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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
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30 gennaio 2012

E' Monti a provocare il populismo!

Lettera aperta al Presidente Monti.


 

Egr. Presidente Monti,

in questi giorni Lei ha denunciato l'esistenza del "seme di un populismo antieuropeo in Italia come in altri Paesi". Lei ha ragione! Tuttavia, bisogna intendersi in merito a chi e cosa si celi dietro questo sentimento antieuropeo e perché sia progressivamente crescente e addirittura maggioritario in sempre più vasti strati della popolazione europea. Ed a corollario di ciò, Lei dovrebbe chiedersi se le sue politiche economiche fomentino o meno questo sentimento antieuropeo.

E' da almeno il 1992, quando siamo entrati sotto le condizioni del patto di stabilità del Trattato di Maastricht, che ci viene richiesto di fare sacrifici. A noi, ed a tutti gli Europei. Questi sacrifici sono alla base di alcune ricette di economisti, professori, tecnici (oggi al Governo!) che, in Italia come nel resto d'Europa, avrebbero dovuto portare a risanare i conti pubblici, dare prosperità e benessere. Niente di tutto ciò è stato raggiunto! L’esperienza dimostra che nei venti anni dalla sottoscrizione del Trattato, il rapporto debito/pil è peggiorato quasi ovunque. Il peggioramento è stato del 76.9% per la Grecia, 49.9% per la Francia, 41.7% per la Germania, 37.2% per il Portogallo, 36.3% per la Finlandia, 31.5% per l’Irlanda, 24.5% per la Spagna, 17.7% per l’Austria, di una minima misura per il Lussemburgo. In Italia il deterioramento è stato del 19.5%.

Circa il tenore di vita reale della gente, la loro capacità d'acquisto, diritti e tutele del lavoro, sono crollati ovunque.

Queste ricette, d'altra parte, sono sostanzialmente le medesime applicate negli ultimi quarant'anni dal Fondo monetario internazionale in Africa, America Latina, Sud-est asiatico, e là come qua si stanno dimostrando fallimentari!

Ai sacrifici segue sempre più povertà... ma non per tutti! La classe media è stata spazzata via trasformandosi in classe povera. Dai sacrifici della classe media e della classe povera è derivato soltanto l'ulteriore arricchimento della classe ricca, anzi di una vera e propria oligarchia di banchieri e finanzieri!

Nel mentre di questi sacrifici – più dannosi che inutili! – è scoppiata la crisi finanziaria del 2007. Una serie di bolle speculative legate l'una all'altra, hanno trovato il loro detonatore nella crisi dei mutui subprime. Una crisi che – oggi è chiaro a tutti – è dovuta all'ingordigia di un sistema bancario globalizzato, che come aveva già fatto agli inizi del secolo scorso, ha tratto irresponsabili vantaggi dalla costante eliminazione delle regole (abbattimento degli accordi di Bretton Woods, liberalizzazione dei derivati finanziari, eliminazione dello standard Glass-Steagall). Di questa crisi, a pagarne direttamente il conto, sono stati i cittadini dei vari Stati. Dunque, dopo i sacrifici impostici inutilmente per anni, ci è stato poi richiesto di pagare anche per l'ingordigia delle banche!

L'Italia per fortuna non ha dovuto salvare direttamente le sue banche, le quali, giunte per ultime a giocare alla bisca finanziaria, non si sono esposte come le altre. Ma la decisione presa dagli organismi di cui l'Italia fa parte (G20, G8 e UE) di salvare le banche internazionali fallite ed in difficoltà, gravando sui debiti pubblici degli Stati, ha permesso a questi stessi finanzieri di mettere oggi gli Stati con le spalle al muro. Diversamente, avremmo dovuto procedere con riorganizzazioni fallimentari controllate e salvare le economie nazionali! Le finanze italiane, infatti, al sicuro quando il debito era domestico, sono improvvisamente diventate più esposte delle altre, ma non per colpa degli Italiani, bensì dei responsabili della crisi mondiale!

Non contenti, mentre stiamo pagando questi conti che sembrano non avere fine, oggi ci viene detto che conseguentemente il debito pubblico è ancora più alto e dunque dobbiamo fare altri sacrifici per tagliarlo (!). In parallelo a tutto questo, vengono aperti nuovi mercati, con l'eliminazione di ulteriori regole di mercato... le famose liberalizzazioni del suo recente decreto "Cresci Italia".

Come certificato dalla Cgia di Mestre per l'Italia, tutte le realtà liberalizzate hanno subito degli aumenti di prezzo fino a quattro volte superiori l'inflazione (ma invero ciò si è registrato in ogni parte del mondo). Tuttavia, noi aggiungiamo che hanno consentito anche un altro nefasto risultato, ossia il controllo di questi settori, proprio grazie all'eliminazione delle regole, da parte delle banche. D'altra parte, già Friedrich List denunciava l'impero britannico di invocare un radicale liberoscambismo (così si chiamava a quel tempo) per controllare i mercati e poi richiuderli, una volta arrivato in vetta, grazie al "calcio alla scala". Le banche oggi, in Italia, controllano non solo le assicurazioni, ma anche il comparto delle infrastrutture pubbliche come aeroporti e stazioni, le compagnie aeree, le ferrovie, i trasporti, la distribuzione commerciale. Il Paese, grazie alle liberalizzazioni, oltre ad aver visto un aumento generalizzato dei prezzi, è finito di fatto sotto il controllo del sistema bancario nazionale ed internazionale. Oggi, vorrebbe succhiare di più nei settori delle farmacie, della distribuzione commerciale e dei giornali, ed anche dei taxi! Tra un po' ci verrà detto che la sanità e la scuola pubblica non sono sostenibili ed allora attraverso società private controllerà anche questi settori!

Il grande Presidente americano Franklin Roosevelt che salvò il mondo dal nazismo e ridette prosperità agli Americani dopo la crisi del '29, non affamò la propria gente. Egli mise con le spalle al muro un sistema bancario in overdose di debiti e titoli spazzatura (irripagabili come oggi!), lo riorganizzò e lanciò un grande piano di investimenti pubblici nelle infrastrutture e nell'industria, riappropriandosi del controllo del credito pubblico. Noi oggi avremmo bisogno di questo, non di affamare gli Italiani e gli Europei ed esporre i settori produttivi ad un'espropriazione da parte degli squali della finanza, attraverso le decantate liberalizzazioni.

Proprio come fecero gli Americani grazie a Franklin Roosevelt, dopo le ricette fallimentari dei suoi predecessori "salva-banche" ed "ammazza-popolo", se avremo il coraggio di cambiare ci aspetterà un nuovo Rinascimento italiano ed europeo. Diversamente, sarà il suo Governo, come quello degli altri Paesi europei a fomentare questo sentimento antieuropeo.

Claudio Giudici
 

 

29 dicembre 2010

La neve svela che il re è nudo … e gli fa un gran freddo!

 

Le precipitazioni nevose che si stanno verificando un po' in tutta Europa, ripetono quanto già verificatosi in modo evidente negli inverni 2007/2008 e 2009/2010. Non deve sorprendere, perché in realtà il micro-ciclo del riscaldamento globale avutosi nel periodo 1975-98 (+0,6°) si è naturalmente e regolarmente esaurito all'interno dei sovra-cicli freddi, per influenza dei cicli astronomici. Così a dispetto della apocalittica campagna contro-culturale hollywoodiana, propinata persino nelle scuole, e funzionale a gestire interessi geo-politici, anche l'evidenza dei sensi si allinea alla vera scienza.

Tuttavia la neve di questi giorni ci svela anche – se non fosse già abbastanza evidente – lo stato di collasso dell'attuale modello economico liberista e monetarista della globalizzazione. Capace di alimentare salvataggi finanziari per quadrilioni di dollari, attraverso forme di garanzia statale, questo modello rende le autorità pubbliche incapaci di rispondere adeguatamente anche alle prevedibili e previste nevi cittadine. A parte i casi più eclatanti di vera e propria disorganizzazione amministrativa (come nel caso di Firenze, dove un'intera città è stata – per la gioia degli ambientalisti – pedonalizzata da Madre Terra Gaia, e i cittadini sono stati costretti ad incamminarsi a piedi anche per decine di chilometri verso le loro case, abbandonando le auto ai bordi delle strade), nell'intero Primo mondo si registrano difficoltà di risposta amministrativa, dovuti in primo luogo all'assenza di fondi. Se il processo di progressivo indebitamento delle pubbliche amministrazioni è in atto oramai da decenni, avviato dalla trasformazione delle economie da industriali a terziarizzate, l'accelerazione della crisi finanziaria globale del 2008 ha “improvvisamente” privato le casse pubbliche delle risorse necessarie per assolvere a quelle spese che seppur eccezionali, rientrano comunque nell'ordinaria amministrazione della cosa pubblica. E nella tendenza finanziarista rientra purtroppo anche l'immorale ed incosciente gioco d'azzardo a cui si sono abbandonati gli amministratori pubblici attraverso l'esposizione in finanza derivata, dove si sono registrate perdite nell'80% dei contratti conclusi. Così, manca il sale da spargere sulle strade, mancano le catene da neve per i mezzi pubblici e di soccorso, manca il personale di riserva per assolvere ai casi eccezionali, ma ancor più manca il complessivo sviluppo della piattaforma economica (infrastrutture, organizzazione delle dinamiche della civitas), non più funzionale a rispondere alle esigenze di sviluppo delle popolazioni.

All'interno della logica del just in time, dei progressivi tagli alla spesa privata e pubblica (inevitabile in un modello economico che privilegia gli interessi finanziari e non quelli produttivi), delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, l'intero (dis)ordine finanziario e monetario a cambi fluttuanti sovrasta le economie nazionali, impedendo l'avvio di nuove fasi di sviluppo dell'economia fisica.

In questo contesto, l'Eurosistema gioca un ruolo perverso e storicamente infondato: esso pretende l'avvio di una nuova fase di sviluppo, imponendo ai Paesi membri medesime politiche monetarie nonostante realtà fisico-economiche profondamente diverse: cos'hanno a che fare Germania e Francia con il Portogallo e la Grecia? Così, nel tentativo di omogeneizzare realtà finanziarie eterogenee, il “Patto di stabilità” impone una controproducente azione sul livello dei bilanci statali, di modo da creare una proporzionalità tra prodotto interno lordo nazionale e posizioni debitorie; conseguentemente le economie più deboli, che per rafforzare l'economia reale avrebbero bisogno di maggiori interventi ad alta intensità di capitale e tecnologia (dunque di aumentare la spesa e non di contrarla), sono invece quelle che si impoveriscono con un maggior tasso di accelerazione. Infatti oggi, dopo circa 18 anni di vita del “Patto di stabilità”, i Paesi membri dell'UE, si ritrovano i parametri a livelli uguali o superiori rispetto a quelli con cui avviarono la loro esperienza “risanatrice” e di “sviluppo” e con l'aggravio del tessuto dell'economia reale profondamente impoverito (contrazione del welfare, perdita di cespiti produttivi, vetustà delle infrastrutture).

Così, il re è nudo, la neve ce lo ribadisce, la gente lo capisce sempre più, ma resta in attesa che la classe politica dirigente si organizzi e faccia qualcosa per rivestirlo.

Ricordiamo la nostra ricetta, la ricetta larouchiana: 1) una riorganizzazione fallimentare ordinata dell'intero sistema finanziario internazionale; 2) un nuovo ordine monetario a cambi fissi; 3) il lancio di linee di credito garantite dagli Stati, a basso tasso d'interesse ed a lunga scadenza per finanziare 4) progetti infrastrutturali ad alto impatto tecnologico in tutto il pianeta, che fungano da volano per rilanciare l'intero sistema economico. In una parola vi è la necessità di riadottare l'autentico “Sistema americano di economia politica”, così come fu magistralmente interpretato da Franklin Delano Roosevelt.


 

Claudio Giudici

26 aprile 2009

Il futuro di una città passa per un nuovo sistema finanziario internazionale

Quello che segue è il contenuto di un volantino da me redatto, che i tassisti romani fecero circolare durante le elezioni amministrative di Roma del 2008, contribuendo alla vittoria di Gianni Alemanno al ruolo di sindaco.

Il futuro di una città passa per un nuovo sistema finanziario internazionale
 

Il nuovo Ministro dell’Economia Giulio Tremonti parla da mesi della crisi finanziaria internazionale prodotta dalla globalizzazione, come processo gestito dalla fantomatica “mano invisibile” del mercato invece che da accordi tra Stati nazionali sovrani. Egli ha sostenuto che è necessario un nuovo sistema monetario internazionale, una Nuova Bretton Woods, così come l’ha denominata l’economista e leader politico americano Lyndon LaRouche.
Si tratta della responsabile presa d’atto del fallimento di un sistema speculativo internazionale che tramite i governi pretende che la gente comune faccia i sacrifici (non gli si possono aumentare gli stipendi, gli si abbassano le pensioni, gli si fa pagare sempre più cara la sanità, l’istruzione, i posteggi, le strade, le tasse) mentre però gli speculatori mettono a schiena china le nazioni. Una storia già vista nel 1929 e che fin dal suo insediamento alla Casa Bianca il grande Presidente Franklin Roosevelt non mancò di denunciare e rovesciare.
La distruzione degli accordi di Bretton Woods che proprio Roosevelt nel 1944 volle, ha voluto dire lasciare al “libero” mercato – che però ha sempre nomi e cognomi! – la regolazione dei rapporti monetari e finanziari secondo logiche di superprofitto. Rilanciare una Nuova Bretton Woods, vuol dire invece far decidere agli Stati i giusti rapporti di cambio tra le monete e le regole finanziarie tra di essi intercorrenti. Non è questa una questione da accademici, ma il vero motivo per cui i prezzi dei generi di prima necessità stanno vorticosamente aumentando.
Il rincaro dei prezzi dei generi alimentari non è conseguenza dell’aumento di voracità delle bocche cinesi, ma di un preciso effetto speculativo provocato dalle politiche monetarie delle banche centrali. Si pensi che dal novembre 2005 al febbraio 2008 il future sul grano è passato da 295$ a 1334$. Il 70% di questo rincaro si è avuto dopo gli “illuminati” interventi delle banche centrali in seguito allo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime del luglio 2007. Sono patetici quei politici che fingono compassione per i più poveri ben sapendo però che la cosa è provocata da precise decisioni degli interessi finanziari a cui dovrebbero opporsi!
Questa iperinflazione trova dunque la sua origine nell’arbitrio del mercato, eppure, le soluzioni che vengono proposte, tipo le liberalizzazioni, hanno all’origine lo stesso vizio.
Chi vive nella vita reale sa cosa vuol dire lasciare al “libero” mercato la gestione delle dinamiche economico-sociali. Si pensi al primo decreto Bersani del ’98 con cui si diceva di voler far sì che ognuno potesse avere sotto casa il negozio di abbigliamento, di elettronica, il fruttivendolo. In conseguenza di quel decreto si tolse l’obbligo del rispetto di spazi di distanza per l’apertura di un esercizio - decida il “libero” mercato dove è più opportuno che si apra un negozio! – ed ecco l’esplodere di centri commerciali che hanno assorbito la clientela che prima era dei piccoli commercianti. I negozi sono andati morendo ed i fondi trasformati in piccoli appartamenti. E la questione per cui tutti potessimo avere sotto casa ogni genere di negozio? E la diminuzione dei prezzi?
Ma si pensi anche al secondo decreto Bersani del 2007 che ha avuto per oggetto, tra gli altri, taxi, farmacie e parrucchieri. A questo proposito, a distanza di neanche 6 mesi dal provvedimento del Comune di Roma per l’aumento del numero di taxi, il candidato sindaco Francesco Rutelli ha affermato: «Abbiamo visto che il meccanismo “più licenze” “tariffe più alte” non è necessariamente quello migliore, rischia di ottenere un doppio effetto negativo».
Liberalizzare potrebbe voler dire eliminare inutili e rallentanti adempimenti burocratici in favore di un maggior sviluppo; ma quando liberalizzare vuol dire far decidere al mercato quelle dinamiche che invece l’ingegno umano può decidere meglio secondo un supremo principio di giustizia, ecco che le liberalizzazioni divengono uno strumento in favore dei più forti.
E si persiste sulla via sbagliata quando si afferma: «Su Alitalia decida il mercato!». Far in ogni caso decidere al mercato, vuol dire far decidere il più forte. La libertà del mercato è legittima solo quando è regolamentata in funzione del bene comune.
Un “libero” mercato lasciato alla dittatura del mercato produce mirabolanti assurdità. Si pensi alle amministrazioni che possono assumere centinaia di vigilini, poiché con le multe che fanno autofinanziano i loro stipendi; invece assunzioni di nuove forze dell’ordine, o il più semplice pieno di benzina delle loro auto, per funzioni socialmente ben più rilevanti come la lotta alla criminalità, sono cose che non possono essere fatte, perché pur essendo un investimento sociale, sono un costo finanziario. Le strade vengono imbottite di costosi autovelox, ma i manti stradali sono tutti poggi e buche. Le banche possono essere salvate da continue immissioni di liquidità, ma alle fabbriche ciò non è concesso; le linee metropolitane devono aspettare. Tutto questo è arbitrio del mercato.
Eppure la nostra Costituzione a questi propositi parla chiaro: centralità del lavoro (artt. 1 e 4), intervento dello Stato nell’economia, retribuzione che in ogni caso deve consentire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore ed alla sua famiglia (art. 36), funzione ed utilità sociale dell’iniziativa economica privata e della proprietà privata (artt. 41 e 42); controllo del credito e tutela del pubblico risparmio (art. 47).
E’ dunque necessario che ogni cittadino che abbia a cuore il proprio presente e futuro e quello dei propri figli, combatta il conformismo dietro cui si cela la dottrina del liberismo, e sostenga il progetto per un nuovo sistema finanziario internazionale, per una Nuova Bretton Woods, così come invocata da Lyndon LaRouche e da Giulio Tremonti.

Claudio Giudici

25 marzo 2009

Lord Malloch-Brown deve essere escluso dai lavori del vertice G20 a Londra!

 Appello urgente ai governi del G20:

Lord Malloch-Brown deve essere escluso dai lavori del vertice G20 a Londra!

18 marzo 2009

È con grande preoccupazione che noi, leader dei movimenti politici associati all'economista e leader democratico Lyndon LaRouche, lanciamo il presente appello ai governi del G20, ed in particolare al Presidente americano Barack Obama.

A meno di 20 giorni dal vertice G20 a Londra, che doveva far procedere i fatti ai principii adottati al primo vertice del G20 che si tenne il 15 novembre 2008, a che punto siamo? I capi di stato si sono impegnati ad andare oltre le misure prese per "sostenere l'economia globale e stabilizzare i mercati finanziari" gettando "le basi di una riforma che faccia sì che una crisi globale, come quella attuale, non si ripeta".

Il comunicato finale dell'incontro dei ministri delle Finanze del G20 che si è tenuto a Horsham il 1 marzo, in preparazione del vertice di Londra, non affronta tuttavia il compito urgente di dar via ad una procedura di riorganizzazione fallimentare nei confronti dei trilioni e quadrilioni di titoli tossici, procedura senza la quale l'economia non potrà mai riprendersi. Non si fa alcuna menzione di quel nuovo sistema finanziario, quella Nuova Bretton Woods, che dovrebbe sostituire quello ormai fallito; invece il comunicato ribadisce l'impegno al tipo di politica disastrosa che terrà in piedi il sistema che ha causato la crisi, rifinanziandolo e aumentando le risorse al Fondo Monetario Internazionale, e i pacchetti di stimolo verranno attuati con un'espansione monetaria iperinflazionistica.

Tuttavia, quello che scredita il vertice e va visto come un tentativo di sabotare qualsiasi sforzo di sostituire l'attuale sistema speculativo in bancarotta con un nuovo ordine economico più giusto è la decisione di incaricare Lord Mark Malloch-Brown, ministro britannico per il Commonwealth, dell'organizzazione del vertice G20.

I sottoscritti, i cui moniti sull'imminente crollo del sistema ed a favore di una Nuova Bretton Woods nella tradizione di Franklin Delano Roosevelt risalgono ai primi anni Novanta, prima che ne parlasse chiunque altro, dichiarano che affidare tale compito a Malloch-Brown, che deve tutta la sua carriera al megaspeculatore George Soros, è un insulto a tutti i membri del G20.

Portavoce dei principali interessi della City di Londra e di Wall Street, Soros è l'emblema di tutto ciò che c'è di sbagliato in questo sistema finanziario. Nel 1992 e 1993 fu lui a condurre l'attacco speculativo contro la sterlina, il franco e la lira che mandò in rovina il Sistema Monetario Europeo. Nel 1997 provocò la crisi finanziaria asiatica speculando contro il baht e il ringgit. Soros è inoltre a capo della campagna internazionale per legalizzare la droga nello stesso momento in cui, come ha denunciato recentemente Antonio Maria Costa, direttore dell'Ufficio ONU contro la Droga e la Criminalità, i finanzieri in crisi cominciano a usufruire dei proventi della droga per sopravvivere. Inoltre, è tristemente famoso per aver organizzato campagne di "cambiamento di regime" in paesi che non erano sotto il dominio dell'oligarchia della City di Londra e Wall Street, tra cui alcuni membri del G20.

Mark Malloch-Brown e George Soros collaborano strettamente dai primi anni Novanta. Quando viveva a New York in qualità di vicepresidente della Banca Mondiale, Soros fece affittare per Brown una villa vicina alla sua. Nel 2004, entrambi coordinarono gli aiuti alla rivoluzione delle rose di Saakashvili in Georgia. Nel maggio 2007, Malloch-Brown è stato nominato vicepresidente del Quantum Fund di Soros e del suo Open Society Institute, il vero centro delle Fondazioni Soros che operano in 60 paesi!

Benché Lord Malloch-Brown si sia dimesso da questi incarichi con Soros quando è entrato a far parte del governo britannico nel 2007, non è accettabile affidare la riforma di un sistema la cui bancarotta minaccia la vita di miliardi di persone, al vicepresidente di un fondo che ha sede nelle Antille olandesi, i cui profitti speculativi sono aumentati del 4.200% dal 1973 al 1980, o a chiunque abbia un profilo simile al suo. Esigiamo dunque che, per dar prova della loro buona fede, il governo britannico ed altri funzionari del G20 gli tolgano questo incarico e lo affidino a qualcun altro.

Nel 1933 Franklin Delano Roosevelt, che si batteva contro i disastri di una depressione provocata da quello che correttamente percepiva come il capitale finanziario di stile britannico, boicottò la conferenza mondiale a Londra, dove i finanzieri della City di Londra contavano sui dollari americani per rifinanziare le loro banche. I leader del G20 decisi a procedere con una vera riforma del sistema farebbero meglio ad andare "a pesca", come fece Roosevelt, o preferibilmente ad organizzare un altro vertice in cui possa essere varata tale riforma reale.

I sottoscritti:

Lyndon LaRouche, presidente del LaRouche Political Action Committee, ex candidato alla nomina democratica per le elezioni presidenziali americane
Helga Zepp-LaRouche, presidente del Bürgerrechtsbewegung Solidarität (BüSo) partito politico tedesco, fondatrice dello Schiller Institute
Jacques Cheminade, presidente di Solidarité et Progrès, partito politico francese
Liliana Gorini, presidente del Movimento Solidarietà, Italia
Tom Gillesberg, presidente dello Schiller Institute in Danimarca
Hussein Askary, presidente del Partito Europeo del Lavoro, Svezia
Craig Isherwood, presidente del Citizens Electoral Council, Australia

18 dicembre 2008

Per un Partito Democratico antioligarchico - Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Nella primavera del 2007 buttai giù per il Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà, il movimento che in Italia rappresenta il pensiero dell'economista americano Lyndon LaRouche, e che in questo momento è al centro del dibattito politico ed economico mondiale, un documento in cui si puntava ad offrire una via d'uscita autenticamente umanista e progressista, all'allora nascente Partito Democratico italiano. Il documento, che fu distribuito durante i congressi dei Ds a Firenze e della Margherita a Roma, ammoniva dall'intraprendere la strada della costruzione di un partito oligarchico, rispondente a dei proprietari invece che ai cittadini elettori, e piuttosto sposare la tradizione vincente, tipicamente democratica, che fu incarnata magistralmente da Franklin Delano Roosevelt e ripresa in Italia da figure storiche come sono state De Gasperi, Mattei e La Pira.
La parola d'ordine, come scrivemmo nel rapporto pubblico di quelle azioni, oggi appare profetica, in quanto essa fu: "Che il nascendo Partito Democratico si orienti a Roosevelt e LaRouche piuttosto che Al Gore e altri 'democratici per il fallimento'".

Riporto per intero il testo di quel documento.


PER UN PARTITO DEMOCRATICO ANTIOLIGARCHICO[1]

Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira

Un Partito Democratico che non voglia essere un avamposto esecutivo di interessi particolaristici, non può non tenere conto di come le parti che vengono a comporlo si siano radicate nel corso della propria storia, nonché degli elevati fini che essi assieme si propongono di perseguire, sotto la nuova veste dell’unità.

Il Partito Democratico, e più in generale un partito, non può limitarsi ad amministrare lo stato di fatto secondo le modalità più o meno direttamente richieste dal finanziatore di turno della campagna elettorale, quanto piuttosto porsi il fine di elevare le capacità morali e di vita della popolazione, cercando di contribuire alle sorti dell’intera umanità.

Così se negli Stati Uniti, si assiste ad uno scontro tra due concezioni diametralmente opposte del Partito Democratico – quella filo-oligarchica di Felix Rohatyn, nella tradizione di John J. Raskob, e quella anti-oligarchica di Lyndon LaRouche, nella tradizione di Fraklin Delano Roosevelt – anche in Italia il Partito Democratico segue la medesima falsariga. Da un lato il disegno oligarchico di De Benedetti[2], alle cui istanze, chi punta ad avere un ruolo politico di primo piano a prescindere, si è già allineato, dall’altro quello per il Bene Comune di coloro che sono tenuti ai margini della politica.

“La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.”[3]

Con queste parole Acide De Gasperi traccia il binario da percorrere a noi che veniamo in sostituzione di coloro che vanno, affinché non si disperda, dovendo ricominciare tutto da zero, il patrimonio d’esperienze e morale acquisito da questi ultimi. Su questo binario corre il treno del sistema culturale e la sua locomotiva è la Verità. La Verità e non il comodo deve tornare ad essere il traguardo degli uomini e dei loro sistemi politico-sociali, di modo che la ripetizione di errori, tipo la deriva liberista verso cui per l’ennesima volta il cammino dell’umanità ha di nuovo virato, rappresenti solo un inciampo durante il cammino, e non il cammino stesso.

Per restare ben saldi sulla strada della Verità[4], quale miglior modo che quello di riscoprire i principi guida dei grandi uomini del passato – e, se ve ne sono, del presente – che avevano fatto dell’onestà intellettuale e dell’amore per il Bene Comune, il fine della loro opera politica.

Ma cosa significa riscoprire i principi? Non significa certo ripetere in modo automatico azioni e volontà in un contesto che è divenuto, cambiato. Significa però ridare applicazione, nella nuova realtà – dunque con nuove soluzioni concrete – a quei medesimi principi che ispirarono l’azione politica benefica di chi in ultima istanza migliorò le condizioni di vita morali e fisiche della popolazione.

Questo processo benefico è andato perso tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70 quando un vero e proprio cambio di paradigma segnò il passaggio da una concezione dell’uomo come homo homini fratres ad una concezione di uomo come homo homini lupus; segnò il passaggio da un cammino sociale orientato all’amore (agape, caritas), alla realtà ed all’interiorità, a quello del sesso, droga e rock and roll; segnò il passaggio da una concezione dell’economia produttivo-industriale ad una consumistico-speculativa.

Le guerre finanziarie avviatesi a partire dal 15 agosto 1971 e tutt’oggi in corso, nonché la costanza di guerre guerreggiate dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, testimoniano questa nuova concezione hobbesiana dei rapporti tra i Popoli.

Il cosa fare e non fare è dunque chiaramente tracciato dalle esperienze storico-sociali contrapposte 1945-1971 da una parte e 1971-oggi dall’altra.

Queste due diverse fasi storiche trovano dunque fonte d’ispirazione in una concezione dell’uomo diametralmente opposta. Non può essere credibilmente detto che si tratta semplicemente di due esperienze diverse, quanto piuttosto che si tratta di un’esperienza migliore rispetto all’altra; da una parte un’esperienza che si rifà a validi principi ispiratori che dovevano semmai essere ancor più migliorati, dall’altra un’esperienza che si rifà a principi ispiratori malsani che mai sarebbero dovuti essere risposati.

Questa diversa concezione dei rapporti tra gli uomini, per l’Italia ha voluto dire essere vittima di iniquità economico-finanziarie internazionali e nazionali: il non avvio di una politica energetica volta all’indipendenza, le ricette liberiste imposteci a partire dalla metà degli anni ’70 dal Fmi, il sorgere di una concezione speculativa dell’economia, e attacchi dei centri finanziari alla moneta, hanno distrutto il tessuto produttivo italiano.

Il giudizio negativo più forte a questo stato di cose, proviene dalle dinamiche del potere d’acquisto della maggioranza della popolazione, che ha smesso di crescere agli inizi degli anni ’70 ed ha accelerato violentemente verso il basso durante gli anni ’90. Tutto ciò, nonostante l’articolo 3 Cost., 2° co. reciti: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Degli ultimi trentacinque anni, non può essere neanche trascurata l’influenza esercitata dal cambio di paradigma che ha portato all’abbandono della visione prometeica dell’uomo. In questa visione, l’uomo che conosce e crea e che fa dell’amore per la conoscenza e per la creazione la sua missione di vita, dà concreta applicazione all’aforisma socratico per cui il vero male sia l’ignoranza, essa includendo pure l’inazione. Enrico Mattei[5] è stato il campione italiano di questa concezione dell’uomo, e le sue vedute profetiche, i suoi discorsi non politically correct sono tra quelli che devono essere riscoperti.

In rispetto della nostra grande Costituzione

L’art. 1, 1° co. della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.”

I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. “Repubblica” e “lavoro” sono i due pilastri su cui si erge il nostro sistema costituzionale.

Alla luce di ciò sorgono spontanee alcune domande: A) siamo ancora una Repubblica, cioè un sistema politico-costituzionale dove il patrimonio spirituale e materiale nazionale è utilizzato nel nome e nell’interesse del Popolo sovrano, o piuttosto il sistema è scaduto verso derive oligarchiche dove quel patrimonio è utilizzato nell’interesse di alcuni potentati nazionali ed internazionali? L’allargamento radicale della forbice tra alti redditi e bassi redditi, ci obbliga a propendere per una risposta negativa. B) La concezione dell’uomo lavoratore, ossia come individuo dedito al perseguimento del Bene Comune attraverso una sua funzione economico-sociale, è tutt’oggi concreta e perseguita, oppure si è passati ad una diversa concezione del ruolo che un individuo deve avere, trasformandolo in una sorta d’involontario parassita dove tutto il suo stipendio è gravato da debiti di consumo? L’attuale debito pubblico, che però va ricoperto tornando ad essere produttivi e non riversandone il costo sulla popolazione, ce ne dà immediata risposta[6].

Dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione risulta chiaro come il lavoro sia un diritto, come esso debba essere strumento per eliminare le disuguaglianze sociali e come la Repubblica debba a tal fine adoperarsi.

Purtuttavia, è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.

Il Partito Democratico nascente dovrà avere come sua missione preminente quella di riportare ad una coincidenza tra Costituzione formale così come riassunta dall’art. 1 Cost., e Costituzione materiale, per ritrovare quella strada diretta verso la crescita morale che i padri costituenti erano riusciti a costruire.

Credito nazionale per il progresso, non credito privato[7] per la speculazione

Il sistema americano così come concepitosi dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, passando per Alexander Hamilton, Abramo Lincoln, Franklin Delano Roosevelt, e John Fitzgerald Kennedy puntò a realizzare in primo luogo una sovranità economico-finanziaria totale, dove all’indipendenza economica privata si sovrapponeva, per ovvi fini di controllo e garanzia la sovranità nazionale.

Nel sistema americano un ruolo preminente è riconosciuto alla Banca Nazionale ed al credito, come strumenti operativo-dirigistici del Congresso e dell’Amministrazione.

I sistemi costituzionali europei non sono mai riusciti a riconoscere formalmente questo pilastro del repubblicanismo moderno. Le banche centrali europee, che gestiscono il credito e dunque subordinano le sovranità economiche nazionali, non sono altro che delle società di banche private dove dunque il controllato ed il controllore coincidono. Anche l’esperienza americana, dall’istituzione della Federal Reserve Bank (1913), che solo con Franklin Roosevelt (nella sostanza) e John Kennedy (anche nella forma) si è tentato di scardinare, ha perso questo pilastro del costituzionalismo moderno, che aveva fatto degli Stati Uniti il sistema costituzionale repubblicano meglio riuscito, in quanto propriamente sovrano e non rimesso alle volontà arbitrarie di una banca centrale a partecipazione privata.

Il Partito Democratico, pur consapevole degli ostruzionismi omicidi che in tal senso troverà sulla sua strada, non potrà fare a meno di perseguire questo primo obiettivo per fare in modo che il credito nazionale – che le assemblee legislative di volta in volta autorizzeranno agli esecutivi ad emettere, così come il Congresso Usa avrebbe il potere di fare nei confronti dell’Amministrazione Usa – sia orientato verso le attività produttive, dunque orientato al perseguimento del Bene Comune, e non verso le attività speculative, di qualunque genere esse siano. Ciò, per ridare dignità all’art. 47 Cost., per cui: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

Ma la nostra Costituzione, oltre a porre l’accento sulla produzione, riconosce sì che l’attività imprenditoriale è libera, ma anche che non possa confliggere con i diritti superiori della persona umana. Così l’art. 41 Cost., recita: “L’iniziativa economica è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Alla luce degli articoli costituzionali, è chiaro come iniziativa economica e credito debbano avere una funzione sociale, essere diretti alla produzione, e non possano andare contro il Bene Comune.

Nella tradizione di Mattei, indipendenza energetica

L’Italia ha una naturale carenza energetica. La questione energetica, tuttavia, non impedì a uomini come Enrico Mattei di cercare di dare un’indipendenza energetica al Paese, prima avviando colloqui indipendenti con i Paesi detentori di petrolio, poi puntando sul nucleare con la centrale di Latina. In seguito alla ancor oggi non chiara scomparsa del grande statista, l’Italia non è più stata capace di intraprendere la strada dell’indipendenza energetica, fino ad arrivare ai giorni nostri dove come una macchina sempre ai massimi regimi rischia di rompersi un inverno sì ed un estate pure.

Nuove fonti energetiche impongono di essere sfruttate.

Fonti, quali quelle del solare e dell’eolico, tuttavia, se possono rappresentare una parziale soluzione per le necessità abitative, ci farebbero cadere dalla padella nella brace per quanto concerne il sistema produttivo, che necessita di un flusso energetico enormemente superiore.

A tal proposito, l’unica credibile soluzione è rappresentata dal nucleare[8].

I fatti di Chernobyl del 1986 furono strumentalizzati per avviare una campagna antinuclearista priva di ogni razionalità, che non tenne in debito conto della vetustà dell’apparato complessivo sovietico che da lì a sei anni sarebbe crollato. La Francia, con noi confinante, oggi, deriva la propria produzione elettrica dal nucleare per quasi l’80%. La popolazione francese non si trova certo in peggior condizioni di benessere rispetto a quelle della popolazione italiana. Gli aspetti inerenti alla salute sono oramai stati chiariti, ed è stato dimostrato come la radioattività, entro gli specifici limiti ambientali, non sia nociva per la salute umana[9].

I moderni sistemi di produzione di energia nucleare, oltre che meno inquinanti rispetto a petrolio e carbone e più performanti rispetto a questi ultimi, sono diventati anche sicuri grazie alle tecnologie a sicurezza intrinseca del funzionamento della reazione stessa, e addirittura a prova d’impatto aereo.

Circa il problema delle scorie radioattive, questo è l’aspetto più debole della questione. Anche se le più recenti tecnologie consentono un riciclaggio del rifiuto fino al 96%, lo smaltimento del restante non è ancora completamente risolto. Tuttavia, è risolto forse il problema dell’inquinamento ambientale derivante da combustione delle materie fossili?

Il nucleare – oggi accettato anche da ambientalisti storici come James Lovelock e Patrick Moore[10] – se veramente vorremmo reindirizzarci sulla strada dello sviluppo, può rappresentare per l’Italia una soluzione d’avanguardia.

Ciò ci consentirebbe, in pieno spirito lapiriano, di poter risolvere anche il problema della scarsità idrica dell’Africa sub-sahariana e dell’area medio-orientale, grazie a reattori nucleari a 200 MW per la dissalazione del mare.

Il problema del costo – se mai è esistito – è stato affrontato dalla Francia nel periodo 1973-74, facendo ricorso ad un approccio industriale “di massa” piuttosto che a costruzioni ad hoc, riducendo così i costi. Essa ha sviluppato anche programmi di aggiunte successive, in considerazione dell’accresciuta richiesta energetica delle varie zone.

Oggi, il costo, alla luce del forte rincaro dei prezzi dei combustibili fossili, è sempre meno un problema. In ogni caso una seria indagine a tal proposito non può non tenere conto del fatto che un impianto nucleare di nuova concezione dura più di 50 anni.

In ogni caso, qualsiasi approccio finanziarista alle infrastrutture, è vittima di un errore concettuale. Infatti, le infrastrutture – così come le spese per la ricerca scientifica – sono investimenti che si ripagano da sé nel tempo in modo continuo grazie allo sviluppo economico che ne deriva, ed il ritorno economico-finanziario che dà un’infrastruttura tecnologicamente all’avanguardia, non ha confronto con la spesa inizialmente sostenuta per realizzarla.

I tempi di realizzazione di una centrale nucleare, mentre la Cina sta procedendo alla creazione di centrali a carbone alla velocità di un’unità alla settimana, è oggi di 40 mesi.

Il complesso infrastrutturale

L’Italia è piombata in un misticismo naturalista che trova il suo più manifesto antecedente nella cultura medioevale, dove mancava l’idea di poter partecipare a migliorare la biosfera e dove, dunque, la popolazione non cresceva restando sempre ai medesimi livelli demografici a causa della continua moria provocata dai disastri naturali, nonché dall’incapacità di migliorare le capacità immunitarie degli individui.

Dagli anni ’70 siamo piombati in una cultura del non fare, che ogni cittadino può sperimentare affrontando il disagio procurato da ore di coda immettendosi sull’A1, nel tratto Firenze-Bologna. Come è stato possibile che un tratto autostradale concepito 50 anni fa, sia sostanzialmente rimasto invariato, nonostante l’esponenziale incremento di automezzi?

Purtroppo, se nell’immaginario collettivo è stata indotta l’idea per cui a “industria” corrisponda “inquinamento”, all’idea di “infrastruttura” (o grande opera) è associata quella di “distruzione ambientale”. Questa confusione concettuale, se per la popolazione italiana ha rappresentato continui disagi ed impoverimento, a causa della non efficienza del tessuto produttivo, in continenti come l’Africa ha voluto dire destinare a riserva naturalistica parti importanti delle poche aree coltivabili presenti in quel continente, rendendo ancor più complicata la lotta per la sussistenza di quelle popolazioni.

Questa concezione, ha avuto quelle ripercussioni intorno a questioni di ordine epistemologico, che portano oggi ad accettare in tutta tranquillità l’idea per cui la popolazione mondiale vada ridotta. Il bello è che nessuno si chiede come! Uomini come John Fitzgerald Kennedy e Giorgio La Pira, non posero la questione in questi termini. La loro idea non puntava a contrarre ciò che, se si ha una concezione cristiana (ma non solo) dell’uomo, dovrebbe essere intangibile, quanto ad aumentare gli spazi d’azione dell’uomo. Essi parlavano di rendere vivibili gli altri pianeti. Il paradosso è che se oggi ciò nell’immaginario collettivo rappresenta pura fantascienza, non lo rappresentava verso la fine degli anni ’60. Esistono già studi in proposito, e siamo ancora in tempo per riavviare questo cammino. D’altra parte solo in Europa vi è un’alta densità demografica ed il nostro pianeta si presta ancora ad una maggior crescita demografica. Quindi, ad una concezione entropica, tutt’oggi dominante, ne contrapponevano una anti-entropica, dove si poteva discutere di tutto, fuorché dell’intangibilità della vita umana. D’altra parte, se non si ha rispetto assoluto per la vita umana, come si può pretendere che lo si abbia per le altre forme di vita?

La questione delle grandi opere, e delle infrastrutture più in generale (strade, energia, idrica, ospedali, scuole, centri di ricerca), deve essere vista dunque in questa ottica di risoluzione dei problemi dell’uomo odierno e delle future generazioni, nel rispetto dell’ambiente. Ma rispetto dell’ambiente, non può voler dire non fare, o suggerire false strade, dove il fare sia in realtà un non fare[11].

Ecco che un nuovo sistema energetico elettronucleare, l’ampliamento e l’ammodernamento della rete autostradale al Sud ed in generale nelle aree in cui si reputi necessario, la trasformazione del sistema ferroviario attuale in quello ad alta velocità, se non piuttosto a lievitazione magnetica, l’ammodernamento dei porti, il sistema del Mose ed il Ponte sullo stretto di Messina, potrebbero rappresentare un trampolino di rilancio dell’economia italiana.

Un nuovo sistema monetario internazionale

Quando nel 1944 Franklin Delano Roosevelt insieme al suo segretario al Tesoro, Harry Dexter White ideò gli accordi di Bretton Woods, il grande statista americano aveva ben chiara l’idea che senza un sistema finanziario stabile ed equo non potesse garantirsi lo sviluppo per tutti i Popoli del pianeta. Questi accordi si fondavano su un “codice d’onore” che tra la fine degli anni ’50 e durante gli anni ’60, a più riprese, i partecipanti più forti (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) non rispettarono. Il 15 agosto del 1971, prendendo ciò a pretesto, quegli accordi furono cestinati per decisione unilaterale del Presidente Nixon, instaurando così un sistema a cambi flessibili, senza alcuna base sull’economia reale – dunque il perfetto contrario dei due pilastri di Bretton Woods, cambi fissi e convertibilità del dollaro in oro. Questo sistema, oltre ad avere consentito ad investitori privati di condizionare ed affamare intere popolazioni nazionali e regionali – si pensi all’autunno del 1992 per Italia, Inghilterra, Germania e Francia, ed al biennio 1997-98 per i Paesi del Sud-Est asiatico – sta creando una bolla speculativa che impedisce che i capitali internazionali vadano verso le attività produttive e, dunque, immiserendo le condizioni di vita di tutta la popolazione mondiale ad eccezione di coloro a cui è stato concesso di entrare nel circolo bancario.

Alla luce di ciò, nell’ottica di La Pira del non limitarsi a pensare esclusivamente a casa propria, il nostro Parlamento il 6 aprile 2005 ha approvato la mozione dell’attuale sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri, dal titolo “Sulla convocazione di una conferenza internazionale per un nuovo sistema monetario e finanziario”, sulla falsa riga della più nota “Nuova Bretton Woods” del leader americano Lyndon LaRouche, a cui hanno aderito anche Bill Clinton e Michel Rocard. Da questo, più che dalla Tobin Tax – che sarebbe una legittimazione indiretta di un sistema iniquo come l’attuale – si deve ripartire per restituire un’architettura finanziaria che consenta lo sviluppo dei Popoli.

Una missione per l’Italia passando per l’idrogeno

L’ultima industria attiva in Italia, nonostante la oramai fisiologica fase di crisi, è quella dell’auto. Una rivoluzione da tempo ipotizzata nel campo dell’auto, non aspetta che di essere realizzata.

L’idrogeno, sembra essere la fonte del futuro per quanto riguarda i mezzi di trasporto. Da quando la comunità scientifica è riuscita a far comprendere come di idrogeno in natura non se ne trovi, un velo pietoso sembra esser stato messo anche su questa prospettiva rivoluzionaria, sia per gli equilibri geo-politici sia per la tutela dell’aria che respiriamo.

Reperire carburanti all’idrogeno necessita di reattori nucleari da almeno 800 megawatts.

L’Italia potrebbe essere il primo paese al mondo ad attrezzarsi in questo senso, e ridare una prospettiva ed un senso di missione al proprio Paese. Senza un senso di missione, un obiettivo da perseguire, un Popolo non riesce a trovare elementi di dialogo che lo facciano sentire in costante stato di fratellanza. Purtroppo oggi questo stato comunitario lo si avverte solo in occasione degli eventi sportivi. Un cammino ben più importante per un Popolo dovrebbe essere quello di ridare fiducia nel futuro a tutte le persone, nonché poter contribuire al benessere degli altri Popoli.

Convertire l’industria automobilistica italiana alla produzione di mezzi ad idrogeno, ci consentirebbe di entrare in un mercato nuovo che darebbe lavoro, sviluppo e benessere ambientale. I ricercatori avrebbero di che lavorare. Le imprese di costruzione dovrebbero convertire gli impianti di distribuzione di benzina in distributori di idrogeno. Le famiglie non vedrebbero rubati i propri risparmi dalle imprese petrolifere – nonostante si accusi l’Ocse – che arbitrariamente elevano i prezzi del greggio.

Cooperazione internazionale: “il vero nome della pace è sviluppo”

Il messaggio più importante lasciatoci da Giorgio La Pira con la sua opera, è quello per cui la persona umana non può occuparsi solamente degli interessi e degli affetti a lei vicini, ma anche delle sorti dell’umanità, dando concretezza all’idea della fratellanza universale.

Alla luce di questo insegnamento, la politica nazionale non può trascurare ciò che avviene nel resto del mondo. Nel rispetto della sovranità altrui, l’opera di dialogo deve essere una costante delle relazioni internazionali.

Se promuovere un nuovo sistema monetario e finanziario più equo è una questione fondamentale, altrettanto lo è l’avvio di una politica energetica comune.

Per portare le persone del pianeta al centro della vita economica, fuori dalla logica che li relega nel ruolo di forza lavoro a basso costo, o di meri fornitori di materie prime, dobbiamo innalzare le capacità di produzione energetica. Necessitiamo di quella grande Alleanza planetaria di cui ha parlato John Fitzgerald Kennedy, e Giorgio La Pira rifacendosi a lui, per avere 10.000 anni di pace.

Tuttavia, se non si creano anche le condizioni per la creazione di infrastrutture, tutto ciò rischia di essere inutile. Non può considerarsi un caso che durante una guerra guerreggiata la prima cosa che si punta a distruggere sia il complesso infrastrutturale del nemico. Ovviamente, delle infrastrutture, sarebbe il caso di ricordarsi per questioni di pace, per l’aumento del benessere, piuttosto che per distruggere.

Il Ponte di Sviluppo eurasiatico[12] ideato da Lyndon LaRouche, rientra proprio in tale ottica. Creare un progetto di sviluppo infrastrutturale comune che abbia il suo cuore laddove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale, l’Eurasia, per estendersi verso Africa, Oceania e le Americhe. Un progetto planetario di questo tipo sarebbe realizzabile creando ex novo credito produttivo a basso tasso d’interesse ed a lunga scadenza (25-50 anni), così come fatto da Franklin Roosevelt con la Tennessee Valley Authority per i soli Stati Uniti.



[1] Si tiene a precisare che il senso del termine “antioligarchico” è utilizzato nel senso proprio della parola e non genericamente e demagogicamente nel senso di dover combattere gli strati sociali più ricchi. Il problema non sono i ricchi; il problema sorge nel momento in cui la ricchezza diventa insopportabile strumento di offesa degli strati sociali più bassi. Ciò lo si ha quando una ristretta casta di persone gestisce il bene pubblico come se fosse qualcosa di privato; e questo è l’oligarchia appunto.

[2] In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 2 dicembre 2005, De Benedetti dice: ‹‹Poi lui [Berlusconi] di errori ne ha fatti mille, dai condoni a una riforma delle pensioni inadeguata fino a un provvedimento sul Tfr a futura memoria. Il fatto è che le vere riforme costano, anche in termini di consenso. Sul mercato del lavoro c'è un'elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori sociali... Per restare all'economia penso alla riduzione del cuneo fiscale. Non di un punto come ha fatto il governo con Luca di Montezemolo che si è dovuto accontentare. Una vera riforma significa dieci punti di cuneo fiscale, con un costo di 20 miliardi. È evidente che per realizzarla occorre recuperare gettito fiscale combattendo l'evasione e, al limite, aumentando l'Iva… La tradizione socialista era tutta incardinata nel patto tra produttori mentre il referente del Partito democratico deve essere il consumatore…››

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] “Il nostro posto d’azione è modesto e oscuro; il teatro della nostra vita pubblica è angusto e lontano dalle grandi correnti, ma nessun posto è così oscuro che, quando vi si combatta per il bene, non lo investa la luce dell’eterna Verità; nessun Paese è così remoto che, quando vi si cooperi con Dio, non lo attraversi l’infinita corrente spirituale che domina l’universo.” Alcide De Gasperi, 31 dicembre 1921.

[5] “Mattei pensava in grande e attirava a sé tutti coloro che volevano lavorare per modernizzare il paese. Si trattava di portare il paese non solo al pari dell’Europa, ma più avanti, il che creava un grande spavento, tanto che il pensare in grande è da allora praticamente scomparso. Oggi in Italia i grandi progetti rimangono tutti nel cassetto o prendono tempi biblici: Venezia ha ancora l’acqua alta, lo stretto di Messina non ha ancora il suo ponte, la Firenze-Bologna è quella di cinquant’anni fa, le aree dismesse delle città rimangono vuote, il Po continua a straripare come sempre. Eccetera. I grandi progetti in Italia non hanno consenso. La gente non ci crede e se li vede realizzare li ostacola.” Tratto da Il Progetto Mattei, di Marcello Colitti, Acqualagna, 26 Ottobre 2002, http://www.colitti.com/marcello/mattei.html, 07 agosto 2006. Marcello Colitti è stato dirigente Ecofuel (Eni) ed autore di diversi volumi su questioni petrolifere e su Mattei.

[6] “Direi che l’effetto peggiore questo sistema l’ha avuto nella moralità pubblica, nel tono della vita civile, e nel fatto che noi così facendo abbiamo proposto alle generazioni che vengono dopo di noi un archetipo non più di uomo produttore, non abbiamo più proposto il modello dell’uomo che produce qualche cosa, che fatica e che quindi ha un impegno morale, civile, direi spirituale, perché la fatica ha una dimensione fisica, ma non solo quella. Un uomo che fatica ma che produce qualche cosa. Abbiamo proposto il modello dell’uomo che consuma, e che, non si sa bene da dove gli venga il denaro che usa, ma consuma, che ha un’enorme dotazione di beni di consumo che rinnova continuamente.” Intervento di Marcello Colitti alla conferenza L’esempio storico di Enrico Mattei come risposta alla crisi attuale, organizzato dallo Schiller Institure e dall’Executive Intelligence Review, Milano, 27 novembre 1992.

[7] In La crise mondiale aujourd'hui, il premio Nobel per l’economia 1988, Maurice Allais, sostiene: "Essenzialmente, l'attuale creazione di denaro ex nihilo operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto".

[8] “La totalità dell’energia elettrica importata in Italia proviene dalle centrali nucleari d’Oltralpe. Mentre - giova ricordare - nel 2003, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna produssero, rispettivamente, 420, 157, 85 e 60 miliardi di KWh elettrici dagli oltre 100 reattori nucleari in esercizio in quei Paesi.”, Lettera aperta al Presidente della Repubblica, Galileo 2001, per la libertà e dignità della Scienza, 17 dicembre 2005.

Nella lettera aperta all’on. Silvio Berlusconi e all’on. Romano Prodi, del 2 aprile 2006, da parte della medesima associazione, si dice che il 30% dell’energia elettrica europea deriva dal nucleare.

[9] I costi delle scelte disinformate: il paradosso del nucleare in Italia, F. Battaglia, A. Rosati, 21mo secolo, Milano, 2005, pagg. 121 e ss.

[10] Convertire al nucleare di Patrick Moore, 16 aprile 2006:

“Nei primi anni '70, quando collaborai alle fondazione di Greenpeace, credevo che l'energia nucleare fosse un sinonimo di olocausto nucleare, come molti miei compatrioti. Questa fu la convinzione che ispirò il primo viaggio di Greenpeace, lungo la meravigliosa costa rocciosa del nordovest, per protestare contro i test delle bombe all'idrogeno sulle Isole Aleutine in Alaska. Dopo trent'anni, la mia visione è cambiata, e penso che anche il resto del movimento ambientalista debba aggiornare la sua prospettiva, poiché proprio l'energia nucleare potrebbe essere la fonte energetica capace di salvare il nostro pianeta da un altro possibile disastro: i cambiamenti climatici catastrofici.

Consideriamola in questa maniera: più di seicento impianti a carbone negli Stati Uniti producono il 36% delle emissioni statunitensi di biossido di carbonio, il primo gas-serra responsabile dei cambiamenti climatici; questa cifra rappresenta il 10% delle emissioni a livello globale. L'energia nucleare è l'unica fonte a larga scala e a basso costo che possa ridurre tali emissioni, pur continuando a soddisfare la crescente domanda di energia elettrica. Oggi, oltretutto, lo può fare in tutta sicurezza.

Faccio queste affermazioni con cautela, come è ovvio dopo l'annuncio dato dal Presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad sull'arricchimento dell'uranio. "Le tecnologia nucleare è per scopi pacifici, e nient'altro", ha detto. Ma molti speculano sulla possibilità che tale processo, pur essendo dedicato alla produzione di elettricità, sia in verità una copertura per la costruzione di armi nucleari.

E benché io non voglia sottostimare il pericolo rappresentato dalla tecnologia nucleare nelle mani di stati canaglia, dico che noi non possiamo semplicemente mettere al bando qualunque tecnologia considerata pericolosa. Questa fu la mentalità del "tutto-o-niente" in vigore durante la Guerra Fredda, allorché qualunque espressione della tecnologia nucleare sembrava indicare una minaccia per l'umanità e l'ambiente. Nel 1979, Jane Fonda e Jack Lemmon provocarono un brivido di paura con le loro interpretazioni magistrali ne "La Sindrome Cinese", un film che evocava un disastro nucleare a seguito della fusione del nocciolo di un reattore, capace di minacciare la sopravvivenza di una città. Meno di due settimane dopo la proiezione di quel film, il nocciolo del reattore dello stabilimento atomico di Three Mile Island (Pennsylvania), si comportò come nella finzione cinematografica, causando una angoscia molto reale nella nazione.

Ciò che all'epoca nessuno notò, tuttavia, fu che la vicenda di Three Mile Island terminò con un successo: la struttura di contenimento in cemento si comportò come da progetto, impedendo alle radiazioni di uscire e diffondersi nell'ambiente. Oltre ai danni subiti dal reattore, nessun lavoratore rimase né ferito né ucciso, né tantomeno gli abitanti delle zone limitrofe. Pur essendo stato l'unico incidente nella storia della produzione di energia atomica negli Stati Uniti, esso fu sufficiente a farci respingere terrorizzati qualunque altro sviluppo della tecnologia nucleare, tanto che da allora in tutto il Paese nessuna nuova centrale è stata commissionata.

In America, oggi, i 103 reattori attivi forniscono soltanto il 20% dell'elettricità consumata. L'80% della popolazione che vive a meno di 10 km di distanza da uno di questi reattori, li approva (senza contare gli addetti). Nonostante io non viva, come loro, nelle vicinanze di una centrale atomica, ora sono nettamente schierato dalla loro parte.

Devo aggiungere che non sono l'unico, tra i vecchi ecologisti, ad aver mutato d'opinione su questo tema. Lo scienziato britannico James Lovelock, fondatore della teoria di Gaia, ha finito per credere che l'energia nucleare sia l'unica via per evitare un cambiamento catastrofico del clima. Stewart Brand, fondatore del "Whole Earth Catalog", ora dice che il movimento ambientalista deve abbracciare l'energia nucleare perché tutti possiamo affrancarci dai carburanti fossili. Alcune volte, simili opinioni sono state oggetto di scomunica dal clero anti-nucleare: il defunto vescovo britannico Hugh Montefiore, fondatore e direttore di "Friends of the Earth", fu obbligato a dimettersi dal direttivo di quella associazione, per aver scritto un articolo a favore del nucleare su una newsletter ecclesiastica.

Ora vi sono segni di una certa disponibilità, un'apertura all'ascolto, anche presso gli attivisti anti-nucleari "duri e puri". Nello scorso dicembre, quando partecipai al convegno sul protocollo di Kyoto a Montreal, rivolsi ad un gruppo ristretto di partecipanti alcune riflessioni su un futuro all'insegna dell'energia sostenibile. Dissi che l'unico modo di ridurre le emissioni dei gas di combustione, mentre si produce energia elettrica, è quello di rivolgersi in modo deciso alle fonti energetiche rinnovabili (idroelettrica, geotermica, eolica, ecc.) insieme al nucleare. Il portavoce di Greenpeace fu il primo a intervenire nella sessione dedicata alle domande, e io mi aspettavo un bella frustata. Egli, invece, cominciò a dire di essere d'accordo con la maggior parte delle cose da me dette: pur escludendo l'opzione nucleare, lasciò intendere una netta disponibilità ad esplorare tutte le possibili opzioni.

Ecco perché: l'energia eolica e quella solare hanno la loro voce in capitolo, ma poiché sono imprevedibili e mancano della necessaria continuità, esse non possono rimpiazzare gli impianti più grossi e più solidi a carbone, a uranio o idraulici. Il gas naturale, un combustibile fossile, è ora troppo costoso, e il suo prezzo è fin troppo volatile perché si possa investire serenamente in impianti di grande portata. Poiché gli impianti idroelettrici hanno quasi saturato i siti adatti, il nucleare, per semplice esclusione delle alternative, rimane l'unica fonte in grado di soppiantare il carbone. Semplice, in fondo.

Non voglio negare che all'energia nucleare siano associati vari problemi, ma vi sono anche molti miti da sfatare. Consideriamoli con attenzione:

· L’energia nucleare è costosa.

Essa è invece tra le meno costose. Nel 2004 il costo medio della produzione negli Stati Uniti fu pari a poco meno di 2 centesimi di dollaro per kWh, cioè comparabile a quello delle centrali a carbone o idroelettriche. Ma i futuri sviluppi tecnologici porteranno i costi a livelli ancora inferiori.

· Gli impianti nucleari non sono sicuri.

Se a Three Mile Island la vicenda terminò con un successo, vent'anni fa l'incidente di Chernobyl fu differente. Ma si trattò di un incidente cercato. I primi modelli sovietici di centrale nucleare non avevano il guscio di contenimento del reattore. L'intero progetto era pessimo, e gli addetti fecero saltare la centrale in aria. Lo scorso anno, il forum sull'incidente di Chernobyl che ha raccolto tantissime agenzie dell'ONU ha confermato che si possono attribuire all'incidente stesso soltanto 56 decessi, perlopiù dovuti alle radiazioni o alle bruciature durante le operazioni di estinzione dell'incendio. Pur nella tragicità, quelle morti non sono che un pallido riflesso dei 5.000 decessi annui che avvengono nelle miniere di carbone di tutto il mondo. Tra l'altro, nessuna persona è mai morta a causa delle radiazioni, in tutto il programma nucleare civile degli Stati Uniti. (Il problema dei decessi da radiazione nel sottosuolo, tra i minatori di uranio dei primi anni di questa industria, è stato da lungo risolto.)

· Le scorie nucleari saranno pericolose per migliaia di anni.

Tra quarant'anni il carburante esausto avrà soltanto un millesimo della radioattività riscontrata al momento della rimozione dal reattore. Oltretutto, è scorretto parlare di scoria o di rifiuto, perché il 95% dell'energia potenziale è ancora contenuto in esso, dopo il primo ciclo di fissione. Ora che gli Stati Uniti hanno rimosso il bando sul riciclaggio del fissile usato, sarà nuovamente possibile usare quell'energia residua, e ridurre contemporaneamente la quota di rifiuto effettivamente bisognoso di trattamento e posa in discarica. Lo scorso mese il Giappone si è unito alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Russia nel settore del riciclaggio del combustibile nucleare. Gli Stati Uniti non rimarranno indietro.

· I reattori nucleari sono vulnerabili agli attacchi terroristici.

I contenitori del nocciolo sono fatti da uno spessore di cemento rinforzato di circa due metri. Anche se un jumbo-jet si abbattesse su un reattore, facendo crepare le pareti esterne, il reattore non esploderebbe. Vi sono molti tipi di impianti industriali diversi, che sono molto più vulnerabili (impianti a gas naturale, impianti chimici e vari altri obiettivi politici).

· Il combustibile fissile può essere trasformato in armi nucleari.

Questo è il tema più scottante associato all'energia nucleare, e il più difficile da discutere, come mostra il caso dell'Iran. Ma il fatto che la tecnologia nucleare possa essere impiegata per scopi malvagi non è un valido motivo per abolirla. Negli ultimi vent'anni, uno dei più semplici utensili - il macete - è stato impiegato per uccidere più di un milione di persone, in Africa. Si tratta di un numero ben superiore al numero delle vittime uccise dalle bombe di Hiroshima e di Nagasaki.

Di che cosa sono fatte le auto-bomba? Di cherosene, fertilizzanti e acciaio (quello della struttura dell'automobile). Se ponessimo un bando su tutto ciò che può uccidere, non potremmo nemmeno avere del fuoco.

L'unico modo per affrontare la proliferazione del nucleare è di dare a questo tema la priorità internazionale che le compete, di renderla oggetto della diplomazia e, quando necessario, di usare la forza per impedire a certe nazioni o ai terroristi di perseguire quei fini distruttivi. Si deve aggiungere che le nuove tecnologie, come il sistema di ritrattamento introdotto in Giappone di recente (nel quale il plutonio non è più separato dall'uranio), possono aiutare a rendere più oneroso e difficile l'uso di fissile da parte di terroristi o di stati canaglia.

Gli oltre seicento impianti a carbone producono circa 2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio ogni anno - l'equivalente di quanto producono 300 milioni di automobili. Inoltre, il "Clean Air Council" riporta che gli impianti a carbone sono responsabili del 64% delle emissioni di anidride solforosa, del 26% degli ossidi di azoto e del 33% delle emissioni di mercurio. Questi inquinanti stanno erodendo la salute del nostro ambiente, producendo piogge acide, smog, malattie respiratorie e contaminazione da mercurio.

Nel frattempo, i 103 impianti nucleari operanti negli Stati Uniti stanno efficacemente evitando l'emissione di altri 700 milioni di tonnellate di biossido di carbonio - l'equivalente di quanto prodotto da 100 milioni di automobili. Immaginate che il rapporto tra impianti a carbone e impianti a fissile fosse invertito, cosicché soltanto il 20% dell'elettricità fosse generata dal carbone, e il 60% dall'uranio: questo porterebbe lontano, in quanto a pulizia dell'aria e riduzione dei gas-serra. Ogni ambientalista responsabile dovrebbe sostenere un cambiamento in questa direzione.

[11] Si pensi a quella forma di disinformazione, spesso in buona fede, per cui il problema energetico di un Paese industrializzato sarebbe risolvibile, all’attuale stato della scienza, col ricorso alle c.d. energie rinnovabili.

[12] Per averne una rappresentazione grafica generica si consulti la pagina web http://www.schillerinstitute.org/economy/phys_econ/physical_econ_main.html, 09 agosto 2006. Dallo stesso indirizzo si accede ad ulteriori pagine di dettaglio per ogni macroarea del pianeta.

31 luglio 2008

Una discussione tra rooseveltiani e liberisti

 

Un’interessante discussione è sorta su http://oknotizie.alice.it/go.php?us=96140d997c96cb5 , dove rooseveltiani e liberisti hanno discusso prendendo spunto da una riflessione sulla crisi dei mutui subprime. Ve la riporto per intero (i miei interventi sono a firma “Claudio”).

Crisi, un anno dopo: erano solo Sub-prime? di Leonardo Daverio Patrizi (ihc)

Il 20/06/07 due fondi di Bear Sterns rischiano la chiusura a causa di titoli garantiti da prestiti ipotecari. Dopo 365 giorni di rassicurazioni sulla limitatezza del fenomeno si hanno banche chiuse o salvate con soldi pubblici, esecuzioni ipotecarie raddoppiate, crolli in Borsa e svalutazioni come se piovesse.

Ufficialmente è una peste diffusa dal mercato dei mutui sub-prime. A giugno (fonte Bloomberg) le svalutazioni effettive e presunte superavano $ 170 miliardi: le 16 maggiori banche mondiali hanno perso in Borsa $ 900 miliardi (da $ 2122 a 1212 miliardi di capitalizzazione), circa il valore stimato dell’intero mercato sub-prime ($ 1000 miliardi); l’ultimo fallimento in ordine di tempo è quello di IndyMac, terzo fallimento della storia USA, con mezzo miliardo di dollari in depositi ormai persi; nei primi sei mesi del 2008 sono fallite più di mezzo milione di società negli USA; adesso si ritengono a rischio FreddieMac e FannieMae, colossi parastatali USA detentori o garanti di metà mercato ipotecario USA “pesanti” quanto il 38% del PIL, scoperti esageratamente sotto-capitalizzati (o ultra-indebitati, direi); ora si parla pure di “contagio” in Europa, con scricchiolii che si vanno avvertendo anche per carte di credito e credito al consumo.

C’E’ QUALCOSA DIETRO? - Si dice che questo è conseguenza dell’effetto moltiplicativo dell’impacchettamento reiterato di un originale (e limitato) letame sub-prime in prodotti strutturati poi venduti in tutto il mondo. Certamente la distruzione di liquidità bancaria per un settore in difficoltà diventa scarsità di capitale anche su altri settori, creando quindi fenomeni di “contagio” moltiplicati dalla “leva” della riserva frazionale bancaria; ma il sistema è stato generosamente oliato dalle Banche Centrali, che hanno pure assorbito parte dei titoli strutturati più puzzolenti (qui uno spunto di riflessione), e comunque il mercato originale della crisi era “marginale”. Tutto questo giustifica, dopo un anno, il permanere di paure di un “rischio di controparte” sull’interbancario, che va spingendo in alto i tassi? O non ci sono solo i sub-prime?

FONDAMENTA CROLLATE - Il mercato sub-prime è l’anello più debole del mercato ipotecario, il primo che ha risentito di un deterioramento più generale di tutto il castello di carte eretto su credito creato dal nulla dalle Banche Centrali (Fed in primis) Dopo un anno mi pare chiaro che non si tratti di un effetto a catena partito da un’ala debole del castello: sono tutte le fondamenta ad essere marce. Per stimolare i consumi, nella sciocca ipotesi che avrebbero trascinato il PIL, si è elargito credito a iosa (e a prezzo politico); ora è chiaro che il debito accumulato è “troppo” rispetto alla capacità del sistema di creare ricchezza, e i primi settori a cedere sono quelli più marginali e rischiosi. Se il fenomeno si espande è perché ovunque esistono condizioni di fragilità (pure nei bilanci di FreddieMac e FannieMae appunto). E il sistema è debole (negli USA più che in Europa) non per un virus improvviso ma perché il Ciclo Economico alla fine prevale su qualsiasi illusione. Un anno fa ha cominciato a concretizzarsi il fallimento dell’idea consumo=PIL. Non erano solo sub-prime, era un castello di carte che ha cominciato a cadere.
COME FINIRA? - Da una posizione di forza relativa l’Europa, con la BCE, sta forse cominciando a aiutare la “pulizia” del mercato alzando i tassi. Gli USA sembrano più incerti sul da farsi, appunto perché più fragili. Entro 90 giorni IndyMac dovrà essere venduta o liquidata, e paradossalmente sarebbe meglio fallisse del tutto, perché un nuovo salvataggio pubblico sarebbe solo nuove carte per un castello malconcio, nuove carte che amplificheranno il tonfo finale. Continuare a parlare di crisi “sub-prime” è un modo dei policy-maker di sviare responsabilità che stanno tutte nelle fondamenta del loro pensiero; questa è una crisi “prime”.


La discussione

AG 18 Luglio 2008 , 16:17

Il problema è piuttosto semplice Leonardo e si chiama “funding gap” come ben rilevato in un articolo di Ignazio Rocco di Torrepadula e Massimo Busetti (di The Boston Consultin Group) in un articolo apparso sul Sole qualche giorno fa.

Praticamente negli ultimi anni si è sempre più aperto un divario fra gli impieghi bancari e i depositi, divario che è stato finanziato con l’emissione di titoli di varia natura, prevalentemente “sintetica” e “cartolare”.

Basti pensare che in Italia gli impieghi bancari sono pari al 110% del PIL mentre i depositi sono il 70% con un funding gap di 600 miliardi di Euro. Uguale in Francia, mentre in Spagna sono 300 miliardi e in Germania, dove saranno dei coglioni di crucchi ma continuano a pensare che l’economia reale sia quella che conta, appena 140 miliardi. Mancano purtroppo i dati dei paesi anglosassoni che però dovrebero essere ASSAI più elevati.

E arriviamo alle banche centrali. Visto che sui depositi ci vuole una “garanzia” che sta sull’ordine degli 8-10 centesimi per euro raccolta dai risparmiatori, tante banche hanno preferito fra l’altro ricorere a queste forme perchè gli costava assai meno in termine di accantonamenti, appena 1-2 centesimi. Praticamente si è pompato il mercato della liquidità con droga a basso prezzo ma che come tutte le droghe tagliate male, quando l’organismo va in crisi, provoca scompensi spesso mortali.

Infatti quando la crisi dell’economia ha portato i settori più esposti a crollare, ciome giustamente dicevi tu, tutto questo ammasso di titoli hanno iniziato maledettamente a scottare nelle mani di chi li aveva, essendo fra l’altro utilizzati per far quadrare l’assets-liabilities management di tante società finanziarie e banche.

Quindi chi li emette va in crisi di liquidità perchè alla scadenza nessuno li vuole rinnovare, chi ce li ha in mano deve iniziare a pensare alle perdite sugli stessi, le banche centrali sono fra l’incudine di fallimenti a catena per cifre pari a percentuali importanti del PIL nazionale oppure il martello di di governare la crisi, cercando di salvare il salvabile e pilotare le società più grosso attraverso gli scogli della illiquidità perchè non si trasformino in default secchi.

Del resto anche a pensare solo in Italia un 40% del PIL a rischio default vuol dire immaginarsi un paese con la gente in strada tipo Argentina.

Capisco che agli amici di Chicago piacerebbe (del resto gli piaceva pure Pinochet) e che son pronti a dire che adesso l’Argentina cresce dell’8%, però li inviterei a fare un giretto per le strade di Buenos Aires.

Se sopravvivono senza essere aggrediti e derubati (se non peggio) dalle torme di gente che ha perso tutto e che ora vivono di rapine e espedienti, possono poi godersi tranquilli in albergo, davanti a un buon piatto di carne, le meraviglie della ripresa economica e la bravura del FMI, seguace della teoria monetarista e dell’aggancio al dollaro, a gestire la crisi a suo tempo.

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:00

Sulla prima parte, potrei dire che chiamiamo le cose con nomi diversi ma non si casca poi troppo lontano come ragionamento. Sì, il problema è tra fondi reali disponibili e credito concesso, da qualsiasi parte si guardi la cosa.

Sull’ultima parte vorrei dissentire: il FMI è applicazione dei principi monetaristi? Sì? Il monetarismo predicava offerta di moneta bloccata a una crescita del 3-5% e il fondo predica questo? Siamo sicuri?… Eppure mi pareva si fosse già detto che ZioPino ha liquidato velocemente l’esperienza con i Chicago’s perché non era quello che pensava… Che poi qualcuno sparli di essere monetarista perché dà un’aurea di serietà e intransigenza, sarà certo così, ma non è che basti dire una cosa per esserlo. Guarda tu, oggi sono tutti liberisti e parlano di vincolare i mercati finanziari…

Tu mi dicessi che il FMI è uno strumento per l’imperialismo USA sarei più d’accordo, ma nemmen questo è monetarismo.

Comunque bravissimo, ti professi keynesiano ma per questa crisi non ragioni da tale.

AG 18 Luglio 2008 , 17:28

Secondo me fai un po’ di confusione sull’essere keynesiano.

Keynesiano è adesso cercare di salvar il salvabile anche nazionalizzando in parte il debito del sistema bancario perchè l’alternativa è il disastro sociale.

Keynesiano fu anche Mussolini con l’IRI e non mi pare che anche il liberale Einaudi abbia fatto fuoco e fiamme da governatore della Banca d’Italia per la privatizzazione del sistema bancario italiano.

I simpatici amici liberisti hanno invece sostituito l’intervento statale keynesiano nel colmare il funding gap con l’intervento del mercato finanziario.

Soluzione praticamente identica alla degenerazione della teoria keynesiana del pompare la crescita attraverso l’indebitamento statale (cosa che Keynes non predicava andasse fatta selvaggiamente ma solo come rimedio anticiclico). Eletto invece a sistema ha prodotto guasti in stile Pomicino-CAF.

Bravi, clap clap. Solo che adesso bisogna portare il debito privato a debito pubblico sennò si rischia la rivoluzione perchè non è gestibile un default di decine di punti percentuali del PIL: negli USA il debito privato è il 115% del PIL, fate ‘na botta di conti.

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:29

sì, e degli animal spirits della cospirazione sionista

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:38

Bravo.

il liberale si vede nei fatti.

E pensare di socializzare i costi derivanti da decisioni statali non è da liberale. Riguardo Mussolini, mica ti era venuto in mente di dichiararlo “liberale” solo perché si era messo contro le “sinistre” da cui proveniva, vero? (no, non lo stai facendo, non sei così ingenuo). Il liberismo in questo paese non si è mai visto. E un governo centrale della moneta non ha niente a che vedere con il liberismo, né in Italia né nel resto del mondo.

Non ho idee sbagliate sul keynesianismo. Il pompaggio di liquidità che si è avuto è stato giustificato con il voler evitare qualsiasi calo congiunturale, quindi è di per sé una politica anticiclica. Poi tu potresti esser sufficientemente saggio da dire che la situazione è stata valutata male e affrontata peggio, e che si sia arrivati alla degenerazione. Ma se cominci a dire che lo Stato deve ammettere di non poter sempre pareggiare il ciclo, come implicitamente mi pare tu ammetta quando definisci “degenerazione” quel che si è visto finora, stai facendo tu un salto evolutivo dalla dottrina, avviandoti all’analisi dell’equilibrio risparmio-investimenti di matrice classica e non certo keynesiana.

AG 18 Luglio 2008 , 17:46

Vabbè di base c’è il primo amore adamitico

Però l’intervento statale di Keynes non doveva garantire la felicità eterna e immutabile, era pur sempre inglese e protestante dai!

Va guardato in relazione alla situazione degli anni ‘30 dove c’era gente che moriva di fame, LETTERALMENTE, nel Regno Unito.

A quel punto un intervento statale, anche se nell’immediato improduttivo, diventava un investimento nel futuro, e mi spiace, continuo a pensare che non fosse del tutto sbagliato.

Con la stessa logica il Piano Marshall del dopoguerra ha creato un mercato per i prodotti americani dove c’erano solo macerie, e ha permesso agli USA di assurgere a maggiore potenza economica mondiale per 60 anni buoni.

Altra cosa invece è continuare a dare soldi a bimbi viziati e grassi per farli ingrassare ancora di più, e poi all’improvviso che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?

Leonardo Daverio Patrizi 18 Luglio 2008 , 17:55

“che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?”

Lo so, sono cattivo, ma per me sì. Se non altro per evitare perversioni da moral hazard in un mondo che c’è campato sopra abbastanza.

Ma poi è possibile sentir parlare di un de facto enorme bail-out da uno che si firma AG (Aktiengesellschaeft)? Almeno cambia nome in NGO !

Anche su questo potremmo comunque avere punti di contatto; contestualizzando, il contesto del ‘29 può (può, lascio il dubbio) giustificare interventi statali estremi. Ma una situazione sola non dovrebbe fare modello. E neppure l’aver sbagliato per 15 anni filati creando le situazioni per qualcosa (forse, ma non necessariamente) di simile, dovrebbe giustificare l’applicazione di quel modello di salvataggio.

Gregorj Commenti: 535 Articoli: 104 18 Luglio 2008 , 18:07

AG sono le iniziali del suo nome e cognome.

(comunque continuate, vi prego. Siete spassosi!)

AG 18 Luglio 2008 , 18:11

Guarda bisogna esser pratici.

Guardiamo solo l’Italia. Messi come siamo abbiamo un funding gap pari al 40% del PIL. Mettiamo che dobbiamo quindi rientrare (“che facciamo ora? Li mettiamo a pane e acqua?”Lo so, sono cattivo, ma per me sì.) da un 40% di impieghi.

Quindi da chi iniziamo a chiedere il rientro?

Dal settore mutui? Dal settore credito al consumo? Dal settore aziende? Quale settore?

Fra l’altro per stringere il credito di solito alzi i tassi appunto, chi ha i soldi li restituisce perchè non gli conviene più, sugli altri continui a strozzarli.

Ok, perfetto. Però non rientri di un 40% solo con una manovra sui tassi, neanche di un 10% rientri. Questo lo sappiamo tutti. Quindi in tal modo aumenti solo il default dei debitori e in prospettiva il tuo, che porti a bilancio crediti sempre più inesigibili.

Le diete si fanno poco per volta. Con il digiuno si muore.

juppes 18 Luglio 2008 , 18:22

perdonate, vado via subito, ma dice il saggio : ama il tuo debitore, trattalo bene, fallo sopravvivere se non vivere, solo così potrai sperare che ti restituisca il dovuto—e prega per la sua salute e prosperità

se invece lo strozzi, rimarrai anche tu strozzato ed incapace di far fronte ai tuoi impegni

libertyfirst 18 Luglio 2008 , 18:56

Di provvedimento d’emergenza in provvedimento d’emergenza, presto non rimarrà nulla a cui provvedere…

Io ho una ricetta contro la crisi. Mi serve solo un po’ di sostegno politico, diciamo il 70%-80% dei voti. E poi non ho capito bene come risolvere il problema del fallimento delle banche.

1) Si eliminano tutti i vincoli al mercato del lavoro, sia dipendente che autonomo

2) Si liberalizzano completamente tutte le attività commerciali

3) Si eliminano completamente tutti i dazi doganali.

Con queste tre misure la recessione (inevitabile) durerà il minimo indispensabile, non bisogna fare come Roosevelt che la fece durare un decennio con politiche socialiste.

Rimane aperto il problema di non far collassare l’offerta di moneta e distruggere tutto il credito fiduciario… l’ideale sarebbe fermarne la crescita e provocare una recessione senza panico bancario, ma non so come si fa.

Fatto questo, probabilmente la crisi durerà solo 3-4 anni, la disoccupazione non dovrebbe salire moltissimo, e la riallocazione delle risorse sarà rapidissima. Inoltre le energie del mercato imbrigliate allo stato attuali saranno liberate e genereranno aumenti di reddito che potrebbero, solo in parte ma sempre meglio di niente, compensare i problemi sociali della recessione.

Questo risolverebbe i problemi una volta per tutte. Poi ci ritroveremmo con il dover pagare in anticipo tutti i costi dell’inflazionismo che finora sono stati nascosti dall’inflazionismo stesso: sistemi pensionistici non finanziabili, debiti pubblici e privati alle stelle. Ma per quello non c’è niente da fare oltre a tagliare consumi e incentivare risparmi e investimenti, non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale hanno mangiato tutto.

Penso mi presenterò alle elezioni con questo programma. Se prendo più del 80% dei voti avrò la forza politica di realizzarlo.

AG 18 Luglio 2008 , 20:54

“Con queste tre misure la recessione (inevitabile) durerà il minimo indispensabile, non bisogna fare come Roosevelt che la fece durare un decennio con politiche socialiste.”

Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahaha…

Scusa, sai, ma mi fai morire.

In effetti nel 1941 Roosevelt ha seguito il tuo consiglio di aprire le frontiere seguendo l’esempio della Germania e dell’Inghilterra che l’avevano fatto nel 1939. Fantastica poi l’opera di liberalizzazione in Polonia e Francia

In realtà gli USA si sono sollevati usando la più forte delle leve economiche, cioè la mega-statalizzazione dell’economia in tempi di guerra e han sfruttato poi il suicidio dell’Europa nel 1945. Fa differenza fra l’esser rasi al suolo come i paesi europei e non aver avuto manco una bombina sulla capoccia come gli USA.

Cioè dai, siamo seri, su e usciamo da gabbie ideologiche in stile Tremonti.

“1) Si eliminano tutti i vincoli al mercato del lavoro, sia dipendente che autonomo

2) Si liberalizzano completamente tutte le attività commerciali

3) Si eliminano completamente tutti i dazi doganali.”

Siamo in una situazione di bancarotta, non serve avere libertà, si deve solo decidere se andare dritti al fallimento o in amministrazione controllata. Liberalizziamo pure tutto? Ti faccio un esempio. La mia azienda mi licenzia, non ci sono più vincoli, io voglio iniziare una mia impresa, non ci sono più vincoli neanche in questo, non ho capitali e li vado a cercare. Dove li trovo? Chi me li da? Le banche no visto che bisogna ridurre gli impieghi e le masse monetarie e cmq anche mettendo che li riesca a trovare saranno a tassi che rendono uno startup impossibile.

A quel punto manca sola la libertà di avere armi personali e poi vinca il migliore! (Ti avverto che ho una ottima mira e che il socialistissimo AK47 rimane nettamente superiore all’M16 in scenari di guerriglia).

“Rimane aperto il problema di non far collassare l’offerta di moneta e distruggere tutto il credito fiduciario… l’ideale sarebbe fermarne la crescita e provocare una recessione senza panico bancario, ma non so come si fa.”

L’offerta di moneta è già collassata, il funding gap è attualmente sostenuto in gran parte dalle banche centrali che scontano le cartolarizzazioni bancarie che il mercato non accetta più. La BCE a ciò aggiunge una politica di tassi alti per far pian piano restringere gli impieghi senza causare marasmi sennò l’alternativa è chiudere i rubinetti e prepararsi a creare tanti IRI.

“e la riallocazione delle risorse sarà rapidissima”

Quali risorse? I fondi sovrani? Il debito USA in mani cinesi? Quali fondi? E dove si dovrebbero riallocare? Dagli USA in Europa? Dall’Europa in Africa? I cinesi stanno già portando gli investimenti dagli USA al terzo mondo, e infatti a Bernanke tocca stampare e stampare…

“non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale”

Io iniziare a consumare meno i tasti della tastiera del PC, sai mai quando potrai comprarne una nuova dai Cinesi.

Calvin 18 Luglio 2008 , 21:12

Beh AG, se ti leggi la letteratura un po’ piu’ recente sulla crisi del ‘29 vedi quanto ci sia lo zampino delle politiche socialistoidi di FDR nel protrarsi della crisi per piu’ di un decennio. Non è roba nuovissima, diciamo dalla seconda metà degli anni ‘70 che il mito del new deal è stato preso giustamente a pesci in faccia, fatte salvo le considerazioni behavioural.

AG 18 Luglio 2008 , 21:32

“Non è roba nuovissima, diciamo dalla seconda metà degli anni ‘70 che il mito del new deal è stato preso giustamente a pesci in faccia, fatte salvo le considerazioni behavioural.”

Guarda caso da quando abbiamo iniziato a pompare eroina finanziaria dentro l’economia. Che strano neh?

“se ti leggi la letteratura un po’ piu’ recente sulla crisi del ‘29 vedi quanto ci sia lo zampino delle politiche socialistoidi di FDR nel protrarsi della crisi per piu’ di un decennio.”

“non ci sono fix rapidi, si tratta di stringere la cinghia per un paio di decenni e rimettere le cose apposto dopo che le cicale hanno mangiato tutto.”

Non è che Libertyfirst è un nipotino di FDR? Sai sti zii d’ammeriga, perchè dice le stesse cose che FDR fece.

libertyfirst 18 Luglio 2008 , 23:32

Il giudizio economico sulle politiche di Roosevelt è ovvio, la politica estera non c’entra nulla.

Se si impedisce al mercato di equilibrarsi, si avrà domanda o offerta in eccesso Roosevelt fece permanere disoccupazione al 25% per un decennio. Per fortuna poi ci fu la leva.

Idem per le tariffe. Idem per gli incentivi ai cartelli…

Calvin 19 Luglio 2008 , 01:39

“Guarda caso da quando abbiamo iniziato a pompare eroina finanziaria dentro l’economia. Che strano neh?”

Bah, il complottismo d’accatto non mi ha mai interessato, soprattutto non mi pare persino stupido ricordare che quelli che gli quelli che studiavano il ‘29 non erano quelli che mandavano avanti la baracca. Io cmq la darei un’occhiata a qualche sintesi degli studi sul ‘29 perché ti assicuro che dal mio umillimo punto di vista continuare in pieno XXI secolo con la storiella di Super-FDR che salva l’America grazie alle sue fantastiche politiche stataliste fa abbastanza ridere. A FDR gli volevano così bene che dopo aver visto bene cosa aveva prodotto inserirono subito nella Costituzione il limite di due mandati :_D

Libertyfirst 19 Luglio 2008 , 11:22

Nessuna difesa di FDR è teoricamente fondata.

Un’analisi realistica del New Deal l’ho trovata in questo vecchio post di Phastidio:

http://phastidio.net/2005/11/2.....l-passato/

Calvin 19 Luglio 2008 , 18:24

Io consiglio cmq the conomic of the great depressione, darei riferimenti piu’ preciso ma non ho idea di dove l’ho lasciato…

Lkv 20 Luglio 2008 , 08:17

Clavin> Io consiglio cmq the conomic of the great depression

Questo? http://eh.net/bookreviews/library/0157

Ag> Li mettiamo a pane e acqua?

Io propongo di liberalizzare il mercato degli organi umani, ti tieni la casa finche’ muori, i tuoi organi come garanzia, se paghi il debito organi e casa restano ai tuoi figli che ne faranno quello che vogliono, se non paghi il debito se li prende il creditore. Scherzo ovviamente (forse)

Calvin 20 Luglio 2008 , 15:10

No, ho semplicemente cannato il titolo Sono andato a controllare su amazon (vedi link)

Un anno di Sub-prime at Ideas Have... 20 Luglio 2008 , 17:53

[...] Giornalettismo.com è stato pubblicato il pezzo "Crisi, un anno dopo: erano solo Sub-prime?", dove riassumendo le dimensioni che finora ha avuto un fenomeno più volte a livello [...]

Flavio 20 Luglio 2008 , 19:46

Penso che le vostre discussioni, piuttosto qualificate e di persone ben attente alle regole del gioco, siano manchevoli di un ingrediente assai importante.

Qualcuno lo chiama “fattore LaRouche”, ma si tratta di capire che il sistema in bancarotta, perché da oltre trent’anni impostato (benché gradualmente) sul profitto a breve e/o sganciato dalla produzione fisica, non è sanabile con mezzi interni al sistema stesso.

Il sistema deve essere sostituito con qualcosa di rooseveltiano (occorre capire che cosa fece davvero Roosevelt, senza accontentarsi delle etichette “socialista”, ecc.), in grado di rilanciare il credito produttivo, portare al rapido raddoppio della produzione di cibo a livello mondiale, recuperare la dinamica delle operazioni internazionali come i progetti contro le epidemie, o quelli di sviluppo infrastrutturale, ecc.

La Nuova Bretton Woods proposta da LaRouche da oltre 15 anni, ora difesa da Tremonti et al., dovrà essere la sede di accordi governativi utili anche a sottrarre l’economia dalle istituzioni più o meno coperte, che operano come la Compagnia delle Indie Orientali.

Penso che il filmato 1932? sia molto suggestivo, a tale proposito: http://www.larouchepac.com/1932

Cordialmente,

Claudio 21 Luglio 2008 , 00:30

Non si può parlare di complottismo ogni volta che si intravede un “principio di causalità” nelle dinamiche storiche. Se è stupido credere che tutto sia studiato a tavolino, è altrettanto stupido credere che tutto sia casuale.

Agli inizi degli anni ‘70, con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods (15 agosto 1971) si concluse il ciclo storico che prese avvio il 4 marzo del ‘33 col discorso inaugurale di FDR per il passaggio dalla forma di stato liberale alla forma di stato sociale (con l’intermezzo disastroso delle dittature). Se FDR è stato il presidente più amato dal popolo americano, è stato d’altra parte il presidente più odiato dall’oligarchia finanziaria. Con la sua morte si affrettarono a sbarazzarsi di tutti i suoi uomini e della sua tradizione. Truman in questo processo di distruzione della tradizione rooseveltiana - più propriamente definibile “Sistema americano di economia politica” - ebbe un ruolo nodale. Il suo governo infatti fu il più riempito di esponenti di Wall Street e del complesso militare. Tutti coloro che in qualche modo poterono rievocare la tradizione rooseveltiana furono eliminati: i Kennedy e MLK.

Dal ‘71 parte il nuovo ciclo reazionario volto a restaurare una forma di stato liberale piuttosto che sociale (ovviamente sto utilizzando tali termini nell’accezione tecnico-giuridica).

In questo nuovo ciclo, alla gamba “liberale” (liberista, libertarista) si affianca quella ecologista. Entrambe utili ad attuare il processo di “disintegrazione controllata dell’economia” (definizione che fu usata da Paul Volcker): il mercato deve essere libero, libero dunque di andare a creare anche fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione come richiede il “Sistema americano di economia politica” o la stessa Costituzione italiana (artt. 46 e 47); l’ecologismo è invece servito per far passare l’idea che il modello industriale produttivo è inquinante e distruttivo.

Ecco che sempre nei primi anni ‘70 il secondo principio della termodinamica (la legge dell’entropia), quasi fosse un nuovo dio che dà definitivamente ragione a Malthus, viene portato in economia dal Georgescu-Roegen. Il Club di Roma, sul fronte sociale invece, trova udienza per la bufala del raffreddamento globale verso cui saremmo andati. Milton Friedman diventa il nuovo guru dell’economia (nobel nel ‘76).

Tutto ciò servì per sotterrare la FDR legacy, e riscoprire invece la Adam Smith legacy, quella dell’impero britannico, quella della Compagnia delle Indie orientali, quella del colonialismo oggi chiamato globalizzazione.

Interpretare il crack odierno come la conseguenza della troppa poca libertà del mercato, è vero se si intende che il mercato è rimesso a sovrastanti fenomeni di tipo speculativo, ma è falso se si vuol dire che si deve allora andare verso una più esasperata deregulation. Nella deregulation il forte sguazza beato. Ed è proprio ciò che è avvenuto dal ‘71 in particolare, ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive.

Eliminare il credito non è la soluzione. A questo proposito, si è dimostrato oltre che grande umanista, anche ottimo economista, William Shakespeare con “Il mercante di Venezia”, quando dà il messaggio per cui il credito può essere fonte di salvezza per l’altro, ma può esser anche fonte di distruzione dell’altro. Il tutto dipende da come lo si usa. E’ per questo che già dal primo discorso del ‘33 FDR puntualizzò la centralità della questione creditizia e l’importanza del controllo di tale funzione. Ed altrettanto è per questo che l’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria.

Comunque, gli Stati Uniti sono un esperimento repubblicano di tipo dirigistico e non liberista. Il primo governo Washington, grazie ad Alexander Hamilton forgiò il “Sistema americano di economia politica” come centrato sul credito pubblico, sulle infrastrutture, sulla produzione e sulla iniziale protezione delle proprie produzioni. Poi, una volta assassinato Hamilton, la tradizione liberale anglo-olandese, grazie al finanziere Albert Gallatin (segretario al tesoro sotto Jefferson) riprese piede negli Stati Uniti. Ciò rindebolì l’economia americana. Toccò allora a Lincoln ridare spazio al “Sistema americano di economia politica” finchè non fu assassinato (nel frattempo però Taylor ed Harrison, anch’essi contrari al modello liberale anglo-olandese in quanto esponenti Whig, morirono in circostanze poco chiare). Franklin Roosevelt dopo i disastri del laissez faire di Coolidge e Hoover, ricostruì l’economia americana. Alla sua stessa tradizione si rifece JFK.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 09:20

Sì, e il PIL mondiale è più del 50% in mano pubblica, la percentuale è in crescita, e questo è colpa del liberismo, certo.

Claudio 23 Luglio 2008 , 11:21

Gentile Leonardo,

il dato a cui ti riferisci rafforza l’idea di fondo che suggerivo, ossia l’inevitabile meccanismo degenerativo a cui porta il liberismo.

Infatti a cospetto di un pil mondiale pari ad 1 (40.000 miliardi di dollari) si stimava nel 2001 che i valori finanziari fossero almeno pari a 10 (400.000 miliardi di dollari). A distanza di 8 anni, come confermato indirettamente dalla Banche per i regolamenti internazionali di Basilea, tale rapporto è ancor più cresciuto (1 a 25 se non ricordo male). Guardare all’economia senza guardare all’entità dell’economia finanziaria è come voler capire l’universo ittico senza soffermarsi sull’habitat marino.

Il complesso di quei valori finanziari è in mano per oltre il 90% ad enti privati (non a caso, a parte due o tre eccezioni, ogni Stato del pianeta è indebitato, e si capirà bene che se tutti, o quasi, gli Stati nazionali sono indebitati, i loro creditori debbono essere per forza dei privati e non la loro controparte estera, in quanto, ribadisco, anch’essa indebitata).

Saluti.

Prometeo 23 Luglio 2008 , 11:47

Concordo pienamente con l’analisi di Claudio.

l’equazioni dei modelli matematici per l’economia non tengono mai conto dell’entità finanziaria e si trattano le valute come scalari quando sono invece vettori differenziali il che rende il valore dei risultati meramente tecnico senza alcun significato sistematico o nessun apporto all’interpretazione strategica.

L’interpretare l’evoluzione dell’economia ignorando la struttura del potere, come esso agisce e si propaga significa rimanere intrappolati in scatole ideologiche vuote quasi quanto “destra” e “sinistra”.

La meccanica del potere non è mai cambiata. Ignorarla significa non capire.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:00

Sì per fare un esempio il mercato dei mutui negli USA è per metà in mano a FreddieMac e FannieMae, i colossi creati apposta dallo Stato USA e non dal liberismo per STABILIZZARE il mercato. Se questa è degenerazione della finanza, lo Stato per lo meno ha colpa al 50% allora.

Il boom della finanza non è possibile se non esiste un punto creare di credito illimitato, e questo sono state le Banche Centrali FED in primis, i cui esponenti sono di nomina governativa e che del loro operato rendono conto a enti politici statali. Quindi le responsabilità dello Stato sono più del 50%.

Poi si può dire, come fa Prometeo, che la politica è solo il paravento della gestione del potere da parte di alcuni banchieri, ma questo non è certo liberismo. Ignorare che il mondo tende alla crisi mentre aumenta il peso dell’intervento pubblico è parimenti un modo di ignorare gli effetti perversi di molta regolamentazione, e non è certo colpa del liberismo.

Claudio, quel che tu dici equivale a dire che il liberismo comporta la degenerazione di uno Stato che si espande e prende il controllo dell’economia, e non ha senso. E il debito USA per lo più è in mano dello Stato cinese. Oppure la Cina è un ente privato? E il debito pubblico che cos’è se non la dimostrazione che gli Stato spendono ben più di quel che hanno e quindi viziano e destabilizzano l’economia sia reale che finanziaria mondiale? Mi sa che a volte guardando il plancton scappa di vedere le balene.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:10

intendevo “l’economia è solo il paravento” ma Prometeo avrà capito.

Leonardo Daverio Patrizi 23 Luglio 2008 , 12:11

NO, avevo detto prima, abbiate pazienza.

Libertyfirst 24 Luglio 2008 , 10:50

“Se è stupido credere che tutto sia studiato a tavolino, è altrettanto stupido credere che tutto sia casuale”

Esiste una terza categoria di fenomeni storici, quelli frutto dell’azione umana ma non delle intenzioni umane. Freddie e Fannie dovevano prima o poi collassare, i subprime dovevano prima o poi crollare… non è nè un piano nè un’alea.

“Se FDR è stato il presidente più amato dal popolo americano, è stato d’altra parte il presidente più odiato dall’oligarchia finanziaria. ”

Se il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA è il più amato, ciò prova che i demagoghi hanno un vantaggio comparato sugli statisti in democrazia.

“Il suo governo infatti fu il più riempito di esponenti di Wall Street e del complesso militare.”

Vorrei prove di questo, ma ricordo che l’unico presidente che ha paventato il rischio dell’industrial military complex è stato il repubblicano Eisenhower. Che la WWII, a differenza della WWI, non vide quasi alcuna smobilitazione militare, certo, ma neanche una smobilitazione dello stato sociale, che ha continuato a crescere.

“Dal ‘71 parte il nuovo ciclo reazionario volto a restaurare una forma di stato liberale piuttosto che sociale”

QUesto è il contrario della realtà. Nel 1971 Nixon distrusse il sistema monetario per svincolarlo dall’oro, con il fine di continuare a finanziare uno stato sociale e militare costosissimo. E’ caratteristica dello stato social-militare posticipare il redde rationem per perpetuare politiche insostenibili, e l’eliminazione dei vincoli aurei ha consentito di perpetuare appunto tale inefficiente stato di cose. Ma con un problema: il dollaro stava collassando. C’è voluto volcker, e poi Reagan, per rimetterlo in sesto, ma SENZA ridurre la spesa pubblica, posticipando ancora una volta il redde rationem… e oggi stiamo sempre allo stesso punto: uno stato insostenibile, con troppe spese social-militari, che si affida ai risparmi cinesi per sopravvivere, minando alle basi la sua stessa egemonia.

“In questo nuovo ciclo, alla gamba “liberale” (liberista, libertarista) si affianca quella ecologista”

Qui stiamo all’associazione scriteriata di idee.

“fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione”

Questa si chiama “manipolazione della politica monetaria ad opera delle autorità monetarie (statali)”

“Milton Friedman diventa il nuovo guru dell’economia (nobel nel ‘76)”

Non mi piace Friedman e non mi piace Chicago. ma quando lo è mai stato? Nessuno ha mai applicato i consigli di Friedman in campo monetario, ad esempio. Il fatto che il monetarismo sia stato teoricamente egemone per magari un decennio era solo perchè l’unica alternativa nota era l’indifendibile keynesismo.

“colonialismo oggi chiamato globalizzazione”

Slogan.

“ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive”

Ma guarda che l’unico modo per ancorare il credito alle dinamiche economiche reali è abolire le politiche monetarie centralizzate e il sistema monetario a riserva infinitamente frazionale che le caratterizza. FDR è stato uno dei padri di questo sistema, non certo un nemico.

“Ed altrettanto è per questo che l’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria.”

Ed è questa la causa di tutti i problemi monetari e creditizi.

“il dato a cui ti riferisci rafforza l’idea di fondo che suggerivo, ossia l’inevitabile meccanismo degenerativo a cui porta il liberismo”

QUale liberismo? Quale, dove, come? NOn esiste e non è mai esistito! Non c’è mai stato, esiste solo nei libri no-global, alcun Neoliberismo… c’è stata una politica monetaria dirigista e socialista fatta per manipolare l’economia di mercato e garantire la sostenibilità dello stato social-militare…

“Il complesso di quei valori finanziari è in mano per oltre il 90% ad enti privati (non a caso, a parte due o tre eccezioni, ogni Stato del pianeta è indebitato, e si capirà bene che se tutti, o quasi, gli Stati nazionali sono indebitati, i loro creditori debbono essere per forza dei privati e non la loro controparte estera, in quanto, ribadisco, anch’essa indebitata).”

E chi altri può comprare il debito? E’ banalmente ovvio. Lo stato usa la polizia per guadagnare fondi con cui pagare il proprio debito, è notorio che è così, lo sanno tutti, non c’è nulla di strano.

Claudio 24 Luglio 2008 , 13:07

Rispondo a Libertyfirst.

“Esiste una terza categoria di fenomeni storici, quelli frutto dell’azione umana ma non delle intenzioni umane.”

Esatto, quando ho parlato di “principio di causalità”

mi riferivo proprio a ciò.

“Freddie e Fannie dovevano prima o poi collassare, i subprime dovevano prima o poi crollare… non è nè un piano nè un’alea.”

Non è un piano, ma è una degenerazione morale che accompagna l’attuale fallito sistema economico. Il problema - ed è qui che si crea il corto circuito tra un modo di vedere le cose ed un altro - è di ordine epistemologico.

Fannie fu creata nel 1938 da F.D. Roosevelt, mentre Freddie nacque nel 1970. Assieme, esse rappresentano oltre il 50% dell’intero mercato ipotecario americano, con un portafogli di oltre 5.200 miliardi di dollari. La loro gigantesca esposizione nel mercato delle cartolarizzazioni, con il risultante effetto leva del debito, non corrisponde alla funzione definita per Fannie Mae nel New Deal di Roosevelt. Invece, i due enti sono stati violentati dal capo della Federal Reserve, Alan Greenspan, che li ha usati per creare le enormi bolle immobiliari a partire dal 1990.

FDR è stato il presidente più amato - e lo è considerato tutt’oggi. Non è un caso che sia stato eletto per ben 4 volte. I risultati economici prodotti dal New Deal sono incontestabili. Da ‘33 al ‘41 il produzione nazionale raddoppiò. Circa il fatto che la disoccupazione si sia mantenuta sui livelli del 25% (come riportato sopra) sotto FDR è un dato che non corrisponde a realtà. FDR nel ‘33 si ritrovò un tasso di disoccupazine al 25%, e dopo sette anni - prima che cominciasse la guerra dunque - quel tasso era al 14%. Quando FDR morì la disoccupazione era al 2%.

Quindi affermare:

“Se il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA è il più amato, ciò prova che i demagoghi hanno un vantaggio comparato sugli statisti in democrazia.”

o è frutto di semplice ignoranza o è frutto della mistificazione.

Circa le prove al fatto che il Governo Truman fu riempito di esponenti del complesso militare - che poi come tu affermi Eisenhower denuncerà - e di esponenti di Wall Street è documentato con nomi dei segretari e direttori e relativo incarico o preincarico nel testo di Albert Kahn ‘Da Wilson a Truman. Trent’ anni di politica americana.’ (Editori Riuniti, Roma, 1953).

Che nel ‘71 si sia avuta una svolta reazionaria, è constatare la realtà consapevoli di cosa fossero gli Accordi di Bretton Woods. Se non si comprende cosa fosse Bretton Woods, ed il più ampio disegno strategico di FDR, non si può comprendere cosa sia avvenuto nel ‘71 e quali siano state le conseguenze per gli ultimi 37 anni di storia.

Nixon distrusse unilateralmente un accordo internazionale, tuttavia a ciò fu portato dalla svalutazione delle valute francesi ed inglesi della seconda metà degli anni ‘60, ed alla venuta meno possibilità di conversione del dollaro in oro. Ma il problema di fondo era la politica economica adottata dopo la morte di FDR, che non era più volta a promuovere le produzioni, ma i consumi (fu questo anche il grave errore di Eisenhower). Ciò portò ad una rottura di sistema, di cui approfittarono i fautori del liberismo.

Si rifletta infatti bene su cosa abbia voluto dire distruggere BW. In sostanza, le valute da metro di misura divengono merce; il rapporto tra questi valute-merce non è più decise da un preaccordo ma dal “libero mercato”; le valute non hanno più alcun riferimento reale con l’economia (l’oro), ma l’M3 diviene funzione del pil, ma il pil a sua volta è funzione dell’M3.

Ma il problema non è lo stato insostenibile. Tale genere di affermazione può essere fatta solo da chi ha una lettura aziendalistica delle dinamiche statali. Lo Stato sociale - e la nostra Costituzione con gli artt. 41 e 42 ce ne dà prova - nasce per superare le concezioni utilitaristiche dello stato e lanciare il nuovo grande progetto umanista della solidarietà tra gli uomini. Il primo discorso del 4 marzo ‘33 di FDR è il fondamento politico di questa nuova visione di una concezione delle dinamiche umane in termini di unica grande famiglia. Dall’homo homini lupus si passa all’homo homini fratres. E’ questa la tradizione odiata dai liberisti, da coloro che si rifanno alla depravata storiella del Mandeville (La favola delle api), alla morale calvinista di Smith, alla bestialità propugnata da Malthus.

Con Truman si rientra in un batter d’occhio nella tradizione dell’homo homini lupus, rendendo già superata la Costituzione italiana che aveva ancora da venire.

Circa l’associazione tra liberismo ed ecologismo, la matrice è la stessa: l’uomo è rimesso a dinamiche a cui può solo abbandonarsi (il mercato, la natura) alla stessa stregua di un animale.

Definire scriteriato ciò che, ad un primo momento, non si capisce, è un po’ presuntuoso, ma non voglio fare polemica.

Concordo quando affermi:

“fenomeni di tipo puramente speculativo e non diretto verso la produzione”

Questa si chiama “manipolazione della politica monetaria ad opera delle autorità monetarie (statali)”

Non posso concordare invece sulla sottovalutazione dell’influenza di Friedman e dei Chicago boys sulla politica economica mondiale. L’influenza di Shultz sul Cile? L’innalzamento dei tassi del ‘79-’80?

Non confondiamo poi Keynes con il sistema americano di economia politica sostenuto da FDR. Keynes era un sottomodello del secondo. Keynes propose il bancor, BW fu altra cosa. Il piano Keynes nel ‘44 soccombette sotto ogni fronte.

Colonialismo oggi chiamato globalizzazione, dici sia uno slogan?!

Per oltre il 90% la globalizzazione è transazioni finanziarie - solo per il restante passaggio reale di merci e servizi -. Di queste transazioni l’80% è gestito dalle britanniche Isole Cayman e condizionano l’economia reale di tutto il globo, e questo è uno slogan!?

“ma a dire il vero già prima con la morte di FDR, per quanto riguarda il disancoramento del credito dalle funzioni produttive”

In merito al credito, non esistono tecniche, ma la volontà degli uomini. Questa volontà può essere correttamente direzionata solo attraverso l’azione statale funzionale al bene comune (per intendersi l’esperienza rooseveltiana o quella italiana della ricostruzione, del Piano case, della riforma agraria e di quella fiscale, dell’infrastrutturazione che il “libero” mercato non avrebbe mai potuto fare).

Quando affermi che la causa del problemi creditizi stia nell’art. 1 sez. 8 della Costituzione americana che rimette al Congresso il potere dell’emissione monetaria, contraddici la lettura negativa che dai dell’attuale sistema, dove invece l’emissione monetaria è rimessa alle banche e non all’autorità pubblica.

Dire che il liberismo non esista nella sua assolutezza è un truismo. E’ ovvio che sia così. Leggendo così le cose, non è esistito neanche il comunismo.

Infine, il debito non deve essere comprato dallo Stato nei confronti del sistema bancario privato. Il credito dovrebbe essere una delle funzioni sovrane nazionali. E’ questo il primo tassello della rivoluzione americana; è questo il vero nemico del sistema liberale anglo-olandese.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 24 Luglio 2008 , 13:47

Io, Claudio, non ho capito da che parte stai.

Come fai ad avercela con Friedman per aver capitanato un aumento dei tassi di interesse, e poi prendertela con la Fed per la degenrazione morale che ha indotto fatta di spinta la consumismo e all’indebitamento attraverso il ribasso dei tassi?

Allo stesso modo come fai a dire che BW è caduto per colpa di francesi e inglesi? Il sistema faceva perno sul dollaro (e il dollaro sull’oro) perché tutti gli altri “importassero” la politica monetaria di un paese “forte”, evitando di scadere in spirali inflazionistiche. L’abbandonare il dollaro rappresentava l’incapacità del paese di stare a galla (come le svalutazioni competitive dell’Italia nello SME) ed erano tutto tranne che molle di fallimento del sistema (che nello SME era “ancoraggio del marco alla reputazione del marco”).

Se BW è caduto, lo ha fatto proprio alla faccia di qualsiasi ragionevolezza di disciplina monetaria: l’ancoraggio all’oro IMPONE una crescita dell’offerta di moneta attorno al 4% annuo, il che è un vincolo esagerato per politiche keynesiane (mentre è coerente con le politiche monetariste), ed è per questo che è stato abbandonato BW: per consentire alla Fed di stampare liberamente quanta moneta voleva abbassando i tassi a piacimento.

E poi basta parlare della Fed come fosse una società privata, le Banche Centrali sono organi statali! Se la Fed si muovo è perché sa di avere un certo consenso politico. La Fed, come ogni BC, è sostenuta dai trasferimenti del Tesoro, è un agente dello Stato. Via…

Il fatto che le transazioni finanziarie siano enormi rispetto al transito di merci è un problema per un certo verso, è un problema perché non dipende dall’aumento autonomo della velocità di circolazione, bensì dalla creazione di moneta. Credo che tu parli di colonialismo confondendolo con schiavismo; forse c’è colonialismo (inteso come espansione), ma è finanziato dalle politiche monetarie, ma non c’è tutto questo schiavismo che si dice. La Cina ora deve localizzare perché i lavoratori vogliono e hanno ottenuto aumenti salariali; è schiavismo? Io lo chiamerei un avvio di progresso sociale.

Se l’esplosione della finanza è viatico di degenerazione e colonialismo, prenditela con i tuoi amati pianificatori centrali che continuano a raccontarti di star muovendosi umanitariamente per il “bene comune”, visto che ci credi.

Claudio 24 Luglio 2008 , 14:45

Gentile Leonardo,

non si comprende da che parte sto, perchè in realtà le parti non sono due, ma almeno tre. C’è quella parte, quella di FDR appunto, che chi leggeva le cose in termini di aut aut, in termini di libero mercato o in termini di socialismo, tende a vedere come fatta di approssimazione, improvvisazione, incompetenza.

La lettura mentale deve porsi su un sovralivello rispetto a quello dei tecnicismi economici. Questo sovralivello è quello del: l’economia è scienza del profitto o relazione tra l’uomo e la biosfera che deve portare al soddisfacimento dei bisogni dell’umanità (e non di chi può permetterselo!)?

Circa i tassi di interesse. Si pensi alla situazione attuale che affligge il mondo occidentale (e conseguentemente l’intero pianeta). Si alzano i tassi con il rischio di bloccare le spinte produttivistiche, o si abbassano i tassi con il rischio di aggravare la fase iperinflattiva che viviamo? Nè l’una nè l’altra cosa per dirla con Gorgia, o l’una e l’altra cosa per dirla con Protagora. Dobbiamo fare entrambe le cosa dunque. Ma come? Dobbiamo ricorrere, come proposto da LaRouche, ad un sistema a doppio sportello dove il credito per la produzione deve essere a basso tasso d’interesse, quello invece per consumi deve avere un tasso più alto. Quello per mera speculazione andrebbe dichiarato illegale punto e basta, ma allo stato attuale ciò pare difficile, dunque basterebbe disincentivarlo con tassi d’interesse sul credito ancora più alti.

Ma tutto ciò va contro il libero mercato, si dirà! Esatto! Non può essere il libero mercato a decidere, perchè esso troverà utile utiilizzare quel credito (che ha rilievo di portata generale) per farlo rendere il più possibile (con destinazione speculativa dunque) e non perchè esso abbia una “funzione sociale” (funzione citata dalla nostra Costituzione per più fronti dell’azione economica).

Circa la caduta di BW, attento, non ho detto che è stata colpa di francese ed inglesi, ma che essi furono parte del problema, in conseguenza al problema di fondo delle politiche antirooseveltiane avviate da Truman. Ti riporto il frammento:

“Nixon distrusse unilateralmente un accordo internazionale, tuttavia a ciò fu portato dalla svalutazione delle valute francesi ed inglesi della seconda metà degli anni ‘60, ed alla venuta meno possibilità di conversione del dollaro in oro. Ma il problema di fondo era la politica economica adottata dopo la morte di FDR, che non era più volta a promuovere le produzioni, ma i consumi (fu questo anche il grave errore di Eisenhower). Ciò portò ad una rottura di sistema, di cui approfittarono i fautori del liberismo.”

Il sistema faceva perno sul dollaro e prevedeva un “codice d’onore” (i testi di diritto dell’economia ne parlano proprio in questi termini) che però fu violato nel momento in cui si abbandonaro gli approcci produttivistici ed il credito divenne mezzo di “assistenzialismo al consumo”.

Già tu dai la corretta risposta quando dici:

“Il sistema faceva perno sul dollaro (e il dollaro sull’oro) perché tutti gli altri “importassero” la politica monetaria di un paese “forte”, evitando di scadere in spirali inflazionistiche. L’abbandonare il dollaro rappresentava l’incapacità del paese di stare a galla”.

La cosa a cui guardare è l’economia fisica, intesa come produzione qualitativamente e quantitativamente sempre più efficiente, e l’elemtno fiduciario che intorno ad essa si crea. L’emissione creditizia ad un certo punto divenne strumento per esternalizzare i costi delle guerre di Corea ed Indocina piuttosto che mezzo di produzione. Da qui le critiche di De Gaulle o di Rueff.

Anche percentuali tipo il 4% o quant’altro, sono dati statistici. L’offerta creditizia può essere ben più ampia se il progetto finanziato avrà ricadute produttive importanti. Per intendersi, se il finanziamento dei progetti della Tennessee Valley Authority si ripagò nel tempo di almeno 6 volte, il finanziamento del “progetto Apollo” si ripagò di almeno 13 volte. Ecco perchè dobbiamo guardare all’economia fisica, ed implicitamente ad esso alla rivoluzione tecnologico-scientifica che l’elemento creativo umano è in grado di apportare.

Purtroppo della Fed, invece, dobbiamo parlare di società privata. Se la vogliamo guardare in modo formale, hai ragione tu, ma in termini reali, così come la Bce o la Banca d’Italia oggi, le politiche di queste sono decise dal sistema bancario privato che delle prime posseggono quote azionarie. E’ l’indipendenza dell’istituzione monetaria (che per esempio la nostra Costituzione o quella americana non contemplano) che ha rappresentato il trucco per consentire al sistema bancario di decidere le sorti di intere economie nazionali.

Circa il colonialismo-schiavismo-globalizzazione, il punto è che le produzioni sono utili come riflesso del rifinanziamento della bolla speculativa che sovrasta l’intero sistema. Alcuni livelli di produzione devono essere consentiti perchè altrimenti crollerebbe l’intera fiducia nel sistema, ma la stella polare non è la produzione, ma ciò che su quella può essere creato in termini di valori speculativi.

Con l’attuale livello di M3 (che non a caso dal 2006 la Fed non comunica più) si potrebbe finanziare lo sviluppo di tutta la galassia, ed invece si finanzia quel poco che basta per non dimostrare chiaramente che il sistema è di matrice usuraia.

Dunque, il fatto che la Cina aumenti i tenori di vita della propria popolazione è l’onere che il sistema deve pagare per evitare scossoni interni, e non l’effetto positivo di un sistema tendente al meglio. Infatti, non si spiegherebbe altrimenti perchè i tenori di vita della popolazione mondiale (Cinindia a parte) dagli anni ‘70 siano andati scemando incredibilmente.

AG 24 Luglio 2008 , 14:47

Secondo me state dicendo molte cose simili e vi impuntate sulla terminologia.

Sentir parlare di socialismo per lo stato social-militare è, sotto un profilo storico, una cosa ridicola. Lo stato social-militare lo inventò Bismarck non certo Proudhon. Infatti fu proseguito con simili mezzi sia dal fascismo che dal nazismo (soprattutto quest’ultimo).

Chiamiamo le cose col loro nome.

In quanto al resto se uscite un attimo dai grafici, dagli M3 e dal PIL basta leggersi un po’ di libri di storia. Esemplare quella dell’Impero Bizantino. Nei momenti fulgidi il “solidus” era la moneta di riferimento di tutto il Mediterraneo. Poi nei momenti di crisi, quando non c’era abbastanza oro per pagare i soldati, si diminuiva il peso o si peggiorava la lega. I soldati si smarronavano, si pigliavan le botte e si perdevano non solo territori ma sopattutto posizioni commerciali (vie della seta e delle spezie, ecc). Questo comportava ulteriore crisi, ulteriore perdita di valore della moneta e via andare.

L’ancoraggio della moneta all’oro è sempre stato variabile infatti e la sua stabilità è sempre stata sintomo di potere economico-militare, fate l’elenco delle monete di riferimento nel corso della storia e vedrete che è così.

Nel passato l’unica variabile slegata dall’economia era la scoperta di nuovi giacimenti di oro e/o argento. E’ così che son sorte varie dinastie (fra cui gli Asburgo) che potevano arruolare eserciti senza far leva sull’economia o sul credito.

Stessa cosa che sta facendo Putin adesso fra l’altro.

L’unica novità del XX secolo è stata in effetti la mercificazione della moneta, svincolata dall’oro e legata al PIL (che era un po’ l’idea del Bancor di Keynes), ma non al PIL attuale come diceva Keynes, ma alle aspettative di PIL. E’ quindi un sistema altamente instabile perchè le aspettative possono variare anche bruscamente ma questo colpisce molto meno le classi sociali che possono spostare i loro guadagni e capitali con facilità. Le classe medio/basse che son legate alla moneta nazionale sono quelle che pagano le oscillazioni negative.

Se questo sistema è socialista io sono Madre Teresa di Calcutta.

Leonardo Daverio Patrizi 27 Luglio 2008 , 19:21

Claudio, guarda che le banche già differenziano tra credito alle imprese e credito al consumo, e te lo dico da insider se non ti fidi. Il credito al consumo sconta tassi molto alti, il credito alle imprese permette tassi minori in relazione alle modalità di finanziamento (anche molto sotto la metà del credito al consumo).

Sulla speculazione sorvolo, perché è un falso problema.

Sul resto discordo, ma mi ripeterei.

@AG: cara Teresa ( ) di fatto si crea una socializzazione dei costi, e quel che si vuol alla base è pilotare l’economia per il benessere di tutti (non riuscendoci, ma è altro problema); che poi si faccia riferimento a dati prospettici invece che storici è ancora secondo me altro problema. Io lo chiamo socialismo, ma tu prendine tranquillamente le distanze, almeno dimostri di sapere che mostro è diventato alla faccia degli ideali.

Claudio 29 Luglio 2008 , 00:52

Leonardo, come si fa a considerare la speculazione un falso problema? La speculazione è il problema, l’unico vero problema. La speculazione è il fulcro dell’attuale sistema finanziario. Parlare di economia tralasciando il fattore della speculazione è in sostanza un non parlare di economia. Un articolo della scorsa settimana di WSI-Il Sole 24 Ore, aveva come titolo “IL VERO COSTO DEL GREGGIO? 80 DOLLARI AL BARILE (SENZA SPECULAZIONE)”. Esso faceva rilevare come oltre il 70% dell’aumento del prezzo del petrolio sia derivato da fattori puramente speculativi, nel solo ultimo anno. Ma credere che il problema speculazione riguardi il solo petrolio, è fumo negli occhi.

Tanto per rendere l’idea: pil mondiale (2001) 40.000 miliardi di dollari; ammontare delle operazioni su cambi e derivati 2milioni di miliardi di dollari (2004).

Oggi questi valori sono ovviamente aumentati di poco per quanto concerne il pil, di moltissimo per quanto concerne gli aggregati finanziari. E questi sono solo i valori ufficiali e contabilizzati. Ma lasciamo perdere questo “dettaglio”.

Ma limitiamoci ai soli derivati, tralasciando le transazioni su cambi. Al 2004 l’ammontare dei derivati era di 1,2 milioni di miliardi di dollari. Tu mi insegni che questi contratti nascono per assicurare attività dell’economia reale da esiti negativi. Però mi insegni anche che questi contratti sono utilizzati per fini tutt’altro che assicurativi. Infatti, ammettendo che tutto il pil globale sia assicurato, l’importo assicurato è 30 volte maggiore il valore delle attività reali da assicurare. E’ come se la tua auto da 20.000 euro tu la assicurassi per 600.000 euro! Che senso avrebbe?

Quegli aggregati finanziari distraggono gli aggregati monetari dal finanziamento delle attività reali per foraggiare invece una bolla speculativa che, pena la sua esplosione, deve essere costantemente rifinanziata.

Questa è l’economia odierna, ossia un’economia virtuale, di carta, che però genera precise e nefaste conseguenze per l’economia reale. Non vedere questo porta a vedere le pagliuzze negli occhi dei deboli, ma non le travi negli occhi dei forti. Non vedere questo, però, fa fare carriera, come politici, come giornalisti, come accademici.

Quando poi obietti che le banche differenziano i tassi tra credito al consumo e credito alle imprese, si ribadisce che non si comprende il problema di fondo. Le banche differenziano per le attività reali, anche se poi in realtà il credito che vado a prendere per finanziare un’operazione di speculazione immobiliare mi viene finanziato allo stesso modo dell’operazione con cui finanzio l’apertura di un’azienda che crea posti di lavoro e fa produzione. Il tasso però che viene praticato alle banche dagli istituti centrali è sempre quello. Loro prendono il credito e possono gestirlo over the counter come meglio credono, ossia in attività puramente speculative. La speculazione grossa non è quella fatta dal cittadino comune, ma quella fatta dai centri finanziari.

Ribadisco il concetto: parlare di economia senza parlare della speculazione dominante, è come parlare dell’universo ittico senza considerare l’habitat marino.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 09:12

Guarda Claudio, io ci lavoro con i derivati.

Con i derivati ti assicuri un certo risultato, che poi a posteriori tu abbia fatto la scelta finanziariamente migliore non ti interessa più, hai raggiunto il tuo scopo prefisso.

Se usi un derivato per fare una scommessa non destabilizzi il sistema, metti solo in piedi un trasferimento potenziale di soldi: se vinci la scommessa ti pagano, se la perdi paghi tu. Le dimensioni complessive non contano, perché si compensano.

Se poi con i derivati intendi cartolarizzazioni e strutturati simili, il problema può essere diverso, ma in essenza ricorre il fatto che sono gli enti Statali che impongono le cartolarizzazioni per esigenze contabili con normative lacunose o palesemente distorte (le cartolarizzazioni sono nate per salvare l’odierna banca intesa, non per il libero mercato), e le banche centrali stimolano le cartolarizzazioni perché sono il veicolo con cui ripulire i bilanci delle banche, finanziarle, e socializzare il costo di imprenditori bancari incapaci. Anche questo non è libero mercato (dove l’incapace deve rimanere con il culo per terra), è politica.

La speculazione è un falso problema perché se crea una bolla fondamentalmente ingiustificata saranno gli speculatori a rimetterci i soldi; il fatto che la speculazione prosperi è uno dei sintomi del lassismo monetario, che passa dalle Banche Centrali perché la politica vuole “credito abbondante per tutti” e a “prezzo politico” cioè a tassi decisi centralmente e non dal mercato.

Il fatto che le banche (soprattutto italiane però, quindi come discorso generale è scarso) diano soldi solo sulla base di garanzie, è una stortura dovuta al fatto che il sistema italiano non ha mai e nemmeno ora avuto a che fare con veri concorrenti, e si continua a ragionare di “campioni nazionali”.

Il finanziamento della casa (a fine speculativo) a costo “ridotto” comunque cosa ha di sbagliato? Fai una scommessa con i miei soldi, e se sbagli io mi assicuro con la casa. Grazie a questo consenti la creazione di più case, e se c’è una cosa che non manca in Italia sono proprio le case di proprietà (in compenso la Germania ha più case popolari dell’Italia, e questo dice molto su che politici abbiamo). Se pensi che la speculazione tiri troppo su i costi delle case, ritorno al discorso del falso problema della speculazione, e rimando le responsabilità all’eccesso di credito deciso statalmente, che tu non vuoi vedere (ma che vede AG, ancorché socialista nel cuore, almeno lui).

Vivi nel tuo socialismo, visto che non ti sono bastati i danni che ha già fatto, e continua a proporre uno Stato che risolve problemi da eccesso di credito che lo Stato crea aumentando il credito. E continua a ignorare che ci sono le balene.

Claudio 29 Luglio 2008 , 17:25

Caro Leonardo,

ciò di cui stai parlando non è altro che la fantomatica storiella del “gioco a somma zero”.

Con questa frase:

“La speculazione è un falso problema perché se crea una bolla fondamentalmente ingiustificata saranno gli speculatori a rimetterci i soldi”

dimostri la lacuna del tuo sistema di pensiero economico.

Infatti, il sistema economico è esposto - pensa ad una semplice azienda, ma anche ad un’amministrazione comunale - su questi strumenti. Se la scommessa viene persa, i danni nell’economia reale si hanno eccome! L’impresa dovrà licenziare, l’amministrazione non potrà finire l’opera pubblica o finanziare l’asilo.

Vedere gli speculatori come dei cinici e mitici Gordon Gekko, impermeabili a ciò che riguarda il mondo reale, equivale alla valutazione che da di sè il tossico-dipendente che pensa di fare solo danno a sè stesso. Però, in merito a ciò di cui parliamo, il danno va moltiplicato per 30 volte il pil mondiale (almeno)!

Ma il problema di fondo è la crisi di fiducia che genera un sistema speculativo - che diviene tale perchè il “libero” mercato fatto di uomini, e non da dei Gandhi o da dei Gesù, perviene inevitabilmente a tale esito quando non controllato, regolato, diretto dalle comunità - e che porta al crollo dei commerci e dell’economia reale, proprio come avvenne nel ‘29.

Altro che socialismo - ha avuto la stessa funzione del liberismo di cui non vuoi sentir parlare perchè lo si concepisce solo come formula di Smith, Ricardo, Hayek, Mises, o Friedman - ossia tenere su livelli di bassa specializzazione tecnica e morale la stragrande maggioranza delle popolazioni, FDR, De Gasperi, Mattei, sono ciò che ho in mente.

Saluti.

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 17:59

Forse non mi sono spiegato.

Preciso: a parità di offerta di moneta la speculazione non ha futuro in sé, perché la concentrazione di moneta lascerebbe scoperti altri mercati il cui sviluppo è la ragione reale della “scommessa”.

Per moltiplicarsi e alterare il sistema la speculazione ha bisogno di una continua fornitura di credito che possa giustificarla, perché così continui a creare moneta che crea ulteriori acquisti e “giustifica” la speculazione. Tra l’altro in momenti di incertezza gli acquisti tendono a concentrarsi, e creare credito alla dog’s cock è il carburante degli acquisti stessi.

Solo che avendolo scritto due paragrafi sotto ti è sfuggito.

Andrebbe anche detto che il problema della speculazione si trasmette al resto del sistema perché condivide la piattaforma di scambi con chi usa il bene o il derivato a fini reali. Non è la scommessa che viene persa che sta creando problemi (e qui dimostri che oltre a leggere quel che ti pare, ti manca qualcosa) bensì che le scommesse vengono “verificate” proprio dalla crescita di offerta di moneta centralmente gestita che crea domanda sullo strumento in esame; tra l’altro ora si ha pure che per salvare i poveri indebitati (privati e aziende di cui per lo più banche, con la scusa che così si salvano i privati indebitati, che è quello che dice il movimento LaRouche) si mettono in giro altri soldi, e chi ha sbagliato scommessa non rimette praticamente nulla, solo che si tratta di nuova liquidità aggiuntiva a parità di produzione, e da qualche parte andrà… ma a te sta certo bene viste le posizioni che sostieni (dimenticando la balena MONETA).

Però non si può ogni volta ripetere i passaggini logici e mettere i link sul testo perché qualcuno legge solo quel che gli fa comodo per far polemica!

ASINIO POLLIONE 29 Luglio 2008 , 18:15

ho scoperto l’ arcano

visto che c’ è inflazione di moneta nel settore finanziario e scarsità di questa nel settore beni reali……basterebbe spostare la moneta dalla finanza al settore reale …ciò darebbe quel colpo di frusta che industrie e commerci attendono ormai con poche speranze ….eventuali aumenti di interesse sarebbero più che compensati da una inflazone dei prezzi dei beni industriali e facilmente sopportata dalle aziende

trattasi quindi di decisioni politiche da prendere in termini di sgravi a famiglie ed imprese e tasse di tutte le specie su banche, società finanziarie, assicurazioni e depositi elevati non destinati al consumo o all’ invertimento immobiliare, ma all’ investimento finanziario (escluderei solo i titoli emessi direttamente da imprese industriali e commerciali

risolti i problemi,,,

Leonardo Daverio Patrizi 29 Luglio 2008 , 18:42

Pollione, basterebbe smettere di stampare moneta e lasciar fallire chi se lo merita.

ASINIO POLLIONE 29 Luglio 2008 , 19:00

le banche

gregorj 29 Luglio 2008 , 21:28

eh, quello intende Leo

Leonardo Daverio Patrizi 30 Luglio 2008 , 08:06

Sì anche se va contro il mio interesse, come tu ben sai

Claudio 30 Luglio 2008 , 18:40

Caro Leonardo,

Pollione ha ragione quando dice che si tratta di decisione politica. Si tratta della scelta tra il salvare il sistema speculativo ed il salvare l’economia reale.

Ma tutto ciò sarebbe contro il libero mercato, poichè prevede una decisione di tipo politico sovraordinata alla magica mano invisibile del mercato.

La tua tesi Leonardo, per cui basterebbe smettere di stampare moneta è una tesi che non tiene conto delle dinamiche reali dell’economia. La crisi di credito che ne deriverebbe, caro Leonardo, non porterebbe al fallimento dei soli operatori finanziari, ma all’arresto dei commerci, delle produzioni, del welfare.

Ma forse il rancore provocato da approcci del tipo “vi sta bene così imparate!” conta più della vita della gente.

Se il “vi sta bene così imparate!” che deriverebbe da uno stop rivolto al creditore di ultima istanza (ma tutta la fase precedente che non aveva bisogno del creditore di ultima istanza, ma soltano di creare nuovi valori finanziari su settori produttivi, tipo cartolarizzazioni, dove le mettiamo?) va a colpire gli speculatori - e tutti siamo felici e contenti - ribadisco però che va a colpire pure l’economia reale e la vita della gente.

E’ per questo per esempio che l’iniziativa di LaRouche dell’Home owners and bank protection act, non si limitava a soluzioni sintetiche tipo lo stop all’emissione monetaria - non è un gioco di ruolo sai? Si tratta della vita della gente se uno ci pensa bene - quanto piuttosto a distinguere tra quelle attività bancarie puramente speculative utili soltanto a tenere in piedi la bolla, e quelle invece utili a produzioni, commerci, pensioni, sanità, ecc. (economia reale in una parola).

Dunque, ti sei spiegato eccome!, ma ciò che spieghi non è frutto di un’elaborazione politica, di arte di governo in funzione del bene comune, ma è cinica teoria considerabile al pari di una partita di Magic o di un videogame. Si potrebbe dire che sviluppi contabilità monetarista e non un pensiero economico il cui fine non è far tornare la dottrina che si è deciso di sposare, ma l’essere funzionale al miglioramento fisico e morale della vita della gente.

Dunque è piuttosto inutile ripetere elucubrazioni frutto di un sintetico cinismo. Te lo ripeto, si parla della vita della gente quando si parla di economia e non di sistemi teorici tutti fallaci per natura.

Il sistema rooseveltiano era un non-sistema; il Sistema americano di economia politica era ed è un non-sistema; è per questo che apparivano improvvisati. Colui che analizza con i vincoli mentali dati dall’ideologia sposata - liberismo come socialismo - scambia per approssimazione ciò che invece è adattamento alle reali esigenze funzionali a ciò che chiamiamo “bene comune”.

Dunque, non posso comprendere il tuo puzzle statico e lineare, perchè la realtà è dinamica e circolare.

Usando le tue parole:”Però non si può ogni volta ripetere i passaggini logici e mettere i link sul testo perché qualcuno legge solo quel che gli fa comodo per far polemica!”

Quando finiscono gli argomenti si dà all’altro del socialista oppure lo si accusa di voler far polemica. Brunetta fece uguale una volta (lui però utilizzò il temine “comuista!”).

L’economia non è l’ideologia del “libero” mercato o del profitto o dell’egualitarismo come unico fine, quanto piuttosto l’arte di far beneficiare tutta la famiglia umana dell’aumentata capacità relazionale dell’uomo con la biosfera.

Saluti.

Claudio

Leonardo Daverio Patrizi 31 Luglio 2008 , 09:09

Tu confondi fatti con valori, quindi non serve più discutere.

Dico solo che la soluzione per i mutui di LaRouche è solo un ottimo modo di far pagare a chi ha avuto cura del proprio bilancio familiare le sciocchezze che hanno fatto altri mutuatari nonché le banche, e questo perché in orgine c’era una volontà politica (e non economica) di dare credito a chiunque a prezzi politici. Appunto, un giudizio di valore, per cui chi ha fatto il passo più lungo della gamba vale più di chi è stato oculato. La soluzione di LaRouche inoltre crea ampi margini di discrezionalità statale su quali banche debbano permanere (altro giudizio politico), e il sistema dei “canoni di affitto per garantire ulteriori crediti” che è da LaRouche previsto è semplicemente lo stesso schema delle cartolarizzazioni e dell’inondazione di credito che già le Banche Centrali hanno realizzato.

Se questa è la capacità relazionale dell’uomo con la biosfera, è un miracolo che non siamo conciati come Marte.

‘night

Leonardo Daverio Patrizi 31 Luglio 2008 , 09:11

http://ideashaveconsequences.o.....sempre/leo

Claudio 31 Luglio 2008 , 16:21

Caro Leonardo,

in effetti la visione che un uomo deve proporre aggancia sempre fatti con valori. Altrimenti viene chiamato “bestia” o “animale”.

E’ frutto di grande inconsapevolezza il credere di parlare di fatti senza che questi poggano su basi valoriali.

Si pensi alla legge della domanda e dell’offerta. Non ha questa una base valoriale? Certo che la ha. In ultima analisi, è il profitto, l’utilità, la sua base valoriale. Non basta infatti una semplice domanda di beni, perchè corrispondentemente vi sia un’offerta. Si pensi alla domanda di cibo o di medicinali che si ha in molte zone della terra. Nessuno si impegna per soddisfare quella domanda (non c’è dunque offerta), per il semplice motivo che quella domanda manca di redditi considerati sufficienti a soddisfare l’appetito profittuale dell’offerente.

Ora, che legittimità può essere riconosciuta a quella che è considerata dai liberisti la legge fondamentale delle dinamiche economiche, ossia la legge della domanda e dell’offerta, se essa è incapace di soddisfare i bisogni essenziali di gran parte dell’umanità? Nessuna ovviamente! A meno che però, non si introduca delle sovrastrutture di tipo morale (o meglio amorale), alla Mandeville (La favola delle api), alla Smith (Teoria dei sentimenti morali), o alla Malthus (Saggio sul principio della popolazione). La “grandiosità” di questi pensatori infatti è stata quella di avere introdotto nelle loro elaborazioni teoriche, delle scappatoie capaci di mettere radici in animi deboli (molti, nel nostro tempo, ovviamente) e capici di inserire una valvola di sfogo a teorie economiche che altrimenti crollavano su sè stesse.

Se ci si riflette la stessa cosa si è notata in questa discussione di oltre 50 interventi.

Per esempio:

1 - un liberista interviene mettendo alla berlina Franklin Roosevet, definendolo come “il presidente che ha causato più disoccupati nella storia degli USA”, per poi dover constatare di aver fatto della pura disinformazione.

2 - tu Leonardo intervieni dicendo che la speculazine è un finto problema, per poi però dover prendere atto, con tanto di cifre riportateti, che la speculazione può essere negata solo facendo ricorso ai sofismi concessi dalle definizioni formali (tipo la natura assicurativa, a garanzia, dei derivati), ma non concessi dalla realtà delle dinamiche economiche.

Ecco che però tu, probabilmente buon lettore delle opere dei su citati autori empiristi, hai adottato, restando però sul livello immediatamente inferiore, la loro tecnica: sei sceso sul livello valoriale suggerendo una ricostruzione dicotomica tra fatti e valori.

Questa obiezione però, i nostri empiristi, compresero che non aveva senso, e dunque la superarono, nell’intento di renderla funzionale agli imperi che rappresentevano e di cui erano funzionari ed azionisti (Malthus e Smith con tanto di cariche nella Compagnia britannica delle Indie orientali). Essi superarono questa obiezione, dicendo in sostanza che non spetta all’uomo ma a Dio solo prendersi cura dei più deboli - i tanto bravi calvinisti che Martin Luther King metteva all’indice! La morale centra con l’economia, ma il profitto può essere l’unica legge “morale” che può guidare gli uomini; la compassione che venga lasciata a Dio! Questo era il loro depravato messaggio.

Circa quel tuo articolo sulla Homeowners and banck protection act di LaRouche, avevo letto le tue considerazioni. Mi ero ripromesso di intervenire, ma il susseguirsi di lacune che vi avevo intravisto mi aveva fatto rimandare quello che promette d’essere una grossa fatica.

Saluti.

Claudio

9 luglio 2008

La bufera intercettazioni-giustizia è stata “provocata” da Tremonti

Il conflittuale scenario politico che in Italia va delineandosi, dopo “due giorni e mezzo” di dialogo tra maggioranza ed opposizione, è lo scontato risultato a cui l’oligarchia è riuscita a pervenire sfruttando l’ingenuità della maggioranza dei politici. Questi non comprendono la vera battaglia che si sta giocando nel dietro le quinte. La battaglia che in questo momento si va giocando, straordinaria per la centralità del tema trattato, è quella tra speculazione e produzione, tra speculazione e lavoro, tra liberismo e dirigismo, tra George Soros e Franklin Delano Roosevelt, tra oligarchia e repubblica.
Con il tipico schema di guerra asimmetrica, con attacchi pluridirezionali, si è costruita la testa di ponte che dalla terra del dialogo tra le parti in campo ha riportato alla terra del divide et impera.

L’alleanza trasversale sul tema della riforma del sistema finanziario internazionale che stava abbozzandosi da Tremonti a D’Alema, con il coinvolgimento di altri importanti leader europei, rappresenta il pericolo più grosso che l’oligarchia finanziaria sta correndo. Questo nemico, che nello specifico il ministro Tremonti tenta di mettere all’indice della sua politica economica parlando continuamente di “Nuova Bretton Woods”, di “sacrifici per banchieri e petrolieri”, di “speculazione come peste del 21esimo secolo”, invero, pur rappresentando il problema principale per un’economia mondiale che abbia come obbiettivo lo sviluppo economico e morale dell’umanità, ha rialzato la testa non oggi, ma in modo progressivamente più osceno, con il venir meno degli approcci rooseveltiani all’economia, che possiamo segnare con la data del 15 agosto 1971, ossia con l’abbandono degli accordi di Bretton Woods deciso di Richard Nixon.

A tentare di dare man forte a questa fazione – che come ben si comprenderà stravolge il sintetico schematismo destra-sinistra proponendo invece quello reale “repubblicani contro oligarchici” – vi è stato anche Benedetto XVI con il suo atto di accusa nei confronti della speculazione alla vigilia dell’incontro del G8 in Giappone.

Tutto ciò potrebbe rappresentare il pilastro fondante di una nuova stagione politica dove dall’austerity per la popolazione si passa alla lotta contro i fenomeni speculativi oramai imperanti sull’intera economia reale.

Per comprendere la portata di tale problema si deve tenere conto che il fenomeno della globalizzazione è rappresentato per oltre il 90% da transazioni puramente finanziarie e che il livello degli aggregati finanziari supera di almeno dieci volte il prodotto interno lordo mondiale (come dire che la ricchezza reale è sopravvalutata di almeno il 1000%!). Parlare di economia, produzione, mercati, pil, debito pubblico, ecc. senza tenere conto del mostro rappresentato dagli aggregati finanziari di radice speculativa, è come voler parlare dei pesci senza affrontare il tema del mare.

Probabilmente l’interpretazione inizialmente data dai poteri oligarchici alle ripetute affermazioni pre-elettorali di Giulio Tremonti circa la necessità di una Nuova Bretton Woods, è stata quella che l’oligarchia finanziaria inizialmente dette delle affermazioni, fin dal discorso inaugurale del 4 marzo 1933, di Franklin Delano Roosevelt: pura demagogia. La storia dimostrò allora che FDR faceva sul serio. FDR prima di essere stato decisivo per la sconfitta dei nazi-fascismi fu decisivo per imbrigliare le mani ai burattinai della grande finanza. Il ministro Tremonti, pur non avendo ancora maturato il coraggio che fu del grande presidente americano, sta tentando anch’egli di voler fare sul serio. In ogni sede, dal G8, alle sedi europei, alle sedi televisive, centra il proprio discorso politico-economico su quello che è il vero e primario problema dell’attuale economia mondiale, così come denunciato da quasi quarant’anni dall’economista e statista americano Lyndon LaRouche, la speculazione finanziaria. Fare della politica economica senza rinfilare nella sua sudicia tana l’oligarchia finanziaria è come pretendere che la gente partecipi ad una lunga maratona con un elefante sulle spalle. La soluzione a ciò non passa certo per le istituzioni finanziarie come vorrebbe Mario Draghi, quanto per accordi fra Governi sovrani.

Nel momento in cui Tremonti trova il coraggio per denunciare quello che è il vero problema dell’economia mondiale, il Governo italiano prende decisioni in favore del nucleare, mostra decisionismo sulla difficilissima questione dei rifiuti urbani, e su tutto ciò sorge un promettente dialogo con l’opposizione, ecco che colui che rappresenta nell’immaginario della maggioranza degli italiani l’artefice di questo processo, il Presidente del Consiglio Berlusconi, con perfetto timing egli diviene vittima di compromettenti intercettazioni e le pagine dei giornali cominciano ad occuparsi della sola questione giustizia; tra una valanga di provvedimenti governativi e parlamentari adottati dall’insediamento del nuovo Governo, tra energia, economia, infrastrutture, pubblica amministrazione, trasporti, le prime pagine dei giornali sono riempite da questioni inerenti la sola giustizia.

La solita operazione di guerra asimmetrica che un decennio fa colpì Bill Clinton, quando dopo aver esternato l’intenzione di lavorare per la riforma del sistema finanziario internazionale, si ritrovò sparato in faccia il caso Lewinsky.

Adesso, con una serie di attacchi a grappolo, il Governo si trova istituzionalmente solo, dall’Europa alla Magistratura, alla Presidenza della Repubblica, tutti occupati ad osservare le questioni di carattere giudiziario; nel frattempo però il consenso popolare intorno al nuovo Governo è in deciso aumento, mentre l’opposizione perde consensi.

Il rischio è una guerra fratricida dove a spuntarla saranno i soliti interessi finanziari.

Nel contesto internazionale, l’ultimo prodotto legislativo dell’oligarchia finanziaria, il Trattato di Lisbona, perde sempre più consensi: dopo l’Irlanda pure la Polonia dice no, la Repubblica Ceca è sorniona, il dibattito parlamentare in Italia si caratterizza per prese di posizione impensabili fino ad un mese fa, il Presidente della Repubblica tedesca Horst Koehler attende le decisioni della Corte costituzionale tedesca in merito ai ricorsi pendenti contro il trattato; il programma liberista del WTO alla conferenza della FAO a Roma salta grazie al no dei paesi economicamente più deboli guidati dall’Argentina; i governi, a cominciare dal Congresso USA, cominciano a fare pressioni affinché vengano prese misure contro la speculazione.

All’interno di questo scenario possono avere un ruolo determinante coloro che Franklin Roosevelt prima e le costituzioni novecentesche poi, fecero perno della loro azione: i lavoratori. In primis costoro, in quanto toccano con mano come la globalizzazione liberista tutta speculazione “e chi se ne frega della produzione”, trasformi il risultato del loro sacrificio quotidiano: carta straccia con cui ci si riesce a fare ben poco.

I media dipendono dall’oligarchia finanziaria; la stragrande maggioranza dei politici dipendono dai media. L’unico modo per far ripartire il processo giudiziario contro l’oligarchia finanziaria ed i suoi giochini speculativi, è che la gente apra gli occhi, si riappropri del proprio destino, e si schieri a favore di coloro che dimostrano di voler portare avanti questa battaglia.

In concreto, vi è la necessità che venga organizzata un’azione di massa che si contrapponga al lavaggio del cervello tentato dai media, ed in cui stanno cadendo gli ingenui. Chi comprende questo scenario ed ha a cuore il proprio destino e quello dell’umanità intera, può mettersi in gioco: leaders politici e sindacali, associazioni, semplici cittadini; la pietra angolare per il ritorno ad una politica dedita al perseguimento del bene comune resta sempre la stessa: diffondere la verità.

27 maggio 2008

Giavazzi: una cattedra senza merito

Replica a Il liberismo e la speranza di F. Giavazzi

Nel suo articolo Il liberismo e la speranza, ad evidente critica del testo di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Francesco Giavazzi debutta sottolineando che da circa quindici anni egli si batte, dalle pagine del Corriere della Sera, “per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo”. Senza che con ciò se ne voglia dare tutta la colpa a Giavazzi, l’obiezione immediata che può sorgere a tale proposito, è che probabilmente non è un caso che da un quindicennio l’Italia abbia ridotto di circa un 70% la crescita della sua produzione industriale (da una media di +1,5% ad una media di +0,5%), la media degli stipendi ha visto dimezzare la sua capacità d’acquisto reale sui generi di prima necessità, il debito pubblico ha continuato inesorabilmente a crescere, interi settori produttivi si sono concentrati nelle mani di ristretti oligopoli privati. In questo quindicennio infatti le ricette liberiste di cui Giavazzi è fautore hanno purtroppo trovato applicazione: dismissione dell’industria pubblica nazionale, in particolare nel periodo 1992-2000, sotto la direzione di Mario Draghi[1]; taglio della spesa sociale per previdenza ed assistenza, giustizia, istruzione, sanità, gestione del territorio; liberalizzazione del commercio.

1 - Dice Giavazzi che “la globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà”. Se Giavazzi si riferisce a Cina ed India, non è la delocalizzazione che ha trasformato quelle economie, ma gli investimenti ad alto tasso di capitale e di tecnologia. In Messico e Bangladesh, infatti, nonostante l’arrivo della globalizzazione, di benefici non se ne sono visti.

2 - Giavazzi vede gli Stati Uniti come “inciampati in un paio di infortuni”. Il debito pubblico è alle stelle, le famiglie americane sono indebitate fino al collo, il tessuto infrastrutturale statunitense è carente ed obsoleto[2], è scoppiata la bolla immobiliare, l’indice Nasdaq ha dimezzato il proprio valore. Questi sarebbero un paio di infortuni?

3 - Giavazzi poi parla delle banche centrali come di organismi statuali. Dal punto di vista meramente formale ha ragione, ma di fatto si tratta di consorzi di banche private che eleggono un proprio governatore, e con il cui direttivo determinano l’intera economia mondiale (fatte poche eccezioni).

4 - Il liberista Giavazzi ad un certo punto della sua apologia accenna al miracolo economico degli anni ’50 e degli anni ’60. Il boom economico di quegli anni non fu il frutto di politiche liberiste, quanto piuttosto di politiche dirigiste. Lo Stato italiano grazie ai finanziamenti ottenuti con il Piano Marshall diresse la ricostruzione infrastrutturale ed industriale. Si creava allora una spina dorsale su cui il tessuto imprenditoriale privato potesse sviluppare. Lo sviluppo di nuove cognizioni tecnologico-scientifiche nel campo dell’ingegneria civile, dell’elettronica, della chimica, dell’aeronautica, e la loro applicazione di massa, lanciò quel miracolo economico. Il “Piano case”, la riforma agraria e quella tributaria furono ulteriore applicazione di quel dirigismo economico che la nostra Costituzione chiede alla Repubblica, sulla scorta del Sistema americano di economia politica come definito da Alexander Hamilton e come perfettamente applicato da Franklin Delano Roosevelt.

5 – Giavazzi poi accenna all’Argentina. Esatto! Quell’Argentina che le istituzioni del consesso liberista internazionale definivano “modello di ortodossia economica”; quell’Argentina che accoglie le ricette liberiste dell’apertura indiscriminata del mercato dei capitali, delle politiche di liberalizzazione e di privatizzazione, che tutto di un tratto crolla su sé stessa.

«E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!» (Giorgio La Pira al Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, Danilo De Micheli, 1954)

Claudio Giudici



[2] A titolo di esempio, circa il 25% dei 590.750 ponti degli Stati Uniti sono stati catalogati come “strutturalmente carenti e funzionalmente obsoleti” dalla American Society of Civil Engineers (ASCE) in un rapporto del 2 agosto 2005.

28 aprile 2008

Wwf, Wto, Gore: come bloccare lo sviluppo

Ribaltare la politica dei biocarburanti di Al Gore

Il 14 aprile Lyndon LaRouche ha formulato una serie di proposte politiche per affrontare la grave minaccia della fame nel mondo, dovuta all’iperinflazione dei prezzi e agli ostacoli alla produzione:

* Ogni nazione deve avere il diritto di difendersi dalla fame, contrariamente ai diktat liberisti e genocidi imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale. Questo comprende il diritto a stabilire il controllo sulle esportazioni, accordi da stato a stato, e ogni misura di regolazione dei prezzi che risulterà necessaria per garantire il nutrimento adeguato alla popolazione.

* Deve costituirsi un’alleanza di nazioni per adottare misure volte ad aumentare la produzione alimentare e metterla a disposizione delle nazioni più direttamente colpite.

* La politica dei biocarburanti promossa dall’agente britannico Al Gore dev’essere immediatamente ribaltata. E’ una politica che sta letteralmente strappando il pane di bocca a milioni di poveri devolvendo il 12 percento del raccolto mondiale di mais, e un’alta percentuale di quello di grano, alla produzione di biocarburanti che non solo sono inerentemente anti-economici ma anche uno spreco. Una politica del genere, che è solo l’ultima espressione della filosofia liberista nata in seno alla Compagnia delle Indie orientali britannica, produce inevitabilmente stermini di massa.

LaRouche in Messico: combattere il WWF e la WTO

In un discorso a Monterrey lo scorso 18 aprile, l’economista Lyndon LaRouche ha esortato la popolazione messicana ad unirsi alla lotta internazionale contro la scarsità di cibo, che è stata creata dal sistema del liberismo britannico. Ora che la crisi è esplosa, le nazioni stanno già abbandonando l’organizzazione per il commercio mondiale (WTO), il principale veicolo responsabile di questo disastro.

LaRouche ha parlato a diverse centinaia di studenti dell’Istituto per gli Studi Tecnologici Superiori (ITESM), ospite di due associazioni studentesche. Nei due giorni precedenti, LaRouche ha partecipato a due trasmissioni radiofoniche ed ha incontrato una commissione dello stato di Sonora impegnata a promuovere grandi infrastrutture idrauliche per combattere la siccità nella regione, che potrebbe essere trasformata facilmente in un grande polmone agricolo.

Il tema dell’acqua è stato al centro dei numerosi incontri di LaRouche, anche perché è l’unica prospettiva per un rientro ordinato di migliaia di messicani espatriati in cerca di lavoro negli USA.

L’opposizione ai progetti idraulici è guidata dal WWF, che conduce una crociata per "preservare la terra", ad uso e consumo di ambienti oligarchici che se ne arrogano il possesso. Questo comporta non solo il "controllo" dello sviluppo demografico ed economico, ma politiche sostanzialmente miranti a diffondere guerre e carestie.

Cinicamente, il WWF ha lanciato un programma chiamato "adotta un vampiro", nella pagina Gift Center del suo sito. Si tratta di un pipistrello che succhia sangue alle proprie vittime, ed al tempo stesso secerne un anti-coagulante che fa scorrere meglio il sangue che esce. C’è una metafora migliore del liberismo che si avvale dell’ideologia ecologista?

La guerra del WWF contro lo sviluppo

Sul sito www.worldwildlife.org, sotto "Where We Work", c’è una cartina del mondo che riporta le 19 aree prioritarie in cui il WWF si ripromette di ridurre o di escludere in blocco l’attività umana in nome della "conservazione ambientale".

Si legge: "Questi 19 luoghi spettacolari comprendono le foreste tropicali più grandi e intatte, i sistemi più diversi di acqua dolce, le barriere coralline più variegate, i deserti biologicamente più significativi e le zone di pesca più produttive".

Non sorprenderà che queste sono le regioni in cui il movimento di LaRouche propone dei grandi progetti di sviluppo. Un esempio è il bacino dello Yangtze, su cui è sorta la diga delle Tre Gole, che impedisce alluvioni disastrose e porta l’acqua verso nord. Il WWF ammette che il sistema dello Yangtze fornisce l’acqua ad un terzo dei cinesi, ma sostiene comunque di volerlo sotto la sua "tutela".

Tra le altre zone c’è lo stretto di Bering, dove dovrebbe sorgere un tunnel di collegamento intercontinentale. Nel golfo del Messico ci si ripromette di limitare la pesca, in una zona da cui proviene il 60% del pescato messicano. Inoltre si prevede di bloccare il Piano idraulico del Nordovest in Messico, che porta la sigla PLHINO,

che consentirebbe il raddoppio della produzione cerealicola del paese.

Ma il grosso delle "riserve" il WWF se le vuole costruire in Africa: il bacino centrale del Congo, il deserto della Namibia, e la costa orientale con tutto il Madagascar.

In Asia il WWF ha messo gli occhi sul Fiume Amur, sul quale si ripromette di non far costruire nemmeno una diga lungo i 4300 chilometri del suo percorso. Lo stop alle dighe e al trasporto fluviale vale inoltre per tutto il Mekong che dal Tibet arriva fino al Laos, Myanmar, Tailandia, Cambogia e Vietnam.

Abolire la WTO per sfamare il mondo

Tredici anni fa, nel 1995, 10 anni di discussioni sulle riforme dell’agricoltura in chiave liberista, condotte sotto l’egida dei GATT, sfociarono nella creazione della World Trade Organization (WTO). La politica seguita, com’era prevedibile, ha condotto all’attuale gravissima crisi alimentare. La WTO dev’essere abolita. E stata fin dall’inizio un meccanismo perverso, ma i governi mondiali sono stati minacciati, ricattati e corrotti perché l’approvassero, sotto la sapiente regia di ambienti impegnati a sovvertire le nazioni e ad a fomentare la riduzione demografica.

La regola di fondo della WTO è semplice: con il pretesto di favorire "il libero commercio e l’accesso ai mercati mondiali", alle nazioni è proibito mantenere proprie riserve alimentari, garantirsi l’autosufficienza alimentare, garantire l’esistenza alle attività agricole proprie e applicare dazi alle importazioni. La cosa è poi decisamente degenerata nella follia dei biocarburanti inscenata da Al Gore insieme alla campagna per "salvare il pianeta". Il relatore speciale dell’ONU Jean Ziegler ha perfettamente ragione quando afferma che usare il cibo come carburante è un crimine contro l’umanità.

Per comprendere meglio i crimini della WTO basta rifarsi alle epoche e ai luoghi in cui la produzione agro-industriale è stata dirigisticamente promossa: dalle misure contro la depressione negli Stati Uniti degli anni Trenta, alla ripresa agricola europea del dopoguerra, al programma per l’autosufficienza alimentare dell’India, varato non appena il paese ottenne l’indipendenza dall’Impero Britannico.

Nei decenni successivi però si cominciò a perdere il passo riducendo i livelli di prodotti alimentari disponibili. Dall’inizio degli anni Settanta si sono affermati i cartelli dell’oligarchia anglo-olandese che hanno sempre più egemonizzato il settore alimentare. Si susseguirono campagne, e furono create apposite organizzazioni, per imporre l’idea secondo cui la fame nel mondo è qualcosa di inevitabile, proprio in barba ai concreti successi ottenuti nei periodi precedenti. Regioni agricole molto produttive furono ridotte all’abbandono nelle Americhe, in Europa e Australia.

Oggi un settimo della popolazione mondiale non ha il cibo sufficiente per sopravvivere. Da 20 anni la produzione di grani di vari tipi (riso, grano, mais, ecc.) continua a ridursi senza essere compensata da altri alimenti base. In 12 degli ultimi venti anni la produzione è stata inferiore al consumo complessivo. Le riserve continuano a ridursi paurosamente e quest’anno dovrebbero toccare il minimo degli ultimi 25 anni.

Personalità internazionali, tra cui esponenti della FAO e dell’ONU, si rendono conto che l’incapacità di risolvere l’attuale crisi mondiale è un crimine contro l’umanità. Non riescono però ad affrontare il problema dell’influsso che l’apparato liberista britannico esercita a livello sistemico (il tema è approfondito in un servizio della rivista Executive Intelligence Review del 25 aprile, pubblicato in anteprima qui http://www.larouchepac.com/news/2008/04/12/british-genocidal-food-policy.html).

L’EIR propone un "Maglev lombardo" per Milano Expo

Il 18 aprile Andrew Spannaus dell’EIR è stato invitato a presentare un’analisi delle prospettive politiche ed economiche degli Stati Uniti nel prossimo periodo all’assemblea annuale del Consorzio Brescia Export. Il Consorzio, di cui è presidente il Dott. Sandro Bonomi, raggruppa piccole e media imprese di vari settori, dalla meccanica e la mettalurgia al settore alimentare. Spannaus aveva già parlato allo stesso Consorzio nell’aprile 2000, quando la bolla della cosiddetta New Economy aveva raggiunto il suo picco. In quell’occasione il rappresentante dell’EIR aveva avvertito che la bolla sarebbe scoppiata, e che serviva la Nuova Bretton Woods proposta da Lyndon LaRouche. Questa volta, Spannaus ha salutato la fine della bolla successiva, quella dei mutui subprime, spiegando che siamo alla fine del processo che ha generato queste bolle, e urge più che mai prendere misure rooseveltiane per salvare l’economia. Questo è il vero punto centrale della campagna elettorale americana, dove le beghe sulle gaffe verbali e altri aspetti secondari vengono alimentate dai mass media per offuscare la discussione più importante: come una prossima amministrazione democratica dovrà intervenire per porre fine alla politica di globalizzazione finanziaria degli ultimi decenni, e instaurare un nuovo processo di cooperazione tra le principali potenziali mondiali.

Concludendo il suo intervento, Spannaus ha proposto un nuovo grande progetto che potrebbe iniziare una rivoluzione infrastrutturale in Lombardia, per poi essere estesa al resto d’Italia: la costruzione di una linea veloce utilizzando il treno a levitazione magnetica (Maglev) che collegherebbe l’aeroporto di Malpensa con Milano, Bergamo e Brescia. L’assegnazione dell’Expo 2015 a Milano rappresenta l’occasione perfetta per coalizzarsi intorno ad un progetto che potrebbe marcare un cambiamento dell’attuale trend che vede scomparire l’industria a favore dei servizi e delle attività commerciali. Milano, piuttosto che accelerare la sua trasformazione verso la meta della città ‘post-industriale’ con i progetti edilizi a favore della moda e del design, potrebbe diventare la punta dell’alta tecnologia in Europa, un continente in cui nessuno ha avuto il coraggio di costruire una tecnologia che i cinesi utilizzano già a Shangai. Il tratto Malpensa-Bergamo-Brescia potrebbe essere la testa di ponte di una linea Maglev che, in un futuro prossimo, potrebbe estendersi a Torino e Venezia e lungo tutto il corridoio 5 Lisbona-Kiev.

L’agenda del nuovo governo italiano

La maggioranza uscita dalle urne ha un’occasione unica per mettere in moto delle riforme, ma non quelle invocate dal Financial Times e dalle sue grancasse italiane, bensì quelle conformi alla ricetta "larouchiana": credito pubblico per infrastrutture, congelamento dei mutui, innalzamento di una "muraglia" tra le banche e gli

hedge funds, protezione dell’industria e iniziativa internazionale per una Nuova Bretton Woods. Questa ricetta corrisponde grosso modo alle intenzioni espresse da Giulio Tremonti nella campagna elettorale, anche se sulla "muraglia" il ministro dell’Economia in pectore non si è ancora espresso. I primi cento giorni, come si sa, sono cruciali per lo stato di grazia tra il governo e l’elettorato. Nel passato, tutti i governi, indistintamente, hanno sprecato questa opportunità dedicandosi generalmente a propiziare i "poteri forti", stringendo compromessi che inevitabilmente ne castravano la potenzialità di agire per il bene comune. Stavolta, si può contare sul vasto sostegno riscosso da Tremonti per le sue idee anti-mercatiste nella campagna elettorale, per rompere con la tradizione. Roosevelt varò i principali decreti del New Deal durante i primi cento giorni, e capovolse la situazione economica. O il governo italiano farà lo stesso, o sarà l’Italia a capovolgersi.

L’esordio post-elettorale di Tremonti a Parigi, ad un convegno dell’Aspen Institute Italia intitolato "Europa, USA, disordine globale e nuova Bretton Woods", è promettente ma non sufficiente. Tremonti ha stracciato il piano del Global Financial Stability Forum, definendolo "un’aspirina per un malato grave", e ha chiesto di stabilire se i salvataggi delle banche e gli interventi delle banche centrali che acquistano la "monnezza" dando in cambio buoni del tesoro siano "aiuti di stato". Tremonti ha rilanciato la sua idea di "eurobonds" per finanziare le grandi infrastrutture. Un’idea interessante, che si basa sul principio del credito pubblico hamiltoniano, ma che non funzionerà perché un governo europeo e un bilancio europeo non esistono. Se però Tremonti sta costruendo delle sponde per rilanciare la nuova Bretton Woods, allora l’iniziativa può avere una sua utilità.

Resistenza africana contro la ricolonizzazione britannica

In Africa si sta formando una resistenza contro la manovra britannica per ricolonizzare il continente, in particolare prendendo di mira i presidenti del Sud Africa Thabo Mbeki e dello Zimbabwe Robert Mugabe. Per gli inglesi sopraffare lo Zimbabwe rappresenta una prova di forza: tutte le nazioni africane dovrebbero a quel punto capire che è inutile resistere alla richieste di deregolamentare le proprie economie. Se ci provano finiranno sotto lo schiacciasassi degli attacchi politici a cui vedono ora sottoposti Mugabe e Mbeki.

I 14 paesi della Comunità di sviluppo sudafricana (SADC), nonostante le pressioni politiche ed economiche a cui li ha sottoposti il premier britannico Gordon Brown, si sono rifiutati di esprimere una denuncia contro lo Zimbabwe e il presidente Mbeki, che la SADC ha designato come mediatore tra il governo dello Zimbabwe e l’opposizione.

Il 16 aprile a New York Mbeki ha snobbato il primo ministro britannico cancellando un incontro in programma proprio prima del vertice del Consiglio di Sicurezza dell’ONU presieduto dallo stesso Mbeki. Al vertice, Mbeki ha rincarato la dose, cancellando la questione dello Zimbabwe dall’ordine del giorno, costringendo di conseguenza Brown ad un intervento estemporaneo per esprimere il livore britannico contro Mugabe, accusato di aver "rubato" le elezioni.

In questo stesso incontro il presidente della Tanzania Jakaya Kikwete, presidente di turno dell’Unione Africana, ha respinto le esplicite pressioni di Brown che aveva appena incontrato privatamente, elogiando gli sforzi della Comunità di sviluppo sudafricana "per garantire il rispetto della volontà del popolo dello Zimbabwe", come ha riferito la Reuters il 16 aprile. A seguito di queste due batoste Brown ha deciso di cancellare la sua conferenza stampa.

Il 18 aprile 15 mila persone hanno celebrato l’indipendenza ad Harare ed il presidente Mugabe ha preso di petto la questione britannica dichiarando: "Oggi sentiamo dire dagli inglesi che qui non c’è democrazia ... Siamo noi, e non gli inglesi, ad aver fondato la democrazia sulla base del principio una persona, un voto ... Attenzione. Occorre vigilare di fronte alle subdole macchinazioni dell’Inghilterra e dei suoi alleati. Ieri comandavano con la forza bruta. Oggi hanno perfezionato le tattiche diventando più sottili, usano il denaro per comprare letteralmente la gente da mettere contro il proprio governo. Qui ci stanno comprando come se fossimo vitelli ... Lo Zimbabwe fu in passato usurpato dagli imperialisti che lo assalirono come rapinatori, ma noi ce lo siamo ripreso e siamo fieri di essere Zimbabwesi e non Rhodesiani, Africani non Britannici. Siamo stati imprigionati e siamo morti per il paese durante la guerra di liberazione ... Non dobbiamo abbandonare i nostri figli abbassando la guardia contro l’imperialismo, l’imperialismo britannico, che sta tramando furtivamente nella nostra società, cercando di dividerci".

Alla storia della politica britannica per un cambio di regime ha fatto riferimento l’ambasciatore dello Zimbabwe negli USA Machivenyika Mapuranga, che il 12 aprile ha partecipato ad una puntata della trasmissione radiofonica LaRouche Show. Egli ha spiegato come Tony Blair, non appena arrivato al potere nel 1997, sospese i finanziamenti alla riforma agraria che era parte dell’accordo di Lancaster House del dicembre 1979 che sancì l’indipendenza del paese dopo 14 anni di lotta per la liberazione. Al governo non restò che provvedere ad una propria politica di riforma agraria. Blair allora parlò apertamente di "cambio di regime", come politica britannica e, attraverso la Westminster Foundation, provvide al finanziamento ed al controllo dell’opposizione, il Movimento per il Cambiamento Democratico. Un’ampia intervista al dott. Mapuranga è pubblicata dalla rivista EIR.

La HBPA di LaRouche

La proposta di una legge speciale per difendere sia i mutuatari che le banche insieme vittime della crisi immobiliare USA, la HBPA, ha racconto il sostegno di altre due amministrazioni municipali: East St. Louis, nell’Illinois, e Birmingham nell’Alabama. A metà aprile salgono così a 85 le amministrazioni comunali che hanno approvato la proposta.

East St. Louis è un distretto di St. Louis duramente colpito dalla povertà, tanto che la sua popolazione è oggi ridotta a 31.500 abitanti dagli 80 mila degli anni Cinquanta.

Birmingham, con 242 mila residenti, è la principale città dell’Alabama. Una famiglia ogni 38 sta perdendo la casa. In passato Birmingham contava 40 mila addetti nell’industria dell’acciaio, ma oggi sono stati licenziati quasi tutti. La contea della città è stata inoltre colpita da una speculazione sui derivati della banca JP Morgan che

ha finito per addossare un fardello di diversi miliardi di dollari di debito sulla schiena delle amministrazioni locali, che ora rischiano il fallimento.

Un articolo dello Scotsman su Hillary

Il 13 aprile, in vista delle decisive primarie democratiche in Pennsylvania del 22 aprile, il Sunday Scotsman ha pubblicato un articolo di Chris Steven in cui si descrive una presunta congiura dei big del partito democratico per eliminare Hillary Clinton dalla corsa alla Casa Bianca.

Lyndon LaRouche ha chiesto immediatamente agli interessati di ammettere o di negare le proprie responsabilità.

Lo Scotsman riferisce che "l’ex presidente Jimmy Carter e Al Gore hanno già avuto incontri ad alto livello per decidere di farle capire di farsi di da parte per il bene dei democratici", e che essi prenderanno iniziative "in sequenza oppure insieme" a sostegno della candidatura di Obama. Inoltre, l’articolo fa capire che "negli alti ranghi dei democratici" si sta considerando una visita di Carter e Gore alla Clinton, sotto "il coordinamento del Congresso", dove la speaker Nancy Pelosi e il capogruppo al Senato Harry Reid hanno fatto appello ai superdelegati di "tenere un congresso informale all’inizio di giugno per nominare un vincitore".

In una prima risposta ad alcune domande che l’organismo politico di LaRouche LPAC ha rivolto all’ex vice presidente Al Gore, la portavoce di questi, Kalee Kreider, ha scritto che è "semplicemente tutto falso". In una e-mail successiva, la Kreider ha aggiunto che Al Gore ha chiesto al quotidiano scozzese di ritrattare l’articolo ed inoltre ha risposto a tutte e sette le domande del LPAC, riferendo che Al Gore e Jimmy Carter non avrebbero discusso una richiesta di farsi da parte alla Clinton. Sul suo sito lo Scotsman riporta: "Il contenuto di questo articolo è contestato dall’ex vicepresidente Al Gore".

Il portavoce di Carter non ha commentato e quello di Harry Reid ha semplicemente detto che il giornalista non sa di che cosa parla, ma poi ha aggiunto: "La proposta del sen. Reid ai superdelegati di prendere una decisione prima possibile dopo il 1 giugno è ufficiale". Nessun commento anche dagli uffici della Pelosi e di Obama.

Un altro cortocircuito per Obama

Il 13 aprile il testimone Stuart Levine ha dichiarato che Obama e sua moglie effettivamente parteciparono, il 3 aprile 2004, al party che l’immobiliarista poi incriminato Rezko aveva offerto a casa sua in onore del miliardario inglese-iracheno Nadhmi Auchi. Obama però ha sempre detto di non ricordare di un incontro diretto con questo losco personaggio, che secondo documenti del Pentagono si sarebbe macchiato di corruzione nei contratti in Iraq successivi all’invasione, ed al quale è stato negato il permesso di entrare negli USA.

Lo scorso gennaio è stato reso noto che il "businessman" che aveva prestato 3,5 milioni di dollari a Rezko era proprio Auchi e di conseguenza Rezko è dovuto tornare dietro le sbarre. Auchi aveva dato un altro credito di 3,5 milioni a Rezko solo tre settimane prima che Obama e signora acquistassero a prezzi stracciati una villa, proprio nello stesso momento in cui la moglie di Rezko acquistava anche lei un terreno adiacente alla loro villa, una parte del quale lei rivendette successivamente al senatore. Ci si chiede di conseguenza se i soldi di Auchi servirono per gli acquisti immobiliari, dato che i Rezko sostengono che a quell’epoca non disponevano di capitali.

Inoltre, la festa in onore di Auchi si tenne in una residenza distante, per cui Obama non può dire di esserci capitato per motivi di "buon vicinato". A proposito dei vuoti di memoria di Obama, il Chicago Sun Times riferiva il 15 aprile che molti giornalisti cominciano ad avere dubbi sulla sua attendibilità "Che cos’è, un problema di Pinocchio? ... o ha una memoria difettosa?".

Da Londra il Sunday Times del 13 aprile tornava sui collegamenti di Obama con Bill Ayers, terrorista dei Weatherman: "Collegamento terroristico espone Obama al tiro". Il Times cita Ayers, che non si pente delle bombe dei Weatherman negli anni Sessanta e Settanta, ma anzi sostiene: "non facemmo abbastanza".

Il controllo del gruppo londinese WPP sulla convention democratica USA

Questa newsletter ha già riferito come le elezioni USA siano orchestrate dal monopolio dell’informazione britannico WPP Group. Adesso il presidente del Partito Democratico Howard Dean ha anche deciso di affidare al WPP Group il sito web del partito democratico durante la Convention che si terrà a Denver per decidere il candidato presidenziale del partito. In questa operazione il WPP opera attraverso la sussidiaria Dewey Square Group, presieduta e fondata da Michael Whouley, lobbista di interessi speculativi privati per i quali ha promosso i trattati liberisti NAFTA e GATT. Nel 2006 il suo gruppo è stato rilevato dal WPP, e da allora Whouley è uno dei principali promotori dei dogmi liberisti di Londra nel Partito Democratico USA.

Inoltre Mark Penn, licenziato il 7 aprile dal vertice dell’organizzazione elettorale della Clinton, è dirigente di Burson-Marsteller, sussidiaria del WPP Group. Attualmente è impegnato in una campagna dietro le quinte a favore della manovra di Microsoft per acquisire Google. Tra i clienti di Penn/Burson spiccano l’impresa di mercenari Blackwater e Countrywide, la finanziaria dei mutui che con le sue condizioni esose ha provocato gran parte dell’ondata di fallimenti privati. La WPP sta consolidando un monopolio sull’informazione in ambedue gli schieramenti elettorali contrapposti.

Anno 17, N. 17 – 24 aprile 2008 EIR Strategic Alert. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione, anche parziale.

23 aprile 2008

Il futuro di una città passa per un nuovo sistema finanziario internazionale

Il nuovo Ministro dell’Economia Giulio Tremonti parla da mesi della crisi finanziaria internazionale prodotta dalla globalizzazione, come processo gestito dalla fantomatica “mano invisibile” del mercato invece che da accordi tra Stati nazionali sovrani. Egli ha sostenuto che è necessario un nuovo sistema monetario internazionale, una Nuova Bretton Woods, così come l’ha denominata l’economista e leader politico americano Lyndon LaRouche.

Si tratta della responsabile presa d’atto del fallimento di un sistema speculativo internazionale che tramite i governi pretende che la gente comune faccia i sacrifici (non gli si possono aumentare gli stipendi, gli si abbassano le pensioni, gli si fa pagare sempre più cara la sanità, l’istruzione, i posteggi, le strade, le tasse) mentre però gli speculatori mettono a schiena china le nazioni. Una storia già vista nel 1929 e che fin dal suo insediamento alla Casa Bianca il grande Presidente Franklin Roosevelt non mancò di denunciare e rovesciare.

La distruzione degli accordi di Bretton Woods che proprio Roosevelt nel 1944 volle, ha voluto dire lasciare al “libero” mercato – che però ha sempre nomi e cognomi! – la regolazione dei rapporti monetari e finanziari secondo logiche di superprofitto. Rilanciare una Nuova Bretton Woods, vuol dire invece far decidere agli Stati i giusti rapporti di cambio tra le monete e le regole finanziarie tra di essi intercorrenti. Non è questa una questione da accademici, ma il vero motivo per cui i prezzi dei generi di prima necessità stanno vorticosamente aumentando.

Il rincaro dei prezzi dei generi alimentari non è conseguenza dell’aumento di voracità delle bocche cinesi, ma di un preciso effetto speculativo provocato dalle politiche monetarie delle banche centrali. Si pensi che dal novembre 2005 al febbraio 2008 il future sul grano è passato da 295$ a 1334$. Il 70% di questo rincaro si è avuto dopo gli “illuminati” interventi delle banche centrali in seguito allo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime del luglio 2007. Sono patetici quei politici che fingono compassione per i più poveri ben sapendo però che la cosa è provocata da precise decisioni degli interessi finanziari a cui dovrebbero opporsi!

Questa iperinflazione trova dunque la sua origine nell’arbitrio del mercato, eppure, le soluzioni che vengono proposte, tipo le liberalizzazioni, hanno all’origine lo stesso vizio.

Chi vive nella vita reale sa cosa vuol dire lasciare al “libero” mercato la gestione delle dinamiche economico-sociali. Si pensi al primo decreto Bersani del ’98 con cui si diceva di voler far sì che ognuno potesse avere sotto casa il negozio di abbigliamento, di elettronica, il fruttivendolo. In conseguenza di quel decreto si tolse l’obbligo del rispetto di spazi di distanza per l’apertura di un esercizio - decida il “libero” mercato dove è più opportuno che si apra un negozio! – ed ecco l’esplodere di centri commerciali che hanno assorbito la clientela che prima era dei piccoli commercianti. I negozi sono andati morendo ed i fondi trasformati in piccoli appartamenti. E la questione per cui tutti potessimo avere sotto casa ogni genere di negozio? E la diminuzione dei prezzi?

Ma si pensi anche al secondo decreto Bersani del 2007 che ha avuto per oggetto, tra gli altri, taxi, farmacie e parrucchieri. A questo proposito, a distanza di neanche 6 mesi dal provvedimento del Comune di Roma per l’aumento del numero di taxi, il candidato sindaco Francesco Rutelli ha affermato: «Abbiamo visto che il meccanismo “più licenze” “tariffe più alte” non è necessariamente quello migliore, rischia di ottenere un doppio effetto negativo».

Liberalizzare potrebbe voler dire eliminare inutili e rallentanti adempimenti burocratici in favore di un maggior sviluppo; ma quando liberalizzare vuol dire far decidere al mercato quelle dinamiche che invece l’ingegno umano può decidere meglio secondo un supremo principio di giustizia, ecco che le liberalizzazioni divengono uno strumento in favore dei più forti.

E si persiste sulla via sbagliata quando si afferma: «Su Alitalia decida il mercato!». Far in ogni caso decidere al mercato, vuol dire far decidere il più forte. La libertà del mercato è legittima solo quando è regolamentata in funzione del bene comune.

Un “libero” mercato lasciato alla dittatura del mercato produce mirabolanti assurdità. Si pensi alle amministrazioni che possono assumere centinaia di vigilini, poiché con le multe che fanno autofinanziano i loro stipendi; invece assunzioni di nuove forze dell’ordine, o il più semplice pieno di benzina delle loro auto, per funzioni socialmente ben più rilevanti come la lotta alla criminalità, sono cose che non possono essere fatte, perché pur essendo un investimento sociale, sono un costo finanziario. Le strade vengono imbottite di costosi autovelox, ma i manti stradali sono tutti poggi e buche. Le banche possono essere salvate da continue immissioni di liquidità, ma alle fabbriche ciò non è concesso; le linee metropolitane devono aspettare. Tutto questo è arbitrio del mercato.

Eppure la nostra Costituzione a questi propositi parla chiaro: centralità del lavoro (artt. 1 e 4), intervento dello Stato nell’economia, retribuzione che in ogni caso deve consentire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore ed alla sua famiglia (art. 36), funzione ed utilità sociale dell’iniziativa economica privata e della proprietà privata (artt. 41 e 42); controllo del credito e tutela del pubblico risparmio (art. 47).

E’ dunque necessario che ogni cittadino che abbia a cuore il proprio presente e futuro e quello dei propri figli, combatta il conformismo dietro cui si cela la dottrina del liberismo, e sostenga il progetto per un nuovo sistema finanziario internazionale, per una Nuova Bretton Woods, così come invocata da Lyndon LaRouche e da Giulio Tremonti.

Claudio Giudici

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