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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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31 gennaio 2007

LIBERALIZZARE LA MENZOGNA - Dichiarazione contro le liberalizzazioni

Voi non avete fatto nessuna liberalizzazione!” dicono a sinistra.

Voi state facendo delle liberalizzazioni di facciata!” dicono a destra.

Dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista, ovviamente passando per i cosiddetti moderati, tutti sono d’accordo sul fatto che le liberalizzazioni siano un “dio buono” a cui inchinarsi ed obbedire.

Ma quando in una fase storica decadente, una issue è dominante – ma questa a dire il vero più che dominante è “opinione unica” – le radici del perché della decadenza sono rintracciabili proprio nei principi che ispirano quella issue.

Le liberalizzazioni sono un sottoprodotto di un processo economico produttivo fondato sul progresso tecnologico-scientifico.

Circa quarant’anni di distruzione dell’economia fisica a tutto vantaggio dell’economia speculativa, sono bastati per fare dimenticare all’attuale stato della scienza come produrre ricchezza. La nostra classe dirigente, ed in generale la società da essa guidata, non ha dunque neanche più la capacità di intendere cosa sia l’economia fisica. Così ci si agita intorno al frutto ma non intorno all’albero. Dell’albero ci si disinteressa o quasi, mentre il frutto, ben più attraente, distrae l’attenzione; questo, viene spostato di punto in punto, senza che però, ovviamente, ad esso derivi arricchimento alcuno, anzi il solo deperimento.

Se la storia dell’economia politica fosse conosciuta dagli uomini politici, questi non potrebbero cadere nella grande mistificazione delle liberalizzazioni. I nostri, infatti, non agiscono perché guidati da un processo cognitivo-creativo, piuttosto ubbidiscono alle agende che di giorno in giorno l’ambiente psicologicamente controllato, rappresentato in modo principale dai mass media, loro impone. Mass media che ovviamente sono tutt’altro che indipendenti, tutt’altro che “funzionari” dediti al Bene Comune.

Il liberalizzatore Ministro Bersani, di cinque anni in cinque anni, alterna vizio a virtù (la virtù è rappresentata dal viaggio-studio fatto con Enrico Letta, per tutta Italia, intorno ai distretti industriali).

L’istanza delle liberalizzazioni è uno dei tipici prodotti che la propaganda riesce a creare ad ampliamento della collezione di mistificazioni che di anno in anno crea. Una menzogna a forza di ripeterla diventa verità, ci dice il Prova a prendermi di Spielberg.

Addirittura – Pecoraro Scanio docet – , nonostante vari ambienti della politica e della cultura abbiano dovuto prendere atto della distruttività delle politiche neo-liberiste, proprio perché riluttanti nei confronti dei processi di ricerca della verità, si spaccia il falso ideologico per cui “una cosa sia il liberismo, un’altra le liberalizzazioni” (!). Le ubriacature dei mondialisti Aldous Huxley, George Orwell e Bertrand Russell profetizzavano: sì sarà no, no sarà sì; the snow is black.

Senza ripercorrere le chiarissime dimostrazioni date dalla storia, in particolare dal 1763 ad oggi, il quinquennio 1996-2001, dove Bersani – probabilmente senza essersi mai cimentato nello studio del sistema americano di economia politica così come sviluppatosi da Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d’America, passando per Henry Charles Carey, Abramo Lincoln, fino a Franklin Delano Roosevelt – si cimentò nel promuovere quel capolavoro proto-oligopolista che fu il d. lgs. 114/98 (decreto Bersani, o legge di riforma del commercio), grazie al quale oggi ci ritroviamo la situazione che qui rappresento.

In seguito ai processi di deindustrializzazione tanto cari all’Ing. De Benedetti, con la corrispondente apertura ai processi speculativi internazionali, rilegittimati a partire dal 15 agosto ’71, dopo gli abomini che portarono alle due guerre mondiali, il reddito medio pro-capite in termini reali è andato sensibilmente scemando, con accelerazioni violentissime durante tutti gli anni ’90. La perdita conseguitane di posti di lavoro altamente produttivi, temperata durante la fase degli anni ’70 ed ’80 con il palliativo del pubblico impiego, e mascherata da tecniche di conteggio della disoccupazione sempre più manifestamente falsificanti (riduzione delle ore di lavoro sufficienti per essere considerati occupati; revisione degli indici per considerare disoccupato volontario, dunque non disoccupato, il disoccupato rassegnato; ecc.), ha creato una moltitudine di disoccupati. Questi disoccupati piuttosto che renderli occupati in un mercato del lavoro, nel suo insieme, sempre più qualificato – ma ciò necessitava del rilancio di una nuova fase industriale ad alta intensità di tecnologia e capitale – si sono riversati nel saturo mercato del lavoro. Si è detto: “La torta è questa, dobbiamo farne fette più piccole, per darne un po’ a tutti!”. Si sarebbe però potuto anche dire: “Questa torta ci condanna tutti alla fame. Per il momento stringiamo i denti per un po’ e facciamone fette più piccole, visto che ci siamo dimenticati di farne altre, ma da adesso dobbiamo cominciare a lavorare per averne una ben più corposa.”

Quello che invece si sta facendo è quello di restringere sempre più questa torta, illudendosi che prima o poi questa, forse, tornerà a crescere. Quando? Quando il libero mercato lo deciderà! Il libero mercato ovviamente non lo deciderà mai. L’uomo necessita di precisi atti di volontà per porre rimedio ai propri problemi. Questa strada, se vuol essere autentica, passa per uno stravolgimento dei principi che ispirano la sua azione, un cambio di paradigma.

Tornando al nostro decreto Bersani del ’98, l’eliminazione dei limiti di spazio tra un esercizio commerciale e l’altro, “per una migliore distribuzione dei prodotti sul territorio” (!) ha fatto sì che un’infinità di negozi di abbigliamento, ristoranti, vinaini, benzinai – per arrivare ad assurdità per cui procedi per chilometri senza benzinai, e poi in un singolo viale ve ne sono decine attaccati l’uno all’altro! Ma il libero mercato non può dirgli dove sia più socialmente utile piazzarsi! – aprissero in modo assolutamente arbitrario finendo con l’agevolare sempre, com’è ovvio che sia in un settore deregolamentato, non il più bravo o addirittura socialmente utile, ma il finanziariamente più forte. Così i piccoli negozi di abbigliamento sono andati via via morendo, a tutto vantaggio delle grandi firme che grazie agli outlet sono ora convenienti anche per il meno abbiente dei cittadini-consumatori; di negozi di sport in mano ad abbienti commercianti, ne potevamo avere 2 nell’arco di 3 chilometri, ed invece, ora ne abbiamo uno gigante in mano a ricchissime catene nell’arco di 10 chilometri. Benvenuto sempre meno esistente cittadino-consumatore! Addio cittadino-lavoratore! Per consumare si deve lavorare, e se il lavoro è mal pagato ed i consumi inflazionati da immissioni arbitrarie di liquidità da parte dei centri finanziari, cosa vuoi consumare!

Il processo di un settore liberalizzato è fisiologicamente questo, come dimostrano gli esempi ora riportati: dopo una iniziale fase di apertura e di capillarizzazione (azione centrifuga) sul territorio, si assiste, alla morte dei più deboli a tutto vantaggio dei forti che divengono fortissimi, ed ad una conseguente più radicale centralizzazione (azione centripeta).

D’altra parte, lo stesso Berlusconi, diviene duopolista grazie all’apertura del settore televisivo, avvantaggiato dai privilegi concessi da un sistema arbitrariamente finanziarizzato.

Non credo sia un caso che in questo momento fra i liberalizzatori, la voce più grossa sia quella di Montezemolo e Della Valle, interessati alle ferrovie, Benetton, interessato ai taxi. In merito ai taxi, sono quasi sicuro che Bersani non fosse in malafede – d’altra parte i disegni di legge non li scrivono, e neanche li capiscono, i ministri, ma i tecnici – è interessante notare come il decreto Bersani dell’estate scorsa, tra le sue norme, contenesse quella per cui liberalizzando il settore dei taxi, si potessero però costituire delle società e cumulare le licenze. Ciò, che oggi non è possibile, sicuramente nel breve-medio periodo avrebbe portato – e se lo ripropongono, a quel punto, non possiamo che optare per la malafede del Ministro – alla costituzione di una grande società con tanti mal pagati dipendenti.

Banche ed assicurazioni nazionali, dopo la prima fase esterofila dei mesi scorsi, sotto Mario Draghi e Guido Rossi, dovranno finire ancor più sotto il controllo delle potentissime oligarchie finanziarie internazionali.

Il vizio epistemologico degli amici di destra, che si manifesta in economia con la teoria del trikle down – sfacciatamente filo-oligarchica – per cui si fa l’apologia dell’incentivazione dell’arricchimento dei più abbienti, di modo che poi, questi, dandosi una sgrullata, faranno disordinatamente ricadere parte delle loro ricchezze sui meno abbienti (e dunque si detassano i grandi patrimoni, si rendono meno vincolanti i contratti di lavoro, ecc.), è quello per cui la disuguaglianza esisterà sempre e siccome esisterà sempre non si debba cercare neanche di renderla proporzionata, armonica.

Il vizio di fondo, invece, degli amici della sinistra odierna – meno sfacciati, perché abili a mascherare, consapevoli o meno che siano – ma dal risultato medesimo, è quello per cui combattendo le (piccole) aree di privilegio si produrrebbe una più equa distribuzione del reddito. Laddove le grandi aree di privilegio vengono toccate – si vedano le banche italiane – ciò avviene a favore di un privilegiato ancora più potente – le banche straniere.

Con entrambe le soluzioni non si viene a perfezionare in modo volontaristico un processo volto all’arricchimento generalizzato della popolazione, ma, nel breve periodo, un semplice alleviamento delle sofferenze dei più. Finito l’effetto del cortisone, il male esplode in modo ancor più violento.

Ovviamente della legge 431/98 (disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili ad uso abitativo, o del canone libero), regolamentazione, o meglio deregolamentazione, tipica espressione di un approccio liberista, non vi è bisogno di soffermarsi sopra, viste le notissime degenerazioni prodottesi, a tutto discapito dei meno abbienti, e delle cui responsabilità politiche nessuno parla.

La soluzione a tutto ciò è la strada che passa per l’amore della verità e per l’amore per il prossimo; questa strada continua a portare il nome di un coraggioso che ci salvò da una dittatura internazionale, e di cui oggi più nessuno parla: Franklin Delano Roosevelt.

 

 

Claudio Giudici

 




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31 gennaio 2007

LIBERALIZZARE LA MENZOGNA - Dichiarazione contro le liberalizzazioni

 

Voi non avete fatto nessuna liberalizzazione!” dicono a sinistra.

Voi state facendo delle liberalizzazioni di facciata!” dicono a destra.

Dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista, ovviamente passando per i cosiddetti moderati, tutti sono d’accordo sul fatto che le liberalizzazioni siano un “dio buono” a cui inchinarsi ed obbedire.

Ma quando in una fase storica decadente, una issue è dominante – ma questa a dire il vero più che dominante è “opinione unica” – le radici del perché della decadenza sono rintracciabili proprio nei principi che ispirano quella issue.

Le liberalizzazioni sono un sottoprodotto di un processo economico produttivo fondato sul progresso tecnologico-scientifico.

Circa quarant’anni di distruzione dell’economia fisica a tutto vantaggio dell’economia speculativa, sono bastati per fare dimenticare all’attuale stato della scienza come produrre ricchezza. La nostra classe dirigente, ed in generale la società da essa guidata, non ha dunque neanche più la capacità di intendere cosa sia l’economia fisica. Così ci si agita intorno al frutto ma non intorno all’albero. Dell’albero ci si disinteressa o quasi, mentre il frutto, ben più attraente, distrae l’attenzione; questo, viene spostato di punto in punto, senza che però, ovviamente, ad esso derivi arricchimento alcuno, anzi il solo deperimento.

Se la storia dell’economia politica fosse conosciuta dagli uomini politici, questi non potrebbero cadere nella grande mistificazione delle liberalizzazioni. I nostri, infatti, non agiscono perché guidati da un processo cognitivo-creativo, piuttosto ubbidiscono alle agende che di giorno in giorno l’ambiente psicologicamente controllato, rappresentato in modo principale dai mass media, loro impone. Mass media che ovviamente sono tutt’altro che indipendenti, tutt’altro che “funzionari” dediti al Bene Comune.

Il liberalizzatore Ministro Bersani, di cinque anni in cinque anni, alterna vizio a virtù (la virtù è rappresentata dal viaggio-studio fatto con Enrico Letta, per tutta Italia, intorno ai distretti industriali).

L’istanza delle liberalizzazioni è uno dei tipici prodotti che la propaganda riesce a creare ad ampliamento della collezione di mistificazioni che di anno in anno crea. Una menzogna a forza di ripeterla diventa verità, ci dice il Prova a prendermi di Spielberg.

Addirittura – Pecoraro Scanio docet – , nonostante vari ambienti della politica e della cultura abbiano dovuto prendere atto della distruttività delle politiche neo-liberiste, proprio perché riluttanti nei confronti dei processi di ricerca della verità, si spaccia il falso ideologico per cui “una cosa sia il liberismo, un’altra le liberalizzazioni” (!). Le ubriacature dei mondialisti Aldous Huxley, George Orwell e Bertrand Russell profetizzavano: sì sarà no, no sarà sì; the snow is black.

Senza ripercorrere le chiarissime dimostrazioni date dalla storia, in particolare dal 1763 ad oggi, il quinquennio 1996-2001, dove Bersani – probabilmente senza essersi mai cimentato nello studio del sistema americano di economia politica così come sviluppatosi da Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d’America, passando per Henry Charles Carey, Abramo Lincoln, fino a Franklin Delano Roosevelt – si cimentò nel promuovere quel capolavoro proto-oligopolista che fu il d. lgs. 114/98 (decreto Bersani, o legge di riforma del commercio), grazie al quale oggi ci ritroviamo la situazione che qui rappresento.

In seguito ai processi di deindustrializzazione tanto cari all’Ing. De Benedetti, con la corrispondente apertura ai processi speculativi internazionali, rilegittimati a partire dal 15 agosto ’71, dopo gli abomini che portarono alle due guerre mondiali, il reddito medio pro-capite in termini reali è andato sensibilmente scemando, con accelerazioni violentissime durante tutti gli anni ’90. La perdita conseguitane di posti di lavoro altamente produttivi, temperata durante la fase degli anni ’70 ed ’80 con il palliativo del pubblico impiego, e mascherata da tecniche di conteggio della disoccupazione sempre più manifestamente falsificanti (riduzione delle ore di lavoro sufficienti per essere considerati occupati; revisione degli indici per considerare disoccupato volontario, dunque non disoccupato, il disoccupato rassegnato; ecc.), ha creato una moltitudine di disoccupati. Questi disoccupati piuttosto che renderli occupati in un mercato del lavoro, nel suo insieme, sempre più qualificato – ma ciò necessitava del rilancio di una nuova fase industriale ad alta intensità di tecnologia e capitale – si sono riversati nel saturo mercato del lavoro. Si è detto: “La torta è questa, dobbiamo farne fette più piccole, per darne un po’ a tutti!”. Si sarebbe però potuto anche dire: “Questa torta ci condanna tutti alla fame. Per il momento stringiamo i denti per un po’ e facciamone fette più piccole, visto che ci siamo dimenticati di farne altre, ma da adesso dobbiamo cominciare a lavorare per averne una ben più corposa.”

Quello che invece si sta facendo è quello di restringere sempre più questa torta, illudendosi che prima o poi questa, forse, tornerà a crescere. Quando? Quando il libero mercato lo deciderà! Il libero mercato ovviamente non lo deciderà mai. L’uomo necessita di precisi atti di volontà per porre rimedio ai propri problemi. Questa strada, se vuol essere autentica, passa per uno stravolgimento dei principi che ispirano la sua azione, un cambio di paradigma.

Tornando al nostro decreto Bersani del ’98, l’eliminazione dei limiti di spazio tra un esercizio commerciale e l’altro, “per una migliore distribuzione dei prodotti sul territorio” (!) ha fatto sì che un’infinità di negozi di abbigliamento, ristoranti, vinaini, benzinai – per arrivare ad assurdità per cui procedi per chilometri senza benzinai, e poi in un singolo viale ve ne sono decine attaccati l’uno all’altro! Ma il libero mercato non può dirgli dove sia più socialmente utile piazzarsi! – aprissero in modo assolutamente arbitrario finendo con l’agevolare sempre, com’è ovvio che sia in un settore deregolamentato, non il più bravo o addirittura socialmente utile, ma il finanziariamente più forte. Così i piccoli negozi di abbigliamento sono andati via via morendo, a tutto vantaggio delle grandi firme che grazie agli outlet sono ora convenienti anche per il meno abbiente dei cittadini-consumatori; di negozi di sport in mano ad abbienti commercianti, ne potevamo avere 2 nell’arco di 3 chilometri, ed invece, ora ne abbiamo uno gigante in mano a ricchissime catene nell’arco di 10 chilometri. Benvenuto sempre meno esistente cittadino-consumatore! Addio cittadino-lavoratore! Per consumare si deve lavorare, e se il lavoro è mal pagato ed i consumi inflazionati da immissioni arbitrarie di liquidità da parte dei centri finanziari, cosa vuoi consumare!

Il processo di un settore liberalizzato è fisiologicamente questo, come dimostrano gli esempi ora riportati: dopo una iniziale fase di apertura e di capillarizzazione (azione centrifuga) sul territorio, si assiste, alla morte dei più deboli a tutto vantaggio dei forti che divengono fortissimi, ed ad una conseguente più radicale centralizzazione (azione centripeta).

D’altra parte, lo stesso Berlusconi, diviene duopolista grazie all’apertura del settore televisivo, avvantaggiato dai privilegi concessi da un sistema arbitrariamente finanziarizzato.

Non credo sia un caso che in questo momento fra i liberalizzatori, la voce più grossa sia quella di Montezemolo e Della Valle, interessati alle ferrovie, Benetton, interessato ai taxi. In merito ai taxi, sono quasi sicuro che Bersani non fosse in malafede – d’altra parte i disegni di legge non li scrivono, e neanche li capiscono, i ministri, ma i tecnici – è interessante notare come il decreto Bersani dell’estate scorsa, tra le sue norme, contenesse quella per cui liberalizzando il settore dei taxi, si potessero però costituire delle società e cumulare le licenze. Ciò, che oggi non è possibile, sicuramente nel breve-medio periodo avrebbe portato – e se lo ripropongono, a quel punto, non possiamo che optare per la malafede del Ministro – alla costituzione di una grande società con tanti mal pagati dipendenti.

Banche ed assicurazioni nazionali, dopo la prima fase esterofila dei mesi scorsi, sotto Mario Draghi e Guido Rossi, dovranno finire ancor più sotto il controllo delle potentissime oligarchie finanziarie internazionali.

Il vizio epistemologico degli amici di destra, che si manifesta in economia con la teoria del trikle down – sfacciatamente filo-oligarchica – per cui si fa l’apologia dell’incentivazione dell’arricchimento dei più abbienti, di modo che poi, questi, dandosi una sgrullata, faranno disordinatamente ricadere parte delle loro ricchezze sui meno abbienti (e dunque si detassano i grandi patrimoni, si rendono meno vincolanti i contratti di lavoro, ecc.), è quello per cui la disuguaglianza esisterà sempre e siccome esisterà sempre non si debba cercare neanche di renderla proporzionata, armonica.

Il vizio di fondo, invece, degli amici della sinistra odierna – meno sfacciati, perché abili a mascherare, consapevoli o meno che siano – ma dal risultato medesimo, è quello per cui combattendo le (piccole) aree di privilegio si produrrebbe una più equa distribuzione del reddito. Laddove le grandi aree di privilegio vengono toccate – si vedano le banche italiane – ciò avviene a favore di un privilegiato ancora più potente – le banche straniere.

Con entrambe le soluzioni non si viene a perfezionare in modo volontaristico un processo volto all’arricchimento generalizzato della popolazione, ma, nel breve periodo, un semplice alleviamento delle sofferenze dei più. Finito l’effetto del cortisone, il male esplode in modo ancor più violento.

Ovviamente della legge 431/98 (disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili ad uso abitativo, o del canone libero), regolamentazione, o meglio deregolamentazione, tipica espressione di un approccio liberista, non vi è bisogno di soffermarsi sopra, viste le notissime degenerazioni prodottesi, a tutto discapito dei meno abbienti, e delle cui responsabilità politiche nessuno parla.

La soluzione a tutto ciò è la strada che passa per l’amore della verità e per l’amore per il prossimo; questa strada continua a portare il nome di un coraggioso che ci salvò da una dittatura internazionale, e di cui oggi più nessuno parla: Franklin Delano Roosevelt.

 

 

Claudio Giudici

 




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