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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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19 febbraio 2007

Il Putin rooseveltiano

Discorso di Vladimir Vladimirovic Putin alla 43ma Conferenza sulla Sicurezza



Vladimir Putin, Monaco, 10 febbraio 2007

Tradotto da Mirumir

 

Egregi Cancelliere Federale, Signor Teltschik, signore e signori, vi ringrazio.

Sono molto grato di essere stato invitato a una conferenza così rappresentativa che riunisce politici, militari, imprenditori ed esperti provenienti da più di 40 paesi. La struttura di questa conferenza mi permette di evitare gli "inutili convenevoli" e la necessità di usare formule diplomatiche piacevoli e altisonanti ma fondamentalmente vuote. La struttura di questa conferenza mi permetterà di dire quello che penso realmente dei problemi della sicurezza internazionale. E se i miei commenti sembreranno ai miei colleghi inutilmente polemici, tendenziosi oppure inesatti, prego loro di non incollerirsi con me. Dopo tutto questa è solo una conferenza. E spero dunque che dopo i primi due o tre minuti del mio discorso il signor Teltschik non accenderà la "luce rossa".

Dunque. È ben noto che la problematica della sicurezza internazionale non si limita alle questioni della stabilità politica e militare. Essa comprende la stabilità dell'economia globale, il superamento della povertà, la sicurezza economica e lo sviluppo di un dialogo tra civiltà.

Questo carattere universale, indivisibile della sicurezza si esprime anche nel suo principio fondamentale secondo il quale "la sicurezza di uno è la sicurezza di tutti". Come disse Franklin D. Roosevelt durante i primi giorni della seconda guerra mondiale: "Ovunque sia spezzata la pace, la pace di tutti i paesi del mondo si trova minacciata".

Queste parole conservano ancora oggi tutta la loro attualità. Lo dimostra anche il tema della nostra conferenza: "Le crisi globali, la responsabilità globale".

Solo due decenni fa il mondo era diviso ideologicamente ed economicamente, e la sua sicurezza era garantita dagli enormi potenziali strategici di due superpotenze.

Questa contrapposizione globale marginalizzò i più acuti problemi economici e sociali nelle considerazioni della comunità internazionale e nell'agenda mondiale. E, come ogni altra guerra, la Guerra Fredda ci lasciò anche le "munizioni vive", metaforicamente parlando. Mi riferisco agli stereotipi ideologici, ai doppi criteri di giudizio e ad altri aspetti tipici del pensiero della Guerra Fredda.

Anche il mondo unipolare proposto dopo la Guerra Fredda è venuto meno alle aspettative.

La storia dell'umanità ha certamente conosciuto periodi di unipolarismo e aspirazioni alla supremazia mondiale. E cosa non ha conosciuto, la storia dell'umanità?

Tuttavia, cos'è un mondo unipolare? Per quanto si possa abbellire questo termine, esso si riduce in pratica a una sola cosa: un unico centro di potere, un unico centro di forza, un unico centro decisionale.

È un mondo in cui c'è un solo padrone e un solo sovrano. E in definitiva ciò è un pericolo non solo per coloro che si trovano a vivere dentro questo sistema, ma anche per quella stessa entità sovrana, la quale finisce per distruggersi dall'interno.
E questo di certo non ha nulla a che vedere con la democrazia. Perché, come sapete, la democrazia è il potere di una maggioranza che tenga conto degli interessi e delle opinioni della minoranza.

A tale proposito, alla Russia - a noi - vengono costantemente date lezioni di democrazia. Ma, chissà perché, coloro che ce le impartiscono non sono molto disposti a impararle.

Io ritengo che il modello unipolare non sia solo inaccettabile ma anche impossibile nel mondo attuale. E non solo perché se a guidare il mondo di oggi - e soprattutto di oggi - ci fosse un'unica potenza le risorse militari, politiche ed economiche non sarebbero sufficienti. Ancora più importante è il fatto che il modello stesso è difettoso, perché alla sua base non ci sono e non ci possono essere i principi morali della civiltà moderna.

Inoltre, ciò che ora sta accadendo nel mondo - e abbiamo appena cominciato a discuterne - è la conseguenza del tentativo di introdurre nelle relazioni internazionali proprio questo concetto di mondo unipolare.

E qual è il risultato?

Le azioni unilaterali e spesso illegittime non hanno risolto alcun problema. Inoltre hanno generato nuove tragedie umanitarie e creato nuovi focolai di tensione. Giudicate voi: le guerre e i conflitti locali e regionali non sono diminuiti. Il signor Teltschik vi ha accennato molto blandamente. E in questi conflitti non muoiono meno persone di prima; ne muoiono di più. Considerevolmente di più, considerevolmente di più!

Oggi stiamo assistendo a un uso quasi incontenibile e ipertrofico della forza negli affari internazionali, di una forza militare che sta spingendo il mondo in un abisso fatto di un conflitto dopo l'altro. Ne consegue che non abbiamo le capacità sufficienti per trovare una soluzione articolata ad alcuno di questi conflitti. Trovare una soluzione politica diventa ugualmente impossibile.

Stiamo osservando un disprezzo sempre maggiore dei principi basilari della legge internazionale. E le norme legali indipendenti si stanno di fatto sempre più avvicinando al sistema legale di un unico stato, e precisamente gli Stati Uniti, i quali hanno varcato i propri confini nazionali in tutte le sfere: economica, politica e umanitaria - e si sono imposti sugli altri stati. A chi va bene, questo? A chi va bene?

Nelle relazioni internazionali vediamo sempre più il desiderio di risolvere questo o quel problema secondo le cosiddette regole dell'opportunità politica, cioè basandosi sul clima politico attuale.

Naturalmente questa tendenza è estremamente pericolosa. Fa sì che nessuno di fatto si senta sicuro. Voglio sottolinearlo: nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può ripararsi dietro la legge internazionale come se si trattasse di un muro di pietra in grado di proteggerlo. Naturalmente una tale politica diventa il catalizzatore della corsa agli armamenti.

Il prevalere del fattore-forza incoraggia inevitabilmente una serie di paesi ad acquisire armi di distruzione di massa. Inoltre sono emerse nuove minacce: malgrado fossero ben note in precedenza, ora hanno assunto un carattere globale, come il terrorismo.

Ne sono certo: siamo giunti al momento critico in cui dobbiamo occuparci seriamente dell'architettura della sicurezza globale.

E dobbiamo procedere cercando un equilibrio ragionevole tra gli interessi di tutti i soggetti delle relazioni internazionali. Tanto più ora che il "panorama internazionale" è così vario e muta così rapidamente: muta in rapporto allo sviluppo dinamico di tutta una serie di paesi e di regioni.

Il Cancelliere Federale ne ha già parlato. Il prodotto interno lordo complessivo di Cina e India per parità di potere d'acquisto è già maggiore di quello degli Stati Uniti. Calcolandolo secondo lo stesso principio, il prodotto interno lordo dei paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) supera il prodotto interno lordo complessivo dell'Unione Europea. E secondo gli esperti questo divario è destinato ad accrescersi nel futuro.

Non c'è ragione di dubitare che il potenziale economico dei nuovi centri di crescita mondiale si tradurrà inevitabilmente in influenza politica e rafforzerà il multipolarismo.

In relazione a ciò, sta crescendo fortemente il ruolo della diplomazia multilaterale. La franchezza, la trasparenza e la prevedibilità sono in politica dei principi incontestabili, e l'impiego della forza dovrebbe essere davvero una misura eccezionale, paragonabile all'uso della pena di morte nei sistemi giudiziari di alcuni stati.

Oggi, al contrario, stiamo osservando la tendenza opposta, e cioè una situazione in cui paesi che escludono la pena di morte anche in caso di omicidi e altri gravissimi crimini partecipano tranquillamente a operazioni militari che è arduo definire legittime. E in questi conflitti vengono uccise delle persone: centinaia, migliaia di civili!.

Ma allo stesso tempo sorge un problema: dovremmo restare indifferenti ed estranei ai vari conflitti interni che affliggono alcuni paesi, ai regimi autoritari, ai dittatori e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa? Questo problema era già al centro della domanda posta dall'egregio collega signor Lieberman al Cancelliere Federale. [Rivolgendosi al signor Lieberman] Ho compreso correttamente la sua domanda? Allora è una domanda molto seria! Possiamo osservare con indifferenza quello che sta accadendo? Cercherò anch'io di rispondere alla sua domanda: naturalmente non possiamo restare indifferenti. Naturalmente no.

Ma abbiamo i mezzi per contrastare queste minacce? Certamente. Basta guardare alla storia recente. Il nostro paese è stato protagonista di una transizione pacifica verso la democrazia. Si è verificata una trasformazione pacifica del regime sovietico: una trasformazione pacifica! E che regime! Con che arsenale, compreso quello nucleare! Perché adesso dovremmo cominciare a bombardare e a sparare appena se ne presenta l'occasione?

In assenza della minaccia della reciproca distruzione non abbiamo forse una sufficiente  cultura politica e un fondamentale rispetto per i valori democratici e per la legge?

Ne sono convinto: l'unico meccanismo che possa prendere decisioni sull'uso della forza militare come ultima risorsa è la Carta delle Nazioni Unite. E a proposito di questo, o non ho compreso quello che ha appena detto il nostro collega, il ministro italiano della difesa, o si è espresso in modo inesatto. In ogni caso, ho capito che l'uso della forza può essere considerato legittimo solo quando la decisione venga presa dalla NATO, dall'Unione Europea o dalle Nazioni Unite. Se davvero è così, la pensiamo diversamente. Oppure ho sentito male. Il ricorso alla forza può essere considerato legittimo solo se la decisione è stata presa nell'ambito delle Nazioni Unite. E non abbiamo la necessità di sostituire le Nazioni Unite con la NATO o con l'Unione Europea. Quando le Nazioni Unite uniranno davvero le forze della comunità internazionale e potranno realmente reagire ad eventi che accadono in vari paesi, quando ci lasceremo alle spalle il disprezzo della legge internazionale, allora la situazione potrà cambiare. Altrimenti la situazione risulterà in un vicolo cieco, e il numero di gravi errori si moltiplicherà. Inoltre bisogna naturalmente assicurarsi che la legge internazionale abbia carattere universale sia nella sua concezione, sia nell'applicazione delle sue norme.

E non bisogna scordare che una condotta politica democratica si accompagna alla discussione e a un laborioso processo decisionale.

Egregi signore e signori!

Il potenziale rischio di destabilizzazione delle relazioni internazionali è connesso anche con l'ovvia stagnazione sulla questione del disarmo.

La Russia appoggia un rinnovato dialogo su questo cruciale problema.

È importante conservare la stabilità del quadro legale internazionale relativamente alla distruzione delle armi e dunque assicurare continuità al processo di riduzione delle armi nucleari.

Con gli Stati Uniti d'America abbiamo concordato di ridurre il nostro potenziale missilistico nucleare strategico a 1700-2000 testate nucleari entro il 31 dicembre 2012. La Russia intende tener rigorosamente fede all'impegno preso. Speriamo che anche i nostri interlocutori agiscano in modo trasparente e non mettano da parte "per le giornate nere" un paio di centinaia di testate nucleari superflue. E se oggi il nuovo ministro della difesa americano dichiara che gli Stati Uniti non nasconderanno queste testate superflue né nei depositi, né - per così dire - "sotto il cuscino" o "sotto la coperta", allora io propongo a tutti di alzarci in piedi e plaudire alle sue parole. Sarebbe una dichiarazione molto importante.

La Russia aderisce rigorosamente e intende continuare ad aderire al Trattato sulla Non-Proliferazione delle Armi Nucleari e al regime di supervisione multilaterale per le tecnologie missilistiche. I principi incorporati in questi documenti hanno carattere universale.

A tale proposito vorrei ricordare che negli anni Ottanta l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti firmarono un accordo per la distruzione di un'intera classe di missili a breve e media gittata, ma questi documenti non avevano carattere universale.

Oggi molte altre nazioni possiedono questi missili, compresa la Repubblica Democratica Popolare di Corea, la Repubblica Coreana, l'India, l'Iran, il Pakistan e Israele. Molti paesi stanno lavorando a questi sistemi e progettano di introdurli nel loro arsenale militare. E solo gli Stati Uniti e la Russia hanno preso l'impegno di non creare questi sistemi d'arma.

È ovvio che in queste condizioni dobbiamo pensare a garantirci la sicurezza.

Al contempo è impossibile permettere la comparsa di nuove e destabilizzanti armi ad alta tecnologia, specialmente nello spazio. Le guerre stellari non sono più una fantasia, ma una realtà. Già alla metà degli anni Ottanta i nostri interlocutori americani sono stati in grado di mettere in pratica l'intercettazione di un loro satellite.

Secondo la Russia la militarizzazione dello spazio potrebbe avere conseguenze imprevedibili per la comunità internazionale, provocando niente meno che l'inizio di un'era nucleare. Noi abbiamo più volte proposto iniziative volte a impedire l'uso di armi nello spazio.

Oggi vorrei informarvi che abbiamo preparato il progetto di un accordo per la prevenzione dell'impiego di armi nello spazio. Prossimamente sarà mandato ai nostri interlocutori sotto forma di proposta ufficiale. Lavoriamoci assieme.

I piani per estendere all'Europa certi elementi del sistema di difesa missilistica non possono non allarmarci. A chi serve che si proceda a un'inevitabile corsa agli armamenti? Dubito profondamente che si tratti degli europei.

Armi missilistiche con una portata di cinque-ottomila chilometri in grado di minacciare realmente l'Europa non esistono in alcuna delle cosiddette nazioni problematiche. E nel vicino futuro e in prospettiva questo non accadrà e non è nemmeno prevedibile. E qualsiasi ipotetico lancio, per esempio, di un missile nordcoreano sul territorio americano attraverso l'Europa occidentale sarebbe in evidente contraddizione con le leggi della balistica. Come diciamo in Russia, sarebbe come "usare la mano destra per toccarsi l'orecchio sinistro".

E trovandomi qui in Germania non posso non parlare della crisi in cui versa il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa.

Il Trattato Adattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa è stato firmato nel 1999. Teneva conto di una nuova realtà geopolitica, e cioè l'eliminazione del blocco di Varsavia. Da allora sono passati sette anni e solo quattro stati hanno ratificato questo documento, compresa la Federazione Russa.

I paesi della NATO hanno dichiarato apertamente che non ratificheranno questo trattato, comprese le misure più restrittive per i fianchi (che riguardano l'impiego di un certo numero di forze armate nei fianchi della NATO), finché la Russia non smantellerà le sue basi militari nella Georgia e nella Moldova. Il nostro esercito sta lasciando la Georgia, perfino più in fretta del previsto. Abbiamo risolto i problemi che avevamo con i nostri colleghi georgiani, come è risaputo. Nella Moldova ci sono ancora 1500 uomini impegnati in operazioni di mantenimento della pace e a proteggere i depositi di munizioni che risalgono ai tempi dell'Unione Sovietica. Discutiamo continuamente di questa questione con il signor Solana, che conosce la nostra posizione. Siamo pronti a continuare a lavorare in questa direzione.

Ma cosa sta succedendo, nello stesso tempo? Nello stesso tempo in Bulgaria e in Romania compaiono le cosiddette basi americane avanzate con circa cinquemila uomini ciascuna. Risulta che la NATO ha dispiegato ai nostri confini le sue forze avanzate mentre noi, continuando a rispettare gli impegni del trattato, non reagiamo in alcun modo.

Penso che sia ovvio che l'espansione della NATO non ha niente a che fare con la modernizzazione dell'Alleanza stessa o con la necessità di rendere più sicura l'Europa. Al contrario, rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione? E che ne è stato delle dichiarazioni fatte dai nostri interlocutori occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno se ne ricorda nemmeno. Ma io mi permetterò di ricordare a questo  uditorio quello che era stato detto. Vorrei citare il discorso del Segretario Generale della NATO Woerner a Bruxelles il 17 maggio 1990. Egli disse allora che: "il solo fatto che siamo disposti a non dispiegare le truppe della NATO fuori dal territorio tedesco fornisce all'Unione Sovietica salde garanzie di sicurezza". Dove sono queste garanzie?

Le pietre e i muri di cemento del Muro di Berlino si sono già dispersi da molto tempo in forma di souvenir. Ma non dovremmo dimenticare che il crollo del Muro di Berlino fu possibile grazie a una scelta storica fatta anche dal nostro popolo, il popolo russo: una scelta a favore della democrazia, della libertà, della trasparenza e di una sincera collaborazione con tutti i membri della grande famiglia europea.

E ora stanno già cercando di imporci nuove divisioni e nuovi muri, benché virtuali, ma sempre in grado di dividere e tagliare il nostro continente comune. Ed è mai possibile che ci vogliano nuovamente molti anni e decenni, e diverse generazioni di politici, per distruggere e smantellare questi muri?

Egregi signore e signori!

Noi sosteniamo con insistenza il rafforzamento del regime di non-proliferazione. Gli attuali principi legali internazionali ci permettono di sviluppare tecnologie per produrre combustibile nucleare per scopi pacifici. E molti paesi hanno tutte le ragioni per voler produrre energia nucleare come base per la loro autonomia energetica. Ma capiamo anche che queste tecnologie possono essere rapidamente trasformate per la produzione di armi nucleari.

Questo crea gravi tensioni internazionali. Un chiaro esempio di ciò è rappresentato dal clima che circonda il programma nucleare iraniano. E se la comunità internazionale non troverà una soluzione ragionevole per risolvere questo conflitto di interessi il mondo continuerà ad essere afflitto da simili crisi destabilizzanti, perché ci sono altri paesi oltre all'Iran, e noi tutti lo sappiamo. Siamo destinati a continuare a confrontarci con la minaccia della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Lo scorso anno la Russia ha proposto di realizzare centri internazionali per l'arricchimento dell'uranio. Siamo aperti alla possibilità che simili centri vengano creati non solo in Russia ma anche in altri paesi dove ci sia una base legittima per l'uso dell'energia nucleare civile. I paesi che vogliono sviluppare la propria energia nucleare avrebbero la garanzia di ricevere il combustibile attraverso la partecipazione diretta a questi centri, che naturalmente opererebbero sotto la rigida supervisione dell'AIEA.

Le più recenti iniziative proposte dal presidente americano George W. Bush concordano con le proposte russe. Ritengo che la Russia e gli Stati Uniti siano oggettivamente e ugualmente interessati a rafforzare il regime di non-proliferazione delle armi di distruzione di massa e le modalità del loro impiego. Sono proprio i nostri paesi, che hanno il maggiore potenziale nucleare e missilistico, che devono guidare lo sviluppo di nuove e più rigide misure di non-proliferazione. La Russia è pronta per questo lavoro. Stiamo conducendo consultazioni con gli amici americani.

In generale dovremmo riuscire a realizzare un intero sistema di incentivi politici e di stimoli economici; stimoli grazie ai quali i paesi sarebbero interessati a non sviluppare un proprio ciclo energetico nucleare pur avendo comunque la possibilità di sviluppare energia nucleare e di rafforzare il loro potenziale energetico.

A tale proposito parlerò ora più dettagliatamente della cooperazione energetica internazionale. Anche il Cancelliere Federale ne ha parlato, seppur brevemente. Nel settore dell'energia la Russia è orientata alla creazione di principi di mercato uniformi e di condizioni trasparenti per tutti. È ovvio che i prezzi devono essere determinati dal mercato e non essere soggetti a speculazioni politiche, pressioni economiche o ricatti.

Siamo aperti alla collaborazione. Le compagnie straniere collaborano a tutti i nostri progetti energetici. Secondo diverse stime, fino al 26% dell'estrazione del petrolio in Russia - il 26%, badate - viene fatto con capitali stranieri. Provate, provate a trovare un esempio simile di ampia partecipazione delle compagnie russe in settori chiave dell'economia dei paesi occidentali. Un tale esempio non esiste! Non esiste, un tale esempio.

Voglio anche ricordare il rapporto tra gli investimenti stranieri in Russia e gli investimenti della Russia all'estero. Il rapporto è di circa quindici a uno. E qui avete un esempio tangibile dell'apertura e della stabilità dell'economia russa.

La sicurezza economica è il settore in cui tutti devono aderire a principi uniformi. Siamo pronti a competere lealmente.

Per questa ragione nell'economia russa appaiono possibilità sempre maggiori. Gli esperti e i nostri partner occidentali stanno valutando obiettivamente questi cambiamenti. Così recentemente l'OECD ha rialzato il rating creditizio della Russia, che è passata dal quarto al terzo gruppo. E oggi a Monaco vorrei approfittare di questa occasione per ringraziare i nostri colleghi tedeschi per aver contribuito a questa decisione.

Inoltre, come sapete, il processo che porterà all'entrata della Russia nella WTO è giunto nelle fasi finali. Vorrei ora rilevare che durante i lunghi e difficili colloqui abbiamo più volte sentito parlare di libertà di espressione, libero mercato e pari opportunità, ma per qualche motivo solo ed esclusivamente a proposito del mercato russo.

E c'è un altro importante tema che influenza direttamente la sicurezza globale. Oggi molti parlano della lotta alla povertà. Cosa sta accadendo realmente in questa sfera? Da un lato si investe in programmi per aiutare i paesi più poveri, e a volte le risorse impiegate sono sostanziose. Ma ad essere sinceri - e molti qui lo sanno - questo spesso avviene con l'intervento di compagnie di quello stesso paese-donatore. Dall'altro lato, i paesi sviluppati conservano i propri sussidi agricoli e limitano l'accesso degli altri paesi alle alte tecnologie.

E diciamo le cose come stanno: una mano distribuisce le "elemosine" e l'altra non solo contribuisce a perpetuare l'arretratezza economica ma ne raccoglie anche i profitti. La nascente tensione sociale nelle regioni depresse risulta inevitabilmente nella crescita del radicalismo e dell'estremismo, alimenta il terrorismo e i conflitti locali. E se tutto questo avviene, diciamo, in una regione come il Medio Oriente dove si sta acuendo la percezione dell'ingiustizia e slealtà del resto del mondo, allora c'è il rischio di una destabilizzazione globale.

È ovvio che i principali paesi dovrebbero vedere questa minaccia. E di conseguenza fondare un sistema di relazioni economiche globali più giusto e democratico, un sistema che dia a tutti possibilità e occasioni di sviluppo. 
Egregi signore e signori, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza è impossibile non nominare le attività dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Com'è ben noto, questa organizzazione fu creata per esaminare tutti - sottolineo tutti - gli aspetti della sicurezza: gli aspetti militari, politici, economici, umanitari, nelle loro relazioni reciproche.

A cosa stiamo assistendo in pratica oggi? Oggi vediamo che questo equilibrio è chiaramente distrutto. Si sta cercando di trasformare l'OSCE in un volgare strumento di promozione degli interessi in materia di politica estera di un paese o di un gruppo di paesi. E per questo è stato "confezionato" anche l'apparto burocratico dell'OSCE, che non è assolutamente collegato in alcun modo con gli stati fondatori. I processi decisionali e il coinvolgimento della cosiddette organizzazioni non-governative indipendenti sono stati fatti su misura per quel compito. Formalmente queste organizzazioni sono indipendenti, sì, ma essendo finanziate appositamente sono in realtà sotto controllo.

Secondo i documenti fondatori, nella sfera umanitaria l'OSCE ha il compito di assistere i paesi membri nell'osservanza delle norme internazionali sui diritti umani, a loro richiesta. È un compito importante. Noi lo appoggiamo. Ma questo non significa interferire negli affari interni di altri paesi, e tanto meno dettare a questi paesi regole che determinino la loro vita e il loro sviluppo.

È ovvio che questa interferenza non promuove affatto lo sviluppo di stati democratici. Anzi, li rende dipendenti e conseguentemente instabili sul piano politico ed economico.

Contiamo sul fatto che l'OSCE adempia ai suoi scopi originari e stabilisca con stati sovrani relazioni basate sul rispetto, la fiducia e la trasparenza.

Egregi signore e signori!

Concludendo vorrei rilevare questo. Noi spesso - e io personalmente molto spesso - ci sentiamo dire dai nostri interlocutori, compresi quelli europei, che la Russia dovrebbe avere un ruolo sempre più attivo negli affari mondiali.

A tale proposito mi permetto di fare una piccola osservazione. Non c'è bisogno di spingerci e stimolarci a farlo. La Russia ha alle spalle una storia di più di mille anni e ha praticamente sempre goduto del privilegio di condurre una politica estera indipendente.

Non intendiamo venir meno a questa tradizione nemmeno oggi. Al contempo siamo tutti consapevoli di come il mondo sia cambiato e abbiamo una percezione realistica delle nostre possibilità e potenzialità. E, naturalmente, vorremmo interagire con interlocutori responsabili e indipendenti con i quali collaborare alla costruzione di un ordine mondiale giusto e democratico che possa garantire sicurezza e prosperità non solo a pochi eletti, ma a tutti.

Grazie per l'attenzione.


Originale dal sito ufficiale del Cremlino




permalink | inviato da il 19/2/2007 alle 22:6 | Versione per la stampa

12 febbraio 2007

Liberalizzazioni - 2a parte

Ciao Giuseppe,
innanzitutto grazie per il tuo intervento che arricchisce di spunti la
discussione a riguardo.

Tu dici che la mia visione è "prettamente locale", ma debbo smentirti. Anzi,
solitamente la mia visione trova difficoltà, tipica di chi ha la "pretesa"
di guardare il cielo, a rintracciare le interconnessioni esistenti tra il
macro-fenomeno ed il proprio quotidiano.
Spiego perchè entrando nel dettaglio, perchè altrimenti farei come quelli
che hanno la pretesa di liberarsi da una seppur amichevole (spero) accusa,
in modo assiomatico, autoreferenziale, dicendo "no non è vero!" ma senza
spiegare il perchè non sia vero.

Quello che tu dici in merito alle liberalizzazioni, è ciò che la dottrina
solitamente asserisce in merito alle stesse: "si liberano le energie
represse del mercato" (come mi insegnerai, qualcuno parlava di "mano
invisibile" del mercato). In merito alla dottrina, è sempre conveniente
rammentarsi quanto sostenne Franklin Roosevelt a riguardo della stessa:
nella sostanza, disse il quattro volte presidente statunitense, ciò che gli
anni di presidenza gli avevano fatto comprendere era che le teorie
economiche insegnate all'università e la realtà, non avevano legame alcuno.

Dici che la liberalizzazione libera la concorrenza a livello internazionale.
Dall'abbattimento degli accordi di Bretton Woods (1971), grazie ai quali i
tassi di cambio valutari erano fissi e regolamentati, divenendo poi, invece,
fluttuanti e "liberi", il processo di concentramento nelle mani di poche
grandissime famiglie si è andato ipertrofizzando in modo tale che oggi
potremmo fare i nomi delle 5-6 famiglie che detengono il controllo delle
pricipali aziende del pianeta. E visto che ci siamo facciamoli! Per esempio,
Fortune nel 2003 stila la classifica delle 500 aziende che più fatturano al
mondo: Wal-Mart, Exxon-Mobil, General Motors, British Petroleum, Ford. Tra
le prime quindici si trovano ben 6 compagnie petrolifere: Exxon-Mobil,
British Petroleum, Enron (prima del fallimento), Royal Dutch/Shell (esatto,
quella che fa la campagna ambientalista!), Chevron Texaco, Total Fina Elf.
In Wal-Mart tra gli azionisti di maggioranza troviamo: Barclays, Fmr Corp.,
Mellon e JP Morgan (esatto, i Morgan che combattè Franklin Roosevelt già
durante i primi anni del suo mandato! Esatto, quei Morgan che finanziarono
Mussolini!).
In Exxon-Mobil, invece (si fa per dire!): Barclays, Fmr Corp., JP Morgan,
Mellon.
In British Petroleum: Axa, Fmr Corp., Morgan Stanley.
In Pharmacia (meglio conosciuta come Monsanto) che insieme a Novartis
controlla il 90% (!) delle risorse agro-chimiche del pianeta (fonte:
Repubblica, 23 agosto 2002): Axa, Barclays, JP Morgan, Mellon.
Come vedi i nomi sono sempre i soliti.
Adam Smith, che non a caso scrisse il suo "La Ricchezza delle nazioni" nel
1776 (ossia quando gli Stati Uniti dichiararono l'indipendenza alla luce di
una concezione dell'economia anti-liberista) volendo dare una sponda
dottrinale all'ingordigia dell'impero britannico ed alla Compagnia
britannica delle Indie orientali - di cui Smith era funzionario - aveva
proprio in mente ciò probabilmente: lo sviluppo incontrollato del dominio
dei più forti. La stessa base epistemologica di Smith, è di una depravazione
senza pari - o meglio, pari a quella di Malthus o Mandeville - quando
sostiene nel "Teoria dei sentimenti morali" che ai poveri ci debba pensare
Dio, non gli uomini. Cosa possiamo aspettarci di buono da pensatori così
ispirati?
Il testo del 1776 Smith lo scrisse perchè gli Inglesi, dopo avere fregato i
Francesi, volevano continuare a tirare il pacco anche agli americani. I
coloni americani, capirono che un'economia debole non può aprire i propri
mercati alla concorrenza di chi è più forte, perchè altrimenti quest'ultimo
si mangia la prima. Ma questo è un processo logico che non ha bisogno di
quali suffragi accademici. E' successivamente che Alexander Hamilton, Henry
Carey, Friedrich List, vi sviluppano attorno dei saggi di economia.

Questo manipolo di aziende è in mano a delle famiglie bancarie, tra le quali
la più mascherata, ma forse la più potente è la Rothschild.

Ma, Giuseppe, forse non sei a conoscenza del fatto che le politiche
neo-liberiste per antonomasia siano quelle del Fmi, dette anche del
Washington Consensus, che puntano in particolare ai 1) tagli della spesa
pubblica, a 2) liberalizzare il mercato dei capitali, a 3) ridurre le
importazioni ed 4) ampliare le esportazioni.
Perchè tagli della spesa pubblica? Perchè si guarda all'economia come ad un
processo finanziario piuttosto che ad un fenomeno di ricchezza fisica.
Perchè liberalizzare il mercato dei capitali? Perchè come si evince
dall'opera di Ricardo e in termini contrari di Lenin, un mercato dei
capitali aperto fa sì che le finanze estere possano entrare e, grazie alla
moneta più forte, acquisire o dismettere a proprio piacimento (vedi l'Europa
nel settembre '92, od il sud-est asiatico nel luglio '97 e '98).
Perchè ridurre le importazioni? Perchè come capirono gli Inglesi già nel
'700, l'economia nemica deve essere indebolita imponendole di non produrre.
Così le si impedisce di importare le materie prime che le mancano e che
avrebbe voluto lavorare per trasformarle in prodotti finiti.
Perchè ampliare le esportazioni? Perchè l'economia nemica deve trasformarsi
in un semplice magazzino di materie prime. Questo è il motivo per cui i
coloni americani si ribellarono alla madre patria britannica.
Se ci pensi queste 4 fasi riguardano le economie terzomondiste. Solo le
prime tre, invece, riguardano le economie c.d. post- industriali. Questo
perchè a noi l'agenda ci attribuisce il semplice ruolo di fornitori di
servizi (nè di produttori, nè di magazzino).
Il magazzino è oggi l'Africa (e fino a pochi giorni fa lo era anche
l'America Latina). Il produttore sono le economie a cui si è consentito di
industrializzarsi (Cina, India, Taiwan, Vietnam) badendo però a che non
sviluppassero tutele sociali. Il primo mondo, nell'agenda, è invece il
consumatore (cittadino-consumatore) o al massimo produttore di servizi.
Queste politiche hanno distrutto le economie dell'intera America Latina
aumentando disuguaglianze, povertà, oligarchie. Il trattato liberista Nafta,
è stato l'avamposto di ciò che poi è diventato Wto. Un esperimento
fantastico - si fa per dire - per provare sulla cavia latino-americana come
le politiche di abbattimento delle barriere doganali, possano consentire ai
pirati finanziari di impossessarsi delle economie e delle sorti delle genti
di interi paesi.
Col Sud-est asiatico (Filippine, Indonesia, Malesia, Sud-Corea, Thailandia)
è successo lo stesso dopo che nei primi anni '90 le pressioni della comunità
finanziaria internazionale riuscirono a fare abbattere le barriere
all'apertura del mercato dei capitali.
I GKO russi, dicono niente?
Ma allora, di cosa stiamo parlando? Scusami Giuseppe, ma ripeto sempre di
studiarla in modo critico l'economia, non di leggerla sui quotidiani.
Le uniche energie che libera il liberoscambismo ed i suoi surrogati
terminologici (liberalizzazione, deregulation, liberismo) sono quelle dei
più forti, che, ripeto, in un sistema finanziarizzato sono per forza di cose
quelle delle banche o dei suoi pupilli.
Dagli anni '70, ossia da quando si è avuta la svolta antirooseveltiana, dopo
gli assassini eccellenti degli anni '60, la produttività globale è andata
sempre più scemando, passando da tassi superiori al 3,5% annuo, ai 2% degli
anni '70, 0,9% degli anni '80, a quelli odierni che a fatica raggiungono lo
0%. Gli stessi paesi del Terzo Mondo hanno seguito questa dinamica. Così
fino alle politiche di protezionismo mirato, cambi fissi e sviluppo fisico
dell'economia, i tassi sono cresciuti constantemente. Così gli anni '20 del
secolo scorso videro un'apertura verso politiche liberiste, fino al
conseguente crollo del '29, quando le economie tornarono a difendersi con i
dazi (tutti questi dati li trovi in P. Bairoch, Economia e storia mondiale,
Garzanti, 2003, pagg. 15-21).

Quindi gli esempi del passato che vi chiedo, non sono quasi impossibili da
trovare perchè vi era il protezionismo, ma perchè non esistono proprio! La
fase protezionistica va dai primi anni '30 agli anni '60 - anni di crescita
non a caso! E non si venga fuori con la storia che si è cresciuti perchè c'è
stata la guerra. Questo processo di crescita eccezionale, grazie a politiche
hamiltoniane, gli Stati Uniti lo hanno avuto ben prima della guerra, anzi,
la forza economica assunta durante gli anni '30, quando la prima potenza
economica era ancora la Gran Bretagna, fece sì che gli Statunitensi si
potessero poi, con una riconversione industriale avviatasi quando Hitler
cominciò a far intuire venti di guerra ('37-'39), dotare del principale
armamento del mondo per salvare l'umanità dal nazismo e dal colonialismo
anglo-franco-belga-olandese. Ma poi arriva Truman e dunque l'impero
britannico torna alla ribalta ....

 Quando parli dei prezzi più bassi grazie ai cinesi, ti rendi conto del
fatto che ciò avviene perchè la popolazione cinese è una popolazione senza
alcuna tutela sociale e sottopagata, dove dunque ci si avvantaggia di un
costo del lavoro ridicolo?
Aprire le barriere doganali ai prodotti di questi paesi, senza pretendere da
loro un innalzamento delle tutele sociali, vuol dire diventare loro complici
e, conseguentemente, imporre al nostro paese l'abbattimento delle tutele
espressione di civiltà che nel frattempo i nostri avi avevano
meticolosamente conquistato.

Tutto il resto del tuo discorso è viziato da una visione monetarista, dove
si guarda all'economia come ad un fenomeno di profitto cartaceo, piuttosto
che di arricchimento dell'economia fisica.

Purtroppo - e credimi lo dico con vera partecipazione emotiva alla cosa -
una svolta nella concezione dell'economia è allo stato attuale della cultura
economica generale, un miraggio. Finchè continueremo a guardare all'economia
come ad un processo finanziario statico, piuttosto che come ad un processo
fisico dinamico, continueremo a rendere la strada che i cambiavalute - come
li chiamava Franklin Roosevelt - mirano a percorrere, una grande discesa su
cui possono buttarvisi a tutta velocità.

Ti saluto e ti abbraccio.

claudio






















Caro Claudio, ti dirò che sono rimasto del tutto sorpreso della tua competenza in materia ma, ciò nonostante (e non solo per mero spirito polemico), devo sottolineare ancora dei piccoli concetti che secondo me sono importanti. Innanzi tutto quando parlo delle economie che possono nascere nei paesi, oggi coì detti sottosviluppati, penso e spero che negli stessi, dopo una fase legata sicuramente allo sfruttamento del lavoro la crescita economica stimoli anche, ma sicuramente in una seconda fase,
la crescita di una coscienza sociale ed un generale innalzamento delle condizioni di vita: I miei genitori si ricordano ancora quando la gente, qui da noi, andava a lavorare nelle campagne ed alla domenica mattina doveva fare la fila davanti al portone d'ingresso della casa del "padrone" per ricevere i pochi spiccioli con i quali veniva pagata. Oggi, grazie a Dio, le cose sono un po' cambiate e questo non perchè oggi, come allora, vi siano o meno le famiglie potenti o i ricchi (i cui redditi non sono certo alla portata del "popolo" o della gente comune) ma perchè chi più o chi meno riesce a percepire un seppur misero stipendio ed è titolare di garanzie sociali (previdenza, pensioni,ecc.) che
gli permettono di avere una vita dignitosa.

Per quello che riguarda la condizione "americana" faccio presente che l'enorme estensione del territorio fa si che le imprese presenti non siano strutturalmente sufficienti a garantire tutta l'offerta necessaria per la richiesta e quindi, non essendoci una vera e propria concorrenza, non nascono, in linea generale, battaglie a ribasso sui sui prezzi. Chiunque, quindi, grazie alla libera iniziativa economica, può investire i propri capitali in un dato settore e trovare spazi per
poter lavorare ed occupare manodopera.

Il problema che tu sottolinei (devo dire, anche, giustamente), è che i capitali per mettere su un impresa - almeno quelli iniziali -, alla fine sono sempre le stesse persone (famiglie) a metterceli perchè, vuoi o non vuoi, queste sono strettamente collegate (anzi le posseggono) con le Banche. Al contrario, però, non volendosi far soggiogare dal potere privato, dovremmo pensarse all'intervento dello Stato nell'economia: e cosa facciamo? Ritorniamo al passato? E che sviluppo e consizioni sociali e garanzie hanno oggi coloro che vivono
in nazioni o stati dove vi è una simile economia?

Grazie per il tuo intervento
(speriamo di non scocciare i nostri amici della lista)

saluti

Giuseppe






















Ecco visto che la teria keynesiana ti è piaciuta? Per teoria keynesiana non intendo la vecchia visione dell'interventismo statale,ma più che altro riversato come dici tu ad aiutare la crescita ,la nascita di nuove industrie di nuove attività etc,insomma una versione moderna ed aggiornata.Non è prioritaria la crescita del pil ,ma il pil è una diretta conseguenza della crescita che deve creare ricchezza per le fasce popolari oltre che per l'industria o le attività economiche in generale,altrimenti non avrebbe nessuna logiuca e nessun senso.I costi di produzione non comprendono solo l'energia ,i costi dei materiali ma anche i costi della manodopera.Infine si gira intorno intorno al tema della pressione fiscale .Prima o poi bisognera ridurla,e prima si fà e meglio è.Se il gettito diminuisce per effetto di un aumento dell'evasione fiscale nonostante il calo delle tasse allora bisognerà riaumentare le imposte.Questo maggior gettito c'è perche il centrosinistra ha creato più fiducia impegnanmdosi a ridurre le imposte (irpef,iva,costi contributivi)con le maggiori entrate dovute alla lotta all'evasione.Se non vengono ridotte ,potrebbe essere che il maggior gettito non ci sia in futuro,poiche diminuisce la fiducia di veder diminuire la pressione fiscale




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12 febbraio 2007

Liberalizzazioni - 1a parte

Visto l'interesse derivato dal mio intervento contro le liberalizzazioni, riporto per intero la discussione che ne è scaturita in una mailing della Margherita. In corsivo riporto gli interventi dei miei interlocutori, per i quali ho omesso i cognomi, lasciando solo i nomi quando si sono firmati.

LIBERALIZZARE LA MENZOGNA
Dichiarazione contro le liberalizzazioni
"Voi non avete fatto nessuna liberalizzazione!" dicono a sinistra.
"Voi state facendo delle liberalizzazioni di facciata!" dicono a destra.
Dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista, ovviamente passando per i
cosiddetti moderati, tutti sono d'accordo sul fatto che le liberalizzazioni
siano un "dio buono" a cui inchinarsi ed obbedire.
Ma quando in una fase storica decadente, una issue è dominante - ma questa a
dire il vero più che dominante è "opinione unica" - le radici del perché
della decadenza sono rintracciabili proprio nei principi che ispirano quella
issue.
Le liberalizzazioni sono un sottoprodotto di un processo economico
produttivo fondato sul progresso tecnologico-scientifico.
Circa quarant'anni di distruzione dell'economia fisica a tutto vantaggio
dell'economia speculativa, sono bastati per fare dimenticare all'attuale
stato della scienza come produrre ricchezza. La nostra classe dirigente, ed
in generale la società da essa guidata, non ha dunque neanche più la
capacità di intendere cosa sia l'economia fisica. Così ci si agita intorno
al frutto ma non intorno all'albero. Dell'albero ci si disinteressa o quasi,
mentre il frutto, ben più attraente, distrae l'attenzione; questo, viene
spostato di punto in punto, senza che però, ovviamente, ad esso derivi
arricchimento alcuno, anzi il solo deperimento.
Se la storia dell'economia politica fosse conosciuta dagli uomini politici,
questi non potrebbero cadere nella grande mistificazione delle
liberalizzazioni. I nostri, infatti, non agiscono perché guidati da un
processo cognitivo-creativo, piuttosto ubbidiscono alle agende che di giorno
in giorno l'ambiente psicologicamente controllato, rappresentato in modo
principale dai mass media, loro impone. Mass media che ovviamente sono tutt'
altro che indipendenti, tutt'altro che "funzionari" dediti al Bene Comune.
Il liberalizzatore Ministro Bersani, di cinque anni in cinque anni, alterna
vizio a virtù (la virtù è rappresentata dal viaggio-studio fatto con Enrico
Letta, per tutta Italia, intorno ai distretti industriali).
L'istanza delle liberalizzazioni è uno dei tipici prodotti che la propaganda
riesce a creare ad ampliamento della collezione di mistificazioni che di
anno in anno crea. Una menzogna a forza di ripeterla diventa verità, ci dice
il Prova a prendermi di Spielberg.
Addirittura - Pecoraro Scanio docet - , nonostante vari ambienti della
politica e della cultura abbiano dovuto prendere atto della distruttività
delle politiche neo-liberiste, proprio perché riluttanti nei confronti dei
processi di ricerca della verità, si spaccia il falso ideologico per cui
"una cosa sia il liberismo, un'altra le liberalizzazioni" (!). Le
ubriacature dei mondialisti Aldous Huxley, George Orwell e Bertrand Russell
profetizzavano: sì sarà no, no sarà sì; the snow is black.
Senza ripercorrere le chiarissime dimostrazioni date dalla storia, in
particolare dal 1763 ad oggi, il quinquennio 1996-2001, dove Bersani -
probabilmente senza essersi mai cimentato nello studio del sistema americano
di economia politica così come sviluppatosi da Alexander Hamilton, primo
Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d'America, passando per Henry Charles
Carey, Abramo Lincoln, fino a Franklin Delano Roosevelt - si cimentò nel
promuovere quel capolavoro proto-oligopolista che fu il d. lgs. 114/98
(decreto Bersani, o legge di riforma del commercio), grazie al quale oggi ci
ritroviamo la situazione che qui rappresento.
In seguito ai processi di deindustrializzazione tanto cari all'Ing. De
Benedetti, con la corrispondente apertura ai processi speculativi
internazionali, rilegittimati a partire dal 15 agosto '71, dopo gli abomini
che portarono alle due guerre mondiali, il reddito medio pro-capite in
termini reali è andato sensibilmente scemando, con accelerazioni
violentissime durante tutti gli anni '90. La perdita conseguitane di posti
di lavoro altamente produttivi, temperata durante la fase degli anni '70 ed
'80 con il palliativo del pubblico impiego, e mascherata da tecniche di
conteggio della disoccupazione sempre più manifestamente falsificanti
(riduzione delle ore di lavoro sufficienti per essere considerati occupati;
revisione degli indici per considerare disoccupato volontario, dunque non
disoccupato, il disoccupato rassegnato; ecc.), ha creato una moltitudine di
disoccupati. Questi disoccupati piuttosto che renderli occupati in un
mercato del lavoro, nel suo insieme, sempre più qualificato - ma ciò
necessitava del rilancio di una nuova fase industriale ad alta intensità di
tecnologia e capitale - si sono riversati nel saturo mercato del lavoro. Si
è detto: "La torta è questa, dobbiamo farne fette più piccole, per darne un
po' a tutti!". Si sarebbe però potuto anche dire: "Questa torta ci condanna
tutti alla fame. Per il momento stringiamo i denti per un po' e facciamone
fette più piccole, visto che ci siamo dimenticati di farne altre, ma da
adesso dobbiamo cominciare a lavorare per averne una ben più corposa."
Quello che invece si sta facendo è quello di restringere sempre più questa
torta, illudendosi che prima o poi questa, forse, tornerà a crescere.
Quando? Quando il libero mercato lo deciderà! Il libero mercato ovviamente
non lo deciderà mai. L'uomo necessita di precisi atti di volontà per porre
rimedio ai propri problemi. Questa strada, se vuol essere autentica, passa
per uno stravolgimento dei principi che ispirano la sua azione, un cambio di
paradigma.
Tornando al nostro decreto Bersani del '98, l'eliminazione dei limiti di
spazio tra un esercizio commerciale e l'altro, "per una migliore
distribuzione dei prodotti sul territorio" (!) ha fatto sì che un'infinità
di negozi di abbigliamento, ristoranti, vinaini, benzinai - per arrivare ad
assurdità per cui procedi per chilometri senza benzinai, e poi in un singolo
viale ve ne sono decine attaccati l'uno all'altro! Ma il libero mercato non
può dirgli dove sia più socialmente utile piazzarsi! - aprissero in modo
assolutamente arbitrario finendo con l'agevolare sempre, com'è ovvio che sia
in un settore deregolamentato, non il più bravo o addirittura socialmente
utile, ma il finanziariamente più forte. Così i piccoli negozi di
abbigliamento sono andati via via morendo, a tutto vantaggio delle grandi
firme che grazie agli outlet sono ora convenienti anche per il meno abbiente
dei cittadini-consumatori; di negozi di sport in mano ad abbienti
commercianti, ne potevamo avere 2 nell'arco di 3 chilometri, ed invece, ora
ne abbiamo uno gigante in mano a ricchissime catene nell'arco di 10
chilometri. Benvenuto sempre meno esistente cittadino-consumatore! Addio
cittadino-lavoratore! Per consumare si deve lavorare, e se il lavoro è mal
pagato ed i consumi inflazionati da immissioni arbitrarie di liquidità da
parte dei centri finanziari, cosa vuoi consumare!
Il processo di un settore liberalizzato è fisiologicamente questo, come
dimostrano gli esempi ora riportati: dopo una iniziale fase di apertura e di
capillarizzazione (azione centrifuga) sul territorio, si assiste, alla morte
dei più deboli a tutto vantaggio dei forti che divengono fortissimi, ed ad
una conseguente più radicale centralizzazione (azione centripeta).
D'altra parte, lo stesso Berlusconi, diviene duopolista grazie all'apertura
del settore televisivo, avvantaggiato dai privilegi concessi da un sistema
arbitrariamente finanziarizzato.
Non credo sia un caso che in questo momento fra i liberalizzatori, la voce
più grossa sia quella di Montezemolo e Della Valle, interessati alle
ferrovie, Benetton, interessato ai taxi. In merito ai taxi, sono quasi
sicuro che Bersani non fosse in malafede - d'altra parte i disegni di legge
non li scrivono, e neanche li capiscono, i ministri, ma i tecnici - è
interessante notare come il decreto Bersani dell'estate scorsa, tra le sue
norme, contenesse quella per cui liberalizzando il settore dei taxi, si
potesse però costituire delle società e cumulare le licenze. Ciò, che oggi
non è possibile, sicuramente nel breve-medio periodo avrebbe portato - e se
lo ripropongono, a quel punto, non possiamo che optare per la malafede del
Ministro - alla costituzione di una grande società con tanti mal pagati
dipendenti.
Banche ed assicurazioni nazionali, dopo la prima fase esterofila dei mesi
scorsi, sotto Mario Draghi e Guido Rossi, dovranno finire ancor più sotto il
controllo delle potentissime oligarchie finanziarie internazionali.
Il vizio epistemologico degli amici di destra, che si manifesta in economia
con la teoria del trikle down - sfacciatamente filo-oligarchica - per cui si
fa l'apologia dell'incentivazione dell'arricchimento dei più abbienti, di
modo che poi, questi, dandosi una sgrullata, faranno disordinatamente
ricadere parte delle loro ricchezze sui meno abbienti (e dunque si detassano
i grandi patrimoni, si rendono meno vincolanti i contratti di lavoro, ecc.),
è quello per cui la disuguaglianza esisterà sempre e siccome esisterà sempre
non si debba cercare neanche di renderla proporzionata, armonica.
Il vizio di fondo, invece, degli amici della sinistra odierna - meno
sfacciati, perché abili a mascherare, consapevoli o meno che siano - ma dal
risultato medesimo, è quello per cui combattendo le (piccole) aree di
privilegio si produrrebbe una più equa distribuzione del reddito. Laddove le
grandi aree di privilegio vengono toccate - si vedano le banche italiane -
ciò avviene a favore di un privilegiato ancora più potente - le banche
straniere.
Con entrambe le soluzioni non si viene a perfezionare in modo volontaristico
un processo volto all'arricchimento generalizzato della popolazione, ma, nel
breve periodo, un semplice alleviamento delle sofferenze dei più. Finito l'
effetto del cortisone, il male esplode in modo ancor più violento.
Ovviamente della legge 431/98 (disciplina delle locazioni e del rilascio
degli immobili ad uso abitativo, o del canone libero), regolamentazione, o
meglio deregolamentazione, tipica espressione di un approccio liberista, non
vi è bisogno di soffermarsi sopra, viste le notissime degenerazioni
prodottesi, a tutto discapito dei meno abbienti, e delle cui responsabilità
politiche nessuno parla.
La soluzione a tutto ciò è la strada che passa per l'amore della verità e
per l'amore per il prossimo; questa strada continua a portare il nome di un
coraggioso che ci salvò da una dittatura internazionale, e di cui oggi più
nessuno parla: Franklin Delano Roosevelt.
claudio giudici


Caro Giudici,
bella analisi, non c'è che dire, nel sottolineare le negatività delle liberalizzazioni con un italiano anche fin troppo forbito. Io però resto comunque perplesso, perché, come diceva un amico che si é laureato in economia, la coperta é sempre quella, non si allunga, né si accorcia, se la tiri da una parte, si scopre dall'altra. Ora, va bene tutto quello che dici sui forti che diventano fortissimi, che é un problema più che mai reale, ma come la vogliamo mettere con i vari "cartelli" che si sono venuti a creare fino ad oggi senza le liberalizzazioni? Perché la benzina é puntualissima a crescere e non cala mai? Perché quello che una volta costava mille lire oggi costa un euro? Perché il latte per i bambini, in farmacia, costa 80 euro, contro i 20 della Germania? Perché le assicurazioni non si sono mai fatte la "guerra"? Perché devo pagare, ingiustissimamente, 5 euro di ricarica per il telefono, quando l'Italia é il primo paese in Europa di traffico telefonico cellulare? Queste sono solo alcune domande che hanno suggerito l'introduzione delle liberalizzazioni. Io non sono un granché esperto di questioni economiche, ma se tutti gli economisti illustri ed anche politici di spessore come Franklin Delano Roosvelt hanno una cura a questi mali, che non siano le liberalizzazioni, allora ti pregherei di spiegarmelo, così magari, come cittadini, possiamo permetterci di suggerire una valida cura a questo Paese, che se adesso andrà verso l'oligarchia, prima di certo non é che fosse democratico (prova ne é l'immenso potere mediatico che si é costruito Berlusconi e senza le liberalizzazioni). Ti prego davvero di spiegarmelo, perché francamente sono stanco di sentire critiche che non siano supportate da un rimedio, da una cura veramente valida. Il semplice "amore per la verità" mi sembrano quattro belle parole messe insieme, che però non presentano nessuna valida soluzione del problema. Cordialmente. Alfonso


Caro Alfonso, grazie innanzitutto per le tue tante domande, che hanno il merito
di tenere aperto un dibattito, altrimenti a senso unico (pro-liberalizzazioni
cioè).
Mi permetto però di dire che queste domande partono già da un assioma di fondo
errato, tipico di chi studia l'economia secondo gli approcci monetaristi e
liberisti, invisi a chi nella fase pre 15 agosto '71, affrontava l'economia in
un modo diverso (direi, concretamente cristiano, per il Bene Comune). Per
esempio sono convinto che se chiederai al tuo amico se sa che cosa sia il
"sistema americano di economia politica", o se conosce le politiche
rivoluzionarie attuate da Alexander Hamilton, Abramo Lincoln, o Franklin
Roosevelt, ti dirà che tutto ciò non rientra nei programmi universitari. Un
libro di Henry Charles Carey o di Friedrich List, gli è mai passato sotto mano?
Credimi che non dico tutto ciò in senso provocatorio o peggio ancora
denigratorio, quanto per sollevare un problema, ossia che la formazione
universitaria, in ambito economico più che negli altri (anche nel giuridico, da
cui provengo, ciò è rilevabile, ma questo non credo sia il momento per
spiegarne i motivi) è di matrice empirista britannica. Si citano e studiano
pensatori come i fisiocratici Quesnay o Turgot, Malthus, Mandeville, Smith,
Ricardo, Mill e lo stesso Marx. Questi, sono tutti figli di una cultura
antropologica che non vede l'uomo e le sue capacità cognitivo-creative come la
vera fonte della ricchezza, ma la res. Keynes, invece, è un sottoprodotto della
scuola americana.
Senza dilungarmi troppo su tutto ciò - sarò comunque lieto di approfondire il
discorso, per quanto mi riesca, laddove tu o chiunque altro lo voglia - dopo la
fase rooseveltiana, è, in particolare dal '74, con il trasferimento della
seconda legge della termodinamica (il principio dell'entropia) all'economia, da
parte di Georgescu-Roegen, che si piantano in ambito economico-teoretico i semi
dell'idea con cui tu hai debuttato, l'idea della coperta. Il sistema economico,
invece, è tutt'altro che una coperta da tirare da una o dall'altra parte. O
meglio, esso è tale, in assenza di presenza umana. Dunque il sistema di cui tu
parli, così come insegnato da molti pensatori accademici, è un sistema animale
non umano. Se infatti ciò che questi asseriscono fosse vero, la popolazione
mondiale non sarebbe potuta crescere. Di fatto, è cresciuta pochissimo fino
all'avvento del Rinascimento, ossia fino all'arrivo di una concezione dell'uomo
prometeica (uomo dedito alla conoscenza ed alla creazione).

Tutto ciò, ovviamente, contiene già la risposta alla tua ultima domanda. Ma in
realtà alla tua domanda ho già risposto moltissime volte con vari articoli che
qui sulla mailing ho proposto. Solo per brevità, ieri ho puntualmente detto che
la soluzione passa per la riscoperta di Franklin Delano Roosevelt, ma anche De
Gasperi, Mattei, Vanoni, Kennedy, oggi LaRouche, i tentativi che si stanno
facendo in Sud-America, il pensiero del social-democratico Wilhelm Hankel in
Germania, Cheminade in Francia, Nino Galloni in Italia.

Ammettere che il mio ragionamento sia corretto - che ovviamente non è mio, ma
mi limito a riferire ciò che condivido dei pensatori che mi sono cimentato a
conoscere - , ma che i cartelli ci sono, vuol dire fuggire dal problema. I
cartelli ci sono, vanno combattuti, ma non sono le liberalizzazioni che li
combattono. Sono invece le leggi di regolamentazione che il Parlamento deve
fare.
Se riconosci che "va tutto bene quello che" dico "sui forti che diventano
fortissimi", come hai detto, e si comprende che il motivo per cui ciò avviene
risiede proprio nei processi deregolamentativi, non si può accettare che dai
cartelli si passi a dei super-cartelli.

L'economia è la relazione dell'uomo con la biosfera. Quando parlo di uomo parlo
di umanità, e non di caste privilegiate, feudatari che giostrano buoi.
L'economia si compone di tante piccole cellule produttive che devono essere
difese ed armonizzate le une con le altre. Queste cellule produttive sono
rappresentate dai vari settori dell'economia. Così come le cellule sono guidate
dal sistema nervoso centrale - che laddove sia malato, depresso, genera
disfunzioni in tutto l'organismo - i vari settori economici devono altrettanto
essere regolamentati, protetti, sviluppati, come si sviluppa un corpo.

I 5 euro tolti dalle ricariche? Siamo sicuri che siano frutto di una
liberalizzazione? I 5 euro sono un privilegio finora concesso alle compagnie
telefoniche: non gli si vuol dire continuate a fare come vi pare, ma gli si
vorrebbe imporre di eliminare un assurdo privilegio. Un processo completamente
antitetico a quello liberalizzatorio; un'azione espressione di un principio
dirigista. Ed è questo quello che ci vuole: dirigismo. Il dirigismo, tuttavia,
come ogni idea, può essere buona o cattiva a seconda che si ponga sulla via
della verità-sostanza od a seconda che si ponga sulla via del formalismo,
dell'apparenza, della falsità.

Quello che costava 1000 lire oggi costa 1 euro, dici. Giusto. Ma ciò non ha
niente a che fare con il fatto che non si siano fatte le liberalizzazioni
(queste si sono fatte nei settori del commercio, come ho già detto). Ti pare
che l'abbigliamento costi meno? Ti pare che la ristorazione costi meno? Tutto è
raddoppiato ovviamente. Ciò però, più che alle liberalizzazioni, è soprattutto
dovuto alla finanziarizzazione che di volta in volta (1971, 1987, 1998, 2005,
"lancerò banconote dagli elicotteri" ha detto Bernanke) si è depravatamente, e
nel silenzio mediatico, imposta sulla popolazione mondiale.

Accolgo senza offesa la tua ultima frase per cui "Il semplice "amore per la
verità" mi sembrano quattro belle parole messe insieme, che però non presentano
nessuna valida soluzione del problema". Ripeto, ho citato, immediatamente dopo,
Roosevelt, per proporre in modo sintetico quella che secondo me è la strada da
rimboccare.
Keplero diceva che per scoprire l'Harmonia Mundi, aveva proceduto con
teorizzazioni ispirate dall'amore per la verità, non da metodi fissi induttivi
(aristotelici) o deduttivi (baconiani).

Ti saluto cordialmente.

claudio


Non ha tutti i torti Claudio, ci suggerisce come del resto anche io di andare
oltre le liberalizzazioni o comunque di renderle più incisive...la minaccia
arriva anche dalla mera speculazione finanziaria nella gestione delle imprese,
stiamo solo toccando la cima dell'iceberg.

COME FUNZIONA IL SISTEMA CARTELLO:

il cartello serve per far arricchire i soliti personaggi, quelli
dell'oligopolio, che non hanno nessun interesse a far crescere il paese.Le
società di cartello si limitano essenzialmente ad aumentare i prezzi, a
intimidire la clientela e a non investire, non creando quindi nuove opportunità
di lavoro per la popolazione.Se cerchi di opporti al cartello, il sistema
banche-associazioni di categoria ti risponde "...abbiamo le mani legate..." e
ti accompagnano elegantemente al fallimento.le banche poi ti continuano a
perseguitare perchè, guardando i movimenti del tuo c/c, appena vedono 4 soldi
te li chiedono.
Se provi a spiegare al cartello banche la tua storia con tanto di sentenza di
condanna alla mano che prova l'effettivo conclamato e perdurato mantenimento di
abuso di posizione dominante ai tuoi danni, ti rispondono "...a noi non
interessa, questo è il nostro mestiere...", come certi uomini che Primo Levi
descrive nel libro "I sommersi e i salvati" e sono tanti che rispondo così,
troppi, in tanti altri settori a tutti i livelli, ecco perchè il mondo non
cambia mai...questo tipo di putrido sistema economico va repentinamente
bloccato sul nascere ogni volta che si ripresenta (antitrust), ma forse
dovrebbe sparire per sempre (interdizione dalle attività...).E' il
cliente/cittadino che deve decidere da chi comprare, non il cartello.
Oppure se vogliamo proprio continuare a vivere in questo tipo regime
oligopolistico noi dobbiamo pretendere che tutti coloro che sono rimasti
esclusi, dico tutti, vengano assunti nelle imprese del cartello, ma quanto
durerebbero queste aziende che non hanno mai saputo competere, tanto meno in un
mercato globale?
Due cose si potrebbero fare:
Proteggere e consentire l'iniziativa a nuove forze sul mercato di creare
concorrenza, a prima vista potrebbe sembrare una sfida persa in partenza,
tuttavia è l'unico modo per costringere le aziende del cartello ad abbassare i
prezzi e puntare ad investire, innescando quindi la necessità di assumere forza
lavoro con nuove competenze, nuove idee, nuove strategie.

Monitorare i cartellomani costantemente (cosa che spetterebbe a confindustria
ma che non ha mai fatto...) e costringerli ad assumere nuove forze in grado di
far cambiare registro.

In ogni caso siamo noi gli UOMINI nelle aziende che decidono poi le vie da
percorrere...

Un saluto

Carmelo


Carmelo consentimi solo una precisazione.
Sicuramente la tua è una svista nello scrivere, ma affinchè il mio pensiero non
venga travisato devo correggerti.
Io non suggerisco di "rendere più incisive" le liberalizzazioni, affermo
proprio che queste non vanno fatte.
Affermo cioè che il piano di analisi da osservare per avere sviluppo non è
quello redistributivo su cui si concentra una politica liberalizzatrice
(ottenendo però l'esatto risultato contrario, di impoverire i più a tutto
vantaggio dei più ricchi), ma di esaminare il piano produttivo, quello della
vera ricchezza, con cui non ha niente a che fare il processo di
liberalizzazione (che anzi impoverisce). Questo piano è preso in esame invece
dalle politiche di infrastrutturazione, ammodernamento, ricerca
tecnologico-scientifica, industrializzazione ad alta intensità di capitale e
tecnologia.
Per comprendere il principio che sta dietro a tutto ciò, e che so che tu
comprendi benissimo, secondo me aiuta molto la dimostrazione che Archita di
Taranto dà in merito alla duplicazione del quadrato, oppure la parabola
evangelica dell'albero e del frutto. Se si comprende il principio che sta
dietro queste due metafore-allegorie, le cose che sto dicendo appariranno puri
truismi, banalità.

Saluti Carmelo.
claudio


Non capisco perche liberalizzare impoverisca dal momento che esistono i
contratti collettivi nazionali per operai impiegati etc.Casomai possono esse
rappresentatre solo momentaneamente un utile netto minore per l'attività
commerciale per l'industria che però aquistando a minor prezzo può
ridurre il costo unitario ed aumentare l'utile netto.Possono produrre
in qualche caso perdita di occupazione che a sua volta viene riassorbità per
effetto dei nuovi operatori nel mercato.Le liberalizzazioni sono solo un
aspetto della politica economica.Un'altro aspetto fondamentale è la crescita
la cui ricchezza deve redistribuirsi alle fasce popolari sotto forma di
lavoro altrimenti non avrebbe nessun senso far cresere l'economia.Uno dei
difetti fondamentali dell'industria che si è registrato agli inizi degli
anni novanta è la crescita senza occupazione perche l'industria è molto
incline a far uso di tecnologia per sostituire il lavoro umano.Quindi questo
dovrà essere uno degli aspetti fondamentali da approfondire.Il modello di
sviluppo che fin qui abbiamo seguito non solo ha prodotto come giustamente
dice Claudio Giudici economia finanziaria e non fisica che arricchisce
pochi,ma anche poca occupazione ,spesso disumana e malpagata.Quindi si
tratta di investire di più nell'industria leggera o spiegandosi meglio verso
quelle fette di mercato che producono tanta occupazione e dal carattere
umano e riconvertire quelle dal carattere disumano.Ho sentito da qualche
parte dire "non hanno voglia di fare
niente".Bene questo qualcuno dovrebbe andare a lavorare in fabbrica o fare
un lavoro manuale in generale per rendersi conto delle fatiche e dei
problemi dell'operaio.Quando affermi ,sui parametri su cui riferire il tasso
disoccupazione hai perfettamente ragione,si tratta di dati falsificati per
far credere cose che nella realtà non ci sono.Liberalizzare significa
stroncare quelle elitè che nel corso dei secoli hanno fatto e disfatto tutto
,hanno deciso chi dovesse andare avanti e chi no.Liberalizzaere non
significa però liberalizzare l'orario di lavoro(l'iniziativa privata è
libera .Non può svolgersi in contrasto con la liberta ,la sicurezza la
dignità umana).Tutt'alpiù possono essere ammesse variazioni minime
nell'orario di lavoro giornaliero.Quand'è sera si ha voglia di tornare a
casa ,giocare con i propri bambini e fare l'amore con il proprio partner ,in
particolar modo il sabato e la domenica che è sacra.Infine e mi preme dirlo
,quello che più preoccupa è che l'Italia e l'Europa sembrano aver perso il
senso della cristianità senza il quale la vita non ha nessun senso



Caro Roberto, le liberalizzazioni sono un qualcosa che sta distraendo i più
dalla questione veramente nodale: far crescere la produttività media
pro-capite e per chilometro quadrato.
Non esiste precedente storico dove questa produttività, fisicamente misurata
e non finanziariamente misurata, sia stata ottenuta grazie a processi di
liberalizzazione.
JFK dopo la crisi del '57-'58, non si rifà alle tecniche di liberalizzazioni
per restituire impulso produttivo al sistema americano. Egli si rifà alle
politiche rooseveltiane. Aumento della spesa pubblica - non tagli -, dunque
espansione del credito finalizzato a settori strategico-trainanti. Se nel
caso di FDR si trattò della TVA in particolare, nel caso di JFK si trattò
del programma Apollo. L'idea di fondo è: lo Stato aumenta la spesa pubblica
in settori dall'alta ridondanza tecnologica-scientifica; le ricadute a
catena che si avranno sul sistema paese saranno tali da ridare forza
all'intero sistema economico. JFK restò in carica tre anni circa, ma le
conseguenze benefiche di quella sua idea - ribadisco, propria di una
tradizione, quella del Sistema Americano di Economia Politica - si sono
protratte fino ad oggi.
Ricordo ancora che le teorizzazioni sulle politiche anti-protezioniste,
ossia liberoscambiste o liberiste o di liberalizzazione, sono state prodotte
in particolare da David Ricardo. Egli le ipotizza in un sistema a
convertibilità aurea perfetta e chiuso. Dunque le ipotizza all'interno di un
sistema che non è quello esistente, e che dobbiamo sperare non divenga
esistente poichè intrinsecamente entropico e filo-oligarchico.
Quando mi sarà portato ad esempio storico di liberalizzazione che ha
funzionato, ossia per il Bene Comune, cambierò idea sulle liberalizzazioni.
Fino a quel momento, amando la verità delle cose e non il conformarmi alla
vox populi, non potrò sostenerle.
Saluti.
claudio giudici


quella che proponi è la tesi keynesiana che è stata sempre di più criticata
negli ultimi decenni ,poiche l'espansione della spesa pubblica ha aumentato
il debito pubblico e l'inflazione.Questo ha indotto molti paesi a rivedere
il proprio atteggiamento,contenendo per quanto possibile l'intervento
statale.Per funzionare un'economia non ha bisogno della regola
aurea -entrate=uscite-,ma espandendo la spesa pubblica deve essere
consapevole di poter rientrare Le liberalizzazioni rispecchiano il sistema
della perfetta concorrenza ,che per poter funzionare ha bisogno di un
sistema industriale diversificato e a bassa concentrazione.Le cause della
concentrazione  vanno ricercare negli alti costi di produzione.La strada
intrapresa di ridurre il costo del lavoro,dell'energia,della pressione
fiscale e di altri oneri è quella giusta Un sistema industriale ad alta
concentrazione è rappresentato dalla grande industria che nascendo dalla
fusione di più aziende agisce in regime di monopolio stabilsce i prezzi dopo
aver fatto chiudere le piccole industrie e impedito la nascita di nuove.Può
mettere in crisi intere aree geografiche quando licenzia se questa è l'unica
che dà occupazione.Esistono poi i cartelli che sono accordi sottobanco per
diminuire la produzione e quindi l'offerta allo scopo di aumentare i
prezzi e quindi i profitti.Queste vanno sanzionate pesantemente dalle
autorità antitrust.La concentrazione non vale solo per l'industria ,ma anche per il commercio e il sistema bancario


Naturalmente la tesi keynesiana e sempre validissima .Il problema è che i paesi
occidentali ne hanno fatto un'uso distorto in passato e ciò rende impraticabile
oggi una politica keynesiana


No Roberto!
Stai dicendo cose che effettivamente il complesso culturale ripete da anni,
ma sbagliando! Lo ripete da anni - grosso modo dagli anni '70 - e di fatti
da quegli anni le capacità di crescita reale delle nazioni si sono azzerate.

Alcune correzioni di carattere accademico, ma dai nodali risvolti pratici, a
ciò che hai detto.
La soluzione che ti ho proposto, non è la soluzione keynesiana. La soluzione
che ti ho proposto è quella su cui si fonda non la teoria di Keynes, ma
quella tradizione che si chiama Sistema Americano di Economia Politica, così
come definito da Alexander Hamilton. Non è una teoria, nè tanto meno un
sistema (che è intrinsecamente chiuso), ma un metodo dove il ruolo centrale
è svolto dall'uomo e dalle sue capacità cognitivo-creative - semplicemente
detto, capacità di fare scoperte scientifiche e di applicarle sulla realtà
sensibile. Questa tradizione oltre che passare per Hamilton e Washington,
passa per i Carey, per John Quincy Adams, per Lincoln, Franklin Roosevelt e
John Kennedy. Si tratta di una tradizione che ha visto assassinati oltre ad
Hamilton, Lincoln, e Kennedy, anche Harrison, Taylor, Garfield e Mckinley,
forse, ma è molto dubbio, lo stesso Franklin Roosevelt per avvelenamento. A
questa tradizione hanno attinto verso la fine dell'800 paesi come la Russia,
il Giappone e l'Italia. Nella fase post-bellica, all'interno della stessa
DC, grazie all'azione dirigista (o interventista) di De Gasperi, Vanoni e
Mattei, ci si rifà a tale tradizione, in completa opposizione alle idee
liberaliste di Sturzo, che di economia capiva meno che di altre cose.
Keynes, deve la sua notorietà alla disinformazione britannica, così come
imperante dal '700. Questa disinformazione per esempio attribuisce a Locke
la partenità filosofica della Dichiarazione d'Indipendenza americana del
1776, piuttosto che a Leibniz; attribuisce a Newton una serie di scoperte
(dalla gravitazione al calcolo differenziale), piuttosto che a Keplero e
Leibniz; attribuisce a Keynes la paternità degli Accordi di Bretton Woods,
piuttosto che al duo Roosevelt-White; o ancora attribuisce la sconfitta di
Hitler a Churchill, piuttosto che a Franklin Delano Roosevelt, il quale
anche durante la fase di non intervento fu decisivo grazie alla politica
degli "affitti e prestiti", come dirà lo stesso Stalin.
A questo ultimo proposito, un paio di mesi fa fui ospite di un responsabile
economico di un partito del centro-sinistra - che preferisco non citare -,
professore universitario tra l'altro, il quale mi ha lasciato un suo testo,
di recente scritto, sulla riforma del sistema finanziario internazionale.
Gli ho fatto presente che quel testo riportava il grossolano errore di
attribuire gli accordi di Bretton Woods a Keynes. Potrei ovviamente
sbagliare anch'io, ma se sbaglio io sbaglia tutta la commissione che ha
approvato la mia tesi di laurea! Comunque, basta rifarsi al Carreau D.;
Flory T.; Juillard P., Droit international Economique ed alle cronache di
quegli accordi per rilevare che le proposte di Keynes in materia, furono
tutte bocciate, proprio perchè i veri vincitori della guerra furono gli Usa.

Detto ciò, le politiche di Keynes, sono un sottoprodotto del "Sistema
americano di economia politica", in quanto non si centrano su una concezione
prometeica dell'uomo, ma su quella empirista-materialista. Così ci si illude
di poter costruire e fare buche e che il Pil torni a crescere. Questo tipo
di politiche idiote fu usato per esempio dal Giappone durante i primi anni
'90. I giapponesi cominciarono in particolare a costruire ponti laddove non
servivano a niente.
Queste politiche creano, non intrinsecamente, ma con buona probabilità,
soprattutto nelle realtà già industrializzate, inflazione.

Il merito invece del "Sistema americano di economia politica" sta invece nel
non creare inflazione alcuna poichè il credito generato viene riversato in
settori che fungano da volano per un salto tecnologico. Alla produzione
quantitativa si abbina quella qualitativa.
Per capirsi, Franklin Roosevelt bonifica le vallate del Tennessee
raccogliendo intorno a sè i migliori esperti scientifici in materia. Questo
costosissimo progetto, da studi effettuati, si ripagò negli anni del 600%.
JFK lancia il progetto Apollo perchè le ricadute di questo difficilissimo
progetto - "Andiamo sulla Luna perchè è difficile, non perchè è facile!"
disse in sostanza - sarebbero state notevolissime sul comparto civile.
Questo ipercostosissimo progetto, invece, si ripagò negli anni del 1300%!

Dunque, Roberto, stiamo attenti a non confondere politiche intrinsecamente
miopi e di matrice materialista, con ciò che invece è causa ed effetto della
crescita delle capacità cognitivo-creative degli individui.

Non è un caso che le uniche economie vicine al dirigismo oggi, siano le
uniche che crescono. E non è un caso che i Paesi dell'America Latina, dopo
le distruzioni comportate dalle politiche neo-liberiste del Fmi, ritornino
oggi a forme di dirigismo, protezionismo e sviluppo tecnologico-scientifico
(questi, tutti, ingredienti del Sistema americano di economia politica).
Ma queste sono cose che ho già trattato per sintesidialettica.it. Se ti va
ti rilascio i link da cui poter attingere e se ti va discutere, contraddire,
o approvare:

http://www.sintesidialettica.it/Articolo.php?titolo=t_quale&autore=au_giudic
i&articolo=a_quale

http://www.sintesidialettica.it/Articolo.php?titolo=t_sistemahamiltoniano&au
tore=au_giudici&articolo=a_sistemahamiltoniano

Roberto, poi dici:
"Le liberalizzazioni rispecchiano il sistema
della perfetta concorrenza"
Scusa Roberto, ma a questa storia oramai non ci crede più nessuno! Come si
fa a dire ancora queste cose? Ti ho già detto più volte che dall'opera di
Ricardo stesso si capisce che in un sistema finanziarizzato ciò non è
possibile. Allora, o si boccia la finanziarizzazione tout court, come
sostenuto dai malthusiani e da Lenin, oppure si prende atto che le
liberalizzazioni sono invece un sistema che consente ai grossi centri
d'interese, com'è tipico della legge della giungla che non ha arbitri, di
mangiarsi tutto. Le discutibili - perchè non costituzionalmente
riconosciute - figure delle Autorità indipendenti non possono garantire più
di un eletto. Sempre di uomini si tratta. A tal proposito, per le soluzioni
che propongo, ossia che ricopio da precedenti esperienze storiche, vale il
secondo link dei due che sopra riporto.
A tale riguardo, in breve, la soluzione dove starebbe secondo me:
la finanza, ossia il credito, serve e come. A dimostrarlo è la stessa
Rivoluzione americana. Esso però va utilizzato per incrementare l'economia
fisica e non per fare speculazione. Dunque, devono essere ritenuti illegali
i derivati finanziari - pure scommesse. Devono essere tassate fortemente
rendite e profitti di modo da obbligare a reinvestire nell'economia reale.
La metà del bilancio statale deve essere reinvestita in infrastrutture
leggere e pesanti. Fra questa metà, grande deve essere la parte da destinare
alla ricerca. La sovranità monetaria deve tornare allo Stato ed affidata ad
una Banca Nazionale pubblica, non privata come la Bce o come era la Banca
d'Italia. L'industria nazionale deve essere protetta come misure
protezionistiche, nei confronti della concorrenza che si avvantaggia
dell'assenza di diritti sociali nel proprio paese. In questa fase di
rilancio, si deve rispostare il baricentro dei lavoratori dal terziario al
settore primario (agro-industriale).

Poi aggiungi:
"La strada intrapresa di ridurre il costo del lavoro ... è quella giusta."
Ti chiedo: sei cosciente di cosa voglia dire ridurre il costo del lavoro?
Se sì, come si fa a dire che è quella la strada giusta!

Un abbraccio.
claudio


Caro Claudio,

ritengono i tuoi interventi una preziosa realtà, tuttavia cosa succederebbe in
Italia se non ci fossero le liberalizzazioni e l'antitrust?
sarebbero altri anni di prezzi alle stelle, di alzate di barricate ai confini,
di enormi creazioni lobbistiche, in cui i soliti noti si arricchirebbero senza
reinvestire un centesimo in innovazione/sviluppo, quindi senza pagare e mettere
in condizione i famosi "uomini" in grado di
poter far crescere il Paese...
concordo con te, la teoria Hamiltoniana è quella giusta ma in Italia, credimi,
va integrata anche con liberaliz. e antitust,  se i prezzi scendono altrimenti
ci arrabbiamo!
l'andamento dei prezzi dei carburanti rispetta proprio la politica industriale
degli anni passati.
al picco max della sinusoide dovrebbe seguire un rilancio dell'economia sulla
base dei risultati ottenuti in R&D, da noi invece i prezzi rimangono
perennemente alti ma di rilanci non se ne vedono, da quanti anni è che si parla
di nuove tecnologie e energie rinnovabili?
Importeremo anche queste? allora saranno anni faticosi per antitrust, adusbef e
via dicendo...

Un caro saluto

Carmelo


Ciao Carmelo.
Carmelo io non capisco perchè ci si ostini ad essere ottimisti sulle
liberalizzazioni, dopo quanto avventuo con il d. lgs. 114/98 (prima legge
Bersani in materia di liberalizzazione del commercio). Oggi, vi è una moria
di negozi il cui dato evidente agli occhi di tutti è la trasformazione dei
fondi (accatastati C1 o C2) in civili abitazioni. Dove i grandi centri
commerciali hanno cominciato a svilupparsi - proprio grazie a quel decreto,
la cui matrice liberista era ovvio che portasse a ciò - i piccoli
commercianti sono spariti o nella migliore delle ipotesi impoveriti.
Si guardino i negozi di abbigliamento o quelli di sport. Vi pare che tutto
ciò abbia portato prezzi più bassi?
E' già riprovevole che si sia cascati nelle politiche liberiste durante gli
anni '90, dimentichi dei disastri dei primi del '900 e del perchè la nostra
Costituzione nasca con quelle disposizioni. Ma dopo avere provato sulla
nostra pelle gli effetti di leggi come quella su citata o la legge 431/98 in
materia di affitti, come possiamo non vedere? Io dico perchè siamo vittime
della sindrome di Amleto: meglio il male conosciuto, al bene sconosciuto!

Ho invitato questa mailing a riportarmi un esempio storico in merito a
quando le liberalizzazioni hanno funzionato, ma per ora nessuno ha saputo
rispondermi.

Energie rinnovabili, balzi tecnologici, non li avremo perchè rimessi al
mercato - il quale alloca le proprie risorse solo ove gli conviene - ma solo
in seguito ad un preciso atto di volontà nazionale.
Pensiamo in generale alle infrastrutture - tra quelle leggere rientra pure
il settore della ricerca, che ad energie come l'idrogeno o la fusione
potrebbe portare in tempi rapidi se vi fosse dietro uno sforzo nazionale.
Quale infrastruttura, tra strade, apparato idrico, elettrico, telefonico,
sarebbe stato fatto se rimessi alla volontà del cosiddetto "libero mercato"?

Il mercato dunque deve tornare ad essere disciplinato non liberalizzato. E
disciplinato non vuol dire burocratizzato. La nostra Costituzione da questo
punto di vista è chiarissima. Allora, lo stesso centro-sinistra, senza fare
tanta demagogia o dice che la nostra Costituzione non è più attuale, o torna
ad imporne il rispetto. La nostra Costituzione impone un ruolo attivo allo
Stato. Questo essere attivi, non vuol dire togliere le protezioni alle varie
nicchie di mercato che poi si ritrovano rimesse alla concorrenza del più
forte, ma vuol dire sviluppare con precisi interventi ulteriori nicchie.
Lo Stato, per esempio, potrebbe finanziare con l'emissione di credito a
basso tasso d'interesse la (1) riqualificazione dell'industria
automobilistica, facendola passare da produttrice di automobili a benzina, a
produttrice di automobili ad idrogeno. A ciò ovviamente dovrebbe
accompagnare una rivoluzione in campo energetico nazionale, (2) sviluppando
distributori ad idrogeno. Per avere l'idrogeno dovrebbe attivare (3)
centrali nucleari da 800-1000 MW pubble bed. Ciascuno di questi tre settori
produrrebbe migliaia di posti di lavoro ad alto tasso di specializzazione,
un indotto e soprattutto ricchezza reale.
Si tratta di un'idea difficile da attuare, ma era forse facile elettrificare
e portare i distributori di benzina in Italia dopo il '45?
Le cose su menzionate necessitano solo di una volontà politica, di coraggio
e di un cambio di paradigma da un punto di vista della concezione circa cosa
sia l'economia.
Si tratta di cose che sicuramente faremo in futuro. Il problema è che questo
futuro con l'attuale classe dirigente, l'attuale modo di pensare, e
l'erosione del tessuto produttivo comportata dai processi di
liberalizzazione (ripeto, come fatto con attività commerciali, industria,
immobili, infrastrutture negli ultimi trent'anni) sarà sempre più lontano.

Saluti.
claudio giudici


Caro Claudio Giudici,
ho sempre apprezzato i tuoi interventi ma, mi dispiace, ora non posso essere
d'accordo con te.

La tua visione delle liberalizzazioni, infatti, è prettamente "locale", cioè
inerente il solo mercato
italiano: è per questo che, attenendoti a quello che succede nella tua
città - visione ancora più ristretta-
asserisci che le liberalizzazioni hanno portato un danno all'economia.

Quello che ti sfugge è che la liberalizzazione, in maniera più
generalizzata, "libera i mercati" e cioè
fa si che - coadiuvata da politica internazionale (vedasi anche comunità
europea, ecc. ecc.) - si  liberi la concorrenza a livello internazionale.
E' la concorrenza a livello internazionale che fa abbassare i prezzi!
Al contrario il creare dei cartelli di imprenditori che hanno in mano un
determinato settore dell'economia fa si che questi, coalizzandosi, cerchino di livellare i
prezzi al rialzo confermando  per loro stessi i massimi  introiti.

Gli esempi del passato che tu cerchi sono quasi impossibili da ritrovare e
questo non perchè le liberazioni abbiano prodotto un danno all'economia, bensì perchè nel passato i singoli stati, mentre da una parte cercavano di liberalizzare ìl mercato interno, dall'altra imponevano dazi doganali (avendone la facoltà) che limitavano l'ingresso di imprese estere.
I prezzi più bassi sono arrivati in Italia, non perchè i centri commerciali
hanno fatto una politica al ribasso (anzi)
ma perchè oggi, nel nostro paese, sono arrivati, ad esempio, i cinesi. Solo
dieci anni fa nessuno avrebbe immaginato che la
Cina potesse diventare la potenza economica che è diventata (che detiene una
buona parte del debito pubblico statunitense).
Chi sa se fra qualche anno i paesi del continente Africano non smettano di
fare e farsi la guerra e non diventino delle potenze economiche invadendo i
mercati con prodotti dai prezzi ancora più bassi?

I paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) ora stanno
producendo ed esportando prodotti agricoli e carni di altissima qualità e
prodotti con altissima tecnologia (al contrario di quello che noi possiamo
pensare) ed a prezzi più bassi di quelli europei ed americani. E' naturale
che la possibilità fornita loro di vendere sul mercato italiano porterà ad
un generale abbassamento dei prezzi!

Le auto di produzione asiatica, piene di optionals e di confort, costano
molto meno di quelle prodotte in europa: ma lo sai che negli anni di cui
parli tu vi erano i dazi doganali che facevano diventare sconvenienti, per
gli operatori esteri anche solo europei, l'esportazione in Italia delle
auto?

Potrei continuare con tantissimi altri esempi concludendo con il dire che
liberalizzare porta sicuramente all'abbassamento dei prezzi ed anche ad uno
sviluppo dell'economia.
Il piccolo negozio italiano non può e non deve fare la guerra dei prezzi. Al
contrario deve cercare di improntare la sua offerta sulla particolarità e
sulla nicchia: il salumiere sotto casa che mi propone prodotti sempre
freschi, prodotti regionali,  pane del forno a legna, ecc. ecc. non verrà
mai soppiantato dalla grossa distribuzione.
Le aziende italiane produttrici di auto di altissima qualità (Ferrari,
Lamborghini)  non avranno mai paura dell'auto venduta nei centri
commerciali.
L'agricoltore Italiano non può e non deve fare la guerra dei prezzi con gli
ortaggi provenienti dall'Egitto: deve, al contrario, sforzarsi di ottenre un
prodotto di altissima qualità, che sia portatore della qualità tipica del
made in Italy.

Il distributore di carburante italiano, anzicchè fare scipero contro la
liberalizzazione che permette ai centri commerciali di vendere la benzina ad un prezzo più basso e di crearsi, da solo, un danno economico (dalla mancata
vendita di tot litri di carburante in due giorni di serrata) deve far
sentire le proprie ragioni alla propria casa madre e pretendere da questa la
vendita della benzina allo stesso prezzo al quale, le stesse case, la
vendono agli ipermercati! E' così che si abbassano i prezzi!  In Italia,
invece, i benzinai protestano perchè vogliono che anche gli iper vendano la
benzina al prezzo più caro!

Il discorso che tu fai, infine, relativo alle energie alternative ha poco a
che vedere con le liberalizzazioni: Ci sono interessi ed accordi
internazionali, alleanze ed politico-economici, che si sono fondati e
continuano ad esistere basati sul mercato del petrolio. I piccoli passi che
in Italia si stanno facendo sui biodiesel (vedasi questi giorni), su fonti
energetiche alternative, ecc. sono già  buoni risultati e sintomatici del
cambiamento di rotta che a piccoli passi si sta facendo.

Saluti

Giuseppe























permalink | inviato da il 12/2/2007 alle 22:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

4 febbraio 2007

Il Dr. Frank e la Verità

Le affermazioni del 23 gennaio scorso, alla vigilia del discorso sullo Stato dell’Unione di Bush, dello psichiatra Dr. Justin Frank, sono da intendersi – senza con questo poter essere accusato di banalizzazione – come un ammonimento dalla portata ben più ampia rispetto allo stretto contesto, ed ai due personaggi, Bush e Cheney, a cui esse nello specifico si riferiscono.
Il Dr. Frank afferma:
“Bush è psicologicamente incapace di cambiare. Il motivo è che qualunque cambiamento, è una minaccia alla sua struttura personale, una struttura controllata dalla sua profonda paura delle umiliazioni e dei crolli emotivi.”
Questo frammento del suo discorso è perfettamente traslabile al vizio culturale diffusissimo, che più nel profondo di quanto possa aver fatto lo stesso Dr. Frank, è attribuibile ad una divinizzazione di sé stessi. Questa divinizzazione è tanto più falsa quanto più è associata ad un’idea di fissità, di staticità. Si tratta dello stesso vizio di fondo che domina i sistemi di trading finanziario, adoperati da tutti gli hedge funds che pirateggiano per il mondo fagocitando l’economia produttiva, e la cui attendibilità può essere al massimo attesa nel brevissimo periodo. Questo modello culturale, che potremmo chiamare della “divinizzazione di sé stessi”, difatti, è un modello destinato ad un apparente successo nel brevissimo periodo. Già nel dopo domani, manifesta tutta la sua distruttività. Questa divinizzazione di sé stessi, che più genericamente rappresenta un vero e proprio problema sociale, impedisce ai più di riconoscere i propri errori, o di mettersi semplicemente in discussione. Essa, è figlia dell’assenza di amore per la Verità. Il rilievo più immediato che deriva da questa Verità, come magistralmente spiega il Cardinale Nicola Cusano ne La dotta ignoranza, è che l’uomo non è Dio. Il modo più efficace per l’uomo di avvicinarsi, in termini asintotici, a Dio, è riconoscere la sua diversa ontologia da Dio e riconoscere l’esistenza di una Verità, che è essa stessa parte di Dio. Questa Verità, secondo la metafora del Cusano, è accessibile all’uomo così come un poligono può sempre più puntualmente inscriversi in un cerchio fino ad approssimarlo, secondo quanto risulterà al fallace occhio umano, in modo coincidente. Tuttavia, nel rispetto delle due diverse ontologie del poligono e del cerchio, più il poligono si inscrive in modo perfetto nel cerchio, e più angoli ha. Quanti angoli ha invece il cerchio? Nessuno ovviamente. Ma a questo punto l’imperante modello relativista, che in un modo o nell’altro tutti noi ha più volte scheggiato, vista la sua diffusione nell’apparato culturale, dalla scuola ai media, suggerirà a chi ama la critica – ma non troppo da fare la critica della critica guidato però, secondo l’approccio socratico, dal solo obiettivo di perseguire il Bene – la seguente domanda: “Perché credere ad una verità? Non basterebbe non ritenersi Dio, senza dover credere a nessuna verità?” A questo tipo di domanda, apparentemente innocua, ma in realtà portatrice di distruzione come dimostrano i nostri giorni frutto della negazione dell’esistenza della Verità, avrebbe risposto Socrate, come d’altra parte fa ne La Repubblica in merito alla giustizia, in questo modo: “Caro amico mio, quando ti viene insegnata la geometria, tu metti in discussione il fatto che esista un cerchio, esista un quadrato, esista un rettangolo? Evidentemente no. Tuttavia, questi non esistono, se non nella nostra mente, ma nella realtà, nessun uomo, anche con il più perfetto strumento, potrebbe disegnare, nonostante all’occhio appaia tale, un cerchio perfetto, un quadrato od un rettangolo perfetto. Il più perfetto dei compassi, infatti, non sarebbe così perfetto da non subire anche il seppur minimo gioco della punta su cui poggia. L’altra punta, poi, quella che traccia la linea circolare, subisce anche seppur impercettibilmente un consumo dovuto all’attrito col piano su cui passa, ed anche all’aria. Così, se esistesse un misuratore divino, questo rileverebbe la sua non perfezione. Di ciò, con buona probabilità non ti eri accorto, perché fin da quando eri in tenera età il cerchio e tutte le altre figure perfette della geometria ti sono state insegnate come esistenti, ed il tuo occhio continuamente si è ingannato nel vederle, rafforzando quell’idea sbagliata. Nonostante tutto ciò, però, questa tua credenza, che ora sicuramente è più consapevole, e distingue ciò che esiste nel mondo delle idee da ciò che esiste nel mondo sensibile, reale, ti ha aiutato nel tuo vivere quotidiano. Pensiamo infatti a come l’idea del cerchio sia stata utile per creare le ruote. Anch’esse non sono perfettamente circolari, nonostante al nostro occhio appaiono tali, ma ci sono ugualmente utili e migliorano la nostra vita, velocizzando e rendendo meno faticoso il trasporto, lasciandoci così maggior tempo da dedicare allo studio ed agli affetti. Alla luce di tutto questo, ti sarà ora chiaro perché sia importante credere all’esistenza della Verità: essa, nonostante non ci sia pienamente accessibile, è purtuttavia l’unico modo per incanalarci lungo la strada del meglio, del Bene. Credere alla Verità comporta come primo consapevole atto, l’umiltà di non ritenersi Dio. Non ritenersi Dio è già un primo passo per stare nella Verità. Da tutto ciò si evince che la Verità non ci è perfettamente conoscibile, poiché altrimenti saremmo Dio. Non credere alla Verità, come si è visto sopra, vuol dire non credere che ci sia qualcosa di meglio, di più perfetto – ma qualcosa di meglio, di più perfetto, c’è sempre, perché altrimenti saremmo di fronte alla perfezione stessa, e la perfezione può essere solo Dio. Non credere di poter fare meglio, di poter fare un qualcosa di più perfetto, vuol dire allora, sempre alla luce di quanto visto prima, non essere nemmeno uomini, infatti, avevamo detto che Dio è la perfezione e la Verità, l’uomo, invece, colui che verso questa perfezione e questa Verità può adoperarsi, senza con questo integrarla perfettamente. Se l’uomo non riconosce di poter fare neanche ciò, ecco che è allora semplicemente un animale. La storia, però, ci dimostra che l’uomo non è semplicemente un animale, poiché a differenza di quest’ultimo, costantemente, intervallato anche da brutali pause, si migliora.
Dunque, migliorarsi continuamente è la Verità accessibile all’uomo.




permalink | inviato da il 4/2/2007 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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