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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


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BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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29 maggio 2009

Agli on. Pistelli, Sereni, Baretta, Damiano

Egr. Onorevoli,

Vi scrivo in merito al Vs. manifesto, “Una nuova stagione politica per l'Italia”, affinchè possiate prendere in considerazione alcuni dei dubbi che al cittadino comune derivano dalla lettura dello stesso.

Quando parlate della “destra liberista” il lettore più attento resta sicuramente spiazzato. Infatti, senza voler negare la presenza di una frangia liberista nella destra italiana (si pensi a Della Vedova, Capezzone, Martino e agli stessi ministri Scajola e Brunetta), la più grande stagione neoliberista avutasi in Italia è stata a firma dei governi di centro-sinistra, durante il periodo 1992-2000. In quegli anni si ebbero le famose privatizzazioni che portarono ad una riduzione del debito pubblico dell'8%, ma che allo stesso tempo accompagnarono l'abbassamento della produttività industriale italiana di circa il 70%. Si trattò della privatizzazione più cospicua d'Europa, in quanto non riguardò solo i cosiddetti “carrozzoni”, ma anche perle dell'impresa pubblica come Telecom, Eni, Comit, Credit, Ina, Imi, che spiccavano per redditività.

Circa la bontà generale delle privatizzazioni, è interessante rilevare un dato fornitoci recentemente dalla Fondazione Mattei, per cui l'ammontare del ricavato di tutte le privatizzazioni mondiali dal 1970 ad oggi (1500 miliardi di dollari), nel solo ultimo anno di crac finanziario, è stato superato per oltre 4 volte dai salvataggi pubblici.

In materia di contratti di lavoro, con l'introduzione del contratto di collaborazione coordinata e continuativa, avviaste una radicale forma di deregulation, che fu poi umanizzata nel 2003 dal Governo Berlusconi col contratto di collaborazione per programma (o contratto a progetto).

In materia di commercio, è con il decreto Bersani (d. lgs. 114/98) che si dà il via ad un processo nazionale di radicale avanzamento delle grandi catene distributive in un settore che era a prevalente piccola imprenditoria, usando il pretesto della facilitazione della capacità distributiva del sistema, in modo che “l'anziana signora potesse avere sotto casa la gastronomia piuttosto che il calzolaio”. Il risultato è stato diametralmente opposto al fine sbandierato, ma nel frattempo, nel silenzio odierno di una capacità distributiva sempre meno capillare e sempre più concentrata nella grande distribuzione (circa il 70% del totale), un'infinità di piccole attività commerciali sono andate chiudendo.

Circa il “convinto rilancio dell'Unione Europea”, esso per essere autentico deve mettere in discussione gli assiomi stessi su cui si reggono i trattati UE, da Maastricht fino a quello non ancora entrato in vigore di Lisbona. La connotazione di questi, infatti, è tipicamente liberista, proprio come a Vostro dire lo sarebbe la cosiddetta destra italiana. Ma nessuna rivisitazione dell'attuale Europa può considerarsi autentica e democratica, se non viene ripensata la Commissione, la quale diverrà sostanzialmente sede esclusiva dei poteri legislativo ed esecutivo, e non viene messo in discussione il potere della BCE, che pur essendo istituto di diritto pubblico, si presenta di fatto come un consorzio delle banche private europee, che di fatto domina tutta la politica economica degli Stati membri. A questo proposito è interessante notare che il PD d'opposizione, non ha avuto di cosa dire in merito al neo-interventismo statale nei settori bancari – addirittura non coordinati nella loro prima fase del crac finanziario in corso – , che è tanto più anomalo se confrontato invece con l'impossibilità di poter intervenire da parte degli Stati in altri settori economici (si pensi ad Alitalia, dove ci si è trastullati intorno al fatto se l'ultimo prestito governativo alla compagnia di bandiera, fosse o meno un prestito ponte). Allo stesso modo – nei giorni in cui l'agenda politica è riempita dallo scoop dell'esercito editoriale di De Benedetti, intorno alle feste a cui avrebbe partecipato il Presidente del Consiglio – , il G20, che doveva risolvere i gravi problemi dell'attuale ordine finanziario mondiale, è stato gestito dal principale Stato protettore dei paradisi fiscali e promotore della finanziarizzazione dell'economia mondiale, la Gran Bretagna, “autorizzando” salvataggi bancari a livello globale e contemporaneamente indirizzando una più radicale politica globale di tagli ai bilanci sanitari (!). Su questo fronte, visto che l'Italia si sta presentando come l'unico paese a non avere concesso salvataggi bancari indiscriminati, bensì finalizzati alla concessione di credito nell'economia reale – purtroppo attraverso una sola opera di moral suasion, visto che la normativa europea non consente diversamente – , sarebbe veramente una “nuova stagione politica per l'Italia” se Voi sostenesse la battaglia quasi solitaria che il min. Tremonti sta facendo sul fronte della riforma del sistema finanziario mondiale e del ritorno, ex art. 47 Cost., ad un corretto ruolo dello Stato sul fronte del credito.

Circa la criminalizzazione del protezionismo, mi permetto di ricordare il ruolo che esso ha avuto nelle principali rivoluzioni economiche statunitensi (sotto Washington, Lincoln e Franklin Roosevelt), nonché per la ricostruzione delle economie europee nel dopo guerra (che solo il prof. Giavazzi non riconosce), e nella miracolosa costruzione di sani sistemi economici nei paesi del sud-est asiatico. L'omogeneizzazione del tutto, che il liberoscambismo comporta, ha distrutto decenni di conquiste fatte nel mondo del lavoro, obbligando i lavoratori del Primo mondo ad accettare le compressioni in termini di diritti e di trattamento retributivo, costretti dalla concorrenza provocata dalla mano d'opera a basso costo e senza diritti proveniente dai paesi del Secondo e Terzo mondo. Nella grande orgia del laisser faire globale diffusosi grazie al Wto – se non bastasse la distruzione del tenore di vita reale delle persone – anche i diritti sanitari e la tutela ambientale sono diventati istanze marginali a cospetto del “dio della concorrenza”, a cui solo attraverso accordi tra stati nazionali sovrani possiamo tornare ad opporci.

Circa le riforme economiche, se esse debbono corrispondere ad “un’idea di società più libera, aperta, solidale”, bisogna prendere netta distanza da quanto fatto dagli anni '80 fino all'ultimo Governo Prodi (si pensi alla frode della riforma del Tfr, per cui mi permetto di rimandare a www.movisol.org/07news110.htm). Quelle riforme, dalla scala mobile, al sistema pensionistico, alle privatizzazioni ed alle liberalizzazioni, non sono servite altro che a favorire quel processo di “disintegrazione controllata dell'economia” di cui parlò Paul Volcker negli anni '70, creando fenomeni di sperequazione economica e di disparità sociale, più connaturati ai sistemi autoritari sud-americani che non a delle civili economie, e che offrono il miraggio di breve periodo della crescita economica, solo perchè inseriti in un contesto di settorializzazione globale dei ruoli, grazie a cui i paesi del Primo mondo hanno potuto cavalcare lo sfruttamento del lavoro a basso costo e sostituire all'economia produttiva quella centrata sul debito.

Circa l'affermazione per cui “il PD trova le sue radici nel mondo del lavoro”, credo che ogni cittadino italiano auspichi ciò. Tuttavia dobbiamo prendere atto del fatto che sulla base di quanto evincibile da una sorta di manifesto politico che la “tessera numero uno” del PD, l'ing. De Benedetti, rilasciò in un'intervista, ed a cui la politica del centro-sinistra è andata adeguandosi negli anni, la realtà non corrisponda a tale dichiarazione d'intenti. Egli affermò: Il referente del Partito Democratico deve essere il consumatore” (Corriere della Sera, 2 dicembre 2005).

Concludendo, la parte finale del Vostro manifesto in cui ci si augura una maturazione dell'Italia che le permetta “di esprimersi al meglio nella nuova scena europea e mondiale”, palesa l'approccio che domina tutta questa dichiarazione d'intenti; si potrebbe dire un approccio “esistenzialista”, che dà per scontato che non possa farsi altro che accettare l'ordine imposto dall'attuale scena europea e mondiale e dove invece si deve puntare alla sua fondamentale riforma, nel momento che è un ordine sostanzialmente dominato dai processi speculativi della globalizzazione finanziaria – dunque un ordine ingiusto. Non sarà possibile alcun sostanziale progresso nei tenori di vita della popolazione mondiale – e dunque anche italiana – sia in senso economico che morale, se si continuerà a ritenere come semplicemente ossequiabile l'attuale ordine mondiale ed europeo. Entrambi sono infatti viziati dal punto di vista della democrazia sostanziale, in quanto privano Stati e Popoli di un'autentica sovranità monetaria ed economica.

Non potrà esistere alcuna nuova stagione politica italiana se non verrà ripresa la strada, che prima del G20, stava portando verso una riforma del sistema finanziario mondiale, una Nuova Bretton Woods come proposta da anni dall'economista e politico americano Lyndon LaRouche, e non si tornerà ad un'economia di stampo rooseveltiano per l'emancipazione dei popoli sottosviluppati e l'impostazione di sistemi economici che accrescano la creatività umana attraverso infrastrutture e produzioni tecnologicamente sempre più avanzate, invece che centrate sullo sfruttamento del lavoro a basso costo e sull'ipertrofia dei fenomeni finanziari a danno di quelli fisico-economici. Pur essendo patrimonio storico dell'identità che il Partito Democratico dovrebbe incarnare, tutto questo è oggi invece dimenticato o clamorosamente minoritario. Per lo stesso bene del PD e dell'Italia, è invece opportuno che questa tradizione sia al più presto riscoperta.

In questo quadro, mi permetto di suggerirVi l'adesione a due appelli che stiamo facendo circolare: 1) Petizione per la creazione di una Commissione parlamentare d'inchiesta sulla crisi finanziaria (www.movisol.org/09petizione01.htm); 2) Petizione al governo Berlusconi: salviamo la piccola e media impresa, invece degli speculatori! (www.movisol.org/09petizione02.htm).


 

Claudio Giudici

Movimento internazionale per i diritti civili - Solidarietà

www.movisol.org

 

19 gennaio 2009

PD: "D" come Democratico o "D" come De Benedetti?

La grande finanza dietro alle inchieste che stanno colpendo la frangia costituzionalista del PD

In prospettiva del passaggio della presidenza G8 all’Italia, è fondamentale che il dialogo tra maggioranza ed opposizione non sia lacerato e giunga invece a riconoscere la imprescindibilità della riorganizzazione fallimentare sistemica come primo passo per giungere ad una autentica Nuova Bretton Woods, di modo da impedire che la crisi finanziaria si propaghi ancor più all’economia reale. Ciò rappresenterà il fondamento di un nuovo sistema finanziario ed economico figlio della tradizione di Franklin Delano Roosevelt, oggi rappresentata in modo esemplare da Lyndon LaRouche. L’entità della bolla speculativa rispetto alla produzione reale globale, come spiegato a Parigi l’8 ed il 9 gennaio scorso dal ministro dell’economia italiano Giulio Tremonti, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dall’ex primo ministro francese, il socialista Michel Rocard, non consente altrimenti. I tre, a differenza di Trichet, di Blair e della Merkel comprendono sempre più a fondo il disegno che LaRouche propone oramai dal ’94 per far ripartire l’economia reale globale e che avrebbe evitato l’attuale situazione finanziaria e di scontri geo-politici. Affinché l’Italia possa svolgere un ruolo centrale in questa crisi, è necessario che anche il Partito Democratico italiano si esponga in modo non equivoco intorno a questo punto e prenda le distanze dalle soluzioni filo-oligarchiche tipo quelle esternate recentemente dall’ex premier italiano Prodi. Questo dialogo è tuttavia minato già sul nascere. Infatti il PD si trova al centro di un tentativo di evitare proprio questo processo, e quanto sta verificandosi con lo scoppio a ripetizione di inchieste della Magistratura intorno ai suoi esponenti, non deve essere confuso per un attacco contro il PD. Ad essere oggetto di queste inchieste non sono genericamente gli esponenti del PD, quanto piuttosto gli esponenti della superstite ala costituzionalista ed antifascista, quella che ha deciso di non piegarsi ai voleri del suo principale sponsor finanziario. Se queste inchieste indeboliscono il PD inteso come organizzazione politica fatta di elettori e rappresentanti eletti, ognuno con un proprio grado di rappresentatività, allo stesso tempo queste inchieste lo rafforzano se lo intendiamo come una espressione centralizzata delle volontà del suo deus ex machina, l’ing. Carlo De Benedetti. Il Partito Democratico, infatti, lungi dall’essere un partito a partecipazione popolare – dove appunto la voce indipendente della sua base conti realmente qualcosa – è stato creato, cooptando ed emarginando l’autentica ala democratica, per raggiungere i fini che la sua proprietà ha deciso, e dove i dirigenti di turno sono equiparabili a dei promotori di interessi finanziari. Si tratta di quegli stessi interessi facenti capo alle più importanti famiglie bancarie del mondo (i Morgan, i Rothschild, ed altre) che con lo scoppio della crisi finanziaria, rischiano oggi come negli anni ’30, di ritrovarsi tra i piedi un Franklin Roosevelt che tenga dritta la rotta della nave verso l’idea del Bene Comune, e che denunci il grande bluff che negli ultimi quarant’anni ha disastrato l’intero pianeta.

Fin dal processo costituente, il PD mostrò la sua vera natura

Nella primavera del 2007 il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà distribuì durante i congressi dei DS a Firenze e della Margherita a Roma, un documento in cui si puntava ad offrire una via d’uscita autenticamente repubblicana e democratica, all’allora nascente Partito Democratico italiano. In quel documento si ammoniva dall’intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, come era nel disegno di De Benedetti. Il documento si intitolava Per un Partito Democratico antioligarchico, nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira. Lo slogan, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetico, in quanto esso fu: “Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'”.

Invece la strada intrapresa dal PD è stata quella voluta da De Benedetti, ossia quella di un partito dalla marcata connotazione liberista, funzionale a quel silenzioso attentato alla Costituzione che progressivamente, nel corso dell’ultimo quarantennio, ha portato a fuoriuscire completamente dai suoi principi ispiratori: dalla centralità dell’azione di governo in economia, ad un’economia rimessa alla sola legge di mercato; dalla centralità del lavoratore e della produzione alla centralità del consumatore e del consumo. In breve, i pilastri fondanti di questo PD, di questo Partito De Benedetti, sono gli stessi che sono all’origine della crisi economica e finanziaria che ha investito il mondo.

Così, quanto sta verificandosi in Italia da un paio di mesi a questa parte, con lo stillicidio di inchieste della magistratura, va visto come un frammento di un film con una trama ben più complessa, rispetto al singolo spezzone.

La regia del tutto, parte dalla City di Londra, da quell’oligarchia finanziaria che riesce a far apparire dal nulla circa 2.000 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario, ma non riesce a trovare 50 miliardi di dollari per i progetti di sviluppo nel Terzo Mondo[1]. Essa, con particolare riferimento al legame che lega la casata bancaria dei Rothschild allo speculatore George Soros, si muove in Italia con il proprio primario rappresentante, l’ing. Carlo De Benedetti, per completare quel disegno di finanziarizzazione dell’intera economia italiana avviato in Italia nel 1992. Funzionale a ciò è l’ideologia liberista, che viene fatta avanzare con la barzelletta delle liberalizzazioni, come democratica panacea ai mali d’Italia, le quali garantirebbero concorrenza, bassi prezzi e qualità.

L’oligarchia finanziaria ha un grosso problema: la bolla finanziaria è scoppiata e sta progressivamente entrando nella sua fase terminale; essa non accetta che questa deflagri, e si trova davanti uno scenario per sé stessa pericoloso: la rievocazione delle politiche del dirigismo rooseveltiano che passano per il suo massimo sostenitore ed esperto oggi vivente, Lyndon LaRouche[2]. Molti governi cominciano a dare ascolto a LaRouche – fermo oppositore da circa quarant’anni dei disegni dell’oligarchia finanziaria – e questo, per l’oligarchia finanziaria, vorrebbe dire perdere la posizione di vero governo mondiale che dal ’71 ha riacquistato.

Invece, l’oligarchia finanziaria punta a salvare la bolla dei derivati e per farlo ha necessità di finanziarizzare ancor più l’economia mondiale. Così, essa punta a liberalizzare per privatizzare; a privatizzare per finanziarizzare.

Il problema di fondo è sostanziale e non nominale. Quali sono le idee a cui questa oligarchia si rifà? Finanziarizzazione, privatizzazione, liberalizzazione. Queste sono le idee che devono essere combattute, riscoprendo invece la più alta concezione dell’organizzazione politica ed economica che la nostra Costituzione ci offre. Gli articoli 1, 2, 3, 4, 36, 41, 42, 47, ci dicono molto e sono palesemente violati.

Il Partito Democratico deve respingere l’influenza di Soros e De Benedetti

Per comprendere cosa sia il PD, non possiamo trascurare la sua genesi e non possiamo trascurare l’anno 1992. Dobbiamo ricordare cosa abbia voluto dire per l’Italia quell’anno: gli omicidi di Falcone e Borsellino, lo scoppio del caso “Mani pulite” (che stravolse l’assetto politico italiano), l’attacco speculativo alla lira ed altre valute europee orchestrato dal megaspeculatore George Soros (oggi abitualmente presentato come un filantropo). Ma se questi sono eventi ben noti ai più, meno noto è un fatto passato molto in sordina sui media. Il 2 giugno 1992, sul panfilo della regina Elisabetta II, il Britannia, si svolgeva una riunione semi-cospirativa[3] tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, alcuni manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato. Oggetto di discussione: le privatizzazioni.

Queste ultime, lungi dall’essere uno strumento di “moderna” democrazia volto a rendere più efficiente l’economia nazionale, hanno rappresentato il passo preteso dall’oligarchia finanziaria per trasferire immense fette dell’impresa pubblica (industria, banche, infrastrutture) e dell’economia partecipata da piccolissimi imprenditori (il commercio) ad una ristretta oligarchia finanziaria decisa a finanziarizzare quanto più possibile l’economia mondiale per impedire lo scoppio della mega bolla speculativa che dal 1971, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, è andata crescendo in modo esponenziale, parassitando l’economia reale ed impedendone la ripresa reale. Questo processo di finanziarizzazione, oltre a coinvolgere l’impresa nazionale, ha coinvolto pure i risparmi degli italiani, trasferendoli durante gli anni ’90 dai buoni del Tesoro al mercato azionario. Questi risparmi si volatilizzarono con lo scoppio della bolla della new economy, artatamente creata dal sistema bancario e dai media. Ma in questo processo rientra pure la progressiva distruzione del sistema di welfare, con sempre maggior attenzione al sistema previdenziale e pensionistico ed a quello sanitario.

Quando divenne chiaro alla cittadinanza il bluff che si celava dietro la campagna ideologica del “più impresa meno Stato”, il termine “privatizzazioni” fu sostituito con il termine “liberalizzazioni”; più concorrenza, più libertà di mercato, avrebbero migliorato produzioni e servizi e fatto scendere i prezzi. Ed invece, dal commercio alle utilities, in Italia come nel resto del mondo, dove è intervenuto un processo di liberalizzazione, si è assistito a risultati diametralmente opposti a quelli promessi, e perfettamente coincidenti con il risultato del progressivo trasferimento della ricchezza nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Se la guerra culturale[4] fatta di menzogne ripetute all’infinito dai media, e più in generale dal complesso culturale, ha fatto metter radici all’idea per cui le liberalizzazioni siano un fenomeno positivo per la gente, la classe politica ha fatto sì che i frutti della pianta seminata finissero nelle mani dei finanziatori della propria carriera politica.

Circa George Soros, egli non è semplicemente uno speculatore, bensì ricopre nella politica mondiale un ruolo che sempre da più parti gli viene riconosciuto.

Tra Soros, De Benedetti ed il PD italiano vi è un rapporto molto stretto, come faceva comprendere il Corriere della Sera[5] già nel 2005, con un articolo di Francesco Verderami. E’ da questo stretto legame che si può evincere l’attuale natura oligarchica, invece che democratica e repubblicana, del Partito democratico italiano. Chi è uscito dall’incantesimo per cui i partiti funzionerebbero grazie alle sovvenzioni pubbliche, capisce bene che se un soggetto finanzia un partito, ha sullo stesso una certa influenza.

George Soros è famoso per il suo cinismo, per essere stato – per sua stessa ammissione – all’origine di varie spedizioni speculative (per esempio quella in Europa nel ’92 e quella nel Sud-est asiatico nel ’97-’98), ma anche famoso per avere finanziato le rivoluzioni “democratiche” a giro per il mondo, dall’Europa (come quelle in Ucraina, Georgia e Bielorussia), all’Asia e al Sud-America, nonché per il suo tentativo di legalizzare la droga a livello mondiale.

Il livello di moralità di questo sicario economico è ben referenziato da una sua affermazione, ripresa dal documento Lo sviluppo moderno dell’attività finanziaria alla luce dell’etica cristiana, preparato dalla Commissione pontificia Justitia et Pax; Soros testualmente dice:

‹‹Sono certo che le attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore. Non ho neanche l’ombra di un rimorso perché faccio un profitto dalla speculazione sulla lira sterlina. Io non ho speculato contro la sterlina per aiutare l’Inghilterra, né l’ho fatto per danneggiarla. L’ho fatto semplicemente per far soldi››.

Sia chiaro, si tratta di attività che si ammantano del crisma della legalità (anche se nel 2002 una corte francese lo condannò per insider trading), ma questo genere di legalità non è certo quello che consente di qualificare una persona come “filantropo”.

Dice Verderami sul Corriere:

«Quando Francesco Rutelli è entrato ieri al numero 888 della Settima Avenue per conoscere George Soros, le presentazioni erano di fatto già avvenute. Perché il leader della Margherita era stato preceduto da una lettera inviata giorni fa da Carlo De Benedetti. Poche righe in cui l’Ingegnere aveva tracciato al potente finanziere il profilo dell'ex sindaco di Roma, definito «un giovane brillante politico italiano”. I rivali di Rutelli diranno che si è fatto raccomandare, che per essere ricevuto si è valso di una lettera per accreditarsi. Ma la tesi stride con la genesi dell’incontro, se è vero che l'idea risale a due settimane fa, e che l’approccio è avvenuto via email. Con la posta elettronica Lapo Pistelli provò infatti a contattare il magnate americano. Il responsabile Esteri dei Dl si trovava insieme a Rutelli a Cipro per un incontro del Partito democratico europeo: studiando l'agenda del viaggio negli Stati Uniti, si accorsero che mancava qualcosa, “ci sono gli appuntamenti politici, però ne servirebbe uno con il mondo della finanza”. È una storia tipicamente americana quella capitata al capo della Margherita, visto che quando partì il messaggio nessuno pensava di ottenere risposta, “nessuno in Italia - commenta Pistelli - si sognerebbe di entrare in contatto così con un industriale o un banchiere”: “La storia del nostro incontro con Soros dimostra che in America, dall' altro capo del telefono o del computer, c' è sempre qualcuno pronto a darti attenzione”.»

Non è la prima volta che Carlo De Benedetti funge da tramite tra politici italiani ed il megaspeculatore. La stessa cosa era già avvenuta anni prima con Antonio Di Pietro.

E’ doveroso però puntualizzare alcune cose che, se non conosciute, non fanno comprendere a fondo la portata di questo articolo del Corriere. Rutelli gode dell’ammirazione del salotto di De Benedetti, per il cinismo delle soluzioni politiche “innovative” adottate, e che presto si dimostreranno disastrose (si pensi alla privatizzazione-quotazione di Acea, l’utility di Roma attiva nell’acqua e nell’energia). Queste operazioni consentono la quotazione in borsa dei cespiti dell’economia reale, nonché la partecipazione dei gruppi finanziari al capitale sociale di queste aziende. Per l’oligarchia finanziaria non è tanto importante la partecipazione in sé stessa, quanto ciò che essa consente di fare nei mercati finanziari; essa rappresenta cioè il sottostante su cui creare strumenti finanziari derivati (principalmente over the counter, fuori mercato) che consentono di sostenere ed alimentare la bolla speculativa globale.

Questa strumentalità alla grande finanza, dimostrò di averla anche Walter Veltroni, quando nel 2007, si rese protagonista dello scontro con il settore taxi, considerato dall’establishment un vero e proprio tavolo di prova che avrebbe consentito di procedere più spediti sul fronte della privatizzazione di tutti i servizi pubblici e para-pubblici. Veltroni, poi, dimostrando di aver compreso la lezione liberista dei Chicago boys, parlò più volte di “terapia shock” come metodo per l’attuazione dell’agenda economica. Lapo Pistelli, oggi candidato alle primarie del PD per le elezioni amministrative fiorentine, con assoluta nonchalance, parla dell’appuntamento con Soros, come di un fatto accidentale, come a dire: «Prima la politica, e poi la finanza, sia chiaro!», poi, da navigato sofista della politica, sottolinea che quel contatto via e-mail indica che nella terra di zio Tom vi sarebbe sempre qualche buon samaritano.

Con il soi disant filantropo, ha storiche relazioni pure Romano Prodi. Quest’ultimo racconta di aver collaborato con lui, dopo che lasciò la presidenza dell’Iri (addirittura partecipando alla cerimonia per laurea honoris causa conferita a Soros dalla facoltà di economia dell’Università di Bologna, e presentando l’edizione italiana del suo libro autobiografico).

Carlo De Benedetti, invece, oltre che essere famoso per avere contribuito alla distruzione di importanti industrie italiane (Olivetti e Fiat) è famoso per il suo ruolo di alter ego a Silvio Berlusconi sul fronte dei media (Repubblica, L’Espresso, vari giornali locali, Radio Deejay, Radio Capital, ecc.).

Se negli Stati Uniti è Soros che prova ad influenzare costantemente il Partito Democratico americano, in Italia è De Benedetti che prova a compiere la medesima operazione. Ma che visione ha De Benedetti sul come debba funzionare la Repubblica e quale sia la sua Costituzione? Da un’intervista del dicembre 2005 rilasciata al Corriere della Sera[6], se ne rileva un quadro piuttosto chiaro. A parte il fatto di avere previsto che Prodi avrebbe avuto vita breve nel centro-sinistra – “amministratore straordinario” profetizzò – (probabilmente non l’ha imposto, ma grazie ai media ed ai soldi, si riescono ad attuare nei politici più deboli, meccanismi di vera e propria sudditanza psicologica) e che Veltroni e Rutelli sarebbero stati i leader del partito – non si può spiegare in termini propriamente democratici la candidatura di quest’ultimo a sindaco di Roma, quando con il progetto Margherita aveva conseguito risultati fallimentari ad ogni elezione, ed era responsabile dello scandalo delle tessere di partito intestate a deceduti … la meritocrazia … – , ci sono una serie di passaggi in quell’intervista, che fanno luce in merito a quelli che sono stati alcuni momenti decisivi della recente storia politica italiana, e quelli che dovranno essere gli obiettivi della sua creatura politica.

De Benedetti per esempio considera troppo poco liberiste le riforme fatte nel diritto del lavoro negli ultimi anni. Così, individuando anche le reali responsabilità storiche del processo di arretramento delle tutele lavorative, egli afferma: «Sul mercato del lavoro c’è un’elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più». E su chi debba essere il pilastro del sistema politico ed economico, egli fuoriesce completamente dal dettato costituzionale che fin dai suoi primi quattro articoli impernia tutta la sua visione sociale intorno a lavoro e lavoratore. Egli infatti afferma: «Il referente del Partito democratico deve essere il consumatore».

Recentemente, invece, dopo essere stato beneficiato da alcuni provvedimenti presi in Sardegna da Renato Soru, avrebbe individuato in quest’ultimo, il futuro leader del PD. Si tratterebbe di un’ulteriore involuzione del PD, vista la mentalità finanziarista e decrescitista dell’ex patron Tiscali.

La Magistratura: contro il PD o contro una parte del PD? Cui prodest?

Dall’intervista rilasciata al Corriere si evince facilmente che a De Benedetti i dirigenti ex DS, non piacciono proprio. Afferma infatti: «Senza la Margherita i Ds oggi sarebbero più conservatori», e poi rincara la dose dicendo: «Alcuni esponenti della sinistra continuano a coltivare verità non dette, cadono in affermazioni che non corrispondono ai comportamenti. Metta le liberalizzazioni. Per un Bersani che ne è sinceramente convinto ci sono dieci assessori regionali che ostacolano la deregulation nel commercio e nell’elettricità. In Italia chi comanda negli enti locali? Per lo più il centrosinistra e vedo nascere tante piccole Iri».

Ma a non piacergli sono pure gli ex democristiani della corrente morotea. Si ricordi infatti che quando il Partito Popolare italiano fu fuso con le altre esperienze centriste per creare la Margherita, politici come Giovanni Bianchi (ultimo vero presidente del Ppi) e Gerardo Bianco (ultimo vero segretario del Ppi) furono emarginati per essere sostituiti da nuovi rampolli, tipo Francesco Rutelli. Se si considera questo elemento, risulta essere fallace la lettura che alcuni politici come Graziano Cioni a Firenze, o alcuni noti osservatori come Giulietto Chiesa, stanno facendo parlando dell’attuale guerra intestina al PD come di una guerra tra ex democristiani ed ex comunisti. Se si vogliono individuare due correnti, invece, la corretta lettura è quella per cui da una parte vi sarebbero gli ex morotei ed i dalemiani (diciamo gli eredi del Comitato di Liberazione Nazionale) che concepiscono la politica come un qualcosa di radicato nel territorio e si identificano fortemente nell’art. 3, 2° comma della Costituzione della Repubblica, dall’altra parte invece vi sarebbero coloro che si sono supinamente asserviti ai diktat provenienti dal complesso finanziario e mediatico di matrice liberista e finanziarista.

A proposito di liberalizzazioni, non è un caso che proprio queste abbiano rappresentato l’elemento catalizzatore di battaglie ideologiche – si pensi a quella di Veltroni a Roma con i taxi – e di alleanze politiche. In merito a queste ultime, infatti, l’unico elemento di comunanza che il PD ha con i Radicali (anch’essi finanziati da Soros) e l’Italia dei Valori, è sul fronte delle liberalizzazioni. Allo stesso modo, è proprio questo il motivo per cui non si è giunti ad un’alleanza con la sinistra c.d. radicale.

Massimo D’Alema comprende da anni quale sia lo scenario politico che si celava prima dietro l’Ulivo e poi dietro l’Unione per arrivare infine al PD. Nel 1999, quando era ancora Presidente del Consiglio, D’Alema affermava:

« … ci mettiamo un po’ di ambientalismo, perché va di moda, poi siamo un po’ di sinistra, ma come Blair perché è sufficientemente lontano [dalla tradizione comunista], poi siamo anche un po’ eredi della tradizione del cattolicesimo democratico, poi ci mettiamo un po’ di giustizialismo che va di moda e abbiamo fatto un nuovo partito, lo chiamiamo in un modo che non dispiace a nessuno perché “Verdi” è duro, “Sinistra” suona male, “Democratici” siamo tutti ed è fatta! E chi può essere contro, diciamo, un prodotto così straordinariamente perfetto … c’è tutto dentro! Auguri, però io non ci credo!»[7]

Negli ultimi mesi, si andava delineando, soprattutto con colloqui al nord, l’ipotesi di creare delle federazioni macro-regionali del PD, di modo da dotarsi di una certa autonomia rispetto a Roma e radicarsi maggiormente sul territorio. A questo, con lo stesso intento, si aggiungeva la creazione di vari eventi come il movimento politico Red. In molti dirigenti locali del partito vi era e vi è il malcontento per una gestione troppo centralizzata nella figura del segretario Veltroni delle dinamiche interne (il caso Firenze, con l’intervento di “commissario straordinario” di Vannino Chiti, mandato da Roma, ribadisce ciò), nonché per gli abusi contro lo statuto e per la sostanziale inoperosità dell’Assemblea costituente del PD. Se tutto ciò poteva portare al trionfo elettorale, si era disposti ad accettarlo, ma ora che è evidente il fallimento di questa strada, i dirigenti vogliono tornare a poter dire la loro.

In sostanza i dirigenti storici stavano disallineandosi dai diktat provenienti da Roma. E tutto ciò ai “capi d’azienda” non piace proprio. Se i leader della Prima Repubblica furono fatti fuori perché si potesse procedere allo smantellamento dell’industria nazionale, quelli di oggi vengono fatti saltare perché non sono abbastanza ubbidienti ed efficaci in merito all’attuazione della “fase 2” dell’Operazione Britannia: quella relativa alle ultime liberalizzazioni mancanti. I politici che danno prova d’indipendenza politica ed intellettuale, non sono funzionali a questo disegno.

Se andiamo ad osservare chi è stato oggetto degli attacchi della Magistratura, verifichiamo che le inchieste hanno riguardato i dirigenti locali, i dirigenti pre-PD, gente che si era guadagnata il consenso popolare da sé, gente che in effetti aveva la facoltà di poter dire di no ad un diktat proveniente da Roma (dalemiani ed ex morotei). Le inchieste, infatti, più che toccare il PD, toccano una sua corrente. Queste inchieste, di fatto, hanno colpito chi era oggetto della critica di De Benedetti. Ed infatti D’Alema, che ha ben capito il gioco, ha voluto precisare che il problema non sta tanto sul fatto di essere vecchi o nuovi dirigenti, quanto nell’essere onesti o disonesti.

Il caso fiorentino e Licio Gelli

A Firenze, gli osservatori più attenti, quando seppero della discesa in campo per le primarie del PD per la corsa a sindaco di Lapo Pistelli, deputato alla Camera e responsabile relazioni internazionali del partito, compresero subito che la candidatura di Graziano Cioni sarebbe saltata attraverso metodi anomali.

Il ragionamento che quegl’osservatori facevano era il seguente: Pistelli sicuramente conosce il forte svantaggio che gli danno i sondaggi rispetto a Cioni; se ha deciso di partecipare alle primarie del suo partito, avrà sicuramente ricevuto garanzie circa l’esito delle stesse; ci saremmo altrimenti trovati di fronte ad un insolito caso di suicidio politico che chi vive di sola politica non può permettersi di correre.

Di fatto, gli eventi hanno preso un corso tale da suffragare in pieno quella che ai conformisti appariva una lettura dietrologica. Ma se si analizzano i capi di accusa piombati sulla testa di Graziano Cioni a pochi mesi dalle primarie fiorentine, ci si convince ancor più che l’inchiesta contro di lui sia stata una bomba ad orologeria scoppiata in seguito alla mancata ricezione da parte dello stesso Cioni del messaggio che in più modi gli veniva fatto arrivare: a queste primarie non s’ha da partecipar!

Il sondaggio Ipsos del luglio scorso ordinava in questo modo i consensi all’interno dei candidati PD a sindaco (a quel tempo ipotetici): 1) Graziano Cioni (32%), 2) Matteo Renzi (25% e coinvolto immotivatamente dai media di De Benedetti nell’inchiesta scoppiata a Firenze), 3) Lapo Pistelli (23%), 4) Daniela Lastri (21%)[8]. Dopo l’inchiesta della Magistratura per il caso Castello/Fondiaria-Sai, e gli echi offerti dai media alla faccenda, l’ordine del sondaggi è completamente mutato: 1) Lapo Pistelli (12,2%), 2) Daniela Lastri (11,6%), 3) Matteo Renzi (9,9%)[9]. Graziano Cioni è invece stato costretto a ritirarsi dalla corsa.

Che si voglia riconoscere o meno allo scoppio dell’inchiesta un premeditato intento politico, il fatto resta che essa, per il timing avuto e per le notizie fuoriuscite sui media, ha avuto degli indubbi risvolti politico-elettorali.

Gli ultimi sviluppi del caso Firenze, vanno sempre nella medesima direzione. A fronte di un PD locale che delibera per delle primarie di partito senza ballottaggio (opzione con cui Cioni sarebbe rientrato in gara), una fantomatica “interpretazione autentica” proveniente da Roma – a cui il PD fiorentino si era opposto fino all’arrivo del “commissario straordinario”, Vannino Chiti – determina invece che le primarie debbano essere di coalizione e con ballottaggio. Con questa ipotesi, il candidato sicuramente perdente nell’altra ipotesi, Lapo Pistelli, diventa invece blindato, poiché anche in caso di secondo posto ottenuto al primo turno, rientra in corsa per la vittoria finale grazie al ballottaggio.

Ma c’è anche un’altra tessera che si aggiunge a questo mosaico, e che è stata sottolineata dallo stesso Cioni. Si tratta di un’intervista rilasciata da Licio Gelli a La Stampa il 15 dicembre, in cui l’ex venerabile afferma che dietro le inchieste contro i dirigenti locali del PD vi sarebbe la massoneria fiorentina, a causa della guerra fatta dallo stesso Cioni contro le associazioni segrete.

Questa intervista, rischia di essere fuorviante se non si intende la massoneria a cui fa riferimento Gelli, più propriamente come oligarchia finanziaria. Questa oligarchia, è da ripetere, ha in scopo un preciso progetto liberista per finanziarizzare ancor più l’economia reale, a fronte di una bolla speculativa globale che necessita che ogni “illuminato locale” faccia la sua parte, perché la bolla è scoppiata e rischia di perdere quell’elemento “fiducia” da parte della comunità mondiale, di cui necessita per sopravvivere. Se invece si va ad intendere la massoneria di cui parla Gelli, come composta da semplici potenti ben organizzati, si identifica solo l’ombra del nemico, ma non la sua sostanziale figura ed il fine dei suoi colpi; detto in altri termini, non si identificano le contro azioni che devono essere intraprese affinché il suo disegno non si adempia.

Al disegno di questa oligarchia, rischierebbe di piegarsi pure il centro-destra laddove procedesse verso quella liberalizzazione delle utilities spacciata come benefica.

Perché sia ripresa la strada tracciata dalla nostra Costituzione

Massimo D’Alema ha dimostrato di avere molte delle qualità necessarie per essere un leader. In particolare, si è sempre caratterizzato tra i colleghi politici per una non frequente indipendenza intellettuale, libero dalle mode del momento. Proprio per questo, sotto l’influenza di De Benedetti, non può essere un dirigente del PD. Tuttavia, D’Alema ha mancato in questi anni del coraggio di immettersi sulla sempre proficua strada della verità e di lottare per essa. Un esempio su tutti: D’Alema[10], nonostante segua e conosca il ruolo di LaRouche, esita però ad appoggiarne pubblicamente l’azione e le idee, come invece ha fatto Giulio Tremonti. Poi, pur comprendendo il fenomeno ed i retroscena di “Mani pulite”, non ha mai avuto il coraggio di denunciare la strategia del Britannia a cui quella sommossa giudiziaria era funzionale.

Purtroppo D’Alema è ancora adesso vittima di quell’esistenzialismo che ha caratterizzato la politica dell’ultimo quarantennio, e che impedisce di avere visione strategica, prevedere gli scenari futuri e cercare di assecondarli se positivi, di deviarli se negativi. Così egli ha preferito seguire i processi controrivoluzionari, illudendosi di poterli cavalcare sempre da vincente. Questa è la trappola più frequente in cui cadono molti politici di oggi.

Tuttavia l’attuale situazione, in cui molti potenziali leader del centro-sinistra rischiano di essere sostanzialmente messi all’angolo della politica italiana, può rappresentare per la loro stessa dignità di uomini, la forza contingente che può “costringerli” a tirare fuori quel coraggio necessario per passare dall’esistenzialismo alle idee, dalla statistica alla scienza, dal comodo al vero.

Affinché si giunga alla esistenziale riforma del sistema finanziario ed economico internazionale, secondo le concezioni rooseveltian-larouchiane, bisogna che i leader del PD italiano escano dalla cappa di asservimento morale e culturale a cui vengono obbligati dallo sponsor finanziario, e piuttosto decidano di alzarsi e camminare nella direzione della verità delle cose.

C’è bisogno di quel coraggio che per esempio D’Alema riesce talvolta a tirar fuori, come nel caso israeliano-palestinese, dove la tanaglia della gabbia culturale è sempre pronta a scattare accusando di antisemitismo tutti quelli che si provano a criticare l’operato delle dirigenze israeliane.

Non possono esservi timori in merito ad eventuali contraddizioni rispetto a ciò che in passato si è sostenuto e ciò che adesso bisogna sostenere. Alla gente non fa specie chi cambia opinione se il nuovo proposito è migliore del vecchio; non è vero il contrario invece. Dice Machiavelli ricordando Cicerone: «E li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti sono capaci della verità, e facilmente cedano quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.»

Finchè Giulio Tremonti mantiene un ruolo di primo piano nell’attuale Governo, la corrente costituzionalista, antiliberista ed antifascista del centro-sinistra, può tornare ad essere decisiva nella politica italiana e mondiale. Se Tremonti attaccando banchieri e petrolieri, ha deciso di dare un taglio forte alla tradizione oligarchica che il PD stava incarnando sia con i vaneggiamenti di Giavazzi ed Alesina, sia con la politica demagogica di Bersani imperniata a bastonare i piccoli imprenditori, la corrente autenticamente democratica del PD può fare la stessa cosa rifacendosi alla tradizione di Franklin Roosevelt e pigiando forte sulla necessità di una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale che rimetta nella sovranità politica il controllo della situazione, invece che lasciarlo nelle mani di chi può essere inteso solo come player (banche e comunità finanziaria). Il Paese necessita di dotarsi della indipendenza energetica che Mattei comprese essere necessaria perché l’Italia potesse contare qualcosa sulla scena politica mondiale, e per farlo è imprescindibile il passaggio al nucleare. Parlare di fonti a basso flusso di densità energetica, vuol dire di fatto mantenere l’Italia su un livello di sovranità condizionata. E’ ovvio che per fare tutto ciò deve essere messa all’indice l’ideologia liberista. Se il PD finora è stato un bluff, funzionale soltanto a spostare verso istanze reazionarie, contro il lavoratore e dunque contro l’impalcatura costituzionale, la nave della politica italiana, si possono ringraziare anche ideologi come Giavazzi ed Alesina. Il PD necessita di ridarsi una visione politico-economica che abbia a che fare con la scienza dell’economia e con gli economisti; il liberismo, Giavazzi ed Alesina si occupano di altro, non è chiaro di cosa, ma si occupano di altro.

Claudio Giudici

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà



[1] Come denunciato anche dal Cardinale Renato Raffaele Martino.

[2] L'8-9 gennaio la Presidenza francese ha organizzato un seminario a Parigi ("Nuovo Mondo, Nuovo Capitalismo") in cui si sono meglio chiarite le posizioni dei governi europei su come affrontare la più grave crisi da collasso dei tempi moderni. Si sono fronteggiate due fazioni: da una parte coloro che riconoscono che l'attuale sistema finanziario, basato sui derivati, è irrimediabilmente in bancarotta e va sostituito; dall'altra, coloro che insistono istericamente che la bolla dei derivati va salvata a tutti i costi... pagati naturalmente dalla popolazione. A favore della prima soluzione sono intervenuti il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, l'ex Primo ministro francese Michel Rocard e in larga misura lo stesso Nicolas Sarkozy. Sia Tremonti che Rocard hanno proposto una soluzione larouchiana: congelare la bolla dei derivati e sottoporre il sistema a riorganizzazione fallimentare. A favore del salvataggio del sistema a tutti i costi sono intervenuti il capo della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, Tony Blair e anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel. Tremonti ha esordito con la sua nota descrizione della crisi come un "videogame", con un mostro più grande dell'altro che spunta dopo averne eliminato il precedente. "Finora ho contato sette mostri", ha detto Tremonti, aggiungendo che il più grande, quello che deve ancora arrivare, è il mostro dei derivati. "I derivati ammontano a 12,5 volte il Pil del mondo - ha spiegato - sono prodotti di cui si conosce l'ammontare ma non l'impatto concreto. Salvare tutto è una missione divina, salvare il salvabile è una missione umana. È una tecnica biblica, separare il sabbatico, mettere le posizioni che non fanno parte dell'economia reale ma hanno un impatto forte, su veicoli che durano magari 50 anni, moratorie lunghe". Il motivo di fondo, ha aggiunto il ministro, è che "se carichi tutto il debito privato marcio sul debito pubblico potresti non farcela". Tremonti ha annunciato che l'Italia intende discutere questa proposta "nell'ambito dei lavori di riforma del mercato finanziario globale come presidente del G8". L'intervento dovrebbe basarsi "sulla separazione tra attività sane e titoli tossici". Bisogna "difendere la parte operativa delle banche".

Il giorno seguente Tremonti è tornato sul tema in un intervento a Roccaraso. Se il piano di Obama fallisse, ha detto Tremonti, "tutti noi governanti abbiamo il dovere di pensare a un piano alternativo. Dovremo scegliere: salvare le famiglie o i banchieri? Gli speculatori o le imprese? Io non ho dubbi su chi salvare: le famiglie, le imprese e le banche che le finanziano. Tentare di salvare tutto rischia di far perdere tutto, perché c'è un punto oltre il quale neanche i governi possono andare". Ricordando che gli USA hanno tentato di tutto nel corso del 2008, senza riuscire a frenare la crisi, Tremonti ha reiterato che va congelata la bolla dei derivati. Michel Rocard ha ricordato che tra il 1945 e il 1971 l'Europa ha sperimentato una forma di capitalismo molto diversa dall'attuale, che garantiva una crescita regolare media del 5% annuo, nell'assenza totale di crisi finanziarie e con la piena occupazione. Da allora, la crescita si è dimezzata, le crisi si susseguono ogni 4-5 anni, la precarietà del lavoro e la disoccupazione aumentano e i lavoratori impoveriti vengono esclusi dal mercato del lavoro. Al termine del suo intervento, Rocard ha posto la questione scottante: chi pagherà il collasso finanziario? Dall'inizio dell'esistenza dell'uomo, saldare i debiti è sacrosanto. Ma cosa si riesce a fare quando il debito speculativo mondiale supera il PIL aggregato di cinque o sei volte? Non sarebbe il caso di porre il problema di programmare e organizzare una bancarotta controllata? Il Presidente Sarkozy ha ripetuto il suo appello per un nuovo sistema finanziario, non più basato sul "breve termine, sul reddito privato non guadagnato e sulla speculazione". Si è quindi rivolto "ai nostri amici americani", affermando che al prossimo vertice del G20 non accetterà lo status quo. Dall'altra parte, il capo della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha sostenuto che il sistema va salvato con qualche "correzione", ed ha persino parlato di un "nuovo paradigma" come specchietto per le allodole. In realtà, con un cambio dell'olio e del filtro la macchina riparte, ha detto Trichet. "Naturalmente non dovremo gettare il bambino con l'acqua sporca, abbandonando l'assetto dell'economia di mercato che sta alla base del sistema", ha detto il capo della BCE. Lungi dal chiedere il congelamento dei titoli tossici, Trichet ha proposto una "clearing house" mondiale per poter mantenere la bolla dei derivati. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che attualmente "non ci sono altre possibilità di combattere la crisi, tranne che con le montagne di debito che stiamo accumulando".

[3] Questa è la definizione datagli dal Presidente Francesco Cossiga, www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6304&T=P.

[4]Governi e istituzioni neoliberisti sono sostenuti da un esercito di ideologi. Alcuni sono eminenti studiosi che dovrebbero conoscere i limiti dell’economia del libero mercato, ma che tendono a ignorarli quando si ritrovano a dare consigli di politica economica (come è avvenuto soprattutto negli anni Novanta con le economie ex comuniste). Insieme, organizzazioni e individui influenti formano una potente macchina propagandistica, un meccanismo finanziario-intellettuale sostenuto da denaro e potere”, Ha-Joon Chang, Cattivi samaritani, il mito del libero mercato e l’economia mondiale, Università Bocconi Editore, Milano, 2008, pag. 13.

[10] D’Alema è comunque tra i firmatari della famosa lettera del maggio scorso inviata a Josè Manuel Barroso, in cui molti leader del socialismo europeo invocano una conferenza per la riforma del sistema finanziario internazionale.

23 settembre 2008

700 miliardi per camuffare la storia

di Claudio Giudici, 23 settembre 2008

Durante la settimana finanziaria che va dal 15 al 19 settembre, la globalizzazione finanziaria aveva dimostrato di essere definitivamente morta. Ma prima che il crollo di Wall Street coinvolgesse Main Street (l’economia reale), il Governo americano ha preso una decisione senza precedenti: la costituzione di un ente federale con a disposizione 700 miliardi di dollari da destinare al riacquisto dei valori finanziari tossici che sono all’origine del perpetuarsi del crollo dei listini finanziari mondiali.

Secondo gli analisti il piano Paulson sarebbe quantitativamente dieci volte superiore al piano Marshall con cui si ricostruì l’Europa post-bellica e superiore al costo della guerra del Vietnam. Si consideri poi che la Cina, detenendo metà del debito estero Usa, detiene un importo di 500 miliardi di dollari in titoli statunitensi. L’immissione di 700 miliardi di dollari da parte del Tesoro, rappresenta di fatto una importante svalutazione del loro debito verso la Cina. Quanto potranno sopportare ancora la Cina, e gli altri detentori di titoli del debito Usa, un tal genere di furto?

Il modello di fatto imperiale, spacciato col nome altisonante di globalizzazione, è in rianimazione ma con certezza di morte. Anzi, il piano Paulson non farà altro che prolungare l’agonia del malato. Questo perché quel credito di 700 miliardi non è strategicamente vincolato a risollevare l’ansimante economia reale, quanto piuttosto volto a riversare direttamente sui cittadini americani, ed indirettamente sulla popolazione mondiale, il disastro prodotto dall’immissione nel sistema della finanza di titoli puramente speculativi.

Ciò su cui non si può discutere, è invece il definitivo fallimento del modello liberista. Il blocco delle vendite allo scoperto ed il paracadute offerto ai mercati con i soldi dei cittadini, sono decisioni dirigistiche ed antimercatiste che dovrebbero segnare pure per gli irriducibili liberisti, il definitivo fallimento della deregulation, dell’idea per cui i mercati abbandonati a sé stessi raggiungerebbero l’equilibrio ottimale in favore della ricchezza. Se si fossero abbandonati i mercati ai loro destini, le famiglie più importanti del pianeta, dai Morgan ai Mellon ai Du Pont ai Rothschild, sarebbero probabilmente alle cronache come storico caso di “eccellente suicidio di massa”, produzioni e commerci sarebbero fermi, intere nazioni sarebbero nel più completo caos.

In tutta questa storia c’è anche un altro dato interessante che emerge e che è bene che i politici tengano presente già nell’immediato futuro, visti i sacrifici che esso è costato alle popolazioni da loro amministrate. Gli illuminati osservatori economici del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale, dell’Ocse, e delle agenzie di rating private (S & P, Moody’s, Fitch) che finora hanno giudicato sulla bontà delle scelte economiche fatte da stati sovrani ed aziende, da oggi, che genere di mestiere potranno fare? La risposta è che l’economia mondiale, nella sua facciata reale, necessita di braccia per la ricostruzione e l’arricchimento tecnologico delle sue infrastrutture e delle sue produzioni, di modo che i popoli del pianeta, dopo un quarantennio di politiche liberiste a cui sono stati via via sottoposti, possano tornare a vedere il sereno offerto da un’economia che migliori i loro tenori di vita piuttosto che distruggerli.

Ora, dovrebbe essere ovvio anche a Paulson – forse non a Bush – che quel credito di 700 miliardi, corrisponde ad una nuova immissione di liquidità nel sistema, che al pari dei circa 2-3 miliardi che ogni giorno dal luglio-agosto 2007 fino alla scorsa settimana, le banche centrali avevano cominciato ad iniettare nel mercato per sorreggere la maturanda crisi, rifluirà sui prodotti finanziari speculativi che abbiano come sottostante oro, petrolio, materie prime, generi alimentari. Ciò comporterà a breve una nuova ondata iperinflazionistica sui beni di prima necessità. In sostanza, quei 700 miliardi non serviranno altro che ad alimentare la fase d’iperinflazione globale, con un botto ancor più violento sui mercati finanziari e impensabili ripercussioni nell’economia reale. Chi cerca di dare una giustificazione “razionale” alla decisione del Tesoro, cerca di far passare come meritorio il salvataggio poiché “in fondo dietro ai titoli tossici detenuti dal sistema finanziario, vi sarebbero degli immobili” (come a dire che così tossici non sarebbero). Ma questa considerazione, oltre a non essere avvalorata dai mercati (tanta è la crisi di fiducia creatasi tra gli operatori) non è avvalorata neanche dalla ragione. La garanzia offerta ai valori finanziari da parte del relativo sottostante reale immobiliare, infatti, può garantire un equivalente valore finanziario, non una piramide di carta molte volte superiore al valore degli immobili stessi.

Ma perché Paulson, ha proceduto in un salvataggio che evidentemente non farà altro che procrastinare il crollo dei mercati piuttosto che evitarlo?

In sostanza Paulson-Bush stanno solo prendendo tempo. Ma per quale motivo? Tempo per cosa?

Riflettiamo sul primo crollo finanziario del nuovo millennio, quello che va dal marzo 2000 all’ottobre 2002. Nell’immaginario collettivo il primo crollo dei mercati del nuovo millennio avvenne in seguito alla distruzione delle Twin Towers nel settembre del 2001. Esso cominciò invece nel marzo del 2000 e fino al 10 settembre 2001 le borse mondiali avevano perso circa il 30% del loro valore. Dall’11 settembre fino ai minimi dell’ottobre 2002 gli indici persero un ulteriore 30%. Dunque il primo crack dei mercati nel nuovo millennio avvenne ben prima dell’11 settembre e corrispose sostanzialmente allo scoppio della bolla dei titoli della new economy (telecom, media and tech), ma per la popolazione mondiale esso avvenne a causa di Osama Bin Laden. In seguito i mercati mondiali si ripresero sostituendo la mega bolla new economy con una nuova bolla speculativa, quella del settore immobiliare.

Mentre scrivo le agenzie di stampa rendono conto dell’ultimo discorso di G. W. Bush alle Nazioni Unite, in cui afferma che “Siria ed Iran continuano a sponsorizzare il terrorismo” (mentre in Iraq ci dovevano essere armi di distruzione di massa!). Per l’opinione pubblica occidentale, che nella maggioranza dei casi non ha mai letto alcun discorso di Ahmadinejad, quell’iraniano è colui che vuole sterminare Israele, visto che così i media hanno riferito (sic).

Nel corso dell’ultima settimana si sono verificati vari attentati di presunta matrice terroristica da Islamabad a Gerusalemme allo Yemen ai Paesi Baschi (tralasciando quelli del casertano).

In breve, mentre la globalizzazione, grazie al piano Paulson, rimanda la sua dichiarazione di decesso, varie “operazioni caos” si scatenano con ritmo accelerato a giro per il pianeta.

Se scoppiasse una nuova importante guerra, la storia ufficiale di questi giorni diverrebbe: «La guerra contro il terrorismo fece crollare i mercati finanziari e l’economia mondiale.»

A cospetto di un sistema fallito, l’unico modo per salvare i creditori privilegiati, ossia la popolazione mondiale unitariamente intesa, è seguire il “piano LaRouche”: organizzare il fallimento del sistema e non attendere che esso si verifichi per forza d’inerzia, distinguere tra quelli che sono crediti esigibili (stipendi, pensioni, liquidità per il funzionamento dello stato e del welfare) e quelli che non sono esigibili perché frutto di mere speculazioni. Ricreare un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale sul modello rooseveltiano di Bretton Woods. Da qui lanciare linee di credito a livello globale con cui finanziare nuovi progetti infrastrutturali e le imprese private.

Per fare ciò è necessario che alla disponibilità di Russia, Cina e India si aggiunga quella degli Stati Uniti. Gli altri si allineerebbero di conseguenza.

31 luglio 2008

Una discussione tra rooseveltiani e liberisti

 

Un’interessante discussione è sorta su http://oknotizie.alice.it/go.php?us=96140d997c96cb5 , dove rooseveltiani e liberisti hanno discusso prendendo spunto da una riflessione sulla crisi dei mutui subprime. Ve la riporto per intero (i miei interventi sono a firma “Claudio”).

Crisi, un anno dopo: erano solo Sub-prime? di Leonardo Daverio Patrizi (ihc)

Il 20/06/07 due fondi di Bear Sterns rischiano la chiusura a causa di titoli garantiti da prestiti ipotecari. Dopo 365 giorni di rassicurazioni sulla limitatezza del fenomeno si hanno banche chiuse o salvate con soldi pubblici, esecuzioni ipotecarie raddoppiate, crolli in Borsa e svalutazioni come se piovesse.

Ufficialmente è una peste diffusa dal mercato dei mutui sub-prime. A giugno (fonte Bloomberg) le svalutazioni effettive e presunte superavano $ 170 miliardi: le 16 maggiori banche mondiali hanno perso in Borsa $ 900 miliardi (da $ 2122 a 1212 miliardi di capitalizzazione), circa il valore stimato dell’intero mercato sub-prime ($ 1000 miliardi); l’ultimo fallimento in ordine di tempo è quello di IndyMac, terzo fallimento della storia USA, con mezzo miliardo di dollari in depositi ormai persi; nei primi sei mesi del 2008 sono fallite più di mezzo milione di società negli USA; adesso si ritengono a rischio FreddieMac e FannieMae, colossi parastatali USA detentori o garanti di metà mercato ipotecario USA “pesanti” quanto il 38% del PIL, scoperti esageratamente sotto-capitalizzati (o ultra-indebitati, direi); ora si parla pure di “contagio” in Europa, con scricchiolii che si vanno avvertendo anche per carte di credito e credito al consumo.

C’E’ QUALCOSA DIETRO? - Si dice che questo è conseguenza dell’effetto moltiplicativo dell’impacchettamento reiterato di un originale (e limitato) letame sub-prime in prodotti strutturati poi venduti in tutto il mondo. Certamente la distruzione di liquidità bancaria per un settore in difficoltà diventa scarsità di capitale anche su altri settori, creando quindi fenomeni di “contagio” moltiplicati dalla “leva” della riserva frazionale bancaria; ma il sistema è stato generosamente oliato dalle Banche Centrali, che hanno pure assorbito parte dei titoli strutturati più puzzolenti (qui uno spunto di riflessione), e comunque il mercato originale della crisi era “marginale”. Tutto questo giustifica, dopo un anno, il permanere di paure di un “rischio di controparte” sull’interbancario, che va spingendo in alto i tassi? O non ci sono solo i sub-prime?

FONDAMENTA CROLLATE - Il mercato sub-prime è l’anello più debole del mercato ipotecario, il primo che ha risentito di un deterioramento più generale di tutto il castello di carte eretto su credito creato dal nulla dalle Banche Centrali (Fed in primis) Dopo un anno mi pare chiaro che non si tratti di un effetto a catena partito da un’ala debole del castello: sono tutte le fondamenta ad essere marce. Per stimolare i consumi, nella sciocca ipotesi che avrebbero trascinato il PIL, si è elargito credito a iosa (e a prezzo politico); ora è chiaro che il debito accumulato è “troppo” rispetto alla capacità del sistema di creare ricchezza, e i primi settori a cedere sono quelli più marginali e rischiosi. Se il fenomeno si espande è perché ovunque esistono condizioni di fragilità (pure nei bilanci di FreddieMac e FannieMae appunto). E il sistema è debole (negli USA più che in Europa) non per un virus improvviso ma perché il Ciclo Economico alla fine prevale su qualsiasi illusione. Un anno fa ha cominciato a concretizzarsi il fallimento dell’idea consumo=PIL. Non erano solo sub-prime, era un castello di carte che ha cominciato a cadere.
COME FINIRA? - Da una posizione di forza relativa l’Europa, con la BCE, sta forse cominciando a aiutare la “pulizia” del mercato alzando i tassi. Gli USA sembrano più incerti sul da farsi, appunto perché più fragili. Entro 90 giorni IndyMac dovrà essere venduta o liquidata, e paradossalmente sarebbe meglio fallisse del tutto, perché un nuovo salvataggio pubblico sarebbe solo nuove carte per un castello malconcio, nuove carte che amplificheranno il tonfo finale. Continuare a parlare di crisi “sub-prime” è un modo dei policy-maker di sviare responsabilità che stanno tutte nelle fondamenta del loro pensiero; questa è una crisi “prime”.


La discussione

AG 18 Luglio 2008 , 16:17

Il problema è piuttosto semplice Leonardo e si chiama “funding gap” come ben rilevato in un articolo di Ignazio Rocco di Torrepadula e Massimo Busetti (di The Boston Consultin Group) in un articolo apparso sul Sole qualche giorno fa.

Praticamente negli ultimi anni si è sempre più aperto un divario fra gli impieghi bancari e i depositi, divario che è stato finanziato con l’emissione di titoli di varia natura, prevalentemente “sintetica” e “cartolare”.

Basti pensare che in Italia gli impieghi bancari sono pari al 110% del PIL mentre i depositi sono il 70% con un funding gap di 600 miliardi di Euro. Uguale in Francia, mentre in Spagna sono 300 miliardi e in Germania, dove saranno dei coglioni di crucchi ma continuano a pensare che l’economia reale sia quella che conta, appena 140 miliardi. Mancano purtroppo i dati dei paesi anglosassoni che però dovrebero essere ASSAI più elevati.

E arriviamo alle banche centrali. Visto che sui depositi ci vuole una “garanzia” che sta sull’ordine degli 8-10 centesimi per euro raccolta dai risparmiatori, tante banche hanno preferito fra l’altro ricorere a queste forme perchè gli costava assai meno in termine di accantonamenti, appena 1-2 centesimi. Praticamente si è pompato il mercato della liquidità con droga a basso prezzo ma che come tutte le droghe tagliate male, quando l’organismo va in crisi, provoca scompensi spesso mortali.

Infatti quando la crisi dell’economia ha portato i settori più esposti a crollare, ciome giustamente dicevi tu, tutto questo ammasso di titoli hanno iniziato maledettamente a scottare nelle mani di chi li aveva, essendo fra l’altro utilizzati per far quadrare l’assets-liabilities management di tante società finanziarie e banche.

Quindi chi li emette va in crisi di liquidità perchè alla scadenza nessuno li vuole rinnovare, chi ce li ha in mano deve iniziare a pensare alle perdite sugli stessi, le banche centrali sono fra l’incudine di fallimenti a catena per cifre pari a percentuali importanti del PIL nazionale oppure il martello di di governare la crisi, cercando di salvare il salvabile e pilotare le società più grosso attraverso gli scogli della illiquidità perchè non si trasformino in default secchi.

Del resto anche a pensare solo in Italia un 40% del PIL a rischio default vuol dire immaginarsi un paese con la gente in strada tipo Argentina.

Capisco che agli amici di Chicago piacerebbe (del resto gli piaceva pure Pinochet) e che son pronti a dire che adesso l’Argentina cresce dell’8%, però li inviterei a fare un giretto per le strade di Buenos Aires.

Se sopravvivono senza essere aggrediti e derubati (se non peggio) dalle torme di gente che ha perso tutto e che ora vivono di rapine e espedienti, possono poi godersi tranquilli in albergo, davanti a un buon piatto di carne, le meraviglie della ripresa economica e la bravura del FMI, seguace della teoria monetarista e dell’aggancio al dollaro, a gestire la crisi a suo tempo.

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:00

Sulla prima parte, potrei dire che chiamiamo le cose con nomi diversi ma non si casca poi troppo lontano come ragionamento. Sì, il problema è tra fondi reali disponibili e credito concesso, da qualsiasi parte si guardi la cosa.

Sull’ultima parte vorrei dissentire: il FMI è applicazione dei principi monetaristi? Sì? Il monetarismo predicava offerta di moneta bloccata a una crescita del 3-5% e il fondo predica questo? Siamo sicuri?… Eppure mi pareva si fosse già detto che ZioPino ha liquidato velocemente l’esperienza con i Chicago’s perché non era quello che pensava… Che poi qualcuno sparli di essere monetarista perché dà un’aurea di serietà e intransigenza, sarà certo così, ma non è che basti dire una cosa per esserlo. Guarda tu, oggi sono tutti liberisti e parlano di vincolare i mercati finanziari…

Tu mi dicessi che il FMI è uno strumento per l’imperialismo USA sarei più d’accordo, ma nemmen questo è monetarismo.

Comunque bravissimo, ti professi keynesiano ma per questa crisi non ragioni da tale.

AG 18 Luglio 2008 , 17:28

Secondo me fai un po’ di confusione sull’essere keynesiano.

Keynesiano è adesso cercare di salvar il salvabile anche nazionalizzando in parte il debito del sistema bancario perchè l’alternativa è il disastro sociale.

Keynesiano fu anche Mussolini con l’IRI e non mi pare che anche il liberale Einaudi abbia fatto fuoco e fiamme da governatore della Banca d’Italia per la privatizzazione del sistema bancario italiano.

I simpatici amici liberisti hanno invece sostituito l’intervento statale keynesiano nel colmare il funding gap con l’intervento del mercato finanziario.

Soluzione praticamente identica alla degenerazione della teoria keynesiana del pompare la crescita attraverso l’indebitamento statale (cosa che Keynes non predicava andasse fatta selvaggiamente ma solo come rimedio anticiclico). Eletto invece a sistema ha prodotto guasti in stile Pomicino-CAF.

Bravi, clap clap. Solo che adesso bisogna portare il debito privato a debito pubblico sennò si rischia la rivoluzione perchè non è gestibile un default di decine di punti percentuali del PIL: negli USA il debito privato è il 115% del PIL, fate ‘na botta di conti.

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:29

sì, e degli animal spirits della cospirazione sionista

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:38

Bravo.

il liberale si vede nei fatti.

E pensare di socializzare i costi derivanti da decisioni statali non è da liberale. Riguardo Mussolini, mica ti era venuto in mente di dichiararlo “liberale” solo perché si era messo contro le “sinistre” da cui proveniva, vero? (no, non lo stai facendo, non sei così ingenuo). Il liberismo in questo paese non si è mai visto. E un governo centrale della moneta non ha niente a che vedere con il liberismo, né in Italia né nel resto del mondo.

Non ho idee sbagliate sul keynesianismo. Il pompaggio di liquidità che si è avuto è stato giustificato con il voler evitare qualsiasi calo congiunturale, quindi è di per sé una politica anticiclica. Poi tu potresti esser sufficientemente saggio da dire che la situazione è stata valutata male e affrontata peggio, e che si sia arrivati alla degenerazione. Ma se cominci a dire che lo Stato deve ammettere di non poter sempre pareggiare il ciclo, come implicitamente mi pare tu ammetta quando definisci “degenerazione” quel che si è visto finora, stai facendo tu un salto evolutivo dalla dottrina, avviandoti all’analisi dell’equilibrio risparmio-investimenti di matrice classica e non certo keynesiana.

AG 18 Luglio 2008 , 17:46

Vabbè di base c’è il primo amore adamitico

Però l’intervento statale di Keynes non doveva garantire la felicità eterna e immutabile, era pur sempre inglese e protestante dai!

Va guardato in relazione alla situazione degli anni ‘30 dove c’era gente che moriva di fame, LETTERALMENTE, nel Regno Unito.

A quel punto un intervento statale, anche se nell’immediato improduttivo, diventava un investimento nel futuro, e mi spiace, continuo a pensare che non fosse del tutto sbagliato.

Con la stessa logica il Piano Marshall del dopoguerra ha creato un mercato per i prodotti americani dove c’erano solo macerie, e ha permesso agli USA di assurgere a maggiore potenza economica mondiale per 60 anni buoni.

Altra cosa invece è continuare a dare soldi a bimbi viziati e grassi per farli ingrassare ancora di più, e poi all’improvviso che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:55

“che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?”

Lo so, sono cattivo, ma per me sì. Se non altro per evitare perversioni da moral hazard in un mondo che c’è campato sopra abbastanza.

Ma poi è possibile sentir parlare di un de facto enorme bail-out da uno che si firma AG (Aktiengesellschaeft)? Almeno cambia nome in NGO !

Anche su questo potremmo comunque avere punti di contatto; contestualizzando, il contesto del ‘29 può (può, lascio il dubbio) giustificare interventi statali estremi. Ma una situazione sola non dovrebbe fare modello. E neppure l’aver sbagliato per 15 anni filati creando le situazioni per qualcosa (forse, ma non necessariamente) di simile, dovrebbe giustificare l’applicazione di quel modello di salvataggio.

Gregorj Commenti: 535 Articoli: 104 18 Luglio 2008 , 18:07

AG sono le iniziali del suo nome e cognome.

(comunque continuate, vi prego. Siete spassosi!)

AG 18 Luglio 2008 , 18:11

Guarda bisogna esser pratici.

Guardiamo solo l’Italia. Messi come siamo abbiamo un funding gap pari al 40% del PIL. Mettiamo che dobbiamo quindi rientrare (“che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?”Lo so, sono cattivo, ma per me sì.) da un 40% di impieghi.

Quindi da chi iniziamo a chiedere il rientro?

Dal settore mutui? Dal settore credito al consumo? Dal settore aziende? Quale settore?

Fra l’altro per stringere il credito di solito alzi i tassi appunto, chi ha i soldi li restituisce perchè non gli conviene più, sugli altri continui a strozzarli.

Ok, perfetto. Però non rientri di un 40% solo con una manovra sui tassi, neanche di un 10% rientri. Questo lo sappiamo tutti. Quindi in tal modo aumenti solo il default dei debitori e in prospettiva il tuo, che porti a bilancio crediti sempre più inesigibili.

Le diete si fanno poco per volta. Con il digiuno si muore.

juppes 18 Luglio 2008 , 18:22

perdonate, vado via subito, ma dice il saggio : ama il tuo debitore, trattalo bene, fallo sopravvivere se non vivere, solo così potrai sperare che ti restituisca il dovuto—e prega per la sua salute e prosperità

se invece lo strozzi, rimarrai anche tu strozzato ed incapace di far fronte ai tuoi impegni

libertyfirst 18 Luglio 2008 , 18:56

Di provvedimento d’emergenza in provvedimento d’emergenza, presto non rimarrà nulla a cui provvedere…

Io ho una ricetta contro la crisi. Mi serve solo un po’ di sostegno politico, diciamo il 70%-80% dei voti. E poi non ho capito bene come risolvere il problema del fallimento delle banche.

1) Si eliminano tutti i vincoli al mercato del lavoro, sia dipendente che autonomo

2) Si liberalizzano completamente tutte le attività commerciali

3) Si eliminano completamente tutti i dazi doganali.

Con queste tre misure la recessione (inevitabile) durerà il minimo indispensabile, non bisogna fare come Roosevelt che la fece durare un decennio con politiche socialiste.

Rimane aperto il problema di non far collassare l’offerta di moneta e distruggere tutto il credito fiduciario… l’ideale sarebbe fermarne la crescita e provocare una recessione senza panico bancario, ma non so come si fa.

Fatto questo, probabilmente la crisi durerà solo 3-4 anni, la disoccupazione non dovrebbe salire moltissimo, e la riallocazione delle risorse sarà rapidissima. Inoltre le energie del mercato imbrigliate allo stato attuali saranno liberate e genereranno aumenti di reddito che potrebbero, solo in parte ma sempre meglio di niente, compensare i problemi sociali della recessione.

Questo risolverebbe i problemi una volta per tutte. Poi ci ritroveremmo con il dover pagare in anticipo tutti i costi dell’inflazionismo che finora sono stati nascosti dall’inflazionismo stesso: sistemi pensionistici non finanziabili, debiti pubblici e privati alle stelle. Ma per quello non c’è niente da fare oltre a tagliare consumi e incentivare risparmi e investimenti, non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale hanno mangiato tutto.

Penso mi presenterò alle elezioni con questo programma. Se prendo più del 80% dei voti avrò la forza politica di realizzarlo.

AG 18 Luglio 2008 , 20:54

“Con queste tre misure la recessione (inevitabile) durerà il minimo indispensabile, non bisogna fare come Roosevelt che la fece durare un decennio con politiche socialiste.”

Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahaha…

Scusa, sai, ma mi fai morire.

In effetti nel 1941 Roosevelt ha seguito il tuo consiglio di aprire le frontiere seguendo l’esempio della Germania e dell’Inghilterra che l’avevano fatto nel 1939. Fantastica poi l’opera di liberalizzazione in Polonia e Francia

In realtà gli USA si sono sollevati usando la più forte delle leve economiche, cioè la mega-statalizzazione dell’economia in tempi di guerra e han sfruttato poi il suicidio dell’Europa nel 1945. Fa differenza fra l’esser rasi al suolo come i paesi europei e non aver avuto manco una bombina sulla capoccia come gli USA.

Cioè dai, siamo seri, su e usciamo da gabbie ideologiche in stile Tremonti.

“1) Si eliminano tutti i vincoli al mercato del lavoro, sia dipendente che autonomo

2) Si liberalizzano completamente tutte le attività commerciali

3) Si eliminano completamente tutti i dazi doganali.”

Siamo in una situazione di bancarotta, non serve avere libertà, si deve solo decidere se andare dritti al fallimento o in amministrazione controllata. Liberalizziamo pure tutto? Ti faccio un esempio. La mia azienda mi licenzia, non ci sono più vincoli, io voglio iniziare una mia impresa, non ci sono più vincoli neanche in questo, non ho capitali e li vado a cercare. Dove li trovo? Chi me li da? Le banche no visto che bisogna ridurre gli impieghi e le masse monetarie e cmq anche mettendo che li riesca a trovare saranno a tassi che rendono uno startup impossibile.

A quel punto manca sola la libertà di avere armi personali e poi vinca il migliore! (Ti avverto che ho una ottima mira e che il socialistissimo AK47 rimane nettamente superiore all’M16 in scenari di guerriglia).

“Rimane aperto il problema di non far collassare l’offerta di moneta e distruggere tutto il credito fiduciario… l’ideale sarebbe fermarne la crescita e provocare una recessione senza panico bancario, ma non so come si fa.”

L’offerta di moneta è già collassata, il funding gap è attualmente sostenuto in gran parte dalle banche centrali che scontano le cartolarizzazioni bancarie che il mercato non accetta più. La BCE a ciò aggiunge una politica di tassi alti per far pian piano restringere gli impieghi senza causare marasmi sennò l’alternativa è chiudere i rubinetti e prepararsi a creare tanti IRI.

“e la riallocazione delle risorse sarà rapidissima”

Quali risorse? I fondi sovrani? Il debito USA in mani cinesi? Quali fondi? E dove si dovrebbero riallocare? Dagli USA in Europa? Dall’Europa in Africa? I cinesi stanno già portando gli investimenti dagli USA al terzo mondo, e infatti a Bernanke tocca stampare e stampare…

“non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale”

Io iniziare a consumare meno i tasti della tastiera del PC, sai mai quando potrai comprarne una nuova dai Cinesi.

Calvin 18 Luglio 2008 , 21:12

Beh AG, se ti leggi la letteratura un po’ piu’ recente sulla crisi del ‘29 vedi quanto ci sia lo zampino delle politiche socialistoidi di FDR nel protrarsi della crisi per piu’ di un decennio. Non è roba nuovissima, diciamo dalla seconda metà degli anni ‘70 che il mito del new deal è stato preso giustamente a pesci in faccia, fatte salvo le considerazioni behavioural.

AG 18 Luglio 2008 , 21:32

“Non è roba nuovissima, diciamo dalla seconda metà degli anni ‘70 che il mito del new deal è stato preso giustamente a pesci in faccia, fatte salvo le considerazioni behavioural.”

Guarda caso da quando abbiamo iniziato a pompare eroina finanziaria dentro l’economia. Che strano neh?

“se ti leggi la letteratura un po’ piu’ recente sulla crisi del ‘29 vedi quanto ci sia lo zampino delle politiche socialistoidi di FDR nel protrarsi della crisi per piu’ di un decennio.”

“non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale hanno mangiato tutto.”

Non è che Libertyfirst è un nipotino di FDR? Sai sti zii d’ammeriga, perchè dice le stesse cose che FDR fece.

libertyfirst 18 Luglio 2008 , 23:32

Il giudizio economico sulle politiche di Roosevelt è ovvio, la politica estera non c’entra nulla.

Se si impedisce al mercato di equilibrarsi, si avrà domanda o offerta in eccesso Roosevelt fece permanere disoccupazione al 25% per un decennio. Per fortuna poi ci fu la leva.

Idem per le tariffe. Idem per gli incentivi ai cartelli…

Calvin 19 Luglio 2008 , 01:39

“Guarda caso da quando abbiamo iniziato a pompare eroina finanziaria dentro l’economia. Che strano neh?”

Bah, il complottismo d’accatto non mi ha mai interessato, soprattutto non mi pare persino stupido ricordare che quelli che gli quelli che studiavano il ‘29 non erano quelli che mandavano avanti la baracca. Io cmq la darei un’occhiata a qualche sintesi degli studi sul ‘29 perché ti assicuro che dal mio umillimo punto di vista continuare in pieno XXI secolo con la storiella di Super-FDR che salva l’America grazie alle sue fantastiche politiche stataliste fa abbastanza ridere. A FDR gli volevano così bene che dopo aver visto bene cosa aveva prodotto inserirono subito nella Costituzione il limite di due mandati :_D

Libertyfirst 19 Luglio 2008 , 11:22

Nessuna difesa di FDR è teoricamente fondata.

Un’analisi realistica del New Deal l’ho trovata in questo vecchio post di Phastidio:

http://phastidio.net/2005/11/2.....l-passato/

Calvin 19 Luglio 2008 , 18:24

Io consiglio cmq the conomic of the great depressione, darei riferimenti piu’ preciso ma non ho idea di dove l’ho lasciato…

Lkv 20 Luglio 2008 , 08:17

Clavin> Io consiglio cmq the conomic of the great depression

Questo? http://eh.net/bookreviews/library/0157

Ag> Li mettiamo a pane e acqua?

Io propongo di liberalizzare il mercato degli organi umani, ti tieni la casa finche’ muori, i tuoi organi come garanzia, se paghi il debito organi e casa restano ai tuoi figli che ne faranno quello che vogliono, se non paghi il debito se li prende il creditore. Scherzo ovviamente (forse)

Calvin 20 Luglio 2008 , 15:10

No, ho semplicemente cannato il titolo Sono andato a controllare su amazon (vedi link)

Un anno di Sub-prime at Ideas Have... 20 Luglio 2008 , 17:53

[...] Giornalettismo.com è stato pubblicato il pezzo "Crisi, un anno dopo: erano solo Sub-prime?", dove riassumendo le dimensioni che finora ha avuto un fenomeno più volte a livello [...]

Flavio 20 Luglio 2008 , 19:46

Penso che le vostre discussioni, piuttosto qualificate e di persone ben attente alle regole del gioco, siano manchevoli di un ingrediente assai importante.

Qualcuno lo chiama “fattore LaRouche”, ma si tratta di capire che il sistema in bancarotta, perché da oltre trent’anni impostato (benché gradualmente) sul profitto a breve e/o sganciato dalla produzione fisica, non è sanabile con mezzi interni al sistema stesso.

Il sistema deve essere sostituito con qualcosa di rooseveltiano (occorre capire che cosa fece davvero Roosevelt, senza accontentarsi delle etichette “socialista”, ecc.), in grado di rilanciare il credito produttivo, portare al rapido raddoppio della produzione di cibo a livello mondiale, recuperare la dinamica delle operazioni internazionali come i progetti contro le epidemie, o quelli di sviluppo infrastrutturale, ecc.

La Nuova Bretton Woods proposta da LaRouche da oltre 15 anni, ora difesa da Tremonti et al., dovrà essere la sede di accordi governativi utili anche a sottrarre l’economia dalle istituzioni più o meno coperte, che operano come la Compagnia delle Indie Orientali.

Penso che il filmato 1932? sia molto suggestivo, a tale proposito: http://www.larouchepac.com/1932

Cordialmente,

Claudio 21 Luglio 2008 , 00:30

Non si può parlare di complottismo ogni volta che si intravede un “principio di causalità” nelle dinamiche storiche. Se è stupido credere che tutto sia studiato a tavolino, è altrettanto stupido credere che tutto sia casuale.

Agli inizi degli anni ‘70, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods (15 agosto 1971) si concluse il ciclo storico che prese avvio il 4 marzo del ‘33 col discorso inaugurale di FDR per il passaggio dalla forma di stato liberale alla forma di stato sociale (con l’intermezzo disastroso delle dittature). Se FDR è stato il presidente più amato dal popolo americano, è stato d’altra parte il presidente più odiato dall’oligarchia finanziaria. Con la sua morte si affrettarono a sbarazzarsi di tutti i suoi uomini e della sua tradizione. Truman in questo processo di distruzione della tradizione rooseveltiana - più propriamente definibile “Sistema americano di economia politica” - ebbe un ruolo nodale. Il suo governo infatti fu il più riempito di esponenti di Wall Street e del complesso militare. Tutti coloro che in qualche modo poterono rievocare la tradizione rooseveltiana furono eliminati: i Kennedy e MLK.

Dal ‘71 parte il nuovo ciclo reazionario volto a restaurare una forma di stato liberale piuttosto che sociale (ovviamente sto utilizzando tali termini nell’accezione tecnico-giuridica).

In questo nuovo ciclo, alla gamba “liberale” (liberista, libertarista) si affianca quella ecologista. Entrambe utili ad attuare il processo di “disintegrazione controllata dell’economia” (definizione che fu usata da Paul Volcker): il mercato deve essere libero, libero dunque di andare a creare anche fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione come richiede il “Sistema americano di economia politica” o la stessa Costituzione italiana (artt. 46 e 47); l’ecologismo è invece servito per far passare l’idea che il modello industriale produttivo è inquinante e distruttivo.

Ecco che sempre nei primi anni ‘70 il secondo principio della termodinamica (la legge dell’entropia), quasi fosse un nuovo dio che dà definitivamente ragione a Malthus, viene portato in economia dal Georgescu-Roegen. Il Club di Roma, sul fronte sociale invece, trova udienza per la bufala del raffreddamento globale verso cui saremmo andati. Milton Friedman diventa il nuovo guru dell’economia (nobel nel ‘76).

Tutto ciò servì per sotterrare la FDR legacy, e riscoprire invece la Adam Smith legacy, quella dell’impero britannico, quella della Compagnia delle Indie orientali, quella del colonialismo oggi chiamato globalizzazione.

Interpretare il crack odierno come la conseguenza della troppa poca libertà del mercato, è vero se si intende che il mercato è rimesso a sovrastanti fenomeni di tipo speculativo, ma è falso se si vuol dire che si deve allora andare verso una più esasperata deregulation. Nella deregulation il forte sguazza beato. Ed è proprio ciò che è avvenuto dal ‘71 in particolare, ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive.

Eliminare il credito non è la soluzione. A questo proposito, si è dimostrato oltre che grande umanista, anche ottimo economista, William Shakespeare con “Il mercante di Venezia”, quando dà il messaggio per cui il credito può essere fonte di salvezza per l’altro, ma può esser anche fonte di distruzione dell’altro. Il tutto dipende da come lo si usa. E’ per questo che già dal primo discorso del ‘33 FDR puntualizzò la centralità della questione creditizia e l’importanza del controllo di tale funzione. Ed altrettanto è per questo che l’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria.

Comunque, gli Stati Uniti sono un esperimento repubblicano di tipo dirigistico e non liberista. Il primo governo Washington, grazie ad Alexander Hamilton forgiò il “Sistema americano di economia politica” come centrato sul credito pubblico, sulle infrastrutture, sulla produzione e sulla iniziale protezione delle proprie produzioni. Poi, una volta assassinato Hamilton, la tradizione liberale anglo-olandese, grazie al finanziere Albert Gallatin (segretario al tesoro sotto Jefferson) riprese piede negli Stati Uniti. Ciò rindebolì l’economia americana. Toccò allora a Lincoln ridare spazio al “Sistema americano di economia politica” finchè non fu assassinato (nel frattempo però Taylor ed Harrison, anch’essi contrari al modello liberale anglo-olandese in quanto esponenti Whig, morirono in circostanze poco chiare). Franklin Roosevelt dopo i disastri del laissez faire di Coolidge e Hoover, ricostruì l’economia americana. Alla sua stessa tradizione si rifece JFK.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 09:20

Sì, e il PIL mondiale è più del 50% in mano pubblica, la percentuale è in crescita, e questo è colpa del liberismo, certo.

Claudio 23 Luglio 2008 , 11:21

Gentile Leonardo,

il dato a cui ti riferisci rafforza l’idea di fondo che suggerivo, ossia l’inevitabile meccanismo degenerativo a cui porta il liberismo.

Infatti a cospetto di un pil mondiale pari ad 1 (40.000 miliardi di dollari) si stimava nel 2001 che i valori finanziari fossero almeno pari a 10 (400.000 miliardi di dollari). A distanza di 8 anni, come confermato indirettamente dalla Banche per i regolamenti internazionali di Basilea, tale rapporto è ancor più cresciuto (1 a 25 se non ricordo male). Guardare all’economia senza guardare all’entità dell’economia finanziaria è come voler capire l’universo ittico senza soffermarsi sull’habitat marino.

Il complesso di quei valori finanziari è in mano per oltre il 90% ad enti privati (non a caso, a parte due o tre eccezioni, ogni Stato del pianeta è indebitato, e si capirà bene che se tutti, o quasi, gli Stati nazionali sono indebitati, i loro creditori debbono essere per forza dei privati e non la loro controparte estera, in quanto, ribadisco, anch’essa indebitata).

Saluti.

Prometeo 23 Luglio 2008 , 11:47

Concordo pienamente con l’analisi di Claudio.

l’equazioni dei modelli matematici per l’economia non tengono mai conto dell’entità finanziaria e si trattano le valute come scalari quando sono invece vettori differenziali il che rende il valore dei risultati meramente tecnico senza alcun significato sistematico o nessun apporto all’interpretazione strategica.

L’interpretare l’evoluzione dell’economia ignorando la struttura del potere, come esso agisce e si propaga significa rimanere intrappolati in scatole ideologiche vuote quasi quanto “destra” e “sinistra”.

La meccanica del potere non è mai cambiata. Ignorarla significa non capire.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:00

Sì per fare un esempio il mercato dei mutui negli USA è per metà in mano a FreddieMac e FannieMae, i colossi creati apposta dallo Stato USA e non dal liberismo per STABILIZZARE il mercato. Se questa è degenerazione della finanza, lo Stato per lo meno ha colpa al 50% allora.

Il boom della finanza non è possibile se non esiste un punto creare di credito illimitato, e questo sono state le Banche Centrali FED in primis, i cui esponenti sono di nomina governativa e che del loro operato rendono conto a enti politici statali. Quindi le responsabilità dello Stato sono più del 50%.

Poi si può dire, come fa Prometeo, che la politica è solo il paravento della gestione del potere da parte di alcuni banchieri, ma questo non è certo liberismo. Ignorare che il mondo tende alla crisi mentre aumenta il peso dell’intervento pubblico è parimenti un modo di ignorare gli effetti perversi di molta regolamentazione, e non è certo colpa del liberismo.

Claudio, quel che tu dici equivale a dire che il liberismo comporta la degenerazione di uno Stato che si espande e prende il controllo dell’economia, e non ha senso. E il debito USA per lo più è in mano dello Stato cinese. Oppure la Cina è un ente privato? E il debito pubblico che cos’è se non la dimostrazione che gli Stato spendono ben più di quel che hanno e quindi viziano e destabilizzano l’economia sia reale che finanziaria mondiale? Mi sa che a volte guardando il plancton scappa di vedere le balene.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:10

intendevo “l’economia è solo il paravento” ma Prometeo avrà capito.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:11

NO, avevo detto prima, abbiate pazienza.

Libertyfirst 24 Luglio 2008 , 10:50

“Se è stupido credere che tutto sia studiato a tavolino, è altrettanto stupido credere che tutto sia casuale”

Esiste una terza categoria di fenomeni storici, quelli frutto dell’azione umana ma non delle intenzioni umane. Freddie e Fannie dovevano prima o poi collassare, i subprime dovevano prima o poi crollare… non è nè un piano nè un’alea.

“Se FDR è stato il presidente più amato dal popolo americano, è stato d’altra parte il presidente più odiato dall’oligarchia finanziaria. ”

Se il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA è il più amato, ciò prova che i demagoghi hanno un vantaggio comparato sugli statisti in democrazia.

“Il suo governo infatti fu il più riempito di esponenti di Wall Street e del complesso militare.”

Vorrei prove di questo, ma ricordo che l’unico presidente che ha paventato il rischio dell’industrial military complex è stato il repubblicano Eisenhower. Che la WWII, a differenza della WWI, non vide quasi alcuna smobilitazione militare, certo, ma neanche una smobilitazione dello stato sociale, che ha continuato a crescere.

“Dal ‘71 parte il nuovo ciclo reazionario volto a restaurare una forma di stato liberale piuttosto che sociale”

QUesto è il contrario della realtà. Nel 1971 Nixon distrusse il sistema monetario per svincolarlo dall’oro, con il fine di continuare a finanziare uno stato sociale e militare costosissimo. E’ caratteristica dello stato social-militare posticipare il redde rationem per perpetuare politiche insostenibili, e l’eliminazione dei vincoli aurei ha consentito di perpetuare appunto tale inefficiente stato di cose. Ma con un problema: il dollaro stava collassando. C’è voluto volcker, e poi Reagan, per rimetterlo in sesto, ma SENZA ridurre la spesa pubblica, posticipando ancora una volta il redde rationem… e oggi stiamo sempre allo stesso punto: uno stato insostenibile, con troppe spese social-militari, che si affida ai risparmi cinesi per sopravvivere, minando alle basi la sua stessa egemonia.

“In questo nuovo ciclo, alla gamba “liberale” (liberista, libertarista) si affianca quella ecologista”

Qui stiamo all’associazione scriteriata di idee.

“fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione”

Questa si chiama “manipolazione della politica monetaria ad opera delle autorità monetarie (statali)”

“Milton Friedman diventa il nuovo guru dell’economia (nobel nel ‘76)”

Non mi piace Friedman e non mi piace Chicago. ma quando lo è mai stato? Nessuno ha mai applicato i consigli di Friedman in campo monetario, ad esempio. Il fatto che il monetarismo sia stato teoricamente egemone per magari un decennio era solo perchè l’unica alternativa nota era l’indifendibile keynesismo.

“colonialismo oggi chiamato globalizzazione”

Slogan.

“ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive”

Ma guarda che l’unico modo per ancorare il credito alle dinamiche economiche reali è abolire le politiche monetarie centralizzate e il sistema monetario a riserva infinitamente frazionale che le caratterizza. FDR è stato uno dei padri di questo sistema, non certo un nemico.

“Ed altrettanto è per questo che l’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria.”

Ed è questa la causa di tutti i problemi monetari e creditizi.

“il dato a cui ti riferisci rafforza l’idea di fondo che suggerivo, ossia l’inevitabile meccanismo degenerativo a cui porta il liberismo”

QUale liberismo? Quale, dove, come? NOn esiste e non è mai esistito! Non c’è mai stato, esiste solo nei libri no-global, alcun Neoliberismo… c’è stata una politica monetaria dirigista e socialista fatta per manipolare l’economia di mercato e garantire la sostenibilità dello stato social-militare…

“Il complesso di quei valori finanziari è in mano per oltre il 90% ad enti privati (non a caso, a parte due o tre eccezioni, ogni Stato del pianeta è indebitato, e si capirà bene che se tutti, o quasi, gli Stati nazionali sono indebitati, i loro creditori debbono essere per forza dei privati e non la loro controparte estera, in quanto, ribadisco, anch’essa indebitata).”

E chi altri può comprare il debito? E’ banalmente ovvio. Lo stato usa la polizia per guadagnare fondi con cui pagare il proprio debito, è notorio che è così, lo sanno tutti, non c’è nulla di strano.

Claudio 24 Luglio 2008 , 13:07

Rispondo a Libertyfirst.

“Esiste una terza categoria di fenomeni storici, quelli frutto dell’azione umana ma non delle intenzioni umane.”

Esatto, quando ho parlato di “principio di causalità”

mi riferivo proprio a ciò.

“Freddie e Fannie dovevano prima o poi collassare, i subprime dovevano prima o poi crollare… non è nè un piano nè un’alea.”

Non è un piano, ma è una degenerazione morale che accompagna l’attuale fallito sistema economico. Il problema - ed è qui che si crea il corto circuito tra un modo di vedere le cose ed un altro - è di ordine epistemologico.

Fannie fu creata nel 1938 da F.D. Roosevelt, mentre Freddie nacque nel 1970. Assieme, esse rappresentano oltre il 50% dell’intero mercato ipotecario americano, con un portafogli di oltre 5.200 miliardi di dollari. La loro gigantesca esposizione nel mercato delle cartolarizzazioni, con il risultante effetto leva del debito, non corrisponde alla funzione definita per Fannie Mae nel New Deal di Roosevelt. Invece, i due enti sono stati violentati dal capo della Federal Reserve, Alan Greenspan, che li ha usati per creare le enormi bolle immobiliari a partire dal 1990.

FDR è stato il presidente più amato - e lo è considerato tutt’oggi. Non è un caso che sia stato eletto per ben 4 volte. I risultati economici prodotti dal New Deal sono incontestabili. Da ‘33 al ‘41 il produzione nazionale raddoppiò. Circa il fatto che la disoccupazione si sia mantenuta sui livelli del 25% (come riportato sopra) sotto FDR è un dato che non corrisponde a realtà. FDR nel ‘33 si ritrovò un tasso di disoccupazine al 25%, e dopo sette anni - prima che cominciasse la guerra dunque - quel tasso era al 14%. Quando FDR morì la disoccupazione era al 2%.

Quindi affermare:

“Se il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA è il più amato, ciò prova che i demagoghi hanno un vantaggio comparato sugli statisti in democrazia.”

o è frutto di semplice ignoranza o è frutto della mistificazione.

Circa le prove al fatto che il Governo Truman fu riempito di esponenti del complesso militare - che poi come tu affermi Eisenhower denuncerà - e di esponenti di Wall Street è documentato con nomi dei segretari e direttori e relativo incarico o preincarico nel testo di Albert Kahn ‘Da Wilson a Truman. Trent’ anni di politica americana.’ (Editori Riuniti, Roma, 1953).

Che nel ‘71 si sia avuta una svolta reazionaria, è constatare la realtà consapevoli di cosa fossero gli Accordi di Bretton Woods. Se non si comprende cosa fosse Bretton Woods, ed il più ampio disegno strategico di FDR, non si può comprendere cosa sia avvenuto nel ‘71 e quali siano state le conseguenze per gli ultimi 37 anni di storia.

Nixon distrusse unilateralmente un accordo internazionale, tuttavia a ciò fu portato dalla svalutazione delle valute francesi ed inglesi della seconda metà degli anni ‘60, ed alla venuta meno possibilità di conversione del dollaro in oro. Ma il problema di fondo era la politica economica adottata dopo la morte di FDR, che non era più volta a promuovere le produzioni, ma i consumi (fu questo anche il grave errore di Eisenhower). Ciò portò ad una rottura di sistema, di cui approfittarono i fautori del liberismo.

Si rifletta infatti bene su cosa abbia voluto dire distruggere BW. In sostanza, le valute da metro di misura divengono merce; il rapporto tra questi valute-merce non è più decise da un preaccordo ma dal “libero mercato”; le valute non hanno più alcun riferimento reale con l’economia (l’oro), ma l’M3 diviene funzione del pil, ma il pil a sua volta è funzione dell’M3.

Ma il problema non è lo stato insostenibile. Tale genere di affermazione può essere fatta solo da chi ha una lettura aziendalistica delle dinamiche statali. Lo Stato sociale - e la nostra Costituzione con gli artt. 41 e 42 ce ne dà prova - nasce per superare le concezioni utilitaristiche dello stato e lanciare il nuovo grande progetto umanista della solidarietà tra gli uomini. Il primo discorso del 4 marzo ‘33 di FDR è il fondamento politico di questa nuova visione di una concezione delle dinamiche umane in termini di unica grande famiglia. Dall’homo homini lupus si passa all’homo homini fratres. E’ questa la tradizione odiata dai liberisti, da coloro che si rifanno alla depravata storiella del Mandeville (La favola delle api), alla morale calvinista di Smith, alla bestialità propugnata da Malthus.

Con Truman si rientra in un batter d’occhio nella tradizione dell’homo homini lupus, rendendo già superata la Costituzione italiana che aveva ancora da venire.

Circa l’associazione tra liberismo ed ecologismo, la matrice è la stessa: l’uomo è rimesso a dinamiche a cui può solo abbandonarsi (il mercato, la natura) alla stessa stregua di un animale.

Definire scriteriato ciò che, ad un primo momento, non si capisce, è un po’ presuntuoso, ma non voglio fare polemica.

Concordo quando affermi:

“fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione”

Questa si chiama “manipolazione della politica monetaria ad opera delle autorità monetarie (statali)”

Non posso concordare invece sulla sottovalutazione dell’influenza di Friedman e dei Chicago boys sulla politica economica mondiale. L’influenza di Shultz sul Cile? L’innalzamento dei tassi del ‘79-’80?

Non confondiamo poi Keynes con il sistema americano di economia politica sostenuto da FDR. Keynes era un sottomodello del secondo. Keynes propose il bancor, BW fu altra cosa. Il piano Keynes nel ‘44 soccombette sotto ogni fronte.

Colonialismo oggi chiamato globalizzazione, dici sia uno slogan?!

Per oltre il 90% la globalizzazione è transazioni finanziarie - solo per il restante passaggio reale di merci e servizi -. Di queste transazioni l’80% è gestito dalle britanniche Isole Cayman e condizionano l’economia reale di tutto il globo, e questo è uno slogan!?

“ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive”

In merito al credito, non esistono tecniche, ma la volontà degli uomini. Questa volontà può essere correttamente direzionata solo attraverso l’azione statale funzionale al bene comune (per intendersi l’esperienza rooseveltiana o quella italiana della ricostruzione, del Piano case, della riforma agraria e di quella fiscale, dell’infrastrutturazione che il “libero” mercato non avrebbe mai potuto fare).

Quando affermi che la causa del problemi creditizi stia nell’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana che rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria, contraddici la lettura negativa che dai dell’attuale sistema, dove invece l’emissione monetaria è rimessa alle banche e non all’autorità pubblica.

Dire che il liberismo non esista nella sua assolutezza è un truismo. E’ ovvio che sia così. Leggendo così le cose, non è esistito neanche il comunismo.

Infine, il debito non deve essere comprato dallo Stato nei confronti del sistema bancario privato. Il credito dovrebbe essere una delle funzioni sovrane nazionali. E’ questo il primo tassello della rivoluzione americana; è questo il vero nemico del sistema liberale anglo-olandese.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 24 Luglio 2008 , 13:47

Io, Claudio, non ho capito da che parte stai.

Come fai ad avercela con Friedman per aver capitanato un aumento dei tassi di interesse, e poi prendertela con la Fed per la degenrazione morale che ha indotto fatta di spinta la consumismo e all’indebitamento attraverso il ribasso dei tassi?

Allo stesso modo come fai a dire che BW è caduto per colpa di francesi e inglesi? Il sistema faceva perno sul dollaro (e il dollaro sull’oro) perché tutti gli altri “importassero” la politica monetaria di un paese “forte”, evitando di scadere in spirali inflazionistiche. L’abbandonare il dollaro rappresentava l’incapacità del paese di stare a galla (come le svalutazioni competitive dell’Italia nello SME) ed erano tutto tranne che molle di fallimento del sistema (che nello SME era “ancoraggio del marco alla reputazione del marco”).

Se BW è caduto, lo ha fatto proprio alla faccia di qualsiasi ragionevolezza di disciplina monetaria: l’ancoraggio all’oro IMPONE una crescita dell’offerta di moneta attorno al 4% annuo, il che è un vincolo esagerato per politiche keynesiane (mentre è coerente con le politiche monetariste), ed è per questo che è stato abbandonato BW: per consentire alla Fed di stampare liberamente quanta moneta voleva abbassando i tassi a piacimento.

E poi basta parlare della Fed come fosse una società privata, le Banche Centrali sono organi statali! Se la Fed si muovo è perché sa di avere un certo consenso politico. La Fed, come ogni BC, è sostenuta dai trasferimenti del Tesoro, è un agente dello Stato. Via…

Il fatto che le transazioni finanziarie siano enormi rispetto al transito di merci è un problema per un certo verso, è un problema perché non dipende dall’aumento autonomo della velocità di circolazione, bensì dalla creazione di moneta. Credo che tu parli di colonialismo confondendolo con schiavismo; forse c’è colonialismo (inteso come espansione), ma è finanziato dalle politiche monetarie, ma non c’è tutto questo schiavismo che si dice. La Cina ora deve localizzare perché i lavoratori vogliono e hanno ottenuto aumenti salariali; è schiavismo? Io lo chiamerei un avvio di progresso sociale.

Se l’esplosione della finanza è viatico di degenerazione e colonialismo, prenditela con i tuoi amati pianificatori centrali che continuano a raccontarti di star muovendosi umanitariamente per il “bene comune”, visto che ci credi.

Claudio 24 Luglio 2008 , 14:45

Gentile Leonardo,

non si comprende da che parte sto, perchè in realtà le parti non sono due, ma almeno tre. C’è quella parte, quella di FDR appunto, che chi leggeva le cose in termini di aut aut, in termini di libero mercato o in termini di socialismo, tende a vedere come fatta di approssimazione, improvvisazione, incompetenza.

La lettura mentale deve porsi su un sovralivello rispetto a quello dei tecnicismi economici. Questo sovralivello è quello del: l’economia è scienza del profitto o relazione tra l’uomo e la biosfera che deve portare al soddisfacimento dei bisogni dell’umanità (e non di chi può permetterselo!)?

Circa i tassi di interesse. Si pensi alla situazione attuale che affligge il mondo occidentale (e conseguentemente l’intero pianeta). Si alzano i tassi con il rischio di bloccare le spinte produttivistiche, o si abbassano i tassi con il rischio di aggravare la fase iperinflattiva che viviamo? Nè l’una nè l’altra cosa per dirla con Gorgia, o l’una e l’altra cosa per dirla con Protagora. Dobbiamo fare entrambe le cosa dunque. Ma come? Dobbiamo ricorrere, come proposto da LaRouche, ad un sistema a doppio sportello dove il credito per la produzione deve essere a basso tasso d’interesse, quello invece per consumi deve avere un tasso più alto. Quello per mera speculazione andrebbe dichiarato illegale punto e basta, ma allo stato attuale ciò pare difficile, dunque basterebbe disincentivarlo con tassi d’interesse sul credito ancora più alti.

Ma tutto ciò va contro il libero mercato, si dirà! Esatto! Non può essere il libero mercato a decidere, perchè esso troverà utile utiilizzare quel credito (che ha rilievo di portata generale) per farlo rendere il più possibile (con destinazione speculativa dunque) e non perchè esso abbia una “funzione sociale” (funzione citata dalla nostra Costituzione per più fronti dell’azione economica).

Circa la caduta di BW, attento, non ho detto che è stata colpa di francese ed inglesi, ma che essi furono parte del problema, in conseguenza al problema di fondo delle politiche antirooseveltiane avviate da Truman. Ti riporto il frammento:

“Nixon distrusse unilateralmente un accordo internazionale, tuttavia a ciò fu portato dalla svalutazione delle valute francesi ed inglesi della seconda metà degli anni ‘60, ed alla venuta meno possibilità di conversione del dollaro in oro. Ma il problema di fondo era la politica economica adottata dopo la morte di FDR, che non era più volta a promuovere le produzioni, ma i consumi (fu questo anche il grave errore di Eisenhower). Ciò portò ad una rottura di sistema, di cui approfittarono i fautori del liberismo.”

Il sistema faceva perno sul dollaro e prevedeva un “codice d’onore” (i testi di diritto dell’economia ne parlano proprio in questi termini) che però fu violato nel momento in cui si abbandonaro gli approcci produttivistici ed il credito divenne mezzo di “assistenzialismo al consumo”.

Già tu dai la corretta risposta quando dici:

“Il sistema faceva perno sul dollaro (e il dollaro sull’oro) perché tutti gli altri “importassero” la politica monetaria di un paese “forte”, evitando di scadere in spirali inflazionistiche. L’abbandonare il dollaro rappresentava l’incapacità del paese di stare a galla”.

La cosa a cui guardare è l’economia fisica, intesa come produzione qualitativamente e quantitativamente sempre più efficiente, e l’elemtno fiduciario che intorno ad essa si crea. L’emissione creditizia ad un certo punto divenne strumento per esternalizzare i costi delle guerre di Corea ed Indocina piuttosto che mezzo di produzione. Da qui le critiche di De Gaulle o di Rueff.

Anche percentuali tipo il 4% o quant’altro, sono dati statistici. L’offerta creditizia può essere ben più ampia se il progetto finanziato avrà ricadute produttive importanti. Per intendersi, se il finanziamento dei progetti della Tennessee Valley Authority si ripagò nel tempo di almeno 6 volte, il finanziamento del “progetto Apollo” si ripagò di almeno 13 volte. Ecco perchè dobbiamo guardare all’economia fisica, ed implicitamente ad esso alla rivoluzione tecnologico-scientifica che l’elemento creativo umano è in grado di apportare.

Purtroppo della Fed, invece, dobbiamo parlare di società privata. Se la vogliamo guardare in modo formale, hai ragione tu, ma in termini reali, così come la Bce o la Banca d’Italia oggi, le politiche di queste sono decise dal sistema bancario privato che delle prime posseggono quote azionarie. E’ l’indipendenza dell’istituzione monetaria (che per esempio la nostra Costituzione o quella americana non contemplano) che ha rappresentato il trucco per consentire al sistema bancario di decidere le sorti di intere economie nazionali.

Circa il colonialismo-schiavismo-globalizzazione, il punto è che le produzioni sono utili come riflesso del rifinanziamento della bolla speculativa che sovrasta l’intero sistema. Alcuni livelli di produzione devono essere consentiti perchè altrimenti crollerebbe l’intera fiducia nel sistema, ma la stella polare non è la produzione, ma ciò che su quella può essere creato in termini di valori speculativi.

Con l’attuale livello di M3 (che non a caso dal 2006 la Fed non comunica più) si potrebbe finanziare lo sviluppo di tutta la galassia, ed invece si finanzia quel poco che basta per non dimostrare chiaramente che il sistema è di matrice usuraia.

Dunque, il fatto che la Cina aumenti i tenori di vita della propria popolazione è l’onere che il sistema deve pagare per evitare scossoni interni, e non l’effetto positivo di un sistema tendente al meglio. Infatti, non si spiegherebbe altrimenti perchè i tenori di vita della popolazione mondiale (Cinindia a parte) dagli anni ‘70 siano andati scemando incredibilmente.

AG 24 Luglio 2008 , 14:47

Secondo me state dicendo molte cose simili e vi impuntate sulla terminologia.

Sentir parlare di socialismo per lo stato social-militare è, sotto un profilo storico, una cosa ridicola. Lo stato social-militare lo inventò Bismarck non certo Proudhon. Infatti fu proseguito con simili mezzi sia dal fascismo che dal nazismo (soprattutto quest’ultimo).

Chiamiamo le cose col loro nome.

In quanto al resto se uscite un attimo dai grafici, dagli M3 e dal PIL basta leggersi un po’ di libri di storia. Esemplare quella dell’Impero Bizantino. Nei momenti fulgidi il “solidus” era la moneta di riferimento di tutto il Mediterraneo. Poi nei momenti di crisi, quando non c’era abbastanza oro per pagare i soldati, si diminuiva il peso o si peggiorava la lega. I soldati si smarronavano, si pigliavan le botte e si perdevano non solo territori ma sopattutto posizioni commerciali (vie della seta e delle spezie, ecc). Questo comportava ulteriore crisi, ulteriore perdita di valore della moneta e via andare.

L’ancoraggio della moneta all’oro è sempre stato variabile infatti e la sua stabilità è sempre stata sintomo di potere economico-militare, fate l’elenco delle monete di riferimento nel corso della storia e vedrete che è così.

Nel passato l’unica variabile slegata dall’economia era la scoperta di nuovi giacimenti di oro e/o argento. E’ così che son sorte varie dinastie (fra cui gli Asburgo) che potevano arruolare eserciti senza far leva sull’economia o sul credito.

Stessa cosa che sta facendo Putin adesso fra l’altro.

L’unica novità del XX secolo è stata in effetti la mercificazione della moneta, svincolata dall’oro e legata al PIL (che era un po’ l’idea del Bancor di Keynes), ma non al PIL attuale come diceva Keynes, ma alle aspettative di PIL. E’ quindi un sistema altamente instabile perchè le aspettative possono variare anche bruscamente ma questo colpisce molto meno le classi sociali che possono spostare i loro guadagni e capitali con facilità. Le classe medio/basse che son legate alla moneta nazionale sono quelle che pagano le oscillazioni negative.

Se questo sistema è socialista io sono Madre Teresa di Calcutta.

Leonardo Daverio Patrizi 27 Luglio 2008 , 19:21

Claudio, guarda che le banche già differenziano tra credito alle imprese e credito al consumo, e te lo dico da insider se non ti fidi. Il credito al consumo sconta tassi molto alti, il credito alle imprese permette tassi minori in relazione alle modalità di finanziamento (anche molto sotto la metà del credito al consumo).

Sulla speculazione sorvolo, perché è un falso problema.

Sul resto discordo, ma mi ripeterei.

@AG: cara Teresa ( ) di fatto si crea una socializzazione dei costi, e quel che si vuol alla base è pilotare l’economia per il benessere di tutti (non riuscendoci, ma è altro problema); che poi si faccia riferimento a dati prospettici invece che storici è ancora secondo me altro problema. Io lo chiamo socialismo, ma tu prendine tranquillamente le distanze, almeno dimostri di sapere che mostro è diventato alla faccia degli ideali.

Claudio 29 Luglio 2008 , 00:52

Leonardo, come si fa a considerare la speculazione un falso problema? La speculazione è il problema, l’unico vero problema. La speculazione è il fulcro dell’attuale sistema finanziario. Parlare di economia tralasciando il fattore della speculazione è in sostanza un non parlare di economia. Un articolo della scorsa settimana di WSI-Il Sole 24 Ore, aveva come titolo “IL VERO COSTO DEL GREGGIO? 80 DOLLARI AL BARILE (SENZA SPECULAZIONE)”. Esso faceva rilevare come oltre il 70% dell’aumento del prezzo del petrolio sia derivato da fattori puramente speculativi, nel solo ultimo anno. Ma credere che il problema speculazione riguardi il solo petrolio, è fumo negli occhi.

Tanto per rendere l’idea: pil mondiale (2001) 40.000 miliardi di dollari; ammontare delle operazioni su cambi e derivati 2milioni di miliardi di dollari (2004).

Oggi questi valori sono ovviamente aumentati di poco per quanto concerne il pil, di moltissimo per quanto concerne gli aggregati finanziari. E questi sono solo i valori ufficiali e contabilizzati. Ma lasciamo perdere questo “dettaglio”.

Ma limitiamoci ai soli derivati, tralasciando le transazioni su cambi. Al 2004 l’ammontare dei derivati era di 1,2 milioni di miliardi di dollari. Tu mi insegni che questi contratti nascono per assicurare attività dell’economia reale da esiti negativi. Però mi insegni anche che questi contratti sono utilizzati per fini tutt’altro che assicurativi. Infatti, ammettendo che tutto il pil globale sia assicurato, l’importo assicurato è 30 volte maggiore il valore delle attività reali da assicurare. E’ come se la tua auto da 20.000 euro tu la assicurassi per 600.000 euro! Che senso avrebbe?

Quegli aggregati finanziari distraggono gli aggregati monetari dal finanziamento delle attività reali per foraggiare invece una bolla speculativa che, pena la sua esplosione, deve essere costantemente rifinanziata.

Questa è l’economia odierna, ossia un’economia virtuale, di carta, che però genera precise e nefaste conseguenze per l’economia reale. Non vedere questo porta a vedere le pagliuzze negli occhi dei deboli, ma non le travi negli occhi dei forti. Non vedere questo, però, fa fare carriera, come politici, come giornalisti, come accademici.

Quando poi obietti che le banche differenziano i tassi tra credito al consumo e credito alle imprese, si ribadisce che non si comprende il problema di fondo. Le banche differenziano per le attività reali, anche se poi in realtà il credito che vado a prendere per finanziare un’operazione di speculazione immobiliare mi viene finanziato allo stesso modo dell’operazione con cui finanzio l’apertura di un’azienda che crea posti di lavoro e fa produzione. Il tasso però che viene praticato alle banche dagli istituti centrali è sempre quello. Loro prendono il credito e possono gestirlo over the counter come meglio credono, ossia in attività puramente speculative. La speculazione grossa non è quella fatta dal cittadino comune, ma quella fatta dai centri finanziari.

Ribadisco il concetto: parlare di economia senza parlare della speculazione dominante, è come parlare dell’universo ittico senza considerare l’habitat marino.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 09:12

Guarda Claudio, io ci lavoro con i derivati.

Con i derivati ti assicuri un certo risultato, che poi a posteriori tu abbia fatto la scelta finanziariamente migliore non ti interessa più, hai raggiunto il tuo scopo prefisso.

Se usi un derivato per fare una scommessa non destabilizzi il sistema, metti solo in piedi un trasferimento potenziale di soldi: se vinci la scommessa ti pagano, se la perdi paghi tu. Le dimensioni complessive non contano, perché si compensano.

Se poi con i derivati intendi cartolarizzazioni e strutturati simili, il problema può essere diverso, ma in essenza ricorre il fatto che sono gli enti Statali che impongono le cartolarizzazioni per esigenze contabili con normative lacunose o palesemente distorte (le cartolarizzazioni sono nate per salvare l’odierna banca intesa, non per il libero mercato), e le banche centrali stimolano le cartolarizzazioni perché sono il veicolo con cui ripulire i bilanci delle banche, finanziarle, e socializzare il costo di imprenditori bancari incapaci. Anche questo non è libero mercato (dove l’incapace deve rimanere con il culo per terra), è politica.

La speculazione è un falso problema perché se crea una bolla fondamentalmente ingiustificata saranno gli speculatori a rimetterci i soldi; il fatto che la speculazione prosperi è uno dei sintomi del lassismo monetario, che passa dalle Banche Centrali perché la politica vuole “credito abbondante per tutti” e a “prezzo politico” cioè a tassi decisi centralmente e non dal mercato.

Il fatto che le banche (soprattutto italiane però, quindi come discorso generale è scarso) diano soldi solo sulla base di garanzie, è una stortura dovuta al fatto che il sistema italiano non ha mai e nemmeno ora avuto a che fare con veri concorrenti, e si continua a ragionare di “campioni nazionali”.

Il finanziamento della casa (a fine speculativo) a costo “ridotto” comunque cosa ha di sbagliato? Fai una scommessa con i miei soldi, e se sbagli io mi assicuro con la casa. Grazie a questo consenti la creazione di più case, e se c’è una cosa che non manca in Italia sono proprio le case di proprietà (in compenso la Germania ha più case popolari dell’Italia, e questo dice molto su che politici abbiamo). Se pensi che la speculazione tiri troppo su i costi delle case, ritorno al discorso del falso problema della speculazione, e rimando le responsabilità all’eccesso di credito deciso statalmente, che tu non vuoi vedere (ma che vede AG, ancorché socialista nel cuore, almeno lui).

Vivi nel tuo socialismo, visto che non ti sono bastati i danni che ha già fatto, e continua a proporre uno Stato che risolve problemi da eccesso di credito che lo Stato crea aumentando il credito. E continua a ignorare che ci sono le balene.

Claudio 29 Luglio 2008 , 17:25

Caro Leonardo,

ciò di cui stai parlando non è altro che la fantomatica storiella del “gioco a somma zero”.

Con questa frase:

“La speculazione è un falso problema perché se crea una bolla fondamentalmente ingiustificata saranno gli speculatori a rimetterci i soldi”

dimostri la lacuna del tuo sistema di pensiero economico.

Infatti, il sistema economico è esposto - pensa ad una semplice azienda, ma anche ad un’amministrazione comunale - su questi strumenti. Se la scommessa viene persa, i danni nell’economia reale si hanno eccome! L’impresa dovrà licenziare, l’amministrazione non potrà finire l’opera pubblica o finanziare l’asilo.

Vedere gli speculatori come dei cinici e mitici Gordon Gekko, impermeabili a ciò che riguarda il mondo reale, equivale alla valutazione che da di sè il tossico-dipendente che pensa di fare solo danno a sè stesso. Però, in merito a ciò di cui parliamo, il danno va moltiplicato per 30 volte il pil mondiale (almeno)!

Ma il problema di fondo è la crisi di fiducia che genera un sistema speculativo - che diviene tale perchè il “libero” mercato fatto di uomini, e non da dei Gandhi o da dei Gesù, perviene inevitabilmente a tale esito quando non controllato, regolato, diretto dalle comunità - e che porta al crollo dei commerci e dell’economia reale, proprio come avvenne nel ‘29.

Altro che socialismo - ha avuto la stessa funzione del liberismo di cui non vuoi sentir parlare perchè lo si concepisce solo come formula di Smith, Ricardo, Hayek, Mises, o Friedman - ossia tenere su livelli di bassa specializzazione tecnica e morale la stragrande maggioranza delle popolazioni, FDR, De Gasperi, Mattei, sono ciò che ho in mente.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 17:59

Forse non mi sono spiegato.

Preciso: a parità di offerta di moneta la speculazione non ha futuro in sé, perché la concentrazione di moneta lascerebbe scoperti altri mercati il cui sviluppo è la ragione reale della “scommessa”.

Per moltiplicarsi e alterare il sistema la speculazione ha bisogno di una continua fornitura di credito che possa giustificarla, perché così continui a creare moneta che crea ulteriori acquisti e “giustifica” la speculazione. Tra l’altro in momenti di incertezza gli acquisti tendono a concentrarsi, e creare credito alla dog’s cock è il carburante degli acquisti stessi.

Solo che avendolo scritto due paragrafi sotto ti è sfuggito.

Andrebbe anche detto che il problema della speculazione si trasmette al resto del sistema perché condivide la piattaforma di scambi con chi usa il bene o il derivato a fini reali. Non è la scommessa che viene persa che sta creando problemi (e qui dimostri che oltre a leggere quel che ti pare, ti manca qualcosa) bensì che le scommesse vengono “verificate” proprio dalla crescita di offerta di moneta centralmente gestita che crea domanda sullo strumento in esame; tra l’altro ora si ha pure che per salvare i poveri indebitati (privati e aziende di cui per lo più banche, con la scusa che così si salvano i privati indebitati, che è quello che dice il movimento LaRouche) si mettono in giro altri soldi, e chi ha sbagliato scommessa non rimette praticamente nulla, solo che si tratta di nuova liquidità aggiuntiva a parità di produzione, e da qualche parte andrà… ma a te sta certo bene viste le posizioni che sostieni (dimenticando la balena MONETA).

Però non si può ogni volta ripetere i passaggini logici e mettere i link sul testo perché qualcuno legge solo quel che gli fa comodo per far polemica!

ASINIO POLLIONE 29 Luglio 2008 , 18:15

ho scoperto l’ arcano

visto che c’ è inflazione di moneta nel settore finanziario e scarsità di questa nel settore beni reali……basterebbe spostare la moneta dalla finanza al settore reale …ciò darebbe quel colpo di frusta che industrie e commerci attendono ormai con poche speranze ….eventuali aumenti di interesse sarebbero più che compensati da una inflazone dei prezzi dei beni industriali e facilmente sopportata dalle aziende

trattasi quindi di decisioni politiche da prendere in termini di sgravi a famiglie ed imprese e tasse di tutte le specie su banche, società finanziarie, assicurazioni e depositi elevati non destinati al consumo o all’ invertimento immobiliare, ma all’ investimento finanziario (escluderei solo i titoli emessi direttamente da imprese industriali e commerciali

risolti i problemi,,,

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 18:42

Pollione, basterebbe smettere di stampare moneta e lasciar fallire chi se lo merita.

ASINIO POLLIONE 29 Luglio 2008 , 19:00

le banche

gregorj 29 Luglio 2008 , 21:28

eh, quello intende Leo

Leonardo Daverio Patrizi 30 Luglio 2008 , 08:06

Sì anche se va contro il mio interesse, come tu ben sai

Claudio 30 Luglio 2008 , 18:40

Caro Leonardo,

Pollione ha ragione quando dice che si tratta di decisione politica. Si tratta della scelta tra il salvare il sistema speculativo ed il salvare l’economia reale.

Ma tutto ciò sarebbe contro il libero mercato, poichè prevede una decisione di tipo politico sovraordinata alla magica mano invisibile del mercato.

La tua tesi Leonardo, per cui basterebbe smettere di stampare moneta è una tesi che non tiene conto delle dinamiche reali dell’economia. La crisi di credito che ne deriverebbe, caro Leonardo, non porterebbe al fallimento dei soli operatori finanziari, ma all’arresto dei commerci, delle produzioni, del welfare.

Ma forse il rancore provocato da approcci del tipo “vi sta bene così imparate!” conta più della vita della gente.

Se il “vi sta bene così imparate!” che deriverebbe da uno stop rivolto al creditore di ultima istanza (ma tutta la fase precedente che non aveva bisogno del creditore di ultima istanza, ma soltano di creare nuovi valori finanziari su settori produttivi, tipo cartolarizzazioni, dove le mettiamo?) va a colpire gli speculatori - e tutti siamo felici e contenti - ribadisco però che va a colpire pure l’economia reale e la vita della gente.

E’ per questo per esempio che l’iniziativa di LaRouche dell’Home owners and bank protection act, non si limitava a soluzioni sintetiche tipo lo stop all’emissione monetaria - non è un gioco di ruolo sai? Si tratta della vita della gente se uno ci pensa bene - quanto piuttosto a distinguere tra quelle attività bancarie puramente speculative utili soltanto a tenere in piedi la bolla, e quelle invece utili a produzioni, commerci, pensioni, sanità, ecc. (economia reale in una parola).

Dunque, ti sei spiegato eccome!, ma ciò che spieghi non è frutto di un’elaborazione politica, di arte di governo in funzione del bene comune, ma è cinica teoria considerabile al pari di una partita di Magic o di un videogame. Si potrebbe dire che sviluppi contabilità monetarista e non un pensiero economico il cui fine non è far tornare la dottrina che si è deciso di sposare, ma l’essere funzionale al miglioramento fisico e morale della vita della gente.

Dunque è piuttosto inutile ripetere elucubrazioni frutto di un sintetico cinismo. Te lo ripeto, si parla della vita della gente quando si parla di economia e non di sistemi teorici tutti fallaci per natura.

Il sistema rooseveltiano era un non-sistema; il Sistema americano di economia politica era ed è un non-sistema; è per questo che apparivano improvvisati. Colui che analizza con i vincoli mentali dati dall’ideologia sposata - liberismo come socialismo - scambia per approssimazione ciò che invece è adattamento alle reali esigenze funzionali a ciò che chiamiamo “bene comune”.

Dunque, non posso comprendere il tuo puzzle statico e lineare, perchè la realtà è dinamica e circolare.

Usando le tue parole:”Però non si può ogni volta ripetere i passaggini logici e mettere i link sul testo perché qualcuno legge solo quel che gli fa comodo per far polemica!”

Quando finiscono gli argomenti si dà all’altro del socialista oppure lo si accusa di voler far polemica. Brunetta fece uguale una volta (lui però utilizzò il temine “comuista!”).

L’economia non è l’ideologia del “libero” mercato o del profitto o dell’egualitarismo come unico fine, quanto piuttosto l’arte di far beneficiare tutta la famiglia umana dell’aumentata capacità relazionale dell’uomo con la biosfera.

Saluti.

Claudio

Leonardo Daverio Patrizi 31 Luglio 2008 , 09:09

Tu confondi fatti con valori, quindi non serve più discutere.

Dico solo che la soluzione per i mutui di LaRouche è solo un ottimo modo di far pagare a chi ha avuto cura del proprio bilancio familiare le sciocchezze che hanno fatto altri mutuatari nonché le banche, e questo perché in orgine c’era una volontà politica (e non economica) di dare credito a chiunque a prezzi politici. Appunto, un giudizio di valore, per cui chi ha fatto il passo più lungo della gamba vale più di chi è stato oculato. La soluzione di LaRouche inoltre crea ampi margini di discrezionalità statale su quali banche debbano permanere (altro giudizio politico), e il sistema dei “canoni di affitto per garantire ulteriori crediti” che è da LaRouche previsto è semplicemente lo stesso schema delle cartolarizzazioni e dell’inondazione di credito che già le Banche Centrali hanno realizzato.

Se questa è la capacità relazionale dell’uomo con la biosfera, è un miracolo che non siamo conciati come Marte.

‘night

Leonardo Daverio Patrizi 31 Luglio 2008 , 09:11

http://ideashaveconsequences.o.....sempre/leo

Claudio 31 Luglio 2008 , 16:21

Caro Leonardo,

in effetti la visione che un uomo deve proporre aggancia sempre fatti con valori. Altrimenti viene chiamato “bestia” o “animale”.

E’ frutto di grande inconsapevolezza il credere di parlare di fatti senza che questi poggano su basi valoriali.

Si pensi alla legge della domanda e dell’offerta. Non ha questa una base valoriale? Certo che la ha. In ultima analisi, è il profitto, l’utilità, la sua base valoriale. Non basta infatti una semplice domanda di beni, perchè corrispondentemente vi sia un’offerta. Si pensi alla domanda di cibo o di medicinali che si ha in molte zone della terra. Nessuno si impegna per soddisfare quella domanda (non c’è dunque offerta), per il semplice motivo che quella domanda manca di redditi considerati sufficienti a soddisfare l’appetito profittuale dell’offerente.

Ora, che legittimità può essere riconosciuta a quella che è considerata dai liberisti la legge fondamentale delle dinamiche economiche, ossia la legge della domanda e dell’offerta, se essa è incapace di soddisfare i bisogni essenziali di gran parte dell’umanità? Nessuna ovviamente! A meno che però, non si introduca delle sovrastrutture di tipo morale (o meglio amorale), alla Mandeville (La favola delle api), alla Smith (Teoria dei sentimenti morali), o alla Malthus (Saggio sul principio della popolazione). La “grandiosità” di questi pensatori infatti è stata quella di avere introdotto nelle loro elaborazioni teoriche, delle scappatoie capaci di mettere radici in animi deboli (molti, nel nostro tempo, ovviamente) e capici di inserire una valvola di sfogo a teorie economiche che altrimenti crollavano su sè stesse.

Se ci si riflette la stessa cosa si è notata in questa discussione di oltre 50 interventi.

Per esempio:

1 - un liberista interviene mettendo alla berlina Franklin Roosevet, definendolo come “il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA”, per poi dover constatare di aver fatto della pura disinformazione.

2 - tu Leonardo intervieni dicendo che la speculazine è un finto problema, per poi però dover prendere atto, con tanto di cifre riportateti, che la speculazione può essere negata solo facendo ricorso ai sofismi concessi dalle definizioni formali (tipo la natura assicurativa, a garanzia, dei derivati), ma non concessi dalla realtà delle dinamiche economiche.

Ecco che però tu, probabilmente buon lettore delle opere dei su citati autori empiristi, hai adottato, restando però sul livello immediatamente inferiore, la loro tecnica: sei sceso sul livello valoriale suggerendo una ricostruzione dicotomica tra fatti e valori.

Questa obiezione però, i nostri empiristi, compresero che non aveva senso, e dunque la superarono, nell’intento di renderla funzionale agli imperi che rappresentevano e di cui erano funzionari ed azionisti (Malthus e Smith con tanto di cariche nella Compagnia britannica delle Indie orientali). Essi superarono questa obiezione, dicendo in sostanza che non spetta all’uomo ma a Dio solo prendersi cura dei più deboli - i tanto bravi calvinisti che Martin Luther King metteva all’indice! La morale centra con l’economia, ma il profitto può essere l’unica legge “morale” che può guidare gli uomini; la compassione che venga lasciata a Dio! Questo era il loro depravato messaggio.

Circa quel tuo articolo sulla Homeowners and banck protection act di LaRouche, avevo letto le tue considerazioni. Mi ero ripromesso di intervenire, ma il susseguirsi di lacune che vi avevo intravisto mi aveva fatto rimandare quello che promette d’essere una grossa fatica.

Saluti.

Claudio

4 luglio 2008

La globalizzazione liberista? Qualche giorno con le gambe guarite, tutta la vita con le braccia mozzate!

Claudio Giudici

Potremmo limitarci a disperate proteste contro il caro benzina come fatto dai pescatori, dai camionisti e dagli agricoltori di Parigi, dai tassisti di Madrid, dai motociclisti di Manchester, dagli allevatori in Germania, Olanda e Svizzera, dai pescatori ad Ancona e Bruxelles, dagli allevatori a Cremona. Da noi per fortuna non è ancora giunto il tempo di scendere in rivolta per le strade per il caro cibo come avvenuto già in oltre 40 nazioni. I media oscurano tali fatti ma il fallimento della globalizzazione liberista è sempre più sotto i nostri occhi.
Invece, è preferibile riflettere sulla natura della tragedia dovuta al globalizzarsi della truffa del liberismo, nonchè sulle soluzioni da attivare per ridare un futuro all’umanità.

L’ideologia liberista attraverso il metodo delle liberalizzazioni tratta l’economia allo stesso modo del medico che nell’immediato guarisce le gambe malconce (il disavanzo finanziario) del paziente, ma per farlo necessita di tagliargli gli arti superiori (i settori produttivi dell’economia reale, attraverso i tagli indiscriminati di bilancio, dalle infrastrutture, alla ricerca, alla sanità, all’istruzione, alla previdenza, impoverendo così l’intero settore produttivo). Così il paziente in un primo momento pare avere le gambe pronte all’uso, ma non ha più le braccia. Adesso come si nutrirà?

Si pensi ai continui tagli di bilancio in Italia, Francia e Germania (le locomotive dell’euro): di anno in anno qualcuno si è illuso, attraverso l’abbassamento della spesa pubblica, di essere sulla retta via per lo sviluppo economico e dunque per il risanamento finanziario, invece non è stato raggiunto né l’uno né l’altro obiettivo; l’indebitamento complessivo (in rapporto al pil) dei tre paesi è passato dal 1992 al 2008 dal 98% al 104%[1] per l’Italia, dal 40,31% al 67,54%[2] per la Germania e dal 35,28% al 64,19% per la Francia.

Di anno in anno l’illusione è stata che tenendo sotto il 3% il rapporto deficit/pil, le cose sarebbero migliorate. Invece l’indebitamento complessivo è andato sempre più peggiorando.

E con la ratifica del Trattato di Lisbona verremo ad avere la radicalizzazione ulteriore di questo distruttivo processo.

La politica dei tagli ha comportato per l’Italia il risultato di ridurre di circa il 70% la crescita della produzione industriale (passata da una media del +1,5% del 1991 a quella attuale del +0,5%); nel 2007 è stato registrato il record di mortalità imprenditoriale dal 2000, record tanto più negativo se non vi fosse stato l’apporto degli unici che ancora riescono a fare imprenditoria in Italia: cinesi, tunisini ed albanesi. Se è da vedere positivamente il fatto che questi cittadini extracomunitari si integrano nella nostra comunità attraverso l’iniziativa economica, è invece preoccupante il fatto che soltanto le loro condizioni lavorative ed i loro più bassi tenori di vita, consentono di ritenere meritevoli i bassi margini che il fare impresa in Italia oramai consente. In particolare la mortalità ha riguardato la piccola imprenditoria italiana. Ora, in presenza di una costante delocalizzazione e chiusura di fabbriche, quegli ex piccoli imprenditori cosa andranno a fare?

L’ideologia liberista e le liberalizzazioni che anche in sede di Conferenza FAO i paesi più forti si sono ostinati a voler richiedere, sono una truffa; i malconci lavoratori del mondo occidentale, così come i poveri affamati dei paesi in via di sviluppo, lo hanno capito da tempo. Mentre gli yes men, politici od intellettuali che siano, si ostinano a richiedere mercati sempre più liberi, la gente comune pare avere compreso il “giochetto”: i processi di liberalizzazione aprono i mercati ad una concorrenza sfrenata; da essa ne esce vincitore chi è finanziariamente più forte, chi può permettersi di sopportare fasi di bassi guadagni; gli altri spariscono. Non è un caso che alla recente Conferenza FAO i paesi ricchi volessero liberalizzare i mercati agricoli, mentre i paesi più poveri si siano opposti imponendo che dalla dichiarazione finale fosse tolto il divieto di adozione di politiche protezionistiche.

Vi sono poi quei settori di megaoligopolio dove di concorrenza non si è mai sentito parlare: banche, petrolio, sementi. Di fronte all’esplosione del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, provocato dalle politiche speculative rafforzate dalle banche centrali, gli yes men continuano spudoratamente a chiedere la concorrenza per i promotori finanziari, per i benzinai o per gli agricoltori (cosa diversa rispetto a Mr. Morgan, Mr. Shell, o Mr. Monsanto). Sarebbe comunque fumo negl’occhi parlare di concorrenza in questi settori; è da ripetere: le liberalizzazioni in un’economia finanziarizzata agevolano i concentramenti di settore nelle mani del più forte.

Le politiche economiche liberiste, così come imposte dal Fondo Monetario Internazionale o dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), o dal Trattato di Maastricht attraverso i parametri del “patto di stabilità”, sono l’applicazione in economia dell’ideologia del liberismo.

Si crede di risolvere i problemi economici creando una sfrenata concorrenza in settori del terziario tipo quello commerciale o quello dei servizi di trasporto. Torte che già erano in fase d’impoverimento a causa del costante aumento dei costi di gestione, si pretende che vengano spartite tra un nuovo indeterminato numero di operatori, la cui quantità la decide il “libero” mercato, piuttosto che una valutazione intelligente degli organi preposti al perseguimento ed alla tutela del bene comune con primo riguardo al lavoro, così come sancito dall’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Lo sviluppo economico non lo si crea spartendo torte tra un sempre maggior numero di operatori, ma aumentando il numero delle torte dove impiegare la nuova forza lavoro. Per farlo è necessario tornare a politiche economiche dirette dallo Stato e non dal “libero” mercato. Solo con il ruolo propulsivo statale nel campo infrastrutturale, dell’industria e della ricerca è possibile avere un tessuto imprenditoriale privato in constante sviluppo e la creazione di posti di lavoro dignitosi.

La stessa questione dell’evasione fiscale, oltre alla demagogia, mostra tutta la distruttività delle liberalizzazioni. La mortalità imprenditoriale registrata dimostra che il livello di concorrenzialità radicale creato ha trasformato l’evasione nell’unico modo per sopravvivere (non per arricchirsi!). Se si colpisce quella, il piccolo imprenditore chiude! Per esempio in una città turistica come Firenze, nel 2006 vi è stato un saldo negativo delle attività di commercio al dettaglio di -253, e nel 2007 questo dato si è aggravato con -521 unità! La tanto declamata lotta all’evasione mette fuori dal mondo del lavoro i piccoli, mentre nel frattempo si prevedono forme di defiscalizzazione per i megaprofitti delle banche!

L’Eurosistema introdotto col Trattato di Maastricht ha cementato il sistema economico del “doppio standard” avviato nel ’71 con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods: concorrenzialità estrema nei settori ad alto tasso di piccola imprenditoria; protezione di fatto per le megaconcentrazioni oligopolistiche.

Nel settore dei taxi le influenze liberiste stanno verificandosi nel seguente modo: a cospetto di una riduzione del lavoro (-9% annuale in maggio) e di un aumento iperinflazionistico del prezzo del diesel del 30,8% su base annuale, le amministrazioni più irresponsabili hanno provveduto ad emettere licenze di noleggio con conducente in modo indiscriminato, e non in base alle effettive esigenze. (E l’Anci o le Regioni invece di coordinare che fanno?). Mancando il lavoro, stiamo assistendo a fenomeni di illegalità costante da parte dei noleggiatori. Il fenomeno oltre che sui lavoratori si ripercuote sui consumatori a cui, proprio a causa della carenza di lavoro, vengono praticati prezzi arbitrari con ricarichi anche di oltre il 300% (!) sulle tariffe ufficiali. Chi dovrebbe essere preposto a controllare, a fronte di un fenomeno che sta dilagando, può fare ben poco vista la carenza di personale. D’altra parte assumere nuovi agenti di polizia amministrativa non si può, perché la spesa pubblica non può essere incrementata (!).

Questa nefasta idea per cui i processi relazionali umani siano guidati dalla sola libertà e dai suoi derivati (liberismo, liberalizzazioni, libertarismo, ecc.) è in realtà l’apologia dell’arbitrio del più forte; in economia come in altri settori della vita. Lo stesso problema sicurezza è conseguenza del medesimo approccio liberticida ai flussi migratori, a cui si affianca l’ispirazione liberista degli Accordi di Schengen. Maree di cittadini extracomunitari e non, in cerca di lavoro, si spostano dove vi è domanda di lavoro. E visto il deficit demografico dei paesi industrializzati l’immigrazione rappresenta una risorsa, ma se controllata in funzione delle opportunità lavorative che possiamo offrire. Senza controllo alcuno però la grande impresa trae vantaggio dall’enorme offerta di manodopera che si crea, per assumere alle condizioni che più gli aggrada. Coloro che non trovano lavoro “devono” dedicarsi all’illegalità. Anche per questa gente in difficoltà nelle loro terre, la soluzione non passa per un approccio liberista alla questione, quanto per autentici accordi internazionali che mirino al bene comune.

Se ci rifacciamo al dettato della nostra Costituzione, ed all’approccio che fu del grande presidente americano Franklin Roosevelt, abbandonando immediatamente l’ideologia liberista che rimette alla “legge del mercato” piuttosto che all’ingegno umano la risoluzione dei problemi dell’umanità, possiamo risolvere il problema di fondo della dittatura della speculazione su tutta la società, dell’iperinflazione su alimenti ed energia, della carenza di lavoro dignitoso.

Abbiamo dunque bisogno che il Governo si adoperi per:

  1. lo scioglimento dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che attraverso la sola legge del libero commercio prevarica i diritti della persona umana;
  2. la celere convocazione di una “conferenza finanziaria mondiale” (o Nuova Bretton Woods così come ideata e proposta da quasi vent’anni dall’economista americano Lyndon LaRouche) per un nuovo sistema monetario e finanziario ed il ripristino dei sistemi di banca nazionale che si riapproprino della funzione sovrana del credito pubblico, attraverso cui porre la base per lo sviluppo economico di tutti i popoli del pianeta;
  3. il rigetto del ratificando Trattato di Lisbona;
  4. il raddoppio della produzione agricola globale;
  5. il riavvio delle politiche energetiche nucleari per superare i diktat “della legge del mercato fatta dai petrolieri” e risolvere il problema energetico globale;
  6. il lancio di progetti infrastrutturali al più alto livello tecnologico-scientifico nei settori delle vie di comunicazione, dell’agricoltura, della sanità, dell’istruzione, affinché intorno ad essi possa riprendere vita l’iniziativa economica.

Tutto ciò vorrebbe dire risanare dalle fondamenta l’attuale modello economico imperiale (l’impero dei controllori della finanza, l’impero dei controllori dell’energia), e reinstaurare una comunità di popoli dediti alla sempre più efficiente produzione di beni, al fine di poter ridare spazio alla vera natura umana che è quella che ci inclina alla conoscenza ed alla creazione.



[1] Per quanto riguarda l’Italia 8 punti percentuali di riduzione del debito complessivo sono derivati dagli introiti ottenuti dagli smobilizzi e privatizzazioni del periodo 1992-2000, di perle dell’imprenditoria pubblica come Eni, Enel, Telecom, Imi, Credit, Comit, piuttosto che dal complessivo aumento della produttività nazionale. Quel debito sarebbe altrimenti di almeno il 113%!

[2] I dati di Germania e Francia si riferiscono al 2006.

27 gennaio 2008

Solo FDR può riportare “a fine mese” quel 70% delle famiglie

Il Governo istituzionale per l’Italia, all’interno della crisi finanziaria globale in corso, rappresenta un rischio per la cittadinanza. Le autorità finanziarie nonostante le stiano provando di tutte, non riescono a bloccare l’emorragia in corso sui mercati finanziari. Secondo oramai molti “guru” il mondo è entrato nella più grave crisi finanziaria del dopoguerra. In realtà questa crisi rischia di rappresentare la più grave che la storia dell’uomo ricordi se i governi nazionali non intervengono in modo coordinato. Essa, infatti non coinvolge singole regioni del pianeta, ma tutto il pianeta. L’interdipendenza tra economie è oggi tale che una crisi finanziaria ed economica negli Stati Uniti finisce con il coinvolgere tutta la catena dell’economia planetaria. Il grosso problema è che l’economia statunitense in primo luogo e quelle post-industriali in genere, sono una truffa in quanto ciò che nominalmente (contabilmente) rappresentano non ha niente a che fare con la vita reale della gente.

Questa situazione non è irrimediabile se si decide di abbandonare il modello economico-finanziario vigente: da un sistema monetarista e liberista, si deve tornare ad un sistema dirigistico che guardi all’economia fisica. Solo quegli stati-nazionali che punteranno a salvare i diritti civili della persona, piuttosto che gli artificiosi diritti di credito dei salotti finanziari, resteranno in piedi.

All’interno di questo contesto, un Governo tecnico od istituzionale – magari guidato da un Draghi, o da un Monti – rappresenta un pericolo per la Nazione. In quanto non eletti, non avendo alcuna responsabilità politica di fronte al popolo, questi signori sarebbero esclusivamente dei garanti dei circoli finanziari.

Che la classe politica dirigente si sia trasformata da eletti del popolo dediti al perseguimento del Bene Comune, promotori del pieno sviluppo della persona umana (come recita l’art. 3, 2° co., Cost.), a meri esecutori, amministratori delegati, “sceriffi di Nottingham” degli interessi finanziari, ce lo dimostra anche il raffronto tra l’ultimo discorso alla Camera dei Deputati da Presidente del Consiglio di Romano Prodi e gli ultimi dati Eurispes. Secondo Prodi i “conti sono stati risanati” e l’economia sarebbe ripartita. Secondo l’Eurispes solo una famiglia su tre arriverebbe a fine mese.

Di fronte a problematiche di questo tipo, Piero Fassino a Porta a Porta con piglio da “ganzino”, quasi alla ricerca del perché l’universo non funzioni più, si lamentava del fatto che la destra non aveva sostenuto il progetto di liberalizzazione del settore taxi (!) e si beava del fatto che le liberalizzazioni del ’96 e del 2001 del settore bancario l’aveva fatte il centro-sinistra. Non si può che affermare che a forza di farci, ci sono diventati! Questi credono veramente che la deregolamentazione, serva a migliorare l’economia e dunque la vita della gente. Ma d’altra parte il governatore della Fed, Ben Bernanke, con la sua operazione “stimulus” crede di far ripartire l’economia americana solo ampliando la “libertà” del mercato di prendere del denaro per farci ciò che più gli aggrada.

Siamo di fronte ad un dramma con epilogo tragico – la tragedia è il tenore distrutto delle famiglie – dove l’epicentro del terremoto è dato, come tutto ciò che muove l’universo, da un elemento di carattere soprasensibile: l’idea (nel senso platonico del termine, come principio). Questa idea devastatrice è quella per cui l’uomo invece che regolare i processi, debba liberarli dal suo nefasto intervento. Questo è il liberismo. Alla radice del liberismo vi è una concezione antropologica pessimista, hobbesiana: meno l’uomo conosce e fa e meglio è. In politica ciò è alla radice del fascismo: il conoscere e l’agire sarebbero privilegio solo di alcuni eletti. Lo Stato viene concepito come una realtà immateriale inquinante, piuttosto che il più alto livello organizzativo che gli uomini tra di loro si dànno.

Il bello è che il discorso di Fassino contiene già in sé la dimostrazione che tutta l’architettura del suo pensiero economico (ma primariamente antropologico) sia fallace. Il fatto che le liberalizzazioni bancarie le abbia fatte il centro-sinistra non è qualcosa di cui vantarsi. Se invece di fare quotidianamente il bagno nei privilegi concessi dal fare i politicanti, questi signori si fermassero costantemente a riflettere su come funziona la realtà, forse si accorgerebbero che il processo di liberalizzazione (anche se sarebbe più corretto dire di privatizzazione) del comparto bancario, non ha fatto altro che creare un megaduopolio dove sono sostanzialmente restate in campo soltanto due banche italiane (e dove una è praticamente controllata dall’altra grazie ad una relazione di controlli azionari). Privilegi, riduzione degli stipendi dei lavoratori, inefficienza del servizio, ne sono i risultati.

Questi signori dovrebbero perseguire l’obiettivo del pieno sviluppo della persona umana ma se nel corso degli anni le loro conoscenze e le loro conseguenti azioni hanno portato alla distruzione dei tenori di vita delle famiglie, vuol dire che si stanno occupando di altro e che le loro azioni sono manifestamente violazioni delle leggi e della legge fondamentale a cui tutto il nostro sistema politico, economico e sociale dovrebbe rimettersi.

Il Presidente della Corte di Cassazione ha denunciato all’apertura dell’anno giudiziario che non una sola legge è stata utile a ridurre di un sol giorno la durata dei processi. E questa accusa è ovviamente rivolta a tutta la classe politica dirigente che nel corso degli anni si è alternata alla guida del Paese.

Non si fanno le cose che possono migliorare il presente ed il futuro dei cittadini, ma solo quelle che tornano utili ai preminenti interessi finanziari.

Si pensi ad ulteriore titolo di conferma, che il Governo ieri caduto, aveva avviato la propria esperienza politica con l’altisonante slogan del “No alla politica dei due tempi!” (con ciò intendendo che non si voleva ripetere l’errore del 1996-2001 dove prima si “risanò” il bilancio e poi si tentò di attuare politiche di crescita economica). Di fatto anche a questo giro si è ricorsi alla “politica dei due tempi” o meglio di “un solo tempo”, quello dei tagli di bilancio, senza alcuna politica di crescita attuata. D’altra parte se per politica di crescita si intendono le liberalizzazioni, meglio che non ne abbiano attuata alcuna. Le uniche possibili politiche di crescita sono quelle di stampo rooseveltiano o, detto più propriamente, quelle del “Sistema americano di economia politica” come ebbe modo di definirlo Alexander Hamilton. Lo sono esclusivamente queste perché si fondano sulle qualità ontologiche umane del conoscere e del creare. La comunità, attraverso il livello organizzativo datosi – cioè lo Stato – , è chiamata ad armonizzare tutte le individualità al fine di intervenire, e non a farsi da parte e a lasciare alle “magiche” leggi del mercato il fare.

Ritornando al rapporto Eurispes, è interessante rilevare il dato dell’economia sommersa (in nero). Si tratterebbe di un valore pari ad 549 mld di euro, ossia un valore pari ai pil di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld) messi insieme.

Se in termini contabili e di tendenze economiche questo rappresenta un problema a cui si deve porre rimedio, in termini di vita reale delle persone, praticare politiche fiscali punitive, vuol dire di fatto uccidere intere famiglie. L’opzione Visco dunque è un male peggiore del problema da risolvere. Con il cappello delle politiche rigoriste, monetariste e liberiste, perseguitare in ambito fiscale tali realtà corrisponde alla lesione dei diritti civili. Senza politiche di tipo espansivo e dirigistico non è possibile dare alla gente le necessarie alternative lavorative legali, prima di strapparle al lavoro sommerso. Dunque all’interno del Trattato di Maastricht sono concepibili solo degli “sceriffi di Nottingham” alla Visco. Tuttavia questa politica economico-fiscale era sostenuta da preminenti parti del centro-sinistra.

Ora, alla luce di tutto ciò, chi continua a parlare di riforma elettorale si dimostra essere un traditore della Nazione. Questa riforma elettorale non è necessaria per il semplice fatto che l’instabilità governativa si aveva anche con la precedente legge elettorale del ’93. Si pensi alla caduta del primo Governo Berlusconi nel ’94 ed alla caduta del primo Governo Prodi nel ’98. Con la legge elettorale del ’93 alcune esperienze di governo crollarono su sé stesse, altre si ressero (secondo Governo Berlusconi, ma anche il primo Governo D’Alema che cadde per la sconfitta elettorale del centro-sinistra alle amministrative). Anche nell’ipotesi per ora inverosimile di due soli partiti, i governi potrebbero risultare instabili. Si pensi ad una gara tra il Partito Democratico (PD) ed il Partito Popolare della Libertà (PPL). Il PD vince le elezioni con un premio di maggioranza che lo porta ad almeno il 60% dei seggi. Tuttavia nel PD come nel PPL vi sono varie correnti (d’altra parte è così anche negli Stati Uniti ed è inverosimile pensare che così non possa essere). La corrente prodiana piuttosto che quella dalemiana, per esempio, decidono che Veltroni utilizzi metodi troppo veltronicentrici (o meglio debenedetticentrici) e non sostiene più il Governo (si astiene su una mozione di fiducia). Siamo punto e a capo. Ecco che emerge il pericolosissimo punto a cui si rischia di arrivare in un processo di fascistizzazione pienamente in corso: l’abolizione del costituzionale divieto del mandato imperativo (non vi è un rapporto di mandato tra eletto ed elettore). Se Tizio è eletto sotto il PD, ad un certo punto può cambiare idea e sostenere il PPL. Questo divieto fu introdotto per ovviare ai fenomeni di limitazione della libertà del parlamentare; questo non risponde giuridicamente della propria azione parlamentare, ma solo politicamente, alle successive elezioni di fronte ai propri elettori con il non voto da parte di questi ultimi.

Il pericolo della deriva fascista è evidente nel momento in cui nessuno nella classe politica prende posizione esplicita contro le affermazioni apologetiche di reato di Umberto Bossi quando minaccia rivoluzioni col ricorso ai fucili. La magistratura non può realisticamente intervenire – interverrebbe contro un capopopolo rischiando di accendere chissà quali focolai violenti – se la classe politica non prende posizione contro questa palese violazione della legge.

Allora la grande questione e soluzione torna ad essere la questione della verità. Senza grandi valori e progetti attorno a cui coalizzare i più non è possibile uscire dal tunnel in cui non solo l’Italia è piombata. Se non si fa ricorso alla forza della verità tutto è impossibile. In concreto, se non si denuncia l’orgia speculativa che da un quarantennio succhia il sangue dei popoli, e non si dà avvio al progetto di Nuova Bretton Woods architettato da Lyndon LaRouche per la riforma del sistema monetario internazionale, nessuna economia mondiale potrà salvarsi dalla crisi finanziaria in corso. Fatta questa riforma si deve dare avvio a politiche dirigistiche di credito pubblico per il finanziamento di grandi progetti infrastrutturali ed industriali ad alta intensità di tecnologia e di capitale. In una parola occorre riscoprire Franklin Delano Roosevelt (FDR). Via i pretestuosi parametri di bilancio – d’altra parte non li hanno la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – almeno per gli investimenti in conto capitale; via l’assurda idea per cui sia il mercato lasciato a sé stesso a produrre ricchezza; via l’assurda idea per cui si è progrediti troppo, dimostrando di non comprendere che la relazione tra l’uomo e la natura, impone un rapporto di padronanza della stessa sempre più elevato, pena altrimenti la distruzione dell’uomo e della natura stessa.

Claudio Giudici

13 dicembre 2007

Abbandona il padre e la madre, il liberismo e MySpace! Conosci e crea!

Premessa alla lettura.
La seguente riflessione, della cui lunghezza mi scuso fino d’ora col lettore, rischia di risultare “schierata” e dunque d’interdire da subito i corretti processi mentali che una mente libera deve compiere (libera è infatti la mente che procede sul cammino del vero). In questo scritto, infatti, molti sono i riferimenti presi e gli spunti dati dal corpus del pensiero cattolico-cristiano. Tuttavia, ho voluto riferirmi ad essi non come a dogmi – e le spiegazioni che darò degli stessi, lo dimostreranno – bensì come a ricostruzioni di quella Legge Naturale – intesa nel senso più laico del termine – che tutto guida. Questo per dire che mi sarei potuto riferire, e di spunti ne avrei potuti avere, anche a moltissime delle conquiste fatte dal pensiero laico o da altre religioni. In questo caso, sicuramente, lo scritto avrebbe avuto maggior efficacia vista l’odierna moda di “scansare” ciò che ha vicinanza con tutto quanto è cattolico (fa eccezione il prodigioso Duomo di Firenze!). Tale premessa è dunque motivata dall’intento di ovviare a ciò. Comunque, se ciò può aiutare, si consideri ogni religione – a rischio di apparire blasfemo – alla stessa stregua dei fumetti per bambini: un modo semplice per parlare di cose complessissime.
Lascio alla lettura con un quesito che spero invogli almeno la riflessione: il principio fisico della gravitazione universale, così come l’orbita dei pianeti, o più semplicemente il calore dato dal fuoco, cosa sono se non leggi prescritte all’Universo?
Buona lettura.


L’attuale fase storica mostra molti caratteri tipici delle fasi di transizione. Essa, può essere afflitta da una nuova epoca buia, oppure può diventare il trampolino di lancio verso un nuovo rinascimento.

Quando le costituzioni liberali ottocentesche sancirono il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, gli Stati dell’Europa continentale adottarono in via meramente formale ciò che a livello sostanziale le oligarchie non potevano consentire di vedere realizzato. Anzi, la meschinità – qualcuno parlerebbe di semplice ingenuità – delle concezioni liberali in merito al ruolo dello Stato ed ai diritti dell’uomo, consistette nell’avere un approccio formale di fronte alla dimensione umana. Considerare tutti i cittadini su un livello di parità, doveva essere l’arrivo di un autentico processo democratico, non un punto di partenza da riconoscere come già dato.

Quella enunciazione formale per cui tutti i cittadini erano eguali di fronte alla legge, non a caso, era la concessione che i sovrani europei facevano ai propri cittadini – fomentati in superficie dalle spinte di matrice britannico-mazziniana, ma più nel profondo dal bimillenario messaggio cristiano – più per ridare ossigeno alla propria posizione di privilegio che non per autentico spirito di giustizia. Infatti, come denunciava la Rerum Novarum di Leone XIII nel 1891, si era in quella fase storica attuato un processo di stravolgimento degli equilibri corporativisti creatisi nel secolo precedente[1], per aprire le porte a quel libertarismo che in campo economico creò un “giogo di si abietta servitù” per le classi più povere.

La scuola di pensiero che caratterizzò quel periodo, in quanto formalista, ebbe come suo esito naturale il giungere a quella atroce fase di crisi rappresentata dalle due guerre mondiali del ‘900. Dopo quella drammatica fase, però, l’umanità seppe dimostrare di saper reagire. La grande evoluzione che si ebbe con la nuova forma giuridica dello Stato Sociale sancì ufficialmente il passaggio da un approccio formalista dell’idea dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ad uno di tipo sostanziale. L’art. 3, 2° co. della Costituzione della Repubblica italiana, segna infatti questa evoluzione programmatica sancendo in modo ufficiale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Purtroppo questa espressa indicazione sulla carta fondamentale della Repubblica italiana, dopo una costante fase politica volta ad applicare quel disposto – in particolare nel periodo 1948-62 – è divenuta lettera morta dopo l’assassinio di Enrico Mattei, pur mantenendo una certa inclinazione in quella direzione fino all’omicidio Moro (1978).

Quello che però qui ci interessa, è rilevare come funzioni la fisica delle dinamiche sociali; cosa vi sia alla radice del formalismo; come evitare di cadere nella trappola del formalismo.

Purtroppo oggi stiamo ripetendo il solito errore. Se allora il cavallo di troia fu “l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge” in senso formale, intesa nel modo più arido dell’idea, soltanto per ampliare i margini di libertà economica delle oligarchie a discapito dei più deboli, oggi si utilizzano altre issues per il solito fine: ampliare gli spazi di libertà economica, formalmente di tutti ma sostanzialmente solo di chi può, cioè i potentati economici. La cosiddetta “Seconda Repubblica” racconta sicuramente per l’Italia questo processo liberista, e non la storia di una rinata Repubblica dal malcostume che l’avrebbe riguardata. Le issues che oggi ci vengono sbattute sul muso dai mass media delle oligarchie sono molteplici; in ordine: l’ambiente, la tutela del cittadino-consumatore – questa quasi definitivamente messa al bando dopo la facile denuncia che lanciammo per cui “come si può consumare se non si lavora, o il lavoro è sempre peggio retribuito?” – i giovani in politica, le donne in politica. Si tratta di istanze trattate in modo strumentale all’indebolimento dell’arte politica in favore di un sempre più imperante mercato. I populisti che continuamente si stanno affacciando sulla scena politica – da Bossi a Montezemolo a Grillo – si muovono lungo il perfetto binario di questa tecnica: indebolire la politica per rafforzare (volutamente o meno) il mercato.

Ancora una volta gli approcci formalisti passano per le single issues, piuttosto che dalla sublime idea di Bene Comune. Il politico dedito al Bene Comune, inquadra in modo armonico la fondamentale tutela del lavoro produttivo nell’ottica della funzione sociale che esso deve avere. Ecco l’autentica tutela del consumatore! Non la demagogica odierna richiesta fatta ai commercianti di abbassare il costo del pane – quando la speculazione sui cereali è dovuta alla riduzione degli spazi destinati a tale coltivazione, spazi diretti invece alla idiota produzione di biocarburanti, ed al salire dei prezzi cerealicoli in seguito alla continua inondazione di liquidità da parte delle banche centrali – o il costo del conto corrente – magari per assecondare l’ultima grande battaglia finanziaria, quella tra la sempre più imperante finanza internazionale e quella italiana – o il costo dei taxi, della benzina o dei medicinali, per mettere questi settori in mano a potenti gruppi. Come vediamo tutte istanze di per sé legittime, ma che per come vengono poste sul tavolo, servono soltanto per mettere il mercato in mano a sempre più potenti oligarchie.

Lo stesso avviene con l’issue dell’ambiente. Il miglior modo per tutelare l’ambiente – di cui, sia chiaro, l’uomo fa parte! – non è arrestare lo sviluppo come fatto in Italia o addirittura arretrare lo sviluppo come fatto in buona parte dell’Africa, ma agire politicamente in funzione dell’armonia del tutto. Ecco che così lo sviluppo tecnologico diventa strumento naturalmente finalizzato a tutelare la salute dei cittadini e dell’habitat.

E’ necessario allora rispondere a queste esigenze – tutela dei consumatori, dell’ambiente – facendo perno sul concetto di Bene Comune. Si deve tornare a parlare in modo esplicito di Bene Comune. Ed il Bene Comune è l’armonia del tutto, non il caotico e demagogico spostarsi verso una parte. Per ricercare questa armonia del tutto si deve partire dagli ultimi, dai forgotten men, non dai primi, dalle oligarchie.

L’opera de Il mercante di Venezia di William Shakespeare è quanto più di immediata comprensibilità l’arte umana abbia saputo proporre al fine di fare comprendere l’inevitabile esito distruttivo del metodo formalista[2].

Cercheremo di capire dunque perché l’umanità in troppe fasi della sua storia si sia abbandonata ad approcci formalisti e come questi siano portatori di disastri la cui evidenza è oggi più manifesta che mai, con un sistema economico e finanziario prossimo all’implosione e con una conseguente situazione geopolitica incendiaria – conseguente, perché il vero nome della pace è sviluppo – , piena di focolai cosparsi su un po’ tutto il globo dal fronte turco-irakeno a quello tra Pakistan ed Afghanistan al Corno d’Africa al Myanmar al Caucaso al pericolo di un attacco di Cheney-Bush all’Iran.

Chi sono le vittime degli approcci formalisti?

Per rispondere a questa domanda, aiutano molto alcuni passi dei Vangeli, i quali se per un credente rappresentano la parola di Dio, per un laico possono essere ben considerati dei sunti della più alta filosofia che l’uomo ha saputo proporre.

Il seguente passo del Vangelo di Luca appare ad una prima lettura criptico:

Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato tutte le nostre cose e ti abbiamo seguito». Ed egli rispose: «In verità vi dico, non c'è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà». (Lc, 18, 28-30)

Per quale motivo lasciare chi di più caro abbiamo, per il regno di Dio? Perché dovrebbe esistere conflittualità tra moglie, fratelli, genitori o figli e regno di Dio? Anzi, non dovremmo trovare proprio in quelli e con quelli il cammino per il regno di Dio?

Potrebbe allora trattarsi di un fraintendimento dell’evangelista Luca?

Il Vangelo di Matteo però si pone sulla stessa falsariga:

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. (Mt, 10, 37-39)

Anche qui vengono posti in modo dicotomico, conflittuali, i propri cari con il messaggio del Cristo.

Dunque sia l’evangelista Luca che l’evangelista Matteo, trasmettono il medesimo messaggio. Resta da comprendere quale sia questo messaggio.

Il significato di quei passi può essere correttamente inteso interpretandoli in combinato disposto con i seguenti ulteriori passi.

In Luca si dice ancora:

«Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». (Lc, 8, 19)

ed in Marco:

«Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». (Mc, 3, 34-35)

Da tutto ciò risulta ora più chiaro il messaggio dei passi sopra riportati che destavano non poca perplessità in prima lettura. Si tratta di un’accusa mossa alla cultura formalista, a quella cultura che si rimette all’altro perché rappresentante un qualcosa, o formalista perchè guarda la crosta delle cose, le forme, le regole, ma non vede la sostanza. Il messaggio dei Vangeli è allora quello per cui non si può rinnegare la propria naturale inclinazione[3] alla ricerca della verità, nascondendoci dietro quelle forme di suicidio interiore rappresentate dalla “cultura del babbo e della mamma” (o fratelli, coniuge, amici, figli).

Si guarda a questi cari come ad entità astratte, credendo di fare il loro bene – ma in realtà è solo un superficiale “nostro bene”, il bene del non compromettersi – non instaurando con loro un autentico dialogo sopra le cose importanti della vita, ma piuttosto affidandoci costantemente al racconto di cosa è stato, procedendo per superficiali e statiche descrizioni quasi stessimo disegnando nature morte. Ti descrivo ciò che ho visto, non lo dico io, sto solo descrivendo! Questo è il miglior modo per non compromettersi, ma è anche il miglior modo per uccidere quella scintilla divina rappresentata dal raccontare cosa siamo stati in grado di conoscere e come possiamo (ri)creare ciò che abbiamo conosciuto.

Ulteriori passi evangelici rendono ancora più evidente che questo sia il vero messaggio che Cristo vuole trasmetterci.

In Marco si dice:

«Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E aggiungeva: «Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Voi invece dicendo: “Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me”, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte». (Mc, 7, 8-13)

In questo passo si denuncia come l’autentico messaggio divino dell’onora tuo padre e tua madre venga adattato a proprio piacimento. Da un approccio sostanziale a tale disposizione morale – che imporrebbe una vita di autentico amore come onore reso a chi ci ha generato ed educato, come processo partecipativo della verità volto a conoscere l’universo ed ad applicarne il principio conosciuto – si era passati ad un approccio meramente formale: bastava fare un’offerta sacra in onore dei genitori per sentirsi di fronte alla legge divina liberati da ogni altra sorta di dovere nei loro confronti.

Ancora, dunque, il messaggio evangelico ribatte sull’importanza di avere approcci sostanziali alle cose, e denuncia come riprovevoli quegli approcci che si nascondono dietro formalismi fini a sé stessi.

Queste denunce sono di estrema attualità.

Questo suicidio delle proprie capacità cognitivo-creative passa per l’empirismo, ossia l’aver rimesso la propria capacità di comprensione di noi stessi e della natura (non umana)[4], alla sola rilevazione sensoriale (ciò che vediamo, sentiamo, tocchiamo, annusiamo, assaporiamo).

Non è infrequente vedere all’interno delle famiglie una quiete che in realtà nasconde un appiattimento dei rapporti. Il parlare di politica, religione, questioni di immediato rilievo morale, rischia di rappresentare motivo di lite. Si preferisce allora abbandonarsi ad una superficiale quiete. La paura che i rapporti tra i membri della famiglia si intacchino, fa cadere nella trappola di passare da seppur violenti dialoghi – che potevano ambire a diventare autentici dialoghi all’insegna di una corretta disposizione dell’animo – al nulla delle discussioni del “ti racconto un fatto ma senza dirti la mia opinione”, o addirittura al silenzio assoluto. L’importante è non compromettersi! L’importante è la forma, l’immagine di tranquillità che diamo!

Così facendo non si fa altro che creare rapporti sterili, costruiti su basi fragili, destinati a crollare quando meno ce lo aspettiamo. Questo è il destino a cui è rimesso Shylock nell’opera di Shakespeare. Shylock quando meno sembrava probabile, quando la vittoria giudiziale sembrava prossima, vede crollare di fronte a sé tutta la propria vita. Ancora una volta il formalismo aveva prodotto la sua inevitabile nemesi.

Ma il padre, la madre, il fratello, il figlio, il coniuge, l’amico, non sono altro che metafora di tutti coloro che hanno deciso di “suicidarsi” non tanto tempo fa. Non dobbiamo abbandonarci ad essi in quanto rappresentanti un qualcosa, ma solo in quanto vediamo in loro, con la nostra capacità critica, dei cultori della verità. Quante volte sentiamo dire: L’ha detto mio padre! oppure L’ha detto la tv! oppure ancora L’ha detto il ministro! ma anche Il rigore (che evidentemente non c’era) c’era (solo perché in favore della propria squadra)!

Conseguenza di questo formalismo culturale è per le famiglie l’implosione su se stesse a causa dell’essersi erette su basi fragili, per le Nazioni la continua proposizione di politiche insensate.

Vediamo come a livello energetico si propongano soluzioni puramente formali, che di sostanziale hanno ben poco. Si pensi alla demagogica instancabile proposizione delle energie alternative come panacea al problema energetico. E’ una soluzione che non ha a che fare con la grossa sostanza della questione. Con quelle energie riusciremmo soltanto a soddisfare gli usi civili, ma non quelli industriali di cui abbisogna lo Stato moderno. L’unica soluzione in tal senso è rappresentata dal nucleare che però continua ad incutere insensate paure, utili soltanto ad impedire il pieno sviluppo degli Stati del pianeta e a continuare a tenerli sotto il giogo delle compagnie petrolifere.

Si guarda la pagliuzza non la trave.

In ambito economico, poi, si fa ancora della propaganda facendo passare l’idea che i debiti pubblici delle nazioni siano dovuti all’evasione fiscale. Anche qui la cultura formalista fa sì che si ponga l’accento sulle questioni di dettaglio piuttosto che sulla vera sostanza del problema. Questa vera sostanza è rappresentata dal fatto che gli stati hanno smesso di essere produttivi, hanno ridotto la propria capacità produttiva pro-capite e per chilometro quadrato, a causa della riduzione degli investimenti nello sviluppo tecnologico in infrastrutture e processi produttivi. Ciò che doveva essere investito in questi settori è rifluito invece nel settore speculativo-finanziario che per non implodere necessita di rifinanziarsi continuamente. Così la cultura formalista propaganda come risolutive, demagogiche campagne contro l’evasione – dopo avere legalizzato la vera evasione da rendita finanziaria! – e non vede la sostanza del problema, che è quella dell’adozione ufficiale, dal 15 agosto 1971, di un sistema speculativo volto a finanziare la speculazione piuttosto che produzione e lavoro (inscindibili l’un dall’altro).

In tutti questi casi quello che conta non è la verità, quanto il consenso di massa intorno ad un fatto che dà la sicurezza di non essere soli a pensarla a quel modo.

Sono tutti esempi degenerativi di come funzioni il formalismo e di come esso dietro di sé non abbia altro che la paura. Questa paura è dovuta ad una crisi identitaria: l’umanità non ha ancora compreso chi essa sia e quale sia la sua missione. L’umanità ha paura di prendere coscienza di chi essa sia, quale sia la sua naturale inclinazione e quale potere la rappresenti.

La paura è la radice del formalismo e la crisi identitaria è la radice della paura.

Ma allora chi siamo?

Nella sua recensione del Gesù di Nazaret di Papa Benedetto XVI, l’economista e grande umanista, Lyndon LaRouche[5] sostiene:

Dunque, la questione rilevante è, semplicemente: è vero che noi - voi ed io - siamo fatti a immagine e somiglianza del Creatore di questo universo? Come possiamo saperlo? Siamo bestie o siamo fatti a somiglianza dell'uomo e della donna nella Genesi 1:26-30? Dunque, per un cristiano in un'epoca di grande crisi spirituale per il genere umano, come per Benedetto XVI in questa occasione, il significato della divinità di Gesù di Nazaret è una questione pratica ed esistenziale cruciale per tutti gli interessati.

Benedetto XVI ha risposto: Quali prove ci giungono dalla vita di Gesù di Nazaret? Che cosa conosciamo, e come siamo capaci di apprenderlo?

Se lo chiedessero a me, direi che la mia risposta sta, essenzialmente, nella lettera ai Corinzi I: 13. Fede e speranza dipendono essenzialmente dal principio espresso nel Vangelo di S. Giovanni: il concetto socratico di agape. Si tratta di una concezione che non viene colta appieno dal termine “carità”, né dal termine amore. […]

Generalmente associo il significato del termine greco agape alla passione della creatività, nel senso più rigoroso dell'atto di scoperta di un principio fisico universale, come nel caso esemplare della scoperta del principio fisico della gravitazione universale da parte di Giovanni Keplero.

Il potere creativo espresso dall'uomo e dalla donna fatti a immagine del Creatore è il vero potere del processo della creazione continua dell'universo, potere che esprime l'intenzione sia del Creatore che del creato e che riflette il concetto di agape. Cruciale è l'amore creativo condiviso col Creatore, espresso nella devozione della personalità umana alla realizzazione di questa missione. E' l'amore espresso dai contributi allo sviluppo dell'universo che abitiamo, è una qualità di amore che esprime tale potenziale creativo.

E' l'amore espresso da uomini e donne che agiscono al servizio, e ad immagine, del Creatore.[6]

Ecco dunque chi siamo. Siamo uomini fatti ad immagine del Creatore, siamo la ripetizione in piccolo di quella forza intelligente che tutto conosce e tutto ha creato, ed il fatto di essere a questo somiglianti è dimostrato dalla nostra stessa capacità di conoscere e di creare. Si tratta di un dato distintivo che differenzia l’uomo da ogni altra entità della biosfera dove la prova empirica dell’efficienza di questa capacità ontologica è data dal continuo aumento della popolazione umana. Quest’ultima, infatti, non racconterebbe altro che l’aumentata capacità dell’uomo di relazionarsi al Tutto, e dunque di conoscerlo (conoscere e creare).

Non mi stancherò di ripetere che questa nostra capacità non è una arbitraria assegnazione – come taluni esistenzialisti potrebbero pensare – del costrutto sociale, ma un’inclinazione naturale che testimoniamo fin dal grembo materno, quando il nascituro si mette già nella naturale posizione di poter uscire da quella che per nove mesi è stata la sua casa. In questo suo atto, dimostra già di essere inclinato a voler conoscere la verità – la posizione veritiera, ottimale per uscire dal grembo materno, e di essere altrettanto inclinato ad agire per fare ciò. Poi, non sarà altro che una costante ricerca della verità. La conoscenza è così il rilevare la verità; la creazione, funzionale al miglioramento delle condizioni di vita di tutta l’umanità, è invece la prova che tale rilevazione della verità sia stata corretta.

Più si va a ritroso a ricercare nel tempo, agli inizi della nostra vita, e più si può rilevare come questa caratteristica sia naturale: ad un’iniziale incapacità di conoscere con la vista si sostituisce la capacità di mettere a fuoco gli oggetti e di percepirli visivamente; lo stesso processo avviene con il senso del tatto; successivamente il neonato prende coscienza della sua esistenza fisica e comincia ad osservarsi mani e piedi; in uno stadio ancora successivo prende coscienza dell’esistenza del mondo e comincia ad osservare gli oggetti che gli stanno intorno: inizialmente riuscendo a vedere solo ciò che rientra nel ristretto campo, tipico della fase acerba della capacità visiva, poi ampliando sempre più questo campo visivo; toccherà poi alla capacità di movimento, gattonando prima e camminando poi, e poi a quella della parola. Conoscenza ed azione (cognizione e creazione), si dimostrano così essere un’inclinazione naturale prescritta al nostro essere. Questo processo cognitivo, che nella fase iniziale vede la primazia dei sensi, in un secondo momento si rimette alle facoltà del pensiero. Questa naturale inclinazione sarà tanto più perfettibile quanto più l’individuo sarà in grado di affidarsi al superiore dominio del pensiero, piuttosto che al più fallace dominio dei sensi.

Questa è una prova evidente, che riguarda la vita di ogni uomo, della naturale inclinazione umana ad essere partecipe di un processo cognitivo-creativo. Questo processo è il dialogo che instauriamo con la verità.[7]

E se tutto ciò è prescritto al nostro essere, come si può ammettere la sola realtà materiale? Un qualcuno, un qualcosa di intelligente deve averci prescritto tale inclinazione. Convenzionalmente chiamiamo Dio questo ente intelligente, ma se si preferisce chiamarlo in altro modo si faccia pure (natura, energia, io cosmico, o anche Jack se ci fa più giusti!), l’importante è non negarne l’esistenza perché negheremmo noi stessi.

Non coscienti di questo nostro ruolo, di questa nostra identità, ci abbandoniamo alle più misere manifestazioni di animalità. L’inconsapevolezza intorno al punto di chi siamo? ci lascia in balia di un mare in tempesta che invece potrebbe essere facilmente dominato soltanto prendendo coscienza della nostra identità e della nostra missione. Inconsapevoli intorno al chi siamo, ci sentiamo soli, senza una meta, e dunque troviamo sicurezza in ciò che anche gli altri sono, anche gli altri fanno. Incapaci di vedere un’invisibile legge naturale – però visualizzabile grazie all’occhio della mente – cerchiamo conforto esclusivamente in ciò che possiamo vedere, la ricchezza ed il consenso altrui, qualunque esso sia.

E’ così che ad un certo punto della nostra vita interrompiamo la nostra missione di naturali ricercatori della verità. Il lavoro diventa un modo per raccattare denaro, la crescita del figlio una menata che fa rimpiangere il non essersi prodigati, quella volta, in un atto sessuale solitario, lo studio diventa un passatempo dedito ai racconti di horror o di infinite tresche ed incesti.

Su questo punto si è magistralmente espresso Friedrich Schiller durante la sua prolusione accademica al corso di storia che si accingeva a tenere:

“Diverso è il piano di studi che si propone chi mira al solo guadagno, da quello che sceglie una testa filosofica. Chi mira esclusivamente con la sua assiduità ad adempiere le condizioni in cui potrà rivestire carica e partecipare ai suoi relativi vantaggi, chi mette in moto le energie della mente soltanto per migliorare la propria condizione materiale e soddisfare una meschina vanità, entrando nella carriera accademica non avrà preoccupazione maggiore che scindere quelle scienze che egli chiama «studi per il pane», cioè erudizione per campare, da tutte le altre che allietano invece lo spirito in quanto spirito. Egli crederebbe di sottrarre alla sua professione futura il tempo dedicato a queste ultime e non si perdonerebbe mai tale furto. Egli indirizzerà ogni sua assiduità a seconda delle esigenze impostegli dal futuro padrone della sua sorte, e crederà di aver fatto tutto rendendosi capace di non temere quel giudice. Quando ha percorso i suoi studi e raggiunto la mèta dei suoi desideri, abbandona le proprie guide: perché infatti continuare a curarsene? Primo suo compito è ormai mettere in mostra i tesori raccolti nella memoria, per evitare che essi possano diminuire di valore. Ogni ampliamento del suo "saper e per il pane" lo inquieta, imponendogli un lavoro o inutilizzando quello già fatto; ogni importante innovazione lo turba infrangendo l'antica forma scolastica che si era così faticosamente appropriato, lo mette in pericolo di perdere l'intera fatica della sua vita di ieri. Chi ha inveito contro i riformatori più della schiera di questi studiosi a fini pratici? Chi ritarda la marcia delle utili rivoluzioni nel campo del sapere più di costoro? Ogni luce accesa, in qualunque scienza, da un genio felice, rende evidente la loro miseria; essi lottano con accanimento, con perfidia, con disperazione, perché, difendendo un dato sistema scolastico, combattono insieme per la loro esistenza. Non vi è quindi un nemico più inconciliabile, un funzionario più invidioso, un istigatore più intransigente di questo tipo di erudito. Quanto meno le sue cognizioni gli sono compenso in sé stesso, tanto maggior rimunerazione cercherà dal di fuori; per il profitto degli artigiani, come per quello degli spiriti, egli non ha che una misura: la fatica. Perciò nessuno tanto si lagna dell'ingratitudine quanto questo tipo di studioso; egli non cerca la sua ricompensa nei tesori del pensiero, ma l'attende dal riconoscimento altrui, dalle cariche onorifiche, dalla carriera. Se questa fallisce, chi più infelice di lui? Egli ha inutilmente vissuto, vegliato, lavorato; ha cercato invano la verità, perché la verità non si è trasformata per lui in oro, in lodi di gazzette, in favori di principi.

Quanto è degno di pietà l'uomo che col più nobile degli strumenti, con la scienza e con l'arte, non cerca e non ottiene null'altro di più di quanto ottenga il bracciante con i più rozzi! Che serba dentro di sé nel regno della libertà più perfetta un'anima da schiavo!

Ma ancor più degno di pietà è il giovane di genio, il cui cammino bello per natura vien fatto così pietosamente deviare da dottrine e da esempi dannosi, che si è lasciato convincere a far provviste soltanto per la professione futura con meschina pedanteria. Ben presto il sapere professionale, in quanto frammentario, gli darà disgusto; si desteranno in lui desideri che quel sapere non può soddisfare, il suo ingegno si ribellerà al destino. Frammentario gli sembra ormai tutto quanto egli compie, non vede scopo alcuno al suo lavoro né sa sopportarne l'inutilità. È oppresso dalla fatica e dalla futilità della sua professione, non potendo opporvi quell'animo sereno che si accompagna soltanto alla limpida visione, alla perfezione intuita. Egli si sente strappato dal nesso delle cose, avendo trascurato di inserire la sua attività nella grande unità del mondo. Il giurista perde amore alla sua scienza giuridica appena la luce di una più ampia cultura gliene illumina le lacune, invece di aspirare ad esserne un nuovo creatore ed a correggerne con la propria dovizia interiore i difetti scoperti. Il medico si sente in contrasto con la sua professione appena gravi insuccessi gli rivelano la inconsistenza dei suoi sistemi; il teologo perde la stima per la teologia appena oscilla la sua fede nell'infallibilità di quell'edificio dottrinale.

Come diversamente si comporta la testa filosofica!

Con la stessa cura con cui chi studia per la carriera stacca la sua scienza dalle scienze sorelle, quello si sforza di ampliarne l'àmbito e di ristabilire la sua alleanza con tutte le altre: dico ristabilire, perché soltanto la ragione astratta ha segnato quel confine, ha staccato quelle singole scienze. - Dove lo studioso per il pane divide, sintetizza invece lo spirito filosofico. Egli si è persuaso per tempo che nel campo della ragione come nel mondo dei sensi tutto si riconnette, e il suo vivo desiderio di armonia non può accontentarsi di frammenti. Ogni sua aspirazione è rivolta al completamento del suo sapere; la sua nobile impazienza non può aver pace sinché tutti i suoi concetti non si sono ordinati in un'armoniosa unità, sinché egli non sta al centro della propria arte e della propria scienza, dominandone il campo con occhio soddisfatto. Nuove scoperte nell'àmbito della sua azione, se avviliscono quel primo tipo di studioso, entusiasmano invece lo spirito filosofico. Forse esse colmeranno una lacuna che aveva deformato la nascente unità dei suoi concetti o porranno l'ultima pietra ancora mancante all' edificio di idee che egli erige. Ma se anche esse lo facessero crollare, se anche una nuova linea di pensieri, un nuovo fenomeno naturale, una legge nuovamente scoperta nel mondo fisico capovolgessero l'intera costruzione della sua scienza, egli ha pur sempre amato la verità al di sopra del suo sistema e sarà pronto a scambiare l'antica forma difettosa con una nuova e più bella. Anzi, quando nulla dal di fuori viene a scuotere l'edificio delle sue idee, è lui stesso, costrettovi da un impulso sempre vivo verso il miglioramento, è lui il primo che insoddisfatto lo demolisce, per ricostruirlo più perfetto. Lo spirito filosofico sale a una sempre più alta eccellenza, con forme di pensiero sempre più nuove e belle, mentre l'erudito meschino, in eterna bonaccia spirituale, conserva la monotonia sterile dei suoi concetti scolastici. Non vi è giudice più equo del merito altrui di uno spirito filosofico. Abbastanza acuto e geniale per valersi di ogni attività, è però sufficientemente equo da rispettare l'autore anche della più piccola. Per lui lavorano tutte le menti, mentre tutte le menti lavorano contro l'erudito meschino. Il primo sa trasformare in suo possesso tutto quanto si svolge o si pensa attorno a lui, poiché fra i pensanti vige un'intima comunità di tutti i beni spirituali e quel che uno acquista nel regno della verità, lo acquista per tutti. Il secondo invece innalza siepi contro tutti i vicini, ai quali vorrebbe vietare invidioso la luce del sole, sorveglia preoccupato le cadenti palizzate che solo debolmente lo difendono dalla ragione vittoriosa. Per tutto quello che l'erudito intraprende, deve chiedere incitamento e coraggio dal di fuori; lo spirito filosofico invece trova incitamento e compenso nel suo oggetto e nella sua stessa assiduità. Come può affrontare più entusiasta il lavoro, come è più vivace il suo zelo, più tenace il suo coraggio, dato che per lui il lavoro ringiovanisce nel lavoro medesimo! Persino ciò che è piccolo acquista grandezza nella sua mano creatrice, perché alla grandezza che egli serve rivolge sempre lo sguardo, mentre il meschino erudito non vede in quel che è grande altro che il piccolo. Non è il suo lavoro, ma il modo con cui lavora, che distingue lo spirito filosofico; dovunque egli sia od agisca, sempre sta al centro del tutto e per quanto l'oggetto della sua azione lo allontani dagli altri fratelli, rimane ad essi imparentato e vicino in grazia di una intelligenza armonica: egli l'incontra sempre dove si ritrovano tutte le menti chiare.

E che Schiller conclude con un invito ed un monito:

Debbo proseguire in questa esposizione, o miei uditori, o mi è lecito sperare che abbiano già deciso quale dei due esempi loro offerti vorranno scegliere a proprio modello? Dalla scelta dipende se lo studio della storia universale possa venir loro consigliato o sconsigliato. Io non ho a che fare che col secondo degli esempi, giacché nello sforzo di rendersi utile al primo la scienza si allontanerebbe troppo dal suo fine ultimo e più nobile, pagando con troppo grave sacrificio un piccolo guadagno.

Quanti giovani studenti scelgono il modello suggerito da Schiller? Quanti sono disposti a mettere in discussione ciò che li ha portati alla laurea ed alla professione? Eppure, vista la realtà del mondo odierno, è ovvio che qualcosa nel sistema culturale non và. Oppure, proprio come fa la testa dedita al guadagno, piuttosto che alla verità, si pensa che non vi sia alcuna attinenza tra l’attuale situazione di crisi economico-finanziaria e di tensione geo-politica con il sistema culturale dominante? “Dove lo studioso per il pane divide, sintetizza invece lo spirito filosofico” diceva sopra Schiller.

Siamo stati disposti a mettere in discussione ciò che ci è stato insegnato all’università? No, perché in generale l’uomo odierno ha un approccio settorializzato alle scienze e non rileva le connessioni esistenti tra sistema culturale e realtà quotidiana, sia nella vita del singolo che in quella delle nazioni. L’uomo odierno crede che non vi sia attinenza alcuna tra il sistema culturale e come la realtà si sia sviluppata.

Ed invece la realtà, le relazioni sociali, e su più larga scala l’economia sono il prodotto del sistema culturale. Questo sistema culturale nega la vera identità e missione umana, non fa luce intorno ad esse e dunque non è in grado di manifestarsi nel modo più giusto.

E’ qui che dobbiamo attuare la vera rivoluzione culturale. Chi siamo? Quale è la nostra missione? L’analisi empirica ci consente di rilevare le tracce che ci portano alla risposta che cerchiamo? Sì, e sopra lo abbiamo visto.

Ora, è ovvio che il sistema culturale non è un ente esterno all’attuale società, ma è fatto dagli uomini, ed in particolare è fatto da quegli uomini che occupano posizioni di guida dei popoli. Questi signori hanno purtroppo fallito, perché loro stessi non sanno chi sono e quale sia la loro missione. Questi hanno confuso l’essere uomini dotati di capacità cognitivo-creativa, e dunque fatti ad immagine e somiglianza di Dio, con l’essere degli animali che puntano a fare provviste per sé ed i propri consanguinei per l’inverno che verrà.

Dunque abbandonare il padre e la madre, significa rivoluzionare questo modo di guardare sé stessi e la propria missione.

Globalizzazione finanziaria e MySpace

Il modello formalista domina sia l’economia che i moderni sistemi di comunicazione.

Gli economisti oggi non fanno economia ma giocano alle Magic[8]. Essi muovono il loro pensiero all’interno di uno spazio ben delimitato dalle regole imposte dal “mercato”. Il fatto interessante è che le loro regole di decennio in decennio si scontrano con una realtà che smentisce ciò che prima ritenevano essere legge indiscutibile. Quanto verificatosi per esempio durante gli anni ’70 a livello macroeconomico – produzione decrescente e prezzi crescenti – non era contemplato dalla dottrina economica, la quale conosceva soltanto le due ipotesi della fase inflattiva e della fase deflattiva. Nel momento in cui la realtà economica si presentò contraddire la dottrina, ecco che questi furono costretti ad ammettere una nuova idea di fase economica – appunto con un ciclo economico in fase involutiva ma con una dinamica dei prezzi crescente – che denominarono “fase della stagflazione”.

Il problema di fondo dell’attuale modo di concepire l’economia consiste nel fondarsi su una concezione formalista dell’economia. Si guarda all’economia come ad una realtà statica rappresentata dai numeri (p.i.l., dati sull’occupazione, inflazione nominale, ecc.) senza guardare all’effettiva corrispondenza di questi dati con la realtà (economia fisica).

Il processo che va attuandosi è il solito denunciato nei Vangeli e dallo stesso Shakespeare: l’ipocrisia degli uomini sposta l’attenzione dalla realtà sostanziale a quella formale rappresentata dalle regole, dalle forme, dai numeri fini a sé stessi. Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! (Mc, 2, 27).

Si pensi all’attuale situazione economica e finanziaria. Essa non può essere compresa facendo riferimento alla dottrina economica. I prezzi degli immobili sono saliti, così come i mercati azionari, così come i mercati obbligazionari e le materie prime. Ma tutti questi settori non dovevano muoversi in modo inversamente proporzionale l’uno all’altro? Ciò che era alternativo all’altro, si è trasformato in surrogato dell’altro.

Nessuna scienza può essere intesa senza fare ricorso all’interconnessione con gli altri rami del pensiero e dell’azione umana. Ed in ultima istanza, ogni scienza si fonda su una fede, sulla fiducia in degli assiomi la cui perfetta dimostrabilità logica trascende le capacità umane.

Niccolò Cusano sostiene ne La dotta ignoranza: “Tutti i nostri predecessori si sono trovati d’accordo nell’affermare che la fede è l’inizio della conoscenza intellettuale. In ogni facoltà dobbiamo presupporre, infatti, alcuni principi primi, appresi con la sola fede, dai quali si ricava l’intelligenza di ciò che si discute. Chi desidera elevarsi alla dottrina deve credere in queste verità senza le quali non può procedere.

Ciò rileva al fine di comprendere che la settorializzazione del sapere – diametralmente antitetica a ciò che caratterizzava l’uomo dell’antica Grecia – è un non senso così come non ha senso credere di costruire un tetto senza avere prima delle mura portanti.

Ma allora come si presenta l’attuale situazione economico-finanziaria?

Se intendiamo l’economia come un insieme di numeri, tutto può apparire andare a gonfie vele: di fatti la borsa è tornata sui massimi storici un po’ ovunque, la produzione industriale lorda segna sempre un più, i prezzi delle case sono sui massimi storici, la disoccupazione scende, l’inflazione nominale è bassa.

L’unico dato a confliggere con questa apparente rosea realtà è quello dell’economia fisica: il tenore di vita delle persone segna in occidente la continua perdita di capacità d’acquisto reale dagli anni ’70 ed in Africa l’aspettativa di vita media è sempre più bassa; le infrastrutture sono sempre più scadenti od inesistenti – si guardi al mondo intero, non a qualche città modello la cui funzione è di fare apparire la casa bella ordinata per la visita degli ospiti, quando invece sta tutta la settimana nello sporco – e la produzione è a livello globale in discesa.

Occidente ed Africa in questo momento presentano un dato che li accomuna: entrambi sono sotto la dittatura del pensiero economico liberista che pretende di rimettere il benessere di tutti a spontanei equilibri che si creerebbero lasciando i vizi privati trasformasi in virtù pubbliche[9].

L’attuale situazione è comprensibile invece soltanto guardando all’economia ed alla finanza come si guarda ad un molteplice interconnesso di branche dell’umano agire.

Lo scoppio della bolla dei mutui sub-prime rischia di far implodere l’intero sistema finanziario internazionale e di portarsi dietro, con effetto domino, l’intera economia mondiale. Per evitare tale disastro le banche centrali di Usa, Ue, Gran Bretagna e Giappone sono intervenute aprendo linee di credito – di fatto inondando di liquidità i mercati finanziari. Ciò ha evitato che numerose banche fallissero e che i mercati azionari crollassero. Questi ultimi si trovano nuovamente sui massimi storici grazie alle continue immissioni di liquidità da parte delle banche centrali. Questa continua immissione di liquidità, però, ha fatto sì che la principale moneta di riserva del pianeta, il dollaro, perdesse gran parte del proprio valore. Infatti i detentori di riserve di dollari, in seguito alle arbitrarie immissioni di liquidità da parte della Fed, hanno cominciato a vendere dollari – ma anche le altre riserve valutarie oggetto della medesima politica monetarista di immissione di liquidità volta a salvare i players bancari – ciò comportando la svalutazione dello stesso. Parallelamente hanno spostato i propri assets verso le materie prime – petrolio, oro, rame, argento, ecc. – comportandone un innalzamento dei prezzi. Tutto ciò ha destato le preoccupazioni delle forze anglo-americane, le quali hanno dovuto prendere delle contromosse. Queste contromosse non potevano attuarsi sul fronte strettamente economico – in quanto in seguito ai processi di deindustrializzazione e parallela delocalizzazione delle proprie produzioni, le economie occidentali sono strettamente dipendenti dalle produzioni cinesi ed asiatiche per i prodotti di consumo, ma anche russa per le materie prime – ma solo sul fronte geo-politico. Non è un caso infatti che proprio mentre Cina ed India vendono le proprie riserve di euro-dollari, ai confini di questi stati nascano insurrezioni. Quanto avvenuto in Pakistan e Myanmar, non sono altro che destabilizzazioni orchestrate dai servizi d’intelligence stranieri volti a destabilizzare dall’interno Cina ed India, resesi colpevoli di aver tolto il loro appoggio finanziario all’euro-dollaro. Non si guardi in modo altrettanto singolaristico alla questione della pipeline che la Cina necessita di far passare da un porto strategico per i rifornimenti di gas e petrolio dall’Asia sud-occidentale, Africa e Venezuela. Non rileverebbe, altrimenti, per i giochi geo-strategici anglo-americani, destabilizzare pure il Tibet. Infatti, altrettanto ingenuo è considerare casuale la tempistica con cui G. W. Bush ha deciso di premiare il Dalai Lama.

Guardate come singolarità scisse l’una dall’altra, questi fatti non rilevano dal punto di vista strategico-economico. Guardati invece come pezzi del grande puzzle della storia universale, tutto ciò assume precisi significati.

D’altra parte la stessa storia universale è vittima degli approcci formalisti che la mostrano come una natura morta, come una sequenza disordinata di filmati, senza alcuna interconnessione logica.

A questo proposito non trovo, ancora una volta, parole migliori che quelle usate da Friedrich Schiller sempre durante la sua prolusione accademica al corso di storia che si accingeva a tenere:

La nostra storia universale non sarebbe quindi mai altro che un aggregato di frammenti, senza meritare il nome di scienza. Qui viene in aiuto la comprensione filosofica che, ricollegando quei frammenti con nessi artificiali, fa dell'aggregato un sistema e un tutto razionalmente coordinato. La sua conferma sta nella uniformità e nell'immutabile unità delle leggi che guidano la natura e l'animo umano, unità per cui gli avvenimenti della più remota antichità si ripetono nei tempi più prossimi per influsso di analoghe circostanze esteriori, cosicché si possono trarre conclusioni a ritroso e gettare un'aperta luce risalendo dai più vicini fenomeni compresi nell'ambito della nostra osservazione a quelli che si smarriscono in tempi preistorici. Il metodo, procedendo per analogia, è un possente aiuto, come dovunque, anche nella storia; però deve essere giustificato da un alto fine ed esercitato con non meno prudenza che accortezza. Lo spirito filosofico non può indugiare a lungo nella materia della storia universale senza che sorga in lui l'impulso verso una concordanza, impulso che lo spinge irresistibilmente ad assimilare alla propria natura razionale tutto quanto lo circonda e ad elevare ogni fenomeno che gli si presenti alla più alta efficacia da lui riconosciuta, cioè al pensiero. Quanto più spesso e più felicemente egli rinnova il tentativo di ricollegare il passato col presente, tanto più tenderà a congiungere ciò che vede in rapporto di causa ed effetto come mezzo e intenzione. Un fenomeno dopo l'altro comincia così a sottrarsi alla cieca casualità, alla libertà senza legge, per inserirsi quale membro bene adatto a un'unità armonica che non esiste peraltro se non nella sua rappresentazione.”

La realtà odierna ci è dunque presentata come una serie di cerchi l’uno casualmente posto accanto all’altro, piuttosto che come una sfera composta da un’infinità di cerchi combinati l’un con l’altro. La realtà non è bidimensionale come le figure piane, ma come minimo tridimensionale.

La presentazione di una realtà sintetica, formale, dove la forma non è mai in stretta connessione con la propria sostanza, trova estremizzazione assoluta nella cultura del MySpace o Facebook, così come in quella della finanziarizzazione dell’economia. In merito a questa, da un’economia della produzione per la produzione destinata ad una funzione sociale, si è passati prima ad un’economia della produzione per il profitto finanziario privato, poi ad un’economia del profitto finanziario per il profitto finanziario. Quest’ultima fase è tipica delle fasi di tracollo di un sistema. Nel 1929 si ebbe un fenomeno simile. Per comprenderlo basti pensare al modello CdB Web Tech, l’azienda contenitore che costituì Carlo De Benedetti. Si tratta di un contenitore di partecipazioni azionarie in altre aziende. Le estremizzazioni prodotte dalla globalizzazione finanziaria e dall’ideologia liberista che la ispira, hanno aperto le porte a forme aziendali che dovrebbero rappresentare assetti reali in quanto coinvolgono i risparmi delle famiglie, ma che invece non sono altro che creazioni virtuali il cui valore non ha alcuna attinenza con la realtà, soprattutto nel momento in cui le partecipazioni di cui sono titolari sono già gonfiate anch’esse.

Ma tutto ciò non si presenta come anomalo di fronte agli economisti moderni. Proprio perché gli economisti moderni giocano alle Magic invece di fare economia!

E non ci si confonda! Il sistema attuale non sarà in bancarotta quando i mercati finanziari crolleranno. Sarebbe ancora una volta guardare in modo formalistico alla realtà. Non sono i mercati finanziari – soprattutto nel tempo in cui i mercati sono drogati dalla politica del “lancerò denaro dagli elicotteri” di Bernanke – a raccontarci il vero stato dell’economia, ma lo stato di benessere delle popolazioni: tre quarti di mondo vive in uno stato simile a quello di bestie e l’altro quarto è sempre più povero[10]. Prova di ciò lo è il fatto che mentre dal ’92 i mercati azionari non hanno fatto altro che salire – seppur intervallati da forti scossoni sono sempre tornati sui massimi storici (in occidente fa caso a sé il Giappone) – la capacità d’acquisto reale delle popolazioni è andata sempre più scemando, come ha dovuto recentemente constatare uno dei più forti giocatori di Magic, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi.

Allo stesso modo i progetti di laboratorio rappresentati da MySpace e Facebook, ma anche da Second Life, non sono altro che l’ultima versione di una sorta di suicidio di massa imposto all’uomo dopo avergli suggerito una vita dedita alla sola soddisfazione dei sensi con la cultura del “sesso, droga e rock and roll”.

Anche qui il processo è il solito: dalla sostanza alla forma della sostanza, fino alla forma della forma ossia alla virtualizzazione. Ciò a cui stiamo assistendo in economia è riproposto a livello culturale. Ed anche qui il cavallo di troia è il solito: la libertà. Si spacciano per strumenti di libertà, piattaforme controllate dagli oligarchi dei mass media – Rupert Murdoch e Bill Gates – il cui intento è quello di tenerti inchiodato per ore, creando nuovi surrogati della televisione, spacciando per progresso l’high-tech, di fronte ad un innocuo (per loro, non per il tuo cervello) dolce dir niente all’interno di una grande comunità. Le cose in comune? Le foto, gli hobbies, i racconti. Dell’autentico processo conoscitivo e creativo niente. Giovani alla moda che con cellulari supertecnologici possono essere sempre in contatto con la loro comunità internazionale di amici. Si crea così un esercito di persone dedite ad intrattenersi. L’importante è che questi giovani si intrattengano fra di loro e che stiano lontani dalla vita reale e da ciò che devono sapere per migliorare il loro senso di umanità.

I rapporti sterili di uomini che guardano solo ciò che è vicino al proprio naso – la realtà sotto casa che gli impedisce di vedere lo stato reale del grosso dell’umanità – si stanno trasformando in rapporti virtuali grazie alle comunità on-line. Se la compagnia del muretto o del Circolo, per come si è andata sviluppando, era il proprio piccolo mondo che distoglieva l’attenzione da una partecipazione matura ed estesa del proprio senso di umanità, la compagnia di amici sul web è un’ulteriore estremizzazione di questa restrizione del senso fraterno di umanità. Prima per strada o al Circolo col proprio gruppo di amici – e guai a chi facesse menate con cose che andassero oltre il vestito di marca, lo spinello o le tre tipe conosciute l’altra sera – ora dietro il monitor a fingersi grandi imprenditori o addirittura uomini venuti dal futuro[11].

Cosa fare dunque?

Una reazione a catena è stata innescata ed una situazione percepibile già da qualche decennio da parte dell’osservatore attento, è oggi diventata di pubblico dominio: c’è una crisi culturale, una crisi economica ed una crisi nei rapporti tra le civiltà. La gente non ha più valori, manca il lavoro, gli Stati entrano continuamente in guerra.

La situazione può volgere al peggio da un momento all’altro, sfociando in nuovi fascismi, oppure l’umanità può definitivamente voltare pagina risvegliando le coscienze sul chi siamo.

Se individualmente questo può essere fatto riscoprendoci come esseri dotati della capacità di conoscere e di risolvere i problemi nostri e di chi abbiamo vicino, senza porre limiti a questo “vicino”, a livello comunitario spetta alla classe dirigente riscoprire questo senso di umanità in modo da non essere più preda della ricerca del consenso elettorale e della carriera più prestigiosa, e piuttosto perseguire il Bene Comune. Perché questi signori abbiano stimolo a fare ciò, la storia ci insegna che non bastano i tumulti ed i disastri – questi non sono mai abbastanza per mettere a tacere l’infame mostro che si portano dentro e che gli dice “pensa alle tue provviste per l’inverno, gli altri faranno da sé!” – , ma piuttosto necessitano che la loro coscienza venga risvegliata da esplicite richieste popolari in tal senso.

Il movimento di Lyndon LaRouche sta lavorando a livello globale per fare ciò organizzando un sempre più ampio gruppo di giovani e meno giovani per incidere sulle istituzioni dei vari paesi.

Questi si presentano dall’alto livello delle conoscenze acquisite grazie al semplice amore per la verità ed alla presa di coscienza di chi essi siano, conoscendo le varie materie della storia universale e suggerendo soluzioni concrete che sono testimonianza di questa conoscenza come espressione della volontà di perseguire il Bene Comune.

Questa azione è rappresentata poi a livello politico da precisi progetti per la risoluzione dei problemi che affliggono l’umanità.

  • Il ddl Homeowners and Bank Protection Act – HBPA punta a difendere i più deboli dalla crisi del mercato immobiliare, congelando le rate dei mutui e proteggendo le banche che detengono i risparmi dei cittadini e che dunque sono centrali per il funzionamento di una nazione moderna.
  • Il progetto per la Nuova Bretton Woods punta a riformare il sistema monetario speculativo attuale ed a trasformarlo in un sistema a cambi fissi più giusto, al fine di poter rilanciare l’economia mondiale reale e mettere nel cassetto dei brutti ricordi le infami speculazioni dei pochi cartelli finanziari che la classe politica dirigente non ha il coraggio di denunciare.
  • Il Ponte di sviluppo Eurasiatico è un grande progetto di sviluppo infrastrutturale globale che punta a dare una missione comune a tutte le nazioni del pianeta di modo che siano comunitariamente dedite alla costruzione di reti energetiche e di trasporto che sarebbero la prova più manifesta di un’umanità che si è messa a lavorare insieme per lo sviluppo di progetti comuni che debellino la povertà in ogni angolo del pianeta e facciano sentire ogni uomo partecipe di ciò che riguarda tutto il pianeta.

Il 9 gennaio 2004, per la commemorazione del 75esimo compleanno di Martin Luther King, LaRouche pronunciò un discorso dal titolo Il talento immortale di Martin Luther King. In merito all’oggetto che stiamo trattando, sono significative le seguenti parole che LaRouche pronunciò[12]:

[…] Ma questo processo, è il rapporto sociale tra persone che si stimano reciprocamente, in quanto condividono il lavoro di riprodurre una scoperta, e così capiscono qualcosa della storia. Sentono di condividere qualcosa di importante: la conoscenza umana, che essenzialmente è un atto di amore.

In tal modo amano l'umanità, provano la gioia di aver lavorato insieme per arrivare a scoprire qualcosa. […]

Questo è dunque il problema: abbiamo una popolazione, c'è un mondo in cui scarseggiano davvero coloro che capiscono, fino in fondo, la differenza tra l'uomo e l'animale, che cosa significhi. Che l'uomo è una creatura fatta ad immagine del Creatore dell'universo, come dice il libro della Genesi.

Quelli sopra sono tutti grandi progetti che possono essere realizzati dall’umanità, basta che essa lo voglia, grazie alla partecipazione delle singole persone. Ritenersi a ciò impotenti è soltanto il solito modo per non fare niente e restare complici di chi in questo stato di cose ha contribuito a metterci.

Questi progetti non sono altro che la manifestazione concreta del più alto senso di umanità, come uomini dediti alla conoscenza ed alla (cre)azione.

Claudio Giudici



[1]Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un giogo poco meno che servile.Rerum Novarum, § 2.

[2] E’ la parte finale dell’opera, quella che riguarda il processo a cui viene sottoposto Shylock, a svelarci questo che possiamo considerare come un principio della fisica sociale.

[3] Nella riflessione dal titolo L’attuale crisi può essere sconfitta solo facendo ricorso alla Verità ( http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?YY=2007&mm=11&dd=6 ), al primo dei tre paragrafi di cui esso si compone, spiego perché la ricerca della verità sia un’inclinazione naturale.

[4] Questa precisazione in merito alla natura come “non umana” ha lo scopo di far rifletter sul fatto che esiste anche una concezione in senso lato della natura, come comprensiva dell’uomo, il quale è appunto natura.

[5] Interessante notare, proprio a riguardo della cultura formalista e della menzogna che costantemente la accompagna, come Amelia Boynton Robinson, la 96enne signora che fu paladina nel movimento di Martin Luther King, ed oggi esponente di spicco del movimento internazionale di LaRouche, durante l’incontro tenutosi all’Università Statale di Milano il 12 novembre 2007, in un’aula gremita di studenti, abbia ricordato che Martin Luther King fu ospitato a casa sua a Selma, perché nessuno, neanche l'unico hotel della città, voleva ospitarlo e tutti lo consideravano un “ribelle, un comunista” solo perché si batteva per il diritto di voto della gente di colore. “Lo stesso accade oggi con LaRouche, molti non vogliono avere niente a che fare con lui solo perché non sanno nulla sul suo conto. Quando chiedi loro che cosa sanno di LaRouche e delle sue proposte per risolvere la crisi, dicono “niente, però ho sentito dire…. Anche io avevo sentito dire molto sul suo conto, ma decisi di giudicare con la mia testa e quando lo incontrai per la prima volta a una conferenza in Virginia capii subito che era l'erede del movimento di Martin Luther King”.

[6] L’intera recensione è reperibile da http://www.movisol.org/nazaret.htm.

[7] Il corsivo è dovuto al fatto che si tratta di un frammento ripreso da altri due precedenti scritti aventi per oggetto, il primo, la funzione salvifica della verità (vedi nota 3), il secondo, la naturalità della legge de “gli ultimi saranno i primi” ( http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?YY=2007&mm=8&dd=20 ).

[8] E’ un gioco in cui le carte rappresentano le magie a disposizione di un mago che si confronta in una ipotetica battaglia con un altro mago. Ognuno dei contendenti ha a disposizione creature, incantesimi, stregonerie, artefatti e magie veloci per cercare di sconfiggere l'avversario.

[9] B. de Mandeville, La favola delle api, Vizi privati e pubbliche virtú, 1723.

[10] Lo Strategic Alert – Edizione italiana dell’Eir del 18 ottobre 2007 riportava la seguente notizia:“ Secondo un nuovo rapporto dell'agenzia delle entrate americana IRS, l'1% degli americani, i più ricchi, hanno percepito il 21,2% di tutto il reddito del 2005, con un notevole balzo in avanti rispetto al 19% del 2004. Di contro, il 50% degli americani nella parte inferiore della piramide del reddito hanno percepito solo il 12,8% di tutto il reddito del 2005, con una retrocessione netta rispetto al 13,4% dell'anno precedente.
Dal rapporto IRS risulta che la parte del leone la fanno i manager degli hedge funds. Un gruppo di 25 manager si è messo in tasca nel 2004 più dollari degli amministratori delegati di tutte le imprese che rientrano nell'indice di borsa S&P 500. Altri grandi forchettoni sono i primi 100 studi legali del paese, che tra il 1994 e il 2004 hanno registrato un raddoppio del profitto per ciascun socio, superando il milione a testa.”

[11] Si tratterebbe di tale John Titor che avrebbe addirittura, o forse meglio dire, non a caso, una propria voce su Wikipedia.

[12] L’intero discorso è reperibile all’indirizzo http://www.movisol.org/King.htm.

1 dicembre 2007

Taxi a Roma: i meno cari del mondo. Ma chi finanzia il Messaggero?

L’articolo del Messaggero del 30 novembre 2007, dal titolo: “I taxi a Roma? Pochi e troppo cari: maglia nera dell’Europa” debutta così:“La Capitale è in debito di taxi. Ha poche licenze e le tariffe sono alte. Il servizio neanche sfiora il livello di altre capitali europee e dell’altra metropoli italiana, Milano.”

Verdetto già dato, ma su dati falsi.

L’articolo continua dicendo che “il rapporto tra cittadini e taxi a Roma è di 2,3 auto ogni mille abitanti”, mentre tenendo conto di una popolazione di 2,75 milioni di abitanti e delle 7500 licenze autorizzate, il rapporto è di 2,7 auto ogni mille abitanti. Quello di Milano invece non è di 3,58 auto ogni mille abitanti come asserito dal Messaggero, ma di 2,82 auto (fonte http://www.assotaxi.it/it/archivio/Bankitalia-AssoTaxi.pdf).

Fare il riferimento poi ai costi orari, come quell’articolo fa, non ha gran senso. O meglio, ha molto senso se lo scopo è mistificare la realtà e dare una falsa informazione ai cittadini, per strumentalizzarne il consenso ai fini della solita liberalizzazione volta a fare entrare i potentati finanziari in un settore che, monopolizzato in poche mani in tutta Italia, diventa un business eccezionale. Le tariffe infatti sono a tempo, ma sono anche chilometriche.

Per fare dei confronti sia a livello nazionale che internazionale sulle tariffe, l’unico studio serio ed aggiornato è quello di Unicataxi di Bologna (reperibile al seguente link: http://www.taxistory.net/files/2007_Tariffe_taxi_estero.zip).

L’articolo del Messaggero afferma che a Madrid la spesa media oraria è di 15,35 euro, mentre invece è di 16,50 euro (www.tele-taxi.es).

Non dice poi che le tariffe di Madrid sono suddivise per tre tipi di tariffa e due tipi di area, oltre che due tipi di orario (ciò è normale: diurno e notturno). La suddivisione per area, non consente certo trasparenza all’utente, soprattutto se turista, il quale con grandissima difficoltà può comprendere in che area si trovi.

Poi, in modo autoreferenziale, senza darne alcuna argomentazione, il Messaggero dice che “Per attraversare Madrid, parliamo del Centro, non si spendono più di 8 euro. Lo stesso percorso a Milano costa circa 11 euro.” Ma che paragone è mai questo?

Sulla base dei dati certosinamente reperiti da Unicataxi di Bologna, si evincono le seguenti tabelle (città come Firenze, Parigi o Amsterdam, avendo una tariffa minima che scatta a prescindere dai chilometri e minuti trascorsi, non le ho tenute presenti).

Corsa di 5 km

Spostata*

Scatto al km

Corsa di 5 km

1

OSLO

4,7

2,16

15,5

2

ZURIGO

3,65

2,13

14,3

3

LONDRA

3,23

1,88

12,63

4

MUNCHEN

2,9

1,6

10,9

5

BERLINO

2,5

1,58

10,4

6

COOPENAGHEN

2,54

1,54

10,24

7

STOCCOLMA

4,16

0,88

8,56

8

BRUXELLES

2,4

1,23

8,55

9

VIENNA

2,5

1,2

8,5

10

MILANO

3

0,95

7,75

11

BOLOGNA

3,15

0,85

7,4

12

TORINO

3,1

0,83

7,25

13

SIDNEY

1,84

1,08

7,24

14

BARCELLONA

3,09

0,78

6,99

15

LOS ANGELES

1,66

1,03

6,81

16

NEW YORK

1,89

0,94

6,59

17

ROMA

2,33

0,78

6,23

18

MADRID

1,85

0,87

6,2

*La spostata sarebbe la battuta iniziale del tassametro.

Corsa di 10 Km:

Spostata

Scatto al km

Corsa di 10 km

1

OSLO

4,7

2,16

26,3

2

ZURIGO

3,65

2,13

24,95

3

LONDRA

3,23

1,88

22,03

4

MUNCHEN

2,9

1,6

18,9

5

BERLINO

2,5

1,58

18,3

6

COOPENAGHEN

2,54

1,54

17,94

7

BRUXELLES

2,4

1,23

14,7

8

VIENNA

2,5

1,2

14,5

9

STOCCOLMA

4,16

0,88

12,96

10

SIDNEY

1,84

1,08

12,64

11

MILANO

3

0,95

12,5

12

LOS ANGELES

1,66

1,03

11,96

13

BOLOGNA

3,15

0,85

11,65

14

TORINO

3,1

0,83

11,4

15

NEW YORK

1,89

0,94

11,29

16

BARCELLONA

3,09

0,78

10,89

17

MADRID

1,85

0,87

10,55

18

ROMA

2,33

0,78

10,13

Per onestà bisogna precisare che si sarebbe potuto effettuare anche un altro tipo di conteggio. Piuttosto che chilometrico, a tempo. Ma a parte il fatto che questo calcolo, vista la differenziazione senza alcuna omogeneità tra i vari regolamenti locali, si rendeva impraticabile, il problema starebbe a monte; ossia, guardare al tempo, piuttosto che ai chilometri, vorrebbe dire fare dei confronti che non tengono conto dei disagi del traffico che ogni città presenta in modo differente a seconda del grado di sviluppo della viabilità: infrastrutture pubbliche e densità di traffico. E’ ovvio che di eventuali incompetenze amministrative nella gestione di tali problemi, non ne debbano rispondere i tassisti.

L’articolista del Messaggero continua con altri esempi. Dice che “a New York si parte con 1,90 euro ed il costo orario si attesta intorno ai 18,28 euro”. Questa indicazione è utile soltanto per mistificare la realtà dei fatti. Infatti, convertendo i tariffari in euro, per una corsa di 5 Km il costo di New York è di 6,59 euro, quello di Roma di 6,23 euro (per 10 Km, invece, New York costa 11,29 euro, Roma 10,13 euro).

Fa un altro esempio: “a Berlino circolano oggi più di 7300 auto giallo-panna …”. Anche questa indicazione serve soltanto per mistificare la realtà e dare un’informazione scorretta. Lo studio di BankItalia del febbraio 2007 (Occasional paper n. 5) riportava i dati relativi al 2003 per cui a Berlino vi sono 21 taxi ogni 10.000 abitanti, proprio come a Roma. A ciò però si aggiunga che oggi a Roma circolano almeno 27 taxi per ogni 10.000 abitanti.

Ma confrontando un po’ tutte le tariffe, le città italiane si attestano nella parte medio-bassa del tabellone (con eccezione di Roma che risulta essere la meno cara del mondo occidentale). In ogni caso, comunque, le differenze tra le città italiane e quelle spagnole sono così irrisorie (nella peggiore delle ipotesi vi è una differenza di 2 euro tra Milano e Madrid per un percorso di 10 km) da restare basiti di fronte alle campagne allarmistiche che i media italiani stanno facendo contro uno di quei pochi settori che ancora consente al lavoratore di arrivare a fine mese (fine mese, e non arricchirsi, perché la redditività di un’attività non va valutata guardando all’incasso giornaliero, ma all’utile restante, detratto l’investimento complessivo effettuato).

E’ ovvio che è in atto, da un lato, un tentativo di scatenare una “guerra tra poveri” in cui purtroppo molti cittadini cadono, dall’altro, agevolare un processo di entrata nel settore dei taxi, ma più in generale in quello dei trasporti, da parte di alcuni potenti gruppi finanziari che controllano i media.

Infine, continua il Messaggero dicendo:”La verità è che ogni confronto al di fuori dei confini nazionali fa impallidire la Capitale.” Ma di quale verità si sta parlando? Il termine “Verità” richiama alla mente un’idea di cui la nostra società non ha più il senso, tanto è l’uso strumentale che continuamente ne viene fatto. Qui ci troviamo di fronte all’ennesima freccia a disposizione dell’Impero della menzogna.

La situazione sociale italiana – e più in generale mondiale – è incandescente a causa di una crisi finanziaria, figlia dell’insaziabilità di alcuni circoli finanziari e del liberismo finanziario, che hanno trasformato l’economia mondiale da produttiva a speculativa, e che si sta manifestando con un’iperinflazione che sta distruggendo il tenore di vita di intere popolazioni. Le rivolte delle banlieux parigine, così come gli assalti ai comandi di polizia da parte delle tifoserie romane, dimostrano come anche in occidente siano pronti veri e propri eserciti di persone esauste, senza alcunché da perdere, la cui ira purtroppo viene manifestata in modo violento, piuttosto che combattendo con l’uso della verità l’imperante menzogna di cui articoli come quello qui analizzato sono solo il frutto.

Si riscopra il senso profondo dell’esser uomo, perché la situazione è talmente grave, da non consentire più di giocherellare con la verità.

Claudio Giudici
Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà

6 novembre 2007

L’attuale crisi può essere sconfitta solo facendo ricorso alla Verità

Sono fermamente convinto che la verità disarmata e l'amore disinteressato avranno l'ultima parola.(Martin Luther King, dal discorso pronunciato alla consegna del Nobel, 11 dicembre 1964)

A mio parere, la bellezza e l’efficacia della forza della verità sono molto grandi, e la dottrina è tanto semplice, che può essere predicata anche ai bambini.(Gandhi, “Young India” 5 novembre 1919)

La soluzione di tutti i nostri problemi passa per la potenza dell’idea di Verità.

La verità è un primus di cui ogni uomo può esserne partecipe. Tuttavia la perfetta conoscibilità della verità non rientra tra le possibilità umane. E’ questo limite che obbliga l’uomo all’umiltà. Ma non ci si confonda: l’umiltà non è indifferenza. Anzi, l’umiltà è l’ingrediente che pone nella verità l’azione, il compromettersi.

Concepire l’esistenza della verità è necessario per impostare un autentico cammino di crescita; senza la meta della verità infatti manchiamo dell’obiettivo ultimo verso cui il cammino della vita è naturalmente inclinato.

Si tratta di un’inclinazione naturale di cui tutti ne abbiamo prova durante la nostra vita. Tale prova è così evidente che il fatto che non ne percepiamo la piena portata è dovuto al fatto che non sappiamo ascoltare. Non ascoltiamo con la dovuta attenzione ciò che avviene intorno a noi. Ciò è dovuto in primo luogo alla paura.

Si provi ad analizzare il proprio comportamento a cospetto di quell’interlocutore che sapremo dirci qualcosa che non ci piace. Avremo difficoltà a guardarlo, tenteremo di interromperlo di continuo, non lo ascolteremo. Non abbiate paura! ripeteva continuamente Giovanni Paolo II.

Lo stesso approccio volto a non ascoltare (ascolto in senso lato, come processo volto ad intelleggere) lo manifestiamo continuamente verso il nostro quotidiano. Questo non ascolto non ci fa rilevare per esempio come l’uomo nasca con una inclinazione naturale alla conoscenza, che poi per paura interrompiamo. Appena entriamo nello stadio acerbo della consapevolezza si aprono le porte alla paura, proprio come un po’ di pioggia rende più instabile la strada rispetto ad un manto molto bagnato.

Si rifletta allora sul cammino naturale compiuto dal neonato. Egli manifesta inequivocabilmente un’inclinazione naturale al progresso cognitivo-creativo fin dai primi giorni di vita: ad un’iniziale incapacità di conoscere con la vista si sostituisce la capacità di mettere a fuoco gli oggetti e di percepirli visivamente; lo stesso processo avviene con il senso del tatto; successivamente il neonato prende coscienza della sua esistenza fisica e comincia ad osservarsi mani e piedi; in uno stadio ancora successivo prende coscienza dell’esistenza del mondo e comincia ad osservare gli oggetti che gli stanno intorno: inizialmente riuscendo a vedere solo ciò che rientra nel ristretto campo, tipico della fase acerba della capacità visiva, poi ampliando sempre più questo campo visivo; toccherà poi alla capacità di movimento, gattonando prima e camminando poi, e poi a quella della parola. Conoscenza ed azione (cognizione e creazione), si dimostrano così essere un’inclinazione naturale prescritta al nostro essere. Questo processo cognitivo, che nella fase iniziale vede la primazia dei sensi, in un secondo momento si rimette alle facoltà del pensiero. Questa naturale inclinazione sarà tanto più perfettibile quanto più l’individuo sarà in grado di affidarsi al superiore dominio del pensiero, piuttosto che al più fallace dominio dei sensi.

Questa è una prova evidente, che riguarda la vita di ogni uomo, della naturale inclinazione umana ad essere partecipe di un processo cognitivo-creativo. Questo processo è il dialogo che instauriamo con la verità.

L’essenza della verità può essere colta dall’intelletto umano in termini metaforici; la verità è pensabile come quel sole della cui esistenza si è certi e che il nostro occhio riesce a guardare solo per pochi attimi, non cogliendone tutta la complessità. Senza il sole che fine farebbe il mondo della vita? Senza la verità che fine fa l’uomo?

Il paradosso è che a causa della negazione dell’esistenza della verità, la nostra società non è neanche più cosciente di quale sia la reale situazione che riguarda l’umanità.

Si pensi alla progressiva distruzione dell’aspettativa di vita che in diversi stati dell’Africa è ritornata drammaticamente ai livelli degli anni ’50 (aspettativa di vita inferiore ai 40 anni); oppure si pensi al fatto che ogni giorno oltre 12mila bambini di età inferiore ai 5 anni muoiono per fame, sete, malattie o guerre; ma si pensi anche alla progressiva distruzione del tenore di vita reale in occidente, in declino dagli anni ’70. Tutto ciò basterebbe per sentenziare il fallimento del modello culturale empirista e del modello economico liberista. Ed invece, acutizzando le ricette che negli anni ’60 s’incominciarono a riseminare, si sta scambiando un cancro in piena metastasi per una trascurabile bronchite. Questo processo di distruzione di quel cammino verso il bene comune ripreso in Europa dopo la seconda guerra mondiale, e negli Stati Uniti con l’elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932), è in atto dalla fine degli anni ’60, eppure lo percepiamo in modo evidente solo adesso. Un’attenta analisi (ascolto) di ciò che avveniva già all’indomani dell’assassinio di Enrico Mattei e John Fitzgerald Kennedy, avrebbe dovuto far rilevare ad un individuo consapevole come la strada intrapresa sarebbe stata foriera di disastri. Ed invece tale percezione la si incomincia ad avere solo oggi, solo perché tanta è la sua evidenza. Ma ripeto: un attento osservatore già dagli anni ’60 conosceva e si attivava per impedire gli esiti del maturare di un processo che oggi non inizia, ma si sta ammuffendo (tanto è maturo!). I più invece, si crogiolavano sulla crescita dei consumi (ma non della produzione) degli anni ’80 e sulla crescita finanziaria (agevolando ancora quella dei consumi) degli anni ’90.

Ma cosa è la verità?

Nel Vangelo la stessa domanda – Quid veritas? (Gv. 18,38) – viene messa in bocca a Pilato prima di consegnare Gesù a quella folla che lo avrebbe condannato alla crocifissione. Gesù non risponderà perché tale domanda presuppone che non si sia compreso quale sia l’essenza della verità, ma che piuttosto la si intenda come un oggetto. In altri passi del Vangelo invece Gesù parla della verità come di sé stesso: io sono la via, la verità e la vita (Gv, 14,6).

Platone definisce il fine ultimo della conoscenza, ossia la verità, in questi termini: l’essere di ciò che è e il non essere di ciò che non è (Teeteto).

Ecco che alla luce di tutto ciò la verità è essenza. E cos’è l’essenza del Tutto se non un processo dinamico armonico?

Da tutto ciò ne deriviamo precise indicazioni operative: necessitiamo di credere nell’esistenza della verità per essere parte di un continuo processo di crescita; questo processo di crescita è volto a comprendere l’autentica essenza del Tutto; in quanto processo, il Creato è intrinsecamente dinamico; in quanto dinamico, la nostra relazione con esso necessita di azione; questa azione non può essere casuale ma in armonia con l’oggetto con cui essa intende relazionarsi.

Come funziona il nostro cervello

Gli studiosi di psicologia del marketing sanno qualcosa di come funziona il nostro cervello. Durante uno di quei corsi, cosiddetti di formazione, a cui mi fece partecipare l’azienda per cui lavoravo, ci fu fatto fare l’esperimento che vi ripropongo.

Osservate per i prossimi dieci secondi tutto ciò che intorno a voi c’è di rosso. Adesso chiudete gli occhi e ricordate tutto ciò che intorno a voi è blu. Avrete una grossissima difficoltà a visualizzare ciò che è blu perché il cervello ha lavorato in tutt’altra direzione (e l’input glielo avete dato voi!).

Se invece dei colori come nel gioco su menzionato utilizziamo l’idea di verità, ecco che comprendiamo come per essa il cervello lavori se gli diamo l’input di ricercarla nel Tutto, e come invece essa venga completamente trascurata se noi non stimoliamo il nostro cervello a cercarla ricordandogli continuamente che essa esiste. Ribadisco che non ci è stata data la facoltà di comprendere l’idea di verità nella sua perfezione ma solo di approssimarla, così come qualsiasi cerchio che provassimo a disegnare, anche con la più sofisticata tecnologia, non sarebbe un cerchio perfetto, ma un’approssimazione dell’idea di cerchio.

Ecco che una società che non insegna (e addirittura nega) l’esistenza della verità, è una società che non cerca la verità, che non vive per essa, ma che vive per qualcosa di differente (il profitto, il proprio piacere, il proprio ego, ecc.).

Un aspetto della questione su cui dobbiamo riflettere è che quando diamo a noi stessi l’input di lavorare per un fine – in questo caso la ricerca della verità – ecco che secondo un processo non pienamente consapevole, il nostro cervello si mette a lavorare per la ricerca di quel fine. Sicuramente è capitato a tutti di sviluppare uno studio in merito ad un oggetto, e di accorgersi che tutto il mondo stesse parlando di quell’oggetto. Ci sembra quasi che si sia stati noi a dare a tutto il mondo l’input di parlare di quell’oggetto. Lo stesso avviene quando ci mettiamo in testa di volere acquistare, per esempio, un auto. Lì per lì ci pare di avere fatto una scelta molto originale, poi dopo qualche giorno, cominciamo a notare che quell’auto ce l’hanno molte persone; ci viene quasi da pensare che quella originale idea che solo noi avevamo avuto, ce la stia copiando il mondo intero (ed interdetti ci diciamo: eppure lo avevo detto solo a Mario! Possibile che abbia già messo in giro la voce?).

La realtà dei fatti è ovviamente diversa. Abbiamo dato al nostro complessivo sistema di osservazione intellettiva un obiettivo. Ecco che il nostro sistema senza che noi di volta in volta gli si debba ridare l’input, sta lavorando per cogliere quell’obiettivo. Al contrario, fino al momento in cui al nostro sistema di osservazione intellettiva non avevamo dato quell’obiettivo, esso lo aveva completamente trascurato (ricordate il colore blu del giochino di sopra).

Ora, se ciò funziona con i colori e con gli oggetti che vogliamo acquistare, funziona anche con entità ben più importanti, quale per esempio la verità. Se non ne riconosciamo l’esistenza, la trascuriamo completamente; se al contrario ne riconosciamo l’esistenza il cervello si mette a lavorare per conquistarla.

Una puntualizzazione: alcuni potranno obiettare che un conto è cercare il colore rosso, un conto è cercare la verità. A tal proposito vorrei far notare che esiste una scala infinita di rossi e che mai nessun rosso, anche del medesimo oggetto, è identico ad un altro rosso (è il nostro occhio che s’inganna ed un microscopio svelerà facilmente l’inganno). Così se la verità può essere solo approssimata e non conosciuta in tutta la sua perfezione, altrettanto varrà per ogni cosa della realtà (sensibile).

Ecco che allora una società che non autodichiara l’esistenza della verità, non lavora per essa ma anzi la trascura completamente.

(Non si irrigidiscano i relativisti! La verità è un concetto del mondo ideale, non della realtà sensibile. Ma questo la rende più reale di quell’ombra che è la realtà! La verità non può essere intesa come un insieme di regole, quanto piuttosto come un complesso di principi alla cui origine vi è l’idea di Bene. Si ricordi come Gesù tratti la regola del sabato dei farisei).

Il nostro tempo è dominato dalla menzogna perché trascura l’idea di verità.

Si pensi alla menzogna in campo economico, dove si spacciano per utili al bene comune le liberalizzazioni. Mai nessuno ha saputo citare un esempio di liberalizzazione che abbia avvantaggiato l’interesse generale. I liberisti sostengono che dai processi liberisti sia derivato un aumento dell’occupazione e della produttività ed una diminuzione dell’inflazione. Questi signori, a causa del formalismo che domina la teoria a cui si affidano – ricordo che partono dal presupposto formale che possa esservi una concorrenza perfetta, non tenendo invece conto della reale disomogeneità delle situazioni comparate – guardano soltanto la superficie di questi dati.

La verità è ben altra!

L’occupazione è aumentata solo in apparenza grazie al camuffamento delle statistiche. Infatti, con mutamenti rispetto alle tecniche di rilevazione passate, si considerano lavoratori coloro che sono occupati anche per pochi giorni alla settimana; non si considerano disoccupati coloro che dopo lunghe ed infruttuose ricerche di lavoro si rassegnano dal cercare un’occupazione.

A ciò si aggiunga che le posizioni lavorative create sono a livelli salariali più bassi rispetto a quelle perse.

I liberisti considerano aumentata la produttività. Ma a quale produttività fanno riferimento? L’incidenza della capitalizzazione di borsa sul p.i.l. rispetto agli anni ’60 è passata da un 10% ad un 70%. In pratica il grosso della produzione industriale lorda, non è produzione industriale (che dunque produce beni e dà lavoro), ma è di origine finanziario-speculativa (e dunque produce solo utile finanziario per chi lo fa, senza poi reinvestirlo in attività aventi funzione economico-sociale).

Secondo i liberisti poi l’inflazione sarebbe diminuita. I signori liberisti parlano purtroppo soltanto dell’inflazione nominale, ma non di quella reale (rapporto tra l’inflazione nominale ed i redditi da lavoro). In presenza di un minor aumento dei prezzi rispetto agli anni ’80 (diciamo mediamente di un 2% invece che anche del 18%), vi sono stati nella migliore delle ipotesi aumenti dei redditi medi inferiori al 2%. Paradossalmente, dunque, se l’inflazione nominale sale del 30%, ed i redditi salgono del 40%, ecco che il fatto che l’inflazione nominale salga non è in assoluto un male.

A tutto questo discorso sull’inflazione, vi è da aggiungere anche il fatto che la consistenza del paniere dei prezzi ha perso attinenza con la realtà. Il grosso dell’incidenza sulla capacità d’acquisto reale è purtroppo rappresentato dai generi alimentari e di prima necessità. Su questi generi l’ascesa annua dei prezzi è stata di circa il 2%?

Regna appunto la menzogna, piuttosto che la verità.

Si pensi poi alle menzogne in campo politico.

Circa la guerra in Iraq sono oramai assodate le responsabilità da parte dell’amministrazione Bush e del vice-presidente Cheney in particolare. La questione dell’uranio proveniente dal Niger come prova che incolpava Saddam Hussein, è stata smentita in seguito allo scoppio del caso Wilson. La questione dei “pizzini” di Rumsfeld con cui intendeva abituare la popolazione statunitense ed occidentale, al fatto che il pericolo terroristico fosse più grave di quello che i servizi segreti rilevavano come reale è un’altra prova dell’uso sistematico della menzogna da parte dell’establishment.

Ma si pensi anche, per quanto riguarda l’Italia, alle continue accuse riversate sulle cosiddette “leggi di Berlusconi”, tanto gravi da non esserne stata modificata neanche una da parte della nuova maggioranza parlamentare.

Vi sono poi le menzogne in campo ambientale. La questione ambientale sta venendo strumentalizzata da precisi interessi finanziari per impedire lo sviluppo dei paesi in via di sviluppo e ridurne drasticamente le popolazioni. Il film di Gore che gli è valso il premio Nobel, è pieno di asserzioni prive di validità scientifica (su tutte, quella dell’innalzamento dei mari per circa 6 metri). Ma si pensi anche alla asserita relazione tra CO2 e riscaldamento globale (e perché le rilevazioni allora danno in aumento la temperatura in tutta la Galassia? Le nostre industrie inquinano anche Giove?) o alla asserita pericolosità ed inefficienza dell’energia nucleare (che stupidi i Francesi che rimettono l’80% del proprio fabbisogno energetico all’energia nucleare!).

Ed ovviamente sono molti altri i campi della vita in cui domina la menzogna. Basti pensare alla tecnica del capro espiatorio grazie a cui si sono condannati partiti, dirigenti sportivi, tecnologie, di volta in volta usata per perseguire interessi di parte.

L’azione dei politici nella Verità

La classe politica deve attivarsi su un duplice fronte. Bisogna che essa parli di verità e bisogna che essa agisca nella verità. E’ finito il tempo dell’ascolto della vox populi per misere questioni di convenienza elettorale. “Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione che non è nè sicura, nè conveniente, nè popolare; ma bisogna prenderla, perchè è giusta.” (Martin Luther King).

I venti che soffiano sono venti pericolosi. La popolazione è esausta ed i più sono senza i giusti punti di riferimento. Essa si sta velocemente trasformando in un esercito pronto ad obbedire al primo populista a cui il complesso finanziario-mediatico-militare voglia accordare la propria fiducia.

Per sé stessi, i politici è meglio che perdano le loro poltrone se la loro attività invece che essere dedita al bene comune, e dunque alla verità, resta ottusa sui binari della menzogna.

Mi rendo conto di chiedere un qualcosa che non ha a che fare con una generazione che mai ha lavorato per la verità ma che invece è sempre stata ossequiosa alla propria comodità. Tuttavia presto avremo il diluvio e solo chi avrà preparato l’arca con sopra tutto il necessario per affrontare il domani, non sarà ricordato dalla storia come un vergognoso lacchè di un Olimpo finanziario che si credeva onnipotente.

La storia troppe volte ha sentenziato il proprio verdetto. Non si può andare contro la legge di gravità. La presuntuosa pretesa viene concessa per pochi attimi, poi si precipita e ci si fa male.

E’ finito il tempo in cui si lasci che i discoli con il loro modo sguaiato di fare i balocchi distruggano l’intera casa. In questa casa non si vive più ed i discoli vanno rimessi in riga per salvare la casa comune.

Se la classe politica non si sente pronta per fare ciò, cerchi aiuto in chi evidentemente è pronto a tale compito.

D’altra parte vi sono generazioni di uomini che nascono per ricostruire ciò che altre generazioni hanno distrutto.

Si ascolti questa parola: firewalls.

Il politico americano Lyndon LaRouche ha proposto un disegno di legge che in questo momento è oggetto dell’attenzione di molti parlamentari americani (Homeowners and Bank Protection Act – HBPA) per salvare milioni di famiglie americane che rischiano l’esproprio delle loro case. Il principio che sta dietro l’idea dei firewalls è chiaro: il liberismo ha finito il suo tempo; i disastri fatti dalla magica mano invisibile del mercato non sono più tollerabili; è necessario che i governi riassumano il ruolo per cui vengono costituiti: perseguire il bene comune.

Questa idea dei firewalls si impone non soltanto nel settore dei mutui casa. Ci troviamo di fronte ad un’inflazione galoppante che solo la manipolazione delle statistiche nega. Questa inflazione non colpisce beni superflui tipo una bottiglia di vino pregiato od un quadro d’arte moderna. Questa inflazione sta colpendo generi di prima necessità, dagli alimenti, al carburante, al riscaldamento, all’acqua.

I politici ed il Governo in particolare riprendano in mano il volano dell’economia ed intervengano prima di ritrovarsi con la gente in piazza fomentata da incoscienti demagoghi utili solo a chi ha finora voluto baloccarsi con la speculazione, grazie all’asservita classe politica, ad onta degli espliciti enunciati della nostra Costituzione. Si ricordi l’art. 41:“L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Dal libro della Sapienza (6)

Chi cerca la sapienza la trova

[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.

[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.

[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.

[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.

[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.

[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;

[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità

[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.

[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.

[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

Claudio Giudici

12 ottobre 2007

Primarie pericolose ...

 

Buongiorno a tutti.
Questa domenica si celebrerà l'ennesima ratifica popolare di una decisione già presa dai centri finanziari, in particolare da Carlo De Benedetti, ossia la nomina, più che l'elezione, di Veltroni a segretario del Pd (per i malpensanti "Pd" sta per "Partito democratico" e non per un richiamo alla "Pi Due"!). De Benedetti - molti di voi lo sanno - è l'italiano che più ha saputo distruggere l'industria nazionale e dunque posti di lavoro e capacità produttiva, con tutto ciò che ne consegue in termini di distruzione del tenore di vita reale delle persone. Non dimentichiamoci che l'autodichiaratosi tessera n. 1 del Partito democratico - De Benedetti cioè -, in una famosa intervista rilasciata al Corriere della Sera disse che il futuro del centro-sinistra italiano erano Veltroni e Rutelli. Veltroni ha saputo dimostrare con Roma di perseguire gli interessi dei propri finanziatori, rifacendosi ad un decisionismo per taluni impensabile; Rutelli invece ha fallito nel processo di liberalizzazioni che dovevano partire colpendo il settore dei taxi - settore pubblico o para-pubblico, attenzione! -, e che doveva funzionare da detonatore di un processo il cui obiettivo era ed è privatizzare tutto il comparto pubblico e para-statale (le c.d. utilities, acqua, energia, gas ma anche trasporti e pubblica amministrazione in generale). Lo scontro al vertice è stato dunque vinto dal primo, dimostratosi performante al perseguimento degli obiettivi oligarchici affidatigli.
Se si guarda a Veltroni - visto il bombardamento mediatico fattone - come si guarda una velina, si rischia di innamorarsene. Ma come con le veline se si scava a fondo si trova il vuoto e ci si meraviglia dell'ingenuità emotiva a cui ci si era per un attimo affidati, altrettanto per Veltroni se si comprende nel fondo delle implicazioni ciò che dice, scopriamo qualcosa di molto pericoloso.
L'11 settembre - data forse non casuale - il Movimento Solidarietà pubblicò ( http://movisol.org/07news146.htm )questa mia riflessione che sotto vi riporto con l'invito di farla girare. In quello scritto pavento il rischio della deriva fascista. In quel momento pochi parlavano di fascismo, ma ora pare essere diventata una moda. In ogni caso non rifacciamoci ad approcci da "dolce incanto" per cui "no quelli erano tempi diversi, il fascismo oggi non può tornare". I movimenti dispotici, siano essi la dittatura di un impero romano, la dittatura napoleonica, i totalitarismi europei dei primi del '900, si presenta con nomi diversi ma con una stessa sostanza: trasformare le persone in bestie che devono ubbidire agli ordini di oligarchie più o meno visibili.
Da quell'11 settembre è sceso in piazza Grillo, e Bossi e Veltroni hanno esasperato, in direzioni diverse, i propri deliri.
Tutto ciò conferma ancor più che si sta preparando un movimento anti-costituzionale e dunque anti-democratico dove un po' tutti i fattori in campo giocano un ruolo più o meno consapevole.
L'attuale processo non può essere compreso se non si correla alla crisi finanziaria in corso, che le operazioni sporche delle banche centrali stanno ritardando negli effetti, sobbarcandone in primis le fasce più povere della popolazione mondiale. Questo è il motivo per cui i centri finanziari stanno orchestrando la confusione all'interno degli stati. Il pericolo che pavento non è valido solo per l'Italia. Lo scoramento attorno alla classe politica che qui tocchiamo con mano, lo si sta avendo un po' ovunque in Europa e negli Stati Uniti pure, da quello che mi dicono gli amici di quei luoghi.
Il mio invito per queste ridicole primarie - ricordo che il giocatore di tennis sta cambiando racchetta, sta acquistando la più bella sul mercato, ma il suo modo di giocare resta quello solito, ridicolo - è o di disertarle facendo venir meno ogni legittimazione popolare a Veltroni, o di votare i candidati secondari e terziari.
Il futuro non è scritto, ma può essere cambiato da quella dote umana che si chiama "atto di volontà" e la cui metafora più efficace è l'"Alzati e cammina!".
Se ritenete utile ad un futuro migliore queste mie considerazioni, vi invito a farle girare.

L’attuale programma del Partito democratico lascerà la porta aperta al fascismo

Il nascente Partito democratico rappresenterà per la storia politica italiana del dopoguerra, l’ultimo tentativo nominalmente democratico che resta all’oligarchia finanziaria, prima di riconsegnare il Paese a forze di governo fasciste che già da tempo oramai scaldano i motori incitando all’uso della violenza (calci nel sedere agli islamici, uso dei fucili), fomentando l’odio per l’altro (individuare nell’extracomunitario un problema sociale senza andare alla radice del problema di una politica economico-finanziaria globale centrata sulla speculazione, è parificabile all’idea nazista di identificare nell’ebreo la radice di tutti i problemi) e rifacendosi ad istanze populiste (secessione, sciopero fiscale, ecc.).

Quando parlo di forze di governo fasciste non mi riferisco all’altrettanto evanescente centro-destra[1] – altrettanto quanto il centro-sinistra – quanto a quei partiti che con elevata probabilità la prossima legislatura amplieranno in modo ancor più forte il proprio consenso grazie a proclami populisti che così bene attaccano nella gente quando si sente senza un’autentica via d’uscita. Questi partiti si troveranno la strada spianata dalle attuali politiche del centro-sinistra ed in particolare da quelle che oramai possiamo inquadrare come espressione del programma del Partito democratico italiano.

Le lettera pubblicata da Repubblica da quello che sarà lo scontato leader del Pd, il sindaco di Roma Walter Veltroni, referenzia chiaramente come con esso non cambierà assolutamente nulla nella politica italiana, ma anzi verrà ancor più esasperata la concezione oligarchica ed antirepubblicana di gestione dello Stato.

Riflettiamo sulle due seguenti affermazioni di Veltroni: 1 - “ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio”; 2 - “le risorse per la spesa in conto capitale? Anche qui non potremo contare su aumenti tributari. Occorre sempre più ricorrere a schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi e, per la parte pubblica, a nuove politiche del patrimonio. O si gestisce questo patrimonio in modo da ricavarne le risorse necessarie per pagare una quota significativa degli interessi sul debito. O si adottano soluzioni per un'alienazione parziale e selettiva di questo patrimonio, garantendo la piena tutela dei beni culturali e ambientali.

Siamo di fronte al solito approccio contabilista e riduzionista dimentico della funzione sovrana che solo ad uno Stato può spettare, dell’emissione di linee di credito pubblico ex nihilo[2] strategicamente dirette.

Le esperienze storico-politiche che hanno saputo incidere in modo determinante e duraturo, gli Stati Uniti su tutti, si sono rifatte ad un modello costituzionale centrato sul credito pubblico e non sul denaro di pochi potenti privati arbitri, con le loro voglie, del gioco della vita di interi popoli. Nel primo caso siamo di fronte ad una Repubblica, nel secondo caso ad un’oligarchia. Veltroni pare conoscere soltanto questa seconda esperienza, e ad essa obbedire: “schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi”, e per la parte pubblica tagliare da una parte e destinare ad un’altra: “nuove politiche del patrimonio”.

Siamo dunque di fronte alla solita solfa che da oltre trent’anni ci viene propinata, espressione della più bassa forma di arte dello Stato. Le idee sono sempre quelle e gli uomini sono sempre quelli.

L’odore di speculatori come George Soros e Felix Rohatyn, e dei loro schemi corporativi nel Partito Democratico USA, lo si sente forte.

Gli stessi leaders del Pd cominciano ad avvertire la puzza di fascismo dietro l’angolo – si vedano le dichiarazioni del ministro Amato e dello stesso Veltroni, della settimana scorsa – , ma non ne colgono in pieno i crismi o meglio li colgono solo laddove ciò non voglia dire scontrarsi con l’oligarchia finanziaria. Non si arriva al fascismo perché dei lavavetri innervosiscono ab origine gli spensierati cittadini ed a ciò non si dà risposta. Vi si arriva perché il cittadino ridotto allo stremo delle forze da immorali politiche economiche e sociali dei governi (distruzione dei posti di lavoro in seguito a delocalizzazione produttiva, distruzione reale della piccola impresa come prodottasi in seguito al primo decreto Bersani sulle liberalizzazioni d. lgs. 114/98, distruzione del tenore di vita reale conseguente all’inondamento arbitrario di liquidità ed alla riduzione delle produzioni, aumento della imposizione fiscale diretta e venir meno della progressività; trasformazione dei mezzi di formazione culturale latu sensu intesi in mezzi d’intrattenimento sensuale) non ha più niente da perdere.

Il (nuovo) nome della pace è sviluppo! e la continua distruzione dell’economia reale (contesto infrastrutturale, welfare, potere di acquisto reale) prodotta dalle politiche liberiste e finanziariste è un’offesa all’appello che fu di Paolo VI.

In generale tutti i leaders del Pd, continuano a parlare di “riforme” tutte centrate sulla deregulation e dunque sull’arretramento del ruolo dello Stato nell’economia, continuando dunque sulla infame strada dello stravolgimento del dettato costituzionale. Con queste riforme essi garantiscono soltanto un’ulteriore accelerazione della svolta reazionaria (consegna delle attività produttive sotto controllo pubblico alle oligarchie finanziatrici sotto gli accattivanti nomi di privatizzazione, liberalizzazione, riforme a vantaggio del cittadino-consumatore; riduzione delle tutele lavorative; tagli alla sanità, al sistema previdenziale ed a quello dell’istruzione) divenuta forte già durante i primi anni ’90, ma le cui radici prime sono riconducibili al periodo che va dall’omicidio Mattei all’omicidio Moro.

Quel quindicennio, in un’immaginaria dinamica parabolica segna la svolta al ribasso – ribasso tuttora in corso e che si concluderà soltanto con la riscoperta della cultura di governo del periodo 1948-1962 – del ciclo rinascimentale post-bellico caratterizzato dalla riscoperta dei principi umanistici di giustizia, libertà (non gli attuali arbitrio dei pochi e intemperanza dei molti) e solidarietà quali manifestazioni più dirette di una cultura per la verità e per l’altro. Il periodo 1948-1962 rappresenta il periodo della storia politico-economica italiana su cui maggiormente ha inciso l’influsso del sistema americano di economia politica, grazie alla magistrale applicazione che ne diede il Presidente Franklin Delano Roosevelt negli Stati Uniti. FDR ispirato dalla cultura per l’altro, ispirato da gli ultimi saranno i primi, rifondò la sbandata economia americana partendo dal forgotten man. Credito pubblico, infrastrutture pubbliche, sostegno all’impresa privata produttiva ed alla ricerca tecnologico-scientifica, lotta alla speculazione finanziaria – in particolare delle grandi famiglie bancarie – fondarono il rilancio dell’economia reale americana.

Il programma liberista e monetarista, grosso modo sostenuto da tutti gli inconsapevoli candidati alla segreteria del Pd, comporterà invece un ulteriore abbassamento del tenore di vita della popolazione. Già con l’attuale Governo di centro-sinistra, lo scoramento nel ceto medio e basso è divenuto tale da cominciare a renderli simpatizzanti di chi dà risposte decisioniste a prescindere. Quando chi si fa portatore delle istanze dei deboli si dimostra un bluff, ecco che per rivalsa si comincia a sostenere chi pare dare risposte immediate e dirette.

Il primo periodo post-bellico pose le basi fondamentali per le conquiste nel campo dei diritti sociali ed in particolare del lavoro, del successivo periodo Mattei-Moro, ma in quello stesso periodo venivano gettati i semi della successiva svolta – oggi definibile come reazionaria – le cui radici culturali però vanno ben oltre il reazionismo. Ribadisco che l’immagine che di quel periodo si deve avere è quella della parte alta, grossomodo orizzontale, di una parabola discendente, come ad essere espressione del contrapporsi di una fase ascendente verticale e di una discendente verticale. Quest’ultima è espressa nel concreto da una cultura edonista-esistenzialista centrata sulla messa in libertà di una sottocultura della voglia che ha prodotto un sistema culturale dove le persone non hanno capacità di opporsi, decidendo, alla progressiva distruzione delle conquiste precedentemente fatte.

La fase che stiamo vivendo, è quella della svolta ribassista dell’immaginaria parabola discendente, entrata in una fase di primaria accelerazione non ancora pienamente manifestatasi. La conclusione di questa fase la si avrà col ritorno di sistemi politici dispotici a cui le porte verranno aperte dall’ulteriore insoddisfazione generata dalle politiche reazionarie che il Pd intende proporre per soddisfare le esigenze dei propri finanziatori.

Ovviamente un processo di tale tipo è visualizzabile solo se si va oltre la facciata di comodo delle generiche dichiarazioni fatte dai leaders.

Coloro che in questo momento si stanno facendo portatori delle istanze di difesa dello Stato sociale non possono essere definiti conservatori nell’accezione negativa del termine, tuttalpiù “difensori statici” delle conquiste prodottesi grazie al processo di ricostruzione 1948-omicidio Moro.

Queste forze di difesa dello Stato sociale se hanno compreso che il tentativo iperliberista, in campo economico e più in generale a livello culturale, del Pd, abbasserà ancor più i tenori di vita della maggioranza della popolazione italiana a solo vantaggio di una sempre più ristretta oligarchia finanziaria (nazionale e soprattutto internazionale), non hanno però compreso quali siano le politiche che impediscono tale scenario.

Abbiamo bisogno di una “difesa dinamica” invece che statica del welfare.

Il presidente Prodi ha parlato di agganciamento alla ripresa dell’economia. Ma a cosa si riferisce? A quella drogata delle borse o a quella dell’economia reale americana ed europea prossime ad implodere? Il presidente Prodi ha avuto anche l’ardire di affermare che ora il problema della quarta settimana non esiste più. Grazie a cosa, all’aumento di 30 euro delle pensioni più basse, oppure allo scoppio autunnale dell’inflazione sui generi alimentari e di prima necessità generato dalle politiche pro-speculative ed anti-produttive di Bce e Fmi?

I leaders del Pd parlano di “crescita” ma si mantengono sui binari della cultura economica che sino a qui ci ha portato nell’ultimo trentennio: liberismo finanziarizzato, nel senso di finanza che domina l’economia ed economia che domina la politica.

Si impone invece un’autentica svolta culturale, politica ed economica che ribalti completamente questo sovversivo ordine degli strumenti a disposizione.

Se non si rimetteranno a fuoco i concetti di verità, di bene comune e di economia fisica la parabola ribassista determinatasi non potrà svoltare al rialzo.

Ecco che allora il sistema culturale deve tornare a radicarsi sul vero e non sul comodo. A questo proposito la corretta utilizzazione dei mass media, ed il coraggio della politica di dire il vero, sono nodali.

Il sistema politico deve tornare ad essere repubblicano e non oligarchico, strumento per il bene comune e non per la soddisfazione dell’interesse di chi finanzia le campagne elettorali. Dunque il vero sovrano deve tornare ad essere il bene del Popolo e non i potenti amici che sostengono la propria carriera politica.

Il sistema economico deve tornare ad essere strumento di emancipazione generalizzata degli uomini dal fare bassamente specializzato ed espressione delle più alte capacità cognitivo-creative che solo l’uomo è in grado di manifestare nell’universo.

In merito a quest’ultimo punto, tale obiettivo può essere raggiunto aumentando la capacità produttiva procapite e per chilometro quadrato, grazie allo sviluppo tecnologico-scientifico, sia nel settore dei generi alimentari che di altro consumo (strumentali e di consumo). Per raggiungere un obiettivo di questo genere non ci si può affidare, alla Sarkozy, “alla maturità ed al senso di responsabilità” di chi può investire, piuttosto ci si deve rimettere allo Stato sovrano che altro non è se non il principale strumento di uomini tra loro coalizzati per migliorare le proprie condizioni economiche e morali. Col ritorno al credito pubblico da destinare ad una costante infrastrutturazione tecnologicamente sempre più avanzata, disponibile a tutti, e alla ricerca tecnologico-scientifica, si hanno tutti gli strumenti per riscoprire ciò che già nel dopoguerra anche in Italia si fece, migliorando le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini.

Il nemico da combattere è il liberismo-monetarista; il modello a cui rifarsi è Franklin Delano Roosevelt e l’odierna applicazione che ne dà il leader americano Lyndon LaRouche. Non è dunque un problema di destra o sinistra, ma di politiche filo-oligarchiche e di politiche repubblicane. I germi del liberismo (o mercatismo, per dirla con Tremonti) e del monetarismo sono presenti in entrambi gli schieramenti dell’arco parlamentare, così come in entrambi gli schieramenti sono presenti gli anticorpi per la svolta. Grazie a LaRouche ed al Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà qui in Italia, le radici per questa svolta sono seminate e passano per il dialogo avviatosi tra il sottosegretario Gianni (Rifondazione comunista), il sottosegretario Lettieri (Margherita) e l’on. Tremonti (Forza Italia).

Claudio Giudici

rappresentante del Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà www.movisol.org



[1] In realtà, uno degli esponenti primari del centro-destra, l’ex ministro Giulio Tremonti, aveva provato a muoversi all’interno delle maglie del monetarismo impostoci dalla normativa comunitaria. Gli espedienti erano stati vari, ma catalogati sotto la definizione sprezzante di “finanza creativa”. In effetti la forma delle iniziative prese dall’on. Tremonti poteva anche essere nominata come “creativa”, ma, se si riesce a comprendere la effettiva e nefasta portata del monetarismo e del liberismo, la direzione sostanziale che con quelle si andava a prendere era sicuramente anti-oligarchica e filo-repubblicana.

[2] Uso non a caso la dizione “ex nihilo” in quanto utilizzata dal premio Nobel per l’economia Maurice Allais riferendosi all’attuale sistema monetario internazionale come fondato, formalmente dal 15 agosto 1971, sull’emissione arbitraria e dal niente di denaro da parte di quei consorzi di banche private che sono le banche centrali. I salvataggi degli istituti di credito operati nei giorni scorsi con l’imperversare dei fallimenti e dei crolli di borsa detonati dalla crisi dei mutui sub-prime, è tutta lì a dimostrare l’affermazione di Allais.

In riferimento al credito pubblico, l’uso della dizione “ex nihilo” è rinvenibile negli scritti della rivista Cronache sociali facente capo al gruppo dei dossettiani alla fine degli anni ’40.

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