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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


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18 dicembre 2007

Gli autotrasportatori ed i tassisti cacciano Alice dal paese delle meraviglie

 Gli autotrasportatori ed i tassisti cacciano Alice dal paese delle meraviglie

In risposta a “Le leggi dell’economia non usano il taxi”

L’articolo di Mario Seminerio apparso su Epistemes.org e Libero Mercato, Le leggi dell’economia non usano il taxi, che prende spunto da una lettera che gli perviene da un lettore, referenzia come il pensiero del liberismo economico concepisca l’economia come un sistema cartesiano chiuso, ossia una superficie piana da tirare un po’ in tutte le direzioni. Si tratta di un sottomodello mal funzionante, perché non tiene conto del limite fisico intrinseco oltre il quale si verifica quel fenomeno che in fisica si chiama singolarità (punto di rottura, cambiamento di fase). Ci sono alcuni esempi a cui possiamo indirizzare il nostro pensiero per comprendere questo fenomeno. La questione è di centrale rilievo epistemologico. Nel campo della fisica, si pensi a cosa avviene quando un jet raggiunge la velocità del suono: mantenere tale velocità troppo a lungo gli procurerebbe gravi danni a causa delle forti sollecitazioni che si vengono a creare; il rapido passaggio a velocità superiori permette invece di evitare questi danni ed immette il jet in un nuovo dominio di relazioni aerodinamiche. Da un sistema si è passati ad un altro. Il Menone di Platone ci lascia un insegnamento esemplare dal punto di vista dei principi che ispirano la conoscenza (epistemologia) con la costruzione geometrica che propone per la duplicazione della superficie del quadrato; per ottenere la superficie doppia del quadrato x (dunque 2x) Platone dimostra che si deve effettuare un cambio di fase, ossia, nel caso in specie, non incastrarsi con tentativi di semplice estensione (estendere in altezza o lunghezza la superficie del quadrato, come farebbero i liberisti), quanto piuttosto – ed ecco il cambio di fase – procedere entrando in una nuova dimensione con la rotazione della diagonale.

Il principio che ne deriva è che si apportano cambiamenti determinanti operando sul livello superiore al livello analizzato.

Quegli esempi ci rendono l’idea di come funzionino i processi fisici. Ora, c’è da chiedersi se l’economia sia un qualcosa che fuoriesce dalla scienza fisica, oppure se ne sia parte integrante. Sul fatto che pure l’economia sia sottoposta a delle leggi, lo sostengono pure i liberisti. Ma a quali leggi essi si riferiscono? Trattasi di leggi di natura (fisiche) oppure di leggi arbitrarie (e dunque non leggi, ma opinioni che hanno la stessa validità dell’opinione esattamente contraria)?

I liberisti ci parlano di legge della domanda e dell’offerta. Funziona questa legge? Vi sono intere popolazioni che domandano medicinali per la cura dell’aids, ma l’offerta in tal senso non arriva. Vi sono popolazioni che chiedono infrastrutture di base come sistemi idrici, elettrici, di trasporto, sanitari, educativi, ma di offerta in tal senso non ne arriva. Ma allora, quando funziona tale legge della domanda e dell’offerta se non è capace di soddisfare neanche i bisogni primari delle persone? Quando è efficace in termini di profitto. E’ ovvio che questa legge ha alla sua base un problema di natura epistemologico – del principio che la ispira cioè. Il paradigma fondante di questa legge è frutto di una tale depravazione morale, da non poter essere seriamente presa in considerazione.

I liberisti quando trattano dell’economia non fanno della scienza ma della semplice statistica.

La statistica può funzionare fino ad un certo punto, può fungere da termometro, ma non può rappresentare l’unico metro di valutazione di un fenomeno. Sarebbe come se rimettessimo il giudizio sullo stato di salute di un paziente, alla semplice misurazione della temperatura corporea e valutassimo come obbligatoriamente in salute colui che pur avendo pressione alta, globuli sbalzati, sangue nelle feci, avesse però una temperatura sotto i 37°.

D’altra parte una dimostrazione di come poco affidabile sia la statistica che si cela dietro ogni algoritmo che ispira quella che è l’applicazione estrema delle derivazioni del pensiero liberista – il trading finanziario – ce la dettero nel ’98 i due premi Nobel, Robert Merton e Myron Scholes, che a quel tempo guidavano, portandolo al fallimento, il fondo speculativo Long Term Capital Management. Questi modelli, infatti, seguono logiche di tipo lineare. La realtà fisica – e tutto ciò che fa parte della natura fa parte della realtà fisica – non procede però secondo logiche lineari. Ad un certo punto l’acqua comincia a bollire: ecco la rottura della linearità, il cambiamento di fase. Quello che deve fare l’uomo in economia è produrre il cambiamento di fase affinché si passi da una realtà ad una di tipo superiore.

Ora, torniamo alla riflessione di Seminerio. La riflessione di Seminerio – probabilmente perché vittima di una certa superbia che domina nella cosiddetta classe intellettuale (versione moderna delle antica casta sacerdotale, il cui vizio formalista è tutt’oggi presente) – si dimostra meno consapevole del lettore (tassista? come si chiede Seminerio) che gli scrive. Il lettore è consapevole di un fatto che invece sfugge a Seminerio. Questo fatto è che in tutte le cose vi è un limite fisico intrinseco, oltre il quale non si può andare, e dove un cambiamento determinante non è possibile restando su quel livello di analisi. L’autore della lettera sa che in un’ora il tassista non può fare più di 3-4 corse. Non ha alcun appeal per lui il fatto che possa aumentare l’utenza che fruisca del servizio taxi in presenza di una riduzione della tariffa della corsa – come ipotizza ed auspica Seminerio – perché in ogni caso lui non potrebbe fare più di quelle 3-4 corse. A quel punto, però, le 3-4 corse che prima gli remuneravano ipotetiche 20 euro, ora andrebbero a remunerargli di meno. A ciò si aggiunga il fatto che invece i costi d’esercizio sono costantemente in crescita (costo auto, assicurazione, bollo, benzina, tasse, aumento del costo generale della vita). L’autore della lettera conosce la realtà e su essa ragiona, Seminerio, invece, fa dell’accademia.

Per gli stessi motivi non si riesce a ridare stabilità finanziaria al nostro Paese ed all’economia occidentale. Le autorità economiche-finanziarie e politiche continuano a concentrare la loro attenzione sul livello finanziario con i tagli e la “razionalizzazione” della spesa, piuttosto che su quello superiore dell’economia fisica con un’azione d’impatto per l’arricchimento del tessuto infrastrutturale e della produttività. Questi parlano di “paese bloccato”. Questa è la nuova parola d’ordine, e la soluzione starebbe nelle liberalizzazioni. Ma questo non può funzionare perché la realtà fisica non funziona così. Si illudono che l’approntare azioni sullo stesso livello su cui vogliono vedere i risultati – quello finanziario – possa funzionare. Povera Alice!

In merito agli autotrasportatori Seminerio afferma:

[Con tariffe libere gli autotrasportatori-padroncini] la finirebbero di tenere sotto ricatto un intero paese al solo scopo di mantenere invariato il proprio reddito nel tentativo di recuperare le maggiori voci di costo, ed il paese ne guadagnerebbe in salute: quella dei camionisti stressati dal dover rispettare i tempi di consegna, e quelli degli automobilisti che viaggiano fianco a fianco degli autotreni.

A Seminerio, com’è tipico dei formalisti, sfugge la visione dell’intero processo, e guarda caso questa disattenzione è utile alle oligarchie e lesiva della dignità dei lavoratori. Oggi, mantenere il livello di reddito recuperando almeno “le maggiori voci di costo” – strano? – vuol dire continuare ad avere diritto alla sussistenza e non alla bella vita. Stando alla sostanza della realtà odierna, affermazioni come quella sopra, rappresentano un attentato al principio costituzionale della dignità del lavoro e più in generale del “diritto ad una esistenza libera e dignitosa” come recita l’art. 36 della Costituzione. I “padroncini” se oggi sono in grado di mettere in ginocchio un Paese, è perché i Governi non hanno fatto politica strategica, ma hanno piuttosto lasciato il mercato libero di decidere come meglio svilupparsi. Questo sviluppo libero, alla stessa stregua di un terreno incolto, ha finito col produrre molte erbacce. Il mercato non ha trovato convenienza a diversificare la rete di trasporto ed anzi gli interventi statali sono stati solo ossequiosi a chi chiedeva lo sviluppo del trasporto esclusivamente su gomma. Così, oggi, quegli autotrasportatori hanno una funzione sociale così importante da non poter non essere riconosciuta dall’ingordigia dei grandi speculatori che vogliono tenere bassi i costi del lavoro.

Eppure l’accademia a cui si ispira Seminerio, trova già in uno dei suoi padri fondatori – David Ricardo – l’emblema della fallacia della teoria liberista. Ricardo, infatti, sostiene che la legge del libero mercato funzioni soltanto in presenza di due circostanze: la piena convertibilità aurea della moneta circolante e la chiusura del sistema analizzato. Pura accademia appunto, e non tanto per la prima condizione – la quale potrebbe anche essere realizzata ma con risvolti inevitabilmente malthusiani – quanto per la seconda, la quale è impossibile da realizzare almeno che non si immagini per il pianeta l’esistenza di un unico mercato, di un’unica autorità monetaria, di un unico governo mondiale. Dunque, quando i liberisti fanno i liberisti duri e puri, sanno di cosa parlano? Il paradosso è che il loro non sapere, risulta assai utile alle oligarchie finanziarie che dei processi liberisti si avvantaggiano.

La soluzione ai problemi di qualunque sistema, non è il liberismo, che anzi ha storicamente dimostrato di non essere performante ai fini del bene comune – questo è il fine della Repubblica – , ma utile solo alla formazione di oligopoli. E a ciò porta il restare sul livello, per riprendere l’esempio di Platone, della estensione lineare. Una soluzione autentica, invece, passa per lo sviluppo tecnologico-infrastrutturale del livello di base di quel sistema (ed eccoci dunque spostati sul livello superiore, della rotazione della diagonale nell’esempio di Platone). In pratica, se non si aumenta la qualità tecnologica delle infrastrutture, di modo da consentire una più efficiente viabilità (metropolitane, ricorso ad una seria limitazione del traffico nei centri cittadini, aumento dei bus navetta, strade costantemente e velocemente manutenute, aumento delle corsie preferenziali proprio come suggerito dal lettore che scrive a Seminerio) nessun aumento delle licenze sarà utile al cittadino, sia utente e sia lavoratore – esatto Seminerio, anche lavoratore, visto che di esso si deve tenere conto nel momento in cui la nostra Costituzione (artt. 1, 3 e 4) su di lui si regge! Sarà il caso di tenerne conto in un’epoca in cui si è progressivamente accelerata la distruzione della capacità d’acquisto reale dei lavoratori?

Sia ben chiaro, che qui non si è contro il mercato e la libertà organizzativa dell’imprenditoria, quanto piuttosto contro l’idea che il “libero” mercato sia da sé capace di disporre le risorse nel miglior modo possibile. Il “libero” mercato, per esempio, non trova convenienza a sviluppare una linea ferroviaria, una infrastruttura elettrica, idrica o del gas per Borgo Piccino. Ma senza andare troppo in là con la fantasia, il libero mercato trova conveniente l’assunzione di ausiliari del traffico, i quali sono finanziariamente redditizi, ma non trova conveniente l’assunzione di nuove forze di polizia, oppure più semplicemente evitare che questi debbano saltare le ronde notturne per mancanza di carburante, oppure evitare che questi utilizzino la cancelleria della banca vicina per assenza di fondi da destinare a tale materiale. In questo secondo caso, infatti, la “redditività” è misurabile solo in termini di ritorno sociale – che è un arricchimento dell’economia fisica. Il paradosso che si viene ad avere è che si possono perseguire indisciplinati autisti, ma non la criminalità organizzata (qui l’attività non si autofinanzia, ma finanziariamente, nell’immediato, è solo un costo). Si capirà bene che alla base di questi paradossi vi è Maastricht ed il suo patto di stabilità.

Dunque, qui si sostiene piuttosto l’idea fatta propria dal nostro Costituente, per cui l’iniziativa economica debba avere una funzione sociale e che a tale fine la Repubblica deve intervenire.

E rifacendosi ancora al caso di cronaca del lavoro più recente e clamoroso, quello del fermo degli autotrasportatori, il libero mercato con il suo alfiere della deregulation ha fatto sì che si dequalificasse il lavoro dell’autotrasporto ricorrendo a manodopera a basso costo, e che poi ci si scandalizzasse se gli autotrasportatori italiani, attanagliati da una parte dall’aumento dei costi di esercizio, e dall’altra dalla concorrenza a bassa tutela sociale dei lavoratori stranieri, procedessero con un fermo volto a richiamare l’attenzione sul fatto che il principio della dignità del lavoro (art. 36 Cost.) fosse di fatto leso, non essendo più l’attività svolta esercitatile a condizioni qualitative e quantitative dignitose, e non consentendo più una dignitosa remunerazione per sé e la propria famiglia, come, appunto, costituzionalmente richiesto.

Ma visto che vogliamo utilizzare queste cosiddette leggi dell’economia per taxi ed autotrasporto, che leggi abbiamo dimostrato non essere, mi chiedo se queste leggi valgano anche per il sistema bancario. Da fine luglio, ossia dallo scoppio della crisi dei mutui subprime le banche centrali del mondo occidentale si sono prodigate in continue immissioni di liquidità, non per la conclusione di infrastrutture o per salvare fabbriche e posti di lavoro, ma per salvare la piramide speculativa di carta creata negli ultimi decenni dalla comunità finanziaria.

L’obiettivo della Repubblica deve essere quello di perseguire il Bene Comune. Per fare questo in modo efficace e costante esiste un solo autentico metodo, che è quello originale del Sistema americano di economia politica, così come fondato fin dal 1789 da Alexander Hamilton e ribadito nella sua efficacia da Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy, in opposizione al modello liberista dell’Impero britannico. Esso passa per continue rivoluzioni scientifiche nel campo delle infrastrutture e dell’industria, da lanciare facendo ricorso in modo dirigistico al credito pubblico, così come previsto dalla Costituzione americana (art. 1 sezione 8). Questo, dunque, non è un modello di stampo stalinista, ma piuttosto l’autentico modello a cui gli Stati Uniti hanno fatto ricorso per almeno quattro volte in modo rivoluzionario (presidenze Washington, Lincoln, F. Roosevelt, Kennedy). Questo sistema ovviamente mette in profondo stato d’accusa il modello liberista a cui si ispira il Trattato di Maastricht e può oggi essere riproposto solo in seguito alla necessaria ricostituzione di un equo sistema monetario internazionale a cambi fissi, ed il congelamento dei debiti pubblici degli Stati che non possono essere ripagati chiedendo disastrosi sacrifici alle popolazioni, ma rilanciando in modo dirigistico le politiche industriali. Perché non chiedere ai creditori – esclusivamente banche private – di pazientare il tempo necessario per rilanciare l’economia produttiva di un’economia globale in piena crisi da ubriacatura speculativa liberista?
Alice esca dal paese delle meraviglie.

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà
www.movisol.org

6 novembre 2007

L’attuale crisi può essere sconfitta solo facendo ricorso alla Verità

Sono fermamente convinto che la verità disarmata e l'amore disinteressato avranno l'ultima parola.(Martin Luther King, dal discorso pronunciato alla consegna del Nobel, 11 dicembre 1964)

A mio parere, la bellezza e l’efficacia della forza della verità sono molto grandi, e la dottrina è tanto semplice, che può essere predicata anche ai bambini.(Gandhi, “Young India” 5 novembre 1919)

La soluzione di tutti i nostri problemi passa per la potenza dell’idea di Verità.

La verità è un primus di cui ogni uomo può esserne partecipe. Tuttavia la perfetta conoscibilità della verità non rientra tra le possibilità umane. E’ questo limite che obbliga l’uomo all’umiltà. Ma non ci si confonda: l’umiltà non è indifferenza. Anzi, l’umiltà è l’ingrediente che pone nella verità l’azione, il compromettersi.

Concepire l’esistenza della verità è necessario per impostare un autentico cammino di crescita; senza la meta della verità infatti manchiamo dell’obiettivo ultimo verso cui il cammino della vita è naturalmente inclinato.

Si tratta di un’inclinazione naturale di cui tutti ne abbiamo prova durante la nostra vita. Tale prova è così evidente che il fatto che non ne percepiamo la piena portata è dovuto al fatto che non sappiamo ascoltare. Non ascoltiamo con la dovuta attenzione ciò che avviene intorno a noi. Ciò è dovuto in primo luogo alla paura.

Si provi ad analizzare il proprio comportamento a cospetto di quell’interlocutore che sapremo dirci qualcosa che non ci piace. Avremo difficoltà a guardarlo, tenteremo di interromperlo di continuo, non lo ascolteremo. Non abbiate paura! ripeteva continuamente Giovanni Paolo II.

Lo stesso approccio volto a non ascoltare (ascolto in senso lato, come processo volto ad intelleggere) lo manifestiamo continuamente verso il nostro quotidiano. Questo non ascolto non ci fa rilevare per esempio come l’uomo nasca con una inclinazione naturale alla conoscenza, che poi per paura interrompiamo. Appena entriamo nello stadio acerbo della consapevolezza si aprono le porte alla paura, proprio come un po’ di pioggia rende più instabile la strada rispetto ad un manto molto bagnato.

Si rifletta allora sul cammino naturale compiuto dal neonato. Egli manifesta inequivocabilmente un’inclinazione naturale al progresso cognitivo-creativo fin dai primi giorni di vita: ad un’iniziale incapacità di conoscere con la vista si sostituisce la capacità di mettere a fuoco gli oggetti e di percepirli visivamente; lo stesso processo avviene con il senso del tatto; successivamente il neonato prende coscienza della sua esistenza fisica e comincia ad osservarsi mani e piedi; in uno stadio ancora successivo prende coscienza dell’esistenza del mondo e comincia ad osservare gli oggetti che gli stanno intorno: inizialmente riuscendo a vedere solo ciò che rientra nel ristretto campo, tipico della fase acerba della capacità visiva, poi ampliando sempre più questo campo visivo; toccherà poi alla capacità di movimento, gattonando prima e camminando poi, e poi a quella della parola. Conoscenza ed azione (cognizione e creazione), si dimostrano così essere un’inclinazione naturale prescritta al nostro essere. Questo processo cognitivo, che nella fase iniziale vede la primazia dei sensi, in un secondo momento si rimette alle facoltà del pensiero. Questa naturale inclinazione sarà tanto più perfettibile quanto più l’individuo sarà in grado di affidarsi al superiore dominio del pensiero, piuttosto che al più fallace dominio dei sensi.

Questa è una prova evidente, che riguarda la vita di ogni uomo, della naturale inclinazione umana ad essere partecipe di un processo cognitivo-creativo. Questo processo è il dialogo che instauriamo con la verità.

L’essenza della verità può essere colta dall’intelletto umano in termini metaforici; la verità è pensabile come quel sole della cui esistenza si è certi e che il nostro occhio riesce a guardare solo per pochi attimi, non cogliendone tutta la complessità. Senza il sole che fine farebbe il mondo della vita? Senza la verità che fine fa l’uomo?

Il paradosso è che a causa della negazione dell’esistenza della verità, la nostra società non è neanche più cosciente di quale sia la reale situazione che riguarda l’umanità.

Si pensi alla progressiva distruzione dell’aspettativa di vita che in diversi stati dell’Africa è ritornata drammaticamente ai livelli degli anni ’50 (aspettativa di vita inferiore ai 40 anni); oppure si pensi al fatto che ogni giorno oltre 12mila bambini di età inferiore ai 5 anni muoiono per fame, sete, malattie o guerre; ma si pensi anche alla progressiva distruzione del tenore di vita reale in occidente, in declino dagli anni ’70. Tutto ciò basterebbe per sentenziare il fallimento del modello culturale empirista e del modello economico liberista. Ed invece, acutizzando le ricette che negli anni ’60 s’incominciarono a riseminare, si sta scambiando un cancro in piena metastasi per una trascurabile bronchite. Questo processo di distruzione di quel cammino verso il bene comune ripreso in Europa dopo la seconda guerra mondiale, e negli Stati Uniti con l’elezione di Franklin Delano Roosevelt (1932), è in atto dalla fine degli anni ’60, eppure lo percepiamo in modo evidente solo adesso. Un’attenta analisi (ascolto) di ciò che avveniva già all’indomani dell’assassinio di Enrico Mattei e John Fitzgerald Kennedy, avrebbe dovuto far rilevare ad un individuo consapevole come la strada intrapresa sarebbe stata foriera di disastri. Ed invece tale percezione la si incomincia ad avere solo oggi, solo perché tanta è la sua evidenza. Ma ripeto: un attento osservatore già dagli anni ’60 conosceva e si attivava per impedire gli esiti del maturare di un processo che oggi non inizia, ma si sta ammuffendo (tanto è maturo!). I più invece, si crogiolavano sulla crescita dei consumi (ma non della produzione) degli anni ’80 e sulla crescita finanziaria (agevolando ancora quella dei consumi) degli anni ’90.

Ma cosa è la verità?

Nel Vangelo la stessa domanda – Quid veritas? (Gv. 18,38) – viene messa in bocca a Pilato prima di consegnare Gesù a quella folla che lo avrebbe condannato alla crocifissione. Gesù non risponderà perché tale domanda presuppone che non si sia compreso quale sia l’essenza della verità, ma che piuttosto la si intenda come un oggetto. In altri passi del Vangelo invece Gesù parla della verità come di sé stesso: io sono la via, la verità e la vita (Gv, 14,6).

Platone definisce il fine ultimo della conoscenza, ossia la verità, in questi termini: l’essere di ciò che è e il non essere di ciò che non è (Teeteto).

Ecco che alla luce di tutto ciò la verità è essenza. E cos’è l’essenza del Tutto se non un processo dinamico armonico?

Da tutto ciò ne deriviamo precise indicazioni operative: necessitiamo di credere nell’esistenza della verità per essere parte di un continuo processo di crescita; questo processo di crescita è volto a comprendere l’autentica essenza del Tutto; in quanto processo, il Creato è intrinsecamente dinamico; in quanto dinamico, la nostra relazione con esso necessita di azione; questa azione non può essere casuale ma in armonia con l’oggetto con cui essa intende relazionarsi.

Come funziona il nostro cervello

Gli studiosi di psicologia del marketing sanno qualcosa di come funziona il nostro cervello. Durante uno di quei corsi, cosiddetti di formazione, a cui mi fece partecipare l’azienda per cui lavoravo, ci fu fatto fare l’esperimento che vi ripropongo.

Osservate per i prossimi dieci secondi tutto ciò che intorno a voi c’è di rosso. Adesso chiudete gli occhi e ricordate tutto ciò che intorno a voi è blu. Avrete una grossissima difficoltà a visualizzare ciò che è blu perché il cervello ha lavorato in tutt’altra direzione (e l’input glielo avete dato voi!).

Se invece dei colori come nel gioco su menzionato utilizziamo l’idea di verità, ecco che comprendiamo come per essa il cervello lavori se gli diamo l’input di ricercarla nel Tutto, e come invece essa venga completamente trascurata se noi non stimoliamo il nostro cervello a cercarla ricordandogli continuamente che essa esiste. Ribadisco che non ci è stata data la facoltà di comprendere l’idea di verità nella sua perfezione ma solo di approssimarla, così come qualsiasi cerchio che provassimo a disegnare, anche con la più sofisticata tecnologia, non sarebbe un cerchio perfetto, ma un’approssimazione dell’idea di cerchio.

Ecco che una società che non insegna (e addirittura nega) l’esistenza della verità, è una società che non cerca la verità, che non vive per essa, ma che vive per qualcosa di differente (il profitto, il proprio piacere, il proprio ego, ecc.).

Un aspetto della questione su cui dobbiamo riflettere è che quando diamo a noi stessi l’input di lavorare per un fine – in questo caso la ricerca della verità – ecco che secondo un processo non pienamente consapevole, il nostro cervello si mette a lavorare per la ricerca di quel fine. Sicuramente è capitato a tutti di sviluppare uno studio in merito ad un oggetto, e di accorgersi che tutto il mondo stesse parlando di quell’oggetto. Ci sembra quasi che si sia stati noi a dare a tutto il mondo l’input di parlare di quell’oggetto. Lo stesso avviene quando ci mettiamo in testa di volere acquistare, per esempio, un auto. Lì per lì ci pare di avere fatto una scelta molto originale, poi dopo qualche giorno, cominciamo a notare che quell’auto ce l’hanno molte persone; ci viene quasi da pensare che quella originale idea che solo noi avevamo avuto, ce la stia copiando il mondo intero (ed interdetti ci diciamo: eppure lo avevo detto solo a Mario! Possibile che abbia già messo in giro la voce?).

La realtà dei fatti è ovviamente diversa. Abbiamo dato al nostro complessivo sistema di osservazione intellettiva un obiettivo. Ecco che il nostro sistema senza che noi di volta in volta gli si debba ridare l’input, sta lavorando per cogliere quell’obiettivo. Al contrario, fino al momento in cui al nostro sistema di osservazione intellettiva non avevamo dato quell’obiettivo, esso lo aveva completamente trascurato (ricordate il colore blu del giochino di sopra).

Ora, se ciò funziona con i colori e con gli oggetti che vogliamo acquistare, funziona anche con entità ben più importanti, quale per esempio la verità. Se non ne riconosciamo l’esistenza, la trascuriamo completamente; se al contrario ne riconosciamo l’esistenza il cervello si mette a lavorare per conquistarla.

Una puntualizzazione: alcuni potranno obiettare che un conto è cercare il colore rosso, un conto è cercare la verità. A tal proposito vorrei far notare che esiste una scala infinita di rossi e che mai nessun rosso, anche del medesimo oggetto, è identico ad un altro rosso (è il nostro occhio che s’inganna ed un microscopio svelerà facilmente l’inganno). Così se la verità può essere solo approssimata e non conosciuta in tutta la sua perfezione, altrettanto varrà per ogni cosa della realtà (sensibile).

Ecco che allora una società che non autodichiara l’esistenza della verità, non lavora per essa ma anzi la trascura completamente.

(Non si irrigidiscano i relativisti! La verità è un concetto del mondo ideale, non della realtà sensibile. Ma questo la rende più reale di quell’ombra che è la realtà! La verità non può essere intesa come un insieme di regole, quanto piuttosto come un complesso di principi alla cui origine vi è l’idea di Bene. Si ricordi come Gesù tratti la regola del sabato dei farisei).

Il nostro tempo è dominato dalla menzogna perché trascura l’idea di verità.

Si pensi alla menzogna in campo economico, dove si spacciano per utili al bene comune le liberalizzazioni. Mai nessuno ha saputo citare un esempio di liberalizzazione che abbia avvantaggiato l’interesse generale. I liberisti sostengono che dai processi liberisti sia derivato un aumento dell’occupazione e della produttività ed una diminuzione dell’inflazione. Questi signori, a causa del formalismo che domina la teoria a cui si affidano – ricordo che partono dal presupposto formale che possa esservi una concorrenza perfetta, non tenendo invece conto della reale disomogeneità delle situazioni comparate – guardano soltanto la superficie di questi dati.

La verità è ben altra!

L’occupazione è aumentata solo in apparenza grazie al camuffamento delle statistiche. Infatti, con mutamenti rispetto alle tecniche di rilevazione passate, si considerano lavoratori coloro che sono occupati anche per pochi giorni alla settimana; non si considerano disoccupati coloro che dopo lunghe ed infruttuose ricerche di lavoro si rassegnano dal cercare un’occupazione.

A ciò si aggiunga che le posizioni lavorative create sono a livelli salariali più bassi rispetto a quelle perse.

I liberisti considerano aumentata la produttività. Ma a quale produttività fanno riferimento? L’incidenza della capitalizzazione di borsa sul p.i.l. rispetto agli anni ’60 è passata da un 10% ad un 70%. In pratica il grosso della produzione industriale lorda, non è produzione industriale (che dunque produce beni e dà lavoro), ma è di origine finanziario-speculativa (e dunque produce solo utile finanziario per chi lo fa, senza poi reinvestirlo in attività aventi funzione economico-sociale).

Secondo i liberisti poi l’inflazione sarebbe diminuita. I signori liberisti parlano purtroppo soltanto dell’inflazione nominale, ma non di quella reale (rapporto tra l’inflazione nominale ed i redditi da lavoro). In presenza di un minor aumento dei prezzi rispetto agli anni ’80 (diciamo mediamente di un 2% invece che anche del 18%), vi sono stati nella migliore delle ipotesi aumenti dei redditi medi inferiori al 2%. Paradossalmente, dunque, se l’inflazione nominale sale del 30%, ed i redditi salgono del 40%, ecco che il fatto che l’inflazione nominale salga non è in assoluto un male.

A tutto questo discorso sull’inflazione, vi è da aggiungere anche il fatto che la consistenza del paniere dei prezzi ha perso attinenza con la realtà. Il grosso dell’incidenza sulla capacità d’acquisto reale è purtroppo rappresentato dai generi alimentari e di prima necessità. Su questi generi l’ascesa annua dei prezzi è stata di circa il 2%?

Regna appunto la menzogna, piuttosto che la verità.

Si pensi poi alle menzogne in campo politico.

Circa la guerra in Iraq sono oramai assodate le responsabilità da parte dell’amministrazione Bush e del vice-presidente Cheney in particolare. La questione dell’uranio proveniente dal Niger come prova che incolpava Saddam Hussein, è stata smentita in seguito allo scoppio del caso Wilson. La questione dei “pizzini” di Rumsfeld con cui intendeva abituare la popolazione statunitense ed occidentale, al fatto che il pericolo terroristico fosse più grave di quello che i servizi segreti rilevavano come reale è un’altra prova dell’uso sistematico della menzogna da parte dell’establishment.

Ma si pensi anche, per quanto riguarda l’Italia, alle continue accuse riversate sulle cosiddette “leggi di Berlusconi”, tanto gravi da non esserne stata modificata neanche una da parte della nuova maggioranza parlamentare.

Vi sono poi le menzogne in campo ambientale. La questione ambientale sta venendo strumentalizzata da precisi interessi finanziari per impedire lo sviluppo dei paesi in via di sviluppo e ridurne drasticamente le popolazioni. Il film di Gore che gli è valso il premio Nobel, è pieno di asserzioni prive di validità scientifica (su tutte, quella dell’innalzamento dei mari per circa 6 metri). Ma si pensi anche alla asserita relazione tra CO2 e riscaldamento globale (e perché le rilevazioni allora danno in aumento la temperatura in tutta la Galassia? Le nostre industrie inquinano anche Giove?) o alla asserita pericolosità ed inefficienza dell’energia nucleare (che stupidi i Francesi che rimettono l’80% del proprio fabbisogno energetico all’energia nucleare!).

Ed ovviamente sono molti altri i campi della vita in cui domina la menzogna. Basti pensare alla tecnica del capro espiatorio grazie a cui si sono condannati partiti, dirigenti sportivi, tecnologie, di volta in volta usata per perseguire interessi di parte.

L’azione dei politici nella Verità

La classe politica deve attivarsi su un duplice fronte. Bisogna che essa parli di verità e bisogna che essa agisca nella verità. E’ finito il tempo dell’ascolto della vox populi per misere questioni di convenienza elettorale. “Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione che non è nè sicura, nè conveniente, nè popolare; ma bisogna prenderla, perchè è giusta.” (Martin Luther King).

I venti che soffiano sono venti pericolosi. La popolazione è esausta ed i più sono senza i giusti punti di riferimento. Essa si sta velocemente trasformando in un esercito pronto ad obbedire al primo populista a cui il complesso finanziario-mediatico-militare voglia accordare la propria fiducia.

Per sé stessi, i politici è meglio che perdano le loro poltrone se la loro attività invece che essere dedita al bene comune, e dunque alla verità, resta ottusa sui binari della menzogna.

Mi rendo conto di chiedere un qualcosa che non ha a che fare con una generazione che mai ha lavorato per la verità ma che invece è sempre stata ossequiosa alla propria comodità. Tuttavia presto avremo il diluvio e solo chi avrà preparato l’arca con sopra tutto il necessario per affrontare il domani, non sarà ricordato dalla storia come un vergognoso lacchè di un Olimpo finanziario che si credeva onnipotente.

La storia troppe volte ha sentenziato il proprio verdetto. Non si può andare contro la legge di gravità. La presuntuosa pretesa viene concessa per pochi attimi, poi si precipita e ci si fa male.

E’ finito il tempo in cui si lasci che i discoli con il loro modo sguaiato di fare i balocchi distruggano l’intera casa. In questa casa non si vive più ed i discoli vanno rimessi in riga per salvare la casa comune.

Se la classe politica non si sente pronta per fare ciò, cerchi aiuto in chi evidentemente è pronto a tale compito.

D’altra parte vi sono generazioni di uomini che nascono per ricostruire ciò che altre generazioni hanno distrutto.

Si ascolti questa parola: firewalls.

Il politico americano Lyndon LaRouche ha proposto un disegno di legge che in questo momento è oggetto dell’attenzione di molti parlamentari americani (Homeowners and Bank Protection Act – HBPA) per salvare milioni di famiglie americane che rischiano l’esproprio delle loro case. Il principio che sta dietro l’idea dei firewalls è chiaro: il liberismo ha finito il suo tempo; i disastri fatti dalla magica mano invisibile del mercato non sono più tollerabili; è necessario che i governi riassumano il ruolo per cui vengono costituiti: perseguire il bene comune.

Questa idea dei firewalls si impone non soltanto nel settore dei mutui casa. Ci troviamo di fronte ad un’inflazione galoppante che solo la manipolazione delle statistiche nega. Questa inflazione non colpisce beni superflui tipo una bottiglia di vino pregiato od un quadro d’arte moderna. Questa inflazione sta colpendo generi di prima necessità, dagli alimenti, al carburante, al riscaldamento, all’acqua.

I politici ed il Governo in particolare riprendano in mano il volano dell’economia ed intervengano prima di ritrovarsi con la gente in piazza fomentata da incoscienti demagoghi utili solo a chi ha finora voluto baloccarsi con la speculazione, grazie all’asservita classe politica, ad onta degli espliciti enunciati della nostra Costituzione. Si ricordi l’art. 41:“L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Dal libro della Sapienza (6)

Chi cerca la sapienza la trova

[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.

[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.

[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.

[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.

[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.

[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;

[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità

[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.

[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.

[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

Claudio Giudici

10 settembre 2007

Il Gesù Cristo di Joseph Ratzinger

Riguarda tutti noi
di Lyndon H. LaRouche Jr.

Recensione del libro
Gesù di Nazaret
Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI

La realtà che il genere umano si trova oggi ad affrontare è apocalittica. Un amico, un sacerdote influente più o meno della mia stessa età, mi ha comunicato tempo fa la notizia che nella sua nazione non ci sono quasi più vocazioni al sacerdozio. Sono rimasto sbigottito per un attimo, ma solo per un attimo. Negli Stati Uniti, ad esempio, la percentuale di sedicenti “credenti” tra gli elettori è aumentata negli ultimi decenni; eppure mi vengono i brividi quando mi chiedo, ad esempio, a che cosa davvero credono questi credenti?
Che cosa impedisce veramente al genere umano di agire in tempi così minacciosi?
Contrariamente ad un'opinione largamente diffusa, la crisi delle vocazioni nella Chiesa cattolica non è il risultato del processo noto come Concilio Vaticano II; il Concilio Vaticano II fu una reazione alla direzione sbagliata e apparentemente incontrastata che aveva preso il mondo dopo la seconda guerra mondiale, nel preciso istante in cui morì il Presidente Franklin Delano Roosevelt. Oggi, la principale fonte della crisi morale che attraversa la società su ambo le sponde dell'Atlantico è espressa dalle nuove forme di decadenza introdotte nell'arbitrio di certe comunità, principalmente quelle dei ceti medi nelle Americhe ed in Europa occidentale e centrale, e che spesso tarpa la loro volontà di agire. I più consapevoli compresero che il mondo emerso trionfante sulla minaccia fascista aveva tradito lo scopo per cui si era battuto. Questa consapevolezza di un mondo in preda ad una nuova, montante decadenza attirò l'attenzione dei più accorti su come essa condizionò uno strato sociale, quello dei figli dei colletti bianchi, dei ceti medi nell'Europa e nell'America del dopoguerra, nati tra il 1945 ed il 1957-58. Era la generazione di cosiddetti “colletti bianchi”, la cui decadenza esplose in seguito con violenza nella forma nota come il “Sessantotto” su ambo le sponde dell'Atlantico.
La chiave per comprendere questo cambiamento specifico sta nel riconoscere che il cambiamento filo-esistenzialista nel modo di pensare in America ed in Europa occidentale e centrale dopo la morte di Roosevelt corrisponde, specificamente, all'ingresso nell'adolescenza di un ampio strato sociale, cosiddetto di “colletti bianchi”, nato in queste nazioni dopo la morte di Franklin Roosevelt. Tipici sono i figli nati nelle famigli di quello che negli anni Cinquanta divenne noto come “The Organization Man” (1). Il Presidente Dwight Eisenhower si riferì invece a questi strati di colletti bianchi come la base elettorale del “complesso militare industriale”.
Il fattore più importante di un cambiamento simile nelle istituzioni cattoliche ed in altre istituzioni in Europa e nelle Americhe fu il dilagare dei folli dogmi esistenzialisti della Scuola di Francoforte, associati al ruolo svolto dal Congress of Cultural Freedom (CCF) nell'Europa del dopoguerra. I più influenti furono ideologhi della Scuola di Francoforte quali l'ex filosofo nazista Martin Heidegger, il suo discepolo Jean-Paul Sartre in Francia, nonché Horkheimer, Adorno, Arendt ed altri rappresentanti della stessa Scuola. La stessa tendenza riecheggiò nell'opera di Bertold Brecht nella Germania orientale occupata dai sovietici. Questi empiristi radicali, questi esistenzialisti, uniti all'opera della Clinica Tavistock a Londra e degli ambienti intorno a Bertrand Russell, furono i protagonisti della campagna per distruggere la tradizione europea nelle scienze fisiche e nella cultura classica dopo il 1945.
Questo sviluppo all'interno e oltre la comunità transatlantica va paragonato al fattore di decadenza moralmente fatale che portò al crollo della Atene corrotta dalla follia delle guerre del Peloponneso.
All'interno degli stessi Stati Uniti, la corruzione esistenzialista fu diffusa dal sovrapporsi ideologico della Fondazione Josiah Macy Jr. e la campagna di lavaggio del cervello condotta da Adorno, Arendt e altri all'insegna della “personalità autoritaria”. Uno dei risultati più visibili di questa campagna di lavaggio del cervello contro gli Stati Uniti ed altre vittime è la frase-culto orwelliana che oggi si sente ripetere a macchinetta: “Non credo nelle teorie cospiratorie”.
Il risultato fu che per la vittima dell'influsso ideologico corruttore della Scuola di Francoforte e di altri sofismi del genere andò perso un aspetto centrale come frutto di questa decadenza: la nozione dell'esistenza dell'anima immortale che distingue in modo assoluto e unico la personalità umana dalle bestie. Le implicazioni della corruzione morale espressa dall'esistenzialismo furono immediate, sia all'interno che all'esterno delle chiese; tuttavia, le piene conseguenze di questa malattia divennero più evidenti con l'andare del tempo. Implicitamente, l'idea di Dio fu soppiantata da culti come quelli condivisi dagli infantili seguaci delle “guerre stellari” o di Harry Potter. Furono messi a repentaglio tutti i valori associati a forme di vita civili nelle nazioni e tra i popoli.
E giunse il raccolto autunnale chiamato “sessantottini”. Giunse nella primavera di quell'anno, quando l'avanguardia della generazione dei Baby boomers (il boom demografico) arrivò prima all'adolescenza e poi alla maturità adulta. Ecco come siamo arrivati al punto in cui il pianeta è minacciato da nuovi secoli bui. E' giunto il momento, dunque, in cui un nuovo Papa ha sentito il bisogno di esaminare il vero significato dell'immortalità dell'anima che abita nella carne vivente dell'uomo.
E' questo il contesto immediato in cui leggere il libro di Papa Benedetto XVI Gesù di Nazaret.

Corinzi 13

Un esempio. Nel 2004 pronunciai un discorso a Talladega, in Alabama, per commemorare la memoria del Rev. Martin Luther King, un eroe nella tradizione esemplare di Giovanna d'Arco (2). La stessa qualità specifica di immortalità a cui feci riferimento in quella occasione è il mio punto di riferimento anche in questa sede. L'enfasi qui è la mia persuasione, nel leggere il suo libro, che conoscere nel modo più accurato possibile l'immagine di vita reale di Gesù di Nazaret a cui conferisce tanta importanza Benedetto XVI sia la chiave di volta per comprendere la missione cristiana oggi.
Contrariamente all'opinione diffusa negli Stati Uniti e in Europa, l'uomo non è una scimmia come quella implicita nelle teorie dell'ex nazista Martin Heidegger e dei suoi amici della Scuola di Francoforte. Dobbiamo sospettare che neanche una semplice scimmia potrebbe essere gettata in uno stato di cose bestiale come quello proposto da Heidegger per l'uomo. La fede nel Dio identificato dai cristiani, così come dagli ebrei nella tradizione dei tre grandi Mosè - quello delle Tavole, Mosè Maimonide e Mosè Mendelssohn - poggia su basi scientificamente oggettive, come sottolinea il Fedone di Mendelssohn. Ciononostante, la natura del Dio dei cristiani e di Mosè è anche, essenzialmente, una questione molto personale e soggettiva.
Nell'insegnamento della scienza, ad esempio, c'è un divario tra la definizione di “verità” da ciò che i moderni sofisti considerano “quello in cui mi hanno insegnato a credere se voglio guadagnarmi delle credenziali”. Così, molti studenti vengono indotti dal lavaggio del cervello a credere come zombie al “consenso”, a considerare “auto-evidenti” le definizioni, gli assiomi e i postulati euclidei o cartesiani, schivando l'esperienza reale della conoscenza efficiente di un principio fisico universale, nel modo in cui un Bernhard Riemann, per fare un esempio, definisce la vera conoscenza.
Qualcuno che aspira a sentirsi importante dice: “Credo in Dio”. Così, nel caso della Bibbia leggendaria di un parroco revivalista deceduto, potremmo leggerla e trovare scritto, con annotazioni degne di un appassionato Flagellante: “Testo non chiaro. Grida come un demonio!”.
Un uomo onesto gli chiede: “Come e quando sei arrivato a conoscere Dio?”
Il parroco, sentendosi sfidato, ha quasi un attacco di bile e risponde, seccato: “Credo!”
Dunque, la questione rilevante è, semplicemente: è vero che noi - voi ed io - siamo fatti a immagine e somiglianza del Creatore di questo universo? Come possiamo saperlo? Siamo bestie o siamo fatti a somiglianza dell'uomo e della donna nella Genesi 1:26-30? Dunque, per un cristiano in un'epoca di grande crisi spirituale per il genere umano, come per Benedetto XVI in questa occasione, il significato della divinità di Gesù di Nazaret è una questione pratica ed esistenziale cruciale per tutti gli interessati.
Benedetto XVI ha risposto: Quali prove ci giungono dalla vita di Gesù di Nazaret? Che cosa conosciamo, e come siamo capaci di apprenderlo?
Se lo chiedessero a me, direi che la mia risposta sta, essenzialmente, nella lettera ai Corinzi I: 13. Fede e speranza dipendono essenzialmente dal principio espresso nel Vangelo di S. Giovanni: il concetto socratico di agape. Si tratta di una concezione che non viene colta appieno dal termine “carità”, né dal termine amore.
Né possiamo rappresentare il significato di agape col termine passione. Si tratta di una qualità a cui fa riferimento il termine passione, ma non nell'accezione del termine attribuita da discorsi o scritti contemporanei. Generalmente associo il significato del termine greco agape alla passione della creatività, nel senso più rigoroso dell'atto di scoperta di un principio fisico universale, come nel caso esemplare della scoperta del principio fisico della gravitazione universale da parte di Giovanni Keplero.
L'abuso più significativo dei sinonomi del termine agape in Platone e negli apostoli Giovanni e Paolo, ad esempio, è il prodotto di un tentativo di adeguare in modo nominalista il vocabolario al liberismo filosofico moderno nella sua forma più irrazionalista che è quella sofista, e nella tradizione implicitamente satanica del moderno mago sofista Paolo Sarpi: la tradizione dei suoi seguaci empiristi e romantici come il suo lacchè Galileo Galilei, gli empiristi liberisti anglo-olandesi Locke, Mandeville, i fisiocratici Quesnay e Turgot, il plagiatore britannico Adam Smith, e l'utilitarismo radicale di Jeremy Bentham del Foreign Office britannico e dei suoi seguaci. E' anche la tradizione meccanicistica di Cartesio che giunge fino ai giorni nostri.
Sono disponibili definizioni funzionali precise del significato sottinteso al termine agape. Dall'antica Grecia classica, la soluzione data da Archita il pitagorico al problema del raddoppio del cubo, o l'esercizio proposto da Platone nel dialogo Teeteto, ne sono alcuni esempi. Nella scienza e teologia moderne, la scoperta più significativa è quella di Niccolò Cusano sull'incompetenza sistemica del tentativo di Archimede di quadratura del cerchio, e la derivante applicazione dell'approccio di Cusano nella scoperta originale di Keplero sulla legge della gravitazione universale. La scoperta di Fermat sul principio dell'azione minima, quando fu scoperto il principio della catenaria, grazie alla collaborazione tra Gottfried Leibniz e Jean Bernouilli, è un altro esempio, così come lo è la tesi di laurea di Bernhard Riemann del 1854.
Questo argomento fu riassunto, alla fine della sua vita, da Albert Einstein quando comprese l'unità del processo definito dai riferimenti stabiliti da Keplero e Riemann: il principio di un universo finito eppure illimitato come un tutto.
Tale infinitesimale esprime la potenza che muove l'universo. La traiettoria del moto, come può essere descritta dalla matematica finita, è l'ombra di questo principio, ma non ne è l'attualità ontologica.
Il potere creativo espresso dall'uomo e dalla donna fatti a immagine del Creatore è il vero potere del processo della creazione continua dell'universo, potere che esprime l'intenzione sia del Creatore che del creato e che riflette il concetto di agape. Cruciale è' l'amore creativo condiviso col Creatore, espresso nella devozione della personalità umana alla realizzazione di questa missione. E' l'amore espresso dai contributi allo sviluppo dell'universo che abitiamo, è una qualità di amore che esprime tale potenziale creativo.
E' l'amore espresso da uomini e donne che agiscono al servizio, e ad immagine, del Creatore.

Gesù di Nazaret

Sottolineo dunque questo principio dal punto di vista ecumenico della tradizione platonica che condivido col Fedone di Moses Mendelssohn. Si tratta di storia, ma è più di un resoconto della storia passata; è indispensabile tale storia per esprimere l'essenza del processo che attanaglia il pianeta ancor oggi.
Con la fine della Seconda Guerra Punica, la civiltà centrata sul sistema marittimo del Mediterraneo fu colpita da una nuova qualità di male: l'emergere dell'Impero Romano. Era un male antico, quello che era noto, genericamente, come il modello oligarchico, che assumeva una nuova forma. Nei due secoli successivi si svolse un'aspra battaglia per il controllo di questo impero nascente.
Giunse così il tempo in cui l'erede putativo di Giulio Cesare, Ottaviano, che allora risiedeva sull'isola di Capri, negoziò un'alleanza con il culto di Mitra contro i suoi rivali politici, Antonio e Cleopatra. Ottaviano si incoronò Cesare Augusto all'epoca in cui nacque Gesù di Nazaret. Fu quando a Capri risiedeva l'Imperatore Tiberio che Ponzio Pilato, in rappresentanza dell'Imperatore, ordinò la crocefissione di Gesù di Nazaret.
L'Impero Romano, talvolta definito “la meretrice di Babilonia”, decadde, ma fu succeduto da Bisanzio. Anche Bisanzio decadde, ma fu succeduto dal suo erede (un nuovo discendente della Roma imperiale), l'impero su cui dominò l'oligarchia finanziaria veneziana grazie agli accordi che strinse con la cavalleria normanna. Poi, dal febbraio 1763 in poi, si impose un nuovo successore sul trono imperiale, l'impero liberale neo-veneziano, anglo-olandese di Fra Paolo Sarpi, della Compagnia Britannica delle Indie orientali e dei suoi successori, il regno dell'usura imperiale che domina il mondo ancor oggi.
Dunque, il male che Gesù di Nazaret nacque per affrontare, il male imperiale che eseguì l'omicidio giudiziario di Cristo, persiste ancor oggi. Per noi che viviamo in questo lasso di tempo continuo, resta ancora da compiere la missione di liberare dalle catene uomini e donne fatti a immagine e somiglianza del Creatore.

Dunque noi chi siamo?

Chi sono dunque tali uomini e donne fatti a immagine e somiglianza del Creatore, di cui parla la Genesi 1? Se siamo immortali, dove eravamo - dove siamo nella simultaneità dell'eternità - quando nacque Gesù di Nazaret? Per quale tramite partecipiamo al corso degli eventi della storia? O per meglio dire: come sperimentiamo tale simultaneità dell'eternità? Come giustifichiamo la personalità degli estinti?
Benedetto XVI ha scritto un libro che conduce il lettore attraverso gli aspetti noti dell'esperienza di Gesù di Nazaret. Compie il tentativo, ed è un tentativo persuasivo, di porre il lettore all'interno dell'esperienza di Gesù di Nazaret. Grazie a questo tentativo al lettore si presenta l'opportunità di immergere il proprio senso di esistenza nella missione che tale racconto esprime per il futuro. Tale missione deve diventare la nostra passione.
Qual è dunque la missione dell'uomo? Che obiettivo ci poniamo con la nostra vita mortale, ed anche oltre la nostra morte? Non quello che facciamo per noi stessi, ma per tutto il genere umano. Quando cesserà di esistere la carne, che cosa resterà di noi che non siamo semplici bestie? Dove andrà a pregare quella povera anima? Qual è il nostro interesse nell'esito della simultaneità dell'eternità? Come esseri immortali, quali dovrebbero essere le nostre passioni?
Lo scopo della nostra esistenza non è superare i regni successivi di quel modello oligarchico di società riflesso da Augusto e Tiberio, ma liberare il genere umano dalle sue catene per compiere la missione che va oltre. Nel frattempo il nostro dovere non è aspettare, quasi cappello alla mano, che il male venga miracolosamente portato via. Il cambiamento da compiere è un cambiamento a cui dobbiamo partecipare. Siamo noi, dal nostro posto nella simultaneità dell'eternità, che dobbiamo partecipare a tutte le missioni appropriate del genere umano, agendo nel nostro ruolo di creature fatte a immagine e somiglianza del nostro Creatore.

[1] “L'Uomo dell'Organizzazione”, dal titolo di un bestseller di William Whyte pubblicato nel 1956 che tracciò il profilo del nuovo tipo di cittadino medio espresso dall'involuzione sociale descritta da LaRouche.

[2] "Lyndon H. LaRouche, Jr., The Immortality of Martin Luther King , DVD: EIRDV-2004-001-STD. Richiedilo all'EIR per €25.

Questa recensione è apparsa sul numero dell'EIR del 3 agosto 2007.

Tratto da http://movisol.org/nazaret.htm

8 agosto 2007

LaRouche e Keplero

 

Scuola Quadri in California – 4 agosto 2007 (Tratto da http://www.movisol.org/keplero.htm)


Una risposta di Lyndon LaRouche sulla specificità del metodo di Keplero

DOMANDA:

L'altro giorno abbiamo avuto una piacevole disputa. Spero di riprodurre correttamente entrambe le parti. Stavamo studiando il Capitolo 59 della Astronomia Nova e fummo portati a riconsiderare il Capitolo 57, in cui Keplero si dilunga sulla questione del confronto tra la mente umana e la natura. Ogni volta che riprende questo tipo di indagine, Keplero fa i conti con certe implicazioni di tipo geometrico; in altre parole, è come se, dopo aver dato un occhio alla fisica, può ottenere qualcosa con la geometria.
L'argomento della discordia, tuttavia, è il seguente: Keplero pensava davvero qualcosa come “Deformo questi epicicli, fino ad ottenere delle ellissi”, oppure pensava in altra maniera? In sostanza, Keplero era influenzato dalla cultura predominante? Cioè, anche Keplero era dominato dagli assiomi del moto circolare uniforme e degli epicicli? Oppure, d'altra parte, ebbe un'idea premonitrice della direzione in cui procedere, che lo pose oltre gli aspetti dominanti della cultura del suo tempo, per arrivare alla sua scoperta, in modo che non vi fosse spazio perché gli altri astronomi dicessero “Bel colpo, Keplero; ma, a che servono queste tue orbite? Non sei riuscito a completare l'azione circolare, o l'epiciclo? Usa l'equante.”?


LAROUCHE:

No, Keplero non aveva problemi del genere. Tuttavia, non prendere un suo capitolo alla volta, in sé, per cercare di comprenderlo da un punto di vista particolare. Dovresti ricordare, invece, la caratteristica generale degli scritti di Keplero: è assolutamente degno di nota che egli non si sbarazzi di alcunché; semplicemente, si muove avanti e indietro, per apportare qualcosa di nuovo nel posto in cui era stato prima, e dice, “Ecco qui un'idea migliorata.” Questo è il modo in cui Keplero approccia le cose.

Per quanto riguarda la questione dei moti circolari, dovreste tornare alle fondamenta, che non sono laddove state cercando. Le fondamenta sono - e Keplero lo dice - in Niccolò Cusano. E' quel che Keplero dice sin dall'inizio. E' quel che dice in tutto il suo lavoro.

Ora, la scoperta fondamentale di Cusano fu l'errore di Archimede. Che Archimede si fosse sbagliato sulla questione del cerchio. Questo aspetto è quanto v'è di più cruciale nella fondazione della scienza fisica moderna. Questa è la chiave di tutto il lavoro di Keplero, come anche del lavoro di Leibniz e di altri. E' davvero la fondazione della scienza moderna. E coinvolge il concetto di creatività.

Cusano aveva dimostrato che la quadratura di una funzione [rappresentabile da una] curva nello spazio è prova di incompetenza. In altre parole, non puoi definire ontologicamente la curvatura del cerchio come fece Archimede, nella serie di scritti sulla quadratura di circonferenza e parabola. Questo è ciò che Cusano aveva dimostrato.

Questa differenza, evidenziata da Cusano, fu adottata da Keplero, finendo per costituire le fondamenta della scienza moderna. Ma attenzione, la scienza moderna non si riduce al costruire. Non è semplicemente geometria: è qualcosa di più. Implica qualcosa di ulteriore alla geometria: implica la potenza creativa della mente umana, altrimenti assente negli animali.

La differenza tra Keplero, e tutti gli altri del suo tempo (ad esclusione di pochi amici della stessa convinzione, oggi poco noti), è che Keplero introdusse, in contrasto con Brahe e con Copernico il principio della creatività. I due avevano errato proprio su questo punto. Keplero lo introdusse, dicendo: “Dio è creatore. L'uomo è nella Sua immagine, ed è dunque creativo”. Poi aggiunse il tema della definizione della curvatura del cerchio, senza ricorrere alla quadratura.

Considerate il caso più tardo di Eulero, il quale, dopo un fruttuoso periodo di collaborazione con Jean Bernoulli, degenerò moralmente e intellettualmente, tornando all'idea della quadratura e rifondando il suo procedere sull'errore di Archimede sulle circonferenze e le parabole. Questo regresso divenne un punto chiave dei successivi attacchi all'opera di Leibniz in Europa, specialmente in Francia e in Germania, nel secolo XVIII.

Così, il tema è la creatività; e il suo significato ontologico è che affinché noi possiamo penetrare le leggi dell'universo si richiede che riconosciamo qualcosa che non può essere rappresentato dalla quadratura. Non si può definire un universo curvo a partire da uno rettilineo. Dunque, è questo il modo di vedere le cose. Se spesso nell'educare accade che l'educatore stesso non sappia propriamente che cosa insegna, e faccia ciò che considera essere un semplice appello al senso comune, per tentare di trasmettere una scoperta di principio, noi dovremmo assumere un altro metodo. Un tal uso del senso comune, è proprio ciò che, alla fine, porta gli studenti universitari a pensare come se fossero animali; invece di manifestare la loro umanità, sorbiscono le spiegazioni che vengono loro proposte in una maniera semplicistica e plausibile, piuttosto che guardando ai principi universali davvero coinvolti. L'idea del moto, del movimento della Terra nel Sistema Solare rispetto al Sole e a Marte, che è la prima cosa dimostrata da Keplero nella Astronomia Nova, richiede un tasso di cambiamento del moto stesso, tale da essere consistente con il concetto di proporzionalità tra aree spazzate e tempi impiegati per la funzione ellittica. Il tasso di cambiamento del movimento non può essere ridotto alla forma [tipica] della quadratura. Esso esiste al di fuori di essa.

Così, tutte le spiegazioni geometriche ordinarie, scolastiche o meno, della scoperta di Keplero, non soltanto sono errate, ma assurde nella loro essenza. Tutti i miei lavori sono stati basati, d'altro canto, sul riconoscimento di tale questione. Dal periodo 1946-48 fino al 1953, tutte le mie scoperte fondamentali si sono basate su ciò (anche prima la mia ricerca ne fu influenzata, ma in modo meno consapevole). Ovviamente non sempre dallo stesso punto di vista di Cusano; ma sempre tenendo d'occhio il concetto di creatività. Quindi, sin dagli inizi del mio lavoro del periodo immediatamente successivo alla guerra (1946-47), la prima cosa che confutai fu l'idea di una scienza fisica semplicemente meccanicistica, di una scienza fisica, per preferire un'idea inclusiva dell'universo, in cui il principio della vita e dei processi che la caratterizzano svolga una ruolo qualitativamente distintivo nello spazio delle fasi, in modo da separare i processi biotici da quelli abiotici; questa fu la mia prima preoccupazione. In seguito, nell'oppormi al lavoro di Norbert Wiener, da me conosciuto per essermi trovato in mano una bozza del suo libro più noto (“La Cibernetica. Controllo e comunicazione nell'Animale e nella Macchina”) prima che fosse pubblicato, riconobbi ciò che stavo confutando, ciò che v'era di stupido. Questa fu la mia seconda preoccupazione: come mostrare che la creatività, al pari della vita, è distinta dall'universo visto in maniera meramente meccanicista. E, anche, come mostrare che la creatività umana è distinta dalla vita, così come la osserviamo nelle specie non umane.

Così, troverete che questo concetto di creatività soggiace al lavoro di Pierre de Fermat, uno dei più importanti seguaci di Keplero & C. Essa è la diretta motivazione di tutto il lavoro di Leibniz. Essa è celata nell'opera di Gauss, ma esplicitamente menzionata da Bernhard Riemann, soprattutto nella sua tesi di abilitazione del 1854. E non è un caso che alcuni di noi stiano concentrandosi su Gauss, per cercare di porre in evidenza ciò che vi è nascosto.

Tutta la scienza fisica, come riconobbe e pubblicamente enfatizzò Einstein, verso la fine della sua vita, Qualunque forma competente di scienza fisica ha la sua premessa sulla progressione che caratterizza lo sviluppo della scienza moderna, da Keplero a Riemann. Non vi sono aspetti fondamentali della conoscenza scientifica, che non siano racchiusi entro i limiti definiti da questa caratteristica. L'arco che va da Keplero a Riemann è sotteso dalle scoperte e dagli argoment di Niccolò Cusano. Ma questi argomenti sono il riflesso di ciò che era già stato compreso dai Pitagorici e da Platone; in particolare, delle implicazioni della soluzione al problema della duplicazione del cubo.

V'è stato un lungo periodo della storia umana colorato a tinte fosche, quello dell'Impero Romano, dell'Impero Bizantino, del sistema di Venezia e della cavalleria normanna, ecc. in cui dominò sul piano scientifico l'approccio di Euclide, del quale dobbiamo decidere se fosse un idiota, o un truffatore. Le epoche buie sono tali soprattutto per l'intelletto. All'improvviso, con Cusano e il circolo dei suoi amici rinascimentali, vi fu un ritorno diretto alle vette della Grecia Classica, alle originali scoperte dei Pitagorici e di Platone. Fu questa riscoperta a fondare la scienza europea moderna; furono le persone attorno al Cusano - cioè Leonardo da Vinci, Luca Pacioli e, naturalmente, Keplero, a lanciare esplicitamente questa impresa.

Così, tutta la scienza moderna si basa su questa domanda: l'uomo è un animale? O una macchina? No, l'uomo non è una macchina. Perché v'è un principio alla base della vita, che lo distingue dai processi abiotici. Non è un animale, neanche. Perché, pur essendo entrambe delle creature viventi, e condividendo pertanto lo stesso principio, per l'uomo vige un principio differente, quello della creatività. E' la creatività che definisce la mente dell'uomo, e lo distingue dall'animale. In altre parole, la filosofia della vita sarebbe: “In tempo di carestia, mangia il tuo prossimo.” Ma, noi non lo facciamo, perché l'uomo è differente da un animale, che all'occorrenza può essere nostra preda, se così vogliamo.

Cosi, il punto è questo. Dovete studiare Keplero a partire da questo punto di vista. Così, tutto diventa chiaro. Ma il tema su cui, in fondo, tutto il mio lavoro si concentra, specialmente nell'organizzare politicamente il prossimo, è: come condurre l'altro ad una comprensione della creatività e del suo significato nella pratica, come renderlo chiaro alla gente e riuscire ad organizzare la società attorno a tale principio, perché diventi una società - diciamolo - davvero umanista, contrariamente a quel che è oggi.

Visita il progetto Keplero del movimento giovanile di LaRouche in Inglese

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