efficiente un settore economico nella sua relazione con la vita cittadina.

Dunque, è una frode parlare di rendita di posizione, quando le tesi sono funzionali a modificare il titolare di quella rendita, trasferendo attività od interi settori economici da un operatore all'altro. Diversamente, l'unico vero modo per combattere una posizione di vantaggio economico, passa, all'interno di un quadro legislativo ispirato a giustizia, attraverso un'azione governativo-amministrativa sul livello delle infrastrutture.


 

Claudio Giudici


 

19 gennaio 2009

PD: "D" come Democratico o "D" come De Benedetti?

La grande finanza dietro alle inchieste che stanno colpendo la frangia costituzionalista del PD

In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all’Italia, è fondamentale che il dialogo tra maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all’economia reale. Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L’entità della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l’8 ed il 9 gennaio scorso dal ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall’ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che LaRouche propone oramai dal ’94 per far ripartire l’economia reale globale e che avrebbe evitato l’attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l’Italia possa svolgere un ruolo centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall’ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD. Ad essere oggetto di queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata delle volontà del suo deus ex machina, l’ing. Carlo De Benedetti. Il Partito Democratico, infatti, lungi dall’essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l’autentica ala democratica, per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi finanziaria, rischiano oggi come negli anni ’30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga dritta la rotta della nave verso l’idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi quarant’anni ha disastrato l’intero pianeta.

Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura

Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà distribuì durante i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una via d’uscita autenticamente repubblicana e democratica, all’allora nascente Partito Democratico italiano. In quel documento si ammoniva dall’intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu: “Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'”.

Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che progressivamente, nel corso dell’ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai suoi principi ispiratori: dalla centralità dell’azione di governo in economia, ad un’economia rimessa alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De Benedetti, sono gli stessi che sono all’origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo.

Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa, rispetto al singolo spezzone.

La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell’oligarchia finanziaria che riesce a far apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo[1]. Essa, con particolare riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l’ing. Carlo De Benedetti, per completare quel disegno di finanziarizzazione dell’intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò è l’ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come democratica panacea ai mali d’Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.

L’oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche[2]. Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant’anni dei disegni dell’oligarchia finanziaria – e questo, per l’oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la posizione di vero governo mondiale che dal ’71 ha riacquistato.

Invece, l’oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di finanziarizzare ancor più l’economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a privatizzare per finanziarizzare.

Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà? Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell’organizzazione politica ed economica che la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono palesemente violati.

Il Partito Democratico deve respingere l’influenza di Soros e De Benedetti

Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l’anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l’Italia quell’anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso “Mani pulite” (che stravolse l’assetto politico italiano), l’attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere uno strumento di “moderna” democrazia volto a rendere più efficiente l’economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall’oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell’impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell’economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l’economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l’economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l’impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni ’90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.

Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del “più impresa meno Stato”, il termine “privatizzazioni” fu sostituito con il termine “liberalizzazioni”; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all’infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all’idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.

Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.

Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E’ da questo stretto legame che si può evincere l’attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall’incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.

George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all’origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel ’92 e quella nel Sud-est asiatico nel ’97-’98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni “democratiche” a giro per il mondo, dall’Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all’Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.

Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:

‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.

Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come “filantropo”.

Dice Verderami sul Corriere:

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell'ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l'idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l'agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. È una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall' altro capo del telefono o del computer, c' è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.

E’ doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell’ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche “innovative” adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l’utility di Roma attiva nell’acqua e nell’energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell’economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l’oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.

Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall’establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di “terapia shock” come metodo per l’attuazione dell’agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell’appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.

Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest’ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell’Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, e presentando l’edizione italiana del suo libro autobiografico).

Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L’Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).

Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un’intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6], se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – “amministratore straordinario” profetizzò – (probabilmente non l’ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest’ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell’intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.

De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».

Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest’ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un’ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell’ex patron Tiscali.

La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest?

Dall’intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».

Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita, politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli. Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell’attuale guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale) che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente nell’art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall’altra parte invece vi sarebbero coloro che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di matrice liberista e finanziarista.

A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l’elemento catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze politiche. In merito a queste ultime, infatti, l’unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali (anch’essi finanziati da Soros) e l’Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo, è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un’alleanza con la sinistra c.d. radicale.

Massimo D’Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l’Ulivo e poi dietro l’Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio, D’Alema affermava:

« … ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po’ di sinistra, ma come Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché “Verdi” è duro, “Sinistra” suona male, “Democratici” siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro, diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c’è tutto dentro! Auguri, però io non ci credo!»[7]

Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l’ipotesi di creare delle federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l’intervento di “commissario straordinario” di Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la sostanziale inoperosità dell’Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.

In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai “capi d’azienda” non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si potesse procedere allo smantellamento dell’industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all’attuazione della “fase 2” dell’Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno prova d’indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.

Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De Benedetti. Ed infatti D’Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell’essere onesti o disonesti.

Il caso fiorentino e Licio Gelli

A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso metodi anomali.

Il ragionamento che quegl’osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni; se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa l’esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che chi vive di sola politica non può permettersi di correre.

Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si convince ancor più che l’inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva fatto arrivare: a queste primarie non s’ha da partecipar!

Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all’interno dei candidati PD a sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto immotivatamente dai media di De Benedetti nell’inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli (23%), 4) Daniela Lastri (21%)[8]. Dopo l’inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai, e gli echi offerti dai media alla faccenda, l’ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%), 3) Matteo Renzi (9,9%)[9]. Graziano Cioni è invece stato costretto a ritirarsi dalla corsa.

Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell’inchiesta un premeditato intento politico, il fatto resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi risvolti politico-elettorali.

Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato in gara), una fantomatica “interpretazione autentica” proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si era opposto fino all’arrivo del “commissario straordinario”, Vannino Chiti – determina invece che le primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato sicuramente perdente nell’altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.

Ma c’è anche un’altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo stesso Cioni. Si tratta di un’intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l’ex venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete.

Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un preciso progetto liberista per finanziarizzare ancor più l’economia reale, a fronte di una bolla speculativa globale che necessita che ogni “illuminato locale” faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e rischia di perdere quell’elemento “fiducia” da parte della comunità mondiale, di cui necessita per sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l’ombra del nemico, ma non la sua sostanziale figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.

Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.

Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione

Massimo D’Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l’influenza di De Benedetti, non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D’Alema ha mancato in questi anni del coraggio di immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti: D’Alema[10], nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne pubblicamente l’azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il fenomeno ed i retroscena di “Mani pulite”, non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.

Purtroppo D’Alema è ancora adesso vittima di quell’esistenzialismo che ha caratterizzato la politica dell’ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più frequente in cui cadono molti politici di oggi.

Tuttavia l’attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere sostanzialmente messi all’angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità di uomini, la forza contingente che può “costringerli” a tirare fuori quel coraggio necessario per passare dall’esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.

Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose.

C’è bisogno di quel coraggio che per esempio D’Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso israeliano-palestinese, dove la tanaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l’operato delle dirigenze israeliane.

Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non fa specie chi cambia opinione se il nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»

Finchè Giulio Tremonti mantiene un ruolo di primo piano nell’attuale Governo, la corrente costituzionalista, antiliberista ed antifascista del centro-sinistra, può tornare ad essere decisiva nella politica italiana e mondiale. Se Tremonti attaccando banchieri e petrolieri, ha deciso di dare un taglio forte alla tradizione oligarchica che il PD stava incarnando sia con i vaneggiamenti di Giavazzi ed Alesina, sia con la politica demagogica di Bersani imperniata a bastonare i piccoli imprenditori, la corrente autenticamente democratica del PD può fare la stessa cosa rifacendosi alla tradizione di Franklin Roosevelt e pigiando forte sulla necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale che rimetta nella sovranità politica il controllo della situazione, invece che lasciarlo nelle mani di chi può essere inteso solo come player (banche e comunità finanziaria). Il Paese necessita di dotarsi della indipendenza energetica che Mattei comprese essere necessaria perché l’Italia potesse contare qualcosa sulla scena politica mondiale, e per farlo è imprescindibile il passaggio al nucleare. Parlare di fonti a basso flusso di densità energetica, vuol dire di fatto mantenere l’Italia su un livello di sovranità condizionata. E’ ovvio che per fare tutto ciò deve essere messa all’indice l’ideologia liberista. Se il PD finora è stato un bluff, funzionale soltanto a spostare verso istanze reazionarie, contro il lavoratore e dunque contro l’impalcatura costituzionale, la nave della politica italiana, si possono ringraziare anche ideologi come Giavazzi ed Alesina. Il PD necessita di ridarsi una visione politico-economica che abbia a che fare con la scienza dell’economia e con gli economisti; il liberismo, Giavazzi ed Alesina si occupano di altro, non è chiaro di cosa, ma si occupano di altro.

Claudio Giudici

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà



[1] Come denunciato anche dal Cardinale Renato Raffaele Martino.

[2] L'8-9 gennaio la Presidenza francese ha organizzato un seminario a Parigi ("Nuovo Mondo, Nuovo Capitalismo") in cui si sono meglio chiarite le posizioni dei governi europei su come affrontare la più grave crisi da collasso dei tempi moderni. Si sono fronteggiate due fazioni: da una parte coloro che riconoscono che l'attuale sistema finanziario, basato sui derivati, è irrimediabilmente in bancarotta e va sostituito; dall'altra, coloro che insistono istericamente che la bolla dei derivati va salvata a tutti i costi... pagati naturalmente dalla popolazione. A favore della prima soluzione sono intervenuti il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, l'ex Primo ministro francese Michel Rocard e in larga misura lo stesso Nicolas Sarkozy. Sia Tremonti che Rocard hanno proposto una soluzione larouchiana: congelare la bolla dei derivati e sottoporre il sistema a riorganizzazione fallimentare. A favore del salvataggio del sistema a tutti i costi sono intervenuti il capo della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, Tony Blair e anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel. Tremonti ha esordito con la sua nota descrizione della crisi come un "videogame", con un mostro più grande dell'altro che spunta dopo averne eliminato il precedente. "Finora ho contato sette mostri", ha detto Tremonti, aggiungendo che il più grande, quello che deve ancora arrivare, è il mostro dei derivati. "I derivati ammontano a 12,5 volte il Pil del mondo - ha spiegato - sono prodotti di cui si conosce l'ammontare ma non l'impatto concreto. Salvare tutto è una missione divina, salvare il salvabile è una missione umana. È una tecnica biblica, separare il sabbatico, mettere le posizioni che non fanno parte dell'economia reale ma hanno un impatto forte, su veicoli che durano magari 50 anni, moratorie lunghe". Il motivo di fondo, ha aggiunto il ministro, è che "se carichi tutto il debito privato marcio sul debito pubblico potresti non farcela". Tremonti ha annunciato che l'Italia intende discutere questa proposta "nell'ambito dei lavori di riforma del mercato finanziario globale come presidente del G8". L'intervento dovrebbe basarsi "sulla separazione tra attività sane e titoli tossici". Bisogna "difendere la parte operativa delle banche".

Il giorno seguente Tremonti è tornato sul tema in un intervento a Roccaraso. Se il piano di Obama fallisse, ha detto Tremonti, "tutti noi governanti abbiamo il dovere di pensare a un piano alternativo. Dovremo scegliere: salvare le famiglie o i banchieri? Gli speculatori o le imprese? Io non ho dubbi su chi salvare: le famiglie, le imprese e le banche che le finanziano. Tentare di salvare tutto rischia di far perdere tutto, perché c'è un punto oltre il quale neanche i governi possono andare". Ricordando che gli USA hanno tentato di tutto nel corso del 2008, senza riuscire a frenare la crisi, Tremonti ha reiterato che va congelata la bolla dei derivati. Michel Rocard ha ricordato che tra il 1945 e il 1971 l'Europa ha sperimentato una forma di capitalismo molto diversa dall'attuale, che garantiva una crescita regolare media del 5% annuo, nell'assenza totale di crisi finanziarie e con la piena occupazione. Da allora, la crescita si è dimezzata, le crisi si susseguono ogni 4-5 anni, la precarietà del lavoro e la disoccupazione aumentano e i lavoratori impoveriti vengono esclusi dal mercato del lavoro. Al termine del suo intervento, Rocard ha posto la questione scottante: chi pagherà il collasso finanziario? Dall'inizio dell'esistenza dell'uomo, saldare i debiti è sacrosanto. Ma cosa si riesce a fare quando il debito speculativo mondiale supera il PIL aggregato di cinque o sei volte? Non sarebbe il caso di porre il problema di programmare e organizzare una bancarotta controllata? Il Presidente Sarkozy ha ripetuto il suo appello per un nuovo sistema finanziario, non più basato sul "breve termine, sul reddito privato non guadagnato e sulla speculazione". Si è quindi rivolto "ai nostri amici americani", affermando che al prossimo vertice del G20 non accetterà lo status quo. Dall'altra parte, il capo della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha sostenuto che il sistema va salvato con qualche "correzione", ed ha persino parlato di un "nuovo paradigma" come specchietto per le allodole. In realtà, con un cambio dell'olio e del filtro la macchina riparte, ha detto Trichet. "Naturalmente non dovremo gettare il bambino con l'acqua sporca, abbandonando l'assetto dell'economia di mercato che sta alla base del sistema", ha detto il capo della BCE. Lungi dal chiedere il congelamento dei titoli tossici, Trichet ha proposto una "clearing house" mondiale per poter mantenere la bolla dei derivati. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che attualmente "non ci sono altre possibilità di combattere la crisi, tranne che con le montagne di debito che stiamo accumulando".

[3] Questa è la definizione datagli dal Presidente Francesco Cossiga, www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6304&T=P.

[4]Governi e istituzioni neoliberisti sono sostenuti da un esercito di ideologi. Alcuni sono eminenti studiosi che dovrebbero conoscere i limiti dell’economia del libero mercato, ma che tendono a ignorarli quando si ritrovano a dare consigli di politica economica (come è avvenuto soprattutto negli anni Novanta con le economie ex comuniste). Insieme, organizzazioni e individui influenti formano una potente macchina propagandistica, un meccanismo finanziario-intellettuale sostenuto da denaro e potere”, Ha-Joon Chang, Cattivi samaritani, il mito del libero mercato e l’economia mondiale, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pag. 13.

[10] D’Alema è comunque tra i firmatari della famosa lettera del maggio scorso inviata a Josè Manuel Barroso, in cui molti leader del socialismo europeo invocano una conferenza per la riforma del sistema finanziario internazionale.

11 novembre 2008

Cinque minuti in taxi per migliorare la viabilità cittadina

 

Io preferisco la verità dannosa all'errore utile.

Una verità dannosa è utile, perché può essere dannosa solo a momenti

e poi conduce ad altre verità, che devono diventare più utili,

sempre più utili. Viceversa un errore utile è dannoso,

poiché può essere utile solo per un momento e induce in altri errori,

che diventano sempre più dannosi.

 

Johann Wolfgang Goethe

 

 

 

Il seguente lavoro prende spunto dall’Occasional paper (n. 24, settembre 2008[1]) della Banca d’Italia, “Il servizio di taxi e di noleggio con conducente dopo la riforma Bersani”, e mira a far comprendere quale sia il corretto fronte su cui occorre lavorare per migliorare il settore taxi e giungere ad un’autentica efficientizzazione della viabilità cittadina.

 

Il nuovo studio della Banca d’Italia, pur essendo più aggiornato sui dati presi in esame (tariffe, numero licenze) e sulla normativa, presenta però anch’esso una serie di vizi rintracciabili nel precedente paper (n. 5, febbraio 2007):

1 – il problema principale di questi studi riguarda sempre il punto di visuale da cui essi si pongono; non guardano la realtà dall’alto di modo da poterla analizzare dal più efficiente angolo visuale, ma dal dentro; si potrebbe dire: vittime della rabbia e dell’irrazionalità loro procurata dall’essere restati intrappolati nel bel mezzo del traffico stradale (a dimostrazione di ciò, si veda poi); paradossalmente l’approccio alle questioni è così quello tipicamente marxista, da lotta tra classi antagoniste, quella dei lavoratori e quella degli utenti, piuttosto che quello storicamente ben più efficiente dell’“armonia degli interessi in gioco”[2].

2 – questi studi si pongono di fatto fuori dall’ordine costituzionale; mentre infatti recentemente le esternazioni della dirigenza di Bankitalia si sono orientate in favore di un riavvicinamento a quanto solennemente espresso dall’art. 36 Cost., “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”, questi studi della banca centrale sono ambiguamente ottenebrati da quella recentemente nata figura pseudo-istituzionale del cittadino-consumatore – non menzionata dal costituente (il quale invece fonda tutto il suo discorso sulla figura del lavoro e del lavoratore) – in realtà strumentalmente usata come testa di ponte per l’avanzata del processo di concentrazione oligopolistica (e poi di finanziarizzazione) che anche in Italia conta oramai quasi un ventennio d’età a ritmi accelerati;

3 – la valutazione delle realtà economiche è vittima delle cognizioni econometriche che non consentono di guardare in termini di complessità fisica i fenomeni analizzati; si tratta di un modo di osservare la realtà considerabile alla stessa stregua delle analisi e valutazioni con cui le agenzie di rating davano le loro triple “A” a società fallite nel giro di qualche ora;

4 – le conclusioni a cui perviene il paper n. 24, contraddicono quanto evincibile dalla stessa analisi di merito sviluppata dallo studio proprio come fatto dal precedente n. 5; ciò porta a pensare che le conclusioni siano tirate da un soggetto diverso rispetto a chi abbia sviluppato lo studio, oppure dallo stesso autore dell’analisi di merito, ma con l’approccio tipico di colui che in modo preconcetto fosse giunto a sentenza di condanna ben prima della valutazione dei fatti. Ovviamente la pericolosità di tali studi è ancor più grave se si considera la prassi degli amministratori pubblici di leggersi, per ovvi motivi di tempo, soltanto le conclusioni degli stessi piuttosto che l’intera analisi.

 

Lunghe attese per un taxi?

Lo studio di Bankitalia debutta – e questo purtroppo va a suffragio dell’ipotesi per cui esso sia stato intrapreso con una buona dose preconcettuale – con la citazione della seguente affermazione di Patrizio Roversi[3]: “Bisogna che si adattino all' evoluzione. Per il bene di tutti, anche della loro specie.

Sia ben chiaro che l’affermazione è meritoria, se con essa si intende la necessità del mutamento dell’agire umano in funzione di una realtà in continuo divenire; tuttavia questo principio eracliteo viene solitamente frainteso dall’establishment nei termini darwiniani per cui deve essere il più debole ad adattarsi finchè ciò è confacente agli interessi del più forte. Questo manifesto errore ed abuso dal punto di vista del principio, si ripercuote – in continuazione con quanto visto nell’ultimo quarantennio di storia – anche sull’analisi di Bankitalia. Così la prima parte dell’analisi pone continuamente l’accento sul fatto che la scarsità della domanda nell’utilizzo del taxi sia dovuta agli elevati tempi di attesa, e che il miglior modo per risolvere ciò sia la liberalizzazione di prezzi e quantità di licenze[4]. Eppure lo studio al paragrafo 5.1 afferma:

 

A Roma sono state effettuate due indagini sui residenti. La prima rilevava una domanda insoddisfatta (perché non riesce a trovare un taxi libero) media del 20 per cento, … (Sta, 2001). …La seconda, realizzata … nel 2003, ha rilevato che: …[non utilizza il taxi] il 10 e il 5,4 per cento, rispettivamente (fra coloro che lo usano nella zona di abitazione o nella zona di lavoro) per le difficoltà di reperirlo (AGSPL, 2004b, 2004c). …

 

Dunque, lo studio concentra la sua attenzione sulla questione degli elevati tempi di attesa che terrebbero lontana la clientela, ma poi i risultati delle indagini che riporta ci dicono che nel 2001 (anche se non è chiarissimo se la data si riferisca correttamente a ciò) una media del 20% degli intervistati affermava di non prendere il taxi per la difficoltà di reperirlo, nel 2004 invece questa percentuale era scesa ad un livello tra il 10 ed il 5,4[5].

Ora, a parte il fatto che già da tale dato è evincibile una delle prime contraddizioni dell’analisi del paper, in quanto alle conclusioni finali afferma che “la qualità del servizio, anche in termini di tempi di attesa è andata peggiorando” quando invece questi risulterebbero dimezzatisi, ma in ogni caso dati che vanno dal 5,4% al 20% di persone che non prendono il taxi per difficoltà di accesso, ci dicono che si tratta di percentuali basse, tali da confermare l’impressione degli operatori per cui la domanda non è elastica, e dunque l’aumento delle licenze non farebbe esplodere la domanda di taxi; infatti una percentuale che va dall’80% del 2001 a circa il 95% del 2004 non prenderebbe il taxi per motivi che non hanno a che fare con i tempi di attesa.

Però cerchiamo di capire perché non è possibile avere un’esplosione della domanda di servizio taxi.

 

Il vero problema sono le infrastrutture

Dobbiamo realisticamente pensare al settore taxi inquadrandolo all’interno di un ben più complesso sistema infrastrutturale rappresentato da: strade in senso generico e traffico privato annesso, sistema di viabilità pubblica di massa (bus, metropolitana, tram o treni cittadini), corsie preferenziali, parcheggi, ztl.

Lo studio econometrico del paper è vittima di quell’approccio lineare tipico dell’attuale modello culturale che per esempio ha impedito all’intellighenzia globale, mentre marchiava per folli tutti coloro che ipotizzavano un crack finanziario ed economico di portata storica, di prevedere la crisi sistemica finanziaria dentro la quale siamo “improvvisamente” piombati. Com’è tipico degli approcci orizzontali, le formule del paper di Bankitalia, cercano inutilmente di trovare una soluzione al problema analizzato (l’efficienza del servizio taxi) restando sul livello dove si manifesta il problema, piuttosto che salire sul livello superiore[6]. Questo genere di approccio è lo stesso che ha dominato l’economia italiana negli ultimi sedici anni, per cui ci si è illusi di poter risolvere i problemi di ordine finanziario agendo sul livello finanziario, invece che sul sovraordinato livello della produzione reale; così non solo il debito pubblico non è stato ridotto né in termini assoluti né in termini relativi al p.i.l., ma per di più si è impoverito il tessuto produttivo della nostra economia.

Cerchiamo di comprendere la cosa, inerentemente al trasporto pubblico, graficamente.

Con efficienza del servizio è da intendersi il processo armonico composto da tre elementi interdipendenti: 1) tutela e sviluppo delle condizioni del lavoratore (è un dovere costituzionale), 2) qualità ed 3) economicità del servizio.

L’efficienza del servizio taxi può essere considerata una funzione dipendente sì dalla regolamentazione del servizio (che si esprime con numero di vetture e tariffa del servizio), ma in particolare dal sistema infrastrutturale di cui quello può disporre. Il sistema così sarà tanto più efficiente quanto con minor numero di vetture riuscirà a soddisfare le esigenze dell’utenza; ma ciò avverrà in funzione del maggior grado di qualità delle infrastrutture. Dunque, in ovvio rispetto dei limiti di velocità, tanto più una vettura taxi potrà circolare velocemente e tanto più essa sarà efficiente.

Ma la situazione paradossale verso cui portano scelte sbagliate di politica della viabilità, agendo cioè sulla leva del numero dei taxi (azione sul dominio dove si verifica il problema, piuttosto che sul livello superiore), è quella per cui ad un aumento del numero di taxi possa corrispondere una situazione di maggiore inefficienza del servizio qualora il tasso di crescita delle vetture sia superiore al tasso di crescita della qualità del sistema infrastrutturale complessivo:

 

Quantità di taxi

Sviluppo infrastrutturale

Tempo

+?

 

-?

 

0

Efficienza del servizio

 

Situazione di crack del sistema

 

Dalla figura sopra, si evince che una situazione di crack si genera nel momento in cui la crescita della curva “quantità di taxi” si sviluppa ad un tasso più alto rispetto alla curva dello “sviluppo infrastrutturale”.

Questa rappresentazione grafica ha un principale carattere pedagogico, volto cioè a far comprendere il sistema a chi vi si interessa ed abbia di mira l’autentico miglioramento dello stesso, tuttavia non lo si deve immaginare come un mero caso limite, che non può verificarsi nella realtà. A New York, ed in particolare a Manhattan i “taxi rappresentano il più diffuso tra i mezzi di trasporto esistenti”[7]. Secondo il Manhattan Institute per i newyorkesi si dovrebbe investire di più sul trasporto pubblico di linea e “si dovrebbe ridurre il numero di automobili adibite a servizio di taxi” che inciderebbero per un 50% sul traffico di New York City[8]. Possiamo ben comprendere l’importanza del problema, se pensiamo che la sola metropolitana di New York è la più lunga al mondo.

Tale modello offre all’attore politico un’utile indicazione: esso fa comprendere come ogni aumento della quantità di taxi porti benefici meno che proporzionali se allo stesso tempo non si assiste ad un aumento del livello tecnologico delle infrastrutture.

Un taxi, come ogni mezzo di trasporto, perché possa essere efficiente necessita di poter circolare velocemente, su corsie ben mantenute (ciò ridurrà anche il grado di usura ed i guasti del veicolo) ad esso dedicate. Più esso sarà intrappolato nel traffico, più esso si troverà ad operare in un ambiente di superficie saturo, e più la sua performance ne risentirà.

La carenza infrastrutturale italiana è nota, ma la seguente tabella mostra il grado della stessa, mettendo a confronto la percentuale di copertura del territorio cittadino della metropolitana[9] delle principali città nel mondo:

 

 

Tuttavia accorpando per tipi questi dati (in relazione alla superficie complessiva della città), la situazione italiana si fa ancora più nera:

 

 

I dati relativi alla lunghezza del percorso della metropolitana possono essere raffrontati anche al numero di abitanti, ma per le città italiane il risultato è sempre impietoso:

 

 

Accorpando per tipi di città, ancora una volta, il dato è più critico:

 

 

 

Ovviamente questi dati hanno una funzione indicativa e non la pretesa di raccontare tutta la complessità dei vari habitat cittadini; infatti potremmo avere città che si sviluppano in lunghezza e dunque necessitanti di una metropolitana a sviluppo lineare (conseguentemente con una lunghezza complessiva dei binari più breve), oppure potremmo avere città a bassa densità di popolazione nelle periferie e dunque con necessità di una metropolitana ben più breve. Tuttavia le città italiane qui prese in esame, non presentano questo genere di caratteristiche e dunque questi dati ben referenziano la loro carenza infrastrutturale.

Il settore taxi sarà tanto più efficiente quanto per unità di tempo un minor numero di auto sarà in grado di assorbire la domanda di servizio. Ciò comporterà la riduzione dei tempi di ogni singolo servizio (minor usura vettura e lavoratore per servizio, minori tempi di attesa per l’utenza), aumenterà la redditività oraria del lavoratore, diminuirà la sua contribuzione all’inquinamento, e ridurrà il prezzo finale della corsa (dovuto, oltre che al chilometraggio, anche al tempo di espletamento del servizio). Per ottenere tutto questo si è detto che si deve intervenire sulla complessiva qualità infrastrutturale del sistema. Tutto ciò è visibile dal grafico sotto:

 

Efficienza del servizio

Sviluppo infrastrutturale

Tempo

+?

 

-?

 

0

Quantità di taxi

 

Tanto più alto è il tasso di crescita del livello infrastrutturale e tanto più aumenterà l’efficienza del servizio taxi. Un costante sviluppo infrastrutturale consentirebbe in prospettiva di ridurre la quantità di taxi, in quanto l’utenza avrebbe maggior convenienza a scegliere mezzi di trasporto di massa più veloci, sicuri e convenienti. Di fatto, l’aumento della quantità di taxi a New York è in particolar modo dovuto allo sfruttamento del lavoro a basso costo – come vorrebbe Giavazzi in pratica! – che rende cheap il prezzo dei taxi newyorkesi in rapporto agli stipendi dei cittadini. Ma questo elemento confligge con l’idea per cui il servizio sia realmente efficiente quando tra i vari elementi da soddisfare ha pure quello della tutela e sviluppo delle condizioni del lavoratore, piuttosto che il suo sfruttamento in ottica consumistica.

Si comprenderà bene che nel problema infrastrutturale sta anche la vera soluzione per arrivare a dei prezzi finali più contenuti per l’utenza.

Infatti una corsa di 5 km a Firenze – che, pur non essendo tra le più economiche d’Italia, è inferiore alla media internazionale[10] di 9 euro – sarebbe di 8,3 euro con un ipotesi di fermo per traffico nullo, mentre sale considerevolmente in funzione dei tempi di fermo:

 

 

Dunque il fattore tempo incide in modo determinante sul prezzo finale del servizio taxi, ed esso è dipendente dalla qualità infrastrutturale del sistema di viabilità.

Per onor del vero, pure il paper di Bankitalia, ma solo en passant, riconosce che “un miglioramento della viabilità per i taxi può accrescerne la velocità media e ridurre i t [durata media della corsa] e w [tempi di attesa del taxi]”, ma le soluzioni che va proponendo, restano ben stabili sui binari filo-speculativi che riversano sui lavoratori il costo dell’inefficienza altrui. Infatti lo studio riconosce alle tariffe predeterminate capacità “taumaturgiche” ma dimentica che il costo di tale opzione ricade sul lavoratore su taxi, e deresponsabilizza l’amministrazione locale dal prevedere sistemi di viabilità sempre più efficienti, perché tanto – prendendo la frase a prestito dall’on. Bersani ed dal suo mondo fatto di soli consumatori (senza lavoro o mal pagati) – chi paga è sempre Pantalone!

 

Liberalizzare? All’estero rispondono di no!

Non si sottovaluti l’importanza della viabilità per l’intero sistema paese. Essa non si ripercuote sul solo prezzo del taxi – che per inciso è utilizzato da una piccolissima parte della popolazione (in Italia, spesso o sistematicamente dall’1,2%[11]) – ma sull’intera efficienza, e dunque convenienza, del sistema di vita cittadino. Un operaio che passa due ore della propria giornata in mezzo al traffico, arriverà al lavoro più stanco e sarà meno produttivo, avrà due ore in meno di straordinario da fare, due ore in meno da dedicare alla famiglia/cultura/sport/volontariato. Un ristoratore che apre la propria attività dalle undici del mattino a mezzanotte, se per arrivare a lavoro impiega dieci minuti invece di un’ora, potrà utilizzare quel tempo in più per avvantaggiarsi con i fornitori oppure con la successiva fase di preparazione dei cibi, servire prima i clienti e dunque poter fare più coperti nella stessa unità di tempo. Ciò faciliterà l’abbattimento dei costi fissi di gestione (l’affitto del locale) e dunque gli consentirà di poter praticare dei prezzi più bassi. Si tratta di piccoli guadagni di efficienza quotidiana che in fondo all’anno corrispondono a migliaia di euro di maggior risultato.

E’ ovvio che vi è una differenza sostanziale tra l’approccio che qui si va proponendo e quello proposto da Bankitalia e da alcuna parte dell’establishment nazionale. Mentre questi ultimi propongono una cura steroidea, di veloce applicabilità e dai risultati immediati, che non bada all’ordine preteso dalla Costituzione, qui si propone una più responsabile e lungimirante politica di viabilità pubblica centrata sul ben più efficiente sistema del trasporto pubblico di massa, mantenendo il settore taxi alla sua fisiologica funzione accessoria che deve affiancarsi al primo. Come tutte le cure steroidee, anche quella del “buttiamo taxi sul mercato, e tutto andrà meglio”, sarà una soluzione di brevissima durata capace di creare più danni che benefici, in particolare sul fronte della tutela e dello sviluppo delle condizioni dei lavoratori. Ma questo approccio, d’altra parte, non è altro che quello che oramai da un quarantennio fa sì che a cospetto di incompetenza, incapacità di previsione, furberie varie delle classi dirigenti, rimette il prezzo di tutto ciò a chi rappresenta l’anello più debole della catena del sistema socio-economico, ossia il lavoratore.

Quanto verificatosi a livello internazionale[12], testimonia che gli approcci liberisti al settore non sono i migliori. Lo stesso paper di Bankitalia implicitamente ammette la non bontà della tecnica liberalizzatoria, in quanto afferma: “Anche nelle esperienze in cui il settore è stato maggiormente liberalizzato non si sono registrati significativi fallimenti di mercato”. Si capirà bene però che quello che la gente merita non è evitare un “significativo fallimento”, quanto piuttosto avere un significativo successo della politica adottata (!). Perché i rappresentanti pubblici dovrebbero perdere tempo, energie e denari pubblici per riforme che abbiano la prospettiva di non registrare “significativi fallimenti”? Il paper precisa poi che in Norvegia “dopo la deregolamentazione”, “soprattutto negli orari e nei giorni a minore domanda”, “la locale autorità antitrust ha rilevato un aumento delle tariffe”.

A parte la generale considerazione per cui negli Stati Uniti si registra una tendenza alla ripubblicizzazione delle aziende operanti nelle utilities, il settore dei taxi, che in Italia può essere considerato para-pubblico, in considerazione delle esperienze fatte all’estero, avrà con le liberalizzazioni più inconvenienti che migliorie. La deregolamentazione – che dopo il manifestarsi della crisi finanziaria alcuni continuano a volere solo per il settore taxi (sic) – secondo ricerche condotte avrebbe comportato un deterioramento delle condizioni dei tassisti per riduzione del reddito in Svezia e nelle città statunitensi, e per incremento delle ore di lavoro in Svezia e Nuova Zelanda; un aumento sensibile dei prezzi a Phoenix, San Diego e Seattle, un aumento prima ed una diminuzione poi in Svezia, una diminuzione nelle grandi città ma un aumento nelle piccole in Nuova Zelanda; circa i tempi di attesa essi sarebbero diminuiti solo in Nuova Zelanda. Concludendo, “nel complesso, la qualità del servizio risulta peggiorata o non migliorata”[13].

 

 

 

Se i tassisti resistono, sfonderemo passando dalla porta degli n.c.c.!

Mentre le prospettive di lungo termine del settore taxi tendono verso la crescita del fatturato complessivo – vista l’ineluttabile tendenza di riduzione del traffico privato – , quelle di breve e medio termine non lo sono affatto. La frustata che deriverà all’economia reale dalla crisi finanziaria in corso, rischia di essere di una gravità inimmaginabile. Gli operatori, in seguito alle demagogiche scelte di aumento delle licenze da parte delle classi dirigenti, stanno già registrando cali nei fatturati di almeno il 30% (maggiori in città come Roma). Il settore in questo momento oltre che essere vittima del calo dei flussi turistici, della riduzione dei consumi della popolazione italiana, dell’aumento dei costi e del corrispondente irresponsabile – visto che la crisi era prevedibile da parte di chiunque avesse un minimo di buon senso! – aumento del numero delle licenze, è pure vittima di un assurdo ed altrettanto irresponsabile aumento delle autorizzazioni di noleggio con conducente. Mentre il mercato secondario va riempiendosi di annunci di vendita di queste autorizzazioni n.c.c. – tanto questo aumento non era necessario – , gli amministratori locali dei piccoli comuni continuano a prevedere nuove emissioni delle stesse. Così oggi sul tavolo abbiamo piccole città (con meno di 250.000 abitanti) con un numero medio di autorizzazioni n.c.c. inferiore soltanto del 20% rispetto alle grandi città (con più di 500.000 abitanti): rispettivamente 2,0 contro 2,4 ogni 10.000 abitanti; mentre le città medie (con popolazione tra i 250.000 ed i 500.000 abitanti) hanno un numero di autorizzazioni n.c.c. superiore di oltre il 60% (!) rispetto alle grandi città (3,9 autorizzazioni ogni 10.000 abitanti per città media). Si consideri che, ben più comprensibilmente, le città piccole hanno 3,4 licenze taxi ogni 10.000 abitanti, quelle medie ne hanno 12,2 (3,5 volte in più), quelle grandi ne hanno 20,8 (6 volte in più rispetto alle piccole e 1,7 volte in più rispetto alle medie)[14]. Tutto ciò testimonia che è in atto uno scavalcamento della normativa che, almeno nel suo spirito, vincola l’emissione delle autorizzazioni n.c.c. ad un aumento dei flussi di lavoro (cosa che non sta verificandosi per i motivi sopra esposti) e che è portatrice di inconvenienti come l’abusivismo perpetrato con più forme nelle grandi città (dove cioè i beneficiari delle autorizzazioni n.c.c. possono posizionarsi in cerca di lavoro presso stazioni ed aeroporti): quali la ricerca del servizio in loco o lo stazionamento su piazza che vede intere aree pedonali o zone con divieto di sosta nei centri cittadini, usati come posteggi auto.

In prospettiva tutto ciò pare funzionale alla creazione di un eccesso di offerta di vettori rispetto alla effettiva domanda del mercato, e dunque – in perfetta sintonia con la quasi quarantennale strategia di impoverimento dei lavoratori – all’indebolimento della resistenza degli attuali operatori a che entrino nel settore grosse società, le quali con opportune modifiche di legge (che a quel punto non troveranno oppositori), potranno rastrellare grossi quantitativi di licenze ed autorizzazioni e impossessarsi del grosso del mercato.

Da questo punto di vista, viste le forzature che vanno attuandosi attraverso la mancata applicazione della normativa relativa agli n.c.c. (in particolare in merito all’art. 3 della l. 21/92 che dispone che “lo stazionamento dei mezzi avviene all'interno delle rimesse o presso i pontili di attracco”), – che rischiano di rappresentare la testa di ponte che i grossi capitali allettati dalla mobilità pubblica hanno interesse a che venga eretta per poter raggiungere l’altra riva del fiume del servizio taxi – , commistioni tra i due settori sul fronte della rappresentanza del lavoro, rischiano di essere foriere d’inconvenienti e dunque inopportune.

 

Bankitalia, l’alfiere delle grosse società

Il paper di Bankitalia suggerisce “l’innalzamento del livello di regolamentazione del settore”, in quanto le amministrazioni locali non avrebbero utilizzato quasi mai il loro vantaggio di poter conoscere più da vicino il mercato, e con notevole salto logico suggerisce “l’apertura del mercato a società che possano detenere più licenze”. E’ ovvio invece che il settore della mobilità dipende dalla morfologia cittadina, dagli abitanti, dalla capacità economica, turistica e culturale e che una legislazione di dettaglio unificata determinerebbe più problemi che soluzioni.

Circa l’apertura del mercato a grosse società, e dunque una strutturazione “industriale” invece che “artigianale” del settore taxi, “l’efficienza del servizio non dipende da siffatta strutturazione del settore, bensì dalla presenza di un network stradale dotato di una notevole velocità commerciale per le sue caratteristiche fisiche, nonché da una politica integrata dei trasporti pubblici di linea e mobilità privata. Invece, sono da attribuire alla strutturazione industriale del settore l’aumento progressivo delle tariffe – aumento tendenzialmente catturato dai soggetti imprenditoriali e non dai tassisti – , il degrado delle condizioni economiche, sociali e di sicurezza dei tassisti. La letteratura sulle precarie condizioni di vita dei tassisti a New York abbonda.”[15] D’altra parte gli stessi liberisti come il prof. Giavazzi, riconoscono che sia necessario lo sfruttamento del lavoro a basso costo per attuare il loro disegno; afferma Giavazzi: “Io vorrei che i taxi son tutti guidati da immigrati marocchini …il mio mondo ideale è come New York[16].

 E lo studio suggerisce pure l’eliminazione dei supplementi perché questi toglierebbero trasparenza alle tariffe (eppure ammette che solo nel 9% dei casi vi sia stata una violazione del tariffario)[17]. Ma i supplementi hanno dietro di sé puntuali ragioni ispiratrici: da una sorta di risarcimento fisico per l’usura provocata al lavoratore dal sollevare continuamente pesanti bagagli, a quelle per l’usura del mezzo, a quelle per importanti perdite di tempo procurate dalle dinamiche del lavoro a cui però l’obbligatorietà della prestazione assoggetta senza possibilità di scelta.

 

Una grande possibilità

Con l’attuale crisi finanziaria è finito un mondo ed è finita un’ideologia. La riorganizzazione delle relazioni economiche tra Stati e tra fasce di reddito della popolazione, in particolare tra speculatori e lavoratori (autonomi o dipendenti che siano), offre l’opportunità di riorganizzare il tutto in funzione della dignità della persona umana piuttosto che accecati dall’oscura legge del profitto. Con la c.d. nuova conferenza di Bretton Woods che si terrà a novembre a New York, le autorità politiche avranno l’imperdibile occasione di lanciare grossi progetti infrastrutturali a livello globale attraverso linee di credito pubblico. La carenza infrastrutturale è sicuramente un problema per le popolazioni più disagiate del pianeta, ma è pure un problema per le città più avanzate, dove la complessità dei rapporti, impone di avere sistemi di organizzazione del movimento delle persone sempre più efficienti. Il tabù culturale che in Italia si è radicato più che altrove, per cui per la quasi totalità della popolazione l’avanzamento tecnologico sarebbe “un male” o “un male necessario”, invece che la naturale inclinazione umana verso il costante miglioramento del suo livello relazionale con la natura e con il suo prossimo, ci fa comprendere del perché delle sempre maggiori difficoltà del nostro paese nel campo economico.

Quello che oggi appare un improponibile costo – in particolare lo sfruttamento del sottosuolo per la creazione di vie di comunicazione – apparrà come un naturale processo di investimento che con gli anni si ripagherà per svariate volte rispetto al costo sostenuto (proprio come fatto durante la ricostruzione post-bellica), se la conferenza di New York avrà il coraggio di cestinare i titoli tossici della globalizzazione finanziaria che ha soffocato l’economia reale, e saprà ispirare il nuovo ordine al principio dell’“interesse dell’altro” della storica pace di Westfalia. Oggi il livello infrastrutturale italiano è uno dei più arretrati di Europa. Per ammodernarlo sarà sufficiente decidere di utilizzare quel credito pubblico con cui si è deciso di salvare l’agonizzante sistema finanziario, per le infrastrutture, nonché decidere di pensare all’interesse della gente piuttosto che a quello dei finanziatori delle campagne elettorali.

Se tutto ciò non troverà immediata attuazione ma sarà rimandato al manifestarsi ancor più grave della crisi in corso, in ogni caso, la mobilità pubblica non troverà certo giovamento dall’inutile aumento delle licenze taxi.

Le opzioni sul tavolo che gli amministratori hanno di fronte sono dunque due:

  • per l’ennesima traslazione di un settore economico nelle mani dei grossi capitali: l’irresponsabile cura steroidea fatta di lancio dagli elicotteri di licenze taxi ed autorizzazioni n.c.c., che abbiamo visto non poter portare ad alcun sostanziale miglioramento della complessiva efficienza del servizio;
  • per un autentico miglioramento dell’efficienza della viabilità: 1) l’implementazione del trasporto pubblico di linea con preferenza a quello sotterraneo; 2) l’aumento della superficie chilometrica destinata a circolazione esclusiva dei mezzi pubblici; 3) l’aumento dei parcheggi sotterranei (funzionale a liberare spazio su superficie); 4) sistemi di disincentivazione dell’uso dei mezzi privati (improponibile se non viene offerta un’efficiente alternativa del trasporto di linea).

 

Claudio Giudici



[2] H. C. CAREY, Harmony of Interests, Agricultural, Manufacturing and ....

[4] Banca d’Italia, Occasional paper n. 24, 2008, pag. 6 e nota 5.

[5] Lo studio cita pure un’indagine del 2007 di Altroconsumo (http://www.unicataxibologna.it/studi_economici/Altroconsumo%20taxi.pdf). Bankitalia afferma: “… tempi di attesa dei taxi particolarmente lunghi nei parcheggi delle principali stazioni e degli aeroporti di Bologna, Firenze, Milano e Roma.” A parte il fatto che i tempi di attesa a cui fa riferimento l’indagine di Altroconsumo, sono frutto della somma dei tempi morti senza taxi rilevati (!) e non del tempo di attesa massimo dell’utenza, ma per di più non sono confrontati con il passato e dunque la conclusione a cui arriva Bankitalia per cui “la qualità del servizio, anche in termini di tempi di attesa è andata peggiorando” (pag. 27), non poggia su alcun indicatore analitico.

[6] Sarebbe bastata la lettura del Menone di Platone per comprendere la fallacia di quell’approccio, ed individuare invece il principio corretto a cui rifarsi.

 

[7] C. IAIONE, La regolazione del trasporto pubblico locale, Napoli, Jovene editore, 2008, pag. 211. Basterebbe questo dato per far comprendere come siano assurdi i paragoni tra rapporto taxi/abitanti di megalopoli con qualità infrastrutturale d’eccellenza, e città congestionate e dal livello infrastrutturale pessimo come Roma.

[8] Ibidem, pag. 203.

[9] Per Berlino sono stati considerati, in quanto servizio veloce di trasporto cittadino di massa, sia il servizio ferroviario sotterraneo (U-Bahn) sia quello di superficie (S-Bahn). Per Roma è in costruzione la linea C (34 km) ed è stato approvato il project financing per la linea D (21,8 km). Anche considerando tali valori, Roma resta fanalino di coda. Per Milano sono in costruzione le linee M4 ed M5 (25 km) ed in fase di progettazione altri 25 km. Tuttavia anche nelle altre città si sta lavorando per ampliamenti.

 

[10] Media determinata rielaborando i dati raccolti da Unica Taxi Bologna:  http://www.taxistory.net/files/2007_Tariffe_taxi_estero.zip.

[11] Banca d’Italia, ibidem, indagine Aci-Eurispes (2006).

[12] Si veda in proposito, C. IAIONE, ibidem, pagg. 208-212; e A. CECCHI, E. GIOVANETTI, Costruzione di uno schema per la valutazione delle politiche di mobilità reperibile a http://www.unicataxibologna.it/studi_economici/Cecchi%20Giovannetti%202007.pdf.

[13] C. IAIONE, ibidem, pag. 209.

[14] Banca d’Italia, ibidem, pag. 15.

[15] C. IAIONE, ibidem, pag. 211.

[17] Banca d’Italia, ibidem, pag. 23.

 

31 luglio 2008

Una discussione tra rooseveltiani e liberisti

 

Un’interessante discussione è sorta su http://oknotizie.alice.it/go.php?us=96140d997c96cb5 , dove rooseveltiani e liberisti hanno discusso prendendo spunto da una riflessione sulla crisi dei mutui subprime. Ve la riporto per intero (i miei interventi sono a firma “Claudio”).

Crisi, un anno dopo: erano solo Sub-prime? di Leonardo Daverio Patrizi (ihc)

Il 20/06/07 due fondi di Bear Sterns rischiano la chiusura a causa di titoli garantiti da prestiti ipotecari. Dopo 365 giorni di rassicurazioni sulla limitatezza del fenomeno si hanno banche chiuse o salvate con soldi pubblici, esecuzioni ipotecarie raddoppiate, crolli in Borsa e svalutazioni come se piovesse.

Ufficialmente è una peste diffusa dal mercato dei mutui sub-prime. A giugno (fonte Bloomberg) le svalutazioni effettive e presunte superavano $ 170 miliardi: le 16 maggiori banche mondiali hanno perso in Borsa $ 900 miliardi (da $ 2122 a 1212 miliardi di capitalizzazione), circa il valore stimato dell’intero mercato sub-prime ($ 1000 miliardi); l’ultimo fallimento in ordine di tempo è quello di IndyMac, terzo fallimento della storia USA, con mezzo miliardo di dollari in depositi ormai persi; nei primi sei mesi del 2008 sono fallite più di mezzo milione di società negli USA; adesso si ritengono a rischio FreddieMac e FannieMae, colossi parastatali USA detentori o garanti di metà mercato ipotecario USA “pesanti” quanto il 38% del PIL, scoperti esageratamente sotto-capitalizzati (o ultra-indebitati, direi); ora si parla pure di “contagio” in Europa, con scricchiolii che si vanno avvertendo anche per carte di credito e credito al consumo.

C’E’ QUALCOSA DIETRO? - Si dice che questo è conseguenza dell’effetto moltiplicativo dell’impacchettamento reiterato di un originale (e limitato) letame sub-prime in prodotti strutturati poi venduti in tutto il mondo. Certamente la distruzione di liquidità bancaria per un settore in difficoltà diventa scarsità di capitale anche su altri settori, creando quindi fenomeni di “contagio” moltiplicati dalla “leva” della riserva frazionale bancaria; ma il sistema è stato generosamente oliato dalle Banche Centrali, che hanno pure assorbito parte dei titoli strutturati più puzzolenti (qui uno spunto di riflessione), e comunque il mercato originale della crisi era “marginale”. Tutto questo giustifica, dopo un anno, il permanere di paure di un “rischio di controparte” sull’interbancario, che va spingendo in alto i tassi? O non ci sono solo i sub-prime?

FONDAMENTA CROLLATE - Il mercato sub-prime è l’anello più debole del mercato ipotecario, il primo che ha risentito di un deterioramento più generale di tutto il castello di carte eretto su credito creato dal nulla dalle Banche Centrali (Fed in primis) Dopo un anno mi pare chiaro che non si tratti di un effetto a catena partito da un’ala debole del castello: sono tutte le fondamenta ad essere marce. Per stimolare i consumi, nella sciocca ipotesi che avrebbero trascinato il PIL, si è elargito credito a iosa (e a prezzo politico); ora è chiaro che il debito accumulato è “troppo” rispetto alla capacità del sistema di creare ricchezza, e i primi settori a cedere sono quelli più marginali e rischiosi. Se il fenomeno si espande è perché ovunque esistono condizioni di fragilità (pure nei bilanci di FreddieMac e FannieMae appunto). E il sistema è debole (negli USA più che in Europa) non per un virus improvviso ma perché il Ciclo Economico alla fine prevale su qualsiasi illusione. Un anno fa ha cominciato a concretizzarsi il fallimento dell’idea consumo=PIL. Non erano solo sub-prime, era un castello di carte che ha cominciato a cadere.
COME FINIRA? - Da una posizione di forza relativa l’Europa, con la BCE, sta forse cominciando a aiutare la “pulizia” del mercato alzando i tassi. Gli USA sembrano più incerti sul da farsi, appunto perché più fragili. Entro 90 giorni IndyMac dovrà essere venduta o liquidata, e paradossalmente sarebbe meglio fallisse del tutto, perché un nuovo salvataggio pubblico sarebbe solo nuove carte per un castello malconcio, nuove carte che amplificheranno il tonfo finale. Continuare a parlare di crisi “sub-prime” è un modo dei policy-maker di sviare responsabilità che stanno tutte nelle fondamenta del loro pensiero; questa è una crisi “prime”.


La discussione

AG 18 Luglio 2008 , 16:17

Il problema è piuttosto semplice Leonardo e si chiama “funding gap” come ben rilevato in un articolo di Ignazio Rocco di Torrepadula e Massimo Busetti (di The Boston Consultin Group) in un articolo apparso sul Sole qualche giorno fa.

Praticamente negli ultimi anni si è sempre più aperto un divario fra gli impieghi bancari e i depositi, divario che è stato finanziato con l’emissione di titoli di varia natura, prevalentemente “sintetica” e “cartolare”.

Basti pensare che in Italia gli impieghi bancari sono pari al 110% del PIL mentre i depositi sono il 70% con un funding gap di 600 miliardi di Euro. Uguale in Francia, mentre in Spagna sono 300 miliardi e in Germania, dove saranno dei coglioni di crucchi ma continuano a pensare che l’economia reale sia quella che conta, appena 140 miliardi. Mancano purtroppo i dati dei paesi anglosassoni che però dovrebero essere ASSAI più elevati.

E arriviamo alle banche centrali. Visto che sui depositi ci vuole una “garanzia” che sta sull’ordine degli 8-10 centesimi per euro raccolta dai risparmiatori, tante banche hanno preferito fra l’altro ricorere a queste forme perchè gli costava assai meno in termine di accantonamenti, appena 1-2 centesimi. Praticamente si è pompato il mercato della liquidità con droga a basso prezzo ma che come tutte le droghe tagliate male, quando l’organismo va in crisi, provoca scompensi spesso mortali.

Infatti quando la crisi dell’economia ha portato i settori più esposti a crollare, ciome giustamente dicevi tu, tutto questo ammasso di titoli hanno iniziato maledettamente a scottare nelle mani di chi li aveva, essendo fra l’altro utilizzati per far quadrare l’assets-liabilities management di tante società finanziarie e banche.

Quindi chi li emette va in crisi di liquidità perchè alla scadenza nessuno li vuole rinnovare, chi ce li ha in mano deve iniziare a pensare alle perdite sugli stessi, le banche centrali sono fra l’incudine di fallimenti a catena per cifre pari a percentuali importanti del PIL nazionale oppure il martello di di governare la crisi, cercando di salvare il salvabile e pilotare le società più grosso attraverso gli scogli della illiquidità perchè non si trasformino in default secchi.

Del resto anche a pensare solo in Italia un 40% del PIL a rischio default vuol dire immaginarsi un paese con la gente in strada tipo Argentina.

Capisco che agli amici di Chicago piacerebbe (del resto gli piaceva pure Pinochet) e che son pronti a dire che adesso l’Argentina cresce dell’8%, però li inviterei a fare un giretto per le strade di Buenos Aires.

Se sopravvivono senza essere aggrediti e derubati (se non peggio) dalle torme di gente che ha perso tutto e che ora vivono di rapine e espedienti, possono poi godersi tranquilli in albergo, davanti a un buon piatto di carne, le meraviglie della ripresa economica e la bravura del FMI, seguace della teoria monetarista e dell’aggancio al dollaro, a gestire la crisi a suo tempo.

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:00

Sulla prima parte, potrei dire che chiamiamo le cose con nomi diversi ma non si casca poi troppo lontano come ragionamento. Sì, il problema è tra fondi reali disponibili e credito concesso, da qualsiasi parte si guardi la cosa.

Sull’ultima parte vorrei dissentire: il FMI è applicazione dei principi monetaristi? Sì? Il monetarismo predicava offerta di moneta bloccata a una crescita del 3-5% e il fondo predica questo? Siamo sicuri?… Eppure mi pareva si fosse già detto che ZioPino ha liquidato velocemente l’esperienza con i Chicago’s perché non era quello che pensava… Che poi qualcuno sparli di essere monetarista perché dà un’aurea di serietà e intransigenza, sarà certo così, ma non è che basti dire una cosa per esserlo. Guarda tu, oggi sono tutti liberisti e parlano di vincolare i mercati finanziari…

Tu mi dicessi che il FMI è uno strumento per l’imperialismo USA sarei più d’accordo, ma nemmen questo è monetarismo.

Comunque bravissimo, ti professi keynesiano ma per questa crisi non ragioni da tale.

AG 18 Luglio 2008 , 17:28

Secondo me fai un po’ di confusione sull’essere keynesiano.

Keynesiano è adesso cercare di salvar il salvabile anche nazionalizzando in parte il debito del sistema bancario perchè l’alternativa è il disastro sociale.

Keynesiano fu anche Mussolini con l’IRI e non mi pare che anche il liberale Einaudi abbia fatto fuoco e fiamme da governatore della Banca d’Italia per la privatizzazione del sistema bancario italiano.

I simpatici amici liberisti hanno invece sostituito l’intervento statale keynesiano nel colmare il funding gap con l’intervento del mercato finanziario.

Soluzione praticamente identica alla degenerazione della teoria keynesiana del pompare la crescita attraverso l’indebitamento statale (cosa che Keynes non predicava andasse fatta selvaggiamente ma solo come rimedio anticiclico). Eletto invece a sistema ha prodotto guasti in stile Pomicino-CAF.

Bravi, clap clap. Solo che adesso bisogna portare il debito privato a debito pubblico sennò si rischia la rivoluzione perchè non è gestibile un default di decine di punti percentuali del PIL: negli USA il debito privato è il 115% del PIL, fate ‘na botta di conti.

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:29

sì, e degli animal spirits della cospirazione sionista

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:38

Bravo.

il liberale si vede nei fatti.

E pensare di socializzare i costi derivanti da decisioni statali non è da liberale. Riguardo Mussolini, mica ti era venuto in mente di dichiararlo “liberale” solo perché si era messo contro le “sinistre” da cui proveniva, vero? (no, non lo stai facendo, non sei così ingenuo). Il liberismo in questo paese non si è mai visto. E un governo centrale della moneta non ha niente a che vedere con il liberismo, né in Italia né nel resto del mondo.

Non ho idee sbagliate sul keynesianismo. Il pompaggio di liquidità che si è avuto è stato giustificato con il voler evitare qualsiasi calo congiunturale, quindi è di per sé una politica anticiclica. Poi tu potresti esser sufficientemente saggio da dire che la situazione è stata valutata male e affrontata peggio, e che si sia arrivati alla degenerazione. Ma se cominci a dire che lo Stato deve ammettere di non poter sempre pareggiare il ciclo, come implicitamente mi pare tu ammetta quando definisci “degenerazione” quel che si è visto finora, stai facendo tu un salto evolutivo dalla dottrina, avviandoti all’analisi dell’equilibrio risparmio-investimenti di matrice classica e non certo keynesiana.

AG 18 Luglio 2008 , 17:46

Vabbè di base c’è il primo amore adamitico

Però l’intervento statale di Keynes non doveva garantire la felicità eterna e immutabile, era pur sempre inglese e protestante dai!

Va guardato in relazione alla situazione degli anni ‘30 dove c’era gente che moriva di fame, LETTERALMENTE, nel Regno Unito.

A quel punto un intervento statale, anche se nell’immediato improduttivo, diventava un investimento nel futuro, e mi spiace, continuo a pensare che non fosse del tutto sbagliato.

Con la stessa logica il Piano Marshall del dopoguerra ha creato un mercato per i prodotti americani dove c’erano solo macerie, e ha permesso agli USA di assurgere a maggiore potenza economica mondiale per 60 anni buoni.

Altra cosa invece è continuare a dare soldi a bimbi viziati e grassi per farli ingrassare ancora di più, e poi all’improvviso che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:55

“che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?”

Lo so, sono cattivo, ma per me sì. Se non altro per evitare perversioni da moral hazard in un mondo che c’è campato sopra abbastanza.

Ma poi è possibile sentir parlare di un de facto enorme bail-out da uno che si firma AG (Aktiengesellschaeft)? Almeno cambia nome in NGO !

Anche su questo potremmo comunque avere punti di contatto; contestualizzando, il contesto del ‘29 può (può, lascio il dubbio) giustificare interventi statali estremi. Ma una situazione sola non dovrebbe fare modello. E neppure l’aver sbagliato per 15 anni filati creando le situazioni per qualcosa (forse, ma non necessariamente) di simile, dovrebbe giustificare l’applicazione di quel modello di salvataggio.

Gregorj Commenti: 535 Articoli: 104 18 Luglio 2008 , 18:07

AG sono le iniziali del suo nome e cognome.

(comunque continuate, vi prego. Siete spassosi!)

AG 18 Luglio 2008 , 18:11

Guarda bisogna esser pratici.

Guardiamo solo l’Italia. Messi come siamo abbiamo un funding gap pari al 40% del PIL. Mettiamo che dobbiamo quindi rientrare (“che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?”Lo so, sono cattivo, ma per me sì.) da un 40% di impieghi.

Quindi da chi iniziamo a chiedere il rientro?

Dal settore mutui? Dal settore credito al consumo? Dal settore aziende? Quale settore?

Fra l’altro per stringere il credito di solito alzi i tassi appunto, chi ha i soldi li restituisce perchè non gli conviene più, sugli altri continui a strozzarli.

Ok, perfetto. Però non rientri di un 40% solo con una manovra sui tassi, neanche di un 10% rientri. Questo lo sappiamo tutti. Quindi in tal modo aumenti solo il default dei debitori e in prospettiva il tuo, che porti a bilancio crediti sempre più inesigibili.

Le diete si fanno poco per volta. Con il digiuno si muore.

juppes 18 Luglio 2008 , 18:22

perdonate, vado via subito, ma dice il saggio : ama il tuo debitore, trattalo bene, fallo sopravvivere se non vivere, solo così potrai sperare che ti restituisca il dovuto—e prega per la sua salute e prosperità

se invece lo strozzi, rimarrai anche tu strozzato ed incapace di far fronte ai tuoi impegni

libertyfirst 18 Luglio 2008 , 18:56

Di provvedimento d’emergenza in provvedimento d’emergenza, presto non rimarrà nulla a cui provvedere…

Io ho una ricetta contro la crisi. Mi serve solo un po’ di sostegno politico, diciamo il 70%-80% dei voti. E poi non ho capito bene come risolvere il problema del fallimento delle banche.

1) Si eliminano tutti i vincoli al mercato del lavoro, sia dipendente che autonomo

2) Si liberalizzano completamente tutte le attività commerciali

3) Si eliminano completamente tutti i dazi doganali.

Con queste tre misure la recessione (inevitabile) durerà il minimo indispensabile, non bisogna fare come Roosevelt che la fece durare un decennio con politiche socialiste.

Rimane aperto il problema di non far collassare l’offerta di moneta e distruggere tutto il credito fiduciario… l’ideale sarebbe fermarne la crescita e provocare una recessione senza panico bancario, ma non so come si fa.

Fatto questo, probabilmente la crisi durerà solo 3-4 anni, la disoccupazione non dovrebbe salire moltissimo, e la riallocazione delle risorse sarà rapidissima. Inoltre le energie del mercato imbrigliate allo stato attuali saranno liberate e genereranno aumenti di reddito che potrebbero, solo in parte ma sempre meglio di niente, compensare i problemi sociali della recessione.

Questo risolverebbe i problemi una volta per tutte. Poi ci ritroveremmo con il dover pagare in anticipo tutti i costi dell’inflazionismo che finora sono stati nascosti dall’inflazionismo stesso: sistemi pensionistici non finanziabili, debiti pubblici e privati alle stelle. Ma per quello non c’è niente da fare oltre a tagliare consumi e incentivare risparmi e investimenti, non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale hanno mangiato tutto.

Penso mi presenterò alle elezioni con questo programma. Se prendo più del 80% dei voti avrò la forza politica di realizzarlo.

AG 18 Luglio 2008 , 20:54

“Con queste tre misure la recessione (inevitabile) durerà il minimo indispensabile, non bisogna fare come Roosevelt che la fece durare un decennio con politiche socialiste.”

Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahaha…

Scusa, sai, ma mi fai morire.

In effetti nel 1941 Roosevelt ha seguito il tuo consiglio di aprire le frontiere seguendo l’esempio della Germania e dell’Inghilterra che l’avevano fatto nel 1939. Fantastica poi l’opera di liberalizzazione in Polonia e Francia

In realtà gli USA si sono sollevati usando la più forte delle leve economiche, cioè la mega-statalizzazione dell’economia in tempi di guerra e han sfruttato poi il suicidio dell’Europa nel 1945. Fa differenza fra l’esser rasi al suolo come i paesi europei e non aver avuto manco una bombina sulla capoccia come gli USA.

Cioè dai, siamo seri, su e usciamo da gabbie ideologiche in stile Tremonti.

“1) Si eliminano tutti i vincoli al mercato del lavoro, sia dipendente che autonomo

2) Si liberalizzano completamente tutte le attività commerciali

3) Si eliminano completamente tutti i dazi doganali.”

Siamo in una situazione di bancarotta, non serve avere libertà, si deve solo decidere se andare dritti al fallimento o in amministrazione controllata. Liberalizziamo pure tutto? Ti faccio un esempio. La mia azienda mi licenzia, non ci sono più vincoli, io voglio iniziare una mia impresa, non ci sono più vincoli neanche in questo, non ho capitali e li vado a cercare. Dove li trovo? Chi me li da? Le banche no visto che bisogna ridurre gli impieghi e le masse monetarie e cmq anche mettendo che li riesca a trovare saranno a tassi che rendono uno startup impossibile.

A quel punto manca sola la libertà di avere armi personali e poi vinca il migliore! (Ti avverto che ho una ottima mira e che il socialistissimo AK47 rimane nettamente superiore all’M16 in scenari di guerriglia).

“Rimane aperto il problema di non far collassare l’offerta di moneta e distruggere tutto il credito fiduciario… l’ideale sarebbe fermarne la crescita e provocare una recessione senza panico bancario, ma non so come si fa.”

L’offerta di moneta è già collassata, il funding gap è attualmente sostenuto in gran parte dalle banche centrali che scontano le cartolarizzazioni bancarie che il mercato non accetta più. La BCE a ciò aggiunge una politica di tassi alti per far pian piano restringere gli impieghi senza causare marasmi sennò l’alternativa è chiudere i rubinetti e prepararsi a creare tanti IRI.

“e la riallocazione delle risorse sarà rapidissima”

Quali risorse? I fondi sovrani? Il debito USA in mani cinesi? Quali fondi? E dove si dovrebbero riallocare? Dagli USA in Europa? Dall’Europa in Africa? I cinesi stanno già portando gli investimenti dagli USA al terzo mondo, e infatti a Bernanke tocca stampare e stampare…

“non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale”

Io iniziare a consumare meno i tasti della tastiera del PC, sai mai quando potrai comprarne una nuova dai Cinesi.

Calvin 18 Luglio 2008 , 21:12

Beh AG, se ti leggi la letteratura un po’ piu’ recente sulla crisi del ‘29 vedi quanto ci sia lo zampino delle politiche socialistoidi di FDR nel protrarsi della crisi per piu’ di un decennio. Non è roba nuovissima, diciamo dalla seconda metà degli anni ‘70 che il mito del new deal è stato preso giustamente a pesci in faccia, fatte salvo le considerazioni behavioural.

AG 18 Luglio 2008 , 21:32

“Non è roba nuovissima, diciamo dalla seconda metà degli anni ‘70 che il mito del new deal è stato preso giustamente a pesci in faccia, fatte salvo le considerazioni behavioural.”

Guarda caso da quando abbiamo iniziato a pompare eroina finanziaria dentro l’economia. Che strano neh?

“se ti leggi la letteratura un po’ piu’ recente sulla crisi del ‘29 vedi quanto ci sia lo zampino delle politiche socialistoidi di FDR nel protrarsi della crisi per piu’ di un decennio.”

“non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale hanno mangiato tutto.”

Non è che Libertyfirst è un nipotino di FDR? Sai sti zii d’ammeriga, perchè dice le stesse cose che FDR fece.

libertyfirst 18 Luglio 2008 , 23:32

Il giudizio economico sulle politiche di Roosevelt è ovvio, la politica estera non c’entra nulla.

Se si impedisce al mercato di equilibrarsi, si avrà domanda o offerta in eccesso Roosevelt fece permanere disoccupazione al 25% per un decennio. Per fortuna poi ci fu la leva.

Idem per le tariffe. Idem per gli incentivi ai cartelli…

Calvin 19 Luglio 2008 , 01:39

“Guarda caso da quando abbiamo iniziato a pompare eroina finanziaria dentro l’economia. Che strano neh?”

Bah, il complottismo d’accatto non mi ha mai interessato, soprattutto non mi pare persino stupido ricordare che quelli che gli quelli che studiavano il ‘29 non erano quelli che mandavano avanti la baracca. Io cmq la darei un’occhiata a qualche sintesi degli studi sul ‘29 perché ti assicuro che dal mio umillimo punto di vista continuare in pieno XXI secolo con la storiella di Super-FDR che salva l’America grazie alle sue fantastiche politiche stataliste fa abbastanza ridere. A FDR gli volevano così bene che dopo aver visto bene cosa aveva prodotto inserirono subito nella Costituzione il limite di due mandati :_D

Libertyfirst 19 Luglio 2008 , 11:22

Nessuna difesa di FDR è teoricamente fondata.

Un’analisi realistica del New Deal l’ho trovata in questo vecchio post di Phastidio:

http://phastidio.net/2005/11/2.....l-passato/

Calvin 19 Luglio 2008 , 18:24

Io consiglio cmq the conomic of the great depressione, darei riferimenti piu’ preciso ma non ho idea di dove l’ho lasciato…

Lkv 20 Luglio 2008 , 08:17

Clavin> Io consiglio cmq the conomic of the great depression

Questo? http://eh.net/bookreviews/library/0157

Ag> Li mettiamo a pane e acqua?

Io propongo di liberalizzare il mercato degli organi umani, ti tieni la casa finche’ muori, i tuoi organi come garanzia, se paghi il debito organi e casa restano ai tuoi figli che ne faranno quello che vogliono, se non paghi il debito se li prende il creditore. Scherzo ovviamente (forse)

Calvin 20 Luglio 2008 , 15:10

No, ho semplicemente cannato il titolo Sono andato a controllare su amazon (vedi link)

Un anno di Sub-prime at Ideas Have... 20 Luglio 2008 , 17:53

[...] Giornalettismo.com è stato pubblicato il pezzo "Crisi, un anno dopo: erano solo Sub-prime?", dove riassumendo le dimensioni che finora ha avuto un fenomeno più volte a livello [...]

Flavio 20 Luglio 2008 , 19:46

Penso che le vostre discussioni, piuttosto qualificate e di persone ben attente alle regole del gioco, siano manchevoli di un ingrediente assai importante.

Qualcuno lo chiama “fattore LaRouche”, ma si tratta di capire che il sistema in bancarotta, perché da oltre trent’anni impostato (benché gradualmente) sul profitto a breve e/o sganciato dalla produzione fisica, non è sanabile con mezzi interni al sistema stesso.

Il sistema deve essere sostituito con qualcosa di rooseveltiano (occorre capire che cosa fece davvero Roosevelt, senza accontentarsi delle etichette “socialista”, ecc.), in grado di rilanciare il credito produttivo, portare al rapido raddoppio della produzione di cibo a livello mondiale, recuperare la dinamica delle operazioni internazionali come i progetti contro le epidemie, o quelli di sviluppo infrastrutturale, ecc.

La Nuova Bretton Woods proposta da LaRouche da oltre 15 anni, ora difesa da Tremonti et al., dovrà essere la sede di accordi governativi utili anche a sottrarre l’economia dalle istituzioni più o meno coperte, che operano come la Compagnia delle Indie Orientali.

Penso che il filmato 1932? sia molto suggestivo, a tale proposito: http://www.larouchepac.com/1932

Cordialmente,

Claudio 21 Luglio 2008 , 00:30

Non si può parlare di complottismo ogni volta che si intravede un “principio di causalità” nelle dinamiche storiche. Se è stupido credere che tutto sia studiato a tavolino, è altrettanto stupido credere che tutto sia casuale.

Agli inizi degli anni ‘70, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods (15 agosto 1971) si concluse il ciclo storico che prese avvio il 4 marzo del ‘33 col discorso inaugurale di FDR per il passaggio dalla forma di stato liberale alla forma di stato sociale (con l’intermezzo disastroso delle dittature). Se FDR è stato il presidente più amato dal popolo americano, è stato d’altra parte il presidente più odiato dall’oligarchia finanziaria. Con la sua morte si affrettarono a sbarazzarsi di tutti i suoi uomini e della sua tradizione. Truman in questo processo di distruzione della tradizione rooseveltiana - più propriamente definibile “Sistema americano di economia politica” - ebbe un ruolo nodale. Il suo governo infatti fu il più riempito di esponenti di Wall Street e del complesso militare. Tutti coloro che in qualche modo poterono rievocare la tradizione rooseveltiana furono eliminati: i Kennedy e MLK.

Dal ‘71 parte il nuovo ciclo reazionario volto a restaurare una forma di stato liberale piuttosto che sociale (ovviamente sto utilizzando tali termini nell’accezione tecnico-giuridica).

In questo nuovo ciclo, alla gamba “liberale” (liberista, libertarista) si affianca quella ecologista. Entrambe utili ad attuare il processo di “disintegrazione controllata dell’economia” (definizione che fu usata da Paul Volcker): il mercato deve essere libero, libero dunque di andare a creare anche fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione come richiede il “Sistema americano di economia politica” o la stessa Costituzione italiana (artt. 46 e 47); l’ecologismo è invece servito per far passare l’idea che il modello industriale produttivo è inquinante e distruttivo.

Ecco che sempre nei primi anni ‘70 il secondo principio della termodinamica (la legge dell’entropia), quasi fosse un nuovo dio che dà definitivamente ragione a Malthus, viene portato in economia dal Georgescu-Roegen. Il Club di Roma, sul fronte sociale invece, trova udienza per la bufala del raffreddamento globale verso cui saremmo andati. Milton Friedman diventa il nuovo guru dell’economia (nobel nel ‘76).

Tutto ciò servì per sotterrare la FDR legacy, e riscoprire invece la Adam Smith legacy, quella dell’impero britannico, quella della Compagnia delle Indie orientali, quella del colonialismo oggi chiamato globalizzazione.

Interpretare il crack odierno come la conseguenza della troppa poca libertà del mercato, è vero se si intende che il mercato è rimesso a sovrastanti fenomeni di tipo speculativo, ma è falso se si vuol dire che si deve allora andare verso una più esasperata deregulation. Nella deregulation il forte sguazza beato. Ed è proprio ciò che è avvenuto dal ‘71 in particolare, ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive.

Eliminare il credito non è la soluzione. A questo proposito, si è dimostrato oltre che grande umanista, anche ottimo economista, William Shakespeare con “Il mercante di Venezia”, quando dà il messaggio per cui il credito può essere fonte di salvezza per l’altro, ma può esser anche fonte di distruzione dell’altro. Il tutto dipende da come lo si usa. E’ per questo che già dal primo discorso del ‘33 FDR puntualizzò la centralità della questione creditizia e l’importanza del controllo di tale funzione. Ed altrettanto è per questo che l’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria.

Comunque, gli Stati Uniti sono un esperimento repubblicano di tipo dirigistico e non liberista. Il primo governo Washington, grazie ad Alexander Hamilton forgiò il “Sistema americano di economia politica” come centrato sul credito pubblico, sulle infrastrutture, sulla produzione e sulla iniziale protezione delle proprie produzioni. Poi, una volta assassinato Hamilton, la tradizione liberale anglo-olandese, grazie al finanziere Albert Gallatin (segretario al tesoro sotto Jefferson) riprese piede negli Stati Uniti. Ciò rindebolì l’economia americana. Toccò allora a Lincoln ridare spazio al “Sistema americano di economia politica” finchè non fu assassinato (nel frattempo però Taylor ed Harrison, anch’essi contrari al modello liberale anglo-olandese in quanto esponenti Whig, morirono in circostanze poco chiare). Franklin Roosevelt dopo i disastri del laissez faire di Coolidge e Hoover, ricostruì l’economia americana. Alla sua stessa tradizione si rifece JFK.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 09:20

Sì, e il PIL mondiale è più del 50% in mano pubblica, la percentuale è in crescita, e questo è colpa del liberismo, certo.

Claudio 23 Luglio 2008 , 11:21

Gentile Leonardo,

il dato a cui ti riferisci rafforza l’idea di fondo che suggerivo, ossia l’inevitabile meccanismo degenerativo a cui porta il liberismo.

Infatti a cospetto di un pil mondiale pari ad 1 (40.000 miliardi di dollari) si stimava nel 2001 che i valori finanziari fossero almeno pari a 10 (400.000 miliardi di dollari). A distanza di 8 anni, come confermato indirettamente dalla Banche per i regolamenti internazionali di Basilea, tale rapporto è ancor più cresciuto (1 a 25 se non ricordo male). Guardare all’economia senza guardare all’entità dell’economia finanziaria è come voler capire l’universo ittico senza soffermarsi sull’habitat marino.

Il complesso di quei valori finanziari è in mano per oltre il 90% ad enti privati (non a caso, a parte due o tre eccezioni, ogni Stato del pianeta è indebitato, e si capirà bene che se tutti, o quasi, gli Stati nazionali sono indebitati, i loro creditori debbono essere per forza dei privati e non la loro controparte estera, in quanto, ribadisco, anch’essa indebitata).

Saluti.

Prometeo 23 Luglio 2008 , 11:47

Concordo pienamente con l’analisi di Claudio.

l’equazioni dei modelli matematici per l’economia non tengono mai conto dell’entità finanziaria e si trattano le valute come scalari quando sono invece vettori differenziali il che rende il valore dei risultati meramente tecnico senza alcun significato sistematico o nessun apporto all’interpretazione strategica.

L’interpretare l’evoluzione dell’economia ignorando la struttura del potere, come esso agisce e si propaga significa rimanere intrappolati in scatole ideologiche vuote quasi quanto “destra” e “sinistra”.

La meccanica del potere non è mai cambiata. Ignorarla significa non capire.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:00

Sì per fare un esempio il mercato dei mutui negli USA è per metà in mano a FreddieMac e FannieMae, i colossi creati apposta dallo Stato USA e non dal liberismo per STABILIZZARE il mercato. Se questa è degenerazione della finanza, lo Stato per lo meno ha colpa al 50% allora.

Il boom della finanza non è possibile se non esiste un punto creare di credito illimitato, e questo sono state le Banche Centrali FED in primis, i cui esponenti sono di nomina governativa e che del loro operato rendono conto a enti politici statali. Quindi le responsabilità dello Stato sono più del 50%.

Poi si può dire, come fa Prometeo, che la politica è solo il paravento della gestione del potere da parte di alcuni banchieri, ma questo non è certo liberismo. Ignorare che il mondo tende alla crisi mentre aumenta il peso dell’intervento pubblico è parimenti un modo di ignorare gli effetti perversi di molta regolamentazione, e non è certo colpa del liberismo.

Claudio, quel che tu dici equivale a dire che il liberismo comporta la degenerazione di uno Stato che si espande e prende il controllo dell’economia, e non ha senso. E il debito USA per lo più è in mano dello Stato cinese. Oppure la Cina è un ente privato? E il debito pubblico che cos’è se non la dimostrazione che gli Stato spendono ben più di quel che hanno e quindi viziano e destabilizzano l’economia sia reale che finanziaria mondiale? Mi sa che a volte guardando il plancton scappa di vedere le balene.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:10

intendevo “l’economia è solo il paravento” ma Prometeo avrà capito.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:11

NO, avevo detto prima, abbiate pazienza.

Libertyfirst 24 Luglio 2008 , 10:50

“Se è stupido credere che tutto sia studiato a tavolino, è altrettanto stupido credere che tutto sia casuale”

Esiste una terza categoria di fenomeni storici, quelli frutto dell’azione umana ma non delle intenzioni umane. Freddie e Fannie dovevano prima o poi collassare, i subprime dovevano prima o poi crollare… non è nè un piano nè un’alea.

“Se FDR è stato il presidente più amato dal popolo americano, è stato d’altra parte il presidente più odiato dall’oligarchia finanziaria. ”

Se il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA è il più amato, ciò prova che i demagoghi hanno un vantaggio comparato sugli statisti in democrazia.

“Il suo governo infatti fu il più riempito di esponenti di Wall Street e del complesso militare.”

Vorrei prove di questo, ma ricordo che l’unico presidente che ha paventato il rischio dell’industrial military complex è stato il repubblicano Eisenhower. Che la WWII, a differenza della WWI, non vide quasi alcuna smobilitazione militare, certo, ma neanche una smobilitazione dello stato sociale, che ha continuato a crescere.

“Dal ‘71 parte il nuovo ciclo reazionario volto a restaurare una forma di stato liberale piuttosto che sociale”

QUesto è il contrario della realtà. Nel 1971 Nixon distrusse il sistema monetario per svincolarlo dall’oro, con il fine di continuare a finanziare uno stato sociale e militare costosissimo. E’ caratteristica dello stato social-militare posticipare il redde rationem per perpetuare politiche insostenibili, e l’eliminazione dei vincoli aurei ha consentito di perpetuare appunto tale inefficiente stato di cose. Ma con un problema: il dollaro stava collassando. C’è voluto volcker, e poi Reagan, per rimetterlo in sesto, ma SENZA ridurre la spesa pubblica, posticipando ancora una volta il redde rationem… e oggi stiamo sempre allo stesso punto: uno stato insostenibile, con troppe spese social-militari, che si affida ai risparmi cinesi per sopravvivere, minando alle basi la sua stessa egemonia.

“In questo nuovo ciclo, alla gamba “liberale” (liberista, libertarista) si affianca quella ecologista”

Qui stiamo all’associazione scriteriata di idee.

“fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione”

Questa si chiama “manipolazione della politica monetaria ad opera delle autorità monetarie (statali)”

“Milton Friedman diventa il nuovo guru dell’economia (nobel nel ‘76)”

Non mi piace Friedman e non mi piace Chicago. ma quando lo è mai stato? Nessuno ha mai applicato i consigli di Friedman in campo monetario, ad esempio. Il fatto che il monetarismo sia stato teoricamente egemone per magari un decennio era solo perchè l’unica alternativa nota era l’indifendibile keynesismo.

“colonialismo oggi chiamato globalizzazione”

Slogan.

“ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive”

Ma guarda che l’unico modo per ancorare il credito alle dinamiche economiche reali è abolire le politiche monetarie centralizzate e il sistema monetario a riserva infinitamente frazionale che le caratterizza. FDR è stato uno dei padri di questo sistema, non certo un nemico.

“Ed altrettanto è per questo che l’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria.”

Ed è questa la causa di tutti i problemi monetari e creditizi.

“il dato a cui ti riferisci rafforza l’idea di fondo che suggerivo, ossia l’inevitabile meccanismo degenerativo a cui porta il liberismo”

QUale liberismo? Quale, dove, come? NOn esiste e non è mai esistito! Non c’è mai stato, esiste solo nei libri no-global, alcun Neoliberismo… c’è stata una politica monetaria dirigista e socialista fatta per manipolare l’economia di mercato e garantire la sostenibilità dello stato social-militare…

“Il complesso di quei valori finanziari è in mano per oltre il 90% ad enti privati (non a caso, a parte due o tre eccezioni, ogni Stato del pianeta è indebitato, e si capirà bene che se tutti, o quasi, gli Stati nazionali sono indebitati, i loro creditori debbono essere per forza dei privati e non la loro controparte estera, in quanto, ribadisco, anch’essa indebitata).”

E chi altri può comprare il debito? E’ banalmente ovvio. Lo stato usa la polizia per guadagnare fondi con cui pagare il proprio debito, è notorio che è così, lo sanno tutti, non c’è nulla di strano.

Claudio 24 Luglio 2008 , 13:07

Rispondo a Libertyfirst.

“Esiste una terza categoria di fenomeni storici, quelli frutto dell’azione umana ma non delle intenzioni umane.”

Esatto, quando ho parlato di “principio di causalità”

mi riferivo proprio a ciò.

“Freddie e Fannie dovevano prima o poi collassare, i subprime dovevano prima o poi crollare… non è nè un piano nè un’alea.”

Non è un piano, ma è una degenerazione morale che accompagna l’attuale fallito sistema economico. Il problema - ed è qui che si crea il corto circuito tra un modo di vedere le cose ed un altro - è di ordine epistemologico.

Fannie fu creata nel 1938 da F.D. Roosevelt, mentre Freddie nacque nel 1970. Assieme, esse rappresentano oltre il 50% dell’intero mercato ipotecario americano, con un portafogli di oltre 5.200 miliardi di dollari. La loro gigantesca esposizione nel mercato delle cartolarizzazioni, con il risultante effetto leva del debito, non corrisponde alla funzione definita per Fannie Mae nel New Deal di Roosevelt. Invece, i due enti sono stati violentati dal capo della Federal Reserve, Alan Greenspan, che li ha usati per creare le enormi bolle immobiliari a partire dal 1990.

FDR è stato il presidente più amato - e lo è considerato tutt’oggi. Non è un caso che sia stato eletto per ben 4 volte. I risultati economici prodotti dal New Deal sono incontestabili. Da ‘33 al ‘41 il produzione nazionale raddoppiò. Circa il fatto che la disoccupazione si sia mantenuta sui livelli del 25% (come riportato sopra) sotto FDR è un dato che non corrisponde a realtà. FDR nel ‘33 si ritrovò un tasso di disoccupazine al 25%, e dopo sette anni - prima che cominciasse la guerra dunque - quel tasso era al 14%. Quando FDR morì la disoccupazione era al 2%.

Quindi affermare:

“Se il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA è il più amato, ciò prova che i demagoghi hanno un vantaggio comparato sugli statisti in democrazia.”

o è frutto di semplice ignoranza o è frutto della mistificazione.

Circa le prove al fatto che il Governo Truman fu riempito di esponenti del complesso militare - che poi come tu affermi Eisenhower denuncerà - e di esponenti di Wall Street è documentato con nomi dei segretari e direttori e relativo incarico o preincarico nel testo di Albert Kahn ‘Da Wilson a Truman. Trent’ anni di politica americana.’ (Editori Riuniti, Roma, 1953).

Che nel ‘71 si sia avuta una svolta reazionaria, è constatare la realtà consapevoli di cosa fossero gli Accordi di Bretton Woods. Se non si comprende cosa fosse Bretton Woods, ed il più ampio disegno strategico di FDR, non si può comprendere cosa sia avvenuto nel ‘71 e quali siano state le conseguenze per gli ultimi 37 anni di storia.

Nixon distrusse unilateralmente un accordo internazionale, tuttavia a ciò fu portato dalla svalutazione delle valute francesi ed inglesi della seconda metà degli anni ‘60, ed alla venuta meno possibilità di conversione del dollaro in oro. Ma il problema di fondo era la politica economica adottata dopo la morte di FDR, che non era più volta a promuovere le produzioni, ma i consumi (fu questo anche il grave errore di Eisenhower). Ciò portò ad una rottura di sistema, di cui approfittarono i fautori del liberismo.

Si rifletta infatti bene su cosa abbia voluto dire distruggere BW. In sostanza, le valute da metro di misura divengono merce; il rapporto tra questi valute-merce non è più decise da un preaccordo ma dal “libero mercato”; le valute non hanno più alcun riferimento reale con l’economia (l’oro), ma l’M3 diviene funzione del pil, ma il pil a sua volta è funzione dell’M3.

Ma il problema non è lo stato insostenibile. Tale genere di affermazione può essere fatta solo da chi ha una lettura aziendalistica delle dinamiche statali. Lo Stato sociale - e la nostra Costituzione con gli artt. 41 e 42 ce ne dà prova - nasce per superare le concezioni utilitaristiche dello stato e lanciare il nuovo grande progetto umanista della solidarietà tra gli uomini. Il primo discorso del 4 marzo ‘33 di FDR è il fondamento politico di questa nuova visione di una concezione delle dinamiche umane in termini di unica grande famiglia. Dall’homo homini lupus si passa all’homo homini fratres. E’ questa la tradizione odiata dai liberisti, da coloro che si rifanno alla depravata storiella del Mandeville (La favola delle api), alla morale calvinista di Smith, alla bestialità propugnata da Malthus.

Con Truman si rientra in un batter d’occhio nella tradizione dell’homo homini lupus, rendendo già superata la Costituzione italiana che aveva ancora da venire.

Circa l’associazione tra liberismo ed ecologismo, la matrice è la stessa: l’uomo è rimesso a dinamiche a cui può solo abbandonarsi (il mercato, la natura) alla stessa stregua di un animale.

Definire scriteriato ciò che, ad un primo momento, non si capisce, è un po’ presuntuoso, ma non voglio fare polemica.

Concordo quando affermi:

“fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione”

Questa si chiama “manipolazione della politica monetaria ad opera delle autorità monetarie (statali)”

Non posso concordare invece sulla sottovalutazione dell’influenza di Friedman e dei Chicago boys sulla politica economica mondiale. L’influenza di Shultz sul Cile? L’innalzamento dei tassi del ‘79-’80?

Non confondiamo poi Keynes con il sistema americano di economia politica sostenuto da FDR. Keynes era un sottomodello del secondo. Keynes propose il bancor, BW fu altra cosa. Il piano Keynes nel ‘44 soccombette sotto ogni fronte.

Colonialismo oggi chiamato globalizzazione, dici sia uno slogan?!

Per oltre il 90% la globalizzazione è transazioni finanziarie - solo per il restante passaggio reale di merci e servizi -. Di queste transazioni l’80% è gestito dalle britanniche Isole Cayman e condizionano l’economia reale di tutto il globo, e questo è uno slogan!?

“ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive”

In merito al credito, non esistono tecniche, ma la volontà degli uomini. Questa volontà può essere correttamente direzionata solo attraverso l’azione statale funzionale al bene comune (per intendersi l’esperienza rooseveltiana o quella italiana della ricostruzione, del Piano case, della riforma agraria e di quella fiscale, dell’infrastrutturazione che il “libero” mercato non avrebbe mai potuto fare).

Quando affermi che la causa del problemi creditizi stia nell’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana che rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria, contraddici la lettura negativa che dai dell’attuale sistema, dove invece l’emissione monetaria è rimessa alle banche e non all’autorità pubblica.

Dire che il liberismo non esista nella sua assolutezza è un truismo. E’ ovvio che sia così. Leggendo così le cose, non è esistito neanche il comunismo.

Infine, il debito non deve essere comprato dallo Stato nei confronti del sistema bancario privato. Il credito dovrebbe essere una delle funzioni sovrane nazionali. E’ questo il primo tassello della rivoluzione americana; è questo il vero nemico del sistema liberale anglo-olandese.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 24 Luglio 2008 , 13:47

Io, Claudio, non ho capito da che parte stai.

Come fai ad avercela con Friedman per aver capitanato un aumento dei tassi di interesse, e poi prendertela con la Fed per la degenrazione morale che ha indotto fatta di spinta la consumismo e all’indebitamento attraverso il ribasso dei tassi?

Allo stesso modo come fai a dire che BW è caduto per colpa di francesi e inglesi? Il sistema faceva perno sul dollaro (e il dollaro sull’oro) perché tutti gli altri “importassero” la politica monetaria di un paese “forte”, evitando di scadere in spirali inflazionistiche. L’abbandonare il dollaro rappresentava l’incapacità del paese di stare a galla (come le svalutazioni competitive dell’Italia nello SME) ed erano tutto tranne che molle di fallimento del sistema (che nello SME era “ancoraggio del marco alla reputazione del marco”).

Se BW è caduto, lo ha fatto proprio alla faccia di qualsiasi ragionevolezza di disciplina monetaria: l’ancoraggio all’oro IMPONE una crescita dell’offerta di moneta attorno al 4% annuo, il che è un vincolo esagerato per politiche keynesiane (mentre è coerente con le politiche monetariste), ed è per questo che è stato abbandonato BW: per consentire alla Fed di stampare liberamente quanta moneta voleva abbassando i tassi a piacimento.

E poi basta parlare della Fed come fosse una società privata, le Banche Centrali sono organi statali! Se la Fed si muovo è perché sa di avere un certo consenso politico. La Fed, come ogni BC, è sostenuta dai trasferimenti del Tesoro, è un agente dello Stato. Via…

Il fatto che le transazioni finanziarie siano enormi rispetto al transito di merci è un problema per un certo verso, è un problema perché non dipende dall’aumento autonomo della velocità di circolazione, bensì dalla creazione di moneta. Credo che tu parli di colonialismo confondendolo con schiavismo; forse c’è colonialismo (inteso come espansione), ma è finanziato dalle politiche monetarie, ma non c’è tutto questo schiavismo che si dice. La Cina ora deve localizzare perché i lavoratori vogliono e hanno ottenuto aumenti salariali; è schiavismo? Io lo chiamerei un avvio di progresso sociale.

Se l’esplosione della finanza è viatico di degenerazione e colonialismo, prenditela con i tuoi amati pianificatori centrali che continuano a raccontarti di star muovendosi umanitariamente per il “bene comune”, visto che ci credi.

Claudio 24 Luglio 2008 , 14:45

Gentile Leonardo,

non si comprende da che parte sto, perchè in realtà le parti non sono due, ma almeno tre. C’è quella parte, quella di FDR appunto, che chi leggeva le cose in termini di aut aut, in termini di libero mercato o in termini di socialismo, tende a vedere come fatta di approssimazione, improvvisazione, incompetenza.

La lettura mentale deve porsi su un sovralivello rispetto a quello dei tecnicismi economici. Questo sovralivello è quello del: l’economia è scienza del profitto o relazione tra l’uomo e la biosfera che deve portare al soddisfacimento dei bisogni dell’umanità (e non di chi può permetterselo!)?

Circa i tassi di interesse. Si pensi alla situazione attuale che affligge il mondo occidentale (e conseguentemente l’intero pianeta). Si alzano i tassi con il rischio di bloccare le spinte produttivistiche, o si abbassano i tassi con il rischio di aggravare la fase iperinflattiva che viviamo? Nè l’una nè l’altra cosa per dirla con Gorgia, o l’una e l’altra cosa per dirla con Protagora. Dobbiamo fare entrambe le cosa dunque. Ma come? Dobbiamo ricorrere, come proposto da LaRouche, ad un sistema a doppio sportello dove il credito per la produzione deve essere a basso tasso d’interesse, quello invece per consumi deve avere un tasso più alto. Quello per mera speculazione andrebbe dichiarato illegale punto e basta, ma allo stato attuale ciò pare difficile, dunque basterebbe disincentivarlo con tassi d’interesse sul credito ancora più alti.

Ma tutto ciò va contro il libero mercato, si dirà! Esatto! Non può essere il libero mercato a decidere, perchè esso troverà utile utiilizzare quel credito (che ha rilievo di portata generale) per farlo rendere il più possibile (con destinazione speculativa dunque) e non perchè esso abbia una “funzione sociale” (funzione citata dalla nostra Costituzione per più fronti dell’azione economica).

Circa la caduta di BW, attento, non ho detto che è stata colpa di francese ed inglesi, ma che essi furono parte del problema, in conseguenza al problema di fondo delle politiche antirooseveltiane avviate da Truman. Ti riporto il frammento:

“Nixon distrusse unilateralmente un accordo internazionale, tuttavia a ciò fu portato dalla svalutazione delle valute francesi ed inglesi della seconda metà degli anni ‘60, ed alla venuta meno possibilità di conversione del dollaro in oro. Ma il problema di fondo era la politica economica adottata dopo la morte di FDR, che non era più volta a promuovere le produzioni, ma i consumi (fu questo anche il grave errore di Eisenhower). Ciò portò ad una rottura di sistema, di cui approfittarono i fautori del liberismo.”

Il sistema faceva perno sul dollaro e prevedeva un “codice d’onore” (i testi di diritto dell’economia ne parlano proprio in questi termini) che però fu violato nel momento in cui si abbandonaro gli approcci produttivistici ed il credito divenne mezzo di “assistenzialismo al consumo”.

Già tu dai la corretta risposta quando dici:

“Il sistema faceva perno sul dollaro (e il dollaro sull’oro) perché tutti gli altri “importassero” la politica monetaria di un paese “forte”, evitando di scadere in spirali inflazionistiche. L’abbandonare il dollaro rappresentava l’incapacità del paese di stare a galla”.

La cosa a cui guardare è l’economia fisica, intesa come produzione qualitativamente e quantitativamente sempre più efficiente, e l’elemtno fiduciario che intorno ad essa si crea. L’emissione creditizia ad un certo punto divenne strumento per esternalizzare i costi delle guerre di Corea ed Indocina piuttosto che mezzo di produzione. Da qui le critiche di De Gaulle o di Rueff.

Anche percentuali tipo il 4% o quant’altro, sono dati statistici. L’offerta creditizia può essere ben più ampia se il progetto finanziato avrà ricadute produttive importanti. Per intendersi, se il finanziamento dei progetti della Tennessee Valley Authority si ripagò nel tempo di almeno 6 volte, il finanziamento del “progetto Apollo” si ripagò di almeno 13 volte. Ecco perchè dobbiamo guardare all’economia fisica, ed implicitamente ad esso alla rivoluzione tecnologico-scientifica che l’elemento creativo umano è in grado di apportare.

Purtroppo della Fed, invece, dobbiamo parlare di società privata. Se la vogliamo guardare in modo formale, hai ragione tu, ma in termini reali, così come la Bce o la Banca d’Italia oggi, le politiche di queste sono decise dal sistema bancario privato che delle prime posseggono quote azionarie. E’ l’indipendenza dell’istituzione monetaria (che per esempio la nostra Costituzione o quella americana non contemplano) che ha rappresentato il trucco per consentire al sistema bancario di decidere le sorti di intere economie nazionali.

Circa il colonialismo-schiavismo-globalizzazione, il punto è che le produzioni sono utili come riflesso del rifinanziamento della bolla speculativa che sovrasta l’intero sistema. Alcuni livelli di produzione devono essere consentiti perchè altrimenti crollerebbe l’intera fiducia nel sistema, ma la stella polare non è la produzione, ma ciò che su quella può essere creato in termini di valori speculativi.

Con l’attuale livello di M3 (che non a caso dal 2006 la Fed non comunica più) si potrebbe finanziare lo sviluppo di tutta la galassia, ed invece si finanzia quel poco che basta per non dimostrare chiaramente che il sistema è di matrice usuraia.

Dunque, il fatto che la Cina aumenti i tenori di vita della propria popolazione è l’onere che il sistema deve pagare per evitare scossoni interni, e non l’effetto positivo di un sistema tendente al meglio. Infatti, non si spiegherebbe altrimenti perchè i tenori di vita della popolazione mondiale (Cinindia a parte) dagli anni ‘70 siano andati scemando incredibilmente.

AG 24 Luglio 2008 , 14:47

Secondo me state dicendo molte cose simili e vi impuntate sulla terminologia.

Sentir parlare di socialismo per lo stato social-militare è, sotto un profilo storico, una cosa ridicola. Lo stato social-militare lo inventò Bismarck non certo Proudhon. Infatti fu proseguito con simili mezzi sia dal fascismo che dal nazismo (soprattutto quest’ultimo).

Chiamiamo le cose col loro nome.

In quanto al resto se uscite un attimo dai grafici, dagli M3 e dal PIL basta leggersi un po’ di libri di storia. Esemplare quella dell’Impero Bizantino. Nei momenti fulgidi il “solidus” era la moneta di riferimento di tutto il Mediterraneo. Poi nei momenti di crisi, quando non c’era abbastanza oro per pagare i soldati, si diminuiva il peso o si peggiorava la lega. I soldati si smarronavano, si pigliavan le botte e si perdevano non solo territori ma sopattutto posizioni commerciali (vie della seta e delle spezie, ecc). Questo comportava ulteriore crisi, ulteriore perdita di valore della moneta e via andare.

L’ancoraggio della moneta all’oro è sempre stato variabile infatti e la sua stabilità è sempre stata sintomo di potere economico-militare, fate l’elenco delle monete di riferimento nel corso della storia e vedrete che è così.

Nel passato l’unica variabile slegata dall’economia era la scoperta di nuovi giacimenti di oro e/o argento. E’ così che son sorte varie dinastie (fra cui gli Asburgo) che potevano arruolare eserciti senza far leva sull’economia o sul credito.

Stessa cosa che sta facendo Putin adesso fra l’altro.

L’unica novità del XX secolo è stata in effetti la mercificazione della moneta, svincolata dall’oro e legata al PIL (che era un po’ l’idea del Bancor di Keynes), ma non al PIL attuale come diceva Keynes, ma alle aspettative di PIL. E’ quindi un sistema altamente instabile perchè le aspettative possono variare anche bruscamente ma questo colpisce molto meno le classi sociali che possono spostare i loro guadagni e capitali con facilità. Le classe medio/basse che son legate alla moneta nazionale sono quelle che pagano le oscillazioni negative.

Se questo sistema è socialista io sono Madre Teresa di Calcutta.

Leonardo Daverio Patrizi 27 Luglio 2008 , 19:21

Claudio, guarda che le banche già differenziano tra credito alle imprese e credito al consumo, e te lo dico da insider se non ti fidi. Il credito al consumo sconta tassi molto alti, il credito alle imprese permette tassi minori in relazione alle modalità di finanziamento (anche molto sotto la metà del credito al consumo).

Sulla speculazione sorvolo, perché è un falso problema.

Sul resto discordo, ma mi ripeterei.

@AG: cara Teresa ( ) di fatto si crea una socializzazione dei costi, e quel che si vuol alla base è pilotare l’economia per il benessere di tutti (non riuscendoci, ma è altro problema); che poi si faccia riferimento a dati prospettici invece che storici è ancora secondo me altro problema. Io lo chiamo socialismo, ma tu prendine tranquillamente le distanze, almeno dimostri di sapere che mostro è diventato alla faccia degli ideali.

Claudio 29 Luglio 2008 , 00:52

Leonardo, come si fa a considerare la speculazione un falso problema? La speculazione è il problema, l’unico vero problema. La speculazione è il fulcro dell’attuale sistema finanziario. Parlare di economia tralasciando il fattore della speculazione è in sostanza un non parlare di economia. Un articolo della scorsa settimana di WSI-Il Sole 24 Ore, aveva come titolo “IL VERO COSTO DEL GREGGIO? 80 DOLLARI AL BARILE (SENZA SPECULAZIONE)”. Esso faceva rilevare come oltre il 70% dell’aumento del prezzo del petrolio sia derivato da fattori puramente speculativi, nel solo ultimo anno. Ma credere che il problema speculazione riguardi il solo petrolio, è fumo negli occhi.

Tanto per rendere l’idea: pil mondiale (2001) 40.000 miliardi di dollari; ammontare delle operazioni su cambi e derivati 2milioni di miliardi di dollari (2004).

Oggi questi valori sono ovviamente aumentati di poco per quanto concerne il pil, di moltissimo per quanto concerne gli aggregati finanziari. E questi sono solo i valori ufficiali e contabilizzati. Ma lasciamo perdere questo “dettaglio”.

Ma limitiamoci ai soli derivati, tralasciando le transazioni su cambi. Al 2004 l’ammontare dei derivati era di 1,2 milioni di miliardi di dollari. Tu mi insegni che questi contratti nascono per assicurare attività dell’economia reale da esiti negativi. Però mi insegni anche che questi contratti sono utilizzati per fini tutt’altro che assicurativi. Infatti, ammettendo che tutto il pil globale sia assicurato, l’importo assicurato è 30 volte maggiore il valore delle attività reali da assicurare. E’ come se la tua auto da 20.000 euro tu la assicurassi per 600.000 euro! Che senso avrebbe?

Quegli aggregati finanziari distraggono gli aggregati monetari dal finanziamento delle attività reali per foraggiare invece una bolla speculativa che, pena la sua esplosione, deve essere costantemente rifinanziata.

Questa è l’economia odierna, ossia un’economia virtuale, di carta, che però genera precise e nefaste conseguenze per l’economia reale. Non vedere questo porta a vedere le pagliuzze negli occhi dei deboli, ma non le travi negli occhi dei forti. Non vedere questo, però, fa fare carriera, come politici, come giornalisti, come accademici.

Quando poi obietti che le banche differenziano i tassi tra credito al consumo e credito alle imprese, si ribadisce che non si comprende il problema di fondo. Le banche differenziano per le attività reali, anche se poi in realtà il credito che vado a prendere per finanziare un’operazione di speculazione immobiliare mi viene finanziato allo stesso modo dell’operazione con cui finanzio l’apertura di un’azienda che crea posti di lavoro e fa produzione. Il tasso però che viene praticato alle banche dagli istituti centrali è sempre quello. Loro prendono il credito e possono gestirlo over the counter come meglio credono, ossia in attività puramente speculative. La speculazione grossa non è quella fatta dal cittadino comune, ma quella fatta dai centri finanziari.

Ribadisco il concetto: parlare di economia senza parlare della speculazione dominante, è come parlare dell’universo ittico senza considerare l’habitat marino.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 09:12

Guarda Claudio, io ci lavoro con i derivati.

Con i derivati ti assicuri un certo risultato, che poi a posteriori tu abbia fatto la scelta finanziariamente migliore non ti interessa più, hai raggiunto il tuo scopo prefisso.

Se usi un derivato per fare una scommessa non destabilizzi il sistema, metti solo in piedi un trasferimento potenziale di soldi: se vinci la scommessa ti pagano, se la perdi paghi tu. Le dimensioni complessive non contano, perché si compensano.

Se poi con i derivati intendi cartolarizzazioni e strutturati simili, il problema può essere diverso, ma in essenza ricorre il fatto che sono gli enti Statali che impongono le cartolarizzazioni per esigenze contabili con normative lacunose o palesemente distorte (le cartolarizzazioni sono nate per salvare l’odierna banca intesa, non per il libero mercato), e le banche centrali stimolano le cartolarizzazioni perché sono il veicolo con cui ripulire i bilanci delle banche, finanziarle, e socializzare il costo di imprenditori bancari incapaci. Anche questo non è libero mercato (dove l’incapace deve rimanere con il culo per terra), è politica.

La speculazione è un falso problema perché se crea una bolla fondamentalmente ingiustificata saranno gli speculatori a rimetterci i soldi; il fatto che la speculazione prosperi è uno dei sintomi del lassismo monetario, che passa dalle Banche Centrali perché la politica vuole “credito abbondante per tutti” e a “prezzo politico” cioè a tassi decisi centralmente e non dal mercato.

Il fatto che le banche (soprattutto italiane però, quindi come discorso generale è scarso) diano soldi solo sulla base di garanzie, è una stortura dovuta al fatto che il sistema italiano non ha mai e nemmeno ora avuto a che fare con veri concorrenti, e si continua a ragionare di “campioni nazionali”.

Il finanziamento della casa (a fine speculativo) a costo “ridotto” comunque cosa ha di sbagliato? Fai una scommessa con i miei soldi, e se sbagli io mi assicuro con la casa. Grazie a questo consenti la creazione di più case, e se c’è una cosa che non manca in Italia sono proprio le case di proprietà (in compenso la Germania ha più case popolari dell’Italia, e questo dice molto su che politici abbiamo). Se pensi che la speculazione tiri troppo su i costi delle case, ritorno al discorso del falso problema della speculazione, e rimando le responsabilità all’eccesso di credito deciso statalmente, che tu non vuoi vedere (ma che vede AG, ancorché socialista nel cuore, almeno lui).

Vivi nel tuo socialismo, visto che non ti sono bastati i danni che ha già fatto, e continua a proporre uno Stato che risolve problemi da eccesso di credito che lo Stato crea aumentando il credito. E continua a ignorare che ci sono le balene.

Claudio 29 Luglio 2008 , 17:25

Caro Leonardo,

ciò di cui stai parlando non è altro che la fantomatica storiella del “gioco a somma zero”.

Con questa frase:

“La speculazione è un falso problema perché se crea una bolla fondamentalmente ingiustificata saranno gli speculatori a rimetterci i soldi”

dimostri la lacuna del tuo sistema di pensiero economico.

Infatti, il sistema economico è esposto - pensa ad una semplice azienda, ma anche ad un’amministrazione comunale - su questi strumenti. Se la scommessa viene persa, i danni nell’economia reale si hanno eccome! L’impresa dovrà licenziare, l’amministrazione non potrà finire l’opera pubblica o finanziare l’asilo.

Vedere gli speculatori come dei cinici e mitici Gordon Gekko, impermeabili a ciò che riguarda il mondo reale, equivale alla valutazione che da di sè il tossico-dipendente che pensa di fare solo danno a sè stesso. Però, in merito a ciò di cui parliamo, il danno va moltiplicato per 30 volte il pil mondiale (almeno)!

Ma il problema di fondo è la crisi di fiducia che genera un sistema speculativo - che diviene tale perchè il “libero” mercato fatto di uomini, e non da dei Gandhi o da dei Gesù, perviene inevitabilmente a tale esito quando non controllato, regolato, diretto dalle comunità - e che porta al crollo dei commerci e dell’economia reale, proprio come avvenne nel ‘29.

Altro che socialismo - ha avuto la stessa funzione del liberismo di cui non vuoi sentir parlare perchè lo si concepisce solo come formula di Smith, Ricardo, Hayek, Mises, o Friedman - ossia tenere su livelli di bassa specializzazione tecnica e morale la stragrande maggioranza delle popolazioni, FDR, De Gasperi, Mattei, sono ciò che ho in mente.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 17:59

Forse non mi sono spiegato.

Preciso: a parità di offerta di moneta la speculazione non ha futuro in sé, perché la concentrazione di moneta lascerebbe scoperti altri mercati il cui sviluppo è la ragione reale della “scommessa”.

Per moltiplicarsi e alterare il sistema la speculazione ha bisogno di una continua fornitura di credito che possa giustificarla, perché così continui a creare moneta che crea ulteriori acquisti e “giustifica” la speculazione. Tra l’altro in momenti di incertezza gli acquisti tendono a concentrarsi, e creare credito alla dog’s cock è il carburante degli acquisti stessi.

Solo che avendolo scritto due paragrafi sotto ti è sfuggito.

Andrebbe anche detto che il problema della speculazione si trasmette al resto del sistema perché condivide la piattaforma di scambi con chi usa il bene o il derivato a fini reali. Non è la scommessa che viene persa che sta creando problemi (e qui dimostri che oltre a leggere quel che ti pare, ti manca qualcosa) bensì che le scommesse vengono “verificate” proprio dalla crescita di offerta di moneta centralmente gestita che crea domanda sullo strumento in esame; tra l’altro ora si ha pure che per salvare i poveri indebitati (privati e aziende di cui per lo più banche, con la scusa che così si salvano i privati indebitati, che è quello che dice il movimento LaRouche) si mettono in giro altri soldi, e chi ha sbagliato scommessa non rimette praticamente nulla, solo che si tratta di nuova liquidità aggiuntiva a parità di produzione, e da qualche parte andrà… ma a te sta certo bene viste le posizioni che sostieni (dimenticando la balena MONETA).

Però non si può ogni volta ripetere i passaggini logici e mettere i link sul testo perché qualcuno legge solo quel che gli fa comodo per far polemica!

ASINIO POLLIONE 29 Luglio 2008 , 18:15

ho scoperto l’ arcano

visto che c’ è inflazione di moneta nel settore finanziario e scarsità di questa nel settore beni reali……basterebbe spostare la moneta dalla finanza al settore reale …ciò darebbe quel colpo di frusta che industrie e commerci attendono ormai con poche speranze ….eventuali aumenti di interesse sarebbero più che compensati da una inflazone dei prezzi dei beni industriali e facilmente sopportata dalle aziende

trattasi quindi di decisioni politiche da prendere in termini di sgravi a famiglie ed imprese e tasse di tutte le specie su banche, società finanziarie, assicurazioni e depositi elevati non destinati al consumo o all’ invertimento immobiliare, ma all’ investimento finanziario (escluderei solo i titoli emessi direttamente da imprese industriali e commerciali

risolti i problemi,,,

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 18:42

Pollione, basterebbe smettere di stampare moneta e lasciar fallire chi se lo merita.

ASINIO POLLIONE 29 Luglio 2008 , 19:00

le banche

gregorj 29 Luglio 2008 , 21:28

eh, quello intende Leo

Leonardo Daverio Patrizi 30 Luglio 2008 , 08:06

Sì anche se va contro il mio interesse, come tu ben sai

Claudio 30 Luglio 2008 , 18:40

Caro Leonardo,

Pollione ha ragione quando dice che si tratta di decisione politica. Si tratta della scelta tra il salvare il sistema speculativo ed il salvare l’economia reale.

Ma tutto ciò sarebbe contro il libero mercato, poichè prevede una decisione di tipo politico sovraordinata alla magica mano invisibile del mercato.

La tua tesi Leonardo, per cui basterebbe smettere di stampare moneta è una tesi che non tiene conto delle dinamiche reali dell’economia. La crisi di credito che ne deriverebbe, caro Leonardo, non porterebbe al fallimento dei soli operatori finanziari, ma all’arresto dei commerci, delle produzioni, del welfare.

Ma forse il rancore provocato da approcci del tipo “vi sta bene così imparate!” conta più della vita della gente.

Se il “vi sta bene così imparate!” che deriverebbe da uno stop rivolto al creditore di ultima istanza (ma tutta la fase precedente che non aveva bisogno del creditore di ultima istanza, ma soltano di creare nuovi valori finanziari su settori produttivi, tipo cartolarizzazioni, dove le mettiamo?) va a colpire gli speculatori - e tutti siamo felici e contenti - ribadisco però che va a colpire pure l’economia reale e la vita della gente.

E’ per questo per esempio che l’iniziativa di LaRouche dell’Home owners and bank protection act, non si limitava a soluzioni sintetiche tipo lo stop all’emissione monetaria - non è un gioco di ruolo sai? Si tratta della vita della gente se uno ci pensa bene - quanto piuttosto a distinguere tra quelle attività bancarie puramente speculative utili soltanto a tenere in piedi la bolla, e quelle invece utili a produzioni, commerci, pensioni, sanità, ecc. (economia reale in una parola).

Dunque, ti sei spiegato eccome!, ma ciò che spieghi non è frutto di un’elaborazione politica, di arte di governo in funzione del bene comune, ma è cinica teoria considerabile al pari di una partita di Magic o di un videogame. Si potrebbe dire che sviluppi contabilità monetarista e non un pensiero economico il cui fine non è far tornare la dottrina che si è deciso di sposare, ma l’essere funzionale al miglioramento fisico e morale della vita della gente.

Dunque è piuttosto inutile ripetere elucubrazioni frutto di un sintetico cinismo. Te lo ripeto, si parla della vita della gente quando si parla di economia e non di sistemi teorici tutti fallaci per natura.

Il sistema rooseveltiano era un non-sistema; il Sistema americano di economia politica era ed è un non-sistema; è per questo che apparivano improvvisati. Colui che analizza con i vincoli mentali dati dall’ideologia sposata - liberismo come socialismo - scambia per approssimazione ciò che invece è adattamento alle reali esigenze funzionali a ciò che chiamiamo “bene comune”.

Dunque, non posso comprendere il tuo puzzle statico e lineare, perchè la realtà è dinamica e circolare.

Usando le tue parole:”Però non si può ogni volta ripetere i passaggini logici e mettere i link sul testo perché qualcuno legge solo quel che gli fa comodo per far polemica!”

Quando finiscono gli argomenti si dà all’altro del socialista oppure lo si accusa di voler far polemica. Brunetta fece uguale una volta (lui però utilizzò il temine “comuista!”).

L’economia non è l’ideologia del “libero” mercato o del profitto o dell’egualitarismo come unico fine, quanto piuttosto l’arte di far beneficiare tutta la famiglia umana dell’aumentata capacità relazionale dell’uomo con la biosfera.

Saluti.

Claudio

Leonardo Daverio Patrizi 31 Luglio 2008 , 09:09

Tu confondi fatti con valori, quindi non serve più discutere.

Dico solo che la soluzione per i mutui di LaRouche è solo un ottimo modo di far pagare a chi ha avuto cura del proprio bilancio familiare le sciocchezze che hanno fatto altri mutuatari nonché le banche, e questo perché in orgine c’era una volontà politica (e non economica) di dare credito a chiunque a prezzi politici. Appunto, un giudizio di valore, per cui chi ha fatto il passo più lungo della gamba vale più di chi è stato oculato. La soluzione di LaRouche inoltre crea ampi margini di discrezionalità statale su quali banche debbano permanere (altro giudizio politico), e il sistema dei “canoni di affitto per garantire ulteriori crediti” che è da LaRouche previsto è semplicemente lo stesso schema delle cartolarizzazioni e dell’inondazione di credito che già le Banche Centrali hanno realizzato.

Se questa è la capacità relazionale dell’uomo con la biosfera, è un miracolo che non siamo conciati come Marte.

‘night

Leonardo Daverio Patrizi 31 Luglio 2008 , 09:11

http://ideashaveconsequences.o.....sempre/leo

Claudio 31 Luglio 2008 , 16:21

Caro Leonardo,

in effetti la visione che un uomo deve proporre aggancia sempre fatti con valori. Altrimenti viene chiamato “bestia” o “animale”.

E’ frutto di grande inconsapevolezza il credere di parlare di fatti senza che questi poggano su basi valoriali.

Si pensi alla legge della domanda e dell’offerta. Non ha questa una base valoriale? Certo che la ha. In ultima analisi, è il profitto, l’utilità, la sua base valoriale. Non basta infatti una semplice domanda di beni, perchè corrispondentemente vi sia un’offerta. Si pensi alla domanda di cibo o di medicinali che si ha in molte zone della terra. Nessuno si impegna per soddisfare quella domanda (non c’è dunque offerta), per il semplice motivo che quella domanda manca di redditi considerati sufficienti a soddisfare l’appetito profittuale dell’offerente.

Ora, che legittimità può essere riconosciuta a quella che è considerata dai liberisti la legge fondamentale delle dinamiche economiche, ossia la legge della domanda e dell’offerta, se essa è incapace di soddisfare i bisogni essenziali di gran parte dell’umanità? Nessuna ovviamente! A meno che però, non si introduca delle sovrastrutture di tipo morale (o meglio amorale), alla Mandeville (La favola delle api), alla Smith (Teoria dei sentimenti morali), o alla Malthus (Saggio sul principio della popolazione). La “grandiosità” di questi pensatori infatti è stata quella di avere introdotto nelle loro elaborazioni teoriche, delle scappatoie capaci di mettere radici in animi deboli (molti, nel nostro tempo, ovviamente) e capici di inserire una valvola di sfogo a teorie economiche che altrimenti crollavano su sè stesse.

Se ci si riflette la stessa cosa si è notata in questa discussione di oltre 50 interventi.

Per esempio:

1 - un liberista interviene mettendo alla berlina Franklin Roosevet, definendolo come “il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA”, per poi dover constatare di aver fatto della pura disinformazione.

2 - tu Leonardo intervieni dicendo che la speculazine è un finto problema, per poi però dover prendere atto, con tanto di cifre riportateti, che la speculazione può essere negata solo facendo ricorso ai sofismi concessi dalle definizioni formali (tipo la natura assicurativa, a garanzia, dei derivati), ma non concessi dalla realtà delle dinamiche economiche.

Ecco che però tu, probabilmente buon lettore delle opere dei su citati autori empiristi, hai adottato, restando però sul livello immediatamente inferiore, la loro tecnica: sei sceso sul livello valoriale suggerendo una ricostruzione dicotomica tra fatti e valori.

Questa obiezione però, i nostri empiristi, compresero che non aveva senso, e dunque la superarono, nell’intento di renderla funzionale agli imperi che rappresentevano e di cui erano funzionari ed azionisti (Malthus e Smith con tanto di cariche nella Compagnia britannica delle Indie orientali). Essi superarono questa obiezione, dicendo in sostanza che non spetta all’uomo ma a Dio solo prendersi cura dei più deboli - i tanto bravi calvinisti che Martin Luther King metteva all’indice! La morale centra con l’economia, ma il profitto può essere l’unica legge “morale” che può guidare gli uomini; la compassione che venga lasciata a Dio! Questo era il loro depravato messaggio.

Circa quel tuo articolo sulla Homeowners and banck protection act di LaRouche, avevo letto le tue considerazioni. Mi ero ripromesso di intervenire, ma il susseguirsi di lacune che vi avevo intravisto mi aveva fatto rimandare quello che promette d’essere una grossa fatica.

Saluti.

Claudio

4 luglio 2008

La globalizzazione liberista? Qualche giorno con le gambe guarite, tutta la vita con le braccia mozzate!

Claudio Giudici

Potremmo limitarci a disperate proteste contro il caro benzina come fatto dai pescatori, dai camionisti e dagli agricoltori di Parigi, dai tassisti di Madrid, dai motociclisti di Manchester, dagli allevatori in Germania, Olanda e Svizzera, dai pescatori ad Ancona e Bruxelles, dagli allevatori a Cremona. Da noi per fortuna non è ancora giunto il tempo di scendere in rivolta per le strade per il caro cibo come avvenuto già in oltre 40 nazioni. I media oscurano tali fatti ma il fallimento della globalizzazione liberista è sempre più sotto i nostri occhi.
Invece, è preferibile riflettere sulla natura della tragedia dovuta al globalizzarsi della truffa del liberismo, nonchè sulle soluzioni da attivare per ridare un futuro all’umanità.

L’ideologia liberista attraverso il metodo delle liberalizzazioni tratta l’economia allo stesso modo del medico che nell’immediato guarisce le gambe malconce (il disavanzo finanziario) del paziente, ma per farlo necessita di tagliargli gli arti superiori (i settori produttivi dell’economia reale, attraverso i tagli indiscriminati di bilancio, dalle infrastrutture, alla ricerca, alla sanità, all’istruzione, alla previdenza, impoverendo così l’intero settore produttivo). Così il paziente in un primo momento pare avere le gambe pronte all’uso, ma non ha più le braccia. Adesso come si nutrirà?

Si pensi ai continui tagli di bilancio in Italia, Francia e Germania (le locomotive dell’euro): di anno in anno qualcuno si è illuso, attraverso l’abbassamento della spesa pubblica, di essere sulla retta via per lo sviluppo economico e dunque per il risanamento finanziario, invece non è stato raggiunto né l’uno né l’altro obiettivo; l’indebitamento complessivo (in rapporto al pil) dei tre paesi è passato dal 1992 al 2008 dal 98% al 104%[1] per l’Italia, dal 40,31% al 67,54%[2] per la Germania e dal 35,28% al 64,19% per la Francia.

Di anno in anno l’illusione è stata che tenendo sotto il 3% il rapporto deficit/pil, le cose sarebbero migliorate. Invece l’indebitamento complessivo è andato sempre più peggiorando.

E con la ratifica del Trattato di Lisbona verremo ad avere la radicalizzazione ulteriore di questo distruttivo processo.

La politica dei tagli ha comportato per l’Italia il risultato di ridurre di circa il 70% la crescita della produzione industriale (passata da una media del +1,5% del 1991 a quella attuale del +0,5%); nel 2007 è stato registrato il record di mortalità imprenditoriale dal 2000, record tanto più negativo se non vi fosse stato l’apporto degli unici che ancora riescono a fare imprenditoria in Italia: cinesi, tunisini ed albanesi. Se è da vedere positivamente il fatto che questi cittadini extracomunitari si integrano nella nostra comunità attraverso l’iniziativa economica, è invece preoccupante il fatto che soltanto le loro condizioni lavorative ed i loro più bassi tenori di vita, consentono di ritenere meritevoli i bassi margini che il fare impresa in Italia oramai consente. In particolare la mortalità ha riguardato la piccola imprenditoria italiana. Ora, in presenza di una costante delocalizzazione e chiusura di fabbriche, quegli ex piccoli imprenditori cosa andranno a fare?

L’ideologia liberista e le liberalizzazioni che anche in sede di Conferenza FAO i paesi più forti si sono ostinati a voler richiedere, sono una truffa; i malconci lavoratori del mondo occidentale, così come i poveri affamati dei paesi in via di sviluppo, lo hanno capito da tempo. Mentre gli yes men, politici od intellettuali che siano, si ostinano a richiedere mercati sempre più liberi, la gente comune pare avere compreso il “giochetto”: i processi di liberalizzazione aprono i mercati ad una concorrenza sfrenata; da essa ne esce vincitore chi è finanziariamente più forte, chi può permettersi di sopportare fasi di bassi guadagni; gli altri spariscono. Non è un caso che alla recente Conferenza FAO i paesi ricchi volessero liberalizzare i mercati agricoli, mentre i paesi più poveri si siano opposti imponendo che dalla dichiarazione finale fosse tolto il divieto di adozione di politiche protezionistiche.

Vi sono poi quei settori di megaoligopolio dove di concorrenza non si è mai sentito parlare: banche, petrolio, sementi. Di fronte all’esplosione del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, provocato dalle politiche speculative rafforzate dalle banche centrali, gli yes men continuano spudoratamente a chiedere la concorrenza per i promotori finanziari, per i benzinai o per gli agricoltori (cosa diversa rispetto a Mr. Morgan, Mr. Shell, o Mr. Monsanto). Sarebbe comunque fumo negl’occhi parlare di concorrenza in questi settori; è da ripetere: le liberalizzazioni in un’economia finanziarizzata agevolano i concentramenti di settore nelle mani del più forte.

Le politiche economiche liberiste, così come imposte dal Fondo Monetario Internazionale o dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), o dal Trattato di Maastricht attraverso i parametri del “patto di stabilità”, sono l’applicazione in economia dell’ideologia del liberismo.

Si crede di risolvere i problemi economici creando una sfrenata concorrenza in settori del terziario tipo quello commerciale o quello dei servizi di trasporto. Torte che già erano in fase d’impoverimento a causa del costante aumento dei costi di gestione, si pretende che vengano spartite tra un nuovo indeterminato numero di operatori, la cui quantità la decide il “libero” mercato, piuttosto che una valutazione intelligente degli organi preposti al perseguimento ed alla tutela del bene comune con primo riguardo al lavoro, così come sancito dall’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Lo sviluppo economico non lo si crea spartendo torte tra un sempre maggior numero di operatori, ma aumentando il numero delle torte dove impiegare la nuova forza lavoro. Per farlo è necessario tornare a politiche economiche dirette dallo Stato e non dal “libero” mercato. Solo con il ruolo propulsivo statale nel campo infrastrutturale, dell’industria e della ricerca è possibile avere un tessuto imprenditoriale privato in constante sviluppo e la creazione di posti di lavoro dignitosi.

La stessa questione dell’evasione fiscale, oltre alla demagogia, mostra tutta la distruttività delle liberalizzazioni. La mortalità imprenditoriale registrata dimostra che il livello di concorrenzialità radicale creato ha trasformato l’evasione nell’unico modo per sopravvivere (non per arricchirsi!). Se si colpisce quella, il piccolo imprenditore chiude! Per esempio in una città turistica come Firenze, nel 2006 vi è stato un saldo negativo delle attività di commercio al dettaglio di -253, e nel 2007 questo dato si è aggravato con -521 unità! La tanto declamata lotta all’evasione mette fuori dal mondo del lavoro i piccoli, mentre nel frattempo si prevedono forme di defiscalizzazione per i megaprofitti delle banche!

L’Eurosistema introdotto col Trattato di Maastricht ha cementato il sistema economico del “doppio standard” avviato nel ’71 con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods: concorrenzialità estrema nei settori ad alto tasso di piccola imprenditoria; protezione di fatto per le megaconcentrazioni oligopolistiche.

Nel settore dei taxi le influenze liberiste stanno verificandosi nel seguente modo: a cospetto di una riduzione del lavoro (-9% annuale in maggio) e di un aumento iperinflazionistico del prezzo del diesel del 30,8% su base annuale, le amministrazioni più irresponsabili hanno provveduto ad emettere licenze di noleggio con conducente in modo indiscriminato, e non in base alle effettive esigenze. (E l’Anci o le Regioni invece di coordinare che fanno?). Mancando il lavoro, stiamo assistendo a fenomeni di illegalità costante da parte dei noleggiatori. Il fenomeno oltre che sui lavoratori si ripercuote sui consumatori a cui, proprio a causa della carenza di lavoro, vengono praticati prezzi arbitrari con ricarichi anche di oltre il 300% (!) sulle tariffe ufficiali. Chi dovrebbe essere preposto a controllare, a fronte di un fenomeno che sta dilagando, può fare ben poco vista la carenza di personale. D’altra parte assumere nuovi agenti di polizia amministrativa non si può, perché la spesa pubblica non può essere incrementata (!).

Questa nefasta idea per cui i processi relazionali umani siano guidati dalla sola libertà e dai suoi derivati (liberismo, liberalizzazioni, libertarismo, ecc.) è in realtà l’apologia dell’arbitrio del più forte; in economia come in altri settori della vita. Lo stesso problema sicurezza è conseguenza del medesimo approccio liberticida ai flussi migratori, a cui si affianca l’ispirazione liberista degli Accordi di Schengen. Maree di cittadini extracomunitari e non, in cerca di lavoro, si spostano dove vi è domanda di lavoro. E visto il deficit demografico dei paesi industrializzati l’immigrazione rappresenta una risorsa, ma se controllata in funzione delle opportunità lavorative che possiamo offrire. Senza controllo alcuno però la grande impresa trae vantaggio dall’enorme offerta di manodopera che si crea, per assumere alle condizioni che più gli aggrada. Coloro che non trovano lavoro “devono” dedicarsi all’illegalità. Anche per questa gente in difficoltà nelle loro terre, la soluzione non passa per un approccio liberista alla questione, quanto per autentici accordi internazionali che mirino al bene comune.

Se ci rifacciamo al dettato della nostra Costituzione, ed all’approccio che fu del grande presidente americano Franklin Roosevelt, abbandonando immediatamente l’ideologia liberista che rimette alla “legge del mercato” piuttosto che all’ingegno umano la risoluzione dei problemi dell’umanità, possiamo risolvere il problema di fondo della dittatura della speculazione su tutta la società, dell’iperinflazione su alimenti ed energia, della carenza di lavoro dignitoso.

Abbiamo dunque bisogno che il Governo si adoperi per:

  1. lo scioglimento dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che attraverso la sola legge del libero commercio prevarica i diritti della persona umana;
  2. la celere convocazione di una “conferenza finanziaria mondiale” (o Nuova Bretton Woods così come ideata e proposta da quasi vent’anni dall’economista americano Lyndon LaRouche) per un nuovo sistema monetario e finanziario ed il ripristino dei sistemi di banca nazionale che si riapproprino della funzione sovrana del credito pubblico, attraverso cui porre la base per lo sviluppo economico di tutti i popoli del pianeta;
  3. il rigetto del ratificando Trattato di Lisbona;
  4. il raddoppio della produzione agricola globale;
  5. il riavvio delle politiche energetiche nucleari per superare i diktat “della legge del mercato fatta dai petrolieri” e risolvere il problema energetico globale;
  6. il lancio di progetti infrastrutturali al più alto livello tecnologico-scientifico nei settori delle vie di comunicazione, dell’agricoltura, della sanità, dell’istruzione, affinché intorno ad essi possa riprendere vita l’iniziativa economica.

Tutto ciò vorrebbe dire risanare dalle fondamenta l’attuale modello economico imperiale (l’impero dei controllori della finanza, l’impero dei controllori dell’energia), e reinstaurare una comunità di popoli dediti alla sempre più efficiente produzione di beni, al fine di poter ridare spazio alla vera natura umana che è quella che ci inclina alla conoscenza ed alla creazione.



[1] Per quanto riguarda l’Italia 8 punti percentuali di riduzione del debito complessivo sono derivati dagli introiti ottenuti dagli smobilizzi e privatizzazioni del periodo 1992-2000, di perle dell’imprenditoria pubblica come Eni, Enel, Telecom, Imi, Credit, Comit, piuttosto che dal complessivo aumento della produttività nazionale. Quel debito sarebbe altrimenti di almeno il 113%!

[2] I dati di Germania e Francia si riferiscono al 2006.

27 maggio 2008

Giavazzi: una cattedra senza merito

Replica a Il liberismo e la speranza di F. Giavazzi

Nel suo articolo Il liberismo e la speranza, ad evidente critica del testo di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Francesco Giavazzi debutta sottolineando che da circa quindici anni egli si batte, dalle pagine del Corriere della Sera, “per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo”. Senza che con ciò se ne voglia dare tutta la colpa a Giavazzi, l’obiezione immediata che può sorgere a tale proposito, è che probabilmente non è un caso che da un quindicennio l’Italia abbia ridotto di circa un 70% la crescita della sua produzione industriale (da una media di +1,5% ad una media di +0,5%), la media degli stipendi ha visto dimezzare la sua capacità d’acquisto reale sui generi di prima necessità, il debito pubblico ha continuato inesorabilmente a crescere, interi settori produttivi si sono concentrati nelle mani di ristretti oligopoli privati. In questo quindicennio infatti le ricette liberiste di cui Giavazzi è fautore hanno purtroppo trovato applicazione: dismissione dell’industria pubblica nazionale, in particolare nel periodo 1992-2000, sotto la direzione di Mario Draghi[1]; taglio della spesa sociale per previdenza ed assistenza, giustizia, istruzione, sanità, gestione del territorio; liberalizzazione del commercio.

1 - Dice Giavazzi che “la globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà”. Se Giavazzi si riferisce a Cina ed India, non è la delocalizzazione che ha trasformato quelle economie, ma gli investimenti ad alto tasso di capitale e di tecnologia. In Messico e Bangladesh, infatti, nonostante l’arrivo della globalizzazione, di benefici non se ne sono visti.

2 - Giavazzi vede gli Stati Uniti come “inciampati in un paio di infortuni”. Il debito pubblico è alle stelle, le famiglie americane sono indebitate fino al collo, il tessuto infrastrutturale statunitense è carente ed obsoleto[2], è scoppiata la bolla immobiliare, l’indice Nasdaq ha dimezzato il proprio valore. Questi sarebbero un paio di infortuni?

3 - Giavazzi poi parla delle banche centrali come di organismi statuali. Dal punto di vista meramente formale ha ragione, ma di fatto si tratta di consorzi di banche private che eleggono un proprio governatore, e con il cui direttivo determinano l’intera economia mondiale (fatte poche eccezioni).

4 - Il liberista Giavazzi ad un certo punto della sua apologia accenna al miracolo economico degli anni ’50 e degli anni ’60. Il boom economico di quegli anni non fu il frutto di politiche liberiste, quanto piuttosto di politiche dirigiste. Lo Stato italiano grazie ai finanziamenti ottenuti con il Piano Marshall diresse la ricostruzione infrastrutturale ed industriale. Si creava allora una spina dorsale su cui il tessuto imprenditoriale privato potesse sviluppare. Lo sviluppo di nuove cognizioni tecnologico-scientifiche nel campo dell’ingegneria civile, dell’elettronica, della chimica, dell’aeronautica, e la loro applicazione di massa, lanciò quel miracolo economico. Il “Piano case”, la riforma agraria e quella tributaria furono ulteriore applicazione di quel dirigismo economico che la nostra Costituzione chiede alla Repubblica, sulla scorta del Sistema americano di economia politica come definito da Alexander Hamilton e come perfettamente applicato da Franklin Delano Roosevelt.

5 – Giavazzi poi accenna all’Argentina. Esatto! Quell’Argentina che le istituzioni del consesso liberista internazionale definivano “modello di ortodossia economica”; quell’Argentina che accoglie le ricette liberiste dell’apertura indiscriminata del mercato dei capitali, delle politiche di liberalizzazione e di privatizzazione, che tutto di un tratto crolla su sé stessa.

«E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!» (Giorgio La Pira al Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, Danilo De Micheli, 1954)

Claudio Giudici



[2] A titolo di esempio, circa il 25% dei 590.750 ponti degli Stati Uniti sono stati catalogati come “strutturalmente carenti e funzionalmente obsoleti” dalla American Society of Civil Engineers (ASCE) in un rapporto del 2 agosto 2005.

30 aprile 2008

Soros nel calcio o Soros a calci?

Nei giorni della sonora sconfitta subita dal liberismo economico – rappresentato da chi voleva che su Alitalia decidesse il mercato, in materia di sicurezza la soluzione stesse in costosi braccialetti-gps, in materia di rilancio dell’economia le liberalizzazioni fossero il perno dell’azione di politica economica – , a Roma si tenta l’ “Operazione Soros”. Per la serie che quando Leporello fallisce, è Don Giovanni stesso che interviene.

L’ “Operazione Soros” consiste nell’introdurre uno dei padrini della finanza mondiale in un paese come l’Italia che avrebbe dovuto attuare la fase 2 dell’ “Operazione Britannia”, ovvero la terapia shock di cui tanto Veltroni ha parlato. Questa terapia shock doveva consistere nella seconda ondata di liberalizzazioni che dovevano consentire la finanziarizzazione di interi settori economici – quello dei trasporti e delle aziende municipalizzate in primis – di modo che il nostro paese desse il proprio contributo al processo di rifinanziamento della bolla speculativa internazionale scoppiata in modo evidente nel luglio 2007 con la detonazione procurata dalla c.d. crisi dei mutui subprime. La liberalizzazione-privatizzazione del settore dei trasporti e delle aziende municipalizzate però stenta; alle istanze demagogiche della tutela del consumatore e dell’abbassamento di prezzi e tariffe si è opposto il mondo del lavoro che ha intuito il vero obiettivo della campagna ideologica, dopo i pacchi tirati dal complesso finanziario (tramite politica e media) nel periodo ’92-2000.

Ora, dopo un’operazione di repulisti della reputazione dello speculatore George Soros, che da qualche anno viene tentata dai media di mezzo mondo, l’obiettivo sarebbe quello di avvicinarlo alla stanza dei bottoni del bel Paese, con la solita operazione simpatia che l’acquisto di una società di calcio consente di attuare.

Ma vediamo chi è George Soros.

Soros è uno speculatore americano di origini ungheresi. Beppe Grillo lo definì durante un suo spettacolo a Firenze del gennaio 2004 come “modello di capitalismo costruttivo, capitalismo etico”. Ma Beppe Grillo, non a caso, fa il gioco della finanza internazionale.

Il sedicente filantropo Soros mise in ginocchio mezza Europa nel settembre ’92 con una serie di attacchi speculativi diretti contro sterlina inglese, franco francese e lira italiana. Questa azione di guerra finanziaria rappresentò l’ultimo decisivo passo per la distruzione dello Sistema monetario europeo e l’avvio della fase di privatizzazione delle aziende di Stato oggi in mano ai grandi centri finanziari. Tanto per fare un esempio, la Banca d’Italia a causa degli attacchi speculativi alla lira italiana ci rimise 15.000 miliardi nel giro di un mese. Nello stesso mese, la lira perse il 30% del suo valore. Ovviamente a rimetterci furono sì le banche centrali italiane, inglesi e francesi, ma in modo più diretto le rispettive popolazioni. Una perdita del 30% del proprio valore, per la lira, ha voluto dire per i cittadini italiani perdere capacità d’acquisto del 30% su ogni prodotto importato.

Secondo la stampa economica, Soros avrebbe incassato nel giro di pochi giorni, grazie ai crolli del settembre ’92, almeno 28 milioni di dollari contro la lira italiana e ben 84 milioni di dollari contro la sterlina inglese. Se discutere di queste cifre rischia di essere pura cronaca, ben più interessante è rifarsi alla ratio ispiratrice della morale di Soros. In un’intervista rilasciata al quotidiano inglese The Guardian il 19 dicembre 1992, e riportata anche dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax, Soros testualmente dice: ‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››. E questo sarebbe un filantropo? Soros crede di giocare ai soldatini oppure capisce che quegl’interventi speculativi hanno stroncato intere economie nazionali e ridotto alla fame intere famiglie?

Non contento dei lauti guadagni ottenuti sul territorio europeo, nel ’97 diede il via alla crisi del Sud-Est asiatico riducendo alla povertà qualche decina di milioni di famiglie e andando in escandescenze contro il Primo ministro malaysiano Mahathir Bin Mohamad quando questi, per eludere gli attacchi speculativi contro la moneta del proprio paese, istituì il controllo dei cambi e dei capitali nel settembre ’98.

Soros è anche il principale finanziatore della campagna mondiale per la legalizzazione degli stupefacenti (marijuana, cocaina e LSD).

Poi, gli interventi di Soros non hanno avuto scrupolo di fronte ad ingerenze direttamente politiche. Accusò l’allora Presidente peruviano Alberto Fujimori, di essere un “dittatore”. Il “dittatore” del caso stava sgominando l’organizzazione narco-terrorista di Sendero Luminoso. Il successore di Fujimori, Alejandro Toledo, ammetterà di avere ricevuto un milione di dollari da Soros per la propria campagna elettorale.

Soros è anche il sostenitore della “società aperta”. Il nome è sicuramente accattivante, ma in realtà di cosa si tratta? Il punto è focale, visto che Soros si è sentito in “dovere” di fondare l’Open Society Institute. In parole povere, egli punta a smantellare gli Stati nazionali, e di fatto, la situazione va proprio in quel senso. FMI, WTO, trattati di Maastricht e di Lisbona sono la concretizzazione di quel modo di vedere il mondo. Cinque, sei, dieci burocrati che non possiedono alcun tipo di legittimazione popolare, ma che decidono le sorti di interi continenti e delle loro popolazioni. Più dettagliatamente, in un’intervista del 12 marzo ’98 rilasciata alla rivista Liberal, lo speculatore ci offre maggiori lumi: ‹‹Lasciati a loro stessi gli Stati non mantengono la pace. C’è bisogno di una organizzazione internazionale diretta a mantenerla. Può essere un impero, o può essere un equilibrio di forze […] le Nazioni Unite hanno fallito […]. Nel diciannovesimo secolo avevamo anche un sistema capitalista globale. Ed era la Gran Bretagna a rappresentare il potere imperiale che manteneva la stabilità […]››.

Tra le ultime notizie riguardanti Soros: il viaggio che fece Rutelli nel giugno 2005 negli Stati Uniti, e durante il quale si incontrò anche con lo speculatore.
Alla luce di tutto ciò, è meglio che la A.S. Roma Calcio finisca nelle mani di qualche altro imprenditore. Soros a Roma vorrebbe sicuramente dire avere un pericoloso agente dell’oligarchia finanziaria in casa. Invece di fargli fare un affare e di mettercelo in casa, sarebbe più opportuno riaprire le inchieste che lo riguardano per violazione del codice penale in materia finanziaria. Il nuovo Governo ha di fronte a sé una difficile opera di lotta, che passa soprattutto per una Nuova Bretton Woods, contro quei potentati finanziari che stanno portando il pianeta alla deriva. Soros a Roma non aiuterebbe.

Claudio Giudici

12 marzo 2008

La distruzione dello Stato Sociale attraverso la catastrofe delle liberalizzazioni-privatizzazioni in Italia

 

Grazie all’analisi di seguito proposta, l’idea per cui le liberalizzazioni e le privatizzazioni portino benefici all’economia, viene totalmente confutata.

Si dimostrerà che:

1 – le liberalizzazioni portano ad un aumento dei prezzi;

2 – le liberalizzazioni portano alla distruzione di posti di lavoro ed all’abbassamento degli stipendi dei lavoratori e dei fatturati delle piccole imprese;

3 – la liberalizzazione-privatizzazione dell’impresa pubblica nel periodo 1992-2000 non è stata conseguenza dell’inefficienza economica;

4 – i processi di liberalizzazione-privatizzazione non hanno minimamente migliorato la capacità produttiva italiana;

5 – le liberalizzazioni favoriscono i concentramenti di capitale in poche ricchissime mani;

6 – il rendimento finanziario delle aziende privatizzate è stato peggiore rispetto alla generalità del mercato finanziario italiano.

Il processo di liberalizzazioni-privatizzazioni prese avvio in Italia nel 1992. La motivazione ufficiale che portò a questa fase di stravolgimento degli assetti proprietari dell’impresa pubblica nazionale fu quella dell’elevato debito pubblico che andava ridotto. A ciò si aggiungeva e si legava, la questione di una maggiore “libertà” del mercato, con cui la preminente presenza pubblica in settori strategici e non, confliggeva. Questa stagione prese avvio in concomitanza ad alcuni fatti che resero caldissima la situazione politica e sociale italiana: 1) l’operazione giudiziaria “Mani pulite”, che stravolse completamente il quadro politico italiano portando alla sostanziale sparizione dei partiti che costituivano il cosiddetto Pentapartito; 2) gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino; 3) l’attacco alla lira ed alle altre valute europee da parte di alcuni insider guidati dallo speculatore George Soros, che portarono ad una forte svalutazione delle stesse ed alla conseguente distruzione del Sistema Monetario Europeo (SME).

Nel gennaio del 1993 l’Executive Intelligence Review pubblicò un documento intitolato “La strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un’economia nazionale[1]. In quello studio, inviato ad alcuni organi di stampa, alle forze politiche ed alle istituzioni, si delineava un quadro preoccupante di attacco all’economia italiana nel contesto della cosiddetta “globalizzazione dei mercati”, cioè la realizzazione di un unico sistema economico mondiale in cui non vi sarebbe stato più alcun controllo sui movimenti e sulla creazione di capitali. In quel documento si riferiva di un episodio passato inosservato, e che invece rivestiva una grandissima importanza. II 2 giugno 1992 si svolgeva una riunione semisegreta[2] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del Governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri o direttori generali nei Governi Amato, Dini, Ciampi, Prodi, D’Alema (ma anche Berlusconi, per quanto riguarda la centrale figura di Mario Draghi). Oggetto di discussione: le privatizzazioni.[3] Questa riunione si tenne a bordo del panfilo della Corona inglese, il “Britannia[4].

Alla luce di quanto il complesso finanziario-mediatico-politico va oggi chiedendo – le liberalizzazioni-privatizzazioni appunto – possiamo individuare almeno due fasi di questo progetto che possiamo chiamare “Operazione Britannia”: la prima fase si occupò della svendita[5] dell'Iri, di Telecom Italia, Eni, Enel, Comit, Imi, Ina, Credito italiano, Autostrade, l’industria siderurgica ed alimentare pubblica; la seconda fase – in corso di attuazione – punta invece al settore della previdenza, della sanità, dei trasporti (ferrovie, trasporto pubblico di linea, trasporto navale, taxi), a quello delle utilities (aziende municipalizzate nei settori acqua, elettricità, gas) e ad altre funzioni di rilievo pubblico.

Se al livello dell’economia nazionale l’“Operazione Britannia” mette nelle mani di poche ricchissime famiglie ciò che prima era pubblico, con la dannosa conseguenza di diminuire le entrate dello Stato, i posti di lavoro e dunque il monte salari, creando così le condizioni per “riformare” in senso peggiorativo e non costituzionale il welfare (sanità, pensioni, giustizia, istruzione, ecc.), è sul superiore livello strategico internazionale che troviamo il grilletto che ha portato all’accelerazione di questa distruttrice fase della storia dello Stato sociale moderno. Attraverso la finanziarizzazione dell’economia mondiale, interi settori dell’economia reale vengono “cooptati” dal grande banco da gioco della finanza globale che per non crollare su sé stessa necessita continuamente di essere rifinanziata[6]. Una grande “catena di Sant’Antonio” a livello globale, dove il gioco finisce quando l’ultimo della catena resta col cerino in mano, svelando che si è trattato di un grande bluff dove i valori finanziari espressi non esprimevano vera ricchezza reale.

Quando liberalizzare serve solo a creare monopoli privati

Sono sotto gli occhi di tutti, eppure si fa fatica a prenderne coscienza, gli effetti delle liberalizzazioni-privatizzazioni. L’incapacità dell’uomo moderno a valutare i fenomeni per quello che sono è dovuta ad uno snaturamento della persona umana che da essere cognitivo e creativo è stata addormentata e limitata ad essere un soggetto meramente percettivo senza una propria capacità critica. Il complesso culturale dice che la neve è nera, e per la stragrande maggioranza delle persone la neve è nera.

La normativa di liberalizzazione in materia di commercio stilata durante gli anni ’90 – con particolare riguardo all’eliminazione dei vincoli di distanza per l’apertura di un’attività commerciale[7] – ha di fatto rappresentato la porta d’ingresso a poche grandi catene commerciali che si sono impossessate del 70% del mercato. Ciò ha comportato la moria delle piccole attività commerciali, i cui fondi su strada si sono trasformati o in locali sfitti o in piccole abitazioni. Secondo il Rapporto 2006 Unioncamere il fatturato del commercio per le piccole attività è stato nel 2003 di -2,8%, nel 2004 di -2,9% e nel 2005 di -2,4%, mentre per la grande distribuzione è stato nel 2003 di +3,5%, nel 2004 di +2,1% e nel 2005 di +1,6%. Il Rapporto 2007 sulla Natalità e mortalità delle imprese italiane rincara la dose affermando:

Il tasso di crescita del trimestre (+0,25%), il più contenuto degli ultimi otto anni con riferimento al periodo giugno-settembre, è frutto di una natalità sostanzialmente in linea con gli anni passati (+1,36%) e di una mortalità che, nel trimestre scorso, ha fatto registrare il record negativo dal 2000 (+1,12%)… la selezione 'darwiniana' innescata dai processi di globalizzazione dei mercati sta operando in profondità sulle imprese più piccole, più isolate e prevalentemente localizzate al Sud. Diventa fondamentale, quindi, l’intervento delle istituzioni … per accompagnare questo percorso e non disperdere l'importante patrimonio di abilità delle piccole imprese italiane.[8]

Sempre da Unioncamere si ricava per il 2007[9] – nonostante i comunicati stampa cerchino di annebbiare la negatività della situazione ricostruita, con titoli positivi – che nel giro di un anno sono chiuse 390.209 imprese (oltre il 5% del totale) con un differenziale natalità/mortalità comunque in crescita dello 0,75% (in brusca frenata rispetto all’1,21% del 2006) e che sarebbe però un dato negativo senza le nuove 54.463 società di capitali. Le piccole aziende, quelle rappresentate dalle società di persone e dalle ditte individuali, infatti hanno registrato saldi negativi: -13.726 le ditte individuali del 2007 rispetto al 2006 e -341 le società di persone. Ciò vuol dire che l’imprenditore non se la sente più di rischiare di essere responsabile nei confronti dei terzi anche con il proprio patrimonio personale, vista la facilità di incorrere in un fallimento aziendale e preferisce puntare sulla più sicura forma giuridica della società di capitali che limita la responsabilità patrimoniale al solo patrimonio sociale. Ciò però fa già selezione censuaria ab origine: le società di capitali hanno infatti l’obbligo di dotarsi di un capitale sociale minimo stabilito per legge, cosa di cui invece non vi è bisogno per le ditte individuali e per le società di persone. Ed il dato risulta essere ancor più negativo se si considera che il saldo delle piccole imprese intestate ad extracomunitari è aumentato di 16.654 unità, grazie soprattutto a immigrati provenienti da Cina, Marocco ed Albania. Dunque, senza conteggiare l’imprenditorialità extracomunitaria, il saldo delle ditte individuali intestate a cittadini dell’UE in Italia risulta negativo per -29.970 unità (con prevalenza nei settori dell’agricoltura, del commercio, delle manifatture e dei trasporti). La cosa non può non preoccupare in quanto si tratta di imprese a minor valore aggiunto dove il più basso tasso di rendita imprenditoriale è accettato a causa del più umile tenore di vita a cui sono abituati questi imprenditori stranieri.

Ovviamente se è positivo il fatto che immigrati facciano imprenditorialità nel Paese che li ospita, la lettura puntuale dei dati fa comprendere come il sistema Italia si sia indebolito ulteriormente anche nel 2007.

Più genericamente, la metà delle aziende chiude entro il sesto anno di attività[10].

L’istanza demagogica utilizzata per rendere meritoria agli occhi della popolazione la nuova normativa di liberalizzazione, era quella per cui tutti dovevano avere il diritto di trovare sotto casa il negoziante di scarpe piuttosto che di giocattoli. La normativa parlava di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio”. I prodotti invece hanno finito col concentrarsi in centri commerciali che hanno sostanzialmente preso il monopolio del mercato. Ovviamente di necessità di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio” ora non se ne parla più!

E’ poi assolutamente falsa l’idea per cui le liberalizzazioni portino ad un abbassamento dei prezzi. Mentre infatti le tariffe sono cresciute meno dei prezzi al consumo, i prezzi dei beni e dei servizi liberalizzati sono cresciuti costantemente più delle tariffe e dei prezzi al consumo.

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2003

2004

2005

2006

Aumento tariffe (al netto energetici)

+0,1

+0,9

+0,9

+1,5

+1,6

Aumento beni e servizi liberalizzati (al netto energetici)

+3,8

+3,6

+2,6

+2,0

+1,9

Prezzi al consumo

+2,5

+2,7

+2,2

+1,9

+2,1

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, L’economia italiana nel 2006, pag. 35.

La considerazione solitamente fatta è quella per cui, aprendo il mercato, aumentando l’offerta, i prezzi devono inevitabilmente scendere. In teoria dovrebbe funzionare proprio così, ma nella realtà dei fatti, non essendo possibile una concorrenza pura – tanto di meno se lasciata alle libere dinamiche di mercato – gli operatori più forti finiscono col “mangiare” gli operatori più deboli. Così se in una primissima fase la liberalizzazione produce aumento dell’offerta e diminuzione dei prezzi di erogazione del prodotto o servizio, già nel breve periodo si assiste a fenomeni di acquisizione da parte degli operatori più forti di quelli più piccoli, venendosi così a creare oligopoli (o addirittura monopoli), diminuendo così la concorrenza; a quel punto i prezzi tornano vorticosamente a salire. Ecco che i mercati che storicamente si sono dimostrati più efficienti sono quelli regolarizzati tenendo presente, come di fatto è nello spirito della nostra Costituzione, 1) il lavoro, 2) la qualità del servizio e prodotto erogato, 3) l’accessibilità al consumo. Non è infatti verosimile pensare che non tutelando primariamente i punti 1) e 2), al consumo possa derivare alcun vantaggio reale.

La normativa di liberalizzazione in materia di locazioni abitative, anch’essa stilata durante gli anni ’90 – con particolare riferimento alla l. 431/98 – ha fatto sì che i canoni d’affitto schizzassero alle stelle. Qui l’istanza demagogica utilizzata fu quella per cui non era giusto che il piccolo risparmiatore che per una vita aveva messo del denaro da parte per comperarsi una seconda casa, non potesse utilizzarla per la figlia appena coniugatasi, per causa di un’esosa normativa a tutela degli affittuari a cui erano concessi troppi anni di godimento dell’immobile prima dell’esecutività dello sfratto, e per di più pagando canoni troppo bassi. A causa di ciò, si diceva, la gente preferiva tenere sfitto l’immobile. Si fece allora passare l’idea che liberalizzando la normativa, gli immobili da affittare presenti sul mercato sarebbero aumentati, ciò comportando la riduzione dei canoni. E’ ovviamente successo l’esatto contrario.

Questi due esempi di normazione liberalizzatrice sono sintomatici di come le politiche di liberalizzazione inneschino meccanismi che portano al rafforzamento delle posizioni delle categorie più forti.

Si tratta di un fenomeno presente anche in natura. Si pensi ad un bosco con vegetazione fittissima. Difficoltoso sarà il sorgere della vita animale di una certa dimensione, e dunque appetibile. Si pensi però anche alla savana, dove la scarsa formazione vegetale è di ostacolo al proliferare delle forme animali più deboli e dove a fare da padroni sono gli animali più forti. Infine si pensi a quell’ambiente dove le formazioni vegetali sono a distanze tali da non soffocarsi l’una con l’altra, tali da consentire il passaggio della luce, e dove dunque ogni formazione animale ha possibilità di svilupparsi in armonia con le più piccole che trovano difesa e rifugio grazie alla vegetazione.

Altrettanto, un’iperburocratizzazione dei rapporti economici impedisce lo sviluppo dell’economia, ma l’eliminazione di fatto di ogni regola, la deregulation, fa sì che solo gli operatori più forti possano restare sul mercato. Ecco che ciò di cui vi è bisogno per far funzionare le cose in funzione del bene comune, è una migliore regolamentazione dei rapporti, di modo che ogni genere di operatore possa avere diritto a restare sul mercato in modo dignitoso.

Le privatizzazioni in Italia dal 1992[11]

Per quale motivo agli inizi degli anni ’90 il tema principale della politica italiana divenne “privatizzare la pubblica impresa”?

Inizialmente la motivazione addotta era il forte debito pubblico e dunque la necessità di ridurlo. Gli interessi negativi che su di questo maturavano, rappresentavano (ed ancor oggi rappresentano) un gravoso peso per l’economia del nostro Paese. Tuttavia si consideri che dalle privatizzazioni il capitale racimolato fu, tra il ’92 ed il 2000, di 198.000 miliardi di lire (di questi, 87 mila miliardi sono relativi a privatizzazioni[12] propriamente dette, di cui oltre 55 mila miliardi ad aziende industriali). Il debito pubblico italiano nel 2000 era di 2.500.000 di miliardi di lire. Il debito pubblico dunque è stato ridotto appena del 7,92%. Tuttavia quel “ridotto” non corrisponde a verità se si considera che tra le aziende pubbliche vendute vi erano vere e proprie perle del capitalismo italiano (Comit, Credit, IMI, ma anche Eni, Enel, Telecom). Per cui se nell’immediato si sono avute delle entrate, fra l’altro irrisorie, per il futuro le scelte politiche hanno privato lo Stato di importanti entrate di cassa, nonché di assetti industriali che rappresentavano la spina dorsale dell’economia pubblica nazionale e del sistema di welfare che in parte si reggeva su essa.

Non risultando credibile la prima motivazione addotta alla “necessità” del processo di liberalizzazione-privatizzazione che si intendeva avviare, la motivazione ufficiale a giustificazione delle privatizzazioni divenne successivamente quella di favorire un azionariato diffuso. Tuttavia anch’essa cadde di fronte alla realtà dei fatti. “Le privatizzazioni industriali realizzate con acquirenti italiani si sono caratterizzate per il collocamento di due terzi delle azioni presso singoli investitori (o loro “cordate”) e per il residuo sul mercato; relativamente agli acquirenti esteri, invece, la quota dei singoli è stata del 71% e quella del mercato del 29%.”

Si può dunque rilevare immediatamente come il controllo dei cespiti industriali sia sostanzialmente passato dall’operatore pubblico a quello privato. La diffusione tra i piccoli risparmiatori ha riguardato soltanto un terzo del capitale sociale immesso sul mercato. Per cui non può reggere la tesi per cui lo scopo primario delle privatizzazioni fosse quello di attuare un passaggio dalla mano pubblica al pubblico risparmio.

Anche questa seconda motivazione si dimostrò palesemente contrastare con la realtà dei fatti.

L’ultima giustificazione ufficiale alle privatizzazioni divenne allora quella di consentire il rafforzamento della grande industria italiana che doveva essere messa in condizione di affrontare e sostenere la competizione internazionale, al fine di consolidare gli assetti produttivi e occupazionali nazionali. A questo riguardo i casi Eni e Telecom sono sintomatici del fatto che pure queste motivazioni siano state pretestuose e mendaci. Eni per esempio dal ’92 al ’96 ha ridotto il personale del 33,5%, rendendo più inefficiente la gestione produttiva. A fronte di una riduzione dell’1,9% del costo del lavoro, i costi operativi sono comunque aumentati passando dal 72,6% al 73% dei ricavi.[13]

Anche tutte le altre aziende privatizzate hanno proceduto a tagli occupazionali e gli assetti produttivi, che già sotto la gestione pubblica erano molto efficienti, non ne hanno tratto giovamento di sorta. “All’incirca, metà delle imprese ha registrato un miglioramento e metà un peggioramento o una variazione pressoché nulla.”

Le privatizzazioni italiane che vanno dal 1991 al 2000 sono caratterizzate dal fatto che pur passando sotto ben dieci Governi, sono però state tecnicamente guidate da un’unica figura: l’attuale governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, direttore generale del Tesoro fino al 2001.

Già “nel periodo 1991-1999, l’economia italiana ha registrato uno sviluppo più contenuto di quello medio dei Paesi Ocse”. Tale differenziale di crescita, come è noto, persiste ancora oggi. Si può poi affermare che la capacità di crescita economica del nostro Paese si è ridotta del 67% dal 1991. Il seguente grafico chiarirà la questione.



La linea continua discendente, media i valori della produzione industriale dal 1991 ad oggi. Da essa si rileva come se nel 1991 tale valore fosse mediamente dell’1,5%, oggi è intorno allo 0,5%. Dunque, in oltre un quindicennio di politiche liberiste, la capacità di crescita della produzione industriale italiana è diminuita di due terzi. A smentita delle tesi liberiste, questa capacità di crescita è stata in ripresa dall’inizio del 2002 alla fine del 2006, quando le politiche di spesa, soprattutto per infrastrutture, sono state più espansive, mentre è precipitata nel 2007, quando la politica del rigorismo finanziario ha ripreso piede.

“Le operazioni del Tesoro italiano hanno contraddistinto dei massimi a livello mondiale: la prima tranche dell’ENEL nel 1999 ha segnato il record per un’IPO[14] sui mercati occidentali, mentre la vendita della Telecom Italia è stata la maggiore OPV [offerta pubblica di vendita] mondiale che ha condotto ad una privatizzazione[15]”.

Si può dunque tranquillamente affermare che l’approccio seguito per l’attuazione di questo processo di liberalizzazioni-privatizzazioni, sia stato radicale. I governi italiani – ma forse è più corretto dire Mario Draghi – hanno dimostrato una capacità a saper raggiungere l’obiettivo senza tanti fronzoli. Una vera e propria terapia d’urto[16]. Se con la stessa decisione con cui si è lavorato per portare dalla mano pubblica (o da moltissimi ma piccoli portatori d’interesse) a pochissime mani private una fetta importantissima del p.i.l., si lavorasse per ridare sviluppo all’economia nazionale e ridare esecuzione all’art. 3, 2° co. della Costituzione, la vita dei cittadini italiani non avrebbe niente a che fare con l’attuale no future generation.

I singoli casi aziendali

La prima fase di privatizzazione dell’Eni si ha nel 1995, dopo che l’azienda, sotto la gestione pubblica, registrò un utile record di 3.215 miliardi di lire.

L’Eni cedette “numerosi rami aziendali operanti nell’industria chimica, ma non interessanti a quella specifica area del business chimico individuato dall’impresa come core.”

“L’Eni ha considerato il programma come una semplice selezione del proprio portafoglio di business. L’obiettivo è stato quello di realizzare un nuovo assetto industriale ‘atto ad accrescere il valore complessivo del Gruppo pervenendo ad una struttura economico-finanziaria in linea con le altre compagnie petrolifere’; tale obiettivo è stato perseguito attraverso un programma che prevede la dismissione mediante cessione delle attività economicamente valide con deboli legami di integrazione con le attività fondamentali dell’Eni. L’Eni ha considerato concluso questo programma nel dicembre 1998 …”.

Questa azienda è stata dunque privatizzata pur non rappresentando un “carrozzone” per la finanza pubblica, ma una vera e propria fonte di entrate costanti.

Oggi il Ministero dell’economia detiene il 20,31% di Eni ed attraverso la Cassa depositi e prestiti Spa (CDP Spa) un altro 9,99%. Tuttavia di quest’ultima detiene il 70%, mentre il restante 30% è suddiviso tra una pletora di fondazioni bancarie. Se ne può quindi evincere che dei proventi di Eni allo Stato resta soltanto una partecipazione di circa il 27%.

Nel 1992-93 l’Iri chiude il bilancio consolidato con una perdita di oltre 16 mila miliardi. “In un primo tempo [però] l’ex-ente tentò di riqualificarsi con un core business centrato sulle infrastrutture di rete e in attività a tecnologia avanzata, [ma in un secondo momento] la sua missione venne ridefinita secondo criteri tipicamente liquidatori. Nel 1993 fu siglato l’accordo cosiddetto ‘Andreatta-Van Miert’ che richiedeva un forte ridimensionamento dei debiti entro la fine del 1996[17]. Nel giugno 1997 il Tesoro indicò all’Iri due sole aree di attività: la gestione delle liquidazioni già avviate e le privatizzazioni.” Quindi in un primo tempo l’idea della classe dirigente era quella di recuperare l’Iri; in un secondo tempo divenne invece quella di liquidarla e privatizzarla.

E’ interessante rilevare che Beniamino Andreatta il 2 giugno del 1992 si trovava sul panfilo Britannia e che nel 1993 era Ministro degli Esteri. Karel Van Miert invece tra il 1993 ed il 1994 è stato membro della Commissione europea responsabile della politica della concorrenza, del personale e amministrazione, della traduzione e dell’informatica; successivamente è divenuto membro del collegio sindacale di Vivendi, amministratore di Agfa-Gevaert NV (2006), Anglo American plc, De Persgroep, Royal Philips Electronics NV, Solvay S.A., Münchener Rück, RWE AG, Sibelco N.V., società molte delle quali sono operanti nel settore minerario e chimico, settori nei quali l’Iri operava. Van Miert dunque dopo aver proceduto ad un accordo col Governo italiano in merito a settori economici operanti, tra gli altri, nei settori minerario e chimico, otterrà una serie di incarichi da parte di primarie aziende operanti negli stessi settori.

Il rapporto della Commissione bilancio precisa che “sia l’Iri che l’Eni avevano messo mano già prima del 1992 ad una selezione del loro portafoglio. L’Eni aveva individuato il core business nelle aziende facenti parte del ‘sistema integrato degli idrocarburi’ stabilendo di conseguenza le attività non risanabili e quelle che era opportuno cedere. L’Iri aveva invece avviato da tempo un processo di smobilizzi che aveva generato ricavi di una certa consistenza (circa 20 mila miliardi nel decennio 1982-92).” Tuttavia non bisogna confondere: le due aziende pubbliche prima del ’92 avevano avviato processi di rafforzamento industriale passante per la cessione di alcune “braccia” ritenute di peso all’intero corpo aziendale. Dopo il ’92 la strategia cambia radicalmente: è l’intero corpo aziendale che da pubblico diviene sostanzialmente privato.

Dunque se la classe dirigente della “Prima Repubblica” puntò a riqualificare il ruolo dell’azienda pubblica, la classe dirigente della “Seconda Repubblica” si adoperò per dismetterla in favore di gruppi d’interesse privati.

Nel 1992 viene posta in liquidazione pure l’Efim. “Le principali operazioni hanno riguardato la vendita per 450 miliardi di lire del comparto alluminio al Gruppo Alcoa … Le attività del Gruppo Efim nei settori difesa e aerospaziale e ferroviario sono state invece trasferite alla Finmeccanica.”

“Per dimensione di occupati, le imprese delle quali lo Stato ha ceduto il controllo appartengono principalmente ai settori delle telecomunicazioni, della siderurgia, della meccanica-elettronica, dell’alimentare e delle infrastrutture.”

Purtroppo i beneficiari di tali smobilizzi si sono rivelati inefficienti, pur operando in un regime di mercato in mani private. Nel settore siderurgico Thyssen-Krupp e Lucchini sono più volte finite alla ribalta delle cronache giudiziarie per le difficoltà avute in ambito finanziario e nell’attuazione delle normative a tutela dei lavoratori. Nel settore alimentare il gruppo Cirio-Cragnotti creato ad hoc (e dunque non già operante nel settore) e Parmalat, hanno beneficiato delle dismissioni delle aziende pubbliche, ma sono finite sotto procedura di fallimento o amministrazione controllata. Il gruppo Benetton ha beneficiato invece della dismissione di Autostrade, non rispettando gli impegni presi per il mantenimento e lo sviluppo della rete stradale: “75 per cento in meno di investimenti, diminuzione delle spese di manutenzione e del numero degli occupati”[18].

Dallo studio della Commissione bilancio emerge ad un primo rilievo quali sono stati i risultati finanziari in termini di debito pubblico indotto dal 1950 al 2000 prodotto da Iri, Eni, ed Enel.


Iri, Eni ed Enel: debito pubblico indotto 1950-2000

Un’entusiasta del liberismo, rileverebbe immediatamente che il processo di privatizzazione è stato senza ombra di dubbio positivo, in quanto ha liberato la finanza statale di una zavorra molto pesante. La parte finale del grafico, infatti, pare sentenziare in tal senso. Il grafico però non ci racconta i perché di un processo, ma correlato con le necessarie conoscenze aiuta a comprendere meglio la vera storia di quelle aziende. Comunque, il grafico stesso basterebbe per porsi alcuni quesiti: se è ovvio che dal 1995, dunque in seguito all’avvio del processo di privatizzazione, il debito indotto è andato scemando, perché la curva del debito comincia ad innalzarsi solo a partire dagli anni ’70, con un’accelerazione dall’inizio degli anni ’80, e con risultati invece positivi nel ventennio precedente il 1970?

Per comprendere le motivazioni profonde di questa vicenda, dobbiamo concentrare la nostra attenzione sulle scelte di politica strategica fatte a livello nazionale ed internazionale.

In seguito all’assassinio di Enrico Mattei (1962) il nostro Paese interrompe la politica filo-industriale e per l’infrastrutturazione che aveva caratterizzato la strategia economica dopo l’avvio del piano Marshall. Il 15 agosto del 1971 per decisione unilaterale di Richard Nixon, vengono abbattuti gli accordi di Bretton Woods che fondati sulla convertibilità del dollaro in oro, sulla fissità dei cambi tra le valute (oscillabili solo all’interno di una forbice del +/-2,5%) e su un “codice d’onore”, aveva sino a quel momento garantito la stabilità del sistema monetario, finanziario ed economico mondiale. Successivamente a tale iniziativa, seguita nel marzo del ’73 dai paesi europei, scoppia la crisi petrolifera. Questi tre eventi (quello del ’71, quello del ’73 e lo “shock petrolifero”) sono uno correlato all’altro.

A metà degli anni ’70 l’Italia entra sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale. Politiche di tagli alla spesa pubblica, di riduzione dell’import ed aumento dell’export, di apertura delle frontiere alla circolazione dei capitali, caratterizzeranno la politica del Fmi per oltre trent’anni, sempre con i medesimi risultati: la distruzione della capacità produttiva, la distruzione dello stato sociale, la riduzione della capacità d’acquisto reale delle fasce medie e basse di reddito. Queste esperienze verranno ripetute dal Fondo in America Latina e nel Sud-est asiatico. I risultati saranno però sempre gli stessi.

Nel 1981 su presumibili pressioni della comunità finanziaria internazionale, l’Italia procede alla cosiddetta “denazionalizzazione” della Banca d’Italia. La banca centrale viene nettamente separata dal Ministero del Tesoro, in ossequio al dogma liberista della necessaria indipendenza dell’istituto bancario. Così i tassi di sconto sul debito pubblico non sono più decisi dallo Stato, ma dal mercato. Così se nel ventennio precedente si era proceduto a distruggere parte della capacità produttiva del Paese, nel 1981 viene piantata la radice dello scoppio del debito pubblico italiano, che negli anni successivi rappresenterà il pretesto per la progressiva distruzione dello stato sociale in Italia.

Lo studio parlamentare sulle privatizzazioni afferma:

[…] il saldo di cui sopra [7500 miliardi di lire] è in buona sostanza il risultato della differenza tra il rilevante indebitamento generato dalla siderurgia (26.500 miliardi circa) e il consistente rimborso reso possibile dalla vendita delle telecomunicazioni (20.600 miliardi circa); rammentando quanto esposto nel paragrafo precedente, occorre dunque concludere che, in primo luogo, l’effetto più importante sul debito pubblico è venuto dalla cessione delle quote di minoranza di Eni ed Enel, più che dalle privatizzazioni; in secondo luogo, queste ultime paiono essere servite più a trasferire responsabilità di gestione che a raccogliere finanza con cui rimborsare debito pregresso.

Pur concordando con tali affermazioni, che possiamo riassumere affermando che le liberalizzazioni-privatizzazioni non hanno fatto altro che consentire il trasferimento di ciò che prima era in mano pubblica – dunque di proprietà dei cittadini attraverso lo Stato – ad alcune poche mani private, da un punto di vista strategico-economico, in merito alla forza strutturale di lungo termine, le privatizzazioni hanno prodotto anche il nefasto risultato di segnare per il nostro Paese forse l’ultimo passo del processo di deindustrializzazione avviato un trentennio prima. Per comprendere il salto qualitativo fatto con il 1992, si potrebbe dire che si è passati da un generale processo di deindustrializzazione anche ad uno specifico processo di destatalizzazione.

Con lo slogan per cui ‘il pubblico non funziona ed il privato funziona meglio’, si sono messi nelle mani di alcuni privati, importanti settori strategici come quello bancario ed assicurativo, delle telecomunicazioni, siderurgico ed alimentare. Il processo oggi mira a radicalizzare questa privatizzazione anche sul fronte energetico e di altri importanti settori pubblici di rilievo sociale (previdenza, sanità, istruzione, trasporti).

Finora questi privati non hanno saputo fare meglio del pubblico, anzi hanno inciso sull’economia fisica in modo decisamente negativo, tagliando posti di lavoro e chiudendo impianti produttivi.

Infine, affermare che il processo di liberalizzazione-privatizzazione ha riguardato primariamente l’industria pubblica in difficoltà è un falso, in quanto il 64,8% delle aziende privatizzate appartiene ai settori bancario-assicurativo e delle telecomunicazioni[19], finanziariamente remunerativi già sotto la gestione pubblica.

Un caso emblematico che butta giù la maschera: IMI

L’operazione di privatizzazione dell’Istituto Mobiliare Italiano è la meno conosciuta al pubblico. L’IMI ha storicamente assunto un ruolo strategico all’interno del sistema economico italiano dal dopoguerra ad oggi. Essa, infatti, non era una banca con sportelli quanto piuttosto un operatore creditizio dedito soprattutto ai finanziamenti a medio e lungo termine alle imprese (è la Banca Fideuram, sua società controllata, a rappresentare il gruppo sul versante retail).

Nata nel 1938, ha assunto col tempo maggior importanza, in particolare all’interno dei programmi internazionali di recupero delle economie distrutte dalla seconda guerra mondiale. Successivamente ha operato soprattutto nel settore dei finanziamenti a grandi progetti industriali, nel sostegno alle piccole e medie imprese e nel finanziamento dei progetti riguardanti il Mezzogiorno[20], attraverso una politica finanziaria di reperimento fondi, centrata sull’emissione di obbligazioni e certificati di deposito.

La privatizzazione dell’IMI non è sicuramente avvenuta per inefficienza gestionale, in quanto essa registra oltre 60 anni di bilanci positivi; nel 1992 l’esercizio si è chiuso con un attivo di 443 miliardi di lire, il 30 settembre 1993 risultavano 376 miliardi di utili con una previsione per l’esercizio di oltre 500 miliardi di lire.

L’IMI poteva dunque essere considerata come uno dei gioielli del patrimonio pubblico italiano.

Fino al 1994 il 50% del capitale della società era posseduto direttamente dal Ministero del Tesoro, mentre il 9,27% era posseduto indirettamente attraverso la partecipazione della CONSAP (Società posseduta Integralmente); inoltre il 3,22% del capitale era degli enti INAIL e INPS[21]. Queste partecipazioni in una società che genera costantemente utili volevano dire in concreto entrate costanti per il welfare. In seguito alla vendita della terza tranche, “il Tesoro possedeva ancora 6.796.285 azioni dell’IMI, pari all’1,13% del capitale sociale. Tale quota è diminuita a seguito dell’assegnazione delle bonus share della prima tranche e per effetto della fusione per incorporazione dell’IMI nel Gruppo San Paolo[22]. Se con la vendita della prima tranche il 45,7% del pacchetto azionario immesso sul mercato è finito in mano straniere, con la vendita della terza tranche a finire in mani straniere è stato il 57,4% del relativo pacchetto azionario (di cui il 37,2% ad istituti anglo-americani).

Dalla vendita di IMI sono derivati 3208 miliardi di lire per le casse dello Stato. Da ciò se ne desume una riduzione del debito pubblico di 3208 miliardi di lire, che hanno consentito un risparmio in termini di interessi negativi di circa 300 miliardi di lire annue. Lo Stato però allo stesso tempo è stato privato di entrate per almeno 300 miliardi di lire annue (il 62% dell’attivo del ’93, essendo questa la percentuale di partecipazione statale nel capitale sociale di IMI). Che senso ha avuto questa vendita? Non regge evidentemente la questione della riduzione del debito. E’ pretestuosa e demagogica la motivazione dell’aver favorito il pubblico risparmio. Se l’operatività di IMI andava a favorire tutto il sistema Paese, la quota di minoranza assoluta passata nelle mani del pubblico risparmio, va a favorire solo gli intestatari di tali azioni. Formale è pure la considerazione per cui la vendita di IMI ha fatto parte di un processo di snellimento dei settori tendenti al monopolio, poiché di fatto oggi il settore bancario italiano, (ma non è diversa la situazione internazionale), è nelle mani di soli due operatori. Quello che è certo è che questa perla dell’imprenditoria pubblica è passata dal controllo dello Stato al controllo di San Paolo, oggi Gruppo Intesa-San Paolo. L’azionista di maggioranza di Intesa-San Paolo è la Compagnia di San Paolo (7,96%), una fondazione presieduta da Franzo Grande Stevens, persona vicinissima alla famiglia Agnelli, la quale è a sua volta tra gli azionisti primari del Gruppo (2,447%).

Tra gli altri azionisti di maggioranza troviamo: la Carlo Tassara S.p.A. (5,896%) (che ancora non ha un proprio sito web … è in costruzione!) vicina alla famiglia Zaleski (acciaio e finanza), la Crédit Agricole S.A. (5,568%), le Assicurazioni Generali (5,075%) dove ritroviamo tra gli azionisti di maggioranza la Carlo Tassara S.p.A., la Fondazione Cariplo (4,680%), Fondazione C.R. Padova e Rovigo (4,602%), l’Ente C.R. Firenze (3,378%), la Fondazione C.R. in Bologna (2,729%).

Insomma una serie di piramidi azionarie ben incrociate, dove a capo di tutto vi sono le solite fondazioni filantropiche a finalità non lucrativa, tutte disinteressatamente dedite al finanziamento di eventi culturali e caritatevoli, ed a cui dunque il legislatore concede di tenere ben nascosti gli associati.

Se questo è il caso IMI, non sono andate diversamente le cose con Comit e Credit, anch’esse in cima alle classifiche internazionali di redditività.

Nel frattempo i politici si giocano comuni e regioni al casinò[23]

L’orgia speculativa che si è impossessata dell’economia reale, del lavoro e della vita della gente, si è impossessata pure delle istituzioni pubbliche. La distruzione dello Stato sociale che va attuandosi per causa della distruzione dell’industria nazionale e più in generale dell’economia fisica, arriverà alla più ampia distruzione dello Stato nazionale. Infatti, stupidi e corrotti amministratori pubblici si sono seduti al tavolo da gioco organizzato dall’oligarchia finanziaria operante attraverso il sistema bancario. I derivati finanziari, ossia quelle scommesse speculative che vedono coinvolte tutte le istituzioni bancarie del pianeta, hanno invaso i bilanci degli enti pubblici. 900 enti pubblici hanno nel proprio bilancio strumenti derivati per 10,5 miliardi di euro. Allo stato attuale quelle che dovevano essere operazioni “assicurative” per alleggerire il debito degli enti pubblici, si sono trasformate in un cappio al collo dei contribuenti che si ritrovano ipertassati anche per pagare i debiti da gioco contratti dagli amministratori pubblici, e di cui creditori sono i principali istituti bancari. Le scommesse su cui si imperniano questi strumenti si sono rivelate sbagliate nell’80% dei casi, secondo quanto affermato dalla Consob.

Nel caso in specie delle amministrazioni locali, comuni province o regioni che siano, si parla solitamente di swap: l’amministrazione scommette contro una banca che se un tasso resta entro un certo livello guadagna, se lo supera perde. Per partecipare all’operazione l’amministrazione riceve un premio finanziario che registrerà in bilancio come attivo (inizialmente, pagherà al massimo una commissione alla banca).

Sostenere, come fanno solitamente gli amministratori locali che si sono seduti al grande tavolo da gioco dei derivati finanziari, che l’operazione di swap non comporta costi, è un falso: i costi ci saranno se la scommessa sarà persa (e solitamente viene persa). I costi essendo solo potenziali, non risultano in bilancio al momento della contrazione dell’operazione finanziaria; risulteranno soltanto al momento in cui la condizione perdente si sarà verificata. Il paradosso è però che siccome le amministrazioni locali ricevono un premio finanziario fin dall’inizio dell’operazione, questo viene registrato nell’attivo di bilancio, rendendo l’illusione dell’ottimo lavoro finanziario fatto dagli amministratori. Poi però negli anni successivi c’è da aspettarsi, con un’80% di probabilità, l’esito negativo dell’operazione e dunque il maturare di perdite la cui entità non è fra l’altro determinabile, in quanto rimessa alle dinamiche dei tassi di interesse.

La Corte dei Conti, si è espressa in merito a queste operazioni, con queste parole: “Il fenomeno è preoccupante perché le esposizioni finanziarie possono diventare progressivamente insostenibili... le gestioni future sono destinate a farsi carico degli effetti negativi loro tramandati, e che saranno difficili da sostenere”.

Così, tanto per rendere l’idea, il Comune di Torino sta perdendo con JP Morgan 14 milioni di euro sui contratti speculativi dei derivati finanziari. JP Morgan ha avuto come suo consulente l’attuale ministro Linda Lanzillotta, fautrice inesauribile delle liberalizzazioni, la quale ha affermato di aver aiutato la banca a comprendere come funzionano i bilanci pubblici. Il Comune di Taranto è invece fallito tout court per causa delle operazioni in derivati. I soldi delle tasse pagati dai cittadini di Taranto così passano brevi manu alla Bnl con cui il Comune si era esposto. Il Comune non ha così i soldi per pagare le retribuzioni dei dipendenti e neanche il mantenimento dei servizi ai cittadini. Per l’attuale modello culturale del liberismo, il contratto di credito prevale sul contratto sociale.

Assistiamo così alla perfetta concretizzazione del parassitaggio per opera dell’economia finanziaria ai danni di quella reale, magistralmente descritto da Lyndon LaRouche con la funzione delle tre curve:


Fonte: www.movisol.org

La liquidità viene a mancare per sostenere l’economia reale (sanità, istruzione, infrastrutture, sistema pensionistico e previdenziale[24], retribuzioni, ecc.) perché assorbita dalla bolla speculativa rappresentata dagli “aggregati finanziari”. Questo è un processo che non riguarda solo le amministrazioni comunali italiane, ma l’intera economia mondiale da circa quarant’anni, e che sta comportando la distruzione dei tenori di vita della maggioranza della popolazione mondiale.

Far circolare la verità!

Per l’azione politica e sindacale, ma soprattutto per l’azione dei cittadini

Sia ben chiaro, valutare la bontà o meno del processo di liberalizzazione-privatizzazione avviato nel ’92 concentrando l’attenzione sui corsi azionari non ha molto senso. Purtroppo però la strada seguita dalla Commissione bilancio che ha redatto lo studio Le privatizzazioni in Italia dal 1992 è stata proprio quella. Queste infatti erano aziende non quotate sotto la gestione pubblica, e dunque fare raffronti tra il prima ed il dopo, guardando i corsi azionari, non è possibile. Per di più il prezzo di un’azione varia principalmente in funzione della capacità dell’azienda di generare utili. Tuttavia questi utili possono essere valutati diversamente a seconda di come maturano. Se l’utile è il risultato di un salto tecnologico fatto, questo sarà promettente anche per il futuro. Se l’utile invece deriva dal taglio dei posti di lavoro, dal mancato reinvestimento dei profitti nella struttura aziendale (che anzi si presenta vetusta, al minimo livello di operatività), questo dovrà essere valutato diversamente. I corsi azionari poi possono variare in funzione di politiche monetarie espansive che per esempio rendono non remunerative altre forme di impiego (strumenti a rendita garantita). Influiscono anche fattori di tipo “culturale”. Nell’ultimo decennio per esempio si è assistito a fenomeni di volubilità da parte dei risparmiatori: dall’investimento sicuro in titoli di stato, al prevalente investimento in azioni, per poi tornare ad investire sul rendimento sicuro.

Tutto ciò è empiricamente constatabile guardando la dinamica dei corsi azionari dal ’92 ad oggi. Lo studio della Commissione parlamentare viene prodotto nell’ottobre del 2000 quando i corsi azionari erano ancora sui massimi di lungo periodo. Tuttavia tre anni più tardi quei valori saranno più che dimezzati per poi ritornare a metà 2007 sugli stessi valori massimi (che però tenendo conto dell’inflazione e del rendimento dei titoli di stato saranno da deprezzare, per il quadriennio, di un 20% circa). Al momento, i corsi hanno nuovamente perso un 30% dei valori massimi registrati nel 2007.

Durante la fase di piena espansione dell’economia italiana (anni ’50-’60) la capitalizzazione di borsa incideva sul p.i.l. neanche per un 10%. Questo valore in tempi di declino economico è passato al 70%.

Tuttavia lo stesso studio parlamentare consente, alla luce comunque di un errato modo di concepire l’economia, di poter valutare la capacità del settore privato come non performante rispetto a quello pubblico, almeno sul fronte di settori strategici come lo erano quelli oggetto di liberalizzazione-privatizzazione.

Lo studio infatti afferma:

“Una possibilità, a fini puramente indicativi, è quella di immaginare un investitore che abbia ripartito equamente i suoi investimenti tra tutte le emissioni [delle aziende privatizzate], indipendentemente dalla loro dimensione complessiva. […] In tal caso, il rendimento sintetico può essere espresso attraverso la media semplice dei rendimenti dei singoli titoli. Il risultato di questa media è … inferiore di oltre il 40% a quello ottenibile dalla media delle blue chips [i titoli principali della borsa italiana]. Ciò significa che il risparmiatore avrebbe trovato più conveniente acquistare tutti i titoli guida (in proporzione alla loro dimensione) piuttosto che aderire in egual misura alle offerte di titoli pubblici via via proposte.”

Il rendimento dell’indice generale di titoli italiani Mibtel (nel grafico riportato con linea continua) è poi costantemente stato superiore rispetto alla media dei titoli delle aziende privatizzate (nel grafico riportata con linea tratteggiata).



Ciò significa anche che se la redditività di queste aziende passando dalla mano pubblica a quella privata non è aumentata, non è certo dovuto ad una particolare fase negativa dello scenario economico italiano, avendo altre aziende nello stesso periodo performato meglio.

In considerazione di questi dati la liberalizzazione-privatizzazione dei servizi pubblici locali, delle così dette municipalizzate, di aziende come la Tirrenia o come le ferrovie, rischia di innescare meccanismi di concorrenzialità che confliggono con quelli che sono gli obiettivi primari – l’interesse collettivo nonché la continuità e qualità del servizio, la diffusione sull’intero territorio nazionale – che obbligatoriamente uno stato civile deve perseguire. E’ allora da ritrovare il giusto angolo visuale nella valutazione dell’operatività di questi servizi. La tratta marittima per l’isola di Pianosa, così come quella ferroviaria per Donoratico, saranno tratte a rimessa, perché il costo fisso di tratta sarà più alto del compenso ricevuto da quei dieci viaggiatori a cui però uno Stato civile e sociale deve garantire l’accesso al servizio. Qui mancherà la remuneratività finanziaria, ma sarà pienamente perseguita la remuneratività sociale. La tratta navale per l’isola d’Elba o quella ferroviaria per Milano, saranno invece finanziariamente remunerative. Le società private che vanno costituendosi – si pensi a quella che vede Montezemolo e Della Valle come soci di maggioranza – puntano invece ad accaparrarsi, com’è ovvio che sia per chi è dedito al profitto, le sole tratte a maggior remuneratività. Se tutti fanno così è ovvio che allo Stato restano le tratte finanziariamente sconvenienti, ed ecco che quello che era un problema finanziario, cresce esponenzialmente.

Dunque, il modo di guardare tali questioni da parte del pensiero liberale si pone fuori dello Stato sociale voluto dai nostri costituenti.

Alla luce di questi dati chi ancora oggi parla di liberalizzazioni e privatizzazioni come sistemi per la soluzione dei problemi economici e sociali che affliggono il nostro Paese è o un traditore del popolo italiano o più semplicemente un ignorante. In ogni caso ci troviamo di fronte a persone che non hanno niente a che fare con la complessa arte politica che mira al perseguimento del Bene Comune.

Le liberalizzazioni si sono dimostrate la porta di ingresso ai processi di ristrettissima concentrazione privatistica di ciò che prima era pubblico o comunque diffuso e parcellizzato tra una vastissima pluralità di imprenditori.

In ogni caso si è assistito a fenomeni di distruzione dei posti di lavoro, abbassando dunque il monte salari e dunque le entrate dello Stato. Se da un lato con la svendita dell’industria nazionale lo Stato ha perso importantissime voci di entrata, dall’altro lato, quello della contribuzione fiscale, si è assistito allo stesso fenomeno. Ciò ha messo in crisi il sistema di welfare. Il fatto che oggi dunque il sistema non sia più sostenibile è diretta conseguenza di omicide scelte politiche. Il paradosso è che dopo avere distrutto l’industria nazionale e posti di lavoro altamente qualificati, ora si pretende che la cittadinanza accetti supinamente la distruzione del sistema di welfare che dal ’48 ai primi anni ’70 si era andati costruendo.

Dallo Stato sociale dell’universalismo dei diritti, si è passati dunque – per via contingentata e non per nuova illuminata acquisizione della civiltà – allo Stato sociale che si occupa esclusivamente dei bisogni degli strati più poveri della popolazione.

Si è assistito poi all’esplosione delle partite i.v.a.. Chi prima era lavoratore dipendente, oggi, si inventa un’attività in proprio. La forte concorrenza creatasi nel mondo del lavoro autonomo ha ridotto notevolmente i margini di guadagno, con un conseguente livellamento verso il basso della qualità dei servizi resi e dei beni prodotti. Con la stessa velocità con cui queste attività aprono, anche chiudono[25].

Così, a fronte di un mondo del lavoro dipendente sottopagato[26] e fortemente tassato, il mondo del lavoro autonomo cerca di rendere congruo il proprio rischio d’impresa ricorrendo all’evasione fiscale. Senza il ricorso a questa impropria forma di sopravvivenza imprenditoriale, assisteremmo ad un’ulteriore moria delle piccole attività imprenditoriali, rispetto a quella già prodotta dalle liberalizzazioni-privatizzazioni e più in generale dalle politiche neo-liberiste.

Riepilogando, il quadro che abbiamo di fronte è il seguente:

a) A manifesta violazione del dettato costituzionale, sono venute meno, a tutto vantaggio dello scopo lucrativo, la funzione sociale dell’iniziativa economica e della proprietà privata, così come l’azione di rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana che l’art. 3 della Costituzione impone alla Repubblica.

b) Conseguentemente al venir meno della mission per cui i nostri padri costituenti si riorganizzarono dopo il fallimento dell’esperienza dello stato liberale ottocentesco, sfociato nei totalitarismi, l’azione politica (ma anche sindacale) è divenuta ossequiosa a fronte delle esose e capricciose richieste delle oligarchie finanziarie che nel corso degli anni sono tornate a subordinare a sé la dimensione politica, grazie ad un disonesto utilizzo dei media ed alla debolezza morale della classe politica.

c) Questo processo passa per la distruzione delle funzioni produttive e di necessaria difesa dell’interesse generale che allo stato attuale si concretizza ancora con la tutela del lavoro, nonché della capacità nazionale di riconoscere diritti fondamentali (welfare) sempre più ampi. Tale processo è passato prima per una generica deindustrializzazione e deinfrastrutturazione del Paese, poi per la più specifica dismissione dell’impresa pubblica, regalata all’oligarchia finanziaria.

d) La procurata distruzione della capacità produttiva nazionale e del monte salari, a tutto vantaggio della speculazione finanziaria, ha ridotto i flussi di entrata dell’erario, rendendo complicato il sostentamento della spesa pubblica e delle peculiari funzioni di welfare che caratterizzavano lo Stato sociale moderno, implicando un anacronistico ritorno ai processi del riformismo verso il basso.

e) Il processo innescato vede il formarsi di sempre più imponenti concentramenti di capitali in pochissime mani, di cui il fenomeno delle continue fusioni tra imprese non è altro che la più manifesta dimostrazione; corrispondentemente la percentuale degli stipendi sul p.i.l. è in costante diminuzione e quella dei profitti sul p.i.l. in constante aumento.

f) Tutto ciò porterà all’inevitabile implosione degli Stati-nazionali, avviando nuove forme di impero, così come preconizzato dai teorici utopisti del Governo unico mondiale.

Gli amministratori politici e sindacali purtroppo si stanno muovendo su dei binari che portano dritti verso il baratro.

C’è da invertire un processo, ma non possiamo certo aspettarci che a farlo sia chi fin qui ci ha portato. E’ il buon senso a suggerirlo. Come si può credere che generazioni oramai anziane siano così responsabili da riconoscere gli errori fatti e stravolgere completamente il proprio sistema di pensiero? Ecco che si impone un’azione di massa che coinvolga chi vive in prima persona le difficoltà della quotidianità. Purtroppo non è più questo il tempo in cui finita la giornata lavorativa ci si può esclusivamente dedicare ai “propri” interessi. Si impone un’azione di denuncia di queste realtà e di annuncio della verità.

Far circolare la verità diventa la nuova missione del cittadino del nostro tempo.

Politici o sindacalisti ispirati dall’idea per cui “non ci si può fare nulla, la situazione è questa” hanno deciso di occuparsi di altro – forse di quegli stessi interessi oligarchici a cui fa comodo che la realtà sia questa – piuttosto che di migliorare le condizioni di vita dei loro rappresentati.

Ci troviamo all’interno della più grave crisi finanziaria ed economica della storia moderna. Un sistema economico internazionale che agisce all’interno di una realtà dove ogni giorno si riduce l’aspettativa di vita media di interi continenti e dove nelle nazioni più avanzate si assiste a fenomeni di riduzione del tenore di vita della maggioranza della popolazione, tornato per molte famiglie a livelli di mera sussistenza, è un sistema economico manifestamente fallito. In seguito alla crisi del 1929-32 e della crisi sociale ed internazionale che ne derivò sfociando nella guerra, il presidente Franklin Delano Roosevelt ripartì dalla creazione di un sistema monetario e creditizio che rappresentasse una base solida per lo sviluppo delle economie piuttosto che il parassita che di queste si nutre. Nell’aprile del 2005 la classe politica italiana sembrò capirlo approvando a maggioranza trasversale una risoluzione parlamentare[27] che obbligava il Governo a promuovere nelle opportune sedi internazionali un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale. Purtroppo poi niente di concreto fu fatto. Tuttavia è inevitabile che da lì si debba ripartire. La proposta di Nuova Bretton Woods[28] lanciata dall’economista americano Lyndon LaRouche, per un nuovo sistema monetario più giusto dove a fare da padrona non sia la speculazione di alcuni salotti finanziari quanto piuttosto l’economia reale produttiva dei popoli, è la pietra angolare per ridare futuro a tutte le nazioni del pianeta.

Da qui si riparte per rilanciare l’economia reale con l’avvio di progetti infrastrutturali ad alta intensità tecnologica da finanziare con credito pubblico a basso tasso d’interesse ed a lunga scadenza, ripristinando un sistema di credito centrato sull’azione di una banca nazionale operante sotto il controllo pubblico.

Ma qui ci si imbatte di nuovo nel problema sopra accennato: le classi dirigenti non hanno la forza morale e la motivazione per cimentarsi in questo progetto. E’ necessario allora che con azioni centrate sul dialogo, attraverso iniziative propagandistiche, interventi pubblici o altro, si perfezioni un’azione di massa che porti negli ambienti decisionali ciò che serve per la vita della gente invece che per gli interessi degli oligarchi.

Questo è l’invito che vale per tutti i cittadini che abbiano a cuore il proprio futuro e quello dei propri figli: far circolare la verità ed agire alla luce della stessa.

Claudio Giudici (Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà)

Le misure necessarie per fermare la crisi economica

Le misure che qui veniamo a proporre, sono misure studiate per l’intero scenario internazionale nonché per la specificità del caso statunitense. Tuttavia queste sono necessarie ed applicabili anche all’Italia.

La Nuova Bretton Woods

La crisi sistemica del sistema finanziario mondiale è in pieno corso. Scatenata, ma non provocata dal crollo del mercato dei mutui a rischio sub-prime negli Stati Uniti, e dalla fine dello yen-carry trade iperinflazionistico in Giappone, sta inesorabilmente demolendo il castello di carte degli “strumenti finanziari creativi”, come l’ex governatore della Federal Reserve Alan Greenspan definisce i vari derivati. I mutui a rischio sono solo l’anello di una lunga catena che ha moltiplicato all’infinito redditi e profitti inesistenti, e che sta ora crollando. Le insolvenze si allargano dai mutui alle carte di credito, dai bonds delle imprese a quelli delle amministrazioni pubbliche. Il crollo riguarda migliaia di miliardi di dollari di valore fittizio.

Ormai è sfatato il mito secondo cui le banche centrali avrebbero un numero illimitato di possibilità per mettere sotto controllo un crac finanziario: ora si trovano tra la Scilla della lotta contro l’inflazione adottando alti tassi d’interesse (urgenti di fronte all’inflazione dei prezzi delle materie prime e del petrolio, ma che provocherebbero ulteriori scoppi di bolle finanziarie come quella dei mutui americani) e la Cariddi della crisi creditizia, scatenata dal crollo dell’”effetto leva al contrario”. Se le banche centrali tenteranno di fermare la reazione a catena immettendo centinaia di miliardi di liquidità, come è avvenuto nelle 24 ore successive al venerdì nero di Ferragosto, provocheranno un’iperinflazione come quella della Germania di Weimar del 1923, solo questa volta non soltanto in un paese, ma a livello mondiale.

E’ un dilemma da cui non c’è via di uscita: questo sistema finanziario è finito.

Chi rischia di subirne le conseguenze catastrofiche è la popolazione mondiale. Se i governi non saranno più in grado di finanziare le proprie funzioni, la società rischierà di sprofondare nel caos. Il modello della cosiddetta globalizzazione è in bancarotta tanto quanto lo era il modello comunista nel 1989-91. Tutti i principii a cui è associato, ad esempio la delocalizzazione (ovvero il trasferimento della produzione in paesi dove costa poco la manodopera), la società del “valore azionario”, “money-makes-money”, la produzione “just-in-time”, “benchmarking” etc, si sono dimostrati fallimentari. Il crollo delle infrastrutture nei paesi del G7 è il migliore indicatore del disastro provocato dal liberismo economico.

Per impedire le sofferenze intollerabili che subirebbe la popolazione col crollo del sistema finanziario mondiale, serve convocare immediatamente una conferenza di emergenza che dia vita ad una nuova architettura finanziaria nella tradizione del sistema di Bretton Woods creato dal Presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1944.

Si ricorda inoltre che il Parlamento italiano ha ripreso la proposta di LaRouche per una nuova Bretton Woods nella mozione approvata alla Camera del Deputati il 6 aprile 2005, che impegna il governo italiano a “proporre la convocazione di una nuova conferenza internazionale a livello di Capi di Stato e di Governo, come quella che si tenne a Bretton Woods nel 1944, allo scopo di fondare un nuovo sistema monetario internazionale”.

La necessità di tale riorganizzazione fondamentale è ancor più evidente oggi, ed è aumentato anche il potenziale di realizzarla. Il motivo è un’ironia della storia. Quando nel 1991 crollò l’Unione Sovietica, i neoconservatori intorno al Presidente George Bush decisero di trasformare la repubblica americana in un impero, rifacendosi al progetto di “un nuovo secolo americano”, un’ideologia secondo cui nessuna nazione o gruppo di nazioni avrebbe mai dovuto minacciare economicamente o militarmente la supremazia americana.

Ora gli stessi neoconservatori dell’amministrazione Bush-Cheney, con la loro politica di guerre preventive e cambiamenti di regime, hanno fatto sì che accelerasse il processo di cooperazione tra le nazioni dell’Eurasia e dell’America Latina, che altrimenti sarebbe durato decenni, come reazione alla politica unilaterale americana. Numerosi capi di stato hanno dichiarato la loro intenzione di difendere il bene comune della loro popolazione dagli attacchi degli organismi finanziari legati alla globalizzazione. E’ tornata all’ordine del giorno l’urgenza di un nuovo ordine economico mondiale più giusto. Sono all’ordine del giorno in molti paesi alcuni dei progetti proposti da decenni dal movimento di LaRouche, per promuovere la ricostruzione dell’economia reale, tra cui quello del ponte di sviluppo eurasiatico.

Sarebbe un’illusione pensare di poter riorganizzare il sistema finanziario mondiale senza gli Stati Uniti. E’ necessario instaurare una maggiore collaborazione con “l’altra America”, quella nella tradizione della Rivoluzione Americana e della Dichiarazione di Indipendenza, l’America di Alexander Hamilton, John Quincy Adams, Abramo Lincoln, Franklin D. Roosevelt e Martin Luther King, che oggi si ispira a LaRouche. L’America dovrà entrare a far parte di una comunità di repubbliche sovrane fondate sui principii e legate da un comune interesse per l’umanità.

Negli ultimi mesi l’economista e leader democratico americano Lyndon LaRouche ha ribadito più volte che solo la combinazione tra un’America trasformata, la Russia, la Cina e l’India avrà la forza necessaria per mettere all’ordine del giorno la questione urgente della riorganizzazione del sistema finanziario.

Per correggere gli errori madornali commessi all’insegna della svolta paradigmatica degli ultimi 40 anni, da quando Richard Nixon mise fine al sistema dei cambi fissi nel 1971, e dalla globalizzazione che ha fatto seguito alla fine dell’Unione Sovietica, fino ad arrivare all’odierna finanziarizzazione dell’economia, dovremo attuare le seguenti misure:

1. Dichiarare la bancarotta dell’attuale sistema finanziario e sostituirlo con uno nuovo.

2. Adottare immediatamente un sistema di cambi fissi.

3. Proibire la speculazione finanziaria stipulando appositi accordi tra i governi.

4. Attuare una riorganizzazione del debito e, ove sia necessario, una cancellazione del debito.

5. Aprire nuove linee creditizie, con la creazione del credito da parte dello Stato, nella tradizione di Alexander Hamilton e del Sistema Americano, al fine di rendere possibile la piena occupazione, tramite investimenti nelle infrastrutture di base e nell’alta tecnologia.

6. Completare il ponte di sviluppo eurasiatico, quale fulcro di un programma di ricostruzione dell’economia mondiale, rendendo così possibile non soltanto un miracolo economico, ma anche una pace duratura nel XXI secolo.

7. Un nuovo “Trattato di Westfalia” che garantisca l’accesso e lo sviluppo delle materie prime a tutte le nazioni sulla terra nei prossimi 50 anni.

Il sistema della “globalizzazione”, col suo capitalismo predatorio, è fallito economicamente, finanziariamente e moralmente. Al centro dell’economia andrà messo di nuovo l’Uomo e il bene comune. Il nuovo ordine economico mondiale dovrà garantire i diritti inalienabili di tutto il genere umano.

Disegno di Legge per la protezione dei proprietari di case e delle banche

Il comitato di azione politica LPAC (LaRouche Political Action Committee) negli Stati Uniti ha annunciato una mobilitazione di massa per convincere il Congresso a varare una Legge per la protezione dei proprietari di case e delle banche. Il disegno di legge, ideato da Lyndon LaRouche, è l'unico modo per porre fine ai milioni di pignoramenti e sfratti già in atto ed iniziare un processo di riorganizzazione fallimentare del sistema finanziario statunitense e mondiale basato sul dollaro, altrimenti condannato a morire.

Seguono i punti essenziali del Disegno di Legge Homeowners and Bank Protection Act – HBPA:

1. Il Congresso costituisca un'agenzia federale allo scopo di proteggere tutte le banche con riconoscimento federale o statale, congelando tutti i mutui esistenti per il periodo necessario - di alcuni mesi o anni - per riportare il prezzo delle case a livelli ragionevoli; ristrutturare i mutui esistenti fissando dei tassi di interesse adeguati; e cancellare tutti gli obblighi speculativi dei titoli garantiti da mutui, i derivati, e altre forme di catene di Sant'Antonio che hanno portato il sistema bancario all'attuale condizione di insolvenza.


2. Durante questo periodo di transizione, verranno congelati tutti i pignoramenti, consentendo alle famiglie americane di non perdere la casa. Le rate mensili, che fungeranno da canone d'affitto, saranno corrisposte a certe banche prescelte, che potranno poi utilizzare quei fondi come garanzia per emettere altri crediti in modo regolare, e così ricapitalizzare il sistema bancario. Alla fine, queste rate mensili fissate a livelli ragionevoli saranno un fattore nel determinare i nuovi mutui, che rifletteranno la deflazione della bolla immobiliare e la definizione di valori appropriati, da contrarre a tassi di interesse fissi. Si dovrà presupporre che questo processo di sfoltimento del mercato immobiliare richiederà qualche anno. Nel periodo intermedio, nessun mutuatario sarà sottoposto a sfratto, e le banche federali e statali saranno protette in modo da poter riprendere a svolgere la loro funzione tradizionale, e cioè fornire dei servizi alle comunità locali, elargendo crediti per gli investimenti produttivi, l'agricoltura, le infrastrutture, etc.


3. I governatori dei singoli stati saranno responsabili a livello amministrativo dell'attuazione di questo programma, comprese le valutazioni dei “canoni” da corrispondere alle banche prescelte, sotto l'egida del governo federale, che fornirà i crediti e le garanzie necessari per assicurare la transizione.


Se il Congresso non varerà il presente disegno di legge a breve svariati milioni di americani perderanno la casa nei prossimi mesi, innescando un processo di caos sociale che deve essere evitato. Il congelamento dei pignoramenti delle case sarà il primo passo fondamentale di una riorganizzazione complessiva.

Nel contesto di questo piano, andrà sottoposto ad una riorganizzazione fallimentare anche il sistema della Federal Reserve, che sarà trasformata nella Terza Banca Nazionale degli Stati Uniti. Come descrive la piattaforma per il Partito Democratico pubblicato da Lyndon LaRouche, queste misure saranno accompagnate dalla creazione, tramite trattati tra i principali stati nazionali del mondo, di un nuovo sistema di Bretton Woods, basato su tassi di cambio fissi e accordi a lungo termine per grandi progetti di sviluppo a livello globale.

Lo tsunami dei pignoramenti a cui assistiamo non è semplicemente il risultato di una crisi immobiliare o dei mutui, ma piuttosto dell'intero sistema finanziario mondiale. Questo crollo sarà senza fondo se non si creerà un firewall normativo immediatamente, per fermare il salasso sui redditi della popolazione provocata dalle bolle iperinflazionistiche create da Alan Greenspan e altri come lui.



Lo schema della riorganizzazione dell'economia USA

Serve un approccio complessivo per fornire il credito ai livelli necessari per riparare le infrastrutture americane decadenti, promuovendo al contempo l'espansione della base dell'economia fisica.

1. Banca Nazionale delle Infrastrutture
In cima alla struttura ci deve essere un meccanismo creditizio federale, rappresentato dalla Banca Nazionale delle Infrastrutture. Questo istituto potrà essere fondato dal Congresso, che lo autorizzerà ad elargire il debito necessario a finanziare i progetti infrastrutturali approvati, per i costi diretti, gli input, e tutte le funzioni necessarie a completare i progetti. Così la banca fungerà da fonte di capitale, quando esso ecceda le limitazioni imposte dal bilancio per le spese correnti. I tassi d'interesse su questi prestiti saranno del 1-2%, e saranno soggetti a condizioni a lungo termine.
Ci sono molti precedenti per un sistema a lungo termine ed a bassi tassi d'interesse da parte del governo federale. Durante gli anni di Franklin Delano Roosevelt, una quantità massiccia di infrastrutture dure - ponti, scuole, sistemi idrici e simili - è stata costruita in questo modo; molte di queste strutture sono ancora in uso oggi.

2. La Legge per la Ripresa Economica
Il secondo livello della riorganizzazione consiste nella direzione dei finanziamenti per rigenerare le capacità industriali e infrastrutturali della nazione. Come indica la Legge per la Ripresa Economica del 2006, occorre fermare lo smantellamento del settore automobilistico e delle macchine utensili, creando un ente federale per controllare e gestire - direttamente o tramite appalto - gli impianti e le attrezzature caduti in disuso nel settore automobilistico e i settori dell'indotto. Questo ente sarà chiamato l'Ente Federale per gli Impianti Infrastrutturali, e la sua attività si estenderà ad altri impianti in disuso in settori quali le basi militari, i cantieri navali, le manifatture, etc.
Questi impianti potranno essere riconvertiti per produrre, insieme alle altre manifatture esistenti, tutti i componenti necessari per riparare e potenziare le infrastrutture. Tra i precedenti per una tale azione troviamo il periodo famoso della Seconda Guerra Mondiale, quando gli impianti automobilistici furono convertiti all'assemblaggio di carri armati, camion e aerei.
Il secondo livello dello schema mostra che se venissero attuai i programmi per potenziare la generazione e trasmissione di energia elettrica (e in modo particolare il nucleare) i ponti, le autostrade e le ferrovie, insieme alle infrastrutture dure come scuole ed ospedali, si genererebbero milioni di nuovi posti di lavoro, sia nei progetti stessi che nelle manifatture.

3. Iniziative legislative
Il terzo livello di questo schema prevede l'attuazione dei vari progetti federali, statali e locali che saranno considerati parte del programma di ripresa. Lo schema mostra l'effetto sui vari settori produttivi che risulterà da queste iniziative.

Iniziativa contro la ratifica del Trattato di Lisbona


Il Movimento Solidarietà in Europa ha lanciato una campagna contro la ratifica del Trattato di Lisbona, che impone una dittatura oligarchica annullando le Costituzioni nazionali e il potere legislativo dei Parlamenti, soprattutto in politica economica. Il Movimento rilancia l'iniziativa per un referendum contro il Trattato promossa in Germania ed Austria dai costituzionalisti guidati dal Prof. Schachtschneider (docente di diritto pubblico all'Università di Norimberga) e dall'ex ministro della Giustizia austriaco Klecatzky. Essi denunciano l'anticostituzionalità del Trattato che, col suo linguaggio volutamente incomprensibile e centinaia di clausole scritte in piccolo, vanifica le Costituzioni nazionali e mette fine alla sovranità in politica economica.

L'impostazione del trattato riecheggia inoltre le proposte europeiste avanzate nel 1962 a Venezia da Sir Oswald Mosley, il leader del British Union of Fascists incarcerato durante la II Guerra Mondiale per il suo sostegno ad Hitler, che già nel 62 chiese che la politica economica venisse decisa da un governo europeo, e che salari e pensioni venissero unificati al minimo comune denominatore. E' quanto accadrà se la politica economica, fiscale, monetaria e commerciale sarà decisa dall'UE invece che dai governi e dai Parlamenti, affossando non solo le Costituzioni ma anche il potere legislativo dei Parlamenti, come rileva il Prof. Schachtschneider. LaRouche ritiene che questo tentativo di imporre una dittatura in Europa vada di pari passo con il progetto elettorale del sindaco di New York Bloomberg, che spera di sostituirsi ad Obama dopo una serie di scandali e di imporre misure corporativiste fasciste anche negli Stati Uniti.

Dunque, l’accelerazione che va attuandosi per la ratifica del Trattato di Lisbona rappresenta la soluzione hobbesiana – tanto simile a quella che già negli anni '30, con specificità diverse, si ebbe – che le oligarchie richiederebbero per l’Europa, in risposta al crollo finanziario sistemico.

Intervento di Helga Zepp-LaRouche, presidente del Movimento Solidarietà tedesco (Buergerrechtsbewegung-Solidaritaet) alla conferenza di Roma

28.02.2008 - «Col Trattato di Lisbona l’Europa si trova ad affrontare un pericolo più grave di quello che la persona media immagina. Nel novembre 2007 il presidente francese Sarkozy ha presieduto una riunione segreta con alcuni parlamentari francesi e, stando alla stampa inglese, ha dichiarato che se ci fosse stato un referendum sul trattato di Lisbona nei Paesi europei, sarebbe stato sconfitto.
Quindi il 13 dicembre, i capi di stato europei a riuniti a Lisbona hanno firmato il Trattato di Riforma Europea, che ha preso il nome di Trattato di Lisbona. Non c'è dubbio che l'intenzione era quella di dire "procediamo a ratificare questo trattato il prima possibile, senza un dibattito pubblico, senza un dibattito parlamentare, altrimenti saremo sconfitti".
Ad esempio, in Germania il testo del nuovo trattato non è stato pubblicato, quello che è stato pubblicato è il testo della Costituzione bocciata dal referendum in Francia e in Olanda nel 2005. A questo è stato aggiunto un testo che dice "al trattato vecchio si applicano le seguenti modifiche... articolo 1, comma b... la frase tot sostituisce la frase tot..."
State sicuri che due parlamentari in tutto, forse un giornalista, hanno letto tutte queste modiche; ma nessun'altro. Perché il testo originario, quello del trattato originale, è già così impenetrabile che non si capisce, a meno che il lettore non sia un esperto giurista.
Solo perché un bravo studente di legge di Lipsia s'è preso la briga di leggere tutta questa roba, e poi a pubblicarlo sul sito di un parlamentare tedesco (l’on. Gauweiler), il Governo è stato costretto a far circolare la versione provvisoria del Trattato.
Nel frattempo, alcuni giuristi di fama internazionale hanno scritto delle perizie sul nuovo trattato, che io raccomando veramente a tutti di voi. Una è quella prof. Schachtschneider, che è uno dei giuristi tedeschi che ricorse in appello, alcuni anni fa, contro il Trattato di Maastricht, e contro l'euro. Un altro è il prof. Klecatzky, ex ministro della Giustizia, che è uno dei padri della Costituzione austriaca.
Io ho studiato il nuovo testo, sulla base delle perizie di questi professori, e ho scoperto delle cose che adesso vi spiegherò.
La cosa più importante è che questo Trattato trasformerebbe quella che è un'alleanza di nazioni europee in uno Stato federale, che sarebbe governato per mezzo di un'oligarchia. Ad esempio, la cosiddetta "clausola generale" prevede che il Consiglio d'Europa e la Commissione Europea legiferino su tutto quel che vogliono, tranne che sulla politica estera e sulla politica di difesa.
Il Parlamento Europeo verrebbe ascoltato, ma solo come opinione, non avendo alcun potere legislativo, decisionale, ecc. Lo stesso dicasi per i parlamenti nazionali. A quel punto le direttive che vengono da Bruxelles, che oggi costituiscono il 70-80% della legislazione europea (il resto spetta ai governi e ai parlamenti nazionali), diventerebbero il 100%.
Poi c'è la cosiddetta "clausola di solidarietà": essa chiama in causa non meglio precisate "minacce terroristiche", tutte da definire, in base alle quali si definisce un'azione militare, che può essere un'azione di "peace-keeping", può essere un'azione militare difensiva, può essere un'azione militare offensiva. E nessun Paese ha la possibilità di veto, perché si decide a maggioranza, e se un Paese è contrario, è comunque tenuto a partecipare.
Quindi senza dibattito, senza dibattiti parlamentari o pubblici, l'Unione Europea verrebbe trasformata in un'alleanza militare, in cui si è obbligati a mantenere degli obblighi di riarmo, ad esempio.
Se, poi, teniamo in considerazione che dei 27 Paesi dell'Unione Europea, 22 fanno anche parte della NATO, si viene a creare un intreccio di quasi corrispondenza, di identificazione della nuova alleanza militare con la NATO: allora si capisce perché da questo punto di vista, da un po' di tempo, la Russia e la Cina abbiano, nei loro attacchi alla NATO, parlato di una politica di accerchiamento della NATO con l'espansione ad oriente dell'Unione Europea.
I Russi, compresi alcuni leader con cui ho parlato, considerano la politica di accerchiamento della Russia da parte della NATO, come una potenziale causa di una guerra mondiale.
Il modo in cui questa nuova Europa viene venduta all'opinione pubblica è, ad esempio, con l'argomentazione che l'Europa deve diventare forte, deve assumere un ruolo forte, da protagonista nel mondo, per controbilanciare, magari contenere, la politica aggressiva americana.
Ma questa è un'altra delle menzogne che vengono raccontate, perché se ci sarà una coincidenza tra la possibile affermazione di Bloomberg negli Stati Uniti e una dittatura di Lisbona in Europa, io penso che ci avvicineremo a questa Terza Guerra Mondiale.
Si capisce da come l'Europa si è comportata di fronte alle pressioni americane, in special modo del ministro della Difesa americano Gates per un maggior coinvolgimento in Afghanistan. Oppure si pensi al modo precipitoso con l'Europa si è mossa nei confronti del Kossovo, quando ancora c'era un disaccordo tra i Paesi membri dell'Europa, eppure la burocrazia europea aveva già deciso, inviato 1800 persone, come personale di amministrazione, polizia, ecc. Tuttora c'è il disaccordo tra i Paesi dell'Unione Europea.
Il riconoscimento dell'indipendenza del Kossovo ha aperto un vaso di Pandora, perché adesso tutti vogliono la loro indipendenza, a cominciare dai Baschi, dai Curdi, passando per l'Ossezia, per 'Abkazia, fino a Taiwan, e alla Lega Nord. E' giusto quel che hanno detto alcuni leader russi, e cioé che con un colpo solo si è buttata a mare un'intera tradizione secolare giuridica, internazionale, che veniva dal Trattato di Westfalia.
Un altro punto indicato dal prof. Schachtshneider è che il Trattato di Lisbona reintroduce furtivamente la pena di morte, una pena di morte che soprattutto l'Italia ha fatto di tutto per abolire, guidando un movimento mondiale che si è affermato col voto alle Nazioni Unite lo scorso dicembre.
Naturalmente la pena di morte non viene reintrodotta ufficialmente, ma furtivamente, con una nota a pie' pagina della Carta Europea, poiché il Trattato di Lisbona integra la Carta Europea. Sulla Carta Europea c'è scritto che la pena di morte è abolita. Questo lo riportano nel testo del trattato; però c'è una nota a pie' pagina che dice "eccetto che in casi di guerra, di disordini, di insurrezioni, ecc."
Ritengo che sia urgente un dibattito pubblico, su questo.
Ritengo che questo sia un cambiamento così grave delle costituzioni europee, che ci debbano essere un dibattito e un referendum.
Per cui chiedo a tutti voi di aiutarmi a mobilitare la popolazione europea per questo dibattito e per questo voto.
»



[2] Recentemente il Presidente Francesco Cossiga, l’ha definita “semi-cospirativa”, www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6304&T=P.

[3]E’ curioso notare che i parlamentari che fecero interrogazioni su quell’inchiesta e chiesero notizie, non furono più ricandidati. Me lo diceva una di loro, Michele Rallo di An, all’epoca deputato e componente della commissione parlamentare finanziaria. Si vede che occuparsene portava sfiga.” M. Veneziani, Libero, 30 gennaio 2006. Tutto l’articolo è visualizzabile a http://ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=2008.

[4] Da notare dunque che una riunione che riguardava la situazione economica italiana venne tenendosi su territorio inglese, in quanto il panfilo batteva bandiera britannica.

[5] Si deve parlare di svendita perché la vendita dell’industria nazionale avvenne dopo l’attacco speculativo alla lira italiana del settembre ’92 e che portò la moneta italiana a svalutarsi di circa il 30%. Quelle aziende furono dunque acquistate ad un valore inferiore di almeno il 30%. Anche su questo evento, che non deve essere considerato accidentale ma come rientrante in una strategia coordinata, il Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà fece un esposto in sede giudiziaria; http://www.movisol.org/soros1.htm.

[6] Durante il World Economic Forum tenutosi a Davos nel gennaio scorso l’economista Nouriel Roubini ha affermato che l'attuale crisi finanziaria è sistemica, e che la politica di creare bolle speculative non potrà più funzionare. Questo genere di denuncia è elemento portante nella concezione economica dello statista americano Lyndon LaRouche, il quale è oramai decenni che avverte sull’inevitabile distruzione degli stati-nazionali, alla luce del paradigma dominante l’odierna economia mondiale.

[7] In seguito al decreto Bersani d. lgs. 114/98, gli enti territoriali hanno proceduto a modificare la normazione in materia di commercio. Nel solo biennio e 2000-2002 si è assistito in Lombardia ad un aumento del 25%, in termini di presenza, delle grandi catene distributive; http://www.provincia.mantova.it/att_produttive/piano/allegato2.pdf. Si può verosimilmente pensare per le piccole attività commerciali ad una riduzione dei ricavi, tenendo anche conto della contrazione della capacità di consumo della popolazione italiana. Si precisa che questo dato è relativo al solo biennio 2000-2002.

[11] Le privatizzazioni in Italia dal 1992, 2000, Commissione bilancio della Camera dei Deputati. E’ questo il titolo dello studio parlamentare ad hoc sul processo di privatizzazioni in Italia. Da qui in poi il virgolettato sarà usato per i riferimenti testuali allo studio parlamentare.

[12] Lo stesso studio parlamentare distingue tra “privatizzazioni” e semplici “smobilizzi”. “… si indicheranno come “smobilizzi” le vendite di quote di partecipazione in società (qualunque sia la loro misura), di rami aziendali e di cespiti; il termine “privatizzazioni” sarà invece usato per indicare la cessione al settore privato (singoli acquirenti o mercato finanziario) del controllo di una società o di un ramo aziendale. Conseguentemente, un’impresa viene considerata privatizzata se e quando lo Stato, direttamente o indirettamente, non ha più il potere di nominare l’amministratore delegato (pur mantenendo “poteri speciali”, la cosiddetta golden share). Questa definizione porta quindi ad escludere dal novero delle privatizzazioni talune importanti imprese, quali ENI ed ENEL, AEM ed ACEA, per le quali il processo di cessione ai privati non è completato oppure non è previsto.” Ibidem, pag. 22.

[14]Initial Public Offering (offerta pubblica di vendita di azioni di prima quotazione).”

[15] “Il record per uno smobilizzo spetta all’OPV realizzata nel novembre 1987 con azioni della giapponese NT&T, la quale tuttavia è ancora oggi a controllo pubblico.”

[16] E’ questa la definizione usata dal prof. Jeffrey Saschs, quando come dirigente del Fondo Monetario Internazionale, prese le redini del processo di trasformazione delle economie ex socialiste in Europa, in economie di libero mercato.

[17] “Secondo l’accordo, il debito doveva essere ricondotto a ‘livelli fisiologici, cioè a livelli accettabili per un investitore privato operante in condizioni di economia di mercato’”.

[19] Dati Ocse.

[20] In riferimento al Mezzogiorno ricaviamo l’ennesima conferma al fatto che con l’inizio degli anni ’70 si sia avuto il giro di boa che ha portato l’economia italiana (ma più in generale tutta quella occidentale) da un’economia industriale e produttiva ad un’economia post-industriale (nell’accezione negativa del termine) ed improduttiva. Se infatti il rapporto degli investimenti fatti nel Mezzogiorno e quelli complessivamente fatti in Italia (attraverso le Partecipazioni Statali) fu in costante crescendo dal ’60 al ’72 passando dal 26% al 54%, successivamente sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale scese progressivamente (1974 al 38%, 1975 al 37%, 1977 al 30%, 1979 al 31%, 1980 al 35%).

[21] Questi dati si ricavano dal Prospetto informativo IMI, gennaio 1994.

[22] Libro bianco sulle privatizzazioni, Ministero del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica, 2001, pag. 32.

[24] Anche in merito al sistema pensionistico e previdenziale, una vera e propria dittatura della menzogna prevale sulla verità dei fatti. A questo proposito si rimanda ad una serie di pubblicazioni presenti sulla rete:

http://www.proteo.rdbcub.it/stampa.php3?id_article=264;

http://www.movisol.org/07news110.htm;

http://www.rete28aprile.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=1137;

http://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/newsita/Gallino_pensioni.pdf.

[25] Nel 2007 nella provincia di Firenze la cui economia è prevalentemente turistica, il settore della somministrazione alimentare ha segnato un saldo negativo di -84 attività.

[26] Il 26 ottobre 2007 tutte le principali testate giornalistiche riportavano l’affermazione del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, per cui sarebbero “troppo bassi i salari in Italia”.

[27] Mozione Lettieri ed altri, n. 1-00320 “Sulla convocazione di una conferenza internazionale per un nuovo sistema monetario e finanziario”, http://www.movisol.org/nbw6_4_05.htm.

27 gennaio 2008

Solo FDR può riportare “a fine mese” quel 70% delle famiglie

Il Governo istituzionale per l’Italia, all’interno della crisi finanziaria globale in corso, rappresenta un rischio per la cittadinanza. Le autorità finanziarie nonostante le stiano provando di tutte, non riescono a bloccare l’emorragia in corso sui mercati finanziari. Secondo oramai molti “guru” il mondo è entrato nella più grave crisi finanziaria del dopoguerra. In realtà questa crisi rischia di rappresentare la più grave che la storia dell’uomo ricordi se i governi nazionali non intervengono in modo coordinato. Essa, infatti non coinvolge singole regioni del pianeta, ma tutto il pianeta. L’interdipendenza tra economie è oggi tale che una crisi finanziaria ed economica negli Stati Uniti finisce con il coinvolgere tutta la catena dell’economia planetaria. Il grosso problema è che l’economia statunitense in primo luogo e quelle post-industriali in genere, sono una truffa in quanto ciò che nominalmente (contabilmente) rappresentano non ha niente a che fare con la vita reale della gente.

Questa situazione non è irrimediabile se si decide di abbandonare il modello economico-finanziario vigente: da un sistema monetarista e liberista, si deve tornare ad un sistema dirigistico che guardi all’economia fisica. Solo quegli stati-nazionali che punteranno a salvare i diritti civili della persona, piuttosto che gli artificiosi diritti di credito dei salotti finanziari, resteranno in piedi.

All’interno di questo contesto, un Governo tecnico od istituzionale – magari guidato da un Draghi, o da un Monti – rappresenta un pericolo per la Nazione. In quanto non eletti, non avendo alcuna responsabilità politica di fronte al popolo, questi signori sarebbero esclusivamente dei garanti dei circoli finanziari.

Che la classe politica dirigente si sia trasformata da eletti del popolo dediti al perseguimento del Bene Comune, promotori del pieno sviluppo della persona umana (come recita l’art. 3, 2° co., Cost.), a meri esecutori, amministratori delegati, “sceriffi di Nottingham” degli interessi finanziari, ce lo dimostra anche il raffronto tra l’ultimo discorso alla Camera dei Deputati da Presidente del Consiglio di Romano Prodi e gli ultimi dati Eurispes. Secondo Prodi i “conti sono stati risanati” e l’economia sarebbe ripartita. Secondo l’Eurispes solo una famiglia su tre arriverebbe a fine mese.

Di fronte a problematiche di questo tipo, Piero Fassino a Porta a Porta con piglio da “ganzino”, quasi alla ricerca del perché l’universo non funzioni più, si lamentava del fatto che la destra non aveva sostenuto il progetto di liberalizzazione del settore taxi (!) e si beava del fatto che le liberalizzazioni del ’96 e del 2001 del settore bancario l’aveva fatte il centro-sinistra. Non si può che affermare che a forza di farci, ci sono diventati! Questi credono veramente che la deregolamentazione, serva a migliorare l’economia e dunque la vita della gente. Ma d’altra parte il governatore della Fed, Ben Bernanke, con la sua operazione “stimulus” crede di far ripartire l’economia americana solo ampliando la “libertà” del mercato di prendere del denaro per farci ciò che più gli aggrada.

Siamo di fronte ad un dramma con epilogo tragico – la tragedia è il tenore distrutto delle famiglie – dove l’epicentro del terremoto è dato, come tutto ciò che muove l’universo, da un elemento di carattere soprasensibile: l’idea (nel senso platonico del termine, come principio). Questa idea devastatrice è quella per cui l’uomo invece che regolare i processi, debba liberarli dal suo nefasto intervento. Questo è il liberismo. Alla radice del liberismo vi è una concezione antropologica pessimista, hobbesiana: meno l’uomo conosce e fa e meglio è. In politica ciò è alla radice del fascismo: il conoscere e l’agire sarebbero privilegio solo di alcuni eletti. Lo Stato viene concepito come una realtà immateriale inquinante, piuttosto che il più alto livello organizzativo che gli uomini tra di loro si dànno.

Il bello è che il discorso di Fassino contiene già in sé la dimostrazione che tutta l’architettura del suo pensiero economico (ma primariamente antropologico) sia fallace. Il fatto che le liberalizzazioni bancarie le abbia fatte il centro-sinistra non è qualcosa di cui vantarsi. Se invece di fare quotidianamente il bagno nei privilegi concessi dal fare i politicanti, questi signori si fermassero costantemente a riflettere su come funziona la realtà, forse si accorgerebbero che il processo di liberalizzazione (anche se sarebbe più corretto dire di privatizzazione) del comparto bancario, non ha fatto altro che creare un megaduopolio dove sono sostanzialmente restate in campo soltanto due banche italiane (e dove una è praticamente controllata dall’altra grazie ad una relazione di controlli azionari). Privilegi, riduzione degli stipendi dei lavoratori, inefficienza del servizio, ne sono i risultati.

Questi signori dovrebbero perseguire l’obiettivo del pieno sviluppo della persona umana ma se nel corso degli anni le loro conoscenze e le loro conseguenti azioni hanno portato alla distruzione dei tenori di vita delle famiglie, vuol dire che si stanno occupando di altro e che le loro azioni sono manifestamente violazioni delle leggi e della legge fondamentale a cui tutto il nostro sistema politico, economico e sociale dovrebbe rimettersi.

Il Presidente della Corte di Cassazione ha denunciato all’apertura dell’anno giudiziario che non una sola legge è stata utile a ridurre di un sol giorno la durata dei processi. E questa accusa è ovviamente rivolta a tutta la classe politica dirigente che nel corso degli anni si è alternata alla guida del Paese.

Non si fanno le cose che possono migliorare il presente ed il futuro dei cittadini, ma solo quelle che tornano utili ai preminenti interessi finanziari.

Si pensi ad ulteriore titolo di conferma, che il Governo ieri caduto, aveva avviato la propria esperienza politica con l’altisonante slogan del “No alla politica dei due tempi!” (con ciò intendendo che non si voleva ripetere l’errore del 1996-2001 dove prima si “risanò” il bilancio e poi si tentò di attuare politiche di crescita economica). Di fatto anche a questo giro si è ricorsi alla “politica dei due tempi” o meglio di “un solo tempo”, quello dei tagli di bilancio, senza alcuna politica di crescita attuata. D’altra parte se per politica di crescita si intendono le liberalizzazioni, meglio che non ne abbiano attuata alcuna. Le uniche possibili politiche di crescita sono quelle di stampo rooseveltiano o, detto più propriamente, quelle del “Sistema americano di economia politica” come ebbe modo di definirlo Alexander Hamilton. Lo sono esclusivamente queste perché si fondano sulle qualità ontologiche umane del conoscere e del creare. La comunità, attraverso il livello organizzativo datosi – cioè lo Stato – , è chiamata ad armonizzare tutte le individualità al fine di intervenire, e non a farsi da parte e a lasciare alle “magiche” leggi del mercato il fare.

Ritornando al rapporto Eurispes, è interessante rilevare il dato dell’economia sommersa (in nero). Si tratterebbe di un valore pari ad 549 mld di euro, ossia un valore pari ai pil di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld) messi insieme.

Se in termini contabili e di tendenze economiche questo rappresenta un problema a cui si deve porre rimedio, in termini di vita reale delle persone, praticare politiche fiscali punitive, vuol dire di fatto uccidere intere famiglie. L’opzione Visco dunque è un male peggiore del problema da risolvere. Con il cappello delle politiche rigoriste, monetariste e liberiste, perseguitare in ambito fiscale tali realtà corrisponde alla lesione dei diritti civili. Senza politiche di tipo espansivo e dirigistico non è possibile dare alla gente le necessarie alternative lavorative legali, prima di strapparle al lavoro sommerso. Dunque all’interno del Trattato di Maastricht sono concepibili solo degli “sceriffi di Nottingham” alla Visco. Tuttavia questa politica economico-fiscale era sostenuta da preminenti parti del centro-sinistra.

Ora, alla luce di tutto ciò, chi continua a parlare di riforma elettorale si dimostra essere un traditore della Nazione. Questa riforma elettorale non è necessaria per il semplice fatto che l’instabilità governativa si aveva anche con la precedente legge elettorale del ’93. Si pensi alla caduta del primo Governo Berlusconi nel ’94 ed alla caduta del primo Governo Prodi nel ’98. Con la legge elettorale del ’93 alcune esperienze di governo crollarono su sé stesse, altre si ressero (secondo Governo Berlusconi, ma anche il primo Governo D’Alema che cadde per la sconfitta elettorale del centro-sinistra alle amministrative). Anche nell’ipotesi per ora inverosimile di due soli partiti, i governi potrebbero risultare instabili. Si pensi ad una gara tra il Partito Democratico (PD) ed il Partito Popolare della Libertà (PPL). Il PD vince le elezioni con un premio di maggioranza che lo porta ad almeno il 60% dei seggi. Tuttavia nel PD come nel PPL vi sono varie correnti (d’altra parte è così anche negli Stati Uniti ed è inverosimile pensare che così non possa essere). La corrente prodiana piuttosto che quella dalemiana, per esempio, decidono che Veltroni utilizzi metodi troppo veltronicentrici (o meglio debenedetticentrici) e non sostiene più il Governo (si astiene su una mozione di fiducia). Siamo punto e a capo. Ecco che emerge il pericolosissimo punto a cui si rischia di arrivare in un processo di fascistizzazione pienamente in corso: l’abolizione del costituzionale divieto del mandato imperativo (non vi è un rapporto di mandato tra eletto ed elettore). Se Tizio è eletto sotto il PD, ad un certo punto può cambiare idea e sostenere il PPL. Questo divieto fu introdotto per ovviare ai fenomeni di limitazione della libertà del parlamentare; questo non risponde giuridicamente della propria azione parlamentare, ma solo politicamente, alle successive elezioni di fronte ai propri elettori con il non voto da parte di questi ultimi.

Il pericolo della deriva fascista è evidente nel momento in cui nessuno nella classe politica prende posizione esplicita contro le affermazioni apologetiche di reato di Umberto Bossi quando minaccia rivoluzioni col ricorso ai fucili. La magistratura non può realisticamente intervenire – interverrebbe contro un capopopolo rischiando di accendere chissà quali focolai violenti – se la classe politica non prende posizione contro questa palese violazione della legge.

Allora la grande questione e soluzione torna ad essere la questione della verità. Senza grandi valori e progetti attorno a cui coalizzare i più non è possibile uscire dal tunnel in cui non solo l’Italia è piombata. Se non si fa ricorso alla forza della verità tutto è impossibile. In concreto, se non si denuncia l’orgia speculativa che da un quarantennio succhia il sangue dei popoli, e non si dà avvio al progetto di Nuova Bretton Woods architettato da Lyndon LaRouche per la riforma del sistema monetario internazionale, nessuna economia mondiale potrà salvarsi dalla crisi finanziaria in corso. Fatta questa riforma si deve dare avvio a politiche dirigistiche di credito pubblico per il finanziamento di grandi progetti infrastrutturali ed industriali ad alta intensità di tecnologia e di capitale. In una parola occorre riscoprire Franklin Delano Roosevelt (FDR). Via i pretestuosi parametri di bilancio – d’altra parte non li hanno la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – almeno per gli investimenti in conto capitale; via l’assurda idea per cui sia il mercato lasciato a sé stesso a produrre ricchezza; via l’assurda idea per cui si è progrediti troppo, dimostrando di non comprendere che la relazione tra l’uomo e la natura, impone un rapporto di padronanza della stessa sempre più elevato, pena altrimenti la distruzione dell’uomo e della natura stessa.

Claudio Giudici

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