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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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4 aprile 2011

Nord-Africa: la crisi ha il suo grilletto nel pacchetto di salvataggio UE di maggio

In questi giorni il dibattito è concentrato sulla crisi nord-africana ed in particolare su quella libica. Sedicenti esperti ed osservatori improvvisati, solo oggi si accorgono di quanto dispotico fosse il regime di Gheddafi; differentemente, l'uomo della strada il più delle volte comprende quanta ipocrisia vi sia dietro tale semplicistica lettura, visto che il Nord-Africa, come gran parte delle aree sottosviluppate del pianeta, è guidato da svariati decenni da dispotici governi fantoccio.
La vera domanda che in questo momento dobbiamo porci, è perchè quello che è stato definito “il 1989 del Nord-Africa” scoppi proprio oggi.
È da rifiutare, in quanto al massimo secondaria, la tesi per cui siano stati i moderni mezzi di comunicazione, internet e social network, ad aver spinto le popolazioni nord-africane a scendere in piazza. Infatti, nonostante l'assenza di strumenti di osservazione delle condizioni di vita del resto del mondo, di rivoluzioni è ricca la storia. Ciò a cui invece stiamo assistendo è un processo da "sciopero di massa" (così come lo intese Rosa Luxemburg), che contagia aree sviluppate ed in via di sviluppo, ma che in ogni caso si trovano sotto un regime di mercato deregolamentato, senza alcuna forma di protezione a salvaguardia né del tenore di vita delle popolazioni né delle esigenze di vita primarie.
Altrettanto, l'idea per cui sarebbe l'aumento della domanda proveniente, in particolare dalla Cina, ad aver fatto scoppiare l'attuale fase iperinflazionistica sulle materie prime e sui generi alimentari, è priva di ogni fondamento, in quanto non vi è alcuna sistematica relazione tra tali fattori (proprio gli ultimi anni di crisi economico-finanziaria globale ce lo dimostrano). Infatti, l'aumento della domanda proveniente dalle economie in via di sviluppo è stato “neutralizzato” dal crollo della domanda delle economie avanzate, tanto da far temperare o addirittura rendere negativa (come nel 2009) la crescita del p.i.l. globale. Nonostante ciò, i prezzi delle materie prime e dei generi alimentari sono progressivamente cresciuti in seguito a vere e proprie scorribande inflazionistiche, da attribuire esclusivamente a fenomeni speculativi generati dall'enorme massa di liquidità che le banche centrali hanno messo a disposizione delle banche d'affari. Infatti, dall'adozione nel maggio 2010 da parte dell'Unione Europea del mega pacchetto di salvataggio da quasi un trilione di euro, il paniere cerealicolo è cresciuto di oltre il 50%, il paniere metallifero è cresciuto di circa il 43%, e il paniere dei frutti esotici è cresciuto di quasi il 120%! Lo stesso fenomeno è possibile rilevarlo in seguito ai mega salvataggi adottati dalla Federal Reserve americana.

Paul Farrell, ex guru degli investimenti in Morgan Stanley, ha scritto il 15 febbraio su MarketWatch che "il governatore della Federal Reserve Ben Bernanke è l'essere umano più pericoloso sulla terra, molto più pericoloso di Hosni Mubarak, il dittatore trentennale dell'Egitto. Bernanke è alla guida di una dittatura monetaria che provocherà l'imminente terzo crac del XXI secolo".

Così, la liquidità costantemente riversata dalle banche centrali USA, UE, inglese e giapponese nel sistema finanziario, alimenta la speculazione sulle derrate alimentari e sulle materie prime. L'UE stessa ha pubblicato le seguenti cifre: gli "investimenti" nei mercati delle commodities erano 15 miliardi di dollari nel 2003, essi sono schizzati a 300 miliardi nel 2008 e da allora continuano a salire. Alla borsa mercantile di Chicago, l'85% degli operatori si limita esclusivamente a speculare sui prodotti finanziari senza avere nessuna attività reale nel settore alimentare.

Nei giorni in cui le popolazioni del Mediterraneo del Sud e del Sud-ovest asiatico vanno ribellandosi nei confronti dello stato d'indigenza a cui sono costrette, la Commissione di Inchiesta sulla Crisi Finanziaria, creata dal Congresso USA per stabilire le cause del crac finanziario del 2007-2008, ha fatto la storia. Il suo rapporto, noto come Rapporto Angelides, fornisce un resoconto straordinariamente veritiero del processo decennale di deregulation bancaria, "shadow banking" e speculazione in derivati finanziari che ha portato al crac globale. Gli stessi meccanismi che hanno fatto scoppiare la più grave crisi finanziaria dal 1929, sono oggi la causa della crescita iperinflazionistica dei prezzi che hanno violato quell'equilibrio che consentiva lo stato di sussistenza delle popolazioni, entrate in crisi in questi primi mesi del 2011.

Invero, già nel 2008 almeno 33 Stati furono interessati da fenomeni di "sciopero di massa", di protesta popolare, con livelli dei prezzi anche allora in forte e simile ascesa.

L'economista americano Lyndon LaRouche, che da anni ricostruisce il processo di progressiva disintegrazione dell'economia mondiale a favore dei processi speculativi, ha rivolto un appello per mettere fine alla speculazione sul cibo, che è stato echeggiato negli ultimi due anni dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Ora sembra che si stiano svegliando anche i suoi colleghi europei. Un avvertimento simile è giunto dal ministro tedesco dell'Agricoltura, Ilse Aigner, durante il suo discorso di apertura alla fiera agricola annuale a Berlino, il 20 gennaio: "Le rivolte per il cibo e la destabilizzazione dei paesi del Nord Africa", ha dichiarato, "indicano la necessità di regolamentare e proteggere i beni agricoli dagli speculatori". La signora Aigner e i ministri dell'Agricoltura degli altri 26 paesi dell'UE hanno inviato una richiesta alla Commissione Europea affinché appronti tali regole: ma la Commissione si è rifiutata, con l'assurda motivazione che non è la speculazione a causare l'inflazione dei prezzi del cibo! La proposta di bandire la speculazione sul cibo è stata messa all'ordine del giorno del G20 iniziato il 18 febbraio a Parigi. Il ministro delle Finanze indonesiano Agus Martowardojo ha dichiarato al G20: "Auspichiamo che il forum del G20 eserciti pressioni sui mercati in modo che non ci siano più speculatori, o industrie finanziarie o non finanziarie, che speculano sulle derrate alimentari". Il ministro francese dell'Agricoltura Bruno Le Maire ha confermato la necessità di un limite alla speculazione: "Va imposto. È inaccettabile che ci siano persone che creano artificialmente carenze di cibo e si approprino di questa o quella quantità di derrate alimentari al solo scopo di fare dei profitti, mentre milioni di persone patiscono la fame".
Se politici e mezzi d'informazione non si adopereranno affinchè queste sconcertanti verità siano di pubblico dominio, essi stessi saranno complici del disastro verso cui va dirigendosi l'umanità, continuando a privilegiare la speculazione piuttosto che il lavoro e la produzione economica reale.

Claudio Giudici
Nicola Oliva
(Consigliere comunale PD di Prato)

17 gennaio 2011

La demagogia liberista di Montezemolo e Italia Futura contro Tremonti ed imprenditoria

Con ineguagliabile trasversalismo la ricetta liberista prova ad accerchiare l'azione politica nazionale. Pochi mesi dopo l'insediamento dell'attuale Governo Berlusconi, Emma Marcegaglia tuonò: “Il grande tema delle liberalizzazioni è stato tolto dall'agenda politica!”. In effetti aveva velocemente compreso (sicuramente prima dei finiani) che le visioni di Tremonti – più ispirate dalla tradizione storica del sistema americano di economia politica (dirigista e protezionista) – stavano frenando quelle liberiste (proprio del modello imperiale britannico).

Recentemente è intervenuto sul tema, durante una puntata di Ballarò, con Diego Della Valle ed Italo Bocchino a fargli da eco, anche il Presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Antonio Catricalà, richiedendo in modo chiaro che il tema delle liberalizzazioni fosse un tema pacifico e trasversale a tutte le forze politiche. Ed anche Bruno Vespa qualche giorno fa è intervenuto nel dibattito chiedendo a Berlusconi di procedere con le liberalizzazioni. Lapo Pistelli, responsabile relazioni internazionali del PD, in un recente commento afferma: “... servirebbe oggi un bel governo a guida Mario Draghi ...”; Draghi, appunto, colui che diresse la più grande operazione privatizzatrice dell'impresa nazionale, regalando vere e proprie perle dell'economia pubblica ad interessi privati nazionali ed esteri e contribuendo a disintegrare il welfare italiano.

Nelle ultime ore, con l'articolo Il neostatalismo municipale della Lega (e di Tremonti) e la solitudine di chi lavora e produce, Italia Futura, l'associazione fondata da Montezemolo, è intervenuta a dar man forte ai liberalizzatori-privatizzatori. D'altra parte – all'interno del sovraordinato processo di progressiva distruzione degli stati-nazionali – manca ancora qualche ultimo cespite dell'economia italiana (il sistema pensionistico, quello sanitario ed educativo, le municipalizzate ed i servizi pubblici locali) da mettere sotto le mani delle oligarchie finanziarie, e l'asse Lega-Tremonti, mentre il sistema finanziario internazionale va disintegrandosi a ritmi accelerati – con Geithner che invita gli Usa1 ad aumentare il debito pubblico ed i Paesi membri dell'UE sostanzialmente falliti – , ne sta rallentando il passaggio ai soliti Montezemolo, De Benedetti, Benetton, Della Valle, Caltagirone, ma in particolare ai gruppi bancari che operano tramite costoro! A tal proposito, si prenda a riferimento l'ultima esperienza liberalizzatrice attuata dall'ultimo Governo Prodi, che ha beneficiato nel settore ferroviario il duo Montezemolo-Della Valle, che con la loro società NTV (sostanzialmente una controllata di una serie di fondi speculativi di diritto lussemburghese2) andrà a fare concorrenza alle strategiche Ferrovie dello Stato. Questa concorrenza non sarà su tutte le linee del territorio nazionale, ma solo su quelle ad alta redditività (Napoli-Milano per esempio), lasciando allo Stato, e dunque ai contribuenti (compresa l'imprenditoria tanto cara ad Italia Futura e Montezemolo) la copertura di spesa delle tratte non remunerative (quelle dei piccoli paesini) ma che un paese civile non può non avere.

Così l'articolo di Italia Futura mira ad ingannare la piccola imprenditoria, giocando sulle sue obiettive difficoltà, provando a metterla contro una linea politica che in realtà la tutela più di quanto possa fare il trasferimento ai privati di settori strategici di base le cui condizioni di erogazione finiranno, in un modo o nell'altro, coll'essere peggiori, per la inevitabile pressione generata dagli appetiti profittuali. La soluzione di Italia Futura in realtà accelera il prodursi delle conseguenze negative prodotte dal sistema della globalizzazione finanziaria, dove gli interessi speculativi dominano sull'economia reale. Diversamente la linea neo-statalista municipale della Lega e Tremonti, è un tentativo di rimandare, il comunque inevitabile collasso, di un sistema economico-finanziario da rifondare attraverso una primaria riorganizzazione fallimentare ordinata, un nuovo ordine monetario internazionale a cambi fissi, il ripristino dello standard Glass-Steagall, la fondazione di sistemi nazionali sovrani di credito, ed il lancio di linee di credito nazionali a basso tasso d'interesse e lunga scadenza, per progetti infrastrutturali ed industriali ad alto tasso tecnologico-scientifico, che fungano da volano per il rilancio dell'intera economia globale. Si tratta di cose, invero, già presentate al Parlamento italiano, e passate con maggioranza bipartisan: la più volte richiamata “responsabilità”, non consiste nell'adeguarsi all'inumano e decotto sistema della globalizzazione, quanto piuttosto nel proporre e lavorare con i partner politici internazionali per la riformulazione di un modello, che proprio come lo fu quello rooseveltiano, porti a generare sviluppo per tutte le nazioni che vogliano adottarlo. O i politici nazionali ed i cittadini di buona volontà, avranno il coraggio di proporre questa ricetta larouchiana, oppure non potremo far altro che assistere impotenti al collasso degli stati-nazionali, a cui seguiranno nuovi ordinamenti di matrice autoritaria.

1A proposito degli Stati Uniti, è interessante rilevare che il Segretario al Tesoro USA inviti il suo paese a fare ciò per cui sono interdetti i Paesi membri dell'UE: aumentare il debito pubblico. D'altra parte la stessa Gran Bretagna, che non rientra sotto l'Eurosistema, ha aumentato il rapporto debito pubblico / pil all'incredibile valore del 147% (dunque a livelli ben più alti di quelli italiani), se si vanno a considerare le nazionalizzazioni bancarie a cui ha dovuto procedere per salvare le proprie banche. Se si considera che attraverso l'FMI gli Stati sud-americani, quelli africani e quelli del sud-est asiatico sono stati sottoposti a politiche di riduzione del debito (oltre che di liberalizzazioni e privatizzazioni), con i risultati in termini di sottosviluppo e povertà noti, si potrà facilmente dedurre che la ricetta anglo-americana nega agli altri ciò che consente a sé stessa. Concludendo, è importante ricordare che non esiste precedente storico che abbia portato ad un rilancio dell'economia reale, passando dal primario abbattimento del debito pubblico, diversamente, come insegna emblematicamente la storia degli Stati Uniti d'America, è attraverso l'espansione della spesa pubblica in settori strategici (infrastrutture ed industria) che si attua il rilancio dell'economia reale.

9 dicembre 2010

Il vero motivo degli attacchi al Governo Berlusconi è che non è abbastanza anti-progresso

In seguito all'analisi prodotta dal Segretario Generale di Movisol, Andrew Spannaus, In arrivo il governo dei banchieri?, e l'enorme diffusione che la stessa ha avuto su centinaia di siti web, il tema è divenuto oggetto di dibattito sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani, dopo che lo stesso Governo italiano ha denunciato l'esistenza di manovre internazionali contro l'Italia.

Intorno a questo tema si alternano tesi che concordano con la sostanza dell'analisi di Movisol, e tesi che invece sono in completo disaccordo. Tuttavia, le une e le altre, sono legate dalla ricerca delle ragioni per cui l'attuale Governo dovrebbe essere inviso all'oligarchia finanziaria internazionale.


 

Il problema principale del Governo Berlusconi è di tipo culturale: esso – come ha spiegato Spannaus – non radicalizza quanto serve le politiche anti-progresso dell'agenda liberista: tagli al welfare (riforma del sistema pensionistico), privatizzazione delle municipalizzate, liberalizzazione di ogni settore produttivo. Nel complesso, l'azione di questo Governo rallenta quell'agenda internazionale che ha spinto e porterà il pianeta nel baratro, come dimostra la crisi economico-finanziaria in atto. Infatti, la crisi finanziaria si è diffusa maggiormente proprio in quelle economie dove l'agenda liberista filo-speculativa ed anti-progresso è stata attuata, e la finanza ha finito col far da padrona su ogni processo produttivo: Irlanda, Gran Bretagna, Spagna e gli stessi Stati Uniti.

A conferma del fatto che l'approccio Berlusconi-Tremonti è troppo soft nell'applicare l'agenda liberista, sarà utile soffermare l'attenzione sulla dichiarazione d'intenti dei finiani: “Una destra liberale e liberista”, e su un'intervista che rilasciò l'Ing. De Benedetti al Corriere della Sera1, dove criticava il Governo Berlusconi, ma anche tutti quegli amministratori di centro-sinistra titubanti sull'opzione liberista: “ … una riforma delle pensioni inadeguata fino a un provvedimento sul Tfr a futura memoria. Il fatto è che le vere riforme costano, anche in termini di consenso … Sul mercato del lavoro c'è un' elasticità insufficiente. Treu ha iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori sociali”. Fra l'altro tutte cose recentemente riprese da Luca Cordero di Montezemolo e dal suo socio ferroviario Diego Della Valle2.


 

Le politiche del Fondo Monetario Internazionale, quelle dell'Eurosistema e del Wto, rappresentano il braccio operativo di quell'ideologia che chiamiamo globalizzazione finanziaria, dove monetarismo e liberismo rappresentano il trait d'union.

Oggi progresso vuol dire: moderne infrastrutture, energia nucleare, protezione dell'impresa produttiva; niente a che fare con le energie alternative e con il liberismo economico.

Tutto questo viene a poggiare su un terreno non fertile, se non viene riorganizzato il sistema delle regole finanziarie e fiscali a livello globale. Ecco perchè della necessità di una Nuova Bretton Woods e della messa al bando dei paradisi fiscali, invocate più volte dal Ministro Tremonti. Tutto ciò rappresenta un mix funzionale ad aumentare la produttività pro-capite e per chilometro quadrato dell'economia italiana e mondiale, e dunque la densità demografica relativa potenziale. Diversamente, il modello culturale dominante è quello che mira alla riduzione della popolazione mondiale, perchè vittima delle concezioni entropiche e di una concezione pessimistica della natura umana. Se gli assiomi di fondo sono questi, non può meravigliare che i sedicenti filantropi, vedano nella crescita della popolazione ed in tutte quelle forme di sviluppo tecnologico-scientifico funzionali a produrla, qualcosa di pericoloso ed irresponsabile. D'altra parte, la Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite su Popolazione e Sviluppo de Il Cairo del 19943, indirizzava verso una drastica riduzione delle nascite tutte le nazioni del pianeta. Essa suscitò le preoccupazioni di Giovanni Paolo II, che si riferì al progetto di documento finale, con i termini di “dolorosa sorpresa”, e di Lyndon LaRouche che aveva lanciato l'appello: “Questa conferenza non deve avere luogo!”. Queste concezioni favorevoli alla riduzione della popolazione mondiale sono oggetto costante degli spasimi della Corona inglese4, padrona di casa degli incontri dell'ente privato che ospita tutta l'élite finanziaria di Londra e che ha per scopo la promozione della City, il British Invisibles (BI). Oggi il problema principale del BI è rappresentato dal Gruppo Inter-Alpha5 per l'esposizione che le sue banche hanno in Irlanda, Spagna e Portogallo e per la reazione a catena che innescherebbe il suo fallimento con le banche americane.

Le concezioni pseudo-scientifiche dei fautori della riduzione della popolazione mondiale sono l'altra faccia della medaglia della speculazione finanziaria. Se quest'ultima consente di controllare interi imperi – l'impero romano e quello bizantino sono stati tali grazie al controllo della moneta circolante su tutto il territorio imperiale – , il controllo dello sviluppo della tecnica e della scienza, sono strumenti fondamentali per impedire lo sviluppo della popolazione, molto più della diffusione della cultura abortista, dell'uso degli anti-concezionali e dei fenomeni di sterilizzazione. In tutto ciò, determinante, è allora il livello energetico: l'elevata densità del flusso energetico dell'energia nucleare si presta ad un aumento della popolazione; diversamente, quella bassissima delle cosiddette energie alternative, è funzionale a ridurre in modo drastico la popolazione mondiale, perchè appena capace di sostenere economie agricole pre-industriali.


 

Siamo di fronte dunque ad una partita tra il progresso e la speculazione, tra la vita e la morte. Siamo oggi allo show down dello scontro in atto; siamo arrivati ad un punto di non ritorno per l'attuale sistema, a causa delle depravate politiche di austerità – non sostenibili da una società civilizzata – che il declassamento del debito del Gruppo Inter-Alpha richiederà, come ha spiegato LaRouche. O vi sarà il pieno coraggio da parte dei leaders mondiali (politici, religiosi o di altra natura) di denunciare e mettere sotto ghiaccio la speculazione finanziaria, di modo da avviare il New Deal del 21esimo secolo, la Nuova Alleanza per il progresso e la pace, oppure entreremo in una fase di tensioni e guerre orchestrate, possibili soltanto laddove la legge della giungla dei mercati prevalga su un'autorità politica forte e repubblicana.


 

Claudio Giudici
 

1http://archiviostorico.corriere.it/2005/dicembre/02/Prodi_amministratore_straordinario_futuro_Rutelli_co_9_051202220.shtml .

3La declassificazione del National Security Study Memorandum 200 (NSSM 200), intitolato “Implicazioni della crescita demografica mondiale per la sicurezza degli USA e dei suoi interessi d'oltremare”, ha rivelato che già nel 1974, gli Stati Uniti, tramite la supervisione di Henry Kissinger (sempre definitosi un agente britannico), fossero concretamente attivi sotto l'influsso delle teorie malthusiane, e convinti di sradicare “la pia illusione di poter risolvere i problemi con lo sviluppo economico”, perchè invece i problemi sarebbero dovuti all'eccessiva crescita demografica. Tale tradizione, che comincia con Thomas Malthus, e passa per Charles Darwin, trovò forte sostegno in Bertrand Russell che fu deluso dalle capacità di riduzione della popolazione mondiale da parte della seconda guerra mondiale (come si rileva nel suo L'impatto della scienza sulla società).

4Si veda: http://www.movisol.org/08news177.htm. In questa raccolta (http://www.movisol.org/genocidi.htm)di citazioni famose, a sostegno della riduzione della popolazione mondiale, il Principe Filippo d'Edimburgo afferma anche: “Nel caso in cui mi reincarnassi, mi piacerebbe tornare sottoforma di un virus mortale, in modo da poter contribuire in qualche modo a risolvere il problema della sovrappopolazione”.

5Il Gruppo Inter-Alpha fu fondato nel 1971 (proprio quando vennero abbattuti gli accordi di Bretton Woods) ed oggi ne fanno parte: AIB Group (Irlanda), Banco Espirito Santo SA (Portogallo), Santander (Spagna), Société Générale (Francia), ING Bank (Paesi Bassi), Intesa Sanpaolo (Italia), KBC Bank (Belgio), Nordea (Paesi Scandinavi), National Bank of Greece (Grecia), Commerzbank (Germania), The Royal Bank of Scotland Group, (Regno Unito).

28 novembre 2010

In arrivo il governo dei banchieri?

Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della "cura greca" chiesta dalla finanza internazionale

17 novembre 2010 (MoviSol) - Un'analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare "riforme" urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.

Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i "mercati" esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni. I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l'ostacolo principale alla loro "libertà" di mercato.

Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l'esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l'economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell'economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l'Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell'investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell'interferenza politica nell'economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall'Italia in zone difficili - per esempio con Vladimir Putin e la Russia - dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.

Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l'emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.

Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l'ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull'economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell'alta velocità ferroviaria - lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite - si capisce dove ci porterebbe.

Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:

"... e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l'alto le tariffe... " (1-00314 del 6 ottobre 2010).

L'incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la "mano invisibile" che porta via l'industria e i risparmi...

I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.

Andrew Spannaus
15 novembre 2010

Le misure necessarie per salvare l'economia reale:

Glass-Steagall, la separazione tra le banche commerciali e le banche d'affari (nota su Confapi a Milano)

I grandi progetti infrastrutturali:
VIDEO: Una panoramica sul progetto Nawapa
VIDEO: Transaqua - Un'idea per il deserto del Sahel

Sul credito produttivo: Proposta di Legge sul Credito Produttivo

8 aprile 2009

Il pericoloso spot inflazionistico del G20

Eir Strategic Alert n. 15 - 9 aprile 2009

Un finto giro di vite sui paradisi fiscali e il segreto bancario

Come concessione al Presidente francese Sarkozy ed altri leader che avevano chiesto misure per regolamentare il sistema finanziario, nel comunicato finale del G20 sono state incluse alcune proposte esaltate dai media come un giro di vite sui paradisi fiscali e perfino sugli hedge funds in grado di mettere fine alla speculazione finanziaria. Non è affatto così.

E’ stato deciso di stilare una “lista nera” di paradisi fiscali, e il comunicato parla di estendere “la regolamentazione e la supervisione a tutti gli istituti, strumenti e mercati finanziari sistemicamente importanti. Questo includerà, per la prima volta, gli hedge funds sistemicamente importanti”. Il comunicato annuncia trionfalmente: “È finita l’era del segreto bancario”.

Tuttavia questa dichiarazione viene fatta a pezzi dal giudice francese Jean de Maillard, specialista in reati finanziari, su Liberation del 3 aprile. Il giudice rileva che invece di mettere fuori legge i paradisi fiscali, o almeno annunciare l’intenzione di chiudere questo business, “il G20 si limita a parlare di sanzioni contro quelli che non sono cooperativi”. Indubbiamente, dice de Maillard, “lo stato del Delaware o la City di Londra non verranno mai considerati non cooperativi, mentre in realtà (…) la City è uno dei mercati finanziari più importanti e opachi al mondo”.

Quanto alla “lista nera” delle “entità non cooperative” stilata dall’OCSE, e adottata dal G20, essa elenca solo quattro paesi: Costa Rica, Malesia, Filippine e Uruguay. Ciascuno di questi paesi, tuttavia, è uno stato di diritto. Anche se costituiscono dei paradisi fiscali, la crisi attuale non è stata certo provocata dall’evasione fiscale. E infatti, l’OCSE è stato costretto a togliere dalla lista l’Uruguay il giorno dopo.

Il vero problema sono i centri offshore, che non sono soggetti ad alcuna legge, e dove è stata creata la bolla dei derivati che supera i 62.000 miliardi di dollari. Il paradiso legale più grande resta la City di Londra. Alcuni di questi centri, come le Isole Cayman e Vergini, Lussemburgo e Montecarlo, sono sulla lista grigia, dove troviamo anche nazioni quali il Cile, l’Austria o il Belgio. Sulla lista bianca, guarda caso, troviamo il Regno Unito (la City di Londra), Guernsey, Malta, Mauritius, Cipro, l’Irlanda e le Barbados.

Le decisioni del G20 entreranno nella storia come un atto di follia collettiva. Nell’annunciare una dose ancor più massiccia della stessa medicina che ha fatto a pezzi il sistema i leader del G20 non fanno altro che avviare un’altra fase del collasso. E’ ora di mettere fine a questa farsa, sospendere il rifinanziamento del sistema in bancarotta, ed aprire un’inchiesta sulle cause ed i responsabili come quella condotta negli anni Trenta dalla Commissione Pecora.

Il disastro del G20 ed il fallimento di Obama

Commentando il comunicato finale del G20, l’economista e leader democratico USA Lyndon LaRouche ha dichiarato il 3 aprile: “ciò che viene proposto equivale a raccomandare l’uso del cianuro per curare il mal di testa. E’ una cura permanente”.

Invece di riconoscere il fatto che il sistema finanziario è insolvente e che l’unica soluzione è una riorganizzazione fallimentare, il G20 ha annunciato l’intenzione di “intraprendere un’espansione fiscale concertata senza precedenti…. Che entro la fine dell’anno prossimo arriverà a 5.000 miliardi di dollari, per ottenere un aumento del PIL del 4% ed accelerare la transizione verso un’economia verde”.

LaRouche ha definito questa dichiarazione “confessioni di un’assemblea di folli”, paragonando la situazione attuale al fascismo negli anni Trenta “nella sua forma britannica, quella di Oswald Mosley”. Ha aggiunto che spera “che ci saranno abbastanza uomini e donne patriottici al Congresso USA per impedire l’adozione di questo accordo. Sarebbe la fine degli Stati Uniti e di molto altro ancora. Deve essere fermato, e deve essere fermato adesso”.

Il movimento di LaRouche (LPAC) sta intervenendo con forza a Washington per far sì che il Congresso respinga l’accordo e soprattutto la truffa che dà pieni poteri al Fondo Monetario. Non c’è alcun dubbio che le decisioni del G20 provocheranno un’esplosione iperinflazionistica dell’economia mondiale.

Già ora le risorse disponibili secondo il sistema attuale sono insufficienti a sostentare una popolazione di 6,5 miliardi di persone, e questo condannerà a morte molti di loro. Nella politica dei governi non è prevista alcuna misure per impedire che ciò accada.

Quanto al Presidente Obama, LaRouche ha commentato che è personalmente responsabile di aver “peggiorato sensibilmente” la situazione “con le sue azioni corrotte e stupide a Londra”. Si sta “comportando in modo assurdo. Non credo che Obama sia una vittima. Credo che sia un perpetratore a causa di un carattere tragico, del suo ego che ha prevalso e su cui hanno fatto leva tutti quelli che lo conoscono, facendo sì che non desse ascolto ai buoni consiglieri”. Il comportamento di Obama a Londra è stato un “ego-trip potenzialmente psicotico” che “mette in pericolo non solo gli Stati Uniti ma il mondo intero” ha aggiunto LaRouche. Che non dia ascolto ai buoni consiglieri è dimostrato dal fatto che non ha dato retta a Paul Volcker, che suggeriva di ripristinare la Legge Glass-Steagall che vieta alle banche commerciali di trattare titoli speculativi, e ha dato ascolto invece a Larry Summers.

13 gennaio 2009

La "soluzione LaRouche" discussa alla riunione pre-G20 di Parigi

Tremonti attacca ancora gli speculatori e si schiera con famiglie ed imprese - Trichet, Blair e la Merkel difendono invece il sistema

L'8-9 gennaio la Presidenza francese ha organizzato un seminario a Parigi ("Nuovo Mondo, Nuovo Capitalismo") in cui si sono meglio chiarite le posizioni dei governi europei su come affrontare la più grave crisi da collasso dei tempi moderni. Si sono fronteggiate due fazioni: da una parte coloro che riconoscono che l'attuale sistema finanziario, basato sui derivati, è irrimediabilmente in bancarotta e va sostituito; dall'altra, coloro che insistono istericamente che la bolla dei derivati va salvata a tutti i costi... pagati naturalmente dalla popolazione.

A favore della prima soluzione sono intervenuti il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, l'ex Primo ministro francese Michel Rocard e in larga misura lo stesso Nicolas Sarkozy. Sia Tremonti che Rocard hanno proposto una soluzione larouchiana: congelare la bolla dei derivati e sottoporre il sistema a riorganizzazione fallimentare.

A favore del salvataggio del sistema a tutti i costi sono intervenuti il capo della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, Tony Blair e anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel.

Tremonti ha esordito con la sua nota descrizione della crisi come un "videogame", con un mostro più grande dell'altro che spunta dopo averne eliminato il precedente. "Finora ho contato sette mostri", ha detto Tremonti, aggiungendo che il più grande, quello che deve ancora arrivare, è il mostro dei derivati. "I derivati ammontano a 12,5 volte il Pil del mondo - ha spiegato - sono prodotti di cui si conosce l'ammontare ma non l'impatto concreto. Salvare tutto è una missione divina, salvare il salvabile è una missione umana. È una tecnica biblica, separare il sabbatico, mettere le posizioni che non fanno parte dell'economia reale ma hanno un impatto forte, su veicoli che durano magari 50 anni, moratorie lunghe". Il motivo di fondo, ha aggiunto il ministro, è che "se carichi tutto il debito privato marcio sul debito pubblico potresti non farcela".

Tremonti ha annunciato che l'Italia intende discutere questa proposta "nell'ambito dei lavori di riforma del mercato finanziario globale come presidente del G8". L'intervento dovrebbe basarsi "sulla separazione tra attività sane e titoli tossici". Bisogna "difendere la parte operativa delle banche".

Il giorno seguente Tremonti è tornato sul tema in un intervento a Roccaraso. Se il piano di Obama fallisse, ha detto Tremonti, "tutti noi governanti abbiamo il dovere di pensare a un piano alternativo. Dovremo scegliere: salvare le famiglie o i banchieri? Gli speculatori o le imprese? Io non ho dubbi su chi salvare: le famiglie, le imprese e le banche che le finanziano. Tentare di salvare tutto rischia di far perdere tutto, perché c'è un punto oltre il quale neanche i governi possono andare".

Ricordando che gli USA hanno tentato di tutto nel corso del 2008, senza riuscire a frenare la crisi, Tremonti ha reiterato che va congelata la bolla dei derivati.

Michel Rocard ha ricordato che tra il 1945 e il 1971 l'Europa ha sperimentato una forma di capitalismo molto diversa dall'attuale, che garantiva una crescita regolare media del 5% annuo, nell'assenza totale di crisi finanziarie e con la piena occupazione. Da allora, la crescita si è dimezzata, le crisi si susseguono ogni 4-5 anni, la precarietà del lavoro e la disoccupazione aumentano e i lavoratori impoveriti vengono esclusi dal mercato del lavoro.

Al termine del suo intervento, Rocard ha posto la questione scottante: chi pagherà il collasso finanziario? Dall'inizio dell'esistenza dell'uomo, saldare i debiti è sacrosanto. Ma cosa si riesce a fare quando il debito speculativo mondiale supera il PIL aggregato di cinque o sei volte? Non sarebbe il caso di porre il problema di programmare e organizzare una bancarotta controllata?

Il Presidente Sarkozy ha ripetuto il suo appello per un nuovo sistema finanziario, non più basato sul "breve termine, sul reddito privato non guadagnato e sulla speculazione". Si è quindi rivolto "ai nostri amici americani", affermando che al prossimo vertice del G20 non accetterà lo status quo.

Dall'altra parte, il capo della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha sostenuto che il sistema va salvato con qualche "correzione", ed ha persino parlato di un "nuovo paradigma" come specchietto per le allodole. In realtà, con un cambio dell'olio e del filtro la macchina riparte, ha detto Trichet. "Naturalmente non dovremo gettare il bambino con l'acqua sporca, abbandonando l'assetto dell'economia di mercato che sta alla base del sistema", ha detto il capo della BCE. Lungi dal chiedere il congelamento dei titoli tossici, Trichet ha proposto una "clearing house" mondiale per poter mantenere la bolla dei derivati.

Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha affermato che attualmente "non ci sono altre possibilità di combattere la crisi, tranne che con le montagne di debito che stiamo accumulando".

(Tratto da Eir - Strategic Alert - Edizione Italiana - n. 3 anno 18)

30 dicembre 2008

Crescita, decrescita o creatività?

 Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana;
il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo.
L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio.
Friedrich Schiller

Nell’attuale fase di crisi sistemica finanziaria ed economica, assistiamo ad un pericoloso dibattito in termini di aut aut, tra sostenitori della crescita e sostenitori della decrescita. Entrambe queste correnti pretendono di dare risposte circa il da farsi, senza prima essersi date una corretta risposta in merito a chi sia l’uomo e quale sia dunque la sua più profonda natura. Vittime degli approcci materialisti, guardano all’uomo, i primi, come ad un mero produttore dittatore della natura, i secondi, come ad un parassita usurpatore di un’intoccabile natura. Per i primi la natura è il proprio schiavo, per i secondi la natura è il proprio dio.

Fuori da questo confuso dibattito, ancora una volta, è la voce dell’unico economista e statista che ha saputo puntualmente spiegare e prevedere l’inevitabilità della crisi a cui sarebbe giunto il modello della globalizzazione finanziaria, Lyndon LaRouche. Egli dice: «The issue of creativity is the key!»; la soluzione per uscire dal disastro in cui siamo piombati passa per la riscoperta del concetto di creatività, come referente ontologico della più profonda natura umana.

E’ fondamentale allora interrogarsi sul chi siamo e su quale sia la nostra autentica natura.

Nella sua recensione del Gesù di Nazaret di Papa Benedetto XVI, LaRouche dice:

«Dunque, la questione rilevante è, semplicemente: è vero che noi - voi ed io - siamo fatti a immagine e somiglianza del Creatore di questo universo? Come possiamo saperlo? Siamo bestie o siamo fatti a somiglianza dell'uomo e della donna nella Genesi 1:26-30? Dunque, per un cristiano in un'epoca di grande crisi spirituale per il genere umano, come per Benedetto XVI in questa occasione, il significato della divinità di Gesù di Nazaret è una questione pratica ed esistenziale cruciale per tutti gli interessati.

Benedetto XVI ha risposto: Quali prove ci giungono dalla vita di Gesù di Nazaret? Che cosa conosciamo, e come siamo capaci di apprenderlo?

Se lo chiedessero a me, direi che la mia risposta sta, essenzialmente, nella lettera ai Corinzi I: 13. Fede e speranza dipendono essenzialmente dal principio espresso nel Vangelo di S. Giovanni: il concetto socratico di agape. Si tratta di una concezione che non viene colta appieno dal termine “carità”, né dal termine amore. […]

Generalmente associo il significato del termine greco agape alla passione della creatività, nel senso più rigoroso dell'atto di scoperta di un principio fisico universale, come nel caso esemplare della scoperta del principio fisico della gravitazione universale da parte di Giovanni Keplero.

Il potere creativo espresso dall'uomo e dalla donna fatti a immagine del Creatore è il vero potere del processo della creazione continua dell'universo, potere che esprime l'intenzione sia del Creatore che del creato e che riflette il concetto di agape. Cruciale è l'amore creativo condiviso col Creatore, espresso nella devozione della personalità umana alla realizzazione di questa missione. E' l'amore espresso dai contributi allo sviluppo dell'universo che abitiamo, è una qualità di amore che esprime tale potenziale creativo.

E' l'amore espresso da uomini e donne che agiscono al servizio, e ad immagine, del Creatore.»[1]

Ecco dunque chi siamo. Siamo uomini fatti ad immagine del Creatore, siamo la ripetizione in piccolo di quella “forza intelligente” che tutto conosce e tutto ha creato, ed il fatto di essere a questo somiglianti è dimostrato dalla nostra stessa capacità di conoscere e di creare. Si tratta di un dato distintivo che differenzia l’uomo da ogni altra entità della biosfera; la prova empirica dell’efficienza di questa capacità ontologica è data dal continuo aumento della densità demografica relativa potenziale. Quest’ultima, infatti, non racconterebbe altro che l’aumentata capacità dell’uomo di relazionarsi al Tutto, e dunque di conoscerlo (conoscere e creare).

La vita umana è interessata costantemente da un processo di conoscenza ed azione, a cui l’uomo dimostra di essere incline fin dalla nascita. L’elemento che lo contraddistingue da tutte le altre specie della biosfera, è la sua capacità di conoscere in modo consapevole ed efficiente – tanto da poterli trasmettere agli altri – quei principi fisici universali, quelle idee (nel senso platonico), grazie a cui è in grado di migliorare constantemente le condizioni di vivibalità che interessano la sua specie ed il suo habitat. La visualizzazione delle idee, passa per il consapevole atto di voler conoscere quelle idee; lo sviluppo di un’azione in funzione delle idee visualizzate, passa anch’esso per un atto di volontà, quello di applicare l’idea, la verità conosciuta.

Il processo cognitivo-creativo è allora il dialogo che instauriamo con la verità; esso è quel fenomeno dove l’uomo allo stesso tempo coltiva la sua natura individuale e si riconosce come essere facente parte di una più ampia comunità.

La dimensione politica deve così puntare ad organizzare la società in modo da poter sviluppare in ogni essere umano la sua capacità di ragione cognitivo-creativa.

L’universo e la mente umana sono anti-entropici

I fautori della crescita hanno ragione quando sostengono che il mondo è entrato in crisi a causa di un eccesso di finanziarizzazione dell’economia, con la distrazione dell’impegno economico da produzioni per beni e servizi, a pure operazioni speculative considerabili alla stessa stregua di un grande casinò globale. Si pensi infatti che nel 2005 il prodotto interno lordo globale (esprimente all’ingrosso il valore delle produzioni reali) era pari a circa 45.000 miliardi di dollari, mentre quello delle transazioni finanziarie era pari a circa 2.000.000 di miliardi di dollari (di cui 1.400.000 miliardi relativi a derivati, 570.000 miliardi relativi a valute, e 50.000 miliardi relativi ad azioni). I crescitisti sostengono dunque che si debba dare nuovo spazio alle produzioni. Ma di quali produzioni parlano? Che concezione di uomo vi è dietro? Quale parte dell’uomo? La sua capacità di creare in modo sempre più efficiente o il suo desiderio di godere?

I fautori della decrescita, invece, sostengono che l’attuale sistema di misurazione della crescita – rimesso in particolare alla produzione interna lorda – non esprima efficacemente un miglioramento od un peggioramento delle condizioni di vita. Ed anch’essi hanno ragione. Questi propongono allora un nuovo modello, di “recessione ben temperata” centrato sull’idea di sobrietà, di consumo critico e consapevole; una “nuova” – a loro dire – economia fondata sull’autoproduzione e sullo scambio non mercantile. Si sta progressivamente creando un plotone di persone che aderiscono a questa nuova religione; si tratta di gente proveniente dai più disparati ambienti, da quelli eredi del catto-comunismo, a quelli dei centri sociali, a quelli della destra sociale che non rinnega il suo passato fascista. Si tratta di persone accomunate tutte da un punto: l’aver intuito prima di altri che il modello sinora dominante era un modello insano, fatto di ostentazione, di consumismo, mercificazione dell’altro, sfruttamento dei popoli più deboli; in ogni caso, un modello che li ha delusi; potremmo parlarne come del popolo dei delusi. Quanta ragione vi è nelle loro considerazioni! Ma ecco adesso la punizione divina, la crisi del modello. E se l’analisi trova molti elementi di ragione, la soluzione proposta – quella della decrescita appunto – rappresenta però una non soluzione, anzi la radicalizzazione dei problemi che oggi affliggono l’umanità.

Dice Karel Vereycken del movimento di LaRouche in Francia:

«Durante le grandi epidemie che colpirono l'Europa nel Medioevo, schiere di credenti turbati passavano di città in città pregando e flagellandosi. Per sfuggire alla peste, che si credeva inviata da Dio per punire l'uomo che aveva vissuto al di sopra delle sue possibilità, vi era un solo rimedio: punirsi da soli, per convincere Dio a sospendere il verdetto.»

La soluzione dei decrescitisti appare come una presa di coscienza circa il fatto che lavorare avendo come proprio fine il consumo, rappresenti un modello figlio dell’inconsapevolezza. Come non poter essere concordi con ciò? Tuttavia essi sono lontani dal proporre una soluzione frutto della consapevolezza. Se il modello oggetto della loro critica è vittima di una lettura antropologica per cui l’uomo è essere sensuale finalizzato a consumare, i decrescitisti propongono una diversa via, dove però la concezione antropologica è la stessa; anche per loro l’uomo sarebbe un essere sensuale, dominato dalla voglia di vedere, di toccare, di ascoltare, di odorare, di assaporare. Nel loro mondo ideale, infatti, l’uomo potrà tornare ad assaporare i sapori di una volta, respirare l’aria di una volta, vedere i paesaggi di una volta. Questo approccio alla realtà (che si ricordi, è per essenza in continuo divenire) è profondamente sbagliato; portato alle sue estreme conseguenze, infatti, il semplice salto tecnologico fatto dall’uomo che passa dalla raccolta dei frutti, alla coltivazione dei campi, all’uso del fuoco, rappresenta un pericoloso cambiamento dell’ambiente, dove l’azione umana finisce con l’essere concepita come un elemento di disturbo di madre terra Gaia.

Ed invece, l’evoluzione che deve compiere l’uomo è di tipo antropologico: non riscoprire la natura (l’ambiente) che fu, quanto riscoprire la sua più profonda natura; da essere sensuale ad essere razionale dedito alla conoscenza ed alla creazione.

La politica può e deve adoperarsi affinché l’ordinamento sia organizzato e finalizzato a coltivare l’autentica natura umana. Questo implica una sempre maggior evoluzione del patrimonio cognitivo e creativo umano, non il suo arresto, la sua decrescita.

Dunque per i crescitisti bisogna fare di più; per i decrescitisti bisogna fare di meno. Con fare di più e fare di meno, entrambe le due correnti fanno riferimento alle quantità prodotte, alla materia fisica prodotta, e non guardano al tempo materiale impiegato per fare, dunque non guardano all’uomo chiamato a questo fare. Se in merito ai fautori della crescita non vi è dubbio che le cose stiano così, in quanto anche in presenza di miglioramenti tecnologici, la persona è comunque chiamata ad aumentare il tempo dedicato alla produzione materiale, qualche perplessità può invece sorgere per i fautori della decrescita; infatti per questi ultimi l’uomo deve limitarsi a produrre quel tanto che gli basta per il sostentamento, dimentichi però del fatto che il modello nostalgico che vanno proponendo è un modello di economia agricola a bassa capacità produttiva, dove la persona si trova gioco forza impegnata tutta la vita nella cura dei campi.

Lungi dall’essere un modello politico o filosofico, di illuminata relazione con sé stessi, gli altri e la natura, la decrescita è di fatto un nuovo modo per rubricare il concetto di austerità; essa è di fatto il processo di “disintegrazione controllata dell’economia globale”, così come fu definita durante gli anni ’70 dall’allora governatore della Federal Reserve, Paul Volcker, oggi messo dal Presidente Barack Obama a capo dell’Economic Recovery Advisory Board.

I sostenitori della crescita, vittime di un neo-keynesismo equivocato con le politiche rooseveltiane a cui John Fitzgerald Kennedy ridette ossigeno, vedono passare il rilancio attraverso una nuova era di cementificazione fine a sé stessa, non inserita in un quadro strategico che deve consentire un salto tecnologico-scientifico che aumenti l’efficienza produttiva pro-capite e per chilometro quadrato. I sostenitori della decrescita, invece, vittime del neo-malthusianesimo che conclude il ragionamento con la tesi per cui si debba almeno dimezzare la popolazione mondiale, propongono di tornare all’economia dell’autoproduzione. Essi disconoscono l’importanza del miglioramento quantitativo e qualitativo della capacità produttiva, perché hanno una concezione antropologica errata. «Non è necessario avere quantità sempre maggiori di energia e di protesi chimiche, né intervenire sulla struttura della materia con le biotecnologie e con la fisica atomica» essi dicono. Certo, possiamo limitarci alla raccolta delle bacche, o comunque alla “sobrietà” a cui ci obbligherete! Intimoriti dalla finitezza del pianeta terra, dimenticano di essere parte di un universo anti-entropico e dotati di una mente anti-entropica. Così se l’entropia caratterizza la materia concepita come un qualcosa a sé stante, essa è però sussunta in un processo anti-entropico superiore, quello dell’universo, tendente all’ordine ed al dominio della vita sul resto. In questo processo di anti-entropia universale, spicca la capacità della mente umana, anch’essa anti-entropica, caratterizzata dalla ragione cognitivo-creativa.

Se i fautori della crescita scappano dal passato dimenticandone l’importanza per un futuro migliore, i fautori della decrescita scappano dal futuro sognando un mondo congelato ad una non chiara epoca passata.

E ancora, i primi concepiscono un uomo schiavo del lavoro a bassa specializzazione, per una sempre maggiore quantità di merci, i secondi un uomo schiavo del lavoro a bassa specializzazione, per quel tanto che a lui basta per il sostentamento. L’una e l’altra visione del mondo, non tiene conto della naturale inclinazione umana alla conoscenza ed alla creazione. Si tratta di due visioni sostanzialmente fasciste, nel momento in cui sono funzionali ad incatenare l’uomo ad un quadro che disconosce l’autentica natura umana.

L’attuale stadio dell’organizzazione sociale datasi dagli uomini, ha finito col ripartire in modo sempre più puntuale le competenze umane. Tuttavia si tratta di un’organizzazione della società che nel corso della storia si è sempre manifestata. Anche nel più piccolo villaggio a “dimensione d’uomo”, come suol dirsi, vi era il piccolo produttore di vesti, piuttosto che di libri, piuttosto che l’agricoltore. Non è di fatto possibile un’organizzazione sociale dove ognuno possa occuparsi di tutto. Pensare ad una società di questo genere, sarebbe – contrariamente a quanto pensano i fautori della decrescita – incentivare forme di spreco e di arretratezza culturale, dove l’uomo mancherebbe inevitabilmente del tempo per le attività di tipo intellettuale.

Quali prospettive

Il piano Obama per il rilancio dell’economia statunitense non è perfetto, in quanto non mostra ancora il coraggio necessario per riorganizzare l’intero sistema finanziario mondiale, secondo le linee più volte proposte da LaRouche. Tuttavia quel piano dimostra che passi in avanti si stanno facendo. Il credito messo a disposizione dal governo federale sarà vincolato al miglioramento delle fatiscenti infrastrutture statunitensi, ed alla relativa creazione di posti di lavoro. Se da una parte i decrescitisti, vittime della fallace concezione entropica della realtà, stanno muovendosi per incidere sulle leadership locali, dall’altra il nostro compito deve essere quello di attivarsi affinché il rilancio dell’economia e del lavoro non sia finalizzato a ridare fiato alle oligarchie finanziarie, quanto piuttosto a reindirizzare il pianeta verso il miglioramento delle condizioni di vita, ed allo sviluppo della persona umana. Per fare questo si deve puntare a ridare al lavoro la sua essenziale dignità di fenomeno applicativo delle più alte cognizioni raggiunte, ma senza un sistema di infrastrutture pesanti (sistemi energetici, stradali, ed idrici) e di infrastrutture leggere (istruzione e sanità, legge e giustizia) al più alto livello tecnologico, il lavoro dell’uomo sarà obbligato ad esprimersi in modi non funzionali rispetto al sempre maggior grado di complessità che la crescita demografica comporta. Senza quei passi, quest’ultima, piuttosto che inestimabile risorsa diventa pauroso problema.

Claudio Giudici

Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà

www.movisol.org



[1] L’intera recensione è reperibile da http://www.movisol.org/nazaret.htm.

15 ottobre 2008

L’“azzardo morale” adesso è globale

Tra l’11 ed il 12 ottobre è divenuta politica ufficiale quella che gli osservatori politico-economici hanno più volte denominato dell’“azzardo morale” o anche del “doppio standard”. Mentre ad interi popoli si sono imposte politiche di austerità con tagli alla spesa sociale per la sanità, l’istruzione, le infrastrutture (privatizzate perché non “sostenibili”), si è chiesta disponibilità ad ogni genere di flessibilità lavorativa, si è contratta la sfera dei diritti acquisiti dopo anni di lotte sociali, si è consentito che perdessero il lavoro, dall’altra parte una vera e propria oligarchia finanziaria è stata beneficiata di un piano di salvataggio in bianco.

Durante l’audizione della settimana scorsa di fronte a Camera e Senato, il ministro Tremonti ha pronunciato le seguenti parole: «Questo Governo ha ben presente quanto disposto nell'articolo 47 della Costituzione, che stabilisce che la Repubblica incoraggi, tuteli e disciplini il risparmio.»

Ed invece il piano globale per il salvataggio del sistema è ancora una volta un assegno in bianco: il credito potrà essere utilizzato dalle banche come meglio credono; se vorranno continuare a baloccarsi in speculazioni potranno continuare a farlo. E pensare che sarebbe bastato dire loro: «Credito e garanzie governative saranno soltanto strettamente correlati a ciò che finanzierà infrastrutture ed industria.»

La politica dell’“azzardo morale” aveva finora trovato spudorata applicazione nelle economie del terzo e secondo mondo, ma non in quelle del primo.

Questo salvataggio è giustificato dai benpensanti considerandolo necessario non solo per il sistema bancario, ma per l’intero sistema. Ma si è capito che si stanno salvando pratiche speculative che hanno rappresentato quel cancro sistemico che negli ultimi quarant’anni ha obbligato al disagio (nei paesi più ricchi) ed al sottosviluppo (nei paesi del terzo mondo) la stragrande maggioranza della popolazione mondiale?

Quando si verificò il crack Parmalat, denunciammo il fatto che il problema non era Parmalat, bensì l’intero sistema globale. Parmalat, così come Cirio, Enron, WorldCom, non erano altro che capri espiatori, rappresentativi però di un modo di intendere la finanza e l’economia, imperante in modo progressivo dall’avvio della finanziarizzazione dell’economia.

Durante la requisitoria del caso Parmalat, il pubblico ministero Francesco Greco ha preso la palla al balzo per lanciare il suo j’accuse all’intero sistema. Superando la specificità di Parmalat, riferendosi alle banche ha detto: «Padroni del mondo di questi ultimi trent’anni!».

I salvataggi di specie attuati prima in Gran Bretagna e Stati Uniti, poi singolarmente dai vari paesi membri dell’Unione europea, non si sono potuti effettuare allo stesso modo per aziende vittime (forse) della mala gestione, ma non certo delle pratiche speculative con cui viene sostituito il core business.

E mentre si verificano questi salvataggi, ed appunto si chiedono sacrifici ai normali cittadini il cui vero torto consiste soltanto nel non essersi seriamente preoccupati di come viene gestito il sistema, si farcisce il tutto con tecniche di guerra psicologica volte a far sentire sempre più il cittadino come un vero e proprio essere inferiore. Per la sua sicurezza lo si obbliga al casco, alle cinture di sicurezza, lo si difende da coloro che gli vorrebbero vendere una bibita con cannuccia o gli volessero far mangiare un cocomero all’esterno di una roulotte ambulante, gli si vieta di gettare cicche, cartacce e chi più ne ha più ne metta, lo si libera da lavavetri, prostitute, mendicanti inopportuni. Dall’altro lato, salvataggi e mega liquidazioni. Ma questa è la storia di Cenerentola!

Sia ben chiaro, molte di queste regolamentazioni della vita civile sono più che meritevoli, ma come ci insegna Friedrich Schiller con la sua storiella de Il delinquente per infamia, queste divengono misure odiose, capaci di accendere micce esplosive, quando nei confronti di quell’oligarchia finanziaria a cui i nostri politici paiono averci ufficializzato la loro sottomissione, si usa la carota.

Invece che un delinquente per infamia, queste vere e proprie forme di offesa alla dignità dei cittadini, sono in grado di mettere in moto quelle forze disordinate capaci di creare masse enormi di cittadini infuriati. D’altra parte, ne abbiamo già reso nota, sul numero del 30 settembre di Stars & Stripes, rivista dell’esercito americano, si dice che la 1° Brigata da Combattimento della 3° Divisione di Fanteria è stata incaricata di stare agli ordini del NorthCom, internamente agli Stati Uniti, a partire dal 1° ottobre. La Brigata sarà sottoposta agli ordini quotidiani del Dipartimento della Difesa per i prossimi dodici mesi, in qualità di forza federale invocabile a fronte di disastri o emergenze naturali o per mano d’uomo, compresi gli attacchi terroristici. La rivista ha qualificato l’iniziativa così: “Potrà essere mobilitata per aiutare nelle operazioni richieste da sommosse popolari e per controllare la folla”.

Ma i nostri politici non avevano altra scelta?

Si pensi appunto a quanto fatto con Parmalat: si è dichiarato il fallimento, si è verificato quelli che erano debiti inesigibili, si è salvato ciò che poteva ancora essere utile per produzione e lavoro. Stessa cosa deve farsi per il sistema economico e finanziario globale, sovrastato da una piramide di valori fittizi inesigibili, di modo che le entità reali dell’economia possano tornare a funzionare in favore del bene comune piuttosto che della piramide speculativa. A questo proposito verrà discussa giovedì al Senato la mozione Peterlini per l’instaurazione di un nuovo ordine monetario, finanziario ed economico, una Nuova Bretton Woods così come ideata da Lyndon LaRouche. Dal 2001 questa è la quarta mozione che viene presentata ed approvata su questo tema; chissà se anche stavolta il rimbalzo dei mercati finanziari sarà scambiato con una ritrovata stabilità e funzionalità al bene comune dell’attuale sistema.

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà 
http://www.movisol.org/08news237.htm

23 settembre 2008

700 miliardi per camuffare la storia

di Claudio Giudici, 23 settembre 2008

Durante la settimana finanziaria che va dal 15 al 19 settembre, la globalizzazione finanziaria aveva dimostrato di essere definitivamente morta. Ma prima che il crollo di Wall Street coinvolgesse Main Street (l’economia reale), il Governo americano ha preso una decisione senza precedenti: la costituzione di un ente federale con a disposizione 700 miliardi di dollari da destinare al riacquisto dei valori finanziari tossici che sono all’origine del perpetuarsi del crollo dei listini finanziari mondiali.

Secondo gli analisti il piano Paulson sarebbe quantitativamente dieci volte superiore al piano Marshall con cui si ricostruì l’Europa post-bellica e superiore al costo della guerra del Vietnam. Si consideri poi che la Cina, detenendo metà del debito estero Usa, detiene un importo di 500 miliardi di dollari in titoli statunitensi. L’immissione di 700 miliardi di dollari da parte del Tesoro, rappresenta di fatto una importante svalutazione del loro debito verso la Cina. Quanto potranno sopportare ancora la Cina, e gli altri detentori di titoli del debito Usa, un tal genere di furto?

Il modello di fatto imperiale, spacciato col nome altisonante di globalizzazione, è in rianimazione ma con certezza di morte. Anzi, il piano Paulson non farà altro che prolungare l’agonia del malato. Questo perché quel credito di 700 miliardi non è strategicamente vincolato a risollevare l’ansimante economia reale, quanto piuttosto volto a riversare direttamente sui cittadini americani, ed indirettamente sulla popolazione mondiale, il disastro prodotto dall’immissione nel sistema della finanza di titoli puramente speculativi.

Ciò su cui non si può discutere, è invece il definitivo fallimento del modello liberista. Il blocco delle vendite allo scoperto ed il paracadute offerto ai mercati con i soldi dei cittadini, sono decisioni dirigistiche ed antimercatiste che dovrebbero segnare pure per gli irriducibili liberisti, il definitivo fallimento della deregulation, dell’idea per cui i mercati abbandonati a sé stessi raggiungerebbero l’equilibrio ottimale in favore della ricchezza. Se si fossero abbandonati i mercati ai loro destini, le famiglie più importanti del pianeta, dai Morgan ai Mellon ai Du Pont ai Rothschild, sarebbero probabilmente alle cronache come storico caso di “eccellente suicidio di massa”, produzioni e commerci sarebbero fermi, intere nazioni sarebbero nel più completo caos.

In tutta questa storia c’è anche un altro dato interessante che emerge e che è bene che i politici tengano presente già nell’immediato futuro, visti i sacrifici che esso è costato alle popolazioni da loro amministrate. Gli illuminati osservatori economici del Fondo monetario internazionale, della Banca Mondiale, dell’Ocse, e delle agenzie di rating private (S & P, Moody’s, Fitch) che finora hanno giudicato sulla bontà delle scelte economiche fatte da stati sovrani ed aziende, da oggi, che genere di mestiere potranno fare? La risposta è che l’economia mondiale, nella sua facciata reale, necessita di braccia per la ricostruzione e l’arricchimento tecnologico delle sue infrastrutture e delle sue produzioni, di modo che i popoli del pianeta, dopo un quarantennio di politiche liberiste a cui sono stati via via sottoposti, possano tornare a vedere il sereno offerto da un’economia che migliori i loro tenori di vita piuttosto che distruggerli.

Ora, dovrebbe essere ovvio anche a Paulson – forse non a Bush – che quel credito di 700 miliardi, corrisponde ad una nuova immissione di liquidità nel sistema, che al pari dei circa 2-3 miliardi che ogni giorno dal luglio-agosto 2007 fino alla scorsa settimana, le banche centrali avevano cominciato ad iniettare nel mercato per sorreggere la maturanda crisi, rifluirà sui prodotti finanziari speculativi che abbiano come sottostante oro, petrolio, materie prime, generi alimentari. Ciò comporterà a breve una nuova ondata iperinflazionistica sui beni di prima necessità. In sostanza, quei 700 miliardi non serviranno altro che ad alimentare la fase d’iperinflazione globale, con un botto ancor più violento sui mercati finanziari e impensabili ripercussioni nell’economia reale. Chi cerca di dare una giustificazione “razionale” alla decisione del Tesoro, cerca di far passare come meritorio il salvataggio poiché “in fondo dietro ai titoli tossici detenuti dal sistema finanziario, vi sarebbero degli immobili” (come a dire che così tossici non sarebbero). Ma questa considerazione, oltre a non essere avvalorata dai mercati (tanta è la crisi di fiducia creatasi tra gli operatori) non è avvalorata neanche dalla ragione. La garanzia offerta ai valori finanziari da parte del relativo sottostante reale immobiliare, infatti, può garantire un equivalente valore finanziario, non una piramide di carta molte volte superiore al valore degli immobili stessi.

Ma perché Paulson, ha proceduto in un salvataggio che evidentemente non farà altro che procrastinare il crollo dei mercati piuttosto che evitarlo?

In sostanza Paulson-Bush stanno solo prendendo tempo. Ma per quale motivo? Tempo per cosa?

Riflettiamo sul primo crollo finanziario del nuovo millennio, quello che va dal marzo 2000 all’ottobre 2002. Nell’immaginario collettivo il primo crollo dei mercati del nuovo millennio avvenne in seguito alla distruzione delle Twin Towers nel settembre del 2001. Esso cominciò invece nel marzo del 2000 e fino al 10 settembre 2001 le borse mondiali avevano perso circa il 30% del loro valore. Dall’11 settembre fino ai minimi dell’ottobre 2002 gli indici persero un ulteriore 30%. Dunque il primo crack dei mercati nel nuovo millennio avvenne ben prima dell’11 settembre e corrispose sostanzialmente allo scoppio della bolla dei titoli della new economy (telecom, media and tech), ma per la popolazione mondiale esso avvenne a causa di Osama Bin Laden. In seguito i mercati mondiali si ripresero sostituendo la mega bolla new economy con una nuova bolla speculativa, quella del settore immobiliare.

Mentre scrivo le agenzie di stampa rendono conto dell’ultimo discorso di G. W. Bush alle Nazioni Unite, in cui afferma che “Siria ed Iran continuano a sponsorizzare il terrorismo” (mentre in Iraq ci dovevano essere armi di distruzione di massa!). Per l’opinione pubblica occidentale, che nella maggioranza dei casi non ha mai letto alcun discorso di Ahmadinejad, quell’iraniano è colui che vuole sterminare Israele, visto che così i media hanno riferito (sic).

Nel corso dell’ultima settimana si sono verificati vari attentati di presunta matrice terroristica da Islamabad a Gerusalemme allo Yemen ai Paesi Baschi (tralasciando quelli del casertano).

In breve, mentre la globalizzazione, grazie al piano Paulson, rimanda la sua dichiarazione di decesso, varie “operazioni caos” si scatenano con ritmo accelerato a giro per il pianeta.

Se scoppiasse una nuova importante guerra, la storia ufficiale di questi giorni diverrebbe: «La guerra contro il terrorismo fece crollare i mercati finanziari e l’economia mondiale.»

A cospetto di un sistema fallito, l’unico modo per salvare i creditori privilegiati, ossia la popolazione mondiale unitariamente intesa, è seguire il “piano LaRouche”: organizzare il fallimento del sistema e non attendere che esso si verifichi per forza d’inerzia, distinguere tra quelli che sono crediti esigibili (stipendi, pensioni, liquidità per il funzionamento dello stato e del welfare) e quelli che non sono esigibili perché frutto di mere speculazioni. Ricreare un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale sul modello rooseveltiano di Bretton Woods. Da qui lanciare linee di credito a livello globale con cui finanziare nuovi progetti infrastrutturali e le imprese private.

Per fare ciò è necessario che alla disponibilità di Russia, Cina e India si aggiunga quella degli Stati Uniti. Gli altri si allineerebbero di conseguenza.

7 settembre 2008

Ai pusher dell’economia: "Senza una Nuova Bretton Woods siamo già al 1929!"

Non ha senso discutere se un nuovo 1929 ci sarà o no, l’unica discussione possibile a riguardo è quando esso ci sarà. Dobbiamo pensare ad un oggetto lasciato cadere nel vuoto da altezze impensabili: avrà senso discutere se l’oggetto giungerà a terra, oppure avrà più senso discutere quando esso toccherà terra? L’attuale sistema finanziario-economico è appunto un oggetto abbandonato nel vuoto a sé stesso, dove nessuno vuole andare a recuperarlo perché dovrebbe fare i conti sullo stato disastroso in cui esso si trova. Così nell’incuranza delle paurose classi dirigenti quest’oggetto è preda di velocissimi passaggi di mano (la speculazione di brevissimo termine) e soggetto ad una sola certezza: prima o poi si schianterà al suolo.

Riconoscere consapevolmente l’inevitabile ripetersi di un nuovo crack stile 1929, ma presumibilmente più grave vista l’odierna ripartizione (settorializzata geopoliticamente) delle competenze economiche, non è questione di pessimismo o ottimismo, ma di semplice conoscenza delle dinamiche relative l’economia fisica nella sua attuale condizione di subordinazione alle operazioni finanziario-speculative che il sistema delle relazioni politiche internazionali ha deciso di sovraordinare allo stesso destino dell’umanità.

L’ottimismo sulle sorti dell’universo, come bene ci fa comprendere Gottfried Leibniz[1] nel suo Saggi di Teodicea, deve per forza guidare l’uomo, per quanto riguarda il ciclo lungo della storia universale. Per quanto riguarda il ciclo breve, invece, l’umanità è sicuramente entrata in un tunnel capace di mettere a dura prova l’inclinazione naturale dell’universo verso il bene. Alla base di ciò, in ultima analisi, vi è una vera e propria violazione della legge naturale, e nello specifico, di quella che possiamo definire la legge degli Ultimi[2]. Questa è stata progressivamente disconosciuta nell’ultimo quarantennio.

Si tratta dunque di essere realisti. La strada intrapresa nell’ultimo quarantennio continuerà a produrre i suoi disastri (riduzione costante dell’aspettativa media di vita nei paesi in via di sviluppo, distruzione del tenore di vita nel mondo occidentale) se non attuiamo un cambio di paradigma culturale riscoprendo i principi che guidarono la ricostruzione post-bellica filo-rooseveltiana.

Nel concreto di ciò che riguarda la situazione italiana ciò vuol dire tenere l’ago della bilancia della politica economica su Giulio Tremonti invece che su Renato Brunetta. Virare dunque da quella cultura liberista per cui il mercato lasciato a sé stesso risolverà i nostri problemi, a quella dirigista per cui il mercato farà il meglio possibile in rapporto a consapevoli scelte-cornice che la politica deve fare, così come richiesto dalla nostra Costituzione[3]. I modelli da seguire non sono la Thatcher o Reagan, Adam Smith o Milton Friedman, quanto piuttosto Franklin Roosevelt, Alexander Hamilton o Henry C. Carey.

Si è dunque nella giusta direzione quando ci si rende conto che il caso Alitalia non può essere valutato in termini primariamente contabili e finanziari, ma primariamente strategici. Alitalia a maggior ragione, ma invero ogni azienda, non è una cellula a sé stante da guardare come si guarda un monolite; essa rappresenta parte del fulcro di un indotto che si chiama economia italiana e che si compone degli alberghi, dei bar, dei taxi, dei negozi, delle industrie, ecc. che poi avranno contatto con quei forestieri. Ciò vorrà conseguentemente dire maggiori entrate tributarie per il nostro erario. Dunque, quei 125 euri gravanti su ogni cittadino, calcolati dall’Economist, rientreranno moltiplicati (per quanto il sistema sarà in grado di rendere dinamico ed efficiente il complesso delle relazioni economiche) per il circolo virtuoso dell’economia nazionale. La valutazione formale, frutto di una concezione lineare e statica dell’economia, per cui sarebbe “anacronistico e demagogico dare importanza alla nazionalità del centro direzionale di Alitalia” dimostra tutta la virtualità dei ragionamenti dei liberisti. L’assurdità di un tale approccio è rafforzata quando i fautori del mercatismo dispongono che l’agenda economica nazionale debba puntare tutta sul turismo. Ma la loro visione ed azione ha già trovato il verdetto dei fatti: nonostante la centralità riconosciuta al mercato del turismo nell’economia italiana, il turismo nell’ultimo decennio, rispetto ai nostri principali competitori (Francia, Spagna e Grecia) ha perso costantemente posizioni di mercato. L’economia è invece fenomeno fisico ed in via accessoria finanziario. Se avessimo messo nelle mani di Air France – Klm il centro decisionale delle sorti di Alitalia avremmo messo a rischio quel quasi 20% del mercato internazionale verso l’Italia che la compagnia di bandiera oggi gestisce. Anche nella prospettiva dei megaflussi previsti per il prossimo decennio da Cina, India e Russia, i francesi avrebbero avvantaggiato il mercato italiano o quello francese nel caso in cui Alitalia fosse diventata loro? Ed infine, perché la nazionalista Francia punta a rafforzare la propria compagnia di bandiera con l’acquisizione di quelle straniere?

Il 1929 può essere evitato solo se si decide di scollare il sedere dalle pompose poltrone di carta su cui abbiamo deciso di adagiarci nell’ultimo quarantennio[4]. Ciò vuol dire tornare a produrre liberando il sistema delle infrastrutture e dell’industria dal sovraordinato e prorompente sistema finanziario filo-speculativo, fondato su rapporti valutari fluttuanti; ciò vuol dire tornare a valutare l’economia in termini di efficienza fisica e non attraverso il metro della formalità contabile.

Un’economia non sta bene se il p.i.l. cresce grazie alla oramai assoluta incidenza su di esso delle transazioni finanziarie che dietro di sé hanno il nulla, e nel frattempo i tenori di vita della maggioranza della popolazione decrescono (questo è in breve ciò che avviene nelle “moderne” economie dominate dal culto del liberismo anglo-olandese).

E’ ovvio che da un punto di vista dell’economia fisica l’odierno 1929 non è entrato ancora nella sua fase di ultima manifesta evidenza, tutta code agli sportelli e suicidi – anche se negli Usa i pignoramenti hanno raggiunto il record trentennale – , a cui rispondere o con metodi fascisti come fu in Europa o con i metodi propri del sistema americano di economia politica come fu negli Stati Uniti, ma è altrettanto ovvio a chi abbia un livello di conoscenze superiore a quello a cui ci costringono i media commerciali, che il 1929 è di fatto cominciato e che le tensioni nascenti a livello geopolitico non sono altro che conferma e conseguenza di un modello delle relazioni economico-finanziarie iniquo che alcuni vorrebbero procrastinare sine die, e che altri, invece, non intendono più accettare. A questo proposito è interessante rilevare che la dirigenza russa – e lo stesso hanno fatto molti leaders sud-americani – parli di riordino del sistema finanziario, di Franklin Delano Roosevelt (FDR), di progetti infrastrutturali comuni. Ad essi ora si aggiungono i socialisti francesi (evidentemente dissonanti rispetto al partito di De Benedetti ed al suo responsabile economico, Pierluigi Bersani) che con il suo segretario generale, François Hollande, così si sono espressi:

«Bisogna comprendere la dimensione della gravità di questa crisi, non sottostimarla come la destra fa da un anno. … Noi viviamo una crisi multipla, generale, globale. … Essa è innanzitutto finanziaria, essa è nata un anno fa con i subprime, che hanno finito per contaminare l’insieme del sistema bancario, per provocare delle perdite contabili che finalmente si sono tradotte attraverso una iniezione di liquidità delle banche centrali e la crisi è divenuta monetaria con dei movimenti dei cambi che infettano l’euro e il dollaro e modificano i tassi d’interesse. Da monetaria, essa è divenuta economica, con il rallentamento della crescita nei paesi emergenti e l’entrata in recessione di una parte dell’Europa. Essa è divenuta anche energetica, con la moltiplicazione per cinque dei prezzi dell’energia; … alimentare, con la progressione del prezzo delle materie prime; immobiliare nei paesi più sviluppati con il calo dei prezzi … La crisi è dunque generale, essa tocca tutti i livelli, tutti i continenti. … Essa è globale perchè è il capitalismo globalizzato che è colpito in tutte le sue dimensioni, perché tutti i mercati ne sono infettati. … Le deregolamentazioni che noi viviamo sono la conseguenza di scelte politiche: deregolamentazione dei mercati, finanziarizzazione dell’economia, il disimpegno delle autorità pubbliche, privatizzazioni, messa in concorrenza dei servizi pubblici. ... Ci sono cinque punti essenziali se noi vogliamo fare uscire l’economia mondiale delle deregolamentazioni nella quale essa è sprofondata: conferenza finanziaria e monetaria: nuova Bretton Woods che permetta la stabilità del cambio euro/dollaro, il coordinamento delle politiche monetarie e la regolamentazione del sistema finanziario; … il rafforzamento delle istituzioni finanziarie multilaterali [per permettere] con le banche centrali, di controllare innanzitutto il sistema bancario e di punirlo, altrimenti la speculazione troverà sempre la sua ricompensa; … [sostenere] la produzione agricola dei paesi in via di sviluppo … riorientare la costruzione europea, attorno al coordinamento di politiche economiche ed il lancio di grandi prestiti per finanziare oggi le PMI, le abitazioni e gli investimenti in materie di ricerca e di tecnologia.»

I pusher dell’ideologia liberista (confusi per economisti), veri e propri spacciatori di idee tossiche, per superbia o prostituzione della coscienza – approcci utili alle carriere – sono completamente dimentichi dell’inequivocabile verdetto dato dalla storia dal 1789 al 1945: il liberismo non è altro che la legge del più forte, ed il fenomeno imperiale chiamato oggi globalizzazione non è altro che una concentrazione di potere nelle mani di una oligarchia finanziaria. Chi continua a parlare di globalizzazione come di un fenomeno positivo che ha consentito ai cinesi di bere bibite occidentali ed agli occidentali di mangiare sushi, parla del nulla. Infatti, dalla stessa Banca per i regolamenti internazionali di Basilea, si ricava che dal 1960 ad oggi, nelle economie “moderne”, il flusso dei beni reali scambiati rispetto al flusso monetario sul mercato dei cambi è passato da un rapporto di 83 a 17 ad un rapporto di 0, ... a 99, … (E non si tratta di un errore di scrittura i dati di 83 e di 0, … si riferiscono ai beni reali!). Questo ci indica chiaramente come i processi puramente finanziari abbiano preso il sopravvento sull’economia reale, con un’accelerazione senza sosta dall’abbattimento degli accordi di Bretton Woods (1971). Quindi i vari Giavazzi, Alesina, e compagnia bella, quando parlano della globalizzazione parlano di quel 0, …% dell’economia mondiale che così grande beneficio darebbe all’umanità.

Il presidente Berlusconi, pur avendo affidato a Giulio Tremonti l’economia italiana, rischia – con tutti i suoi colleghi internazionali – di essere ricordato dalla storia come l’Herbert Hoover del 2000. L’intervista rilasciata il 21 agosto scorso alla rivista Tempi, rischia di rappresentare il “la” ad una virata dal tremontiano ripristino della supremazia della politica sulla finanza e l’economia, all’incantato liberismo che portò diretti al 1929. Di “suicidi a catena di imprenditori ridotti sul lastrico, assalti agli sportelli delle banche, file di disoccupati per le strade, molte persone ridotte letteralmente alla fame” in occidente non ve ne sono ancora, ma il presidente Berlusconi preferisce attendere, come Coolidge ed Hoover, che tutto ciò si verifichi prima di rendersi conto che l’unica via di uscita dall’attuale stato di crisi sistemica è quella che intraprese il presidente Franklin Roosevelt per far uscire il mondo dal disastro finanziario, economico, geo-politico e soprattutto morale, in cui si ritrovò nell’arco di pochi anni?

Il livello di parassitaggio operato dalla catena (speculativa) di Sant’Antonio è giunto al suo termine perché il bluff è divenuto quasi di pubblico dominio. Quando il bluff diviene di pubblico dominio, le catene di Sant’Antonio finiscono. Di fatto, siamo al raschiamento dei barili. Siamo all’ultimo strato da raschiare, ossia le infrastrutture pubbliche. Non esiste più alcun valore credibile dell’economia fisica che sia utile a costruire piramidi finanziarie funzionali al rifinanziamento della bolla speculativa ufficialmente avviata il 15 agosto 1971 (abbattimento degli accordi di Bretton Woods). Gli unici assets rimasti (treni, infrastrutture stradali, sanità, scuole, ecc.) sono quelli appartenenti al pubblico, allo Stato. Fagocitati pure quelli, messi in mano a banche e speculatori, la bolla speculativa non avrà altro modo di rifinanziarsi. A quel punto due potranno essere le soluzioni: 1) quella rooseveltiana con cui si dichiara il fallimento del sistema e si ripristina un giusto sistema economico e finanziario; 2) quella dittatoriale con cui si mettono a bada popoli recalcitranti o nazioni nemiche che non intendono stare al depravato gioco. I continui tentavi di accerchiamento di Russia e Cina, attraverso il “casuale” sopravvenire di volontà autonomistiche interne ben fomentate dall’esterno (il Tibet per esempio), i sistemi doppio standard (dove la Nato può riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ma la Russia non può riconoscere quella di Ossezia del Sud ed Abkazia), a cui si aggiunge l’uso costante della menzogna come mezzo di informazione della popolazione occidentale, non sono altro che le conseguenze dell’avvitarsi della crisi finanziaria globale che se non vede ancora la disperazione generalizzata negli occhi degli occidentali, la vede in quelli di quelle oltre 40 popolazioni che tra Asia ed Africa sono dovute scendere nelle piazze per protestare contro il caro alimenti (agli illuminati di qualunque risma, economisti ed associazioni dei consumtari, chiedo se anche là la catena distributiva è troppo lunga, oppure il vero problema è rappresentato dai fenomeni speculativi che stanno alla fonte?).

Dunque, ciò che hanno di fronte le classi dirigenti è una scelta: schierarsi dalla parte degli speculatori, oppure ad ottemperanza degli obblighi imposti dalle costituzioni novecentesche operare per il bene comune, ridando impulso a produzioni e commerci, attraverso l’intervento pubblico in favore dei molti ed a controllo dei pochi troppo potenti? Liberismo (intrinsecamente filo-oligarchico, come insegnato dagli autentici padri costituenti americani, da Hamilton a Quincy Adams, da Licoln e Carey a Franklin Roosevelt) o dirigismo filo-repubblicano (che quelli, invece, attuarono)? E non ci si confonda, la scelta non è tra libero mercato e comunismo, ma tra il riconoscere i limiti dell’economia di mercato e dunque intervenire per superarli, ed il non riconoscerli e volersi affidare ad una sorta di trading system finanziario che dice di puntare al rialzo mentre l’indice finanziario inesorabilmente crolla a velocità supersonica.

In ogni caso è utopico credere di poter rimettere in piedi un’economia nazionale, trascurando il fronte del risanamento del sistema finanziario internazionale. Senza una Nuova Bretton Woods quello che rischia qualsiasi economia nazionale sono fenomeni tipo quelli che riguardarono le Tigri del sud-est asiatico a fine anni ‘90: trent’anni per lanciare un miracolo economico; un biennio per distruggerlo.

Claudio Giudici



[1] La ricostruzione del grande pensatore universale trova oggi conferma empirica negli studi del biogeochimico russo Vladimir I. Vernadsky.

[3] Ripetutamente la nostra Costituzione così si esprime: «E’ compito della Repubblica …», «La Repubblica promuove …», «La Repubblica agevola …», «La Repubblica tutela …» , «La Repubblica detta …», «La Repubblica rende effettivo …», «La legge tutela …», «La legge stabilisce …», «La legge dispone …», ecc.

[4] Per una veloce comprensione della storia dell’economia mondiale negli ultimi sessant’anni si guardi all’efficacissimo pedagogical dei giovani attivisti di LaRouche in Francia: www.solidariteetprogres.org/IMG/ppt/Economie_1945_2008.ppt.

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