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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
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BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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18 dicembre 2008

Per un Partito Democratico antioligarchico - Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Nella primavera del 2007 buttai giù per il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà, il movimento che in Italia rappresenta il pensiero dell'economista americano Lyndon LaRouche, e che in questo momento è al centro del dibattito politico ed economico mondiale, un documento in cui si puntava ad offrire una via d'uscita autenticamente umanista e progressista, all'allora nascente Partito Democratico italiano. Il documento, che fu distribuito durante i congressi dei Ds a Firenze e della Margherita a Roma, ammoniva dall'intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, rispondente a dei proprietari invece che ai cittadini elettori, e piuttosto sposare la tradizione vincente, tipicamente democratica, che fu incarnata magistralmente da Franklin Delano Roosevelt e ripresa in Italia da figure storiche come sono state De Gasperi, Mattei e La Pira.
La parola d'ordine, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetica, in quanto essa fu: "Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'".

Riporto per intero il testo di quel documento.


PER UN PARTITO DEMOCRATICO ANTIOLIGARCHICO[1]

Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Un Partito Democratico che non voglia essere un avamposto esecutivo di interessi particolaristici, non può non tenere conto di come le parti che vengono a comporlo si siano radicate nel corso della propria storia, nonché degli elevati fini che essi assieme si propongono di perseguire, sotto la nuova veste dell’unità.

Il Partito Democratico, e più in generale un partito, non può limitarsi ad amministrare lo stato di fatto secondo le modalità più o meno direttamente richieste dal finanziatore di turno della campagna elettorale, quanto piuttosto porsi il fine di elevare le capacità morali e di vita della popolazione, cercando di contribuire alle sorti dell’intera umanità.

Così se negli Stati Uniti, si assiste ad uno scontro tra due concezioni diametralmente opposte del Partito Democratico – quella filo-oligarchica di Felix Rohatyn, nella tradizione di John J. Raskob, e quella anti-oligarchica di Lyndon LaRouche, nella tradizione di Fraklin Delano Roosevelt – anche in Italia il Partito Democratico segue la medesima falsariga. Da un lato il disegno oligarchico di De Benedetti[2], alle cui istanze, chi punta ad avere un ruolo politico di primo piano a prescindere, si è già allineato, dall’altro quello per il Bene Comune di coloro che sono tenuti ai margini della politica.

“La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.”[3]

Con queste parole Acide De Gasperi traccia il binario da percorrere a noi che veniamo in sostituzione di coloro che vanno, affinché non si disperda, dovendo ricominciare tutto da zero, il patrimonio d’esperienze e morale acquisito da questi ultimi. Su questo binario corre il treno del sistema culturale e la sua locomotiva è la Verità. La Verità e non il comodo deve tornare ad essere il traguardo degli uomini e dei loro sistemi politico-sociali, di modo che la ripetizione di errori, tipo la deriva liberista verso cui per l’ennesima volta il cammino dell’umanità ha di nuovo virato, rappresenti solo un inciampo durante il cammino, e non il cammino stesso.

Per restare ben saldi sulla strada della Verità[4], quale miglior modo che quello di riscoprire i principi guida dei grandi uomini del passato – e, se ve ne sono, del presente – che avevano fatto dell’onestà intellettuale e dell’amore per il Bene Comune, il fine della loro opera politica.

Ma cosa significa riscoprire i principi? Non significa certo ripetere in modo automatico azioni e volontà in un contesto che è divenuto, cambiato. Significa però ridare applicazione, nella nuova realtà – dunque con nuove soluzioni concrete – a quei medesimi principi che ispirarono l’azione politica benefica di chi in ultima istanza migliorò le condizioni di vita morali e fisiche della popolazione.

Questo processo benefico è andato perso tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70 quando un vero e proprio cambio di paradigma segnò il passaggio da una concezione dell’uomo come homo homini fratres ad una concezione di uomo come homo homini lupus; segnò il passaggio da un cammino sociale orientato all’amore (agape, caritas), alla realtà ed all’interiorità, a quello del sesso, droga e rock and roll; segnò il passaggio da una concezione dell’economia produttivo-industriale ad una consumistico-speculativa.

Le guerre finanziarie avviatesi a partire dal 15 agosto 1971 e tutt’oggi in corso, nonché la costanza di guerre guerreggiate dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, testimoniano questa nuova concezione hobbesiana dei rapporti tra i Popoli.

Il cosa fare e non fare è dunque chiaramente tracciato dalle esperienze storico-sociali contrapposte 1945-1971 da una parte e 1971-oggi dall’altra.

Queste due diverse fasi storiche trovano dunque fonte d’ispirazione in una concezione dell’uomo diametralmente opposta. Non può essere credibilmente detto che si tratta semplicemente di due esperienze diverse, quanto piuttosto che si tratta di un’esperienza migliore rispetto all’altra; da una parte un’esperienza che si rifà a validi principi ispiratori che dovevano semmai essere ancor più migliorati, dall’altra un’esperienza che si rifà a principi ispiratori malsani che mai sarebbero dovuti essere risposati.

Questa diversa concezione dei rapporti tra gli uomini, per l’Italia ha voluto dire essere vittima di iniquità economico-finanziarie internazionali e nazionali: il non avvio di una politica energetica volta all’indipendenza, le ricette liberiste imposteci a partire dalla metà degli anni ’70 dal Fmi, il sorgere di una concezione speculativa dell’economia, e attacchi dei centri finanziari alla moneta, hanno distrutto il tessuto produttivo italiano.

Il giudizio negativo più forte a questo stato di cose, proviene dalle dinamiche del potere d’acquisto della maggioranza della popolazione, che ha smesso di crescere agli inizi degli anni ’70 ed ha accelerato violentemente verso il basso durante gli anni ’90. Tutto ciò, nonostante l’articolo 3 Cost., 2° co. reciti: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Degli ultimi trentacinque anni, non può essere neanche trascurata l’influenza esercitata dal cambio di paradigma che ha portato all’abbandono della visione prometeica dell’uomo. In questa visione, l’uomo che conosce e crea e che fa dell’amore per la conoscenza e per la creazione la sua missione di vita, dà concreta applicazione all’aforisma socratico per cui il vero male sia l’ignoranza, essa includendo pure l’inazione. Enrico Mattei[5] è stato il campione italiano di questa concezione dell’uomo, e le sue vedute profetiche, i suoi discorsi non politically correct sono tra quelli che devono essere riscoperti.

In rispetto della nostra grande Costituzione

L’art. 1, 1° co. della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.”

I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. “Repubblica” e “lavoro” sono i due pilastri su cui si erge il nostro sistema costituzionale.

Alla luce di ciò sorgono spontanee alcune domande: A) siamo ancora una Repubblica, cioè un sistema politico-costituzionale dove il patrimonio spirituale e materiale nazionale è utilizzato nel nome e nell’interesse del Popolo sovrano, o piuttosto il sistema è scaduto verso derive oligarchiche dove quel patrimonio è utilizzato nell’interesse di alcuni potentati nazionali ed internazionali? L’allargamento radicale della forbice tra alti redditi e bassi redditi, ci obbliga a propendere per una risposta negativa. B) La concezione dell’uomo lavoratore, ossia come individuo dedito al perseguimento del Bene Comune attraverso una sua funzione economico-sociale, è tutt’oggi concreta e perseguita, oppure si è passati ad una diversa concezione del ruolo che un individuo deve avere, trasformandolo in una sorta d’involontario parassita dove tutto il suo stipendio è gravato da debiti di consumo? L’attuale debito pubblico, che però va ricoperto tornando ad essere produttivi e non riversandone il costo sulla popolazione, ce ne dà immediata risposta[6].

Dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione risulta chiaro come il lavoro sia un diritto, come esso debba essere strumento per eliminare le disuguaglianze sociali e come la Repubblica debba a tal fine adoperarsi.

Purtuttavia, è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.

Il Partito Democratico nascente dovrà avere come sua missione preminente quella di riportare ad una coincidenza tra Costituzione formale così come riassunta dall’art. 1 Cost., e Costituzione materiale, per ritrovare quella strada diretta verso la crescita morale che i padri costituenti erano riusciti a costruire.

Credito nazionale per il progresso, non credito privato[7] per la speculazione

Il sistema americano così come concepitosi dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, passando per Alexander Hamilton, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt, e John Fitzgerald Kennedy puntò a realizzare in primo luogo una sovranità economico-finanziaria totale, dove all’indipendenza economica privata si sovrapponeva, per ovvi fini di controllo e garanzia la sovranità nazionale.

Nel sistema americano un ruolo preminente è riconosciuto alla Banca Nazionale ed al credito, come strumenti operativo-dirigistici del Congresso e dell’Amministrazione.

I sistemi costituzionali europei non sono mai riusciti a riconoscere formalmente questo pilastro del repubblicanismo moderno. Le banche centrali europee, che gestiscono il credito e dunque subordinano le sovranità economiche nazionali, non sono altro che delle società di banche private dove dunque il controllato ed il controllore coincidono. Anche l’esperienza americana, dall’istituzione della Federal Reserve Bank (1913), che solo con Franklin Roosevelt (nella sostanza) e John Kennedy (anche nella forma) si è tentato di scardinare, ha perso questo pilastro del costituzionalismo moderno, che aveva fatto degli Stati Uniti il sistema costituzionale repubblicano meglio riuscito, in quanto propriamente sovrano e non rimesso alle volontà arbitrarie di una banca centrale a partecipazione privata.

Il Partito Democratico, pur consapevole degli ostruzionismi omicidi che in tal senso troverà sulla sua strada, non potrà fare a meno di perseguire questo primo obiettivo per fare in modo che il credito nazionale – che le assemblee legislative di volta in volta autorizzeranno agli esecutivi ad emettere, così come il Congresso Usa avrebbe il potere di fare nei confronti dell’Amministrazione Usa – sia orientato verso le attività produttive, dunque orientato al perseguimento del Bene Comune, e non verso le attività speculative, di qualunque genere esse siano. Ciò, per ridare dignità all’art. 47 Cost., per cui: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

Ma la nostra Costituzione, oltre a porre l’accento sulla produzione, riconosce sì che l’attività imprenditoriale è libera, ma anche che non possa confliggere con i diritti superiori della persona umana. Così l’art. 41 Cost., recita: “L’iniziativa economica è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Alla luce degli articoli costituzionali, è chiaro come iniziativa economica e credito debbano avere una funzione sociale, essere diretti alla produzione, e non possano andare contro il Bene Comune.

Nella tradizione di Mattei, indipendenza energetica

L’Italia ha una naturale carenza energetica. La questione energetica, tuttavia, non impedì a uomini come Enrico Mattei di cercare di dare un’indipendenza energetica al Paese, prima avviando colloqui indipendenti con i Paesi detentori di petrolio, poi puntando sul nucleare con la centrale di Latina. In seguito alla ancor oggi non chiara scomparsa del grande statista, l’Italia non è più stata capace di intraprendere la strada dell’indipendenza energetica, fino ad arrivare ai giorni nostri dove come una macchina sempre ai massimi regimi rischia di rompersi un inverno sì ed un estate pure.

Nuove fonti energetiche impongono di essere sfruttate.

Fonti, quali quelle del solare e dell’eolico, tuttavia, se possono rappresentare una parziale soluzione per le necessità abitative, ci farebbero cadere dalla padella nella brace per quanto concerne il sistema produttivo, che necessita di un flusso energetico enormemente superiore.

A tal proposito, l’unica credibile soluzione è rappresentata dal nucleare[8].

I fatti di Chernobyl del 1986 furono strumentalizzati per avviare una campagna antinuclearista priva di ogni razionalità, che non tenne in debito conto della vetustà dell’apparato complessivo sovietico che da lì a sei anni sarebbe crollato. La Francia, con noi confinante, oggi, deriva la propria produzione elettrica dal nucleare per quasi l’80%. La popolazione francese non si trova certo in peggior condizioni di benessere rispetto a quelle della popolazione italiana. Gli aspetti inerenti alla salute sono oramai stati chiariti, ed è stato dimostrato come la radioattività, entro gli specifici limiti ambientali, non sia nociva per la salute umana[9].

I moderni sistemi di produzione di energia nucleare, oltre che meno inquinanti rispetto a petrolio e carbone e più performanti rispetto a questi ultimi, sono diventati anche sicuri grazie alle tecnologie a sicurezza intrinseca del funzionamento della reazione stessa, e addirittura a prova d’impatto aereo.

Circa il problema delle scorie radioattive, questo è l’aspetto più debole della questione. Anche se le più recenti tecnologie consentono un riciclaggio del rifiuto fino al 96%, lo smaltimento del restante non è ancora completamente risolto. Tuttavia, è risolto forse il problema dell’inquinamento ambientale derivante da combustione delle materie fossili?

Il nucleare – oggi accettato anche da ambientalisti storici come James Lovelock e Patrick Moore[10] – se veramente vorremmo reindirizzarci sulla strada dello sviluppo, può rappresentare per l’Italia una soluzione d’avanguardia.

Ciò ci consentirebbe, in pieno spirito lapiriano, di poter risolvere anche il problema della scarsità idrica dell’Africa sub-sahariana e dell’area medio-orientale, grazie a reattori nucleari a 200 MW per la dissalazione del mare.

Il problema del costo – se mai è esistito – è stato affrontato dalla Francia nel periodo 1973-74, facendo ricorso ad un approccio industriale “di massa” piuttosto che a costruzioni ad hoc, riducendo così i costi. Essa ha sviluppato anche programmi di aggiunte successive, in considerazione dell’accresciuta richiesta energetica delle varie zone.

Oggi, il costo, alla luce del forte rincaro dei prezzi dei combustibili fossili, è sempre meno un problema. In ogni caso una seria indagine a tal proposito non può non tenere conto del fatto che un impianto nucleare di nuova concezione dura più di 50 anni.

In ogni caso, qualsiasi approccio finanziarista alle infrastrutture, è vittima di un errore concettuale. Infatti, le infrastrutture – così come le spese per la ricerca scientifica – sono investimenti che si ripagano da sé nel tempo in modo continuo grazie allo sviluppo economico che ne deriva, ed il ritorno economico-finanziario che dà un’infrastruttura tecnologicamente all’avanguardia, non ha confronto con la spesa inizialmente sostenuta per realizzarla.

I tempi di realizzazione di una centrale nucleare, mentre la Cina sta procedendo alla creazione di centrali a carbone alla velocità di un’unità alla settimana, è oggi di 40 mesi.

Il complesso infrastrutturale

L’Italia è piombata in un misticismo naturalista che trova il suo più manifesto antecedente nella cultura medioevale, dove mancava l’idea di poter partecipare a migliorare la biosfera e dove, dunque, la popolazione non cresceva restando sempre ai medesimi livelli demografici a causa della continua moria provocata dai disastri naturali, nonché dall’incapacità di migliorare le capacità immunitarie degli individui.

Dagli anni ’70 siamo piombati in una cultura del non fare, che ogni cittadino può sperimentare affrontando il disagio procurato da ore di coda immettendosi sull’A1, nel tratto Firenze-Bologna. Come è stato possibile che un tratto autostradale concepito 50 anni fa, sia sostanzialmente rimasto invariato, nonostante l’esponenziale incremento di automezzi?

Purtroppo, se nell’immaginario collettivo è stata indotta l’idea per cui a “industria” corrisponda “inquinamento”, all’idea di “infrastruttura” (o grande opera) è associata quella di “distruzione ambientale”. Questa confusione concettuale, se per la popolazione italiana ha rappresentato continui disagi ed impoverimento, a causa della non efficienza del tessuto produttivo, in continenti come l’Africa ha voluto dire destinare a riserva naturalistica parti importanti delle poche aree coltivabili presenti in quel continente, rendendo ancor più complicata la lotta per la sussistenza di quelle popolazioni.

Questa concezione, ha avuto quelle ripercussioni intorno a questioni di ordine epistemologico, che portano oggi ad accettare in tutta tranquillità l’idea per cui la popolazione mondiale vada ridotta. Il bello è che nessuno si chiede come! Uomini come John Fitzgerald Kennedy e Giorgio La Pira, non posero la questione in questi termini. La loro idea non puntava a contrarre ciò che, se si ha una concezione cristiana (ma non solo) dell’uomo, dovrebbe essere intangibile, quanto ad aumentare gli spazi d’azione dell’uomo. Essi parlavano di rendere vivibili gli altri pianeti. Il paradosso è che se oggi ciò nell’immaginario collettivo rappresenta pura fantascienza, non lo rappresentava verso la fine degli anni ’60. Esistono già studi in proposito, e siamo ancora in tempo per riavviare questo cammino. D’altra parte solo in Europa vi è un’alta densità demografica ed il nostro pianeta si presta ancora ad una maggior crescita demografica. Quindi, ad una concezione entropica, tutt’oggi dominante, ne contrapponevano una anti-entropica, dove si poteva discutere di tutto, fuorché dell’intangibilità della vita umana. D’altra parte, se non si ha rispetto assoluto per la vita umana, come si può pretendere che lo si abbia per le altre forme di vita?

La questione delle grandi opere, e delle infrastrutture più in generale (strade, energia, idrica, ospedali, scuole, centri di ricerca), deve essere vista dunque in questa ottica di risoluzione dei problemi dell’uomo odierno e delle future generazioni, nel rispetto dell’ambiente. Ma rispetto dell’ambiente, non può voler dire non fare, o suggerire false strade, dove il fare sia in realtà un non fare[11].

Ecco che un nuovo sistema energetico elettronucleare, l’ampliamento e l’ammodernamento della rete autostradale al Sud ed in generale nelle aree in cui si reputi necessario, la trasformazione del sistema ferroviario attuale in quello ad alta velocità, se non piuttosto a lievitazione magnetica, l’ammodernamento dei porti, il sistema del Mose ed il Ponte sullo stretto di Messina, potrebbero rappresentare un trampolino di rilancio dell’economia italiana.

Un nuovo sistema monetario internazionale

Quando nel 1944 Franklin Delano Roosevelt insieme al suo segretario al Tesoro, Harry Dexter White ideò gli accordi di Bretton Woods, il grande statista americano aveva ben chiara l’idea che senza un sistema finanziario stabile ed equo non potesse garantirsi lo sviluppo per tutti i Popoli del pianeta. Questi accordi si fondavano su un “codice d’onore” che tra la fine degli anni ’50 e durante gli anni ’60, a più riprese, i partecipanti più forti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) non rispettarono. Il 15 agosto del 1971, prendendo ciò a pretesto, quegli accordi furono cestinati per decisione unilaterale del Presidente Nixon, instaurando così un sistema a cambi flessibili, senza alcuna base sull’economia reale – dunque il perfetto contrario dei due pilastri di Bretton Woods, cambi fissi e convertibilità del dollaro in oro. Questo sistema, oltre ad avere consentito ad investitori privati di condizionare ed affamare intere popolazioni nazionali e regionali – si pensi all’autunno del 1992 per Italia, Inghilterra, Germania e Francia, ed al biennio 1997-98 per i Paesi del Sud-Est asiatico – sta creando una bolla speculativa che impedisce che i capitali internazionali vadano verso le attività produttive e, dunque, immiserendo le condizioni di vita di tutta la popolazione mondiale ad eccezione di coloro a cui è stato concesso di entrare nel circolo bancario.

Alla luce di ciò, nell’ottica di La Pira del non limitarsi a pensare esclusivamente a casa propria, il nostro Parlamento il 6 aprile 2005 ha approvato la mozione dell’attuale sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri, dal titolo “Sulla convocazione di una conferenza internazionale per un nuovo sistema monetario e finanziario”, sulla falsa riga della più nota “Nuova Bretton Woods” del leader americano Lyndon LaRouche, a cui hanno aderito anche Bill Clinton e Michel Rocard. Da questo, più che dalla Tobin Tax – che sarebbe una legittimazione indiretta di un sistema iniquo come l’attuale – si deve ripartire per restituire un’architettura finanziaria che consenta lo sviluppo dei Popoli.

Una missione per l’Italia passando per l’idrogeno

L’ultima industria attiva in Italia, nonostante la oramai fisiologica fase di crisi, è quella dell’auto. Una rivoluzione da tempo ipotizzata nel campo dell’auto, non aspetta che di essere realizzata.

L’idrogeno, sembra essere la fonte del futuro per quanto riguarda i mezzi di trasporto. Da quando la comunità scientifica è riuscita a far comprendere come di idrogeno in natura non se ne trovi, un velo pietoso sembra esser stato messo anche su questa prospettiva rivoluzionaria, sia per gli equilibri geo-politici sia per la tutela dell’aria che respiriamo.

Reperire carburanti all’idrogeno necessita di reattori nucleari da almeno 800 megawatts.

L’Italia potrebbe essere il primo paese al mondo ad attrezzarsi in questo senso, e ridare una prospettiva ed un senso di missione al proprio Paese. Senza un senso di missione, un obiettivo da perseguire, un Popolo non riesce a trovare elementi di dialogo che lo facciano sentire in costante stato di fratellanza. Purtroppo oggi questo stato comunitario lo si avverte solo in occasione degli eventi sportivi. Un cammino ben più importante per un Popolo dovrebbe essere quello di ridare fiducia nel futuro a tutte le persone, nonché poter contribuire al benessere degli altri Popoli.

Convertire l’industria automobilistica italiana alla produzione di mezzi ad idrogeno, ci consentirebbe di entrare in un mercato nuovo che darebbe lavoro, sviluppo e benessere ambientale. I ricercatori avrebbero di che lavorare. Le imprese di costruzione dovrebbero convertire gli impianti di distribuzione di benzina in distributori di idrogeno. Le famiglie non vedrebbero rubati i propri risparmi dalle imprese petrolifere – nonostante si accusi l’Ocse – che arbitrariamente elevano i prezzi del greggio.

Cooperazione internazionale: “il vero nome della pace è sviluppo”

Il messaggio più importante lasciatoci da Giorgio La Pira con la sua opera, è quello per cui la persona umana non può occuparsi solamente degli interessi e degli affetti a lei vicini, ma anche delle sorti dell’umanità, dando concretezza all’idea della fratellanza universale.

Alla luce di questo insegnamento, la politica nazionale non può trascurare ciò che avviene nel resto del mondo. Nel rispetto della sovranità altrui, l’opera di dialogo deve essere una costante delle relazioni internazionali.

Se promuovere un nuovo sistema monetario e finanziario più equo è una questione fondamentale, altrettanto lo è l’avvio di una politica energetica comune.

Per portare le persone del pianeta al centro della vita economica, fuori dalla logica che li relega nel ruolo di forza lavoro a basso costo, o di meri fornitori di materie prime, dobbiamo innalzare le capacità di produzione energetica. Necessitiamo di quella grande Alleanza planetaria di cui ha parlato John Fitzgerald Kennedy, e Giorgio La Pira rifacendosi a lui, per avere 10.000 anni di pace.

Tuttavia, se non si creano anche le condizioni per la creazione di infrastrutture, tutto ciò rischia di essere inutile. Non può considerarsi un caso che durante una guerra guerreggiata la prima cosa che si punta a distruggere sia il complesso infrastrutturale del nemico. Ovviamente, delle infrastrutture, sarebbe il caso di ricordarsi per questioni di pace, per l’aumento del benessere, piuttosto che per distruggere.

Il Ponte di Sviluppo eurasiatico[12] ideato da Lyndon LaRouche, rientra proprio in tale ottica. Creare un progetto di sviluppo infrastrutturale comune che abbia il suo cuore laddove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale, l’Eurasia, per estendersi verso Africa, Oceania e le Americhe. Un progetto planetario di questo tipo sarebbe realizzabile creando ex novo credito produttivo a basso tasso d’interesse ed a lunga scadenza (25-50 anni), così come fatto da Franklin Roosevelt con la Tennessee Valley Authority per i soli Stati Uniti.



[1] Si tiene a precisare che il senso del termine “antioligarchico” è utilizzato nel senso proprio della parola e non genericamente e demagogicamente nel senso di dover combattere gli strati sociali più ricchi. Il problema non sono i ricchi; il problema sorge nel momento in cui la ricchezza diventa insopportabile strumento di offesa degli strati sociali più bassi. Ciò lo si ha quando una ristretta casta di persone gestisce il bene pubblico come se fosse qualcosa di privato; e questo è l’oligarchia appunto.

[2] In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 2 dicembre 2005, De Benedetti dice: ‹‹Poi lui [Berlusconi] di errori ne ha fatti mille, dai condoni a una riforma delle pensioni inadeguata fino a un provvedimento sul Tfr a futura memoria. Il fatto è che le vere riforme costano, anche in termini di consenso. Sul mercato del lavoro c'è un'elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori sociali... Per restare all'economia penso alla riduzione del cuneo fiscale. Non di un punto come ha fatto il governo con Luca di Montezemolo che si è dovuto accontentare. Una vera riforma significa dieci punti di cuneo fiscale, con un costo di 20 miliardi. È evidente che per realizzarla occorre recuperare gettito fiscale combattendo l'evasione e, al limite, aumentando l'Iva… La tradizione socialista era tutta incardinata nel patto tra produttori mentre il referente del Partito democratico deve essere il consumatore…››

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] “Il nostro posto d’azione è modesto e oscuro; il teatro della nostra vita pubblica è angusto e lontano dalle grandi correnti, ma nessun posto è così oscuro che, quando vi si combatta per il bene, non lo investa la luce dell’eterna Verità; nessun Paese è così remoto che, quando vi si cooperi con Dio, non lo attraversi l’infinita corrente spirituale che domina l’universo.” Alcide De Gasperi, 31 dicembre 1921.

[5] “Mattei pensava in grande e attirava a sé tutti coloro che volevano lavorare per modernizzare il paese. Si trattava di portare il paese non solo al pari dell’Europa, ma più avanti, il che creava un grande spavento, tanto che il pensare in grande è da allora praticamente scomparso. Oggi in Italia i grandi progetti rimangono tutti nel cassetto o prendono tempi biblici: Venezia ha ancora l’acqua alta, lo stretto di Messina non ha ancora il suo ponte, la Firenze-Bologna è quella di cinquant’anni fa, le aree dismesse delle città rimangono vuote, il Po continua a straripare come sempre. Eccetera. I grandi progetti in Italia non hanno consenso. La gente non ci crede e se li vede realizzare li ostacola.” Tratto da Il Progetto Mattei, di Marcello Colitti, Acqualagna, 26 Ottobre 2002, http://www.colitti.com/marcello/mattei.html, 07 agosto 2006. Marcello Colitti è stato dirigente Ecofuel (Eni) ed autore di diversi volumi su questioni petrolifere e su Mattei.

[6] “Direi che l’effetto peggiore questo sistema l’ha avuto nella moralità pubblica, nel tono della vita civile, e nel fatto che noi così facendo abbiamo proposto alle generazioni che vengono dopo di noi un archetipo non più di uomo produttore, non abbiamo più proposto il modello dell’uomo che produce qualche cosa, che fatica e che quindi ha un impegno morale, civile, direi spirituale, perché la fatica ha una dimensione fisica, ma non solo quella. Un uomo che fatica ma che produce qualche cosa. Abbiamo proposto il modello dell’uomo che consuma, e che, non si sa bene da dove gli venga il denaro che usa, ma consuma, che ha un’enorme dotazione di beni di consumo che rinnova continuamente.” Intervento di Marcello Colitti alla conferenza L’esempio storico di Enrico Mattei come risposta alla crisi attuale, organizzato dallo Schiller Institure e dall’Executive Intelligence Review, Milano, 27 novembre 1992.

[7] In La crise mondiale aujourd'hui, il premio Nobel per l’economia 1988, Maurice Allais, sostiene: "Essenzialmente, l'attuale creazione di denaro ex nihilo operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto".

[8] “La totalità dell’energia elettrica importata in Italia proviene dalle centrali nucleari d’Oltralpe. Mentre - giova ricordare - nel 2003, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna produssero, rispettivamente, 420, 157, 85 e 60 miliardi di KWh elettrici dagli oltre 100 reattori nucleari in esercizio in quei Paesi.”, Lettera aperta al Presidente della Repubblica, Galileo 2001, per la libertà e dignità della Scienza, 17 dicembre 2005.

Nella lettera aperta all’on. Silvio Berlusconi e all’on. Romano Prodi, del 2 aprile 2006, da parte della medesima associazione, si dice che il 30% dell’energia elettrica europea deriva dal nucleare.

[9] I costi delle scelte disinformate: il paradosso del nucleare in Italia, F. Battaglia, A. Rosati, 21mo secolo, Milano, 2005, pagg. 121 e ss.

[10] Convertire al nucleare di Patrick Moore, 16 aprile 2006:

“Nei primi anni '70, quando collaborai alle fondazione di Greenpeace, credevo che l'energia nucleare fosse un sinonimo di olocausto nucleare, come molti miei compatrioti. Questa fu la convinzione che ispirò il primo viaggio di Greenpeace, lungo la meravigliosa costa rocciosa del nordovest, per protestare contro i test delle bombe all'idrogeno sulle Isole Aleutine in Alaska. Dopo trent'anni, la mia visione è cambiata, e penso che anche il resto del movimento ambientalista debba aggiornare la sua prospettiva, poiché proprio l'energia nucleare potrebbe essere la fonte energetica capace di salvare il nostro pianeta da un altro possibile disastro: i cambiamenti climatici catastrofici.

Consideriamola in questa maniera: più di seicento impianti a carbone negli Stati Uniti producono il 36% delle emissioni statunitensi di biossido di carbonio, il primo gas-serra responsabile dei cambiamenti climatici; questa cifra rappresenta il 10% delle emissioni a livello globale. L'energia nucleare è l'unica fonte a larga scala e a basso costo che possa ridurre tali emissioni, pur continuando a soddisfare la crescente domanda di energia elettrica. Oggi, oltretutto, lo può fare in tutta sicurezza.

Faccio queste affermazioni con cautela, come è ovvio dopo l'annuncio dato dal Presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad sull'arricchimento dell'uranio. "Le tecnologia nucleare è per scopi pacifici, e nient'altro", ha detto. Ma molti speculano sulla possibilità che tale processo, pur essendo dedicato alla produzione di elettricità, sia in verità una copertura per la costruzione di armi nucleari.

E benché io non voglia sottostimare il pericolo rappresentato dalla tecnologia nucleare nelle mani di stati canaglia, dico che noi non possiamo semplicemente mettere al bando qualunque tecnologia considerata pericolosa. Questa fu la mentalità del "tutto-o-niente" in vigore durante la Guerra Fredda, allorché qualunque espressione della tecnologia nucleare sembrava indicare una minaccia per l'umanità e l'ambiente. Nel 1979, Jane Fonda e Jack Lemmon provocarono un brivido di paura con le loro interpretazioni magistrali ne "La Sindrome Cinese", un film che evocava un disastro nucleare a seguito della fusione del nocciolo di un reattore, capace di minacciare la sopravvivenza di una città. Meno di due settimane dopo la proiezione di quel film, il nocciolo del reattore dello stabilimento atomico di Three Mile Island (Pennsylvania), si comportò come nella finzione cinematografica, causando una angoscia molto reale nella nazione.

Ciò che all'epoca nessuno notò, tuttavia, fu che la vicenda di Three Mile Island terminò con un successo: la struttura di contenimento in cemento si comportò come da progetto, impedendo alle radiazioni di uscire e diffondersi nell'ambiente. Oltre ai danni subiti dal reattore, nessun lavoratore rimase né ferito né ucciso, né tantomeno gli abitanti delle zone limitrofe. Pur essendo stato l'unico incidente nella storia della produzione di energia atomica negli Stati Uniti, esso fu sufficiente a farci respingere terrorizzati qualunque altro sviluppo della tecnologia nucleare, tanto che da allora in tutto il Paese nessuna nuova centrale è stata commissionata.

In America, oggi, i 103 reattori attivi forniscono soltanto il 20% dell'elettricità consumata. L'80% della popolazione che vive a meno di 10 km di distanza da uno di questi reattori, li approva (senza contare gli addetti). Nonostante io non viva, come loro, nelle vicinanze di una centrale atomica, ora sono nettamente schierato dalla loro parte.

Devo aggiungere che non sono l'unico, tra i vecchi ecologisti, ad aver mutato d'opinione su questo tema. Lo scienziato britannico James Lovelock, fondatore della teoria di Gaia, ha finito per credere che l'energia nucleare sia l'unica via per evitare un cambiamento catastrofico del clima. Stewart Brand, fondatore del "Whole Earth Catalog", ora dice che il movimento ambientalista deve abbracciare l'energia nucleare perché tutti possiamo affrancarci dai carburanti fossili. Alcune volte, simili opinioni sono state oggetto di scomunica dal clero anti-nucleare: il defunto vescovo britannico Hugh Montefiore, fondatore e direttore di "Friends of the Earth", fu obbligato a dimettersi dal direttivo di quella associazione, per aver scritto un articolo a favore del nucleare su una newsletter ecclesiastica.

Ora vi sono segni di una certa disponibilità, un'apertura all'ascolto, anche presso gli attivisti anti-nucleari "duri e puri". Nello scorso dicembre, quando partecipai al convegno sul protocollo di Kyoto a Montreal, rivolsi ad un gruppo ristretto di partecipanti alcune riflessioni su un futuro all'insegna dell'energia sostenibile. Dissi che l'unico modo di ridurre le emissioni dei gas di combustione, mentre si produce energia elettrica, è quello di rivolgersi in modo deciso alle fonti energetiche rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica, ecc.) insieme al nucleare. Il portavoce di Greenpeace fu il primo a intervenire nella sessione dedicata alle domande, e io mi aspettavo un bella frustata. Egli, invece, cominciò a dire di essere d'accordo con la maggior parte delle cose da me dette: pur escludendo l'opzione nucleare, lasciò intendere una netta disponibilità ad esplorare tutte le possibili opzioni.

Ecco perché: l'energia eolica e quella solare hanno la loro voce in capitolo, ma poiché sono imprevedibili e mancano della necessaria continuità, esse non possono rimpiazzare gli impianti più grossi e più solidi a carbone, a uranio o idraulici. Il gas naturale, un combustibile fossile, è ora troppo costoso, e il suo prezzo è fin troppo volatile perché si possa investire serenamente in impianti di grande portata. Poiché gli impianti idroelettrici hanno quasi saturato i siti adatti, il nucleare, per semplice esclusione delle alternative, rimane l'unica fonte in grado di soppiantare il carbone. Semplice, in fondo.

Non voglio negare che all'energia nucleare siano associati vari problemi, ma vi sono anche molti miti da sfatare. Consideriamoli con attenzione:

· L’energia nucleare è costosa.

Essa è invece tra le meno costose. Nel 2004 il costo medio della produzione negli Stati Uniti fu pari a poco meno di 2 centesimi di dollaro per kWh, cioè comparabile a quello delle centrali a carbone o idroelettriche. Ma i futuri sviluppi tecnologici porteranno i costi a livelli ancora inferiori.

· Gli impianti nucleari non sono sicuri.

Se a Three Mile Island la vicenda terminò con un successo, vent'anni fa l'incidente di Chernobyl fu differente. Ma si trattò di un incidente cercato. I primi modelli sovietici di centrale nucleare non avevano il guscio di contenimento del reattore. L'intero progetto era pessimo, e gli addetti fecero saltare la centrale in aria. Lo scorso anno, il forum sull'incidente di Chernobyl che ha raccolto tantissime agenzie dell'ONU ha confermato che si possono attribuire all'incidente stesso soltanto 56 decessi, perlopiù dovuti alle radiazioni o alle bruciature durante le operazioni di estinzione dell'incendio. Pur nella tragicità, quelle morti non sono che un pallido riflesso dei 5.000 decessi annui che avvengono nelle miniere di carbone di tutto il mondo. Tra l'altro, nessuna persona è mai morta a causa delle radiazioni, in tutto il programma nucleare civile degli Stati Uniti. (Il problema dei decessi da radiazione nel sottosuolo, tra i minatori di uranio dei primi anni di questa industria, è stato da lungo risolto.)

· Le scorie nucleari saranno pericolose per migliaia di anni.

Tra quarant'anni il carburante esausto avrà soltanto un millesimo della radioattività riscontrata al momento della rimozione dal reattore. Oltretutto, è scorretto parlare di scoria o di rifiuto, perché il 95% dell'energia potenziale è ancora contenuto in esso, dopo il primo ciclo di fissione. Ora che gli Stati Uniti hanno rimosso il bando sul riciclaggio del fissile usato, sarà nuovamente possibile usare quell'energia residua, e ridurre contemporaneamente la quota di rifiuto effettivamente bisognoso di trattamento e posa in discarica. Lo scorso mese il Giappone si è unito alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia nel settore del riciclaggio del combustibile nucleare. Gli Stati Uniti non rimarranno indietro.

· I reattori nucleari sono vulnerabili agli attacchi terroristici.

I contenitori del nocciolo sono fatti da uno spessore di cemento rinforzato di circa due metri. Anche se un jumbo-jet si abbattesse su un reattore, facendo crepare le pareti esterne, il reattore non esploderebbe. Vi sono molti tipi di impianti industriali diversi, che sono molto più vulnerabili (impianti a gas naturale, impianti chimici e vari altri obiettivi politici).

· Il combustibile fissile può essere trasformato in armi nucleari.

Questo è il tema più scottante associato all'energia nucleare, e il più difficile da discutere, come mostra il caso dell'Iran. Ma il fatto che la tecnologia nucleare possa essere impiegata per scopi malvagi non è un valido motivo per abolirla. Negli ultimi vent'anni, uno dei più semplici utensili - il macete - è stato impiegato per uccidere più di un milione di persone, in Africa. Si tratta di un numero ben superiore al numero delle vittime uccise dalle bombe di Hiroshima e di Nagasaki.

Di che cosa sono fatte le auto-bomba? Di cherosene, fertilizzanti e acciaio (quello della struttura dell'automobile). Se ponessimo un bando su tutto ciò che può uccidere, non potremmo nemmeno avere del fuoco.

L'unico modo per affrontare la proliferazione del nucleare è di dare a questo tema la priorità internazionale che le compete, di renderla oggetto della diplomazia e, quando necessario, di usare la forza per impedire a certe nazioni o ai terroristi di perseguire quei fini distruttivi. Si deve aggiungere che le nuove tecnologie, come il sistema di ritrattamento introdotto in Giappone di recente (nel quale il plutonio non è più separato dall'uranio), possono aiutare a rendere più oneroso e difficile l'uso di fissile da parte di terroristi o di stati canaglia.

Gli oltre seicento impianti a carbone producono circa 2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio ogni anno - l'equivalente di quanto producono 300 milioni di automobili. Inoltre, il "Clean Air Council" riporta che gli impianti a carbone sono responsabili del 64% delle emissioni di anidride solforosa, del 26% degli ossidi di azoto e del 33% delle emissioni di mercurio. Questi inquinanti stanno erodendo la salute del nostro ambiente, producendo piogge acide, smog, malattie respiratorie e contaminazione da mercurio.

Nel frattempo, i 103 impianti nucleari operanti negli Stati Uniti stanno efficacemente evitando l'emissione di altri 700 milioni di tonnellate di biossido di carbonio - l'equivalente di quanto prodotto da 100 milioni di automobili. Immaginate che il rapporto tra impianti a carbone e impianti a fissile fosse invertito, cosicché soltanto il 20% dell'elettricità fosse generata dal carbone, e il 60% dall'uranio: questo porterebbe lontano, in quanto a pulizia dell'aria e riduzione dei gas-serra. Ogni ambientalista responsabile dovrebbe sostenere un cambiamento in questa direzione.

[11] Si pensi a quella forma di disinformazione, spesso in buona fede, per cui il problema energetico di un Paese industrializzato sarebbe risolvibile, all’attuale stato della scienza, col ricorso alle c.d. energie rinnovabili.

[12] Per averne una rappresentazione grafica generica si consulti la pagina web http://www.schillerinstitute.org/economy/phys_econ/physical_econ_main.html, 09 agosto 2006. Dallo stesso indirizzo si accede ad ulteriori pagine di dettaglio per ogni macroarea del pianeta.

6 febbraio 2008

La manovra per portare Bloomberg al potere e per affossare la Clinton, passando per i finanziamenti sporchi di Obama

4 febbraio 2008 – A prescindere dai risultati elettorali delle primarie del 5 febbraio, il “super-Tuesday”, gli interessi filobritannici che fanno capo a Felix Rohatyn e a George Shultz si ripromettono di portare alla Casa Bianca, nel gennaio 2009, un uomo capace di imporre un regime di austerità come quello che l'economista-banchiere di Hitler, Hjalmar Schacht, impose in Germania. Il loro candidato “in pectore” per la presidenza è il miliardario sindaco di New York Michael Bloomberg, considerato “al di sopra delle parti”, laddove per parti si intende partiti. Si è già costituita una strana coalizione di forze impegnate a cucire addosso a Bloomberg il vestito del “candidato indipendente”, a cui aderiscono il sen. Edward Kennedy, il gov. Schwarzenegger (coniugato con una nipote di Kennedy), il sen. Joe Lieberman e Leonora Fulani, “gruppettara” di New York.
A spingere i poteri finanziari in quest'avventura disperata è l'inarrestabile crollo del sistema finanziario. Essi sanno che LaRouche ha ragione quando afferma che si tratta di una crisi tanto grave come il crollo dei banchieri lombardi nel XIV secolo, a cui fece seguito la Grande Peste. Date tali circostanze, questi poteri forti cercano disperatamente di impedire il formarsi di una “coalizione rooseveltiana” capace di insediarsi alla Casa Bianca a gennaio, perché così tramonterebbero i sogni di erigere un impero mondiale sulle ceneri degli stati nazionali, soprattutto quelle degli USA.
A prima vista, sembra che Bloomberg non abbia molte prospettive di diventare presidente, se i candidati attuali restano in lizza. Per questo c'è da attendersi tutta una serie di sporchi trucchi per eliminare i “candidati tradizionali”, a cominciare dalla senatrice Hillary Clinton, che ha fatto espressamente appello all'eredità di Franklin D. Roosevelt riecheggiandone la campagna a favore del “forgotten man”. Travolti i candidati maggiori dei due schieramenti, il copione prevede che Bloomberg emerga come “il cavaliere bianco” che salva la situazione.
Secondo LaRouche occorre tener presente tre fattori a questo riguardo. Primo, dato il disastro provocato da Bush e Cheney, è impossibile che un candidato repubblicano, compreso l'attempato e poco pimpante John McCain, riesca a dominare le elezioni del 2008. Secondo, per il sen. Barack Obama ci sono poche possibilità, soprattutto alla luce dello scandalo che lo lambisce (vedi oltre). Farà sicuramente specie che la sua candidatura è in parte sostenuta da alcuni di quegli stessi elementi che stanno puntando sull'opzione Bloomberg, come il sen. Ted Kennedy. Che Obama se ne renda conto o meno, costoro contano di usarlo per silurare la Clinton, e poi di sbarazzarsi di lui, come hanno già fatto con l'ex sindaco di New York Rudy Giuliani, seppellendolo sotto una montagna di scandali.
Per questo LaRouche è convinto che i poteri forti “anglo-olandesi” ricorreranno ad ogni mezzo per distruggere la candidatura di Hillary Clinton.

Le credenziali britanniche di Bloomberg

Invitato a parlare al partito conservatore britannico a Blackpool il 30 settembre 2007, Michael Bloomberg ad un certo punto ha introdotto il governatore della California Arnold Schwarzenegger, collegatosi via satellite. Rivolgendosi al pubblico inglese, il sindaco di New York ha detto: “Abbiamo in comune una lingua. Scusateci se la storpiamo. Abbiamo in comune una storia. Perdonateci il 1776 e noi vi perdoneremo il 1812”, ovvero la Rivoluzione Americana e il tentativo degli inglesi di riprendersi le colonie manu-militari con la guerra del 1812-1815. Bloomberg ha aggiunto di aver casa ed uffici in Inghilterra e che le sue due figlie hanno passaporto britannico.
Il 25 gennaio LaRouche ha sentenziato: “Bloomberg è affiliato ad una potenza straniera che da tempo è nostro avversario e si è dichiarato un fedele sostenitore di quell'avversario. I suoi soldi - 11 miliardi - non sono onesti guadagni, ma ce li ha rubati. Ha rovinato l'istruzione a New York, dove i nostri insegnanti protestano contro la privatizzazione delle scuole, scuole che egli ha esentato dal dovere di rendiconto e di revisione. E' una tendenza fascista che va estirpata”. La riforma scolastica di New York, per cui i poteri decisionali sui programmi e sui fondi sono stati concentrati nel Department of Education, e la crescente privatizzazione della scuola rappresentano una politica ripresa pari pari dalla fallimentare riforma scolastica di Blair in Inghilterra, al punto che per effettuarla Bloomberg si è avvalso del consiglio di sir Michael Barber, l'autore della “riforma” inglese.
Battono l'Union Jack anche i grandi sostenitori di Bloomberg: in prima fila il magnate britannico dei media sir Rupert Murdoch, padrone del Times di Londra e del New York Post, insieme a Lally Weymouth, erede dell'impero del Washington Post, che comprende la rivista Newsweek. Un altro grande elettore è il banchiere Felix Rohatyn, famoso per aver impiantato il regime di Augusto Pinochet in Cile.

Le bugie di Obama “spianano la strada a Bloomberg”

La bugia che Obama ha detto nel dibattito elettorale nella Carolina del Sud si ripercuoterà contro di lui, e probabilmente sarà usata per stroncare la sua candidatura, sostiene LaRouche. In quel dibattito Obama ha preteso di minimizzare i suoi rapporti con Antoin 'Tony' Rezko, imprenditore immobiliare recentemente incriminato, tanto da arrivare a dire: “lavorai appena cinque ore” con Rezko. Anche i grandi mezzi d'informazione hanno notato che si trattava di una solenne menzogna, considerati i copiosi sostegni finanziari che Obama ha ricevuto da Rezko.
Secondo la CNN, Rezko subirà due processi per estorsione, riciclaggio e truffa. Il “primo contributo elettorale significativo” di Obama proveniva proprio da Rezko, il quale in seguito donò “denaro di dubbia provenienza, in parte illecito, in parte discutibile”.
Nel 1993 Obama fu assunto da Allison S. Davis nello studio legale che per anni ha rappresentato Rezko, mentre questi raccoglieva i fondi elettorali per diverse campagna di Obama. Davis poi diventò socio negli affari immobiliari di Rezko, e specialmente nei progetti di ristrutturazione dei bassifondi urbani, che allora godevano del sostegno politico del sen. Obama. In uno di questi affari, dopo aver lasciato lo studio legale, il senatore Obama ha sottoscritto lettere alle autorità competenti in materia di edilizia per sostenere un grande progetto di Tony Rezko e Allison S. Davis, che è costato ai contribuenti al fisco 14 milioni di dollari, di cui 855 mila sono finiti nelle tasche dei soci come parcelle.
Antoin Rezko è stato nuovamente arrestato nella sua abitazione di Chicago, perché avrebbe infranto le regole dopo il precedente rilascio su cauzione, avvenuto nel 2006. Il processo è previsto per la fine di febbraio.
LaRouche ha scritto: “Obama ha detto una menzogna che potrebbe risultargli fatale. Ha dichiarato che i suoi rapporti con Rezko erano quasi nulli, mentre invece Rezko è un personaggio fondamentale, e adesso finisce in galera”. “Obama viene scaricato”, ha continuato LaRouche “dagli stessi che lo hanno pompato. Per questo il caso di Rezko viene alla ribalta proprio adesso. Ciò significa che Obama rischia di essere additato come il bugiardo dell'anno ... ed è così che si sbarazzano di lui, come hanno fatto con Giuliani. E' tutto in funzione di 'spianare la strada a Bloomberg', e questo dovrebbe essere il titolo del copione”.

Tratto da http://www.movisol.org/08news031.htm

24 dicembre 2007

ECONOMIA: REGALI DI NATALE

La natura tragica di un “regalo di Natale” indesiderato

Il 12 dicembre le banche centrali hanno annunciato una nuova iniezione di denaro effettuata questa volta attraverso aste dirette. La disperazione che la decisione tradisce non è sfuggita ai mercati borsistici, che hanno reagito con il tonfo del giorno seguente. La Fed, la BCE, la Banca d’Inghilterra, la Banca del Canada e la banca centrale svizzera avevano annunciato iniziative coordinate per fornire liquidità al sistema con una serie di aste che complessivamente immetteranno 100 miliardi di dollari nel sistema. La novità non sta tanto nella somma ma nel fatto che per la prima volta centinaia di banche possono accedere direttamente alle aste di denaro della Fed, cosa che fino adesso era riservata a 21 banche privilegiate. Le aste sono il mezzo più economico per ottenere denaro in prestito e, a differenza dello sportello di sconto, sono anonime. Questo significa che le banche possono ottenere denaro in camera caritatis, senza che il proprio nome sia pubblicato e le azioni ne subiscano il contraccolpo.

Un esperto finanziario europeo consultato dall’EIR ha spiegato che l’iniziativa è stata capita come un espediente per impedire un crac nel periodo delle feste, senza nemmeno pretendere di affrontare la crisi delle banche. Nelle parole dell’esperto, la stretta “peggiora di ora in ora” e la situazione è “incredibilmente brutta”.

“Il crac è avvenuto” ha commentato Lyndon LaRouche il giorno seguente. “Non è il primo crac, né sarà l’ultimo, ma rappresenta una nuova qualità di crac del sistema." Le banche centrali "non sanno più che fare e nessuna di queste iniziative disperate serve a qualcosa. Non c’è niente che possa funzionare se non la mia proposta. È la natura della situazione. La gente semplicemente non vuole ammetterlo. Se volete prendervela con qualcuno, fatelo con Felix Rohatyn. Se lo merita. La situazione è paragonabile alla Germania del 1923. È ora di svegliarsi prima che sia troppo tardi”.

LaRouche non si riferisce solo all’iniziativa delle banche centrali, ma anche a quella presa da cinque banche francesi che hanno allestito una versione in proprio del “super-conduit” (cfr. Strategic alert N. 43 e 48 ) lanciato dal ministro del Tesoro americano Paulson, creando un fondo di 1,5 miliardi di titoli garantiti da assets, come se cambiare di tasca al portafoglio pieno di carta straccia possa considerarsi una soluzione.

Intanto lo stesso piano di “super-conduit” di Paulson, sotto la sigla MLEC, è affondato quando Citigroup, principale sponsor e beneficiario dell’operazione, ha fatto sapere che si riprendeva i 49 miliardi rimasti nei propri sette SIV, per contabilizzarli nel bilancio al 20% del loro valore. Citigroup segue l’esempio della HSBC britannica, della Société Générale francese e della WestLB tedesca nell’assorbire gli asset dei SIV. Questi SIV (Veicoli di Investimenti Strutturati) erano stati escogitati dalle banche per scaricarvi titoli che esse non volevano tenere nei propri bilanci, ma ritrasferendo quei titoli, le banche ora non fanno che aumentare le proprie perdite, come male minore di fronte a rischi ben più preoccupanti.

Se i SIV fossero stati costretti a vendere i propri titoli per rastrellare il denaro con cui far fronte ai propri obblighi ne sarebbe seguita una corsa alla svendita tale da rendere palese che i loro assets valgono di gran lunga meno di quanto scritto sul bilancio, ed a questo avrebbe necessariamente fatto seguito una registrazione di perdite non solo per i SIV ma per chiunque detenesse titoli del genere. Giacché questi valori fittizi sono l’ultimo sostegno su cui poggiano le banche, ai banchieri non resta altro da fare che cercare di mantenere in piedi l’illusione ad ogni costo.

L’iniziativa del 12 dicembre delle banche centrali pone in risalto come non vi siano altre soluzioni: cercano di prendere tempo, ma l’anno nuovo non porta via le vecchie perdite. Non c’è nulla che possa salvare il sistema eccetto una riorganizzazione secondo le proposte formulate da Lyndon LaRouche.

Nuovi progressi della HBPA

Dalle fine di agosto 170 mila famiglie americane hanno perso la casa. La proposta (HPBA) di LaRouche per difendere sia i mutuatari che le banche continua a riscuotere consensi. La settimana scorsa il Consiglio comunale di Harrisburg, capitale della Pennsylvania, ha rivolto un appello al Congresso di Washington a favore dell’iniziativa insieme a diversi altri consigli municipali che rappresentano circa 2 milioni di abitanti dello stato. Anche la Contea di Cameron e la città di San Benito in Texas hanno approvato una risoluzione che approva la HBPA. Iniziative simili sono in programma in altre città della California e del Nord Est.

L’iniziativa era stata introdotta dalla parlamentare della Louisiana Juanita Walton al Congresso dei parlamentari neri, tenutosi a Little Rock tra il 13 e 14 dicembre. La dirigenza del congresso aveva però deciso di riscrivere la risoluzione come semplice misura contro le condizioni capestro dei mutui piuttosto che come muraglia a difesa dei mutuatari che rischiano lo sfratto e delle banche che rischiano il fallimento. Nel dibattito che ne è seguito in seno alla Commissione Edilizia, la Walton ha ripristinato il testo originale della risoluzione, al termine di un aspro dibattito in cui è stata sostenuta dal collega Harold James e da molti altri parlamentari favorevoli alla proposta di LaRouche. In seguito però il testo è stato diluito nuovamente.

La crisi della banca di Sassonia

Dopo un vertice di emergenza nella prima mattinata del 13 dicembre, banchieri e autorità finanziarie tedesche hanno deciso un salvataggio per la Sachsen LB, la banca dello stato tedesco della Sassonia. Il governo dello stato ha accordato garanzie per 2,75 miliardi di euro e altri 1,5 miliardi sono stati promessi dall’associazione delle casse di risparmio e dalla Bundesbank. Queste garanzie sono state richieste dalla  banca dello stato del Baden-Wuertenberg (LBBW), che alla fine di agosto si era dichiarata disposta a rilevare la Sachsen LB, pagando 328 milioni di euro, ma tale promessa è stata poi messa in discussione quando nei conti della banca è stata accertata una bolla speculativa scoperta di 43 miliardi di euro. La LBBW ha quindi preteso che il governo dello stato coprisse almeno il 10% della bolla. Lo stato della Sassonia ha protestato, sostenendo che i 4,3 miliardi richiesti rappresentano il 25% dell’intero bilancio fiscale annuale dello stato. La LBBW ha allora minacciato di rinunciare all’acquisizione, un gesto che avrebbe provocato l’insolvenza immediata della Sachsen LB. L’11 dicembre Jochen Sanio, capo dell'ente regolatore Bafin (la nostra Consob), ha dichiarato che se non fosse stato raggiunto un accordo entro il 16 dicembre egli avrebbe dovuto chiudere la Sachsen LB il giorno seguente, una decisione che avrebbe messo in moto reazioni a catena.

Il rimedio trovato il 13 dicembre non rappresenta di certo una soluzione. Esso raddoppia il debito procapite degli abitanti della Sassonia e costringe lo stato a violare l'obbligo costituzionale di un tetto di 1,75 miliardi di euro sulle garanzie bancarie annuali dello stato, visto che il nuovo accordo aggiunge un altro miliardo a questa somma. In ogni caso resta il problema della bolla da 43 miliardi che grava sui "conduits" di proprietà della Sachsen LB.

Il movimento di LaRouche in Germania è intervenuto in diverse occasioni in questo dibattito sostenendo che l’unica soluzione resta la Nuova Bretton Woods di Lyndon LaRouche. Un appello speciale di Helga Zepp LaRouche su questo tema è stato distribuito nel centro finanziario di Francoforte sul Meno.

Il candidato russo Medvedev condivide l’ammirazione di Putin per Roosevelt

Una schiarita sulla transizione al vertice dello stato russo è giunta il 10 dicembre, quando il primo vice primo ministro Dmitri Medvedev è stato accettato dai quattro partiti politici come candidato alla successione a Putin nella carica di Presidente della Russia nelle elezioni in programma per il 2 marzo. Uno dei partiti è Russia Unita, che nelle amministrative del 2 dicembre ha raccolto il 64% dei suffragi ed ha come capolista Vladimir Putin. Una volta eletto, Medvedev si ripromette di nominare Putin primo ministro.

Medvedev collabora con Putin da 17 anni e negli ultimi due anni, con l’incarico di primo vice primo ministro, si è occupato di quattro Progetti Nazionali: edilizia, sanità, agricoltura e scienza. Questi sono i settori più colpiti dallo smantellamento dell’economia russa nel corso degli anni Novanta. Egli è inoltre presidente del CdA di Gazprom.

Medvedev è stato descritto come il più “liberal” tra i candidati alla successione di Putin. All’altro estremo della categoria ci sono Sergei Ivanov, primo vice primo ministro ben collegato agli ambienti della difesa e dell’intelligence, oppure Victor Zubkov di stampo manageriale, nominato da Putin primo ministro l’autunno scorso. A guardar meglio però, nelle dichiarazioni pubbliche di Medvedev si scopre che nelle questioni strategiche più importanti il suo approccio è molto simile a quello dello stesso Putin, soprattutto per quanto concerne la necessità di realizzare grandi progetti ricorrendo ad una impostazione rooseveltiana dell’economia. Questo è l’approccio che Medvedev ha dimostrato anche nell’affrontare i temi della crisi finanziaria globale e nella ricerca di una soluzione “eurasiatica” alle minacce contro l’integrità territoriale e politica della Russia.

In un'intervista del 2 novembre 2007, Interfax aveva chiesto a Medvedev se ritiene che occorrano ancora altri Progetti Nazionali come quelli da lui coordinati. Ha risposto con una panoramica storica: “Come lei sa, un Progetto Nazionale nasce nel momento in cui la società o lo stato incappano in problemi di vaste dimensioni ... [ad esempio] la riforma agraria del 1861 [l’abolizione della servitù della gleba decretata dallo zar Alessandro II] o la ricostruzione dell’economia dopo la Grande Guerra Patriottica [la seconda guerra mondiale]. Nel giro di tre o quattro anni siamo riusciti ad estrarre questo paese enorme da sotto le macerie ... E vi sono esempi anche in altri paesi. Sono convinto che anche il famoso New Deal del presidente americano Roosevelt, alla fine degli anni Venti e inizio degli anni Trenta, può essere considerato un Grande Progetto Nazionale, il progetto per uscire dalla Depressione”. Alla fine degli anni Novanta, ha aggiunto Medvedev, anche la Russia versava in una Depressione “legata al crollo dello stato precedente e dell’economia, ed anche alla mancanza di preparazione emotiva ai cambiamenti che si stavano verificando”, ed è in tale frangente che è stato creato l’attuale concetto  di Progetti Nazionali per far fronte a queste sfide.

Ad un seminario dell’EIR tenutosi a Berlino il 27 giugno 2006, il prof. Stanislav Menshikov ha riferito alcuni commenti che Medvedev aveva rilasciato in occasione di un congresso economico sul tema della crisi finanziaria mondiale e sulle riforme monetarie. Egli disse tra l’altro, nelle parole di Menshikov, che la Russia dev’essere integrata nell’economia mondiale: “Non possiamo andare avanti con il sistema monetario vigente perché presenta fluttuazioni dei cambi troppo grandi. Non ha detto esattamente che dobbiamo avere tassi di cambio fissi, ma ritengo che quella fu una dichiarazione molto importante”.

Il 21 luglio 2007 Medvedev ha affermato che la crisi del dollaro USA “potrebbe assumere una natura generale e globale”. Sempre secondo Interfax ha poi aggiunto: “Potrebbe determinarsi una situazione in cui noi Cina e qualche altro paese asiatico cominceremo a discutere della creazione di una moneta di riserva regionale. Potrebbe essere lo yuan, ma è nostro interesse che sia il rublo”.

Al Forum Economico di San Pietroburgo del giugno scorso, anche il presidente Putin ha sottolineato che la situazione è matura per stabilire diverse monete di riserva, tra le quali il rublo.

Al vertice economico di Davos del gennaio 2007 Medvedev dichiarò: “L’economia russa si assumerà il proprio compito storico di centro eurasiatico per l’energia e i trasporti”. Senza dedicarsi a tale compito, la Russia potrebbe perdere il controllo sulla Siberia che è sottopopolata, ha fatto intendere Medvedev. Intervistato dalla rivista Expert nell’aprile 2006, Medvedev affermò: “Se non sviluppiamo le regioni orientali la Russia non potrà sopravvivere come un tutto integrale ... Dobbiamo fare del tutto per aumentare la popolazione in quelle regioni. Altrimenti l’Estremo Oriente diventerà un luogo freddo, vuoto e dimenticato, oppure si verificherà qualcos’altro”.

Tratto da EIR - Strategic Alert - edizione italiana - n. 51-52 del 20 dicembre 2007 - www.movisol.org

 

27 novembre 2007

Banchieri nel panico, mentre Profumo dice "no" a Draghi

Il capitano dà alle fiamme le scialuppe di salvataggio

Mentre la caduta in picchiata del dollaro ha suscitato il 19 novembre i primi moniti ufficiali del governo cinese, nel corso della settimana è cominciata a venire alla luce la realtà dello sfascio della bolla dei derivati sul credito. I vertici delle banche sono nel panico mentre le banche centrali continuano ad inondare il sistema di liquidità.

Un esperto finanziario europeo consultato dall’EIR ritiene che la situazione “non ha paragoni nella storia moderna”. Il sistema finanziario si è congelato ad agosto e da allora “non sono stati trovati rimedi al problema”.

L’esperto concorda con il giudizio di LaRouche sul caso dei falliti pignoramenti nell’Ohio, in cui i giudici hanno bloccato le procedure perché le banche che le hanno richieste non sono in grado di presentare in tribunale i documenti catastali che attestano la proprietà immobiliare (cfr. Strategic alert n. 47). “Le conseguenze sono talmente grandi da essere indescrivibili”, ha commentato l’esperto. Per il momento non è ancora accaduto nulla solo perché la notizia è passata sotto silenzio.

A caratterizzare la nuova fase in cui siamo entrati, spiega l’esperto, è che cominciano ad andare a fondo persino i crediti reputati più sicuri, denotati “prime” e con un rating AAA. “In ogni consiglio d’amministrazione al mondo domina il panico poiché nessuno è più in grado di prevedere le conseguenze delle proprie azioni”. L’esperto prevede che intorno al capodanno sarà la volta del mercato azionario ad andare a fondo.

In questa situazione che non ha precedenti, il 1 gennaio negli Stati Uniti entreranno in vigore le nuove norme per i mercati finanziari. La nuova normativa, chiamata Basilea II, sostituisce i vecchi requisiti patrimoniali per le banche con un sistema di rating. Queste nuove direttive furono però decise in un’epoca in cui nessuno poteva immaginare che persino un rating AAA potesse comportare un rischio, per cui adesso nessuno riesce a prevedere che cosa accadrà con l’entrata in vigore di Basilea II, spiega l’esperto.

Alla chiusura dei mercati, venerdì 23 novembre, la Banca Centrale Europea ha annunciato per questa settimana una nuova iniezione di liquidità nel sistema, poiché i tassi del prestito interbancario avevano raggiunto nuovamente livelli di soglia. I tassi in questione sono solo punti di riferimento teorici, giacché sul mercato non vengono più concessi prestiti. La settimana precedente alcune banche avevano cercato di vendere bond coperti — obbligazioni emesse su collaterale ma che recano il nome della banca — ma la “valutazione” del mercato di tali bond ha mandato alle stelle gli swap che assicurano dall’insolvenza, tanto che lo European Covered Bonds Council è dovuto intervenire per  sospendere le vendite di tali titoli nella settimana seguente.

Nonostante le iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, le crepe nel sistema si fanno sempre più ampie, e risulta maggiormente visibile lo sfascio del secondo strato della piramide dei derivati, dopo quello degli strumenti finanziari di natura immobiliare: il mercato dei derivati sul credito. Si tratta di una piramide nell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari, il cui volume è più che raddoppiato dal giugno 2006 al giugno 2007, come riferisce un rapporto della Banca per i Regolamenti Internazionali. I derivati sul credito, che sono essenzialmente polizze assicurative che in teoria dovrebbero difendere gli speculatori dalle insolvenze sui titoli, sono passati dai 20.000 miliardi nel giugno 2006 ai 43.000 miliardi nel giugno 2007. Di questi derivati, 23.000 miliardi riguardano contratti tra le grandi banche attive in queste operazioni, mentre altri 18.000 sono stipulati tra queste stesse banche e altri istituti finanziari, riferisce la BRI.

Che cosa stia effettivamente accadendo si può desumere dal fatto che la principale assicuratrice mondiale, la Swiss Re, ha dovuto riconoscere perdite pari a un miliardo di dollari provocate da due soli contratti derivati, noti come “swaps sul credito”. Swiss Re non ha voluto rivelare l’identità della controparte, sicuramente una banca, per la quale i due contratti derivati sono stati sottoscritti attraverso, si presume, la Goldman Sachs.

Lo scorso agosto l’EIR aveva denunciato i rischi per le imprese, chiamate “monoline”, che assicurano le obbligazioni, compresi i titoli emessi sui mutui e i bond delle amministrazioni locali, ed ora per molte di loro lo stato di insolvenza comincia ad essere evidente. La Banque Populaire e la Caisse d’Esparagne che controllano la holding Natixis, inietteranno un miliardo e mezzo di dollari nella CIFG Guaranty, la monoline che assicura i due istituti mutualistici francesi, per evitare che le agenzie di rating togliessero alla CIFG le tre A di massima affidabilità. Intanto a New York, la monoline Financial Guaranty Insurance Co. (FGIC) è stata sollecitata dalla agenzia di rating Fitch a presentare entro tre settimane le prove che non merita una retrocessione. Proprietari di FGIC sono PMI Group Inc., il secondo assicuratore di mutui negli USA, la Blackstone Group e il Cypress Group. I bond che assicura ammontano a 315 miliardi, di cui 30 miliardi emessi sui mutui e 25 su debito collateralizzato. In data 30 settembre FGIC disponeva soltanto di 5 miliardi di dollari in riserve patrimoniali. Secondo la Fitch, la FGIC è il quarto più grande assicuratore di debito ed è il più vulnerabile del settore.

Gli assicuratori monoline debbono sostenere un volume di 2.400 miliardi di titoli, tutti a rischio di retrocessione del rating, con ripercussioni inevitabili sul rating delle stesse monoline.

Le banche francesi hanno cercato di tenere nascosto il proprio “super-conduit”

La loro propaganda diceva il contrario ma in realtà, lo scorso settembre, le grandi banche francesi hanno intensamente discusso la creazione del proprio “super-conduit”, la botola attraverso la quale i titoli problematici vengono fatti sparire dal libri contabili. Lo ha riferito il 22 novembre Les Echos, il principale quotidiano economico del paese che si sforzava però di minimizzare la gravità della posizione francese affermando che, a differenza del MLEC (cfr. Strategic alert N. 43 – 25 ottobre 2007) proposto da Citigroup, il super-conduit francese servirebbe “soltanto” a “risolvere la crisi di liquidità della scorsa estate” determinatosi nel mercato francese dei prodotti della cartolarizzazione di assets, di mutui e di altri titoli.

La realtà invece è che il sistema bancario francese è stracolmo di questi prodotti di cartolarizzazione. La BNP possiede sei “conduits” con un totale di assets per 9,6 miliardi di euro e un totale di linee di credito di 10 miliardi di euro. La Societé Générale ha un SIV (Veicolo di Investimento Strutturato) e sei “conduits” con assets per 20 miliardi e linee di credito per 30 miliardi. la Calyon, immobiliare della Crédit Agricole, ha quattro “conduits” con 18 miliardi di assets e linee di credito per 24 miliardi. La Natixis, banca d’investimento della Caisse d’Esparagne e della Banques Populaires, ha diversi conduits con assets per 9 miliardi e linee di credito per 5,6 miliardi.

I dati provengono dalla prima pagina di Les Echos, sotto il titolo “Sub-prime: il mercato sprofonda nella crisi” e fanno capire che a causa della caduta del valore azionario — circa il 30% negli ulimi sei mesi — le grandi banche non possono permettersi di tenere nascoste le perdite “fino a quando la situazione non migliora”. Il giornale riferisce inoltre che due banche specialmente, BNP-Paribas e Societé Generale, premevano perché si creasse il “conduit”, ma a causa dell’opposizione di altre banche, tra cui Credit Agricole, l’operazione non si è fatta. Naturalmente tutto ciò autorizza l’ipotesi che le due banche accusassero già ingenti perdite per i titoli “subprime”, suffragata dal fatto che, successivamente, hanno attinto ai crediti a breve termine messi a disposizione dalla BCE.

Le fantasie di Draghi

Nel discorso rivolto ai banchieri riunitisi a Francoforte il 22 novembre, il Governatore di Bankitalia e presidente del Financial Stability Forum ha elogiato il sistema finanziario fondato sui derivati e ha incoraggiato i colleghi a somministrare al paziente un’altra bella dose del veleno che lo ha già ridotto in fin di vita. Ma qualche banchiere rimasto ancorato alla realtà, come Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, ha fatto sapere che la sua banca ha deciso di abbandonare la rotta imposta da Draghi.

Nel discorso pronunciato al Center for Financial Studies, Mario Draghi ha elogiato il modello “Originate-to-distribute” (OTD), una formula con cui si intende la creazione di titoli derivati e la ridistribuzione dei rischi sul mercato, soprattutto con la cartolarizzazione, come è stato fatto con la bolla dei mutui USA.

Draghi ha ammesso che la crisi in corso “essenzialmente è una crisi del modello OTD”, “ma è difficile credere che l’industria abbandonerà la cartolarizzazione”. “Come si può vedere, l’OTD è un modello che in alcuni aspetti presenta delle crepe, ma ritengo che sia troppo prezioso per tutte le parti per poter essere abbandonato”.

L’ex dirigente di Goldman Sachs ha lanciato il suo appello per una maggiore globalizzazione e una maggiore eliminazione di regolamentazioni nazionali, guardando in prospettiva alla crescita delle pensioni private. Ha esaltato i successi “ottenuti dal settore privato e dalle autorità pubbliche nello smantellamento delle barriere tecniche e procedurali nazionali esistenti” nell’Unione Europea “secondo le proposte formulate nel secondo Rapporto Giovannini”.

Alberto Giovannini è l’ex dirigente di LTCM, il fondo che fallì nel 1998 portando sull’orlo dell’abisso l’intero sistema finanziario mondiale. Ottenne, forse come premio, un posto come capo dei consiglieri per la transizione dalle monete nazionali alla moneta unica e per la liberalizzazione e  l’integrazione dei mercati finanziari.

Mentre Draghi spaziava inebriato nella realità virtuale, Alessandro Profumo annunciava che la Unicredit, la terza banca europea, aveva deciso di abbandonare il modello fallito tanto decantato da Draghi. "Precedentemente avevamo l'idea di dirigerci verso un modello di origination and distribution, ma questo modello non c'è più", ha detto Profumo al Financial Times. “Mr. Profumo è in disaccordo con altri dell’industria secondo i quali la stretta creditizia e i disordini del mercato sono temporanei e non cambiano la tendenza a lungo termine”, ha scritto il quotidiano finanziario.

I guai di Fannie Mae e Freddie Mac

Di fronte alla crisi dei mutui, gli americani credono che possa bastare congelare i pignoramenti, mentre misure di riorganizzazione del sistema bancario come quella proposta da Lyndon LaRouche (HBPA) sono ancora ritenute controverse. Il sen. Charles Schumer insieme ad altri parlamentari ha presentato, sia alla Camera che al Senato, un ddl per consentire ai giudici fallimentari di ridurre i tassi d’interesse che gravano sui mutui e accordare dilazioni e facilitazione di pagamento del mutuo ai proprietari di abitazioni costretti a dichiarare fallimento. Nella proposta, però, non si menziona nemmeno il problema delle banche colpite.

I democratici infatti sostengono la proposta ispirata da Felix Rohatyn, secondo cui per risolvere la crisi dei mutui basterebbe aumentare il volume del credito che i due giganti semi-pubblici del mercato ipotecario secondario, Fannie Mae e Freddie MAC, hanno il diritto di emettere. Adesso però cominciano a trapelare notizie sulle perdite in cui sono incorsi i due giganti semi-pubblici: secondo il Wall Street Journal il 15% dei titoli in mano a Freddie sono prodotti emessi su mutui sub-prime, che cioè non valgono niente. Per Fannie questa componente ammonta al 6%. Dunque Freddie dovrà cancellare almeno 5 miliardi di dollari nel 2008.

Fin dall’inizio Lyndon LaRouche aveva sostenuto che lo schema di rifinanziamento di Rohatyn era una sciocchezza perché siamo alle prese con l’implosione di un intero sistema finanziario, e non con la semplice morosità di qualche mutuatario. Di fronte alle nuove perdite rese note il 23 novembre, LaRouche ha dichiarato: “Facciamo la lista dei parlamentari che hanno proposto una ‘alternativa’ alla proposta HBPA — un’alternativa che non esiste. E adesso che faranno? Hanno sbagliato, ma lo ammetteranno?”. Hanno fondato il loro disaccordo con la HBPA dicendo che c’era quest’alternativa Fannie/Freddie. “Che cosa diranno allora adesso a questo proposito?”. Finora non hanno detto niente. Ma i politici a livello comunale, regionale, statale e altri leader cominciano a mormorare e a considerare più seriamente la proposta HBPA.

Tratto da Strategic alert N. 48 – 29 novembre 2007

12 ottobre 2007

Primarie pericolose ...

 

Buongiorno a tutti.
Questa domenica si celebrerà l'ennesima ratifica popolare di una decisione già presa dai centri finanziari, in particolare da Carlo De Benedetti, ossia la nomina, più che l'elezione, di Veltroni a segretario del Pd (per i malpensanti "Pd" sta per "Partito democratico" e non per un richiamo alla "Pi Due"!). De Benedetti - molti di voi lo sanno - è l'italiano che più ha saputo distruggere l'industria nazionale e dunque posti di lavoro e capacità produttiva, con tutto ciò che ne consegue in termini di distruzione del tenore di vita reale delle persone. Non dimentichiamoci che l'autodichiaratosi tessera n. 1 del Partito democratico - De Benedetti cioè -, in una famosa intervista rilasciata al Corriere della Sera disse che il futuro del centro-sinistra italiano erano Veltroni e Rutelli. Veltroni ha saputo dimostrare con Roma di perseguire gli interessi dei propri finanziatori, rifacendosi ad un decisionismo per taluni impensabile; Rutelli invece ha fallito nel processo di liberalizzazioni che dovevano partire colpendo il settore dei taxi - settore pubblico o para-pubblico, attenzione! -, e che doveva funzionare da detonatore di un processo il cui obiettivo era ed è privatizzare tutto il comparto pubblico e para-statale (le c.d. utilities, acqua, energia, gas ma anche trasporti e pubblica amministrazione in generale). Lo scontro al vertice è stato dunque vinto dal primo, dimostratosi performante al perseguimento degli obiettivi oligarchici affidatigli.
Se si guarda a Veltroni - visto il bombardamento mediatico fattone - come si guarda una velina, si rischia di innamorarsene. Ma come con le veline se si scava a fondo si trova il vuoto e ci si meraviglia dell'ingenuità emotiva a cui ci si era per un attimo affidati, altrettanto per Veltroni se si comprende nel fondo delle implicazioni ciò che dice, scopriamo qualcosa di molto pericoloso.
L'11 settembre - data forse non casuale - il Movimento Solidarietà pubblicò ( http://movisol.org/07news146.htm )questa mia riflessione che sotto vi riporto con l'invito di farla girare. In quello scritto pavento il rischio della deriva fascista. In quel momento pochi parlavano di fascismo, ma ora pare essere diventata una moda. In ogni caso non rifacciamoci ad approcci da "dolce incanto" per cui "no quelli erano tempi diversi, il fascismo oggi non può tornare". I movimenti dispotici, siano essi la dittatura di un impero romano, la dittatura napoleonica, i totalitarismi europei dei primi del '900, si presenta con nomi diversi ma con una stessa sostanza: trasformare le persone in bestie che devono ubbidire agli ordini di oligarchie più o meno visibili.
Da quell'11 settembre è sceso in piazza Grillo, e Bossi e Veltroni hanno esasperato, in direzioni diverse, i propri deliri.
Tutto ciò conferma ancor più che si sta preparando un movimento anti-costituzionale e dunque anti-democratico dove un po' tutti i fattori in campo giocano un ruolo più o meno consapevole.
L'attuale processo non può essere compreso se non si correla alla crisi finanziaria in corso, che le operazioni sporche delle banche centrali stanno ritardando negli effetti, sobbarcandone in primis le fasce più povere della popolazione mondiale. Questo è il motivo per cui i centri finanziari stanno orchestrando la confusione all'interno degli stati. Il pericolo che pavento non è valido solo per l'Italia. Lo scoramento attorno alla classe politica che qui tocchiamo con mano, lo si sta avendo un po' ovunque in Europa e negli Stati Uniti pure, da quello che mi dicono gli amici di quei luoghi.
Il mio invito per queste ridicole primarie - ricordo che il giocatore di tennis sta cambiando racchetta, sta acquistando la più bella sul mercato, ma il suo modo di giocare resta quello solito, ridicolo - è o di disertarle facendo venir meno ogni legittimazione popolare a Veltroni, o di votare i candidati secondari e terziari.
Il futuro non è scritto, ma può essere cambiato da quella dote umana che si chiama "atto di volontà" e la cui metafora più efficace è l'"Alzati e cammina!".
Se ritenete utile ad un futuro migliore queste mie considerazioni, vi invito a farle girare.

L’attuale programma del Partito democratico lascerà la porta aperta al fascismo

Il nascente Partito democratico rappresenterà per la storia politica italiana del dopoguerra, l’ultimo tentativo nominalmente democratico che resta all’oligarchia finanziaria, prima di riconsegnare il Paese a forze di governo fasciste che già da tempo oramai scaldano i motori incitando all’uso della violenza (calci nel sedere agli islamici, uso dei fucili), fomentando l’odio per l’altro (individuare nell’extracomunitario un problema sociale senza andare alla radice del problema di una politica economico-finanziaria globale centrata sulla speculazione, è parificabile all’idea nazista di identificare nell’ebreo la radice di tutti i problemi) e rifacendosi ad istanze populiste (secessione, sciopero fiscale, ecc.).

Quando parlo di forze di governo fasciste non mi riferisco all’altrettanto evanescente centro-destra[1] – altrettanto quanto il centro-sinistra – quanto a quei partiti che con elevata probabilità la prossima legislatura amplieranno in modo ancor più forte il proprio consenso grazie a proclami populisti che così bene attaccano nella gente quando si sente senza un’autentica via d’uscita. Questi partiti si troveranno la strada spianata dalle attuali politiche del centro-sinistra ed in particolare da quelle che oramai possiamo inquadrare come espressione del programma del Partito democratico italiano.

Le lettera pubblicata da Repubblica da quello che sarà lo scontato leader del Pd, il sindaco di Roma Walter Veltroni, referenzia chiaramente come con esso non cambierà assolutamente nulla nella politica italiana, ma anzi verrà ancor più esasperata la concezione oligarchica ed antirepubblicana di gestione dello Stato.

Riflettiamo sulle due seguenti affermazioni di Veltroni: 1 - “ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio”; 2 - “le risorse per la spesa in conto capitale? Anche qui non potremo contare su aumenti tributari. Occorre sempre più ricorrere a schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi e, per la parte pubblica, a nuove politiche del patrimonio. O si gestisce questo patrimonio in modo da ricavarne le risorse necessarie per pagare una quota significativa degli interessi sul debito. O si adottano soluzioni per un'alienazione parziale e selettiva di questo patrimonio, garantendo la piena tutela dei beni culturali e ambientali.

Siamo di fronte al solito approccio contabilista e riduzionista dimentico della funzione sovrana che solo ad uno Stato può spettare, dell’emissione di linee di credito pubblico ex nihilo[2] strategicamente dirette.

Le esperienze storico-politiche che hanno saputo incidere in modo determinante e duraturo, gli Stati Uniti su tutti, si sono rifatte ad un modello costituzionale centrato sul credito pubblico e non sul denaro di pochi potenti privati arbitri, con le loro voglie, del gioco della vita di interi popoli. Nel primo caso siamo di fronte ad una Repubblica, nel secondo caso ad un’oligarchia. Veltroni pare conoscere soltanto questa seconda esperienza, e ad essa obbedire: “schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi”, e per la parte pubblica tagliare da una parte e destinare ad un’altra: “nuove politiche del patrimonio”.

Siamo dunque di fronte alla solita solfa che da oltre trent’anni ci viene propinata, espressione della più bassa forma di arte dello Stato. Le idee sono sempre quelle e gli uomini sono sempre quelli.

L’odore di speculatori come George Soros e Felix Rohatyn, e dei loro schemi corporativi nel Partito Democratico USA, lo si sente forte.

Gli stessi leaders del Pd cominciano ad avvertire la puzza di fascismo dietro l’angolo – si vedano le dichiarazioni del ministro Amato e dello stesso Veltroni, della settimana scorsa – , ma non ne colgono in pieno i crismi o meglio li colgono solo laddove ciò non voglia dire scontrarsi con l’oligarchia finanziaria. Non si arriva al fascismo perché dei lavavetri innervosiscono ab origine gli spensierati cittadini ed a ciò non si dà risposta. Vi si arriva perché il cittadino ridotto allo stremo delle forze da immorali politiche economiche e sociali dei governi (distruzione dei posti di lavoro in seguito a delocalizzazione produttiva, distruzione reale della piccola impresa come prodottasi in seguito al primo decreto Bersani sulle liberalizzazioni d. lgs. 114/98, distruzione del tenore di vita reale conseguente all’inondamento arbitrario di liquidità ed alla riduzione delle produzioni, aumento della imposizione fiscale diretta e venir meno della progressività; trasformazione dei mezzi di formazione culturale latu sensu intesi in mezzi d’intrattenimento sensuale) non ha più niente da perdere.

Il (nuovo) nome della pace è sviluppo! e la continua distruzione dell’economia reale (contesto infrastrutturale, welfare, potere di acquisto reale) prodotta dalle politiche liberiste e finanziariste è un’offesa all’appello che fu di Paolo VI.

In generale tutti i leaders del Pd, continuano a parlare di “riforme” tutte centrate sulla deregulation e dunque sull’arretramento del ruolo dello Stato nell’economia, continuando dunque sulla infame strada dello stravolgimento del dettato costituzionale. Con queste riforme essi garantiscono soltanto un’ulteriore accelerazione della svolta reazionaria (consegna delle attività produttive sotto controllo pubblico alle oligarchie finanziatrici sotto gli accattivanti nomi di privatizzazione, liberalizzazione, riforme a vantaggio del cittadino-consumatore; riduzione delle tutele lavorative; tagli alla sanità, al sistema previdenziale ed a quello dell’istruzione) divenuta forte già durante i primi anni ’90, ma le cui radici prime sono riconducibili al periodo che va dall’omicidio Mattei all’omicidio Moro.

Quel quindicennio, in un’immaginaria dinamica parabolica segna la svolta al ribasso – ribasso tuttora in corso e che si concluderà soltanto con la riscoperta della cultura di governo del periodo 1948-1962 – del ciclo rinascimentale post-bellico caratterizzato dalla riscoperta dei principi umanistici di giustizia, libertà (non gli attuali arbitrio dei pochi e intemperanza dei molti) e solidarietà quali manifestazioni più dirette di una cultura per la verità e per l’altro. Il periodo 1948-1962 rappresenta il periodo della storia politico-economica italiana su cui maggiormente ha inciso l’influsso del sistema americano di economia politica, grazie alla magistrale applicazione che ne diede il Presidente Franklin Delano Roosevelt negli Stati Uniti. FDR ispirato dalla cultura per l’altro, ispirato da gli ultimi saranno i primi, rifondò la sbandata economia americana partendo dal forgotten man. Credito pubblico, infrastrutture pubbliche, sostegno all’impresa privata produttiva ed alla ricerca tecnologico-scientifica, lotta alla speculazione finanziaria – in particolare delle grandi famiglie bancarie – fondarono il rilancio dell’economia reale americana.

Il programma liberista e monetarista, grosso modo sostenuto da tutti gli inconsapevoli candidati alla segreteria del Pd, comporterà invece un ulteriore abbassamento del tenore di vita della popolazione. Già con l’attuale Governo di centro-sinistra, lo scoramento nel ceto medio e basso è divenuto tale da cominciare a renderli simpatizzanti di chi dà risposte decisioniste a prescindere. Quando chi si fa portatore delle istanze dei deboli si dimostra un bluff, ecco che per rivalsa si comincia a sostenere chi pare dare risposte immediate e dirette.

Il primo periodo post-bellico pose le basi fondamentali per le conquiste nel campo dei diritti sociali ed in particolare del lavoro, del successivo periodo Mattei-Moro, ma in quello stesso periodo venivano gettati i semi della successiva svolta – oggi definibile come reazionaria – le cui radici culturali però vanno ben oltre il reazionismo. Ribadisco che l’immagine che di quel periodo si deve avere è quella della parte alta, grossomodo orizzontale, di una parabola discendente, come ad essere espressione del contrapporsi di una fase ascendente verticale e di una discendente verticale. Quest’ultima è espressa nel concreto da una cultura edonista-esistenzialista centrata sulla messa in libertà di una sottocultura della voglia che ha prodotto un sistema culturale dove le persone non hanno capacità di opporsi, decidendo, alla progressiva distruzione delle conquiste precedentemente fatte.

La fase che stiamo vivendo, è quella della svolta ribassista dell’immaginaria parabola discendente, entrata in una fase di primaria accelerazione non ancora pienamente manifestatasi. La conclusione di questa fase la si avrà col ritorno di sistemi politici dispotici a cui le porte verranno aperte dall’ulteriore insoddisfazione generata dalle politiche reazionarie che il Pd intende proporre per soddisfare le esigenze dei propri finanziatori.

Ovviamente un processo di tale tipo è visualizzabile solo se si va oltre la facciata di comodo delle generiche dichiarazioni fatte dai leaders.

Coloro che in questo momento si stanno facendo portatori delle istanze di difesa dello Stato sociale non possono essere definiti conservatori nell’accezione negativa del termine, tuttalpiù “difensori statici” delle conquiste prodottesi grazie al processo di ricostruzione 1948-omicidio Moro.

Queste forze di difesa dello Stato sociale se hanno compreso che il tentativo iperliberista, in campo economico e più in generale a livello culturale, del Pd, abbasserà ancor più i tenori di vita della maggioranza della popolazione italiana a solo vantaggio di una sempre più ristretta oligarchia finanziaria (nazionale e soprattutto internazionale), non hanno però compreso quali siano le politiche che impediscono tale scenario.

Abbiamo bisogno di una “difesa dinamica” invece che statica del welfare.

Il presidente Prodi ha parlato di agganciamento alla ripresa dell’economia. Ma a cosa si riferisce? A quella drogata delle borse o a quella dell’economia reale americana ed europea prossime ad implodere? Il presidente Prodi ha avuto anche l’ardire di affermare che ora il problema della quarta settimana non esiste più. Grazie a cosa, all’aumento di 30 euro delle pensioni più basse, oppure allo scoppio autunnale dell’inflazione sui generi alimentari e di prima necessità generato dalle politiche pro-speculative ed anti-produttive di Bce e Fmi?

I leaders del Pd parlano di “crescita” ma si mantengono sui binari della cultura economica che sino a qui ci ha portato nell’ultimo trentennio: liberismo finanziarizzato, nel senso di finanza che domina l’economia ed economia che domina la politica.

Si impone invece un’autentica svolta culturale, politica ed economica che ribalti completamente questo sovversivo ordine degli strumenti a disposizione.

Se non si rimetteranno a fuoco i concetti di verità, di bene comune e di economia fisica la parabola ribassista determinatasi non potrà svoltare al rialzo.

Ecco che allora il sistema culturale deve tornare a radicarsi sul vero e non sul comodo. A questo proposito la corretta utilizzazione dei mass media, ed il coraggio della politica di dire il vero, sono nodali.

Il sistema politico deve tornare ad essere repubblicano e non oligarchico, strumento per il bene comune e non per la soddisfazione dell’interesse di chi finanzia le campagne elettorali. Dunque il vero sovrano deve tornare ad essere il bene del Popolo e non i potenti amici che sostengono la propria carriera politica.

Il sistema economico deve tornare ad essere strumento di emancipazione generalizzata degli uomini dal fare bassamente specializzato ed espressione delle più alte capacità cognitivo-creative che solo l’uomo è in grado di manifestare nell’universo.

In merito a quest’ultimo punto, tale obiettivo può essere raggiunto aumentando la capacità produttiva procapite e per chilometro quadrato, grazie allo sviluppo tecnologico-scientifico, sia nel settore dei generi alimentari che di altro consumo (strumentali e di consumo). Per raggiungere un obiettivo di questo genere non ci si può affidare, alla Sarkozy, “alla maturità ed al senso di responsabilità” di chi può investire, piuttosto ci si deve rimettere allo Stato sovrano che altro non è se non il principale strumento di uomini tra loro coalizzati per migliorare le proprie condizioni economiche e morali. Col ritorno al credito pubblico da destinare ad una costante infrastrutturazione tecnologicamente sempre più avanzata, disponibile a tutti, e alla ricerca tecnologico-scientifica, si hanno tutti gli strumenti per riscoprire ciò che già nel dopoguerra anche in Italia si fece, migliorando le condizioni di vita della maggioranza dei cittadini.

Il nemico da combattere è il liberismo-monetarista; il modello a cui rifarsi è Franklin Delano Roosevelt e l’odierna applicazione che ne dà il leader americano Lyndon LaRouche. Non è dunque un problema di destra o sinistra, ma di politiche filo-oligarchiche e di politiche repubblicane. I germi del liberismo (o mercatismo, per dirla con Tremonti) e del monetarismo sono presenti in entrambi gli schieramenti dell’arco parlamentare, così come in entrambi gli schieramenti sono presenti gli anticorpi per la svolta. Grazie a LaRouche ed al Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà qui in Italia, le radici per questa svolta sono seminate e passano per il dialogo avviatosi tra il sottosegretario Gianni (Rifondazione comunista), il sottosegretario Lettieri (Margherita) e l’on. Tremonti (Forza Italia).

Claudio Giudici

rappresentante del Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà www.movisol.org



[1] In realtà, uno degli esponenti primari del centro-destra, l’ex ministro Giulio Tremonti, aveva provato a muoversi all’interno delle maglie del monetarismo impostoci dalla normativa comunitaria. Gli espedienti erano stati vari, ma catalogati sotto la definizione sprezzante di “finanza creativa”. In effetti la forma delle iniziative prese dall’on. Tremonti poteva anche essere nominata come “creativa”, ma, se si riesce a comprendere la effettiva e nefasta portata del monetarismo e del liberismo, la direzione sostanziale che con quelle si andava a prendere era sicuramente anti-oligarchica e filo-repubblicana.

[2] Uso non a caso la dizione “ex nihilo” in quanto utilizzata dal premio Nobel per l’economia Maurice Allais riferendosi all’attuale sistema monetario internazionale come fondato, formalmente dal 15 agosto 1971, sull’emissione arbitraria e dal niente di denaro da parte di quei consorzi di banche private che sono le banche centrali. I salvataggi degli istituti di credito operati nei giorni scorsi con l’imperversare dei fallimenti e dei crolli di borsa detonati dalla crisi dei mutui sub-prime, è tutta lì a dimostrare l’affermazione di Allais.

In riferimento al credito pubblico, l’uso della dizione “ex nihilo” è rinvenibile negli scritti della rivista Cronache sociali facente capo al gruppo dei dossettiani alla fine degli anni ’40.

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