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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


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BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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28 marzo 2007

Da Hitler a Gore, la strategia ecologista dell'Impero Britannico

25 marzo 2007 – L'attuale campagna sul riscaldamento globale dell'ex vice presidente USA Albert Gore trae origine da un altro ben più noto progetto britannico, quello che portò al potere Adolf Hitler in Germania. Fu lanciata negli anni Ottanta dal governo di Margaret Thatcher. La politica ambientalista del governo britannico fu gestita da sir Crispin Tickell, che indusse la signora Thatcher a sollevare il tema del riscaldamento in diverse conferenze, nel tentativo di prevenire alcuna opposizione o resistenza in quella che fu un'opera di calcolata erosione delle resistenze da parte degli USA e di altri paesi.
L'Inghilterra, si sa, sponsorizza da sempre la politica “ecologista” in chiave malthusiana, mirante cioè a ridurre la popolazione mondiale e a mantenerne la stragrande maggioranza in uno stato di forzato sottosviluppo.
Il primo ideologo di questa politica fu Thomas Malthus che, al soldo della Compagnia delle Indie Orientali, mise a punto l'ideologia del limite delle risorse a fronte della crescita demografica nel quadro dei nuovi strumenti ideologici che questa si dette verso la fine del XVIII secolo per cercare di recuperare i suoi monopoli globali che erano stati infranti dal successo della Rivoluzione Americana.

Negli anni Trenta, la politica del genocidio che sottende l'ideologia dei “limiti delle risorse”, fu riformulata nel corso di un incontro tra Adolf Hitler e Lord Lothian (Philip Kerr) il capo della Tavola Rotonda, o gruppo di lord Milner, la formazione più direttamente impegnata a sostenere la scalata al potere di Adolf Hitler in Germania.
Nell'incontro, avvenuto il 29 gennaio 1935, Adolf Hitler disse a lord Lothian che “Germania, Inghilterra, Francia, Italia, America e Scandinavia ... debbono raggiungere un accordo di qualche tipo mirante ad impedire che i rispettivi cittadini o sudditi contribuiscano all'industrializzazione di paesi come la Cina e l'India. E' suicida promuovere la costituzione di industrie manifatturiere nei paesi agricoli dell'Asia” (in “Lord Lothian” di James R.M. Butler).
Lothian e Hitler s'incontrarono di nuovo nel maggio 1937 per concordare il piano della conquista nazista dell'Europa orientale. Quella stessa estate fu fondato all'Università di Oxford il Consiglio Mondiale delle Chiese, secondo uno schema messo a punto da lord Lothian e altri esponenti della Tavola Rotonda (Round Table). A presiedere la Conferenza del Consiglio fu chiamato il Cancelliere di Oxford, il ministro degli esteri britannico lord Halifax, che si occupava delle operazioni di sostegno britannico al regime di Hitler. Il nuovo Consiglio delle Chiese pubblicò un appello a favore di un governo mondialista con un articolo introduttivo di lord Lothian intitolato “L'influsso demoniaco della sovranità nazionale”.
Fu questa stessa “teologia” satanica imperialista che il principe Filippo d'Edimburgo successivamente esportò nelle chiese e nel mondo politico degli USA, sulla scia delle operazioni condotte dai lord Lothian e Halifax che si avvicendarono nella carica di ambasciatore inglese a Washington, dal 1938 al 1940 e dal 1940 al 1945.
Alla fine della seconda guerra mondiale gli inglesi sfornarono la politica hitleriana dell'eugenetica contro l'industrializzazione dei paesi poveri, ammantandola di razionalizzazioni “ecologiste”. Per questo si servirono di Julian Huxley, Teilard de Chardin e di altri luminari malthusiani. Nonostante ciò, anche dopo il lavaggio di cervello della “controcultura” degli anni Sessanta, la sostanza della svolta anti-industriale riusciva decisamente indigesta alla stragrande maggioranza della popolazione americana. Per costringerla a superare tale riluttanza fu essenziale il ruolo del governo britannico della Thatcher tra il 1979 ed il 1990.
Mentre la Thatcher impose la politica delle privatizzazioni e deregolamentazioni selvagge messa a punto dalla Mont Pelerin Society, dall'altra sponda dell'Atlantico ci furono forze che seppero esaltare le sue affinità conservatrici con il presidente Ronald Reagan conferendole persino un'aura da scienziato perché aveva una laurea in chimica.
In quel periodo il principe Filippo, fondatore del WWF, manovrava per fare della riduzione demografica il tema centrale degli affari mondiali. Per questo promosse la carriera politica di Crispin Tickell, ambasciatore inglese alle Nazioni Unite tra il 1987 e il 1990. Tickell indusse la Thatcher ad adottare la truffa del riscaldamento globale, o imposture analoghe, come il “buco dell'ozono”. I discorsi della lady di ferro su questi argomenti furono scritti da Tickell. Parlando alla Royal Society il 27 settembre 1988 la Thatcher affermò:
“Da generazioni si ritiene che gli sforzi dell'umanità possano mantenere stabile l'equilibrio fondamentale dei sistemi mondiali e dell'atmosfera. Ma è possibile che con tutti questi enormi cambiamenti (popolazione, agricoltura, impiego dei carburanti fossili) concentrati in un periodo di tempo così breve, abbiamo involontariamente iniziato un esperimento enorme con il sistema del pianeta stesso.
“Recentemente, tre cambiamenti della chimica atmosferica sono diventati preoccupazione comune. Il primo è l'aumento dei gas serra, biossido di carbonio, metano e clorofluorocarburi, che ha indotto alcuni a temere che si stia creando una trappola di riscaldamento globale che potrebbe condurre all'instabilità climatica ... E la metà del carbonio emesso dall'epoca della Rivoluzione Industriale rimane nell'atmosfera. C'è un ampio programma di ricerca condotto dai nostri uffici meterologici ... per lo studio dei cambiamenti climatici...”

Sir Chrispin Tickell, primo a sinistra, bardato da Cancelliere dell'Università di Kent.

 

La Thatcher decise il finanziamento dello studio del riscaldamento globale condotto dall'Ufficio Meterologico Britannico diretto dal docente di Oxford John Houghton, un “cristiano evangelico” in perfetta sintonia con lord Lothian.
Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change - IPCC), presieduto da John Houghton per le valutazioni scientifiche fu costituito nel 1988. La Thatcher costituì il Centro Hadley per le previsioni climatiche e la ricerca in seno all'ufficio meterologico di John Houghton nel 1990. Il rapporto dell'IPCC, stilato sotto la direzione di Houghton è alla base degli argomenti di Al Gore e degli altri portavoce del riscaldamento globale.
La regina Elisabetta II ha insignito Houghton del titolo di cavaliere nel 1991. Da allora, sir Houghton si è posizionato come leader dei fondamentalisti religiosi che negli Stati Uniti promuovono la frode del riscaldamento globale sulla scia della “cura del creato” predicata dal principe Filippo d'Edimburgo.
Il principe Filippo, fondatore del WWF, pronunciò nel 1990 un discorso intitolato “Crisi demografica” in cui disse tra l'altro: “Dovrebbe essere ormai ovvio che è indesiderabile un'ulteriore crescita demografica in qualsiasi paese... Non riesco a capacitarmi di come si possa ancora sostenere che c'è spazio a sufficienza per la popolazione attuale e ancora di più su questo pianeta ... Con l'assottigliarsi delle risorse e la qualità dell'ambiente che continua a peggiorare, c'è sempre più gente destinata a vivere in povertà e nel disagio. La cosa migliore per limitare l'aumento delle persone sarebbe riuscire a stabilizzare la demografia mondiale”.
“Il nostro pianeta va incontro ad una crisi ecologica ... provocata dal genio scientifico e tecnologico umano. L'esplosione demografica, sostenuta dalla scienza e dalla tecnologia ... consuma ... le risorse ... e, soprattutto, condanna all'estinzione migliaia di organismi che vivono con noi”.
Il 26 aprile 1991 il principe Filippo presenziò al discorso annuale che sir Crispin Tickell pronunciò nella Cappella di San Giorgio del castello di Windsor, il luogo di culto della famiglia reale, in cui sir Crispin criticò l'idea del mondo cristiana che si fonda sulla convinzione che “il mondo sia stato creato per l'umanità e che con l'autorità divina - e presumibilmente la cooperazione - possiamo governarlo come vogliamo ... Dio ha creato il mondo ed ha dato all'uomo il dominio su di esso come scritto nel Genesi. ... L'idea del dominio è ancora vigente. Ci lusinghiamo del fatto che l'uomo sia creato ad immagine e somiglianza di Dio (sebbene sia più plausibile sostenere che Dio sia creato a immagine e somiglianza dell'uomo)”.
Tickell si è particolarmente soffermato sul paradigma per comprendere i rapporti della vita umana con i cambiamenti climatici. Ha anche elogiato Thomas Malthus ed ha affermato che “l'aumento demografico” è la causa principale della “sofferenza della natura ... Se questo aumento non sarà posto sotto controllo e quindi rovesciato, tutti gli sforzi per ripristinare la stabilità del nostro ambiente saranno invano ... Non si può in alcun modo prospettare un aumento dei livelli di vita in tutto il mondo pari a quelli dei paesi industriali. In tal caso, questa capacità portante della terra sarebbe intorno ai 2,5 miliardi di persone”.
Nel 1990 sir Crispin Tickell ottenne la presidenza del Climate Institute che ha sede a Washington. Avvalendosi della copertura americana di tale entità nel 1991 e 1992 sir Crispin “organizzò dei briefing per i capi di stato e ministri di 22 nazioni e contribuì a gettare le basi per la firma della Convenzione sul Cambiamento Climatico a Rio de Janeiro nel giugno 1992”, si legge sul sito web del Climate Institute.
Con Crispin Tickell all'ONU e poi al Climate Institute, il “thatcherismo verde” bombardò la nuova amministrazione di Bush padre con i dogmi climatici. Sebbene Bush senior si mosse in quella direzione, il senatore Al Gore si mise in cattedra per deprecare il fatto che i passi compiuti non erano sufficienti e continuò a spronare la svolta ecologista del suo paese.
Nel 1992 Al Gore pubblicò il suo libro “Earth in the Balance: Ecology and the Human Spirit” in cui riproponeva la furiosa campagna del governo britannico contro i paesi inadatti allo sviluppo ai quali il principe Filippo chiedeva insistentemente di ridurre la propria popolazione.
Gore arrivò ad affermare che la minaccia nucleare che aveva caratterizzato gli anni della Guerra Fredda fosse stata sostituita “dalla natura strategica della minaccia che ora la civiltà umana pone all'ambiente globale e dalla natura strategica posta alla civiltà dai cambiamenti nell'ambiente globale”. Chiese ai leader mondiali di non lasciarsi distrarre dall'intraprendere questo nuovo corso anche se questo avrebbe lasciato “milioni di persone ... a soffrire nella povertà e a morire di stenti, guerre, e malattie”.

Il presente articolo è tratto da uno studio di intelligence redatto nel maggio 1991 per l'EIR dal giornalista Mark Burdman, scomparso l'8 luglio 2004.

Tratto da http://www.movisol.org/07news044.htm




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27 marzo 2007


"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."

(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)




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26 marzo 2007


Esplode l'indignazione internazionale per la truffa di Al Gore

20 marzo 2007 – Il tentativo dell'agente britannico Al Gore e della sua coorte ecologista di imporre tagli colossali alla produzione industriale ed ai livelli di vita, creando al tempo stesso una nuova bolla finanziaria nelle cosiddette tecnologie delle fonti rinnovabili, ha finalmente suscitato un'ondata di resistenze. Allo sforzo internazionalmente coordinato da Lyndon LaRouche e dal suo movimento giovanile si è recentemente aggiunta una corrente in Inghilterra che ha prodotto un film intitolato “La grande truffa del riscaldamento globale”, come pure una schiera crescente di personalità, soprattutto scienziati, che hanno deciso di denunciare Al Gore, egli stesso un operatore di hedge funds, come promotore di una frode di stampo fascista.
Nel suo recente tour europeo, Gore ha chiaramente fatto capire di operare in coordinazione con David Milibrand, ministro dell'ambiente britannico, e con gran parte della leadership dell'Unione Europea, dove l'imposizione di una riduzione delle emissioni di CO2 e dell'ecotassa su di esse dovrebbero diventare uno dei temi centrali della politica internazionale ai vertici come quello del G8. Milibrand ha rilasciato dichiarazioni per chiedere drastiche misure di riduzione delle attività industriali, anche a livello di Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La Cancelliere tedesca Angela Merkel si è unita alla crociata facendosi promotrice di una riduzione del 20% delle emissioni nell'intera UE. Il vertice EU di Potsdam del 17 marzo si è prevalentemente occupato sul presunto problema del riscaldamento globale adottando infine il protocollo della biodiversità.

Fatte a pezzi su Canale 4 le menzogne di Gore

Nei primi cinque minuti della trasmissione “The Great Global Warming Swindle” mandata in onda da Channel 4 l'8 marzo è stata smontata la menzogna di Al Gore secondo cui nessuno scienziato accreditato respinge la tesi del riscaldamento globale. Una lista impressionante di esperti in climatologia, oceanorafia, meteorologia, scienze ambientali, biogeografia e paleoclimatologia impiegati da istituti come NASA, International Arctic Research Center, Pasteur Institute, MIT e quasi una decina di università prende la parola per contraddire la tesi di Gore.
Il film passa quindi a smontare l'ipotesi del CO2: le emissioni dell'attività umana o naturali non determinano il clima. L'attività solare invece, nei suoi cicli lunghi e brevi, esercita un influsso decisivo sul clima terrestre, citando a proposito uno studio particolarmente convincente di uno scienziato danese.
Il film conclude spiegando che l'ambientalismo conduce al genocidio, mostrando un ospedale, non distante dal luogo dove l'ONU ha tenuto la conferenza sul clima nel 2006, dove tutta l'elettricità disponibile è quella fornita da un pannello solare che non basta ad alimentare contemporaneamente un minifrigo per i vaccini e l'illuminazione. L'ex fondatore di Greenpeace Patrick Moore, che ha abbandonato il movimento, afferma: “Il movimento ambientalista si è trasformato nella forza maggiore che esiste per impedire lo sviluppo nei paesi in via di sviluppo ... Ritengo per me legittimo definirli 'anti-umani'.”
Negli USA il documentario circola underground, animando il dibattito soprattutto a Washington, ed ha ottenuto molta pubblicità in Danimarca e Svezia. I suoi produttori si rendono ben conto dei sostegni storicamente dati dall'Inghilerra al movimento verde, a cominciare dalla gioventù nazista, e dei pericoli insiti nel lasciar correre(il dvd può essere acquistato a questo link: http://www.wagtv.com/acatalog/Store.asp. Oppure cercare “The Great Global Warming Swindle”).
Parlando ad Edimburgo, Gore ha reagito al documentario definendolo “la pseudo-scienza come intrattenimento”.

Una nuova bolla speculativa, il “Carbon Trading”

Con il termine Carbon Trading si intende il mercato delle quote di emissione consentite in base all'accordo di Kyoto e ripartite tra attività e industrie. Si tratta di qualcosa di ben più sfuggente dell'IT che già fece crac nel 2000, ma nell'Unione Europea sembrano tutti pronti a buttarsi in questa supernew economy. Il quotidiano conservatore londinese Daily Telegraph del 14 marzo riferiva che il vero messaggio di Al Gore è “il boom del mercato della riduzione delle emissioni”. Il giornalista economico Tom Stevenson ha scritto che Gore “sa individuare le tendenze” e “il carbon trading ... è quello più promettente”.
La cosa fa particolarmente piacere al probabile successore di Toni Blair. Il 12 marzo il cancelliere dello scacchiere Gordon Brown ha parlato alla Green Alliance dichiarandosi pronto a trasformare Londra nel centro di questo nuovo “global carbon market”. Facendo riferimento al rapporto di Sir Nicholas Stern che nel 2006 diffuse il panico sul riscaldamento globale, Brown ha affermato che l'Inghilterra potrebbe mettersi alla testa delle “iniziative” in materia di clima, “creando nuovi mercati. Come sostiene Nick Stern, il trading delle emissioni ... può dar vita a significati flussi di investimenti verso i paesi in via di sviluppo. La mia ambizione è costruire un mercato globale delle emissioni di CO2, sulla base del piano dell'UE per le emissioni, con centro a Londra. Il trading delle emissioni, che ha oggi un valore di circa 9 miliardi di dollari, potrebbe espandersi tra i 50 ed i 100 miliardi. Dunque promuoveremo questo nella conferenza internazionale che si terrà a Londra per discutere come possiamo collegare i piani tra i diversi paesi e migliorare tale trading con i paesi in via di sviluppo, trasformando questo sistema crescente in una forza globale per effettuare il cambiamento”. “Cina, Brasile, Sud Africa, India, Messico ed altri” saranno presi di mira in questo tentativo di costituire un nuovo impero in chiave “ambientalista”.
Brown non ha nascosto le sue simpatie per il ministro degli esteri dell'Impero George Canning, che nella prima metà dell'Ottocento si vantò “di aver fatto nascere il nuovo mondo per riequilibrare il vecchio”. Analogamente, Brown si propone di dar vita ad un “ordine nuovo” ambientalista fondato sull'interdipendenza globalizzata. Tutto “il sistema delle istituzioni internazionali post 1945 ... ha urgentemente bisogno di essere riformato per un mondo di 200 stati e un'economia globale che ha ora bisogno di attenzioni ambientali globali”. Brown ha continuato: “Il mese prossimo il Regno Unito cercherà di porre il cambiamento climatico all'ordine del giorno del Consiglio di Sicurezza”. “Al centro di queste nuove istituzioni globali dev'esserci un'Europa globale che collabora più strettamente ... e lasciatemi dire che le decisioni prese la settimana scorsa attestano la leadership del Regno Unito in Europa”.
Il giorno successivo il ministro dell'Ambiente David Milibrand ha presentato una proposta di legge laburista per il cambiamento climatico secondo cui il governo inglese sarebbe il primo ad imporre drastiche misure obbligatorie di riduzione delle emissioni: il 60% entro il 2050.
La City di Londra, riferisce il Guardian, si imbarcò già nel mercato del carbon trading nel 2002 con un piano da 215 milioni di sterline per indurre le imprese a ridurre le emissioni. Al proposito il direttore dei mercati ambientali di Barclays Capital ha asserito: “Quando nel 2005 arrivò il piano di trading di emissioni europee (ETS - Emission Trading Scheme) ci trovammo automaticamente al centro degli affari”. La direttiva ETS tocca più del 60% del volume di quote di emissione trattate nel mondo e l'80% del suo valore complessivo, ha scritto il Guardian. Adesso si stima che quest'anno sia possibile trattare permessi di emissione pari a 2,4 miliardi di tonnellate di CO2 rispetto agli 1,6 miliardi dell'anno scorso o i soli 799 milioni di tonnellate del 2005. Il traffico delle emissioni ha raggiunto i 20 miliardi di euro l'anno scorso e i mercati delle emissioni si stimano sui 20 miliardi di euro.




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20 marzo 2007

Taxi: i giochini di BankItalia, dell’Ansa e Rutelli per creare un monopolio privato

Taxi: i giochini di BankItalia, dell’Ansa e Rutelli per creare un monopolio privato

 

Claudio Giudici

18.03.2007

Nell’Occasional Paper n. 5 di febbraio[1] BankItalia ha ancora una volta dato prova della sua strumentalità ai poteri forti, piuttosto che al Bene Comune. Il documento, infatti, è tornato utile ai mass media per denunciare la timidezza della riforma Bersani nel settore dei taxi e del noleggio con conducente (n.c.c.).

Com’è tipico della maggior parte dei rapporti utilizzati dalle lobbies che controllano i mass media, lo studio gioca sull’effetto emozionale del lettore, denunciando (apparenti) maggiori costi ed (apparenti) inefficienze di servizio, procedendo con i soliti sintetici paragoni con il resto d’Europa e del mondo, ma senza andare ad analizzare in modo puntuale il perché di queste differenze.

Come vedremo dal controrapporto che qui propongo, l’analizzare i fattori causali porterà a fare emergere che eventuali inefficienze del servizio taxi ed n.c.c. non sono riconducibili alla legittima regolamentazione del settore, quanto a fenomeni speculativi che stanno a monte e che sono riconducibili alle solite oligarchie del petrolio e delle assicurazioni. Questo controrapporto ci porterà anche a concludere che il paper di BankItalia  è esclusivamente strumentale a rompere determinati equilibri per crearne di nuovi in privilegio di alcuni centri di potere ed in danno dell’interesse generale.

Ma vediamo nello specifico cosa denuncia BankItalia.

Il primo interessante dato è quello del Prezzo di una corsa in taxi di 5 km nell’area urbana in alcune città europee ed extra-europee nel 2003:

 

Bruxelles 12,16 euro

Amsterdam 11,75 euro

Copenhagen 11,46 euro

Berlino 9,95 euro

Londra 9,87 euro

Stoccolma 9,78 euro

Praga 9,39 euro

Milano 8,75 euro

Barcellona 8,43 euro

Roma 7,36 euro

New York 7,24 euro

Parigi 7,24 euro

Auckland 6,6 euro

Dublino 4,3 euro

 

Da notare come l’Ansa il 23 febbraio riporti la seguente notizia:

 

La riforma Bersani sui taxi "é timida" rispetto alle analoghe liberalizzazioni decise nel settore negli altri paesi europei. Il giudizio è della Banca d'Italia che rileva come una corsa a Roma costa - a parità di chilometri percorsi - più di New York e Parigi. In particolare, per percorrere 5 chilometri in taxi nella capitale bisogna sborsare - secondo gli ultimi dati disponibili contenuti nell'ultimo Occasional Paper di Via Nazionale - circa 7,36 euro, a fronte dei 7,24 necessari sia nella Grande Mela sia a Parigi. E cari risultano anche i taxi milanesi che chiedono 8,75 euro, più ad esempio degli 8,43 di Barcellona.”

 

Dunque l’Ansa denuncia che a Milano e Roma i taxi costano di più che a Parigi, New York e Barcellona, ma non denuncia invece il fatto che a Milano e Roma i taxi costano molto meno che a Londra, Berlino e alle famigerate e liberalizzate città di Bruxelles, Amsterdam e Copenaghen.

 

Facendo due conti, se i mass media puntano esclusivamente al sensazionalismo, per colpire i lettori, risulta molto più sensazionale il fatto che a Milano e Roma i taxi costano rispettivamente il 28% ed il 39,5% in meno rispetto a Bruxelles e l’11,4% ed il 25,5% in meno rispetto a Londra, che non il fatto che a Milano costano il 3,4% in più rispetto a Barcellona e a Roma l’1,7% in più rispetto a Parigi.

Anche semplicemente da ciò, dunque, risulta evidente come il rapporto venga strumentalmente usato dai mass media per perseguire interessi di parte. Vedremo poi a chi possono essere imputati questi interessi di parte.

Il paper di BankItalia comunque non è privo di colpe nel momento in cui, come ho già accennato, non ricerca le cause di queste differenze.

Volendo fare un confronto con Parigi, rileviamo immediatamente come i costi di gestione di un taxi su Parigi, siano inferiori rispetto a quelli di Roma e Milano. Costo d’acquisto del mezzo, assicurazione, carburante e tasse incidono più sull’auto italiana che non su quella francese, ed europea in generale, come denunciato dal Centro Europeo Consumatori[2].

E’ interessante notare che i soli costi di rifornimento carburante sono più cari in Italia del 4,7% in più per la benzina verde e dell’8,3% in più per il diesel, rispetto alla Francia. Tale maggior costo, a smentita di ciò che solitamente si sostiene è ben più alto (rispettivamente del 17% e del 16%) se si detrae l’aggravio fiscale. L’aggravio fiscale sui carburanti è dunque maggiore in Francia che non in Italia. Ciò ci porta a concludere che il problema stia nel costo di approvvigionamento del prodotto petrolifero e come dunque anche in questo settore le liberalizzazioni del Ministro Bersani siano più una mossa motivata da precisi interessi di parte che non dalla reale intenzione e possibilità di migliorare la fruizione del servizio per gli utenti. Infatti, se il problema sta nel costo di approvvigionamento del prodotto petrolifero, e non tanto nelle tasse dello Stato o negli eccessivi ricarichi dei benzinai erogatori, le misure da prendere sono verso le compagnie petrolifere, che invece continueranno a determinare le dinamiche del settore. In un settore strategico come quello energetico, dove l’oligopolio è evidente, l’unico competitor che possa efficacemente implementare il perseguimento dell’interesse generale è lo Stato. Qualsiasi privato, infatti, avrà solo di mira il profitto aziendale, che rappresenterà un privilegio il cui costo viene riversato sulla popolazione.

Ecco dunque svelati i motivi per cui i costi per una corsa in taxi a Milano o a Roma sono leggermente più alti che a Parigi, ma in ogni caso ben meno cari che a Bruxelles, Amsterdam, Copenaghen, Berlino, Londra e Stoccolma.

Il settore taxi – sempre che abbia bisogno di essere migliorato, ma quale non ha questo bisogno? – per essere migliorato necessita di sgravi in ambito assicurativo e dei rifornimenti. Ma in ogni caso, visto lo stato dell’economia italiana, strutturalmente in declino da oltre un trentennio, sarebbe più opportuno che le energie politico-economiche fossero riversate nei settori dell’industria ad alta intensità di capitale e di tecnologia, i quali possono dare posti di lavoro produttivi e creare indotto, che non nei settori dei servizi.

Per quanto riguarda il numero di taxi per abitante, anche questo dato pare molto sterile alla luce delle differenti caratteristiche geografiche cittadine. [Scendere sotto perchè l'articolo continua].

Città Superficie (km2) Densità ab. N. taxi ogni 10000 ab. Lungh. Metro (km)
Monaco 310 4205 29 90
Milano 182 7163 16 75
Roma 1285 1985 21 38
Barcellona 100 15992 99 102

        

                                                                                                 

Il paper di BankItalia permette di comparare con un minimo di omogeneità[3] solo Milano e Roma con Barcellona, Praga e Monaco. Tuttavia anche le caratteristiche di queste città sono tra loro enormemente differenti. Per esempio se Milano ha una densità abitativa di 7163 abitanti per chilometro quadrato, Barcellona ha una densità abitativa per chilometro quadrato di 15992. La superficie di Praga è poi superiore due volte e mezzo quella di Milano. Comunque, considerando tutto, Milano ha probabilmente, in effetti,  un numero esiguo di taxi rispetto alle altre quattro città. Tuttavia il dato veramente evidente è che il complesso pubblico del metro è carente a Milano, e soprattutto a Roma, rispetto alle altre città europee. Barcellona, per esempio, con una superficie geografica molto inferiore rispetto a Milano e Roma, ha un servizio metropolitano che copre 102 chilometri, contro i 75 di Milano ed i 38 di Roma (!).

Ma perché allora tutta questa insistenza da parte di alcuni politici e del complesso mediatico per la liberalizzazione del settore del trasporto pubblico non di linea (taxi ed n.c.c.)?

Negli ambienti sindacali gira oramai da più di un anno la voce per cui il settore lo si vorrebbe mettere in mano ad un unico grande monopolista privato. Il nome che si fa è quello di Benetton. Il decreto Bersani del giugno scorso, così come veniva a strutturarsi, sembrava congeniale proprio a tale scopo. Esso, infatti, deviando dall’attuale normativa, veniva a consentire il cumulo delle licenze e la possibilità di costituzione di società che detenessero tali licenze. Si tratterebbe di due pilastri necessari per attuare l’oligarchico disegno. D’altra parte lo stesso paper di BankItalia si esprime proprio su questo punto, fin dal sommario, richiedendo esplicitamente la possibilità «di operare sul mercato da parte di persone giuridiche[4]». Il sindacato dei taxisti, mentre la categoria veniva messa alla berlina da tutti i mass media – i quali avevano terreno facile dopo le sensazionalistiche inchieste degli ultimi anni di “Striscia la Notizia”, dove la categoria veniva totalmente dipinta come una banda di mascalzoni (oggi “Le Iene” fanno altrettanto con gli idraulici, ed a tal proposito sarà interessante vedere gli sviluppi futuri del settore dei piccoli artigiani) – denunciavano proprio la strumentalità della struttura del decreto alla creazione di monopoli privati che avrebbe trasformato l’intera categoria da piccoli imprenditori autonomi a lavoratori alle dipendenze di società centralizzate.

A spingere sul Ministro Bersani in tale direzione sembrerebbe che sia il Vice-presidente Rutelli, il quale, vista l’aria che tira all’interno della Margherita, dove oramai anche la maggioranza della dirigenza del partito sembra essersi stancata di un leader la cui sola capacità pare essere quella di portare finanziamenti, ma che in termini di risultati politici ha prodotto solo le disfatte elettorali delle amministrative 2004 e delle politiche del 2006 e lo scandalo delle tessere false (svelata, forse per un capriccio del “destino”, anch’essa da “Striscia la Notizia”). L’ultima spiaggia di Rutelli, per ridare un segnale di forza a tutta la dirigenza del partito, parrebbe dunque quella di contraccambiare alle richieste della lobby finanziatrice, prima fra le quali vi sarebbe quella della liberalizzazione-monopolizzazione del settore dei taxi.

Finchè continueremo ad accettare una politica fatta di cambiamonete piuttosto che di uomini appassionati dalla ricerca del Bene Comune, condanneremo il nostro futuro e quello dei nostri figli, alla più macabra miseria morale.

L’interconnessione tra i vari livelli, quello della Banca d’Italia, quello mediatico e quello politico, non deve meravigliare visto che sono tutti dipendenti dei circoli bancari. Giova infatti ricordare che la stessa Banca d’Italia è un istituto formalmente pubblico adibito al controllo del pubblico risparmio, ma che in realtà è un consorzio delle principali banche private nazionali composto da quegli stessi soggetti che sarebbe tenuta a controllare. Degli stessi circoli bancari fanno parte quei grandi imprenditori che come ultima tappa della loro scalata entrano nell’Olimpo del sistema bancario.

 


[1] http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin/QEF_5.pdf

[2] http://www.euroconsumatori.org/16849v16918d29808.html;

http://www.euroconsumatori.org/16849v16918d16996.html;

http://www.euroconsumatori.org/16849v16918d19763.html.

[3] Questo perché come riportato con nota 2 della tavola 2 del paper, l’indice “n. taxi su n. abitanti” è calcolato sui residenti della città solo per queste cinque città, mentre per le altare si prende in considerazione il numero dei residenti di tutta l’area metropolitana.

[4] http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin/QEF_5.pdf, pag. 3.




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9 marzo 2007

Azioni o titoli del tesoro?

Ritorno con maggior dettaglio sulla mia riflessione "La pericolosa ingenuità del Ministro Damiano".
Dal seguente grafico possiamo rilevare come se nella migliore delle ipotesi il rendimento azionario Usa ha reso un 49% in più del rendimento offerto dai titoli del Tesoro Usa, nella peggiore delle ipotesi, invece, il rendimento azionario Usa ha reso il 107% in meno del rendimento dato dai titoli del Tesoro Usa.




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8 marzo 2007

La pericolosa ingenuità del Ministro Damiano

08.03.2007

Martedì sera durante la trasmissione di Rai3, Ballarò, abbiamo assistito alla solita sfilata di bellezza che costantemente impegna i politici che si presentano in televisione. Se un On. Prestigiacomo, tanta è la maleducazione e strafottenza in cui spesso cade, risulta non credibile a prescindere, personaggi come il Ministro Damiano ed il Ministro Rosy Bindi, a causa della loro apparente serietà, risultano essere di grande pericolosità, se poi la sostanza di ciò che dicono non corrisponde alla forma ostentata.

Durante quella trasmissione, il Ministro Damiano ha rivolto ai lavoratori, per la seconda volta nell’arco di una ventina di giorni, l’invito a trasferire i contributi previdenziali verso i fondi pensione. Tutti convenivano con lui: il Ministro Rosy Bindi, che di fronte al dubbio se fossero cosa buona o meno, le proprie asserzioni le suffragava, tanta era la debolezza delle argomentazioni di fondo, affermando che nessuno poteva avere interesse ad avere un futuro di pensionati poveri (approcciandosi con questo modo fideistico alle questioni, capiamo come abbiamo fatto a ritrovarci con una popolazione la cui capacità d’acquisto reale si è impoverita del 50% durante i soli anni ’90, e ben di più dai primi anni ’70 ad oggi); l’On. Prestigiacomo ed il Senatore Baldassarri, erano anch’essi concordi sulla bontà dello strumento del fondo pensione.

 

Il Ministro Damiano, molto probabilmente in buona fede, ha fatto un passo in più suggerendo ai giovani di scegliere sì il fondo pensione, ma nella fattispecie dell’opzione a maggior rischio (quella azionaria). Suffragava la sua presa di posizione, rifacendosi a ciò che dicono gli analisti, ossia che nei “30-40 anni, il mercato azionario paga più di quello obbligazionario”. Il Ministro Damiano forse non conosce la denuncia fatta da parte dell'associazione dei consumatori Adusbef, basata anche su uno studio del Movimento Solidarietà, ripresa dal Wall Street Journal-ANSA il 12 novembre che titola: “Opinioni: il 90% dei consigli delle agenzie di rating sono bufale!” (http://movisol.org/znews218.htm).

Le asserzioni del Ministro, che insieme a quelle dei suoi onorevoli colleghi presenti a Ballarò portavano indubbiamente a concludere che questi fondi pensione sono proprio una bella cosa – soprattutto per noi giovani, se scegliamo le formule un po’ più rischiose come l’investimento azionario – , sono voluto andarle a verificare sul campo.

Dunque ho preso i dati relativi all’indice azionario Usa, Dow Jones Industrial dal 1955 ad oggi, ed il dato dei tassi d’interesse al 31 dicembre di ogni anno (dal 1955, poiché solo da tale anno li fornisce la Federal Reserve).

Ecco cosa ne emerge: dal 1955 al 1971 (mi sono soffermato sul 1971 per avere poi dal ’71 al 2006, i trentacinque anni a cui faceva riferimento il ministro Damiano) un’unità di dollaro investita nel comparto a basso rischio (titoli del Tesoro Usa) sarebbe divenuta di 1,909 dollari.

Nello stesso periodo, chi avesse investito quella unità di dollaro nel mercato azionario Usa, invece si sarebbe ritrovato con 1,824 dollari.

Sui 52 anni presi in esame, ben 29 avrebbero dato risultati negativi al lavoratore che avesse deciso di collocare i propri contributi previdenziali in un fondo pensione azionario.

Nella ipotetica ricostruzione, il periodo che va dal 1969 al 1995 ha dato consecutivamente risultati negativi a colui che ha optato per la scelta più rischiosa del mercato azionario.

Dal 1996 ad oggi, la scelta premiata sarebbe stata quella del lavoratore più propenso al rischio, che dunque avesse puntato sul mercato azionario, ma sui minimi del 2001, 2002 e 2003, la scelta premiante sarebbe tornata ad essere ancora una volta quella del lavoratore più accorto, meno propenso al rischio.

Questi risultati sono ancora più negativi se consideriamo che l’effettuare la scelta dei titoli del tesoro è molto facile. Ben più complesso, se non impossibile, per un lavoratore che versa dei contributi previdenziali, è scegliere un paniere titoli che sia rappresentativo dell’intero indice azionario.

Alla luce del fatto che i mercati azionari sono tornati ad essere sui massimi storici, sono altamente instabili, premiati più dall’immissione arbitraria di liquidità da parte delle banche centrali che non dai risultati operativi, suggerire ad un lavoratore di posizionare i propri contributi previdenziali sui fondi pensione azionari è quanto di più irresponsabile si possa fare.

L’essere in buona fede non libera dalle responsabilità morali per affermazioni che creano affidamento nella maggioranza delle persone in chi appare anche molto credibile (Damiano come la Bindi).

La serietà non è un’esibizione formale, ma corrisponde al responsabile atto di scoprire la verità – per quanto scomoda possa poi essere, se il sistema preferisce una non verità – e di trasmetterla all’altro.

Posizioni come quella del Ministro Damiano dimostrano come si sia completamente perso il senso di cosa sia l’economia reale.

In un sistema finanziarizzato, altamente speculativo come quello odierno, è molto importante invece che i contributi dei lavoratori rimangano presso le aziende che, reinvestendoli nell’attività aziendale, possono dare forza al sistema produttivo. Trasferire questa importante fonte di finanziamento dell’economia reale, nei fondi pensione, vuol dire sostenere i processi di chi fa della speculazione il proprio mestiere. Tuttavia qui si può distinguere: se nel caso del fondo pensione azionario il favoreggiamento dei processi speculativi è pressoché scontato, nel caso dei fondi pensione obbligazionari in titoli del tesoro, ciò può voler dire aiutare lo Stato a fornire servizi alle persone, ad investire nelle infrastrutture come strade, ospedali, scuole, energia.

Con approccio diametralmente opposto a quello che ha ispirato il Ministro Damiano, così come l’attuale modello culturale dominante, ciò che è importante guardare nello scegliere dove collocare i propri contributi previdenziali è il tornaconto sociale, la funzione sociale, e conseguentemente il nostro vantaggio.

Claudio Giudici




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3 marzo 2007


Per rilanciare l’economia, un autentico americanismo
di Claudio Giudici (pubblicato su www.movisol.org)

Nessuna efficace azione politica può essere attuata senza tenere conto dei precedenti storici, dell’analisi e della selezione degli stessi.

Questa analisi e selezione dei precedenti – apparirà ai più inverosimile – porta a considerare che in questo momento la politica economica  (e non quella estera[1], si badi bene!) italiana e più in generale quella mondiale, è spiritualmente e tecnicamente antiamericana. Questo antiamericanismo è rintracciabile per certi aspetti negli eredi politici del comunismo, per altri, in quelli dell’empirismo di radice britannica, altrimenti conosciuto come liberalismo.

L’origine degli Stati Uniti d’America passa per un processo di affermazione di quei principi umanistici anti-illuministi che possono essere più propriamente ricondotti alla figura di Wilhelm Gottfried Leibniz, del cui pensiero Benjamin Franklin era approfondito studioso. A Leibniz, ultimo grande pensatore universale, è infatti riconducibile l’enunciato della Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, “che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità”.

In concreto, la Rivoluzione americana viene attuata lottando contro il liberoscambismo (liberismo) preteso dai britannici e denunciato per la sua funzionalità alle oligarchie finanziarie inglesi che in quegli anni spadroneggiavano per il mondo[2].

Gli Stati Uniti d’America divengono così la principale potenza economica del pianeta passando per progressive fasi di sviluppo dell’economia fisica. Queste fasi di sviluppo sono tutte riconducibili a quelle politiche economiche che il Segretario del Tesoro del governo di George Washington, Alexander Hamilton, definì “Sistema americano di economia politica”. I principi di questo sistema erano i seguenti: lo sviluppo passa per l’arricchimento infrastrutturale, per le manifatture (industria), per la protezione statale delle industrie in difficoltà, per una Banca Nazionale diretta dall’azione del Governo – cosa ben diversa dal sistema della banca centrale indipendente – e per il credito statale a basso tasso d’interesse e a lunga scadenza che deve finanziare lo sviluppo dei settori strategici per lo sviluppo economico (infrastrutture ed industria).

A questi principi si rifecero l’azione politica di Abramo Lincoln, nonché il “New Deal” di Franklin Delano Roosevelt e la politica economica di John Fitzegerald Kennedy.

E’ interessante però notare come dal 1789 ad oggi, l’applicazione dell’autentico sistema americano di economia politica sia stata intervallata da politiche filo-britanniche (già il terzo Governo, dopo quelli di Washington ed Adams, si rifece ad un approccio liberoscambista, sotto la direzione economica di Albert Gallatin) che sistematicamente ogni volta hanno portato all’indebolimento della capacità produttiva statunitense. Ma è forse ancor più interessante notare come molti dei presidenti che si sono rifatti al sistema introdotto da Hamilton siano stati assassinati: oltre ad Alexander Hamilton che Presidente non fu, Harrison, Taylor, Lincoln, Garfield, Mckinley e John Kennedy[3].

Soffermandoci in particolare sui miracolosi sviluppi economici prodottisi sotto le presidenze di Franklin Roosevelt e Kennedy, il rilancio economico è sistematicamente passato per un ampliamento della spesa pubblica, e dunque per un’iniziale espansione del debito. In entrambi i casi, il credito statale derivatone è stato destinato a settori produttivi strategici dall’altissimo impatto tecnologico-scientifico. Tutto ciò è dirigismo che passa per il concetto di sovranità monetaria nazionale così come enunciato dall’art.1, par. 8 della Costituzione americana del 1789[4].

Si tratta dunque di un approccio economico diametralmente opposto a quello di origine britannica che passa per la riduzione della spesa pubblica, la riduzione delle braccia[5] dello Stato Sociale.

Questa differenziazione per cui sono i dati di bilancio la stella polare, piuttosto che l’economia reale ed i tenori di vita reale della popolazione, di cui ne fanno parte, può essere efficacemente compresa rapportandola alla concezione propriamente cristiana della religione a cospetto della concezione farisaica. Nel primo caso le regole (i dati di bilancio) sono fatte per l’uomo; nel secondo caso l’uomo è fatto per le regole[6].

 

La politica economica mondiale, così come sviluppatasi a partire dagli anni ’70, quando il Fondo Monetario Internazionale perse la sua originaria funzione di organo riequilibratore in aiuto dei paesi membri in difficoltà con la propria bilancia dei pagamenti, venuta meno in seguito all’abbattimento degli Accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971, è divenuta così propriamente antiamericana. Se si analizzano i quattro principi che stanno alla base della politica del Fmi, quella del cosiddetto Washington consensus[7], vediamo che questi attuano una politica economica diametralmente opposta a quella del Sistema americano di economia politica ed, invece, corrispondente al sistema liberista britannico.

 

Il vizio ontologico delle politiche liberoscambiste è quello tipico dei processi entropici che in assenza di un superiore processo organizzatore volgono all’autodistruzione. Che la si guardi dal livello della politica economica tra gli stati, o la si guardi dal livello della politica economica che disciplina i rapporti tra i privati, la politica liberoscambista ed i processi di liberalizzazione che di essa fanno parte sono efficacemente paragonabili a quel grande zoo in cui ad un certo punto si decide di liberare dalle proprie gabbie gli animali che vi stanno dentro, lasciandoli però all’interno di quello zoo. A che tipo di realtà andremmo a quel punto incontro, se non ad una lotta per la sopravvivenza dove ad avere la meglio non potrebbero che essere gli animali più forti?

 

Nel Sistema americano di economia politica, l’uomo riveste il ruolo centrale di ogni competente politica di sviluppo economico. La concezione di uomo che in esso si viene ad avere è quella dell’uomo prometeico che grazie alla proprie capacità cognitivo-creative aumenta le capacità produttive pro-capite e per chilometro quadrato, e dunque la densità demografica relativa potenziale[8]. Gli echi della Genesi e delle concezioni umanistiche sono dunque diretti. In tale sistema gli uomini si coalizzano nello Stato-nazione sovrano che in quanto organo rappresentativo della comunità, manifesta quegli atti di volontà dove l’intento è disciplinare le dinamiche sociali secondo un processo di stimolo delle forze individuali all’interno di una cornice comune[9].

 

Il macroprocesso che sta attuandosi da oltre un trentennio in Italia (e nel mondo) sta portando progressivamente alla distruzione di posti di lavoro produttivi. L’utopia è rappresentata dall’idea che uno Stato sovrano possa fare a meno del settore primario agro-industriale, e terziarrizzare in modo quasi esclusivo la propria forza lavoro. In modo sintetico il processo in corso, prossimo alla sua fase finale, si è sviluppato colpendo prima la manodopera a bassa specializzazione che ha potuto essere sostituita con manodopera delocalizzata a basso costo (in quanto senza tutele sociali). Dopo i colpi sferrati a questa parte del mondo del lavoro, si è proceduto con i lavoratori dipendenti del settore impiegatizio e dei servizi in generale, la cui capacità d’acquisto reale è andata progressivamente scemando. Successivamente è toccato ai lavoratori autonomi della piccola distribuzione (commercianti in particolare) ed agli artigiani. In questo momento il processo punta a colpire le categorie delle libere professioni e dei servizi parastatali.

Si tratta di un processo canceroso all’interno del quale vengono colpite tutte le categorie progressivamente sempre meno deboli, guidato da una serie di oligarchie che prima di giungere ad uno scontro diretto fra loro, si cibano delle prede prima più facilmente attaccabili, poi di quelle un po’ meno, fino a quando lo scontro riguarderà loro direttamente.

Tutto ciò lo si è potuto attuare grazie ad un progressivo stravolgimento dei ruoli, dove la politica da livello eteroregolatore è divenuta organo incapsulato nel livello economico[10]. Questo contro-stravolgimento lo si potrà avere soltanto nel momento in cui la fallacia di certe idee come quelle riconducibili sotto il filone del liberalismo, si avrà il coraggio di denunciare.

Questo stravolgimento tra i livelli è talmente pregnante da avere prodotto le superficiali idee per cui uno Stato debba essere gestito come un’impresa privata, senza con questo rendersi conto che se un’impresa privata non avesse al suo fianco uno Stato che le assicura la costruzione e manutenzione delle vie di comunicazione per il trasporto delle merci, delle infrastrutture elettriche per l’approvvigionamento energetico, delle scuole per la formazione qualificata dei lavoratori, degli ospedali per la cura del lavoratore indisposto, sarebbe un’impresa a regime ridotto. La deficienza di fondo consiste nel ritenere tutte queste branche dell’azione statale un qualcosa di costoso[11].

 

Il risultato delle liberalizzazioni del 1998 in Italia

 

L’attuale Governo di centro-sinistra dovrebbe ben sapere quanto siano pericolose ed infauste per le categorie più deboli le liberalizzazioni.

Il primo decreto Bersani, il d. lgs. 114/98 in materia di liberalizzazione del commercio, si prefiggeva lo scopo di consentire una migliore distribuzione sul territorio dei prodotti al dettaglio (in breve, averli più vicini a casa). Com’è tipico di ogni processo rimesso alla cosiddetta “mano invisibile” del mercato, il risultato di quelle liberalizzazioni è progressivamente stato l’esatto contrario di quanto il legislatore si prefiggeva. La liberalizzazione delle licenze, delle tabelle merceologiche e delle distanze ha prodotto fenomeni di tipo oligopolistico dove solo i più forti sopravvivono. Le possibilità venutesi a creare (liberare le energie del mercato, ci viene detto) sono state ottimali per i grandi operatori che hanno potuto sbaragliare la concorrenza più debole producendo la moria delle piccole attività al dettaglio. Oggi – sempre all’interno di una filosofia di deregolamentazione – i locali che ospitavano quelle attività sono stati trasformati in mini appartamenti. Quindi, da una migliore distribuzione dei prodotti sul territorio si è passati ad avere una peggiore distribuzione dei prodotti sul territorio. I sostenitori delle liberalizzazioni non disconoscono questo processo, evidente a tutti, quanto il fatto che a fallire sia stato il processo liberalizzatorio. Essi a tal proposito obiettano varie cose. La questione centrale consiste nel fatto che se la volontà del legislatore è di regolare meglio situazioni in fase di privilegio, deve procedere a prevedere migliori regole di normazione per quelle situazioni, non a deregolamentarle. Nella giungla della deregolamentazione, com’è ovvio che sia, ad avvantaggiarsene sono sempre i più forti.

 

La legge 431/98 in materia di locazioni ad uso abitativo, ispirata anch’essa dalla ridicola idea per cui liberalizzare un processo economico finisca col far sì che il settore interessato si autoregoli meglio, ha fatto sì che i canoni di locazione arrivassero a cifre tali per cui l’intero stipendio di un lavoratore finisce con l’essere integralmente assorbito dall’affitto di un bilocale che nei tempi antecedenti il ’92[12], era, a prezzi più bassi, un quadrilocale.

 

Rilanciare realmente l’economia

 

Per rilanciare dunque l’economia del nostro Paese, come con formula efficace, ma finora solo proclamatoria, il programma di governo del centro-sinistra ha enunciato, si deve procedere ad un “cambio di paradigma”. Questo cambio di paradigma passa per un ritorno all’autentico spirito che ispira tutto il dettato della Costituzione repubblicana, una Costituzione per lo Stato Sociale, frutto di un processo di denuncia degli abomini prodotti dalle politiche liberiste sfociate poi nelle dittature degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, una legge fondamentale che mette al primo posto il lavoro (artt. 1 e 4), i diritti inviolabili ed il concetto di solidarietà (art. 2), la dignità dell’uomo (artt. 3 e 41), l’eguaglianza sostanziale (art. 3).

Per fare ciò deve essere ripreso il cammino culturale e politico portato avanti da uomini come Enrico Mattei. Mattei, così come i fratelli Kennedy e Martin Luther King, rientra tra quelle vittime eccellenti che segnarono gli anni ’60 come terra di mezzo per l’abbandono delle politiche rooseveltiane ed il passaggio a quelle liberiste filo-speculative. Oggi le politiche di quegli uomini immortali sono oggetto del plauso della Russia di Putin, del Sud-America distrutto dalle politiche liberiste del Fmi e della Banca Mondiale. Anche la Cina e l’India, con i continui investimenti fatti nelle infrastrutture, si stanno rifacendo in parte ai principi del Sistema americano di economia politica.

Ciò che dunque deve essere attuato in Italia sono infrastrutture come la Tav – un progetto importante che tuttavia allo stato della tecnica è già vetusto, visto il perfezionarsi di progetti come il Maglev a levitazione magnetica – , l’arricchimento infrastrutturale nel Meridione insieme all’ambizioso e complicato progetto del Ponte sullo Stretto di Messina che ridarebbe – proprio per la difficoltà di realizzarlo – una carica ideale, motivazionale a tutti i cittadini del Sud Italia.

La ricerca scientifica deve tornare ad essere il perno dello sviluppo economico.

Il sistema fiscale, lungi dall’ostacolare ogni attività produttiva, deve defiscalizzare gli investimenti nell’economia reale ed i consumi delle famiglie; la rendita finanziaria, invece, deve essere duramente disincentivata e costretta ad essere incanalata dove può avere un ritorno sociale. Il sistema fiscale deve poi immediatamente cambiare rotta, centrandosi sulla progressività e sulla tassazione indiretta. A questo proposito, pena altrimenti il diffondersi di odiose politiche sperequative, la politica fiscale deve essere in aiuto delle famiglie ed ostacolare i giochi di copertura attuabili, da chi ben inserito nelle maglie del sistema tributario, riesce, con le scatole cinesi societarie, ad evadere o addirittura eludere il fisco. L’aumento dell’imposizione fiscale sulla rendita dei titoli del Tesoro, per esempio, diviene un aggravio fiscale sulle fasce medio e basse della popolazione, nel momento in cui i più facoltosi, con i giochi contabili delle società, eludono completamente la tassazione della medesima rendita finanziaria.

Il sistema scolastico deve essere arricchito riavviando progetti di formazione improntati alla riscoperta dei classici e dell’esperimento scientifico.

Il sistema sanitario pubblico tornare ad essere oggetto di investimenti piuttosto che di tagli.

Per fare tutto ciò il Governo italiano deve immediatamente procedere a mettere in discussione gli assiomi di fondo che ispirano il Trattato di Maastricht. Continuare a contabilizzare nella spesa corrente piuttosto che in quella in conto capitale, gli investimenti infrastrutturali (pesanti e leggeri), vuol dire pretendere che un barista che apre un bar contabilizzi fra i costi d’esercizio del primo anno l’intero importo per l’acquisto del banco e della macchina da caffè, piuttosto che contabilizzarli nell’attivo dello stato patrimoniale – facendoli così risultare costi invece che investimenti quali sono – e che ripartisca la relativa spesa contabile nel solo primo anno piuttosto che negli anni d’utilizzo stimato.

A questo punto, il rispetto del parametro annuale del 3% come rapporto tra il deficit ed il Pil, non rappresenterebbe più una cinghia asfissiante che impedisce ogni possibilità di rilancio reale dell’economia europea.

Il ciclo economico virtuoso che ne deriverebbe, produrrebbe quelle maggiori entrate fiscali che ripagherebbero in modo esponenziale gli sforzi finanziari dello Stato. A quel punto, il sistema previdenziale potrebbe tornare ad essere, in ossequio a quella che era la produttività italiana quando fu concepito, un qualcosa che permetta una pensione dignitosa agli attuali giovani condannati, alla luce delle attuali politiche economiche, ad una vecchiaia vissuta nell’indigenza.

 



[1] Se ci rifacciamo all’idea repubblicana ed antioligarchica incarnata dal progetto “Stati Uniti d’America”, la stessa politica estera statunitense odierna è idealmente e tecnicamente antiamericana. Se riusciamo infatti a rapportarci all’intera storia degli Stati Uniti, superando gli annebbiamenti prodotti da ricostruzioni “parmenidee” e strumentali come quella del Manifest destiny del J. L. O'Sullivan (1839), o quelle attuali di N. Chomsky che confonde principio ispiratore e deviata applicazione della dottrina Monroe, e ci rifacciamo invece alle idee dei padri fondatori americani e di loro degni eredi come Franklin Roosevelt e John Kennedy, la politica estera americana, dalla morte di quest’ultimo, è divenuta, con ben poche eccezioni, sostanzialmente imperiale e dunque antiamericana.

[2] Si vedano a titolo di esempio le denuncie in tal senso fatte da Friedrich List in Système national d’économie politique.

[3] Franklin Delano Roosevelt subì un tentato omicidio ed un tentato colpo di Stato. Alcune ricostruzioni minoritarie riconducono la sua morte ad avvelenamento.

[4] In merito al credito, alla sua funzione sociale o piuttosto usuraia, si veda la tragicommedia di W. Shakespeare, Il mercante di Venezia.

[5] E’ di Benito Mussolini il ricorso alla metafora delle braccia. Contrariamente a quanto solitamente si è soliti sostenere, il fascismo nella sua prima fase fu una forza ispirata in ambito economico dagli stessi principi del liberismo. La politica antistatalista del fascismo fu annunciata da Mussolini nel suo primo discorso alla Camera, il 21 giugno 1925. “Lo Stato”, disse Mussolini, “è simile al gigante Briareo, che ha cento braccia. Io credo che bisogna amputarne novantacinque; cioè bisogna ridurre lo Stato alla sua espressione puramente giuridica e politica. Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità, una politica estera intonata alle necessità nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell'attività privata dell'individuo. Se voi volete salvare lo Stato, dovete abolire lo Stato collettivista, così come c'è stato trasmesso per necessità di cose dalla guerra, e ritornare allo Stato manchesteriano.”

[6] «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!››, Vangelo di Marco (2, 24).

[7] La ricetta economico-politica a cui è ricorso il Fmi dagli anni ’70 fino ad oggi, ed i cui risultati in termini di riduzione dei tenori di vita reale delle popolazioni interessate sono oramai sotto l’evidenza di tutti – tanta è la loro gravità – passa per la riduzione della spesa pubblica con tagli alla sanità, all’istruzione, alla previdenza ed assistenza, all’infrastrutturazione ed all’industria in generale; per la riduzione delle importazioni; per l’ampliamento dell’esportazioni; per l’apertura del mercato dei capitali.

[8] Il concetto di densità demografica relativa potenziale è di Lyndon LaRouche, ed è così spiegabile.

Una società che funziona bene produce i mezzi di sussistenza per l’intera popolazione e per la sua crescita. Quindi, in una prima approssimazione, l’economia è in crescita quando consente un aumento demografico per unità di territorio. E questo dev’essere misurato relativamente a quel territorio ed altre circostanze naturali. Un altro aspetto molto importante è che questa "forza" economica non sia misurata direttamente nel suo corrispettivo demografico, ma nella sua capacità potenziale di sostenere economicamente una espansione demografica maggiore di quella effettiva. Pertanto la definizione di LaRouche è densità demografica potenziale relativa. Questa maggiore "potenzialità" dipende ovviamente dall’aumento della vita media della popolazione e dal suo livello di istruzione che le consente di sviluppare ed impiegare tecnologie nuove sempre più produttive.

Quindi un’economia che si sviluppa è caratterizzata da un aumento della capacità di sostenere una crescita demografica che è maggiore dell’aumento effettivo della popolazione che si registra in quell’economia.

[9] ‹‹Che ogni fusione - quale che sia e comunque avvenga - se non possiede la natura di ciò che è misura e di ciò che è proporzione distrugge di necessità gli elementi che vi sono mescolati e se stessa prima di tutto: e non si tratta di fusione, ma di una congerie non veramente mescolata tale da diventare ogni volta una vera e propria sventura per coloro che la posseggono.››, Platone, Filebo, 64d-64e.

[10] Facendo ricorso alla ricostruzione del biogeochimico russo Vladimir Vernadsky, è come se il dominio noetico (quello dell’uomo), venisse a ritrovarsi alla mercè del dominio biotico (quello della biosfera). In effetti di situazioni di questo genere l’umanità ne ha attraversate. Inutile ricordare quella che si sviluppò tra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo, fase di passaggio dall’età medioevale a quella moderna, durante la quale lo stato di abbrutimento a cui era costretta la maggior parte della popolazione, alla stregua di asini da soma a cui era riconosciuto nella migliore delle ipotesi il solo diritto alla protezione da parte della Signoria, vide il dimezzarsi della popolazione europea a causa dell’aumento delle temperature, la conseguente aridità delle terre, lo scarseggiare dei cibi, il proliferare di malattie, lo scoppiare di guerre tra i popoli.

Un processo simile di sopraffazione dell’uomo da parte della natura, anche se di minor portata, lo si è avuto con l’evento catastrofico dello “Tsunami”. Non ci si confonda: non si può affrontare la questione inquadrandola come una sconfitta dell’uomo a cospetto della ben più forte natura. Si è trattato invece della sconfitta di una certa cultura che ha imposto a gran parte della popolazione mondiale tenori di vita ridotti rispetto a quelli che lo stato della scienza umana può consentire. Quell’evento naturale se si fosse verificato in un Paese del cosiddetto primo mondo, non avrebbe provocato neanche un centesimo delle vittime fatte nel sud-est asiatico.

[11] Martedì 20 febbraio scorso, alla trasmissione Ballarò, un professore di economia dell’università di Torino, intervenendo a proposito della importante questione dei treni ad alta velocità (Tav), si pronunciava in proposito, definendo l’operazione come un mero costo per lo Stato. L’attuale sistema culturale, proprio perché aggrovigliatosi nelle maglie del formalismo (farisaico direi), non riesce a fare i conti con ciò che fa parte del regno dell’incommensurabile, ma che non per questo può essere considerato non utile. Secondo l’approccio di quel professore, infatti, nessuna infrastruttura stradale, scuola od ospedale, dovrebbe essere costruita. Se Franklin Roosevelt o John Kennedy non avessero proceduto a quelle esorbitanti operazioni, dal punto di vista finanziario, dell’infrastrutturazione della valle del Tennessee, e del progetto Apollo, le incalcolabili ricadute in termini di arricchimento dei tenori di vita della popolazione statunitense, ma anche mondiale, non vi sarebbero mai state.

[12] A quell’anno risalgono i primi interventi liberalizzatori in ambito locativo.




permalink | inviato da il 3/3/2007 alle 1:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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