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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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31 gennaio 2007

LIBERALIZZARE LA MENZOGNA - Dichiarazione contro le liberalizzazioni

Voi non avete fatto nessuna liberalizzazione!” dicono a sinistra.

Voi state facendo delle liberalizzazioni di facciata!” dicono a destra.

Dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista, ovviamente passando per i cosiddetti moderati, tutti sono d’accordo sul fatto che le liberalizzazioni siano un “dio buono” a cui inchinarsi ed obbedire.

Ma quando in una fase storica decadente, una issue è dominante – ma questa a dire il vero più che dominante è “opinione unica” – le radici del perché della decadenza sono rintracciabili proprio nei principi che ispirano quella issue.

Le liberalizzazioni sono un sottoprodotto di un processo economico produttivo fondato sul progresso tecnologico-scientifico.

Circa quarant’anni di distruzione dell’economia fisica a tutto vantaggio dell’economia speculativa, sono bastati per fare dimenticare all’attuale stato della scienza come produrre ricchezza. La nostra classe dirigente, ed in generale la società da essa guidata, non ha dunque neanche più la capacità di intendere cosa sia l’economia fisica. Così ci si agita intorno al frutto ma non intorno all’albero. Dell’albero ci si disinteressa o quasi, mentre il frutto, ben più attraente, distrae l’attenzione; questo, viene spostato di punto in punto, senza che però, ovviamente, ad esso derivi arricchimento alcuno, anzi il solo deperimento.

Se la storia dell’economia politica fosse conosciuta dagli uomini politici, questi non potrebbero cadere nella grande mistificazione delle liberalizzazioni. I nostri, infatti, non agiscono perché guidati da un processo cognitivo-creativo, piuttosto ubbidiscono alle agende che di giorno in giorno l’ambiente psicologicamente controllato, rappresentato in modo principale dai mass media, loro impone. Mass media che ovviamente sono tutt’altro che indipendenti, tutt’altro che “funzionari” dediti al Bene Comune.

Il liberalizzatore Ministro Bersani, di cinque anni in cinque anni, alterna vizio a virtù (la virtù è rappresentata dal viaggio-studio fatto con Enrico Letta, per tutta Italia, intorno ai distretti industriali).

L’istanza delle liberalizzazioni è uno dei tipici prodotti che la propaganda riesce a creare ad ampliamento della collezione di mistificazioni che di anno in anno crea. Una menzogna a forza di ripeterla diventa verità, ci dice il Prova a prendermi di Spielberg.

Addirittura – Pecoraro Scanio docet – , nonostante vari ambienti della politica e della cultura abbiano dovuto prendere atto della distruttività delle politiche neo-liberiste, proprio perché riluttanti nei confronti dei processi di ricerca della verità, si spaccia il falso ideologico per cui “una cosa sia il liberismo, un’altra le liberalizzazioni” (!). Le ubriacature dei mondialisti Aldous Huxley, George Orwell e Bertrand Russell profetizzavano: sì sarà no, no sarà sì; the snow is black.

Senza ripercorrere le chiarissime dimostrazioni date dalla storia, in particolare dal 1763 ad oggi, il quinquennio 1996-2001, dove Bersani – probabilmente senza essersi mai cimentato nello studio del sistema americano di economia politica così come sviluppatosi da Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d’America, passando per Henry Charles Carey, Abramo Lincoln, fino a Franklin Delano Roosevelt – si cimentò nel promuovere quel capolavoro proto-oligopolista che fu il d. lgs. 114/98 (decreto Bersani, o legge di riforma del commercio), grazie al quale oggi ci ritroviamo la situazione che qui rappresento.

In seguito ai processi di deindustrializzazione tanto cari all’Ing. De Benedetti, con la corrispondente apertura ai processi speculativi internazionali, rilegittimati a partire dal 15 agosto ’71, dopo gli abomini che portarono alle due guerre mondiali, il reddito medio pro-capite in termini reali è andato sensibilmente scemando, con accelerazioni violentissime durante tutti gli anni ’90. La perdita conseguitane di posti di lavoro altamente produttivi, temperata durante la fase degli anni ’70 ed ’80 con il palliativo del pubblico impiego, e mascherata da tecniche di conteggio della disoccupazione sempre più manifestamente falsificanti (riduzione delle ore di lavoro sufficienti per essere considerati occupati; revisione degli indici per considerare disoccupato volontario, dunque non disoccupato, il disoccupato rassegnato; ecc.), ha creato una moltitudine di disoccupati. Questi disoccupati piuttosto che renderli occupati in un mercato del lavoro, nel suo insieme, sempre più qualificato – ma ciò necessitava del rilancio di una nuova fase industriale ad alta intensità di tecnologia e capitale – si sono riversati nel saturo mercato del lavoro. Si è detto: “La torta è questa, dobbiamo farne fette più piccole, per darne un po’ a tutti!”. Si sarebbe però potuto anche dire: “Questa torta ci condanna tutti alla fame. Per il momento stringiamo i denti per un po’ e facciamone fette più piccole, visto che ci siamo dimenticati di farne altre, ma da adesso dobbiamo cominciare a lavorare per averne una ben più corposa.”

Quello che invece si sta facendo è quello di restringere sempre più questa torta, illudendosi che prima o poi questa, forse, tornerà a crescere. Quando? Quando il libero mercato lo deciderà! Il libero mercato ovviamente non lo deciderà mai. L’uomo necessita di precisi atti di volontà per porre rimedio ai propri problemi. Questa strada, se vuol essere autentica, passa per uno stravolgimento dei principi che ispirano la sua azione, un cambio di paradigma.

Tornando al nostro decreto Bersani del ’98, l’eliminazione dei limiti di spazio tra un esercizio commerciale e l’altro, “per una migliore distribuzione dei prodotti sul territorio” (!) ha fatto sì che un’infinità di negozi di abbigliamento, ristoranti, vinaini, benzinai – per arrivare ad assurdità per cui procedi per chilometri senza benzinai, e poi in un singolo viale ve ne sono decine attaccati l’uno all’altro! Ma il libero mercato non può dirgli dove sia più socialmente utile piazzarsi! – aprissero in modo assolutamente arbitrario finendo con l’agevolare sempre, com’è ovvio che sia in un settore deregolamentato, non il più bravo o addirittura socialmente utile, ma il finanziariamente più forte. Così i piccoli negozi di abbigliamento sono andati via via morendo, a tutto vantaggio delle grandi firme che grazie agli outlet sono ora convenienti anche per il meno abbiente dei cittadini-consumatori; di negozi di sport in mano ad abbienti commercianti, ne potevamo avere 2 nell’arco di 3 chilometri, ed invece, ora ne abbiamo uno gigante in mano a ricchissime catene nell’arco di 10 chilometri. Benvenuto sempre meno esistente cittadino-consumatore! Addio cittadino-lavoratore! Per consumare si deve lavorare, e se il lavoro è mal pagato ed i consumi inflazionati da immissioni arbitrarie di liquidità da parte dei centri finanziari, cosa vuoi consumare!

Il processo di un settore liberalizzato è fisiologicamente questo, come dimostrano gli esempi ora riportati: dopo una iniziale fase di apertura e di capillarizzazione (azione centrifuga) sul territorio, si assiste, alla morte dei più deboli a tutto vantaggio dei forti che divengono fortissimi, ed ad una conseguente più radicale centralizzazione (azione centripeta).

D’altra parte, lo stesso Berlusconi, diviene duopolista grazie all’apertura del settore televisivo, avvantaggiato dai privilegi concessi da un sistema arbitrariamente finanziarizzato.

Non credo sia un caso che in questo momento fra i liberalizzatori, la voce più grossa sia quella di Montezemolo e Della Valle, interessati alle ferrovie, Benetton, interessato ai taxi. In merito ai taxi, sono quasi sicuro che Bersani non fosse in malafede – d’altra parte i disegni di legge non li scrivono, e neanche li capiscono, i ministri, ma i tecnici – è interessante notare come il decreto Bersani dell’estate scorsa, tra le sue norme, contenesse quella per cui liberalizzando il settore dei taxi, si potessero però costituire delle società e cumulare le licenze. Ciò, che oggi non è possibile, sicuramente nel breve-medio periodo avrebbe portato – e se lo ripropongono, a quel punto, non possiamo che optare per la malafede del Ministro – alla costituzione di una grande società con tanti mal pagati dipendenti.

Banche ed assicurazioni nazionali, dopo la prima fase esterofila dei mesi scorsi, sotto Mario Draghi e Guido Rossi, dovranno finire ancor più sotto il controllo delle potentissime oligarchie finanziarie internazionali.

Il vizio epistemologico degli amici di destra, che si manifesta in economia con la teoria del trikle down – sfacciatamente filo-oligarchica – per cui si fa l’apologia dell’incentivazione dell’arricchimento dei più abbienti, di modo che poi, questi, dandosi una sgrullata, faranno disordinatamente ricadere parte delle loro ricchezze sui meno abbienti (e dunque si detassano i grandi patrimoni, si rendono meno vincolanti i contratti di lavoro, ecc.), è quello per cui la disuguaglianza esisterà sempre e siccome esisterà sempre non si debba cercare neanche di renderla proporzionata, armonica.

Il vizio di fondo, invece, degli amici della sinistra odierna – meno sfacciati, perché abili a mascherare, consapevoli o meno che siano – ma dal risultato medesimo, è quello per cui combattendo le (piccole) aree di privilegio si produrrebbe una più equa distribuzione del reddito. Laddove le grandi aree di privilegio vengono toccate – si vedano le banche italiane – ciò avviene a favore di un privilegiato ancora più potente – le banche straniere.

Con entrambe le soluzioni non si viene a perfezionare in modo volontaristico un processo volto all’arricchimento generalizzato della popolazione, ma, nel breve periodo, un semplice alleviamento delle sofferenze dei più. Finito l’effetto del cortisone, il male esplode in modo ancor più violento.

Ovviamente della legge 431/98 (disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili ad uso abitativo, o del canone libero), regolamentazione, o meglio deregolamentazione, tipica espressione di un approccio liberista, non vi è bisogno di soffermarsi sopra, viste le notissime degenerazioni prodottesi, a tutto discapito dei meno abbienti, e delle cui responsabilità politiche nessuno parla.

La soluzione a tutto ciò è la strada che passa per l’amore della verità e per l’amore per il prossimo; questa strada continua a portare il nome di un coraggioso che ci salvò da una dittatura internazionale, e di cui oggi più nessuno parla: Franklin Delano Roosevelt.

 

 

Claudio Giudici

 




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31 gennaio 2007

LIBERALIZZARE LA MENZOGNA - Dichiarazione contro le liberalizzazioni

 

Voi non avete fatto nessuna liberalizzazione!” dicono a sinistra.

Voi state facendo delle liberalizzazioni di facciata!” dicono a destra.

Dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista, ovviamente passando per i cosiddetti moderati, tutti sono d’accordo sul fatto che le liberalizzazioni siano un “dio buono” a cui inchinarsi ed obbedire.

Ma quando in una fase storica decadente, una issue è dominante – ma questa a dire il vero più che dominante è “opinione unica” – le radici del perché della decadenza sono rintracciabili proprio nei principi che ispirano quella issue.

Le liberalizzazioni sono un sottoprodotto di un processo economico produttivo fondato sul progresso tecnologico-scientifico.

Circa quarant’anni di distruzione dell’economia fisica a tutto vantaggio dell’economia speculativa, sono bastati per fare dimenticare all’attuale stato della scienza come produrre ricchezza. La nostra classe dirigente, ed in generale la società da essa guidata, non ha dunque neanche più la capacità di intendere cosa sia l’economia fisica. Così ci si agita intorno al frutto ma non intorno all’albero. Dell’albero ci si disinteressa o quasi, mentre il frutto, ben più attraente, distrae l’attenzione; questo, viene spostato di punto in punto, senza che però, ovviamente, ad esso derivi arricchimento alcuno, anzi il solo deperimento.

Se la storia dell’economia politica fosse conosciuta dagli uomini politici, questi non potrebbero cadere nella grande mistificazione delle liberalizzazioni. I nostri, infatti, non agiscono perché guidati da un processo cognitivo-creativo, piuttosto ubbidiscono alle agende che di giorno in giorno l’ambiente psicologicamente controllato, rappresentato in modo principale dai mass media, loro impone. Mass media che ovviamente sono tutt’altro che indipendenti, tutt’altro che “funzionari” dediti al Bene Comune.

Il liberalizzatore Ministro Bersani, di cinque anni in cinque anni, alterna vizio a virtù (la virtù è rappresentata dal viaggio-studio fatto con Enrico Letta, per tutta Italia, intorno ai distretti industriali).

L’istanza delle liberalizzazioni è uno dei tipici prodotti che la propaganda riesce a creare ad ampliamento della collezione di mistificazioni che di anno in anno crea. Una menzogna a forza di ripeterla diventa verità, ci dice il Prova a prendermi di Spielberg.

Addirittura – Pecoraro Scanio docet – , nonostante vari ambienti della politica e della cultura abbiano dovuto prendere atto della distruttività delle politiche neo-liberiste, proprio perché riluttanti nei confronti dei processi di ricerca della verità, si spaccia il falso ideologico per cui “una cosa sia il liberismo, un’altra le liberalizzazioni” (!). Le ubriacature dei mondialisti Aldous Huxley, George Orwell e Bertrand Russell profetizzavano: sì sarà no, no sarà sì; the snow is black.

Senza ripercorrere le chiarissime dimostrazioni date dalla storia, in particolare dal 1763 ad oggi, il quinquennio 1996-2001, dove Bersani – probabilmente senza essersi mai cimentato nello studio del sistema americano di economia politica così come sviluppatosi da Alexander Hamilton, primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d’America, passando per Henry Charles Carey, Abramo Lincoln, fino a Franklin Delano Roosevelt – si cimentò nel promuovere quel capolavoro proto-oligopolista che fu il d. lgs. 114/98 (decreto Bersani, o legge di riforma del commercio), grazie al quale oggi ci ritroviamo la situazione che qui rappresento.

In seguito ai processi di deindustrializzazione tanto cari all’Ing. De Benedetti, con la corrispondente apertura ai processi speculativi internazionali, rilegittimati a partire dal 15 agosto ’71, dopo gli abomini che portarono alle due guerre mondiali, il reddito medio pro-capite in termini reali è andato sensibilmente scemando, con accelerazioni violentissime durante tutti gli anni ’90. La perdita conseguitane di posti di lavoro altamente produttivi, temperata durante la fase degli anni ’70 ed ’80 con il palliativo del pubblico impiego, e mascherata da tecniche di conteggio della disoccupazione sempre più manifestamente falsificanti (riduzione delle ore di lavoro sufficienti per essere considerati occupati; revisione degli indici per considerare disoccupato volontario, dunque non disoccupato, il disoccupato rassegnato; ecc.), ha creato una moltitudine di disoccupati. Questi disoccupati piuttosto che renderli occupati in un mercato del lavoro, nel suo insieme, sempre più qualificato – ma ciò necessitava del rilancio di una nuova fase industriale ad alta intensità di tecnologia e capitale – si sono riversati nel saturo mercato del lavoro. Si è detto: “La torta è questa, dobbiamo farne fette più piccole, per darne un po’ a tutti!”. Si sarebbe però potuto anche dire: “Questa torta ci condanna tutti alla fame. Per il momento stringiamo i denti per un po’ e facciamone fette più piccole, visto che ci siamo dimenticati di farne altre, ma da adesso dobbiamo cominciare a lavorare per averne una ben più corposa.”

Quello che invece si sta facendo è quello di restringere sempre più questa torta, illudendosi che prima o poi questa, forse, tornerà a crescere. Quando? Quando il libero mercato lo deciderà! Il libero mercato ovviamente non lo deciderà mai. L’uomo necessita di precisi atti di volontà per porre rimedio ai propri problemi. Questa strada, se vuol essere autentica, passa per uno stravolgimento dei principi che ispirano la sua azione, un cambio di paradigma.

Tornando al nostro decreto Bersani del ’98, l’eliminazione dei limiti di spazio tra un esercizio commerciale e l’altro, “per una migliore distribuzione dei prodotti sul territorio” (!) ha fatto sì che un’infinità di negozi di abbigliamento, ristoranti, vinaini, benzinai – per arrivare ad assurdità per cui procedi per chilometri senza benzinai, e poi in un singolo viale ve ne sono decine attaccati l’uno all’altro! Ma il libero mercato non può dirgli dove sia più socialmente utile piazzarsi! – aprissero in modo assolutamente arbitrario finendo con l’agevolare sempre, com’è ovvio che sia in un settore deregolamentato, non il più bravo o addirittura socialmente utile, ma il finanziariamente più forte. Così i piccoli negozi di abbigliamento sono andati via via morendo, a tutto vantaggio delle grandi firme che grazie agli outlet sono ora convenienti anche per il meno abbiente dei cittadini-consumatori; di negozi di sport in mano ad abbienti commercianti, ne potevamo avere 2 nell’arco di 3 chilometri, ed invece, ora ne abbiamo uno gigante in mano a ricchissime catene nell’arco di 10 chilometri. Benvenuto sempre meno esistente cittadino-consumatore! Addio cittadino-lavoratore! Per consumare si deve lavorare, e se il lavoro è mal pagato ed i consumi inflazionati da immissioni arbitrarie di liquidità da parte dei centri finanziari, cosa vuoi consumare!

Il processo di un settore liberalizzato è fisiologicamente questo, come dimostrano gli esempi ora riportati: dopo una iniziale fase di apertura e di capillarizzazione (azione centrifuga) sul territorio, si assiste, alla morte dei più deboli a tutto vantaggio dei forti che divengono fortissimi, ed ad una conseguente più radicale centralizzazione (azione centripeta).

D’altra parte, lo stesso Berlusconi, diviene duopolista grazie all’apertura del settore televisivo, avvantaggiato dai privilegi concessi da un sistema arbitrariamente finanziarizzato.

Non credo sia un caso che in questo momento fra i liberalizzatori, la voce più grossa sia quella di Montezemolo e Della Valle, interessati alle ferrovie, Benetton, interessato ai taxi. In merito ai taxi, sono quasi sicuro che Bersani non fosse in malafede – d’altra parte i disegni di legge non li scrivono, e neanche li capiscono, i ministri, ma i tecnici – è interessante notare come il decreto Bersani dell’estate scorsa, tra le sue norme, contenesse quella per cui liberalizzando il settore dei taxi, si potessero però costituire delle società e cumulare le licenze. Ciò, che oggi non è possibile, sicuramente nel breve-medio periodo avrebbe portato – e se lo ripropongono, a quel punto, non possiamo che optare per la malafede del Ministro – alla costituzione di una grande società con tanti mal pagati dipendenti.

Banche ed assicurazioni nazionali, dopo la prima fase esterofila dei mesi scorsi, sotto Mario Draghi e Guido Rossi, dovranno finire ancor più sotto il controllo delle potentissime oligarchie finanziarie internazionali.

Il vizio epistemologico degli amici di destra, che si manifesta in economia con la teoria del trikle down – sfacciatamente filo-oligarchica – per cui si fa l’apologia dell’incentivazione dell’arricchimento dei più abbienti, di modo che poi, questi, dandosi una sgrullata, faranno disordinatamente ricadere parte delle loro ricchezze sui meno abbienti (e dunque si detassano i grandi patrimoni, si rendono meno vincolanti i contratti di lavoro, ecc.), è quello per cui la disuguaglianza esisterà sempre e siccome esisterà sempre non si debba cercare neanche di renderla proporzionata, armonica.

Il vizio di fondo, invece, degli amici della sinistra odierna – meno sfacciati, perché abili a mascherare, consapevoli o meno che siano – ma dal risultato medesimo, è quello per cui combattendo le (piccole) aree di privilegio si produrrebbe una più equa distribuzione del reddito. Laddove le grandi aree di privilegio vengono toccate – si vedano le banche italiane – ciò avviene a favore di un privilegiato ancora più potente – le banche straniere.

Con entrambe le soluzioni non si viene a perfezionare in modo volontaristico un processo volto all’arricchimento generalizzato della popolazione, ma, nel breve periodo, un semplice alleviamento delle sofferenze dei più. Finito l’effetto del cortisone, il male esplode in modo ancor più violento.

Ovviamente della legge 431/98 (disciplina delle locazioni e del rilascio degli immobili ad uso abitativo, o del canone libero), regolamentazione, o meglio deregolamentazione, tipica espressione di un approccio liberista, non vi è bisogno di soffermarsi sopra, viste le notissime degenerazioni prodottesi, a tutto discapito dei meno abbienti, e delle cui responsabilità politiche nessuno parla.

La soluzione a tutto ciò è la strada che passa per l’amore della verità e per l’amore per il prossimo; questa strada continua a portare il nome di un coraggioso che ci salvò da una dittatura internazionale, e di cui oggi più nessuno parla: Franklin Delano Roosevelt.

 

 

Claudio Giudici

 




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20 gennaio 2007


Lettera aperta all’On. Lulli.

 

Firenze, 20 gennaio 2007.

 

Egregio On. Lulli,

le scrivo in seguito al suo intervento di ieri sera all’incontro organizzato dai Giovani della Margherita di Prato, una delle realtà margheritine più attive della Toscana e d’Italia, che ha il merito di tenere acceso il dibattito non soltanto nelle comode ed interessate fasi pre-elettorali.

 

Mi riallaccio in particolare ad alcuni punti del suo discorso dove, invero in modo molto cordiale, ha criticato alcuni punti del mio precedente discorso che denunciava, passando per le liberalizzazioni, i vizi epistemologici alla base dell’economia odierna – riassumibili nell’assenza di amore per la verità – e la totale assenza di meritocrazia nella politica – altro che nella pubblica amministrazione!

 

Converrà sull’idea che l’economia, come scienza della relazione dell’umanità con la biosfera, dunque come scienza della noosfera, sia l’espressione ultima e di più immediata percezione, della bontà o meno dell’epistemologia (come principi che ispirano la conoscenza) di una data società.

Dunque non può essere sottovalutata, sminuendone la portata, come a mio parere ha fatto quando ci ha suggerito di “non guardare solo all’economia ed alla politica, ma anche alla sociologia”, quest’ultima, scienza molto parziale – come di recente mi ha dimostrato anche Renato Curcio durante una discussione avuta al mio Circolo – in quanto neutralmente limitata a constatare, ma a non voler suggerire, risolvere.

Comunque, quasi a volerla rincuorare che non guardiamo solo all’economia ed alla politica, forse perché ubbidienti nei confronti di uno dei tanti suggerimenti datici da Giovanni Paolo II, del diffidare dagli approcci settoriali alla conoscenza, le sottopongo l’analisi sociologica che più condivido. Quest’analisi, al momento, credo basti limitarla dalla fase del dopoguerra all’oggi. Ovviamente, essa, è in stretta relazione al sistema di principi che nel continuo divenire ha ispirato l’azione umana, ed alle conseguenze economiche che ne sono derivate.

Con formula breve ma efficace direi che la contingentata, ma in ogni caso voluta, concezione dell’uomo in termini di homo homini fratres e la riscoperta della sua innata attitudine prometeica, avevano fatto sì che dopo le atrocità dei primi quarantacinque anni del secolo scorso, si tornasse ad un periodo di miglioramento generalizzato delle condizioni di vita della popolazione mondiale – paradossalmente, contro ogni concezione entropica e chiusa dell’economia, anche nei Paesi del Terzo Mondo – e di speranza nel futuro. I principi di solidarietà cristiana – cristiani erano i leaders delle principali nazioni del mondo che collaboravano a tale rinascita - , espressi in particolar modo da un’azione statale e sovranazionale impegnate a svolgere il ruolo di arbitro a tutela dei più deboli e del Bene Comune, ed a freno della cupidigia dei più potenti, la centralità del lavoro come applicazione generalizzata delle capacità cognitivo-creative dell’uomo, ed il senso dell’immortalità espresso dall’amore per la verità e per la posterità, avevano riorientato i raggi del sole verso il pianeta, dopo la lunga eclissi lunare che, se non fosse stato per Franklin Delano Roosevelt, rischiava di rendere permanente il buio sul pianeta.

Questa fase durò grosso modo fino all’era Kennedy. Gli anni ’60 sono a questo proposito centrali per rilevare dove il ciclo rialzista abbia cominciato a girarsi verso il basso. Gli omicidi di Enrico Mattei, John Fitzgerald Kennedy, Martin Luther King e Robert Kennedy – ma anche i tentati omicidi a De Gaulle – lanciarono al pianeta il messaggio che il cammino rooseveltiano doveva essere interrotto. Le crisi sulla sterlina britannica del ’67-’68 che portarono all’abbattimento degli accordi di Bretton Woods, riorganizzarono in senso liberista e finanziarizzato le relazioni tra gli Stati sovrani.

Si passò di fatto da una concezione dell’uomo in termini di homo homini fratres, a quella previgente il ’45 di homo homini lupus. Si passò ad una concezione di Stato-nazione sovrano, in termini di Stati in continuo rapporto di cooperazione – legati dal “codice d’onore” che Bretton Woods imponeva – a Stati in relazione di forza, guidati dalla nietzschiana volontà di potenza.

Questo processo fu agevolato dalla battaglia nel campo dei principi che nel frattempo si combatteva nella vita di tutti i giorni delle persone. Si annunciava il passaggio dall’era industriale a quella post-industriale. Retaggio di ciò l’immagine poco gradevole che si ha della figura dell’operaio, quale ruota ultima della società, piuttosto che fulcro della stessa, e della fabbrica, quale edificio inquinante, piuttosto che produttivo di beni. Tale passaggio era agevolato da operazioni culturali come quella ecologista che nel ’73 dalle pagine dell’Espresso annunciava una nuova era glaciale a causa dell’inquinamento – inutile ricordare che invece oggi si parla di desertificazione - , e la fine del petrolio per i primi anni ’90. La disinformazione ecologista, fu strumento utile per coloro che avevano interesse a bloccare i processi di sviluppo industriale nel Terzo Mondo. In Italia, invece, si bloccò ogni processo di ammodernamento infrastrutturale e soprattutto si bloccò lo sviluppo del Sud.

Ma in tutto ciò un ruolo lo hanno giocato le sovrastrutture culturali della sovrappopolazione, quindi l’apertura ad una visione dell’altro come elemento di ingombro che toglie spazio vitale, piuttosto che come espressione più importante del vitale, che appunto è l’uomo. Al boom demografico si cominciò a pensare in termini maltusiani e russelliani (eliminazione dei “di più”), piuttosto che kennediani e lapiriani (la conquista dello spazio e la conseguente creazione di nuovi spazi vitali).

Senza infine dimenticare il ruolo giocato dalla cultura del “sex, drug and rock and roll”, che segnò il passaggio da una concezione di uomo dedito alla conoscenza, al lavoro ed all’amore per la posterità (per il lungo periodo, in economia) a quella di un uomo dedito alla soddisfazione immediata dei sensi (per il breve periodo, in economia). Da Prometeo e Dionisio.

Dunque piuttosto che constatare che oggi la maggioranza delle donne statunitensi è single, credo sia più importante chiedersi perché siano single. Dalla lettura storica che qui riporto, si dedurrà velocemente che ciò è dovuto alla totale assenza dell’idea di futuro, che in primis si esprime con la procreazione, e di amore per l’altro, che per primo si esprime nel rapporto di coppia.

Come riscoprire tutto ciò? Non credo che ci si debba inventare più di tanto. Si tratta di lotte già fatte dall’umanità nel corso della sua storia. La nostra Costituzione ne è un esempio. Basterebbe tornare ai principi che la ispirano, in particolare alla riscoperta dei primi quattro articoli della stessa, per approntare quel “cambio di paradigma” di cui si parla nel programma dell’Unione. Questo cambio di paradigma, nel programma e nell’azione di governo, non è però trattato con la dovuta serietà, ma anzi mantenendosi sul binario che sin qui, così malconci, ci ha portato.

Perché questo?

Ecco che vengo alla questione della meritocrazia nella politica.

Come si può verosimilmente pensare che la generazione che fino a questo punto ha ridotto il pianeta – una generazione che mai ha creduto all’esistenza di una verità - , che chi ha un proprio sistema di pensiero in sé radicato da quasi quarant’anni, riveda in modo umile – umiltà dovutale dal macello che ha combinato – e seriamente critico, gli assiomi di fondo che la ispirano?

Non ci si può giustificare dicendo, come lei ha fatto, che la gente non accetta i cambiamenti e che vi ostacola. Di tempo ne avete avuto fin abbastanza e di cambiamenti ne avete fatti fin troppi. Il costo di questi lo avete sempre riversato sulla popolazione. Franklin Roosevelt in 6 anni trasformò gli Stati Uniti da un’economia che aveva dimezzato la sua produzione in seguito all’orgia liberista post-Lincoln, alla più forte economia mondiale. Il prezzo di ciò, a pagarlo non fu la popolazione, ma furono i Morgan ed in generale i grandi centri bancari a cui furono interdette le possibilità speculative. La popolazione tornò a vedere crescere il potere d’acquisto reale, dunque la propria libertà, dunque il proprio diritto a migliorare la propria vita.

Perché se non fosse chiaro, l’Italia è su un baratro, e questo basterebbe per fare almeno un’analisi critica di tutta la classe dirigente odierna, ma quella del pianeta è da azienda fallita visto che ai 3/5 della popolazione è negato il diritto alla sussistenza, ed ogni giorno circa 12343 bambini sotto i 5 anni muoiono a causa della fame, della sete, della guerra o di malattie.

La Rivoluzione americana contro l’Impero britannico non ci sarebbe stata se non ci fosse stata una generazione di ventenni intorno all’anziano Benjamin Franklin.

Oggi i giovani li abbiamo, il nemico da combattere pure (l’oligarchia finanziaria che con i suoi giochetti speculativi si sta mangiando il futuro di quasi 7 miliardi di persone). Ci mancano, almeno qui in Italia, un grande vecchio ed il perfezionarsi di un processo di cambiamento. Perché non vi alleate al leader democratico Lyndon LaRouche, che Amelia Boynton Robinson, l’anziana paladina del movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King, definisce l’unico vero grande leader del pianeta?

Dovreste veramente investire sui giovani ancora giovani (non sui giovani già vecchi, allineati, remissivi).

Senza un ricambio generazionale il disastro è più che probabile. Dunque trattasi di mero atto dovuto.

Il sentimento diffuso che qui rappresento, non venga svilito ritenendolo una richiesta di poltrone. Le poltrone siano vostre – di tattica politica dovreste capirne, è sulla strategia di lungo respiro che deficitate enormemente - , ma utilizzatele per dare azione alla voce della nostra, al momento, no future generation. Ed il miglior modo per farlo, non è suggerirci voi, insieme ai Leporello-intellettualoidi che riempiono le pagine dei giornali, ciò che finora non avete capito, quanto quello di tornare ai principi ispiratori dell’azione dei vari Franklin Roosevelt, Alcide De Gasperi, Enrico Mattei, Giorgio La Pira.

 

Senza astio, ma con sola tanta timorosa franchezza le ho scritto tutto questo. Cordialmente la saluto.

 

Claudio Giudici

 

 

P.S.: Le faccio presente che questa lettera l’ho fatta girare negli ambienti margheritini, e pubblicata sul mio blog. Laddove intendesse rispondermi, farò altrettanto con la sua replica.

 




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18 gennaio 2007

Due pasti avvelenati: pensioni e liberalizzazioni

(Due pasti non ben auguranti, per rendermi ancora più sconfortato sul futuro che ci attende.

L’opinione unica assorda.)

Il grande Franklin Roosevelt, tra i vari insegnamenti che ci ha lasciato, ci ha lasciato anche quello per cui alcune generazioni nascono per distruggere, altre per ricostruire. La generazione di coloro che oggi ha tra i cinquanta ed i settant’anni, non appartiene certo alla seconda categoria. Nulla di personale ovviamente! solo di generazionale! ma non senza motivo visto l’attuale stato delle cose.

Subiamo senza sosta uno stillicidio di chiacchiere che soffocano il pensiero. Tutti chiacchierano di tutto, ma nessuno si prepara su nulla. Uno che vuol capire come funziona l’economia si legge i quotidiani, ascolta la tv, si studia i padri dell’empirismo liberista britannico (!). Tutte ricette che funzionano ovviamente (!). Non a caso ogni 7 secondi muore un bambino con meno di cinque anni per fame, sete, guerra o malattia!

“Ma questa è demagogia!” starà già rantolando qualcuno.

Mentre l’economia insegnata da quotidiani, tv ed empiristi liberisti (Adam Smith, Thomas Malthus, David Ricardo, tanto per citare gli autori di maggior successo, tutti accomunati dall’essere stati funzionari della Compagnia britannica delle Indie orientali) è com’è giusto che sia, ineluttabile che sia, auspicabile che sia.

Ma perché tutto questo? Perché avere così tanta paura di lasciare ciò che chiaramente ci sta portando ad una nemesi, per imboccare una strada che ci appare ignota? Non è stato questo l’errore di Amleto? Ma leggere Shakespeare non fa fare denaro e non stuzzica i nostri sensi …

Ai corsi di formazione aziendale – paiono la Fenomenologia dello spirito di Hegel, ossia un qualcosa di congeniale allo status quo, e d’altra parte non sarà un caso che siano pagati dall’azienda per darci una “formazione”! – parlano di “zona di confort”, della paura di uscire dalla zona di confort, ossia della paura di uscire da ciò che conosciamo per approdare verso ciò che non conosciamo. Anche le peggiori filosofie contengono un qualcosa di buono (ma non si scada nel distruttivista, e già da Platone confutato, tutto è relativo, perché questo è ciò che il modello culturale vigente ha insegnato negli ultimi quarant’anni).

A Caserta le brusche accelerazioni reazionarie per la riforma delle pensioni e per le liberalizzazioni, hanno subito un momento di arresto. Ritengo che si tratti solo di un momento.

Ma qui le spiegazioni s’impongono, visto che so di parlare ad una stragrande maggioranza di sostenitori di queste due riforme, soprattutto della seconda – questi, dunque, almeno apprezzino questo mio sconsiderato ed impopolare coraggio.

In merito alla riforma pensionistica. I suoi più fervidi sostenitori riconoscono almeno che il problema non riguarda l’oggi, ma si presenterà tra un ventennio. Personalmente, ritengo che possa presentarsi anche prima. Com’è tipico delle concezioni statiche e meccanicistiche su come funziona la realtà, si sottovalutano i costanti e progressivi (dinamici) fenomeni d’impoverimento produttivo del Paese. Considerati questi, il problema di un pareggio tra entrate ed uscite nel bilancio pensionistico, si presenterà prima dei vent’anni.

Tuttavia ammettiamo che questa mia considerazione non sia corretta. La necessità di mettere mano al sistema pensionistico è avvertita solo da chi pensa in termini punitivi – i reazionari – o meramente redistributivi – chi ha una concezione statica dell’economia e della realtà in generale.

Quello che deve essere fatto, non è rivedere il sistema pensionistico – è dal ’93 che lo facciamo e se lo facciamo anche questa volta, non avremo di fronte l’ultima riforma, ma l’ennesima ultima! – ma rivedere il sistema produttivo, che di fatto tale non è più se detraiamo dal prodotto interno lordo l’incidenza dei valori speculativi (valori azionari che non esprimono valori reali ma puramente fittizi, derivati finanziari, e tutta quella pletora di strumenti che l’ingegneria finanziaria ha inventato nell’ultimo decennio).

Ovviamente non si tratta di una formula inventata sul momento, ma semplicemente della riscoperta di quel modello che oggi si riscopre in Sud-America, che i nostri padri costituenti adottarono tra gli anni ’50 e ’60, ma che soprattutto negli Stati Uniti ha avuto le sue più eccellenti applicazioni dal 1789 all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Dunque, in un momento di crisi, lo Stato aumenta la propria spesa pubblica indebitandosi, o meglio facendo ricorso al diritto-dovere di sovranità monetaria e creditizia, per dirottare questa liquidità verso i settori produttivi delle infrastrutture, della ricerca scientifica, dell’industria ad alto tasso tecnologico e di capitale. La rimessa in moto del sistema produttivo, farà aumentare le entrate fiscali e previdenziali che riporteranno ad essere efficace il sistema pensionistico così come lo era quando fu creato sulla scorta della oramai antica capacità produttiva italiana.

Quando Franklin Delano Roosevelt adottò questa soluzione, all’indomani della più grossa crisi economica e finanziaria in cui fossero mai incappati gli Stati Uniti, si veniva da un periodo in cui i suoi predecessori, Hoover, e Coolidge, sostenevano l’idea per cui lo stato non potesse influenzare la “libertà del mercato”. Le stesse sciocchezze che sentiamo oggi! Il risultato della politica di Franklin Roosevelt, fu quello di trasformare un’economia che nel ’29-’32 aveva dimezzato la propria capacità produttiva rispetto al periodo precedente, nella principale economia mondiale già nel 1939. Roosevelt si rifece a quello che è più conosciuto come sistema americano di economia politica, tipicamente dirigista, in opposizione a quello liberista britannico; questo scontro fu alla base della guerra che portò all’indipendenza nel 1776.

Lo stesso approccio fu seguito in tutta Europa ed in buona parte del mondo. Ma già durante l’800, prendendo spunto da Lincoln, Italia, Russia, Giappone, diedero impulso alle rispettive economie adottando i principi del sistema americano di economia politica.

Oggi purtroppo le due fazioni che in Italia sono in lite tra di loro, non fanno altro che mantenersi sui binari che sino a qui, dopo la svolta paradigmatica degli anni ’70, ci ha portato.

Da un lato i giacobini alla Caruso che spenderebbero i 100miliardi di euro che Caserta ha determinato di investire al sud, per dare un reddito di cittadinanza ai meridionali, “perché altrimenti le imprese se li fregano”. Distribuiti in questo modo, una volta dati 5000 euro a cittadino, cosa abbiamo prodotto per il Meridione? E questi sarebbero quelli di “un altro mondo è possibile”!

La soluzione di aumentare i redditi, se è meno depravata di quella di ridurre il costo del lavoro che inevitabilmente si ripercuote sulla capacità d’acquisto reale del lavoratore dipendente, nell’attuale o nel futuro, è comunque un cieco palliativo che non guarda al domani. La spirale inflazionistica, tuttora esistente, finirebbe coll’aggravarsi. Di fatto, si tratterebbe di un mero aumento nominale, ma non reale, dei redditi.

Dall’altro i liberisti che dicono che quei soldi devono brevi manu passare alle imprese. Bene, ma in quali settori produttivi? Non può essere detto, perché altrimenti siamo tacciabili per dirigisti, influenziamo la “libertà del mercato”.

Ecco che allora, invece, questi soldi devono servire per dare forza al sistema produttivo meridionale, e dunque italiano. Perché ciò avvenga, bisogna che il sistema infrastrutturale meridionale sia rafforzato, perché non si può fare impresa dove mancano strade per un’agevole circolazione, scuole che formino pensatori che poi applichino nel lavoro le proprie cognizioni, ospedali che accolgano chi s’infortuna, sistemi di distribuzione elettrica ed idrica funzionanti. Bisogna poi che laddove questo credito passi direttamente alle imprese, passi a quelle imprese che svolgono funzioni strategiche e trainanti per l’indotto che intorno ad esse si crea (industria pesante in particolare, visto che quella chimica ed elettronica sono state distrutte).

In merito alle liberalizzazioni, dobbiamo prendere in esame due capitoli esemplari per capire come funziona un processo liberalizzatore.

Un primo esempio su cui non importa soffermarsi sopra più di tanto è quello dalla legge 431 del ’98, sui canoni locativi liberi per le abitazioni (fase avviatasi già dal ’92). Tutti sappiamo che tipo di canoni locativi essa abbia prodotto: un degenerato premio per ingordi locatori, un esproprio di gran parte dello stipendio per gli affittuari.

Un secondo esempio, riguarda il settore delle telecomunicazioni, abitualmente portato a mo’ di esempio a dimostrazione della bontà delle liberalizzazioni.

Chi è entrato nel mercato delle telecomunicazioni in seguito alle liberalizzazioni degli anni ’90, ha quasi immediatamente prodotto tariffe ben più convenienti del concorrente ex-monopolista di Stato. Queste nuove imprese si sono trovate però delle infrastrutture telefoniche già create grazie al contributo della cittadinanza di oltre un cinquantennio. Poi, grazie alle varie leggi di riforma del mercato del lavoro, hanno potuto assumere manodopera a costi ben più bassi di circa il 30-40% rispetto al concorrente ex-monopolista che invece deve progressivamente svecchiare il personale dipendente (e di fatto vi ha parzialmente proceduto con prepensionamenti e buonuscite). Ciò che ci ritroviamo di fronte, è una bolletta meno cara, ma al prezzo di un ampissimo numero di lavoratori con una capacità d’acquisto reale enormemente ridotta rispetto al passato. Questo fenomeno è tipico di tutti i processi di liberalizzazione poiché un’azienda che immette sul mercato un prodotto ad un costo inferiore, nella maggioranza dei casi, lo fa perché riesce a tenere bassi i costi di produzione, che quasi sempre coincidono con il pagare meno i dipendenti.

Ma com’è possibile che non si veda tutto ciò? La spiegazione, sta nel poco amore per la verità che contraddistingue l’uomo odierno, che anzi, spesso nega l’esistenza della verità. Ci si accontenta allora solo di verità di superficie (opinioni), che coincidono quasi sempre con ciò che fa comodo, piuttosto che con ciò che è. Il politico vi si adatta perché altrimenti è fuori; l’uomo della strada vi si adatta perché è meno faticoso che impegnarsi in un graduale processo di conoscenza. Ma come dimostra il Rinascimento e le due guerre mondiali, la verità prima o poi viene galla. Il compito dell’uomo è farla venire a galla prima possibile, quello dell’animale è invece subirla.

Il processo liberalizzatore, non ha mai prodotto, in nessuna fase storica, maggiori benefici generalizzati, rispetto ai costi subiti dalla popolazione. La fase che ha preceduto le due guerre mondiali, come denunciava l’imprenditore e parlamentare della Regno d’Italia, Alessandro Rossi, ma anche Leone XIII con la Rerum Novarum, fu una fase contraddistinta da una progressiva liberalizzazione dei processi economici, piuttosto che da una loro corretta regolamentazione verso il bene comune.

Dobbiamo allora evitare di gettare benzina sul fuoco.

In ogni caso il ritorno ad una politica dirigista centrata sullo sviluppo tecnologico-scientifico non sarà sufficiente se prima non si procede ad una riformulazione del sistema finanziario internazionale, così come compreso da Clinton nel ’98, oggi firmatario della proposta del leader americano Lyndon LaRouche, “Per una Nuova Bretton Woods”. Questo vorrebbe dire fermare la speculazione internazionale che, come un parassita, sta succhiando la linfa vitale dell’economia di tutto il pianeta. Ciò vorrebbe dire rimettere in riga le grandi famiglie bancarie, proprio come fece Franklin Roosevelt col suo primo mandato presidenziale.

I politici bisogna che comincino ad avere il coraggio di rivolgere accuse precise alle grandi banche, che sono tornate ad essere i padroni di una democrazia scomparsa. Ciò farà perdere loro i finanziamenti per le proprie campagne elettorali, ma li riporterà ad amare la verità.

Ma se tutto ciò costa fatica apprenderlo, come poter ancora fidarsi dell’opinione unica di chi in questa situazione ci ha precipitato? Solo per una questione di buon senso, ogni cosa che questi signori dicono, dovrebbe metterci in guardia. D’altra parte, in una realtà evidentemente marcia, più una tesi è sostenuta e più dovrebbe essere falsa; infatti, se fosse vera produrrebbe una realtà sana.

Abbiamo di fronte un tossicodipendente che pur di non mettere in discussione il sistema di pensiero che lo ispira, s’illude continuamente di essersi liberato dalla propria dipendenza, semplicemente cambiando tipo di droga. Tale è l’attuale classe dirigente, tale è l’attuale modello culturale.

Dovrebbe bastare tutto questo per dubitare di questa opinione unica che, com’è tipico dei tossicodipendenti, farà una seria autocritica solo dopo avere toccato il fondo.

Dobbiamo allora ritornare ai principi della nostra Costituzione repubblicana. Una costituzione che ha in sé le idee dell’umanesimo cristiano: dignità dell’individuo, solidarietà, Bene Comune, “funzione sociale” dell’impresa, della proprietà e del credito. Una costituzione che parla di lavoro, di diritto al lavoro, e non di cittadino-consumatore, perché è ovvio che può essere consumatore solo chi lavora, e che se il lavoro diviene merce rara e mal pagata, parlare di cittadino-consumatore è un’offesa alla dignità delle persone.

Questo deve tornare ad essere il compito della nostra generazione, dopo che quella che ci ha preceduto è riuscita ad intaccare le conquiste ottenute tra il dopo guerra ed i primi anni ’70.

Chi verrà dopo di noi, dovrà avere un compito ben più ambizioso, il compito che solo Eschilo, Platone, Cicerone, il pensiero cristiano ed i pensatori rinascimentali, hanno avuto la capacità di visualizzare: la creazione di un’umanità unica, dedita alla scienza e all’arte.

Ma questo al momento non è ciò che ci riguarda, perché non è ciò per cui siamo pronti.

 

 




permalink | inviato da il 18/1/2007 alle 20:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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