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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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5 settembre 2009

Tremonti/Prometeo o Draghi/Dioniso?

 Per visualizzare in formato video: http://www.youtube.com/watch?v=_oseSrk39FE

Mentre le prime pagine dei giornali, senza più alcuna attenzione ad una forma che ne mimetizzi gli autentici scopi, operano da artiglieria pesante in uno scontro tra clan contrapposti, la vera partita che va sviluppandosi nel dietro le quinte è relativa a due diversi modi di guardare alla natura umana. Da un lato la concezione prometeica, dall'altro quella dionisiaca. Da un lato dunque l'idea del progresso, di un uomo che trova nella capacità di ragione cognitivo-creativa, nel lavoro produttivo, nel lavoro altamente specializzato, il mezzo per manifestare nel modo più profondo la propria natura; dall'altro, invece, un uomo che è un accidente della natura, un elemento esogeno, la cui più utile manifestazione si esaudisce con i piaceri e del quale debbono essere limitate le pretese predatorie da parte di qualche illuminato. Da un lato abbiamo dunque una visione funzionale all'idea di repubblica, dall'altro una concezione oligarchica e feudale.


 

Tutto questo si traduce dal punto di vista della strategia politica in uno scontro tra i fautori dell'economia produttiva, espressione di una sempre più elevata capacità umana di relazionarsi con l'universo, ed i fautori dell'economia finanziaria come fulcro di una moderna economia, dove si possa creare ricchezza a prescindere dalle reali capacità produttive del sistema. Questo scontro si manifesta in Italia al suo massimo livello istituzionale nei continui botta e risposta tra il ministro dell'economia Giulio Tremonti ed il governatore della Banca d'Italia, nonché presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi. Che il vero scontro si giochi qui, ce lo fa capire anche la convulsa ricostruzione di Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica scorsa su La Repubblica, con cui interviene sì nel caso “Feltri-Boffo”, ma solo dopo aver dedicato la metà iniziale della sua riflessione ai continui attacchi di Tremonti agli economisti “sistemisti” ed ai banchieri. Quest'ultimo ha l'indubbio merito di aver portato al maggior livello di cassa di risonanza possibile quelle tematiche che il nostro movimento grazie all'opera intellettuale e politica di Lyndon LaRouche denuncia da circa quarant'anni. Ed è proprio, infatti, tra la fine degli anni '60 ed i primi anni '70 che vengono piantati i semi di un'economia sempre più speculativa, in particolare quando tra il 1968 ed il 1973 si perfezionò la caduta del sistema valutario a cambi fissi di Bretton Woods. Quello a cui abbiamo assistito è stato un progressivo processo di deindustrializzazione e deinfrastrutturazione, dai paesi in via di sviluppo a quelli del cosiddetto “primo mondo”, accompagnato da una crescita esponenziale dei titoli puramente speculativi, non rappresentativi di ricchezza reale. E siamo dunque arrivati alla situazione di crack finanziario dell'ultimo biennio, che appunto non è una crisi dei mutui subprime come inizialmente media ed osservatori riportavano, ma una crisi di tutto il sistema. Questa crisi non sarà finita, e tornerà ad aggravarsi, finchè non saranno estirpate le radici dell'economia speculativa e ricostruito un sistema centrato sulla produttività tecnologicamente avanzata.

Allo stato attuale possiamo giudicare con buon livello di approssimazione quale delle due parti contendenti possa essere funzionale al bene comune, e quale invece sia funzionale all'oligarchia finanziaria.

Mario Draghi ha ricoperto durante il decennio 1991-2001 il centrale ruolo di direttore generale del Tesoro sotto i Governi Ciampi, Dini, Amato, Prodi, D'Alema ed i pochi mesi del primo Governo Berlusconi, ed è stato presidente del Comitato Privatizzazioni. Le privatizzazioni1 delle imprese pubbliche di Stato sono state giustificate in più modi: la necessità di abbassare il debito pubblico (ciò avvenne per circa l'8%); la necessità di rendere più competitiva la nostra imprenditoria (ma in realtà oltre a qualche settore in seria difficoltà come quello siderurgico, che resta in seria difficoltà anche sotto i privati, si pensi a Lucchini, furono dismesse perle dell'impresa pubblica come Imi, Credit, Comit, Eni, Telecom, ecc.); si parlò – e questa è la più bella! – di consentire la diffusione dell'azionariato popolare nelle aziende di Stato, ma in realtà come riportato dallo studio parlamentare del 2000, solo un terzo delle quote sociali di quelle aziende è finito in mano ai piccoli risparmiatori. In breve, si trattò dunque di una grande operazione di trasferimento di ciò che era in mano pubblica ad un ristretto oligopolio di finanzieri che si arricchì in modo osceno nel giro di poco tempo. Una delle operazioni più clamorose fu quella che vide come beneficiario l'ing. De Benedetti, editore de L'Espresso e di La Repubblica, il quale si avvantaggiò della svendita delle linee telefoniche delle Ferrovie dello Stato per 750 miliardi di lire, per poi rivenderle qualche mese più tardi a Mannesmann per 14mila miliardi di lire!

Quella politica cosa ha prodotto per l'interesse dei cittadini? Dopo quasi un ventennio dall'avvio delle politiche di Maastricht ed un decennio dalla fine di quella stagione di privatizzazioni, ci ritroviamo oggi con il rapporto pil/debito pubblico tornato ai livelli pre-Maastricht, con una capacità produttiva nazionale in costante decremento dagli anni '70 (senza che in questi anni vi sia stato alcun accenno di ripresa, tanto è stato inutile il processo di privatizzazione!), i livelli di occupazione crollati nuovamente mentre erano stati fittiziamente fatti risalire grazie alle politiche di deregolamentazione mondiale del mercato del lavoro, producendo posti di lavoro sottopagati a cui pure il secondo Governo Berlusconi aveva optato di adeguarsi, ed infine un'inflazione reale (data dal rapporto tra crescita dei prezzi al consumo e crescita delle retribuzioni da lavoro) alle stelle. Tutto tornato come prima dunque? Sì, ma con l'aggravante che nel frattempo lo Stato non possiede più le numerose aziende produttive che aveva e che gli permettevano di mantenere il sistema di welfare che nell'ultimo ventennio è stato progressivamente disintegrato.

Oggi siamo al punto in cui il ministro dell'economia decide di aiutare il sistema bancario nel legittimo limite di un ritorno che questi aiuti devono avere sull'economia reale. Tuttavia, questa politica sarà monca finchè gli Stati Uniti non decideranno di seguire, in accordo con Cina, Russia ed India (che sarebbero già pronte per farlo), le proposte di LaRouche: 1) un procedimento di riorganizzazione controllata di tutto il sistema – la moratoria di cui parla Tremonti cioè – , annullando tutti i titoli speculativi tossici che sono stati salvati dai rifinanziamenti attuati da molti Stati, Usa compresi; 2) solo dopo questo primario passo sarà possibile creare un nuovo sistema finanziario e monetario internazionale a cambi fissi, una Nuova Bretton Woods; 3) l'avvio di politiche infrastrutturali ed industriali che riportino il lavoro altamente qualificato, come massima espressione delle capacità umane, al centro dell'organizzazione intra ed inter-statuale, in sostituzione dell'attuale sistema che premia chi sa speculare.


 

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà
www.movisol.org


 

7 luglio 2009

Se Goldman Sachs fotografa Berlusconi ...

 
E' in atto un'operazione coperta contro Berlusconi-Tremonti. Si tratta della ripetizione di quell'operazione che già scoppiò intorno a Clinton a fine anni '90. Oggi come allora, è il “fattore LaRouche” a rendere necessarie operazioni multilivello che passano dai media ai tribunali, dai servizi segreti deviati alle accompagnatrici, di modo da screditare, delegittimare, privare di autorevolezza ogni volontà politica riformatrice dell'attuale ordine finanziario internazionale alla luce di un principio di giustizia che riporti le Nazioni verso un'epoca di sviluppo e di pace. Infatti il ministro Tremonti, che è allo stato attuale una delle personalità più ascoltate in Europa, sostiene la Nuova Bretton Woods, il progetto per un nuovo sistema finanziario internazionale che Lyndon LaRouche propose nel febbraio del 1997 e che Bill Clinton e il Segretario al Tesoro Robert Rubin presero in considerazione qualche mese più tardi. Ecco che mentre Bill Clinton vide inibita ogni sua capacità politica con lo scandalo Lewinsky, l'Italia rischia di subire oggi il medesimo destino, in un 2009 durante il quale ricoprirà il ruolo di presidente del G8.


 

I vizietti di Berlusconi … e gli altri?


 

Un cittadino dotato di un minimo senso critico, seppur all'oscuro di una serie di elementi la cui conoscenza è necessaria per comprendere a fondo il recente “caso Berlusconi”, dovrebbe chiedersi del perchè di questa pioggia di notizie (caso Noemi, caso Mills, caso D'Addario ) intorno al Primo ministro italiano in questo preciso momento. La risposta più immediata potrebbe essere quella della importante fase pre-elettorale appena conclusasi in Italia. Ma in realtà vi è molto di più. Vi è molto di più perchè al “caso Berlusconi” hanno partecipato in primo luogo i media internazionali. Da Repubblica, a El Pais, alla Bbc, alla Cnn, si tratta di una rete mediatica legata ai circoli bancari londinesi, ed a personaggi a questi legatissimi come Carlo De Benedetti, George Soros, Ted Turner. Anche i “moralizzatori”, quelli che ce l'hanno con la politica, come Di Pietro e Grillo per esempio, sono complici di questi circoli. Non è un caso per esempio che Grillo durante uno spettacolo dell'inverno del 2003, definì il megaspeculatore George Soros ed il magnate dei media Ted Turner, come modelli di capitalismo etico. Tanto sono “etici” che entrambi aderiscono alle tesi neomaltusiane (per la riduzione della popolazione mondiale)1.

La cittadinanza dovrebbe dunque quanto meno prendere le distanze da una operazione che è un palese tentativo di condizionare la sovranità politica italiana da parte di forze private nazionali ed estere.

In Italia il sexygate intorno al Presidente Berlusconi ha rappresentato l'ancora di salvataggio a cui è ricorso il potentato finanziario dietro al Gruppo L'Espresso per impedire la disintegrazione della creatura politica che sponsorizzano, il Partito Democratico. L'attuale leader del PD, l'on. Dario Franceschini, invece di prendere le distanze da questa evidente operazione sporca, vi si è buttato a capo fitto. Eppure di storie di questo tipo l'ambiente politico ne è pieno zeppo. Dai viaggi in Thailandia per turismo sessuale di un dirigente del centro-sinistra, al sesso orale che un ex candidato alla Presidenza del Consiglio praticava durante il suo tirocinio politico con un anziano attivista radicale, alla tresca tra la moglie di quello ed un ex Presidente della Repubblica, ai festini omosessuali nelle saune romane di un leader ambientalista, agli avvistamenti di coloro che sono alla ricerca di transessuali, a quelli trovati in flagrante con prostitute e cocaina, in tutto il mondo politico situazioni criticabili dal punto di vista morale (alcune delle quali anche legalmente perseguibili) sono conosciute dagli addetti ai lavori. Il Giornale recentemente, per tutelare il proprio dominus, ha rispolverato una non molto vecchia inchiesta archiviata sul nascere, datata 1999, che coinvolgeva in uno scandalo di escort ospitate nei palazzi di Stato, uomini vicini all'on. D'Alema e per cui quest'ultimo ha querelato il quotidiano. Il tacito accordo tra gli schieramenti, è che di queste cose non se n'ha da parlare poiché ognuno nell'armadio ha i propri scheletri. Il fatto che il Gruppo L'Espresso sia intervenuto in modo così massiccio su tali fatti, la racconta lunga in merito all'attuale incapacità della dirigenza di centro-sinistra di fare politica, individuare issues che non le si ritorcano contro (il caso Sky o l'attacco al Governo per l'istituzione del controllo prefettizio sulle banche che accedono ai Tremonti bond, insegnano).

Dunque, il dato politico principale della faccenda è che il PD si trova ad un livello di pochezza ideale da farsi dettare l'agenda politica dal gossip di Repubblica piuttosto che fare politica intorno a questioni fondanti. Tuttavia tra queste questioni fondanti vi è la riforma del sistema finanziario internazionale che il Governo Berlusconi non riesce a portare avanti a livello di G8 o G20 – ma allora qui si dovrebbe rivolgere un duro atto di accusa verso Gordon Brown! – ; la questione del flusso creditizio che non arriva alle banche – ed allora qui si dovrebbe dar ragione a Tremonti quando decide di istituire il controllo prefettizio sulle banche, invece che invocare il “trascendentale” principio dell'indipendenza delle banche! – ; la questione Alitalia, che era opportuno tenere in mano pubblica e rifinanziare – ma allora qui invece che rivolgere un j'accuse al Governo lo si dovrebbe rivolgere alla legislazione europea! – . Ed infatti, le inefficienze dell'attuale Governo mettono alla luce le lacune del patrimonio ideale dell'attuale PD e del ventennale conformarsi della sua dirigenza all'ideologia liberista, a quella della globalizzazione finanziaria, a quella dell'Impero britannico. Si tratta di un vero e proprio tradimento di quello che dovrebbe essere il patrimonio genetico del Partito Democratico, così come si espresse durante l'era di Franklin Delano Roosevelt, in quanto esperienza decisiva dal punto di vista storico, sia sul fronte economico che sul fronte delle relazioni internazionali. Da ciò se ne evince che o gli attuali dirigenti del PD trovano il coraggio di dire che negli ultimi vent'anni hanno fatto una serie di errori sia a livello ideale che a livello pratico, oppure questa dirigenza, onde evitare di portare alla distruzione un'intera tradizione politica, deve essere sostituita da una generazione più giovane che non si porta sulle spalle il pesantissimo fardello di un patrimonio culturale e politico fallimentare. Potrebbe veramente essere giunto il momento di un passo di questo genere. Amministratori locali tipo il neo-sindaco Matteo Renzi a Firenze o il neo-consigliere comunale Nicola Oliva a Prato, se lasciati lavorare senza incompetenti cappelli gerarchici e culturali (liberismo ed ambientalismo in particolare) hanno tutto il potenziale per far risollevare il PD.


 

La presidenza del G8 all'Italia dietro al sexygate


 

Così Repubblica si è avvantaggiata delle operazioni sporche di Antonello Zappadu e di Patrizia D'Addario – su cui la magistratura dovrebbe aprire un'inchiesta per verificare se appartenenti o comunque vicini ai servizi segreti deviati – , mentre il PD si è avvantaggiato dell'inchiesta di Repubblica. A livello elettorale tutto ciò è costato in termini di voti quasi dieci punti percentuali al PdL, ma ha fatto riguadagnare al PD ben pochi punti percentuali rispetto ai minimi di consenso a cui veniva dato.

Ma a queste vicende è stato dato un eco internazionale, mentre appunto l'Italia per questo 2009 riveste il ruolo di presidente in seno agli incontri del G8. Se L'Italia non avesse rivestito questo ruolo, il grande eco internazionale dato al sexygate di Berlusconi non vi sarebbe stato. Ma invece Berlusconi si è scelto come superministro dell'Economia un personaggio un po' eccentrico come Tremonti, che nonostante sia un uomo fedele alla politica del premier, gode trasversalmente della simpatia e del rispetto di gran parte dei politici e dei cittadini italiani. E per l'oligarchia finanziaria la pericolosità del Governo Berlusconi risiede in particolare nel Giulio Tremonti che parla di valori e di morale, che parla di legge e politica sovraordinata ai desiderata dei banchieri, che partecipa ad incontri pubblici con Lyndon LaRouche, che non perde occasione per ricordare che il problema di fondo dell'attuale fase storica non sono le liberalizzazioni o la riforma delle pensioni – tutta roba che bastona lavoratori e pensionati per dare nuovi aiuti agli speculatori – quanto il magnetismo esercitato dai prodotti speculativi sulle banche e la parallela allergia che hanno verso l'economia reale.

Le cose che LaRouche sostiene, con la crisi finanziaria ed economica in corso fanno sempre più breccia anche tra chi finora credeva di poter fare politica accettando che la questione della sovranità creditizia e monetaria potesse essere lasciata alle autorità finanziarie ed ai banchieri. Se queste divengono oggetto di discussione tra più leader nazionali, l'oligarchia finanziaria rischia di ritrovarsi in serie difficoltà. E allora, anche per rifarsi all'articolo di Lodovico Festa comparso su Il Foglio del 30 giugno che centra piuttosto bene il punctum dolens di tutta la questione, il problema non è tanto ciò che ha fatto o detto sinora Tremonti, quanto il processo che egli potrebbe mettere in moto2.

Il dato comune di questo sexygate con quello che riguardò Bill Clinton nel 1998, è che oggi come allora sul tavolo di discussione di chi ricopre un ruolo che potrebbe essere cruciale per la storia, vi è la proposta di Nuova Bretton Woods di LaRouche. LaRouche di fatto è vittima di ostracismo, diffamazioni e menzogne da circa quarant'anni, ma la capacità del suo movimento politico di far arrivare le sue idee ai piani alti della politica mondiale è assai efficace. Di fatto i sexygate hanno la capacità di delegittimare agli occhi altrui, e di inibire la capacità propositiva di chi è fautore di proposte concettualmente complesse, che rompono con gli schemi a cui si è abituati.


 

Dove la globalizzazione ha già distrutto vince il PdL; dove la globalizzazione ha da finir di distruggere vince il PD


 

Contestualizzato lo scenario strategico, si può sviluppare qualche considerazione in merito alle elezioni amministrative appena concluse in Italia.

Il fatto che il nord industriale propenda per PdL e Lega Nord trova causa nelle capacità distruttrici e predatorie della globalizzazione finanziaria. Non si tratta del semplice sostegno della classe imprenditoriale (una piccolissima minoranza dell'elettorato) al centro-destra, ma anche dello stesso mondo del lavoro dipendente appartenente al settore industriale.

Le recenti elezioni amministrative danno ulteriore conferma di ciò, se pensiamo che la industriale Prato, governata dalle forze di sinistra da oltre sessant'anni, è stata espugnata dal PdL, mentre nella Firenze del terziario non globalizzato si è confermato nuovamente il centro-sinistra di Matteo Renzi. In sostanza gli ambienti industriali, artigianali e del commercio, vittime del liberismo economico e della globalizzazione, riconoscono nel centro-sinistra la causa del loro malessere. Gli ambienti del lavoro ben protetto dalla concorrenza, pubblica amministrazione e assicurativo-finanziario, invece, ancora non vittime del processo messo in moto dalla globalizzazione, propendono per il centro-sinistra.

Tuttavia queste tendenze esauriranno presto la loro efficacia, in quanto i processi liberisti intrinseci alla globalizzazione distruggono in una prima fase il settore agro-industriale e del terziario liberalizzato, ma in una seconda fase distruggono anche quelli protetti che in ogni caso dal settore primario dipendono. Dunque, il centro-sinistra continuando ad arroccarsi sulle istanze del liberismo economico, perderà pure le ultime roccaforti, a prescindere stavolta da nuovi scandali che scoppino pur con tempismo intorno al premier Berlusconi. Sia chiaro a questo proposito che qui non si prendono le difese di Berlusconi – il quale potrebbe avere abitudini sessuali ancor più disinibite rispetto a quelle che Repubblica ha voluto far intendere – quanto il fatto che esse vengono artatamente strumentalizzate per condizionare la sovranità nazionale italiana.

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1Il 5 maggio alcuni tra i più ricchi personaggi del mondo si sono riuniti segretamente a New York. Tre settimane dopo, la notizia è finita sul Sunday Times, in un articolo di John Harlow intitolato "Club di miliardari si adopera per ridurre la popolazione", che ha anche rivelato l'ordine del giorno. La riunione sembra essere stata convocata su iniziativa di Bill Gates, l'uomo più ricco del mondo secondo Forbes e fondatore di Microsoft, dal numero due sulla lista di Forbes Warren Buffett (il quale ha versato 31 miliardi di dollari alla Fondazione Bill e Melinda Gates) e da David Rockefeller, [...]. Oltre a questi tre personaggi, alla riunione segreta erano presenti il sindaco di New York Michael Bloomberg, il famoso speculatore George Soros, il cofondatore del Blackstone Group Peter G. Peterson (tra i promotori dei tagli alla sanità pubblica), l'ex manager di hedge fund Julian H. Robertson Jr., l'ex presidente della Cisco Systems John Morgridge con la consorte Tashia, David Rockefeller Jr. e i magnate della comunicazione Ted Turner e Oprah Winfrey. "Inizialmente, i partecipanti si sono rifiutati di rivelare dettagli sulla riunione, durata cinque ore, citando un accordo per proteggerne il carattere confidenziale", ha riferito il Times. Apparentemente si è cominciato con un intervento di quindici minuti in cui ciascuno ha perorato la propria "causa" particolare. Poi a cena, secondo John Harlow, "prendendo spunto da Gates, hanno tutti concordato che la sovrappopolazione" fosse la "causa-ombrello" che abbraccia ogni altra preoccupazione. La seduta è stata talmente "discreta" che alcuni collaboratori dei miliardari credevano che il loro boss partecipasse a un "briefing sulla sicurezza". Un partecipante ha affermato che c'è stato consenso sull'appoggiare una strategia "per combattere la crescita demografica in quanto minaccia ambientale, sociale e industriale potenzialmente disastrosa". I governi sono stati giudicati incapaci di scongiurare il disastro incombente. Secondo ABC News, "La riunione ha ricordato quelle che si tenevano nello studio di J.P. Morgan, in cui si ritrovavano i più importanti finanzieri americani per discutere come i cittadini privati potessero fermare il panico economico". (Fonte EIR – Strategic Alert edizione italiana, n. 23, 4 giugno 2009).

2Il Financial Times del 9 aprile 2008, in un articolo di Tony Barber, che nello Strategic Alert n. 16 del 17 aprile 2008 segnalammo, in merito a Tremonti (in quel momento solo papabile ministro dell'Economia) sosteneva: “Quindi consideriamolo come un uovo di serpente che, schiuso, diverrebbe, secondo la sua natura nocivo, e uccidiamolo nel guscio”.


Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà

25 marzo 2009

Lord Malloch-Brown deve essere escluso dai lavori del vertice G20 a Londra!

 Appello urgente ai governi del G20:

Lord Malloch-Brown deve essere escluso dai lavori del vertice G20 a Londra!

18 marzo 2009

È con grande preoccupazione che noi, leader dei movimenti politici associati all'economista e leader democratico Lyndon LaRouche, lanciamo il presente appello ai governi del G20, ed in particolare al Presidente americano Barack Obama.

A meno di 20 giorni dal vertice G20 a Londra, che doveva far procedere i fatti ai principii adottati al primo vertice del G20 che si tenne il 15 novembre 2008, a che punto siamo? I capi di stato si sono impegnati ad andare oltre le misure prese per "sostenere l'economia globale e stabilizzare i mercati finanziari" gettando "le basi di una riforma che faccia sì che una crisi globale, come quella attuale, non si ripeta".

Il comunicato finale dell'incontro dei ministri delle Finanze del G20 che si è tenuto a Horsham il 1 marzo, in preparazione del vertice di Londra, non affronta tuttavia il compito urgente di dar via ad una procedura di riorganizzazione fallimentare nei confronti dei trilioni e quadrilioni di titoli tossici, procedura senza la quale l'economia non potrà mai riprendersi. Non si fa alcuna menzione di quel nuovo sistema finanziario, quella Nuova Bretton Woods, che dovrebbe sostituire quello ormai fallito; invece il comunicato ribadisce l'impegno al tipo di politica disastrosa che terrà in piedi il sistema che ha causato la crisi, rifinanziandolo e aumentando le risorse al Fondo Monetario Internazionale, e i pacchetti di stimolo verranno attuati con un'espansione monetaria iperinflazionistica.

Tuttavia, quello che scredita il vertice e va visto come un tentativo di sabotare qualsiasi sforzo di sostituire l'attuale sistema speculativo in bancarotta con un nuovo ordine economico più giusto è la decisione di incaricare Lord Mark Malloch-Brown, ministro britannico per il Commonwealth, dell'organizzazione del vertice G20.

I sottoscritti, i cui moniti sull'imminente crollo del sistema ed a favore di una Nuova Bretton Woods nella tradizione di Franklin Delano Roosevelt risalgono ai primi anni Novanta, prima che ne parlasse chiunque altro, dichiarano che affidare tale compito a Malloch-Brown, che deve tutta la sua carriera al megaspeculatore George Soros, è un insulto a tutti i membri del G20.

Portavoce dei principali interessi della City di Londra e di Wall Street, Soros è l'emblema di tutto ciò che c'è di sbagliato in questo sistema finanziario. Nel 1992 e 1993 fu lui a condurre l'attacco speculativo contro la sterlina, il franco e la lira che mandò in rovina il Sistema Monetario Europeo. Nel 1997 provocò la crisi finanziaria asiatica speculando contro il baht e il ringgit. Soros è inoltre a capo della campagna internazionale per legalizzare la droga nello stesso momento in cui, come ha denunciato recentemente Antonio Maria Costa, direttore dell'Ufficio ONU contro la Droga e la Criminalità, i finanzieri in crisi cominciano a usufruire dei proventi della droga per sopravvivere. Inoltre, è tristemente famoso per aver organizzato campagne di "cambiamento di regime" in paesi che non erano sotto il dominio dell'oligarchia della City di Londra e Wall Street, tra cui alcuni membri del G20.

Mark Malloch-Brown e George Soros collaborano strettamente dai primi anni Novanta. Quando viveva a New York in qualità di vicepresidente della Banca Mondiale, Soros fece affittare per Brown una villa vicina alla sua. Nel 2004, entrambi coordinarono gli aiuti alla rivoluzione delle rose di Saakashvili in Georgia. Nel maggio 2007, Malloch-Brown è stato nominato vicepresidente del Quantum Fund di Soros e del suo Open Society Institute, il vero centro delle Fondazioni Soros che operano in 60 paesi!

Benché Lord Malloch-Brown si sia dimesso da questi incarichi con Soros quando è entrato a far parte del governo britannico nel 2007, non è accettabile affidare la riforma di un sistema la cui bancarotta minaccia la vita di miliardi di persone, al vicepresidente di un fondo che ha sede nelle Antille olandesi, i cui profitti speculativi sono aumentati del 4.200% dal 1973 al 1980, o a chiunque abbia un profilo simile al suo. Esigiamo dunque che, per dar prova della loro buona fede, il governo britannico ed altri funzionari del G20 gli tolgano questo incarico e lo affidino a qualcun altro.

Nel 1933 Franklin Delano Roosevelt, che si batteva contro i disastri di una depressione provocata da quello che correttamente percepiva come il capitale finanziario di stile britannico, boicottò la conferenza mondiale a Londra, dove i finanzieri della City di Londra contavano sui dollari americani per rifinanziare le loro banche. I leader del G20 decisi a procedere con una vera riforma del sistema farebbero meglio ad andare "a pesca", come fece Roosevelt, o preferibilmente ad organizzare un altro vertice in cui possa essere varata tale riforma reale.

I sottoscritti:

Lyndon LaRouche, presidente del LaRouche Political Action Committee, ex candidato alla nomina democratica per le elezioni presidenziali americane
Helga Zepp-LaRouche, presidente del Bürgerrechtsbewegung Solidarität (BüSo) partito politico tedesco, fondatrice dello Schiller Institute
Jacques Cheminade, presidente di Solidarité et Progrès, partito politico francese
Liliana Gorini, presidente del Movimento Solidarietà, Italia
Tom Gillesberg, presidente dello Schiller Institute in Danimarca
Hussein Askary, presidente del Partito Europeo del Lavoro, Svezia
Craig Isherwood, presidente del Citizens Electoral Council, Australia

11 marzo 2009

Intervista a radio sulla crisi economica

Ricostruzione dell'intervista avvenuta il 4 marzo 2009 sulle frequenze dell'emittente toscana Radio Studio 54.

Presentatore:
Oggi abbiamo qui con noi un amico, Claudio Giudici, rappresentante del Movimento Solidarietà, che ci parlerà della crisi finanziaria. Senti Claudio, per cominciare io volevo sapere che ruolo sta rivestendo il PD in questa crisi?

Giudici: Buongiorno e grazie per l'ospitalità. Intanto Guido permettimi di presentare il Movimento Solidarietà, il cui nome completo è Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà che è l'associazione che in Italia rappresenta il pensiero dell'economista e politico americano Lyndon LaRouche. LaRouche sviluppò la sua leadership politica in India durante la seconda guerra mondiale e fondò un vero e proprio movimento politico a fine anni '60. Nel tempo, molti attivisti del movimento che fu di Martin Luther King, sono rifluiti nel movimento di LaRouche. Tutta la storia del movimento è caratterizzata dalle numerose previsioni economiche fatte da LaRouche. Oggi LaRouche è riconosciuto come l'unico economista a livello mondiale ad avere previsto la crisi del sistema finanziario ed economico con grande anticipo. Grande estimatore ed attento ascoltatore di LaRouche è il ministro Giulio Tremonti, il quale riconosce di aver ripreso la sua proposta di Nuova Bretton Woods, cioè di riforma del sistema monetario e finanziario, da LaRouche.

Nel febbraio del 1997 LaRouche pose all'attenzione di Bill Clinton il suo progetto di Nuova Bretton Woods per rifondare un sistema monetario e finanziario a cambi fissi, che cioè impedisca all'origine i fenomeni speculativi che oggi dominano l'economia mondiale. Quando nel luglio '97 la finanza mondiale fu investita dalla crisi del sud-est asiatico, Clinton prese in esame il lavoro di LaRouche. Il tutto fu bloccato con perfetto tempismo, dallo scoppio del caso Lewinsky. Così il solito scandaletto sessuale ha regalato altri 11 anni di speculazione alla finanza mondiale! Spetterà all'Italia nei prossimi mesi la presidenza del G8. L'Italia grazie in particolare a Tremonti, riveste un ruolo molto importante nell'attuale fase di crisi, per cui anche la portavoce della Camera dei rappresentanti Usa, la democratica Nancy Pelosi, si è dichiarata molto fiduciosa circa il contributo che l'Italia potrà apportare alla riforma del sistema finanziario globale.

E qui vengo al ruolo del Partito democratico. Come movimento siamo recentemente intervenuti in merito al grande caos che si sta verificando all'interno del Partito democratico italiano. Il PD nasce infatti con una sorta di peccato originale – che denunciammo fin dall'origine – , ossia l'influenza che su di esso sta esercitando il suo principale sponsor finanziario, De Benedetti. De Benedetti ha una visione di ciò che deve essere il nostro sistema repubblicano, non confacente alla Costituzione italiana. Noi riteniamo che intorno al PD sia stato operato un vero e proprio tentativo di destabilizzazione, proveniente dall'interno. Ricorderei che Domenici [il sindaco di Firenze, ndr] si è incatenato ai cancelli di Repubblica e non del Giornale. Le recenti inchieste scoppiate intorno ad esponenti fiorentini, napoletani, abruzzesi, nel nord, del PD, in realtà vanno a colpire una precisa ala del PD (quella dalemiana ed ex-morotea) e non tutto il PD. La cosa è stata denunciata pure da Licio Gelli quando ha parlato di una potente massoneria dietro l'inchiesta scoppiata a Firenze. Questa massoneria in realtà va inquadrata come oligarchia finanziaria.

L'inchiesta molto forzata di Castello finiva con l'assolvere un'unica funzione: eliminare Graziano Cioni dalla corsa a Palazzo Vecchio e spianare la strada a Pistelli. Nei confronti di Pistelli si è avuto una sorta di “mobbing al contrario”, dove molti degli attori in causa, lui compreso, non è dato sapere se fossero consapevoli della cosa, ma che, in ogni caso, per l'eco indotto alla fonte, da un preciso atto cospiratorio, erano utili alla realizzazione del disegno. In tutto ciò ha svolto un preciso ruolo Repubblica (e dunque ritorniamo a De Benedetti). A livello locale, lo scopo che questi ambienti si prefiggono è quello di attuare l'ultima fase del processo liberista avviato nel 1992: la liberalizzazioni dei servizi locali. Liberalizzare serve per privatizzare in poche mani. Privatizzare serve a finanziarizzare e dunque portare nuova linfa alla bolla speculativa globale. Siamo dunque di fronte a dei tentativi degli ambienti finanziari di indebolire il ruolo dell'Italia all'interno del processo di riforma del sistema finanziario globale. Con lo scoppio della crisi, gli interessi finanziari hanno il grosso timore che all'attuale situazione di far west, di lacune normative, di assoluta libertà del mercato dei capitali, possa sostituirsi un più restrittivo sistema di regole che violi l'arbitrio che a quegli interessi è concesso, e sia invece a tutela del bene delle popolazioni. In Italia, si stava avviando un proficuo dialogo tra D'Alema, firmatario, insieme ad altri leader socialdemocratici europei, di una lettera scritta a Barroso per la riforma del sistema finanziario globale. In pratica un qualcosa di molto convergente con la Nuova Bretton Woods di LaRouche di cui parla Tremonti. L'Italia sta avendo, grazie a Tremonti, un ruolo centrale in ciò, ed un buon modo per indebolire la sua posizione è creare un dissenso interno. Ecco perché è importante per gli ambienti finanziari che il PD non converga con Tremonti intorno alla cruciale della riforma del sistema finanziario secondo il disegno di LaRouche.

Noi per esempio abbiamo contribuito alle mozioni approvate la scorsa settimana al Senato a rafforzare il ruolo che l'Italia avrà in questo processo.

Presentatore: E per quanto riguarda i Tremonti Bond?

Giudici: L'obiettivo principale di Tremonti è quello di impedire di dare i soldi alle banche e poi vederle fare delle pure operazioni speculative. Ha spiegato che la difficoltà per cui finora non si era operato su questo fronte, proveniva dall'Europa. Tremonti infatti ha vincolato queste concessioni di prestito al controllo delle autorità, di modo da essere sicuri che quel denaro finirà nell'economia reale.

Si tenga presente che anche dopo lo scoppio della crisi nel luglio 2007, le banche hanno utilizzato la liquidità che le autorità finanziarie immettevano nel sistema, per speculare invece che per finanziare l'economia reale. Un'indagine del Congresso Usa, ha rivelato per esempio che circa l'80% del rialzo del petrolio nei mesi scorsi fosse frutto di operazioni speculative invece che di normali dinamiche di mercato. Il problema della speculazione è stato denunciato pure da Benedetto XVI e LaRouche lo denuncia dagli anni '70.

I Tremonti Bond finiranno nel conto capitale delle banche di modo da potersi avere un effetto leva che di fatto renderà più consistente l'importo finale del prestito, e che d'altra parte consentirà di abbassare il tasso nominale del 7/8%.

Presentatore: Come vedi la situazione che ci aspetta? Cosa devono aspettarsi i cittadini?

Giudici: Finora non è stato fatto niente di determinante per uscire dalla crisi. Il sistema è morto e non è recuperabile secondo LaRouche. Anzi il sistema era già morto nel '94. Quello che dobbiamo fare lo sappiamo cos'è, poiché lo fece Franklin Roosevelt durante gli anni '30 e '40 negli Stati Uniti ed a lui si ispirarono tutte le economie nel dopo guerra. LaRouche propone quattro passi per risolvere l'attuale crisi:

  1. La riorganizzazione fallimentare del sistema finanziario globale
  2. Un nuovo sistema monetario e finanziario
  3. Il lancio di progetti infrastrutturali a livello globale
  4. La costituzione di commissioni d'inchiesta a livello nazionale per far emergere le vere responsabilità del crollo in corso.

Il tutto dovrà essere gestito in particolare dalle 4 potenze dotate di sovranità reale: Stati Uniti, Cina, Russia, ed India.

Il primo punto, quello della riorganizzazione fallimentare consiste nell'attuazione di una vera e propria procedura fallimentare. Un qualcosa che in Italia conosciamo bene se pensiamo al caso Parmalat. A proposito di questo caso ci tengo a precisare che circa 6 anni fa scrissi personalmente a Lapo Pistelli, invitandolo ad attivarsi affinché il rischio di crack globale fosse evitato, poiché in realtà Parmalat non era la pecora nera di un sistema sano, ma rappresentava come funziona il sistema. Oggi, il fatto che le principale banche ed aziende del mondo stiano vedendo crollare il proprio valore di borsa ci dice che quello che sostenevamo era vero. Si pensi a Citygroup che da 50 dollari oggi vale circa 1,2 dollari.

Ciò di cui abbiamo bisogno affinché i redditi reali delle persone possano ricominciare a crescere, è eliminare tutti i titoli tossici che rappresentano la cinghia di forza della speculazione sull'economia reale, e cestinarli. I titoli invece rappresentativi dell'economia reale, quelli dovrebbero essere utilizzati per rifondare il sistema.

Il secondo passo consisterebbe nel ricreare un nuovo sistema monetario a cambi fissi invece che fluttuanti (com'è dall'agosto del '71) di modo da rendere difficili fin dall'origine le speculazioni. Questi cambi andrebbero ancorati ad un paniere delle principali monete che rappresenterebbero la base reale per il rilancio dell'economia reale. E' questa la proposta di Nuova Bretton Woods di cui parlò ripetutamente il ministro Tremonti fin dalla campagna elettorale per le politiche del 2008. A questo proposito è interessante notare come altri due degli artefici della disintegrazione progressiva del PD, l'ex ministro Bersani ed il prof. Giavazzi, si prendevano gioco delle affermazioni di Tremonti, in quanto consideravano la speculazione un non problema. Tutto ciò ha fatto sì – tanto non era un problema! - che oltre 40 paesi tra Africa ed Asia scendessero in piazza per denunciare il caro alimenti. A dire il vero anche Berlusconi aveva sottovalutato e di fatto criticato Tremonti perché parlava di un nuovo '29.

L'ultimo passo da compiere, affinché il tutto sia credibile, è a questo punto aprire una commissione d'inchiesta come fu negli anni '30 sotto Franklin Roosevelt, che porti a fare luce in merito alle vere responsabilità delle crisi in corso. Su movisol.org trovate l'appello da firmare che stiamo presentando oltre che in Italia, negli Stati Uniti, in Germania e in Francia.

Presentatore: Ma da quello che ci stai dicendo, cosa andiamo a lavorare a fare se la situazione è così nera? Un sms che ci arriva, suggerisce che non dobbiamo essere pessimisti.

Giudici: Dobbiamo essere molto ottimisti perché sappiamo cosa dobbiamo fare e la soluzione si chiama Franklin Roosevelt. Tuttavia io sto dicendo che la neve è bianca, ma se vogliamo dire che la neve è nera … Facendo i passi di cui parla LaRouche – ed a farli dovranno essere gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e l'India, mentre l'Europa, sia come Unione che come singoli stati nazionali, presenta forme di sovranità limitata – metteremo le basi per compiere il terzo passo che noi suggeriamo, ossia un grande progetto globale d'infrastrutturazione. Il deficit infrastrutturale non è solo nel mondo occidentale - qui a Firenze per esempio - ma soprattutto nel Terzo Mondo.

Presentatore: Senti Claudio, per quanto riguarda Firenze, cosa pensi di un candidato come Matteo Renzi che ha sprecato molti soldi dei cittadini per finanziare i boy scout, le sfilate di Coveri e Ferragamo.

Giudici: Io ho sentito Guido Sensi [consigliere provinciale fiorentino di AN-PdL, ndr] render conto di tali spese. Personalmente ritengo che sia difficile comprendere la motivazione di certe spese dalla freddezza dei dati riportati da un bilancio. Ritengo però che a Firenze si correrà una bella gara elettorale poiché Matteo Renzi ha voglia di cambiare la città, e Giovanni Galli mi è sempre sembrata una persona molto seria e, mi dicono, avrà intorno a sé un ottimo gruppo di lavoro, di cui al momento non mi sembra il caso di fare i nomi.

Presentatore: Ma secondo te la massoneria sosterrà Renzi o Galli?

Giudici: Tu Guido mi vuoi far parlare male di Renzi, ma ricorda che io sono pure un rappresentante di una categoria di lavoratori fiorentini! [Risata]. La massoneria sosterrà chi si farà portatore dei suoi interessi. Ma a questo proposito, in qualità di membro di un movimento autenticamente umanista, mi permetto di rivolgere ai candidati l'appello di anteporre sempre il bene comune al resto; questo non vuol dire bastonare banche ed imprese, ma indirizzare l'attività economica e creditizia, come richiesto dalla nostra Costituzione, alla funzione sociale.

[…].

18 dicembre 2008

Per un Partito Democratico antioligarchico - Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Nella primavera del 2007 buttai giù per il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà, il movimento che in Italia rappresenta il pensiero dell'economista americano Lyndon LaRouche, e che in questo momento è al centro del dibattito politico ed economico mondiale, un documento in cui si puntava ad offrire una via d'uscita autenticamente umanista e progressista, all'allora nascente Partito Democratico italiano. Il documento, che fu distribuito durante i congressi dei Ds a Firenze e della Margherita a Roma, ammoniva dall'intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, rispondente a dei proprietari invece che ai cittadini elettori, e piuttosto sposare la tradizione vincente, tipicamente democratica, che fu incarnata magistralmente da Franklin Delano Roosevelt e ripresa in Italia da figure storiche come sono state De Gasperi, Mattei e La Pira.
La parola d'ordine, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetica, in quanto essa fu: "Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'".

Riporto per intero il testo di quel documento.


PER UN PARTITO DEMOCRATICO ANTIOLIGARCHICO[1]

Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Un Partito Democratico che non voglia essere un avamposto esecutivo di interessi particolaristici, non può non tenere conto di come le parti che vengono a comporlo si siano radicate nel corso della propria storia, nonché degli elevati fini che essi assieme si propongono di perseguire, sotto la nuova veste dell’unità.

Il Partito Democratico, e più in generale un partito, non può limitarsi ad amministrare lo stato di fatto secondo le modalità più o meno direttamente richieste dal finanziatore di turno della campagna elettorale, quanto piuttosto porsi il fine di elevare le capacità morali e di vita della popolazione, cercando di contribuire alle sorti dell’intera umanità.

Così se negli Stati Uniti, si assiste ad uno scontro tra due concezioni diametralmente opposte del Partito Democratico – quella filo-oligarchica di Felix Rohatyn, nella tradizione di John J. Raskob, e quella anti-oligarchica di Lyndon LaRouche, nella tradizione di Fraklin Delano Roosevelt – anche in Italia il Partito Democratico segue la medesima falsariga. Da un lato il disegno oligarchico di De Benedetti[2], alle cui istanze, chi punta ad avere un ruolo politico di primo piano a prescindere, si è già allineato, dall’altro quello per il Bene Comune di coloro che sono tenuti ai margini della politica.

“La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.”[3]

Con queste parole Acide De Gasperi traccia il binario da percorrere a noi che veniamo in sostituzione di coloro che vanno, affinché non si disperda, dovendo ricominciare tutto da zero, il patrimonio d’esperienze e morale acquisito da questi ultimi. Su questo binario corre il treno del sistema culturale e la sua locomotiva è la Verità. La Verità e non il comodo deve tornare ad essere il traguardo degli uomini e dei loro sistemi politico-sociali, di modo che la ripetizione di errori, tipo la deriva liberista verso cui per l’ennesima volta il cammino dell’umanità ha di nuovo virato, rappresenti solo un inciampo durante il cammino, e non il cammino stesso.

Per restare ben saldi sulla strada della Verità[4], quale miglior modo che quello di riscoprire i principi guida dei grandi uomini del passato – e, se ve ne sono, del presente – che avevano fatto dell’onestà intellettuale e dell’amore per il Bene Comune, il fine della loro opera politica.

Ma cosa significa riscoprire i principi? Non significa certo ripetere in modo automatico azioni e volontà in un contesto che è divenuto, cambiato. Significa però ridare applicazione, nella nuova realtà – dunque con nuove soluzioni concrete – a quei medesimi principi che ispirarono l’azione politica benefica di chi in ultima istanza migliorò le condizioni di vita morali e fisiche della popolazione.

Questo processo benefico è andato perso tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70 quando un vero e proprio cambio di paradigma segnò il passaggio da una concezione dell’uomo come homo homini fratres ad una concezione di uomo come homo homini lupus; segnò il passaggio da un cammino sociale orientato all’amore (agape, caritas), alla realtà ed all’interiorità, a quello del sesso, droga e rock and roll; segnò il passaggio da una concezione dell’economia produttivo-industriale ad una consumistico-speculativa.

Le guerre finanziarie avviatesi a partire dal 15 agosto 1971 e tutt’oggi in corso, nonché la costanza di guerre guerreggiate dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, testimoniano questa nuova concezione hobbesiana dei rapporti tra i Popoli.

Il cosa fare e non fare è dunque chiaramente tracciato dalle esperienze storico-sociali contrapposte 1945-1971 da una parte e 1971-oggi dall’altra.

Queste due diverse fasi storiche trovano dunque fonte d’ispirazione in una concezione dell’uomo diametralmente opposta. Non può essere credibilmente detto che si tratta semplicemente di due esperienze diverse, quanto piuttosto che si tratta di un’esperienza migliore rispetto all’altra; da una parte un’esperienza che si rifà a validi principi ispiratori che dovevano semmai essere ancor più migliorati, dall’altra un’esperienza che si rifà a principi ispiratori malsani che mai sarebbero dovuti essere risposati.

Questa diversa concezione dei rapporti tra gli uomini, per l’Italia ha voluto dire essere vittima di iniquità economico-finanziarie internazionali e nazionali: il non avvio di una politica energetica volta all’indipendenza, le ricette liberiste imposteci a partire dalla metà degli anni ’70 dal Fmi, il sorgere di una concezione speculativa dell’economia, e attacchi dei centri finanziari alla moneta, hanno distrutto il tessuto produttivo italiano.

Il giudizio negativo più forte a questo stato di cose, proviene dalle dinamiche del potere d’acquisto della maggioranza della popolazione, che ha smesso di crescere agli inizi degli anni ’70 ed ha accelerato violentemente verso il basso durante gli anni ’90. Tutto ciò, nonostante l’articolo 3 Cost., 2° co. reciti: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Degli ultimi trentacinque anni, non può essere neanche trascurata l’influenza esercitata dal cambio di paradigma che ha portato all’abbandono della visione prometeica dell’uomo. In questa visione, l’uomo che conosce e crea e che fa dell’amore per la conoscenza e per la creazione la sua missione di vita, dà concreta applicazione all’aforisma socratico per cui il vero male sia l’ignoranza, essa includendo pure l’inazione. Enrico Mattei[5] è stato il campione italiano di questa concezione dell’uomo, e le sue vedute profetiche, i suoi discorsi non politically correct sono tra quelli che devono essere riscoperti.

In rispetto della nostra grande Costituzione

L’art. 1, 1° co. della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.”

I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. “Repubblica” e “lavoro” sono i due pilastri su cui si erge il nostro sistema costituzionale.

Alla luce di ciò sorgono spontanee alcune domande: A) siamo ancora una Repubblica, cioè un sistema politico-costituzionale dove il patrimonio spirituale e materiale nazionale è utilizzato nel nome e nell’interesse del Popolo sovrano, o piuttosto il sistema è scaduto verso derive oligarchiche dove quel patrimonio è utilizzato nell’interesse di alcuni potentati nazionali ed internazionali? L’allargamento radicale della forbice tra alti redditi e bassi redditi, ci obbliga a propendere per una risposta negativa. B) La concezione dell’uomo lavoratore, ossia come individuo dedito al perseguimento del Bene Comune attraverso una sua funzione economico-sociale, è tutt’oggi concreta e perseguita, oppure si è passati ad una diversa concezione del ruolo che un individuo deve avere, trasformandolo in una sorta d’involontario parassita dove tutto il suo stipendio è gravato da debiti di consumo? L’attuale debito pubblico, che però va ricoperto tornando ad essere produttivi e non riversandone il costo sulla popolazione, ce ne dà immediata risposta[6].

Dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione risulta chiaro come il lavoro sia un diritto, come esso debba essere strumento per eliminare le disuguaglianze sociali e come la Repubblica debba a tal fine adoperarsi.

Purtuttavia, è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.

Il Partito Democratico nascente dovrà avere come sua missione preminente quella di riportare ad una coincidenza tra Costituzione formale così come riassunta dall’art. 1 Cost., e Costituzione materiale, per ritrovare quella strada diretta verso la crescita morale che i padri costituenti erano riusciti a costruire.

Credito nazionale per il progresso, non credito privato[7] per la speculazione

Il sistema americano così come concepitosi dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, passando per Alexander Hamilton, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt, e John Fitzgerald Kennedy puntò a realizzare in primo luogo una sovranità economico-finanziaria totale, dove all’indipendenza economica privata si sovrapponeva, per ovvi fini di controllo e garanzia la sovranità nazionale.

Nel sistema americano un ruolo preminente è riconosciuto alla Banca Nazionale ed al credito, come strumenti operativo-dirigistici del Congresso e dell’Amministrazione.

I sistemi costituzionali europei non sono mai riusciti a riconoscere formalmente questo pilastro del repubblicanismo moderno. Le banche centrali europee, che gestiscono il credito e dunque subordinano le sovranità economiche nazionali, non sono altro che delle società di banche private dove dunque il controllato ed il controllore coincidono. Anche l’esperienza americana, dall’istituzione della Federal Reserve Bank (1913), che solo con Franklin Roosevelt (nella sostanza) e John Kennedy (anche nella forma) si è tentato di scardinare, ha perso questo pilastro del costituzionalismo moderno, che aveva fatto degli Stati Uniti il sistema costituzionale repubblicano meglio riuscito, in quanto propriamente sovrano e non rimesso alle volontà arbitrarie di una banca centrale a partecipazione privata.

Il Partito Democratico, pur consapevole degli ostruzionismi omicidi che in tal senso troverà sulla sua strada, non potrà fare a meno di perseguire questo primo obiettivo per fare in modo che il credito nazionale – che le assemblee legislative di volta in volta autorizzeranno agli esecutivi ad emettere, così come il Congresso Usa avrebbe il potere di fare nei confronti dell’Amministrazione Usa – sia orientato verso le attività produttive, dunque orientato al perseguimento del Bene Comune, e non verso le attività speculative, di qualunque genere esse siano. Ciò, per ridare dignità all’art. 47 Cost., per cui: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

Ma la nostra Costituzione, oltre a porre l’accento sulla produzione, riconosce sì che l’attività imprenditoriale è libera, ma anche che non possa confliggere con i diritti superiori della persona umana. Così l’art. 41 Cost., recita: “L’iniziativa economica è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Alla luce degli articoli costituzionali, è chiaro come iniziativa economica e credito debbano avere una funzione sociale, essere diretti alla produzione, e non possano andare contro il Bene Comune.

Nella tradizione di Mattei, indipendenza energetica

L’Italia ha una naturale carenza energetica. La questione energetica, tuttavia, non impedì a uomini come Enrico Mattei di cercare di dare un’indipendenza energetica al Paese, prima avviando colloqui indipendenti con i Paesi detentori di petrolio, poi puntando sul nucleare con la centrale di Latina. In seguito alla ancor oggi non chiara scomparsa del grande statista, l’Italia non è più stata capace di intraprendere la strada dell’indipendenza energetica, fino ad arrivare ai giorni nostri dove come una macchina sempre ai massimi regimi rischia di rompersi un inverno sì ed un estate pure.

Nuove fonti energetiche impongono di essere sfruttate.

Fonti, quali quelle del solare e dell’eolico, tuttavia, se possono rappresentare una parziale soluzione per le necessità abitative, ci farebbero cadere dalla padella nella brace per quanto concerne il sistema produttivo, che necessita di un flusso energetico enormemente superiore.

A tal proposito, l’unica credibile soluzione è rappresentata dal nucleare[8].

I fatti di Chernobyl del 1986 furono strumentalizzati per avviare una campagna antinuclearista priva di ogni razionalità, che non tenne in debito conto della vetustà dell’apparato complessivo sovietico che da lì a sei anni sarebbe crollato. La Francia, con noi confinante, oggi, deriva la propria produzione elettrica dal nucleare per quasi l’80%. La popolazione francese non si trova certo in peggior condizioni di benessere rispetto a quelle della popolazione italiana. Gli aspetti inerenti alla salute sono oramai stati chiariti, ed è stato dimostrato come la radioattività, entro gli specifici limiti ambientali, non sia nociva per la salute umana[9].

I moderni sistemi di produzione di energia nucleare, oltre che meno inquinanti rispetto a petrolio e carbone e più performanti rispetto a questi ultimi, sono diventati anche sicuri grazie alle tecnologie a sicurezza intrinseca del funzionamento della reazione stessa, e addirittura a prova d’impatto aereo.

Circa il problema delle scorie radioattive, questo è l’aspetto più debole della questione. Anche se le più recenti tecnologie consentono un riciclaggio del rifiuto fino al 96%, lo smaltimento del restante non è ancora completamente risolto. Tuttavia, è risolto forse il problema dell’inquinamento ambientale derivante da combustione delle materie fossili?

Il nucleare – oggi accettato anche da ambientalisti storici come James Lovelock e Patrick Moore[10] – se veramente vorremmo reindirizzarci sulla strada dello sviluppo, può rappresentare per l’Italia una soluzione d’avanguardia.

Ciò ci consentirebbe, in pieno spirito lapiriano, di poter risolvere anche il problema della scarsità idrica dell’Africa sub-sahariana e dell’area medio-orientale, grazie a reattori nucleari a 200 MW per la dissalazione del mare.

Il problema del costo – se mai è esistito – è stato affrontato dalla Francia nel periodo 1973-74, facendo ricorso ad un approccio industriale “di massa” piuttosto che a costruzioni ad hoc, riducendo così i costi. Essa ha sviluppato anche programmi di aggiunte successive, in considerazione dell’accresciuta richiesta energetica delle varie zone.

Oggi, il costo, alla luce del forte rincaro dei prezzi dei combustibili fossili, è sempre meno un problema. In ogni caso una seria indagine a tal proposito non può non tenere conto del fatto che un impianto nucleare di nuova concezione dura più di 50 anni.

In ogni caso, qualsiasi approccio finanziarista alle infrastrutture, è vittima di un errore concettuale. Infatti, le infrastrutture – così come le spese per la ricerca scientifica – sono investimenti che si ripagano da sé nel tempo in modo continuo grazie allo sviluppo economico che ne deriva, ed il ritorno economico-finanziario che dà un’infrastruttura tecnologicamente all’avanguardia, non ha confronto con la spesa inizialmente sostenuta per realizzarla.

I tempi di realizzazione di una centrale nucleare, mentre la Cina sta procedendo alla creazione di centrali a carbone alla velocità di un’unità alla settimana, è oggi di 40 mesi.

Il complesso infrastrutturale

L’Italia è piombata in un misticismo naturalista che trova il suo più manifesto antecedente nella cultura medioevale, dove mancava l’idea di poter partecipare a migliorare la biosfera e dove, dunque, la popolazione non cresceva restando sempre ai medesimi livelli demografici a causa della continua moria provocata dai disastri naturali, nonché dall’incapacità di migliorare le capacità immunitarie degli individui.

Dagli anni ’70 siamo piombati in una cultura del non fare, che ogni cittadino può sperimentare affrontando il disagio procurato da ore di coda immettendosi sull’A1, nel tratto Firenze-Bologna. Come è stato possibile che un tratto autostradale concepito 50 anni fa, sia sostanzialmente rimasto invariato, nonostante l’esponenziale incremento di automezzi?

Purtroppo, se nell’immaginario collettivo è stata indotta l’idea per cui a “industria” corrisponda “inquinamento”, all’idea di “infrastruttura” (o grande opera) è associata quella di “distruzione ambientale”. Questa confusione concettuale, se per la popolazione italiana ha rappresentato continui disagi ed impoverimento, a causa della non efficienza del tessuto produttivo, in continenti come l’Africa ha voluto dire destinare a riserva naturalistica parti importanti delle poche aree coltivabili presenti in quel continente, rendendo ancor più complicata la lotta per la sussistenza di quelle popolazioni.

Questa concezione, ha avuto quelle ripercussioni intorno a questioni di ordine epistemologico, che portano oggi ad accettare in tutta tranquillità l’idea per cui la popolazione mondiale vada ridotta. Il bello è che nessuno si chiede come! Uomini come John Fitzgerald Kennedy e Giorgio La Pira, non posero la questione in questi termini. La loro idea non puntava a contrarre ciò che, se si ha una concezione cristiana (ma non solo) dell’uomo, dovrebbe essere intangibile, quanto ad aumentare gli spazi d’azione dell’uomo. Essi parlavano di rendere vivibili gli altri pianeti. Il paradosso è che se oggi ciò nell’immaginario collettivo rappresenta pura fantascienza, non lo rappresentava verso la fine degli anni ’60. Esistono già studi in proposito, e siamo ancora in tempo per riavviare questo cammino. D’altra parte solo in Europa vi è un’alta densità demografica ed il nostro pianeta si presta ancora ad una maggior crescita demografica. Quindi, ad una concezione entropica, tutt’oggi dominante, ne contrapponevano una anti-entropica, dove si poteva discutere di tutto, fuorché dell’intangibilità della vita umana. D’altra parte, se non si ha rispetto assoluto per la vita umana, come si può pretendere che lo si abbia per le altre forme di vita?

La questione delle grandi opere, e delle infrastrutture più in generale (strade, energia, idrica, ospedali, scuole, centri di ricerca), deve essere vista dunque in questa ottica di risoluzione dei problemi dell’uomo odierno e delle future generazioni, nel rispetto dell’ambiente. Ma rispetto dell’ambiente, non può voler dire non fare, o suggerire false strade, dove il fare sia in realtà un non fare[11].

Ecco che un nuovo sistema energetico elettronucleare, l’ampliamento e l’ammodernamento della rete autostradale al Sud ed in generale nelle aree in cui si reputi necessario, la trasformazione del sistema ferroviario attuale in quello ad alta velocità, se non piuttosto a lievitazione magnetica, l’ammodernamento dei porti, il sistema del Mose ed il Ponte sullo stretto di Messina, potrebbero rappresentare un trampolino di rilancio dell’economia italiana.

Un nuovo sistema monetario internazionale

Quando nel 1944 Franklin Delano Roosevelt insieme al suo segretario al Tesoro, Harry Dexter White ideò gli accordi di Bretton Woods, il grande statista americano aveva ben chiara l’idea che senza un sistema finanziario stabile ed equo non potesse garantirsi lo sviluppo per tutti i Popoli del pianeta. Questi accordi si fondavano su un “codice d’onore” che tra la fine degli anni ’50 e durante gli anni ’60, a più riprese, i partecipanti più forti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) non rispettarono. Il 15 agosto del 1971, prendendo ciò a pretesto, quegli accordi furono cestinati per decisione unilaterale del Presidente Nixon, instaurando così un sistema a cambi flessibili, senza alcuna base sull’economia reale – dunque il perfetto contrario dei due pilastri di Bretton Woods, cambi fissi e convertibilità del dollaro in oro. Questo sistema, oltre ad avere consentito ad investitori privati di condizionare ed affamare intere popolazioni nazionali e regionali – si pensi all’autunno del 1992 per Italia, Inghilterra, Germania e Francia, ed al biennio 1997-98 per i Paesi del Sud-Est asiatico – sta creando una bolla speculativa che impedisce che i capitali internazionali vadano verso le attività produttive e, dunque, immiserendo le condizioni di vita di tutta la popolazione mondiale ad eccezione di coloro a cui è stato concesso di entrare nel circolo bancario.

Alla luce di ciò, nell’ottica di La Pira del non limitarsi a pensare esclusivamente a casa propria, il nostro Parlamento il 6 aprile 2005 ha approvato la mozione dell’attuale sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri, dal titolo “Sulla convocazione di una conferenza internazionale per un nuovo sistema monetario e finanziario”, sulla falsa riga della più nota “Nuova Bretton Woods” del leader americano Lyndon LaRouche, a cui hanno aderito anche Bill Clinton e Michel Rocard. Da questo, più che dalla Tobin Tax – che sarebbe una legittimazione indiretta di un sistema iniquo come l’attuale – si deve ripartire per restituire un’architettura finanziaria che consenta lo sviluppo dei Popoli.

Una missione per l’Italia passando per l’idrogeno

L’ultima industria attiva in Italia, nonostante la oramai fisiologica fase di crisi, è quella dell’auto. Una rivoluzione da tempo ipotizzata nel campo dell’auto, non aspetta che di essere realizzata.

L’idrogeno, sembra essere la fonte del futuro per quanto riguarda i mezzi di trasporto. Da quando la comunità scientifica è riuscita a far comprendere come di idrogeno in natura non se ne trovi, un velo pietoso sembra esser stato messo anche su questa prospettiva rivoluzionaria, sia per gli equilibri geo-politici sia per la tutela dell’aria che respiriamo.

Reperire carburanti all’idrogeno necessita di reattori nucleari da almeno 800 megawatts.

L’Italia potrebbe essere il primo paese al mondo ad attrezzarsi in questo senso, e ridare una prospettiva ed un senso di missione al proprio Paese. Senza un senso di missione, un obiettivo da perseguire, un Popolo non riesce a trovare elementi di dialogo che lo facciano sentire in costante stato di fratellanza. Purtroppo oggi questo stato comunitario lo si avverte solo in occasione degli eventi sportivi. Un cammino ben più importante per un Popolo dovrebbe essere quello di ridare fiducia nel futuro a tutte le persone, nonché poter contribuire al benessere degli altri Popoli.

Convertire l’industria automobilistica italiana alla produzione di mezzi ad idrogeno, ci consentirebbe di entrare in un mercato nuovo che darebbe lavoro, sviluppo e benessere ambientale. I ricercatori avrebbero di che lavorare. Le imprese di costruzione dovrebbero convertire gli impianti di distribuzione di benzina in distributori di idrogeno. Le famiglie non vedrebbero rubati i propri risparmi dalle imprese petrolifere – nonostante si accusi l’Ocse – che arbitrariamente elevano i prezzi del greggio.

Cooperazione internazionale: “il vero nome della pace è sviluppo”

Il messaggio più importante lasciatoci da Giorgio La Pira con la sua opera, è quello per cui la persona umana non può occuparsi solamente degli interessi e degli affetti a lei vicini, ma anche delle sorti dell’umanità, dando concretezza all’idea della fratellanza universale.

Alla luce di questo insegnamento, la politica nazionale non può trascurare ciò che avviene nel resto del mondo. Nel rispetto della sovranità altrui, l’opera di dialogo deve essere una costante delle relazioni internazionali.

Se promuovere un nuovo sistema monetario e finanziario più equo è una questione fondamentale, altrettanto lo è l’avvio di una politica energetica comune.

Per portare le persone del pianeta al centro della vita economica, fuori dalla logica che li relega nel ruolo di forza lavoro a basso costo, o di meri fornitori di materie prime, dobbiamo innalzare le capacità di produzione energetica. Necessitiamo di quella grande Alleanza planetaria di cui ha parlato John Fitzgerald Kennedy, e Giorgio La Pira rifacendosi a lui, per avere 10.000 anni di pace.

Tuttavia, se non si creano anche le condizioni per la creazione di infrastrutture, tutto ciò rischia di essere inutile. Non può considerarsi un caso che durante una guerra guerreggiata la prima cosa che si punta a distruggere sia il complesso infrastrutturale del nemico. Ovviamente, delle infrastrutture, sarebbe il caso di ricordarsi per questioni di pace, per l’aumento del benessere, piuttosto che per distruggere.

Il Ponte di Sviluppo eurasiatico[12] ideato da Lyndon LaRouche, rientra proprio in tale ottica. Creare un progetto di sviluppo infrastrutturale comune che abbia il suo cuore laddove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale, l’Eurasia, per estendersi verso Africa, Oceania e le Americhe. Un progetto planetario di questo tipo sarebbe realizzabile creando ex novo credito produttivo a basso tasso d’interesse ed a lunga scadenza (25-50 anni), così come fatto da Franklin Roosevelt con la Tennessee Valley Authority per i soli Stati Uniti.



[1] Si tiene a precisare che il senso del termine “antioligarchico” è utilizzato nel senso proprio della parola e non genericamente e demagogicamente nel senso di dover combattere gli strati sociali più ricchi. Il problema non sono i ricchi; il problema sorge nel momento in cui la ricchezza diventa insopportabile strumento di offesa degli strati sociali più bassi. Ciò lo si ha quando una ristretta casta di persone gestisce il bene pubblico come se fosse qualcosa di privato; e questo è l’oligarchia appunto.

[2] In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 2 dicembre 2005, De Benedetti dice: ‹‹Poi lui [Berlusconi] di errori ne ha fatti mille, dai condoni a una riforma delle pensioni inadeguata fino a un provvedimento sul Tfr a futura memoria. Il fatto è che le vere riforme costano, anche in termini di consenso. Sul mercato del lavoro c'è un'elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori sociali... Per restare all'economia penso alla riduzione del cuneo fiscale. Non di un punto come ha fatto il governo con Luca di Montezemolo che si è dovuto accontentare. Una vera riforma significa dieci punti di cuneo fiscale, con un costo di 20 miliardi. È evidente che per realizzarla occorre recuperare gettito fiscale combattendo l'evasione e, al limite, aumentando l'Iva… La tradizione socialista era tutta incardinata nel patto tra produttori mentre il referente del Partito democratico deve essere il consumatore…››

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] “Il nostro posto d’azione è modesto e oscuro; il teatro della nostra vita pubblica è angusto e lontano dalle grandi correnti, ma nessun posto è così oscuro che, quando vi si combatta per il bene, non lo investa la luce dell’eterna Verità; nessun Paese è così remoto che, quando vi si cooperi con Dio, non lo attraversi l’infinita corrente spirituale che domina l’universo.” Alcide De Gasperi, 31 dicembre 1921.

[5] “Mattei pensava in grande e attirava a sé tutti coloro che volevano lavorare per modernizzare il paese. Si trattava di portare il paese non solo al pari dell’Europa, ma più avanti, il che creava un grande spavento, tanto che il pensare in grande è da allora praticamente scomparso. Oggi in Italia i grandi progetti rimangono tutti nel cassetto o prendono tempi biblici: Venezia ha ancora l’acqua alta, lo stretto di Messina non ha ancora il suo ponte, la Firenze-Bologna è quella di cinquant’anni fa, le aree dismesse delle città rimangono vuote, il Po continua a straripare come sempre. Eccetera. I grandi progetti in Italia non hanno consenso. La gente non ci crede e se li vede realizzare li ostacola.” Tratto da Il Progetto Mattei, di Marcello Colitti, Acqualagna, 26 Ottobre 2002, http://www.colitti.com/marcello/mattei.html, 07 agosto 2006. Marcello Colitti è stato dirigente Ecofuel (Eni) ed autore di diversi volumi su questioni petrolifere e su Mattei.

[6] “Direi che l’effetto peggiore questo sistema l’ha avuto nella moralità pubblica, nel tono della vita civile, e nel fatto che noi così facendo abbiamo proposto alle generazioni che vengono dopo di noi un archetipo non più di uomo produttore, non abbiamo più proposto il modello dell’uomo che produce qualche cosa, che fatica e che quindi ha un impegno morale, civile, direi spirituale, perché la fatica ha una dimensione fisica, ma non solo quella. Un uomo che fatica ma che produce qualche cosa. Abbiamo proposto il modello dell’uomo che consuma, e che, non si sa bene da dove gli venga il denaro che usa, ma consuma, che ha un’enorme dotazione di beni di consumo che rinnova continuamente.” Intervento di Marcello Colitti alla conferenza L’esempio storico di Enrico Mattei come risposta alla crisi attuale, organizzato dallo Schiller Institure e dall’Executive Intelligence Review, Milano, 27 novembre 1992.

[7] In La crise mondiale aujourd'hui, il premio Nobel per l’economia 1988, Maurice Allais, sostiene: "Essenzialmente, l'attuale creazione di denaro ex nihilo operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto".

[8] “La totalità dell’energia elettrica importata in Italia proviene dalle centrali nucleari d’Oltralpe. Mentre - giova ricordare - nel 2003, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna produssero, rispettivamente, 420, 157, 85 e 60 miliardi di KWh elettrici dagli oltre 100 reattori nucleari in esercizio in quei Paesi.”, Lettera aperta al Presidente della Repubblica, Galileo 2001, per la libertà e dignità della Scienza, 17 dicembre 2005.

Nella lettera aperta all’on. Silvio Berlusconi e all’on. Romano Prodi, del 2 aprile 2006, da parte della medesima associazione, si dice che il 30% dell’energia elettrica europea deriva dal nucleare.

[9] I costi delle scelte disinformate: il paradosso del nucleare in Italia, F. Battaglia, A. Rosati, 21mo secolo, Milano, 2005, pagg. 121 e ss.

[10] Convertire al nucleare di Patrick Moore, 16 aprile 2006:

“Nei primi anni '70, quando collaborai alle fondazione di Greenpeace, credevo che l'energia nucleare fosse un sinonimo di olocausto nucleare, come molti miei compatrioti. Questa fu la convinzione che ispirò il primo viaggio di Greenpeace, lungo la meravigliosa costa rocciosa del nordovest, per protestare contro i test delle bombe all'idrogeno sulle Isole Aleutine in Alaska. Dopo trent'anni, la mia visione è cambiata, e penso che anche il resto del movimento ambientalista debba aggiornare la sua prospettiva, poiché proprio l'energia nucleare potrebbe essere la fonte energetica capace di salvare il nostro pianeta da un altro possibile disastro: i cambiamenti climatici catastrofici.

Consideriamola in questa maniera: più di seicento impianti a carbone negli Stati Uniti producono il 36% delle emissioni statunitensi di biossido di carbonio, il primo gas-serra responsabile dei cambiamenti climatici; questa cifra rappresenta il 10% delle emissioni a livello globale. L'energia nucleare è l'unica fonte a larga scala e a basso costo che possa ridurre tali emissioni, pur continuando a soddisfare la crescente domanda di energia elettrica. Oggi, oltretutto, lo può fare in tutta sicurezza.

Faccio queste affermazioni con cautela, come è ovvio dopo l'annuncio dato dal Presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad sull'arricchimento dell'uranio. "Le tecnologia nucleare è per scopi pacifici, e nient'altro", ha detto. Ma molti speculano sulla possibilità che tale processo, pur essendo dedicato alla produzione di elettricità, sia in verità una copertura per la costruzione di armi nucleari.

E benché io non voglia sottostimare il pericolo rappresentato dalla tecnologia nucleare nelle mani di stati canaglia, dico che noi non possiamo semplicemente mettere al bando qualunque tecnologia considerata pericolosa. Questa fu la mentalità del "tutto-o-niente" in vigore durante la Guerra Fredda, allorché qualunque espressione della tecnologia nucleare sembrava indicare una minaccia per l'umanità e l'ambiente. Nel 1979, Jane Fonda e Jack Lemmon provocarono un brivido di paura con le loro interpretazioni magistrali ne "La Sindrome Cinese", un film che evocava un disastro nucleare a seguito della fusione del nocciolo di un reattore, capace di minacciare la sopravvivenza di una città. Meno di due settimane dopo la proiezione di quel film, il nocciolo del reattore dello stabilimento atomico di Three Mile Island (Pennsylvania), si comportò come nella finzione cinematografica, causando una angoscia molto reale nella nazione.

Ciò che all'epoca nessuno notò, tuttavia, fu che la vicenda di Three Mile Island terminò con un successo: la struttura di contenimento in cemento si comportò come da progetto, impedendo alle radiazioni di uscire e diffondersi nell'ambiente. Oltre ai danni subiti dal reattore, nessun lavoratore rimase né ferito né ucciso, né tantomeno gli abitanti delle zone limitrofe. Pur essendo stato l'unico incidente nella storia della produzione di energia atomica negli Stati Uniti, esso fu sufficiente a farci respingere terrorizzati qualunque altro sviluppo della tecnologia nucleare, tanto che da allora in tutto il Paese nessuna nuova centrale è stata commissionata.

In America, oggi, i 103 reattori attivi forniscono soltanto il 20% dell'elettricità consumata. L'80% della popolazione che vive a meno di 10 km di distanza da uno di questi reattori, li approva (senza contare gli addetti). Nonostante io non viva, come loro, nelle vicinanze di una centrale atomica, ora sono nettamente schierato dalla loro parte.

Devo aggiungere che non sono l'unico, tra i vecchi ecologisti, ad aver mutato d'opinione su questo tema. Lo scienziato britannico James Lovelock, fondatore della teoria di Gaia, ha finito per credere che l'energia nucleare sia l'unica via per evitare un cambiamento catastrofico del clima. Stewart Brand, fondatore del "Whole Earth Catalog", ora dice che il movimento ambientalista deve abbracciare l'energia nucleare perché tutti possiamo affrancarci dai carburanti fossili. Alcune volte, simili opinioni sono state oggetto di scomunica dal clero anti-nucleare: il defunto vescovo britannico Hugh Montefiore, fondatore e direttore di "Friends of the Earth", fu obbligato a dimettersi dal direttivo di quella associazione, per aver scritto un articolo a favore del nucleare su una newsletter ecclesiastica.

Ora vi sono segni di una certa disponibilità, un'apertura all'ascolto, anche presso gli attivisti anti-nucleari "duri e puri". Nello scorso dicembre, quando partecipai al convegno sul protocollo di Kyoto a Montreal, rivolsi ad un gruppo ristretto di partecipanti alcune riflessioni su un futuro all'insegna dell'energia sostenibile. Dissi che l'unico modo di ridurre le emissioni dei gas di combustione, mentre si produce energia elettrica, è quello di rivolgersi in modo deciso alle fonti energetiche rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica, ecc.) insieme al nucleare. Il portavoce di Greenpeace fu il primo a intervenire nella sessione dedicata alle domande, e io mi aspettavo un bella frustata. Egli, invece, cominciò a dire di essere d'accordo con la maggior parte delle cose da me dette: pur escludendo l'opzione nucleare, lasciò intendere una netta disponibilità ad esplorare tutte le possibili opzioni.

Ecco perché: l'energia eolica e quella solare hanno la loro voce in capitolo, ma poiché sono imprevedibili e mancano della necessaria continuità, esse non possono rimpiazzare gli impianti più grossi e più solidi a carbone, a uranio o idraulici. Il gas naturale, un combustibile fossile, è ora troppo costoso, e il suo prezzo è fin troppo volatile perché si possa investire serenamente in impianti di grande portata. Poiché gli impianti idroelettrici hanno quasi saturato i siti adatti, il nucleare, per semplice esclusione delle alternative, rimane l'unica fonte in grado di soppiantare il carbone. Semplice, in fondo.

Non voglio negare che all'energia nucleare siano associati vari problemi, ma vi sono anche molti miti da sfatare. Consideriamoli con attenzione:

· L’energia nucleare è costosa.

Essa è invece tra le meno costose. Nel 2004 il costo medio della produzione negli Stati Uniti fu pari a poco meno di 2 centesimi di dollaro per kWh, cioè comparabile a quello delle centrali a carbone o idroelettriche. Ma i futuri sviluppi tecnologici porteranno i costi a livelli ancora inferiori.

· Gli impianti nucleari non sono sicuri.

Se a Three Mile Island la vicenda terminò con un successo, vent'anni fa l'incidente di Chernobyl fu differente. Ma si trattò di un incidente cercato. I primi modelli sovietici di centrale nucleare non avevano il guscio di contenimento del reattore. L'intero progetto era pessimo, e gli addetti fecero saltare la centrale in aria. Lo scorso anno, il forum sull'incidente di Chernobyl che ha raccolto tantissime agenzie dell'ONU ha confermato che si possono attribuire all'incidente stesso soltanto 56 decessi, perlopiù dovuti alle radiazioni o alle bruciature durante le operazioni di estinzione dell'incendio. Pur nella tragicità, quelle morti non sono che un pallido riflesso dei 5.000 decessi annui che avvengono nelle miniere di carbone di tutto il mondo. Tra l'altro, nessuna persona è mai morta a causa delle radiazioni, in tutto il programma nucleare civile degli Stati Uniti. (Il problema dei decessi da radiazione nel sottosuolo, tra i minatori di uranio dei primi anni di questa industria, è stato da lungo risolto.)

· Le scorie nucleari saranno pericolose per migliaia di anni.

Tra quarant'anni il carburante esausto avrà soltanto un millesimo della radioattività riscontrata al momento della rimozione dal reattore. Oltretutto, è scorretto parlare di scoria o di rifiuto, perché il 95% dell'energia potenziale è ancora contenuto in esso, dopo il primo ciclo di fissione. Ora che gli Stati Uniti hanno rimosso il bando sul riciclaggio del fissile usato, sarà nuovamente possibile usare quell'energia residua, e ridurre contemporaneamente la quota di rifiuto effettivamente bisognoso di trattamento e posa in discarica. Lo scorso mese il Giappone si è unito alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia nel settore del riciclaggio del combustibile nucleare. Gli Stati Uniti non rimarranno indietro.

· I reattori nucleari sono vulnerabili agli attacchi terroristici.

I contenitori del nocciolo sono fatti da uno spessore di cemento rinforzato di circa due metri. Anche se un jumbo-jet si abbattesse su un reattore, facendo crepare le pareti esterne, il reattore non esploderebbe. Vi sono molti tipi di impianti industriali diversi, che sono molto più vulnerabili (impianti a gas naturale, impianti chimici e vari altri obiettivi politici).

· Il combustibile fissile può essere trasformato in armi nucleari.

Questo è il tema più scottante associato all'energia nucleare, e il più difficile da discutere, come mostra il caso dell'Iran. Ma il fatto che la tecnologia nucleare possa essere impiegata per scopi malvagi non è un valido motivo per abolirla. Negli ultimi vent'anni, uno dei più semplici utensili - il macete - è stato impiegato per uccidere più di un milione di persone, in Africa. Si tratta di un numero ben superiore al numero delle vittime uccise dalle bombe di Hiroshima e di Nagasaki.

Di che cosa sono fatte le auto-bomba? Di cherosene, fertilizzanti e acciaio (quello della struttura dell'automobile). Se ponessimo un bando su tutto ciò che può uccidere, non potremmo nemmeno avere del fuoco.

L'unico modo per affrontare la proliferazione del nucleare è di dare a questo tema la priorità internazionale che le compete, di renderla oggetto della diplomazia e, quando necessario, di usare la forza per impedire a certe nazioni o ai terroristi di perseguire quei fini distruttivi. Si deve aggiungere che le nuove tecnologie, come il sistema di ritrattamento introdotto in Giappone di recente (nel quale il plutonio non è più separato dall'uranio), possono aiutare a rendere più oneroso e difficile l'uso di fissile da parte di terroristi o di stati canaglia.

Gli oltre seicento impianti a carbone producono circa 2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio ogni anno - l'equivalente di quanto producono 300 milioni di automobili. Inoltre, il "Clean Air Council" riporta che gli impianti a carbone sono responsabili del 64% delle emissioni di anidride solforosa, del 26% degli ossidi di azoto e del 33% delle emissioni di mercurio. Questi inquinanti stanno erodendo la salute del nostro ambiente, producendo piogge acide, smog, malattie respiratorie e contaminazione da mercurio.

Nel frattempo, i 103 impianti nucleari operanti negli Stati Uniti stanno efficacemente evitando l'emissione di altri 700 milioni di tonnellate di biossido di carbonio - l'equivalente di quanto prodotto da 100 milioni di automobili. Immaginate che il rapporto tra impianti a carbone e impianti a fissile fosse invertito, cosicché soltanto il 20% dell'elettricità fosse generata dal carbone, e il 60% dall'uranio: questo porterebbe lontano, in quanto a pulizia dell'aria e riduzione dei gas-serra. Ogni ambientalista responsabile dovrebbe sostenere un cambiamento in questa direzione.

[11] Si pensi a quella forma di disinformazione, spesso in buona fede, per cui il problema energetico di un Paese industrializzato sarebbe risolvibile, all’attuale stato della scienza, col ricorso alle c.d. energie rinnovabili.

[12] Per averne una rappresentazione grafica generica si consulti la pagina web http://www.schillerinstitute.org/economy/phys_econ/physical_econ_main.html, 09 agosto 2006. Dallo stesso indirizzo si accede ad ulteriori pagine di dettaglio per ogni macroarea del pianeta.

15 ottobre 2008

L’“azzardo morale” adesso è globale

Tra l’11 ed il 12 ottobre è divenuta politica ufficiale quella che gli osservatori politico-economici hanno più volte denominato dell’“azzardo morale” o anche del “doppio standard”. Mentre ad interi popoli si sono imposte politiche di austerità con tagli alla spesa sociale per la sanità, l’istruzione, le infrastrutture (privatizzate perché non “sostenibili”), si è chiesta disponibilità ad ogni genere di flessibilità lavorativa, si è contratta la sfera dei diritti acquisiti dopo anni di lotte sociali, si è consentito che perdessero il lavoro, dall’altra parte una vera e propria oligarchia finanziaria è stata beneficiata di un piano di salvataggio in bianco.

Durante l’audizione della settimana scorsa di fronte a Camera e Senato, il ministro Tremonti ha pronunciato le seguenti parole: «Questo Governo ha ben presente quanto disposto nell'articolo 47 della Costituzione, che stabilisce che la Repubblica incoraggi, tuteli e disciplini il risparmio.»

Ed invece il piano globale per il salvataggio del sistema è ancora una volta un assegno in bianco: il credito potrà essere utilizzato dalle banche come meglio credono; se vorranno continuare a baloccarsi in speculazioni potranno continuare a farlo. E pensare che sarebbe bastato dire loro: «Credito e garanzie governative saranno soltanto strettamente correlati a ciò che finanzierà infrastrutture ed industria.»

La politica dell’“azzardo morale” aveva finora trovato spudorata applicazione nelle economie del terzo e secondo mondo, ma non in quelle del primo.

Questo salvataggio è giustificato dai benpensanti considerandolo necessario non solo per il sistema bancario, ma per l’intero sistema. Ma si è capito che si stanno salvando pratiche speculative che hanno rappresentato quel cancro sistemico che negli ultimi quarant’anni ha obbligato al disagio (nei paesi più ricchi) ed al sottosviluppo (nei paesi del terzo mondo) la stragrande maggioranza della popolazione mondiale?

Quando si verificò il crack Parmalat, denunciammo il fatto che il problema non era Parmalat, bensì l’intero sistema globale. Parmalat, così come Cirio, Enron, WorldCom, non erano altro che capri espiatori, rappresentativi però di un modo di intendere la finanza e l’economia, imperante in modo progressivo dall’avvio della finanziarizzazione dell’economia.

Durante la requisitoria del caso Parmalat, il pubblico ministero Francesco Greco ha preso la palla al balzo per lanciare il suo j’accuse all’intero sistema. Superando la specificità di Parmalat, riferendosi alle banche ha detto: «Padroni del mondo di questi ultimi trent’anni!».

I salvataggi di specie attuati prima in Gran Bretagna e Stati Uniti, poi singolarmente dai vari paesi membri dell’Unione europea, non si sono potuti effettuare allo stesso modo per aziende vittime (forse) della mala gestione, ma non certo delle pratiche speculative con cui viene sostituito il core business.

E mentre si verificano questi salvataggi, ed appunto si chiedono sacrifici ai normali cittadini il cui vero torto consiste soltanto nel non essersi seriamente preoccupati di come viene gestito il sistema, si farcisce il tutto con tecniche di guerra psicologica volte a far sentire sempre più il cittadino come un vero e proprio essere inferiore. Per la sua sicurezza lo si obbliga al casco, alle cinture di sicurezza, lo si difende da coloro che gli vorrebbero vendere una bibita con cannuccia o gli volessero far mangiare un cocomero all’esterno di una roulotte ambulante, gli si vieta di gettare cicche, cartacce e chi più ne ha più ne metta, lo si libera da lavavetri, prostitute, mendicanti inopportuni. Dall’altro lato, salvataggi e mega liquidazioni. Ma questa è la storia di Cenerentola!

Sia ben chiaro, molte di queste regolamentazioni della vita civile sono più che meritevoli, ma come ci insegna Friedrich Schiller con la sua storiella de Il delinquente per infamia, queste divengono misure odiose, capaci di accendere micce esplosive, quando nei confronti di quell’oligarchia finanziaria a cui i nostri politici paiono averci ufficializzato la loro sottomissione, si usa la carota.

Invece che un delinquente per infamia, queste vere e proprie forme di offesa alla dignità dei cittadini, sono in grado di mettere in moto quelle forze disordinate capaci di creare masse enormi di cittadini infuriati. D’altra parte, ne abbiamo già reso nota, sul numero del 30 settembre di Stars & Stripes, rivista dell’esercito americano, si dice che la 1° Brigata da Combattimento della 3° Divisione di Fanteria è stata incaricata di stare agli ordini del NorthCom, internamente agli Stati Uniti, a partire dal 1° ottobre. La Brigata sarà sottoposta agli ordini quotidiani del Dipartimento della Difesa per i prossimi dodici mesi, in qualità di forza federale invocabile a fronte di disastri o emergenze naturali o per mano d’uomo, compresi gli attacchi terroristici. La rivista ha qualificato l’iniziativa così: “Potrà essere mobilitata per aiutare nelle operazioni richieste da sommosse popolari e per controllare la folla”.

Ma i nostri politici non avevano altra scelta?

Si pensi appunto a quanto fatto con Parmalat: si è dichiarato il fallimento, si è verificato quelli che erano debiti inesigibili, si è salvato ciò che poteva ancora essere utile per produzione e lavoro. Stessa cosa deve farsi per il sistema economico e finanziario globale, sovrastato da una piramide di valori fittizi inesigibili, di modo che le entità reali dell’economia possano tornare a funzionare in favore del bene comune piuttosto che della piramide speculativa. A questo proposito verrà discussa giovedì al Senato la mozione Peterlini per l’instaurazione di un nuovo ordine monetario, finanziario ed economico, una Nuova Bretton Woods così come ideata da Lyndon LaRouche. Dal 2001 questa è la quarta mozione che viene presentata ed approvata su questo tema; chissà se anche stavolta il rimbalzo dei mercati finanziari sarà scambiato con una ritrovata stabilità e funzionalità al bene comune dell’attuale sistema.

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà 
http://www.movisol.org/08news237.htm

15 giugno 2008

Perchè il Trattato di Lisbona deve essere respinto

Claudio Giudici

L’Europa dei Popoli non ha bisogno di un trasversale euroconformismo da yes man, di fronte alla decisione se ratificare o no il Trattato di Lisbona. Sarebbe un grave errore rapportarsi a questa importantissima tappa della storia democratica del nostro Paese e dell’Europa, vittime di qualche forma di timore riverenziale nei confronti di coloro che usano il cavallo di Troia dell’euroscetticismo. La stella polare che deve guidare l’azione di un politico responsabile non è il conformismo a “qualsiasi Europa purchè Europa”, ma la libertà morale di instaurare un’Europa dei Popoli capace di perseguire il bene comune. Finora non abbiamo avuto questo, e lo stato dell’economia reale è lì a dimostrarlo. Il sunto complessivo dei quindici anni trascorsi è rappresentato dal tenore di vita reale della popolazione, e dal rapporto debito pubblico su p.i.l. Quest’ultimo – nonostante privatizzazioni e smobilizzi dell’industria pubblica che dovevano servire a ridurre il debito – era nel 1991 al 98% ed è oggi al 104%. Non si tratta di un’anomalia tutta italiana bensì di una costante che riguarda le locomotive trainanti l’eurozona. Infatti per la Germania il rapporto è passato da 40,31% a 67,54% e per la Francia da 35,28% a 64,19% (valori del 2006). Tutto questo ci fa comprendere che il processo messo in moto da Maastricht è un processo di livellamento verso il basso. La forza produttiva che era stata raggiunta nei paesi economicamente più avanzati, si è deteriorata progressivamente livellandosi su quelle più deboli degli altri stati membri. Ciò ovviamente si ripercuote sulle condizioni sociali, di vita reale della popolazione.

Il prof. Giuseppe Guarino, ex ministro dell’industria, afferma:

Nei quindici anni dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, che ha introdotto la moneta unica, l’euro, lo sviluppo medio annuo del Prodotto interno lordo (PIL) italiano è rallentato, è risultato la metà di quello del quindicennio anteriore, un quarto di quello del periodo dal 1945 al 1980. Nel trentacinquennio, a partire dalla fine della ricostruzione, l’Italia era stata prima assoluta tra i Paesi occidentali nello sviluppo. Ed era ancora in testa nel quindicennio anteriore a Maastricht, seconda solo alla Germania, tra i Paesi europei con più popolazione. Negli anni dal 1992 ad oggi siamo all’ultimo posto.

Questi dati basterebbero per imporre una celere rivisitazione dei principi che ispirano l’eurosistema. Essi dimostrano che ciò a cui un politico deve guardare, dimostrando così di avere il contatto con la vita reale dei cittadini rappresentati, ossia il miglioramento del loro benessere come base per “il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3, 2° co. Cost.), è un obiettivo disatteso.

Il principio di fondo che ispira l’eurosistema così come sviluppatosi dal ’92 in poi, è il liberismo, ossia l’assurda idea per cui rimettendoci alla libertà del mercato, piuttosto che a consapevoli decisioni istituzionali dedite al perseguimento del bene comune, si perverrà al “migliore dei mondi possibili”. La realtà che abbiamo sotto gli occhi è lì a dimostrarci che questa assurda idea non è altro che un’istanza demagogica, per ingenui, che porta alla legge del più forte.

Non esistono libertà, solidarietà, diritti delle minoranze, pace tra i popoli, non esistono diritti civili, se ad ogni cittadino non è garantito il diritto ad un lavoro “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36, 1° co. Cost.). Tutto ciò può essere garantito solo fermando l’orgia speculativa che dall’abbattimento degli accordi di Bretton Woods nell’agosto del ’71, ha ripreso piede dopo circa un trentennio di sviluppo globale nel periodo post-bellico. Questo sistema si è dimostrato incapace di migliorare le condizioni dell’umanità, e le agitazioni in oltre 40 paesi tra Asia ed Africa per il caro alimenti, e quelle in tutta Europa per il caro carburante, non sono altro che il sempre più evidente manifestarsi di quella che si paleserà come la più grossa crisi finanziaria della storia, a meno che non sostituiamo l’attuale sistema oligarchico- finanziario che controlla energia, sementi, media e politica, e dunque l’economia reale e la vita della gente, con un sistema produttivo centrato sul volano degli investimenti pubblici a lunga scadenza nelle infrastrutture pesanti e leggere come insegnato dal modello rooseveltiano. Per farlo, oltre che fermare la nuova tappa liberista dell’Europa attraverso il Trattato di Lisbona, è necessario sciogliere l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ed instaurare un nuovo sistema monetario e finanziario, una “Nuova Bretton Woods” così come ideata dall’economista americano Lyndon LaRouche e riproposta dal ministro Giulio Tremonti, o nuova “Conferenza finanziaria mondiale” così come proposta da importanti leaders socialdemocratici europei.

Vi sono vari motivi che impongono di non ratificare il Trattato di Lisbona.

Grande senso di preoccupazione deriva dall’evidenza circa il senso di considerazione che le rappresentanze politiche hanno per i loro elettori. Nel 2005 i cittadini europei, con i no referendari di Francia ed Olanda, avevano bocciato la Costituzione europea. A distanza di tre anni, le rappresentanze di quei cittadini decidono di ratificare il medesimo testo, senza interpellarli (!).

Poi, una considerazione di carattere generale riguarda l’intero corpus del trattato. Come denunciato anche dal prof. Giuseppe De Vergottini siamo di fronte ad una continua contraddizione tra corpo centrale e protocolli. Quello che dovrebbe essere l’atto costitutivo della comune convivenza tra i cittadini europei si presenta come un monstrum di complessissima lettura; niente a che fare con la semplicità della Costituzione della Repubblica italiana o con la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Per quanto concerne l’Italia deve essere chiaro che non sarà possibile alcun tipo di referendum sul trattato, poiché è costituzionalmente escluso, almeno che con procedura speciale il Parlamento non intervenga in tal senso. Ovviamente non basterà il semplice fatto che un partito proponga la cosa, poiché dovranno essere raggiunte le maggioranze necessarie.

1 – Violazione del “principio di democraticità” dell’art. 1 della Costituzione italiana.

Durante i tre lustri trascorsi dall’entrata in vigore del Trattato di Maastricht, tutti i costituzionalisti hanno convenuto sulla questione del deficit democratico dell’assetto istituzionale dell’Unione Europea. Nonostante ogni manuale accademico in materia faccia riferimento alla questione, “qualcuno”, ad onta stessa del principio dello stato di diritto, pare avere esercitato sugli organi costituzionali giudicanti un peso superiore rispetto a quello – in teoria insuperabile – del dettato costituzionale. Se non è così, allora siamo di fronte all’assurdo caso per cui i manuali di diritto delle istituzioni europee ed i loro illustri autori (docenti), insegnano un qualcosa che gli altrettanto illustri membri della Corte Costituzionale (docenti anch’essi) disapprovano (!).

2 – Violazione del “principio di reciprocità” dell’art. 11 della Costituzione italiana.

Anche la violazione di questo principio rappresenta una costante della storia degli ultimi quindici anni. La limitazione di sovranità che l’Italia ha accettato non è accompagnata dalla compresenza del requisito della parità di trattamento con gli altri stati membri. Gran Bretagna e Danimarca per esempio, hanno deciso di rimandare sine die la loro entrata nella moneta unica; così a fronte di politiche espansive sul tasso d’interesse che i due paesi potranno attuare, attirando così a sé gli investitori, i paesi aderenti all’euro, saranno tutti rimessi a ciò che deciderà la Banca Centrale Europea. Questo dubbio di costituzionalità è in particolare sollevato dal prof. Giuseppe Guarino. Alla sua tesi si è nello specifico opposto il vice presidente della Corte Costituzionale, il prof. Enzo Cheli, per il quale invece il requisito della reciprocità sarebbe necessario soltanto al momento costitutivo della limitazione ma non nel divenire. Questa obiezione è pericolosa. Far passare questo tipo d’interpretazione rappresenterebbe un precedente con cui minare l’intera dottrina dei principi fondamentali del nostro ordine costituzionale.

Il prof. Guarino afferma:

Gli Stati non euro sanno che ratificando il Trattato ne avranno dei vantaggi. Entrano nel grande mercato comune e beneficeranno della stabilità indotta dall’area euro. Nello stesso tempo, non essendo obbligati a partecipare all’euro (quanto meno non in tempi stretti) continueranno a godere dell’asimmetria competitiva di mantenere la sovranità monetaria e di avvalersi di una maggiore flessibilità nella gestione del bilancio e in generale nelle decisioni di politica economica.

3 – E la stella polare del bene comune?

Mentre il Trattato UE aveva come obiettivi almeno formali la promozione del progresso economico e sociale, l’elevato livello di occupazione, il conseguimento dello sviluppo e la stabilità dei prezzi (unico obiettivo perseguito, ma non per i beni di prima necessità), il Trattato di Lisbona, trascurando completamente la responsabilità per il benessere della collettività, si limita ad offrire uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere per i cittadini, nonché il mercato interno. “L’Unione ‘si adopera’ (non lo assume quindi come impegno) per lo sviluppo sostenibile basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi. Lo sviluppo sostenibile non è assunto ad oggetto di un impegno, né rappresenta un obiettivo specifico.” (Guarino).

4 – La legittimazione della pena di morte.

Il corpus del Trattato di Lisbona non ne fa direttamente riferimento, anzi la esclude, e neanche i protocolli annessi, ne fanno riferimento. Ma è con il riferimento alla “spiegazione ai Diritti Fondamentali” che si allarga la portata della lettera del trattato, fino ad aprire la porta ad interpretazioni per cui la pena capitale, per casi tutt’altro che definibili a priori, può essere reintrodotta.

Il prof. Karl Albrecht Schachtschneider ha affermato a questo proposito:

Nella Dichiarazione riguardante le Spiegazioni della Carta dei Diritti Fondamentali, che secondo l'Art. 49b (51) TUE ("Allegato") sono parte costituente dei Trattati, dunque sono parimenti vincolanti, sta scritto:Le disposizioni dell'articolo 2 della Carta corrispondono a quelle degli articoli summenzionati della CEDU [Carta europea dei diritti dell’uomo, ndr] e del protocollo addizionale e, ai sensi dell'articolo 52, paragrafo 3 della Carta, hanno significato e portata identici’.”

Il prof. Schachtschneider sottolinea come all’art. 2 della CEDU si preveda: “La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario: […] c) Per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione”; e l’articolo 2 del protocollo n. 6 della CEDU dice: “Uno stato può prevedere nella propria legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da tale legislazione e conformemente alle sue disposizioni ...”.

Schachtschneider aggiunge:

Sommosse o insurrezioni possono essere viste anche in certe dimostrazioni. Secondo il Trattato di Lisbona, l'uso mortale di armi da fuoco in tali situazioni non rappresenta una violazione del diritto alla vita. In guerra si trovano attualmente sia la Germania che l'Austria. Le guerre dell'Unione Europea aumenteranno. Per questo, l'Unione si riarma – anche con il Trattato di Lisbona.

Come sottolinea Schachtschneider, questi punti aprono le porte ad una serie di interpretazioni, che a seconda delle opportunità del caso, possono legittimare la pena capitale da parte del Trattato di Lisbona. In piena crisi finanziaria e nell’avvitarsi di una fase iperinflattiva sui generi di prima necessità, che appunto potrebbero sfociare in manifestazioni di protesta, questi punti sono più attuali che mai. E vista la partecipazione di 14 stati alla sola guerra in Iraq, il richiamo esplicito della CEDU rafforza la legittimazione dell’introduzione della pena capitale da parte di molte nazioni.

Il prof. Schachtschneider aggiunge infatti: “La prassi dell'Unione di estendere estremamente i testi sui doveri degli stati membri non autorizza ad escludere anche una tale interpretazione, quando la situazione lo comanda o lo consiglia.

5 – La sostanziale prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale.

Nonostante il trattato distingua tra competenze esclusive della Commissione europea e competenze concorrenti, la Dichiarazione n. 17 afferma:“ Dalla giurisprudenza della Corte di giustizia si evince che la preminenza del diritto comunitario è un principio fondamentale del diritto comunitario stesso.”

Dunque laddove la previsione della Commissione confligga con quella nazionale, quest’ultima soccombe.

Queste sono alcune delle materie a competenza concorrente, ma dove se la Commissione si esprimerà, l’atto comunitario renderà sostanzialmente inefficace quello nazionale, regionale o comunale: politica sociale, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel Trattato; agricoltura; pesca, esclusa la conservazione delle risorse biologiche del mare; protezione dei consumatori; trasporti; energia; sicurezza e giustizia.

Nella specificità dei problemi che stanno riscontrando gli operatori nel settore dei trasporti a causa del caro petrolio, è la Commissione che autorizza l’applicazione di prezzi e condizioni di sostegno da parte di uno Stato nel settore (art. 96).

La Commissione procede all’esame permanente degli aiuti concessi dagli Stati. Decide che lo Stato deve sopprimere l’aiuto incompatibile. Se lo Stato non ottempera, adisce la Corte di Giustizia (art. 108).

E’ da ripetere: questo eurocentrismo preoccupa perché un ente dal forte deficit democratico come la Commissione europea e lo stesso Trattato di Lisbona sono ispirati da quell’ideologia liberista, che ritiene dannoso a prescindere l’intervento pubblico e che confida in modo acritico nelle qualità taumaturgiche del mercato.

6 – La questione della discriminazione.

L’articolo 10 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea dispone: “Nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche e azioni, l’Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.”

Siccome gli stati non possono contrastare l’UE nelle sue azioni, ferma restando la tutela del matrimonio tradizionale, se le coppie omosessuali chiedono parità di trattamento con le coppie etero, gli stati sono costretti a concederla.

Per l’Italia questa è sicuramente una novità a cui il paese dovrà adeguarsi e su cui sarebbe opportuno che la cittadinanza italiana potesse in qualche modo essere interpellata.


 


23 aprile 2008

Il futuro di una città passa per un nuovo sistema finanziario internazionale

Il nuovo Ministro dell’Economia Giulio Tremonti parla da mesi della crisi finanziaria internazionale prodotta dalla globalizzazione, come processo gestito dalla fantomatica “mano invisibile” del mercato invece che da accordi tra Stati nazionali sovrani. Egli ha sostenuto che è necessario un nuovo sistema monetario internazionale, una Nuova Bretton Woods, così come l’ha denominata l’economista e leader politico americano Lyndon LaRouche.

Si tratta della responsabile presa d’atto del fallimento di un sistema speculativo internazionale che tramite i governi pretende che la gente comune faccia i sacrifici (non gli si possono aumentare gli stipendi, gli si abbassano le pensioni, gli si fa pagare sempre più cara la sanità, l’istruzione, i posteggi, le strade, le tasse) mentre però gli speculatori mettono a schiena china le nazioni. Una storia già vista nel 1929 e che fin dal suo insediamento alla Casa Bianca il grande Presidente Franklin Roosevelt non mancò di denunciare e rovesciare.

La distruzione degli accordi di Bretton Woods che proprio Roosevelt nel 1944 volle, ha voluto dire lasciare al “libero” mercato – che però ha sempre nomi e cognomi! – la regolazione dei rapporti monetari e finanziari secondo logiche di superprofitto. Rilanciare una Nuova Bretton Woods, vuol dire invece far decidere agli Stati i giusti rapporti di cambio tra le monete e le regole finanziarie tra di essi intercorrenti. Non è questa una questione da accademici, ma il vero motivo per cui i prezzi dei generi di prima necessità stanno vorticosamente aumentando.

Il rincaro dei prezzi dei generi alimentari non è conseguenza dell’aumento di voracità delle bocche cinesi, ma di un preciso effetto speculativo provocato dalle politiche monetarie delle banche centrali. Si pensi che dal novembre 2005 al febbraio 2008 il future sul grano è passato da 295$ a 1334$. Il 70% di questo rincaro si è avuto dopo gli “illuminati” interventi delle banche centrali in seguito allo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime del luglio 2007. Sono patetici quei politici che fingono compassione per i più poveri ben sapendo però che la cosa è provocata da precise decisioni degli interessi finanziari a cui dovrebbero opporsi!

Questa iperinflazione trova dunque la sua origine nell’arbitrio del mercato, eppure, le soluzioni che vengono proposte, tipo le liberalizzazioni, hanno all’origine lo stesso vizio.

Chi vive nella vita reale sa cosa vuol dire lasciare al “libero” mercato la gestione delle dinamiche economico-sociali. Si pensi al primo decreto Bersani del ’98 con cui si diceva di voler far sì che ognuno potesse avere sotto casa il negozio di abbigliamento, di elettronica, il fruttivendolo. In conseguenza di quel decreto si tolse l’obbligo del rispetto di spazi di distanza per l’apertura di un esercizio - decida il “libero” mercato dove è più opportuno che si apra un negozio! – ed ecco l’esplodere di centri commerciali che hanno assorbito la clientela che prima era dei piccoli commercianti. I negozi sono andati morendo ed i fondi trasformati in piccoli appartamenti. E la questione per cui tutti potessimo avere sotto casa ogni genere di negozio? E la diminuzione dei prezzi?

Ma si pensi anche al secondo decreto Bersani del 2007 che ha avuto per oggetto, tra gli altri, taxi, farmacie e parrucchieri. A questo proposito, a distanza di neanche 6 mesi dal provvedimento del Comune di Roma per l’aumento del numero di taxi, il candidato sindaco Francesco Rutelli ha affermato: «Abbiamo visto che il meccanismo “più licenze” “tariffe più alte” non è necessariamente quello migliore, rischia di ottenere un doppio effetto negativo».

Liberalizzare potrebbe voler dire eliminare inutili e rallentanti adempimenti burocratici in favore di un maggior sviluppo; ma quando liberalizzare vuol dire far decidere al mercato quelle dinamiche che invece l’ingegno umano può decidere meglio secondo un supremo principio di giustizia, ecco che le liberalizzazioni divengono uno strumento in favore dei più forti.

E si persiste sulla via sbagliata quando si afferma: «Su Alitalia decida il mercato!». Far in ogni caso decidere al mercato, vuol dire far decidere il più forte. La libertà del mercato è legittima solo quando è regolamentata in funzione del bene comune.

Un “libero” mercato lasciato alla dittatura del mercato produce mirabolanti assurdità. Si pensi alle amministrazioni che possono assumere centinaia di vigilini, poiché con le multe che fanno autofinanziano i loro stipendi; invece assunzioni di nuove forze dell’ordine, o il più semplice pieno di benzina delle loro auto, per funzioni socialmente ben più rilevanti come la lotta alla criminalità, sono cose che non possono essere fatte, perché pur essendo un investimento sociale, sono un costo finanziario. Le strade vengono imbottite di costosi autovelox, ma i manti stradali sono tutti poggi e buche. Le banche possono essere salvate da continue immissioni di liquidità, ma alle fabbriche ciò non è concesso; le linee metropolitane devono aspettare. Tutto questo è arbitrio del mercato.

Eppure la nostra Costituzione a questi propositi parla chiaro: centralità del lavoro (artt. 1 e 4), intervento dello Stato nell’economia, retribuzione che in ogni caso deve consentire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore ed alla sua famiglia (art. 36), funzione ed utilità sociale dell’iniziativa economica privata e della proprietà privata (artt. 41 e 42); controllo del credito e tutela del pubblico risparmio (art. 47).

E’ dunque necessario che ogni cittadino che abbia a cuore il proprio presente e futuro e quello dei propri figli, combatta il conformismo dietro cui si cela la dottrina del liberismo, e sostenga il progetto per un nuovo sistema finanziario internazionale, per una Nuova Bretton Woods, così come invocata da Lyndon LaRouche e da Giulio Tremonti.

Claudio Giudici

10 aprile 2008

Chi votare?

 

Il Movimento Solidarietà ha lanciato il seguente comunicato in merito a chi votare. Se esso non scioglie i dubbi su chi sia più opportuno votare (ciò a causa dell'assoluta inconsistenza della suddivisione destra-sinistra ... quella realmente consistente è invece fra oligarchici e repubblicani, entrambi ben posizionati all'interno di ogni fronte dell'arco parlamentare), suggerisce invece "cosa" votare, ossia l'oggetto veramente importante, la Nuova Bretton Woods, affinchè a livello italiano e mondiale si possa avere una decisa virata verso "la Politica per lo sviluppo dei Popoli".
 

Movisol sul voto del 13/14 aprile (tratto da http://www.movisol.org/08news082.htm)

9 aprile 2008 – Molti soci e sostenitori ci hanno chiesto come votare il 13-14 aprile. Il disorientamento è grande, perché tutte le forze politiche presentano gradi diversi di inquinamento oligarchico: i due principali sfidanti, il PdL e il PD, ci offrono il "déjà vu". Da una parte, c'è la minaccia di un ritorno alla politica estera neocon, mentre dall'altra c'è il fondamentalismo di bilancio dei liberisti alla Padoa Schioppa. La Sinistra Arcobaleno difende il sociale ma rilancia l'ostruzionismo ambientalista. Il partito di Casini candida la principessa nera Alessandra Borghese mentre quello di Tabacci corteggia Montezemolo. La Lega Lombarda non nasconde il proprio razzismo e minaccia rivolte armate.

La legge elettorale rende la scelta ancora più ardua, perché impedisce di votare il candidato, facendo uso delle preferenze, a parte in Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

Siamo nella quasi impossibilità di dare un'indicazione, ma ci rendiamo conto che il non votare o votare scheda bianca sarebbe sbagliato. Suggeriamo allora la seguente riflessione:

Votate le liste in cui sono presenti candidati che hanno sostenuto la nuova Bretton Woods proposta da LaRouche e dal Movimento Solidarietà.  Essi sono, in ordine alfabetico:

 

Luigi D'Agrò – UDC Camera Veneto 1

Gennaro Migliore - Sinistra Arcobaleno Camera Campania 2

Lidia Menapace – Sinistra Arcobaleno Camera Marche

Oskar Peterlini – PD Senato Bolzano - Trentino Alto Adige

Catia Polidori – PdL camera Veneto 1

Luigi Ramponi – PdL Senato Veneto

Giulio Tremonti – PdL Camera Lombardia 2

10 marzo 2008

Tremonti chiede la nuova Bretton Woods – e i liberisti perdono la calma

Detto molto esplicitamente, il bubbone è scoppiato. Ciò che fino a ieri era argomento tabù, ossia la riforma del sistema finanziario mondiale, una Nuova Bretton Woods, ciò che il movimento di LaRouche dichiara come necessario da quasi un ventennio, adesso qualcuno ha il coraggio di parlarne. La nostra fortuna è che questo qualcuno non è l'ultimo degli arrivati, ma è Giulio Tremonti. Questo è un grosso problema per l'oligarchia finanziaria, che ha già cominciato ad azionare le proprie leve mediatiche affinchè quello che per loro è un mostro, venga rinfilato nella tana. Dopo decenni di rantolamenti, siamo finalmente arrivati al cuore del problema. E' nell'interesse di ogni cittadino che abbia a cuore il proprio futuro, adoperarsi perchè tale dibattito prenda piede. Si tratta di una guerra dove da una parte vi sono i Popoli e dall'altra gli oligarchi della finanza, e la si combatte facendo circolare la verità, sensibilizzando, anche col semplice inoltrare via mail. 

9 marzo 2008 – Nel corso della trasmissione “AnnoZero” su Raidue il 6 marzo, Giulio Tremonti ha ribadito il suo esplicito attacco alla globalizzazione finanziaria che ha gettato il mondo in una crisi finanziaria senza precedenti. Ma questa volta, in concomitanza con l’uscita del suo libro “La Paura e la Speranza”, Tremonti ha fatto un passo in più: per affrontare il “disastro globale”, ha detto, ci vuole “un nuovo accordo tra i grandi paesi del mondo… Ci vuole una nuova Bretton Woods”.

L’attacco di Tremonti al “mercatismo” – il termine che usa per definire l’aderenza fanatica al liberismo, e che definisce “l’ideologia totalitaria inventata per governare il mondo nel XXI Secolo” – non è nuovo. Da molti anni Tremonti cerca di evitare la camicia di forza imposta dal Patto di Stabilità, proponendo nuovi meccanismi di finanziamento per le infrastrutture in Italia. Nel 2003, il suo “Action Plan for Growth” riprese e ampliò il piano Delors del ’94 con l’intenzione di finalmente sbloccare una serie di grandi progetti infrastrutturali europei.

Il 6 giugno 2007 Tremonti partecipò ad una conferenza pubblica organizzata dall’EIR, la rivista di Lyndon LaRouche, all’Hotel Nazionale a Roma, intitolato “Mercatismo o New Deal?” Discutendo con LaRouche stesso e con il sottosegretario allo sviluppo economico On. Alfonso Gianni, Tremonti appoggiò in termini chiari le proposte di LaRouche per lo sviluppo infrastrutturale eurasiatico, e concluse dicendosi convinto che le idee del movimento di LaRouche “devono circolare”.

Negli ultimi mesi, Tremonti ha ripetutamente sfidato il falso dibattito imposto dall’establishment politico ed economico, denunciando i “folli” che hanno imposto la globalizzazione, la “tecnofinanza” utilizzata per mettere in piedi una bolla speculativa enorme, e paragonando l’attuale crisi a quella del ’29, se non peggio. Molti nella popolazione e nella classe politica sono stati colpiti dalle bordate di Tremonti, ma la casta – quella vera, fatta dai grandi giornali e dall’establishment economico – ha imposto la linea del silenzio: non reagire, ignorarlo, e si troverà il modo di metterlo all’angolo.

Pare che l’uscita del suo nuovo libro e le dichiarazioni sulla Nuova Bretton Woods abbiano cambiato tutto questo. Evidentemente Tremonti ha oltrepassato la linea rossa tracciata dalla finanza. Sicuramente contribuisce il fatto che potrebbe tornare al Ministero dell’Economia tra breve, se il Pdl dovesse vincere le elezioni; e questo proprio mentre la crisi richiede soluzioni urgenti, prima che la prossima banca (italiana questa volta?) che “scopre” perdite di decine di miliardi di Euro metta in ginocchio l’intero sistema.

Adesso si è creato un dibattito nazionale, con numerosi articoli sui giornali nazionali e dichiarazioni dei politici. I liberisti “folli” come Francesco Giavazzi e Renato Brunetta hanno fatto del loro meglio per tappare la falla; ma non dovrebbe sorprendere che il loro meglio è ben poca roba davanti alla necessità di salvare l’economia reale. Fare la voce grossa non sta funzionando questa volta, e questo dibattito intorno alla globalizzazione e le misure protettive necessarie per affrontare la crisi ha la potenzialità di ridefinire la geografia politica in Italia e altrove. Si potrebbero archiviare le manipolazioni dello scenario destra-sinistra in cui nessuno osa sfidare l’ortodossia delle “regole europee” o della società dei consumi. Si potrebbe aprire un vero dibattito intorno a come salvarci dalla politica del liberismo finanziario degli ultimi decenni. E soprattutto, ci si potrà finalmente muovere verso una soluzione per il futuro, proprio quella riorganizzazione del sistema finanziario internazionale proposta da Lyndon LaRouche.

Alcuni stralci dell’intervento di Giulio Tremonti a “AnnoZero” il 6 marzo 2008

Tremonti: Nel 95 ho scritto un libro intitolato “Il fantasma della povertà”... Il fantasma è arrivato ed è un fantasma che fa paura... Credo che quello che sta succedendo sui posti di lavoro sia anche il prodotto di quella che si è chiamata globalizzazione. Cioè dire – e ancora adesso girano, nelle nostre università, sui giornali nella politica, dei pazzi che ti dicono ‘ci vuole più com-pe-ti-ti-vi-tà’. La competitività, la velocità, la violenza dei processi... non che devi pensare ad un mondo di sogno, ma magari ad un mondo com’era prima, meno spinto, meno fanatizzato dal dogma del mercato. La paura ce l’hanno gli anziani che vanno al supermercato e non hanno i soldi per fare la spesa. Noi viviamo in un mondo all’incontrario: in un mondo in cui il superfluo costa meno del necessario. Puoi andare a Londra con 20 dollari ma non fai una spesa al supermercato con 20 euro. Questo è il punto.

La paura riguarda le famiglie che hanno la vita mangiata dai mutui. Sta arrivando una grande crisi. Questo è il punto e la risposta alla domanda. C’è una crisi della globalizzazione. Si è piantata...

Santoro: è il motivo, anche, della prudenza di Berlusconi...

Tremonti: Poi, dopo, rispondo all’imprudente Travaglio... ma direi che il punto è più generale, e cioè a dire: a partire dalla fine degli anni 90 e poi in questo secolo, un gruppo di - diciamo di illuminati, banchieri diventati statisti, politici diventati pensatori economici, falsi profeti – hanno predicato i benefici, il mito del XXI secolo, la globalizzazione, la cornucopia, l’età dell’oro. Tutto si è basato sulla divisione, prima, del mondo in due parti: l’Asia produttrice di merci a basso costo e l’occidente, l’America, importatore di queste merci a debito. Tutto è stato messo in piedi con la tecnofinanza, con le banche che non hanno fatto più il mestiere antico che sempre hanno fatto le banche: prendere denaro sulla fiducia e prestare denaro a proprio rischio. Hanno impacchettato i prodotti e li hanno venduti, ceduti a terzi. 

Il meccanismo della tecnofinanza che ha finanziato la globalizzazione è saltato. Non solo: non ha funzionato in sé: non potevi fermare il mondo, ma non eri autorizzato a – solo dei pazzi illuminati, se vuole le dico i nomi italiani ma è meglio di no, hanno pensato che, governando gli anni novanta e poi dopo, che il mondo potesse essere forzato…

 Le dico un’ultima cosa. Quando arrivano gli americani nel 45 e portano la penicillina, con la penicillina guariscono tutti di colpo. Adesso come adesso, con la penicillina ci fai poco: servono gli antibiotici. Tutti questi illuminati che governano l’economia, hanno gestito la crisi che c’è e che ci sarà, che continua, si aggrava e contagia, l’hanno gestita con gli strumenti vecchi, e cioè a dire con la riduzione dei tassi d’interesse, con le iniezioni di liquidità. Non reagisce l’organismo, anzi: sta ancora peggio. E’ cambiato il mondo, deve cambiare il governo del mondo.

Noi pensiamo alcune cose per l’Italia, ma pensiamo che se il disastro è globale, la politica non può essere più locale. Noi pensiamo ad un nuovo accordo tra i grandi paesi del mondo. Bretton Woods fu nel 44; va rifatto. Ci vuole una nuova Bretton Woods.

Tratto da http://www.movisol.org/08news051.htm

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