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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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28 giugno 2007

Il tempo passato

Come il fantasma d'un amico amato
è il tempo passato.
Un tono che ora è per sempre volato
via, una speranza che ora è per sempre andata
un amore così dolce da non poter durare
fu il tempo passato.

Ci furon dolci sogni nella notte
del tempo passato.
Di gioia o di tristezza, ogni
giorno un'ombra avanti proiettava
e ci faceva desiderare
che potesse durare
quel tempo passato.

C'e' rimpianto, quasi rimorso, per
il tempo passato.
E' come il cadavere d'un bimbo molto
amato che il padre veglia, sinché
alla fine la bellezza e' un
ricordo, lasciato cadere
dal tempo passato.

Percy Bysshe Shelley - 1792


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permalink | inviato da claudiogiudici il 28/6/2007 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

25 giugno 2007

Sconfiggere la morte

La fine di una vita a noi cara provoca quello scontro a cui non possiamo sottrarci. Da una parte il dolore emozionale per la perdita del caro, dall'altra la gioia razionale per il passaggio ad una vita migliore del nostro caro. Mi ricordo dello stupore che in noi lasciò la madre di un giovanissimo amico che perse la vita poco più di un anno fa. Sul pulpito della Chiesa, questa devotissima madre provava a rinfrancare tutti i partecipanti a quella funzione, ed in particolare gli altri dieci figli che le restavano. "Gionni è nella grazia del Signore in questo momento" diceva. Ad una prima impressione l'uditore poteva leggerne tracce di follia - sì forse la follia di cui ci parla Erasmo - ma ad un ascolto attento di ciò che diceva e di ciò che non diceva, poteva rilevare lo stato del Sublime che questa madre viveva. Il dolore per la perdita del figlio veniva infossato dalla forza della propria fede. Questo scontro dolore-ragione vedeva il primo vinto in partenza. La ragione infatti poteva farsi forte della motivazione a cui la obbligava la presenza degli altri figli.
Questo tipo di battaglia interiore rappresenta la possibilità che ci è stata data per entrare in contatto con una dimensione superiore, per emergere dalla schiavitù dei sensi.
Questo tipo di battaglia è una costante della nostra vita.
Essa riguarda la perdita di un caro, ma può riguardare anche la perdita di un amore. Anche per questo così come per quello, la forza di ragione si trova a combattere con quel coagulo di sensazioni suscitate dal ricordo che nonostante la loro bellezza immediata non possono rendere l'individuo schiavo di sè stesso.
In ogni caso, ciò che si è perso è Bellezza. Ciò che ci viene a mancare, nel caso della morte di un caro, come nel caso della perdita di un amore, è la Bellezza.
Ci è stato parlato di sconfiggere la morte; è forse questa la battaglia a cui si riferiva, una battaglia tutta dentro di noi.
Tuttavia, se nei momenti di crisi quello che in noi si provoca è una battaglia, nell'ordinario ciò a cui dobbiamo puntare è ad un dialogo. Questo dialogo è rappresentato dall'educazione estetica che la ragione deve impartire all'emozione, l'arte alla natura. La perdita infatti di uno dei due elementi porta allo stato barbaro o allo stato selvaggio. In ogni caso, siamo fuori dalla Bellezza.


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permalink | inviato da claudiogiudici il 25/6/2007 alle 17:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

25 giugno 2007

Veltroni e la Nuova Bretton Woods

In una delle sue ultime apparizioni televisive ad una trasmissione di Giovanni Minoli, Walter Veltroni ha dichiarato che una volta terminata la sua esperienza come Sindaco di Roma, si sarebbe dedicato all’Africa.

La passione per l’Africa e per il destino a cui è costretta dall’attuale sistema monetario e finanziario internazionale, come più volte denunciato anche dal Santo Padre Benedetto XVI, nonché da Giovanni Paolo II, è uno degli aspetti che più caratterizza il sentimento politico di Veltroni.

Un altro dato che caratterizza la figura politica di Veltroni è la sua ammirazione per Robert Kennedy.

Questi due tratti caratterizzanti, d’altra parte già di per sé legati l’uno all’altro, potrebbero rappresentare il perno per una svolta paradigmatica nel modo di intendere e gestire la politica.

L’attuale modello, infatti, esprime una classe politica dirigente amministratrice di interessi oligarchici, con l’unico zelo di non farsene accorgere dalla popolazione (le questioni liberalizzazioni, Tfr, pensioni, sono la dimostrazione più palese di tale tecnica).

Un modello invece centrato sul doppio pilastro ideale e di azione politica Africa-Kennedy, rappresenterebbe un ritorno al vero ruolo della politica: amministrazione di tutte le risorse materiali e spirituali a disposizione per il progressivo perseguimento del bene comune.

L’attuale campagna contro la pena di morte, sicuramente meritoria per il messaggio che fa passare, l’intangibilità della vita umana, rischia di essere inefficace o addirittura ridicola a fronte di una politica internazionale sempre meno centrata sul dialogo e sempre più centrata sullo scontro bellico. Da un punto di vista quantitativo poi, l’eliminazione dell’esecuzione capitale, che colpisce circa 5500 uomini l’anno (fonte Nessuno tocchi Caino), appare una battaglia puramente formale quando a causa di fame, sete, guerre e malattie muore un bambino al di sotto dei 5 anni ogni 7 secondi (fonte United Nations Conference on Trade and Development) ossia oltre 4,5 milioni di bambini all’anno.

La motivazione di tale invisibile genocidio, di cui mass media e politica non parlano, risiede nell’iniquità dell’attuale sistema monetario e finanziario internazionale che costringe tutti i paesi del mondo, con danni di tale tipo per i paesi più poveri, alla riduzione della spesa pubblica, allo smantellamento e non ampliamento delle infrastrutture energetiche, idriche, ferro-stradali, ospedaliere, in rispetto delle scadenze debitorie in favore delle banche private finanziatrici.

Se Veltroni non vuol essere l’ennesimo Leporello complice della cupidigia del suo Don Giovanni, ha di fronte a sé una missione già scritta e facilitata da un importantissimo passo che in Italia è già stato compiuto verso questa direzione.

Il 6 aprile 2005, a maggioranza trasversale, è stata approvata alla Camera dei Deputati una risoluzione di indirizzo parlamentare per una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale, più nota come Nuova Bretton Woods, che impegna il Governo italiano a farsi promotore nelle opportune sedi internazionali di tale compito. Tale progetto di riforma dell’attuale sistema è stato ideato dal politico democratico americano Lyndon LaRouche, ed è oggetto di un appello internazionale che il suo movimento sta presentando da diversi anni in tutto il mondo, trovando anche i sostegni di eminenti personalità politiche come Bill Clinton e Michel Rocard.

L’Unione, purtroppo, dopo essere stata promotrice della mozione (tramite l’attuale sottosegretario all’Economia, Mario Lettieri) che ha portato all’adozione della risoluzione parlamentare, ha messo da parte la questione, parlando nel suo programma della sola Tobin tax.

Tale questione, se affrontata secondo gli approcci culturali umanistici ed i metodi economici propri del Sistema americano di economia politica, sulle orme lasciate da Franklin Delano Roosevelt e tentate ed in parte attuate da John Fitzgerald Kennedy, potrà essere propulsiva per il rilancio non solo dell’economia italiana, ma di tutto il pianeta.

Se Walter Veltroni avrà il coraggio di affrontare da politico, piuttosto che da amministratore delegato, il compito che lo aspetta, potrà dirsi degno seguace di Robert Kennedy, e riuscire a conciliare l’attività politica con la passione per l’Africa; in caso contrario avremo l’ennesima rinfrescata di vernice di una costruzione le cui basi sono destinate a crollare da qui a breve.

16 giugno 2007

Tavola rotonda: il futuro dell'economia: mercatismo o New Deal? LaRouche, Gianni, Tremonti

Discorso di Lyndon LaRouche

Poiché abbiamo poco tempo a disposizione, mi limiterò a tre punti essenziali e a qualche commento su di essi, per poi concludere.
Prima di tutto, il sistema mondiale, nella sua forma attuale, è in bancarotta irrimediabile. Non ci sarà mai una ripresa dell'attuale sistema monetario-finanziario internazionale; solo un nuovo sistema potrebbe farcela. E solo con un nuovo sistema l'Europa, gli Stati Uniti o il mondo intero potrebbero sopravvivere.
Non è mai possibile fare una proiezione matematica precisa della data di un collasso finanziario inevitabile, perché ci sono diversi atti di libero arbitrio che possono cambiare il corso della storia, che peggiorano una situazione già precaria, come modo di impedire il collasso. Cioè, se si vole impedire un collasso che è intrinsecamente inevitabile, il miglior modo di farlo è fare qualcosa che peggiori il sistema, come è stato fatto nel 1987 quando ci fu, in effetti, un crollo alla 1929.
Per esempio, gli Stati Uniti sono attualmente ingovernabili. Con lo stesso metro di misura, anche ogni governo in Europa centrale e occidentale è ingovernabile, perché la forza dominante nel mondo oggi è tipicizzata dagli hedge funds. Fin quando si permetterà agli hedge funds di operare, in quella che è in gran parte un'operazione britannica gestita da posti come le isole Cayman, non si potrà determinare il destino di alcuna nazione, in termini di questo collasso.
La situazione è paragonabile a quella dell'Europa nel mezzo del XIV secolo, quando la casa dei Bardi crollò in una bancarotta senza speranza. L'unica soluzione è stabilire un nuovo sistema monetario.
Ora, si dà il caso che tutti i sistemi europei sono sistemi monetari, ed essi non funzionano veramente in un caso come questo. Il tentativo di stabilire una qualsiasi forma di economia basata su un sistema di denaro, dove il denaro sia indipendente dal governo, è impossibile. Dal 1971-72, il mondo è gestito dal denaro, e non il mondo del denaro dai governi. Così, la soluzione, nel caso degli Stati Uniti, si trova nella nostra storia: gli Stati Uniti sono un sistema di credito, non un sistema monetario. La costituzione degli Stati Uniti afferma che il denaro è prerogativa del Congresso. Poi, l'emissione monetaria è usata come forma di credito, che può essere usato per sostenere un sistema bancario. Questo è essenzialmente l'approccio che Franklin Roosevelt adottò nel marzo 1933, quando si insediò, dopo che l'economia USA era crollata di un terzo come risultato della depressione di Hoover, che fu il risultato dell'intera politica degli anni Venti.
Sotto Roosevelt, come avevano fatto altri presidenti che operavano in questo modo, la funzione principale del credito governativo, e cioè debito dello stato usato come credito, era stata quella di promuovere sia gli investimenti in grande scala nello sviluppo delle infrastrutture a lungo termine, che certe categorie di investimenti nel settore privato. L'altro aspetto essenziale dell'economia americana, in modo che il denaro funzioni, è un'economia regolata. Non si permette che la fluttuazione del denaro in libera circolazione determini il valore. Si usano varie forme di regolamentazione, compresi i dazi e cose simili, per mantenere la moneta in un rapporto razionale di valori con l'economia nel suo insieme.
Una delle cose ovvie è che non si può gestire un'economia nazionale se il tasso di sconto sale al di sopra dell'1,5-2%. Oltre quel limite si tende a generare inflazione a lungo termine. E quando c'è inflazione, il valore del denaro e di tutto il resto va all'inferno. Perché, quando si presta il denaro, se lo si fa ad un tasso fisso che la gente può permettersi di ripagare, o in modo che sia vantaggioso per l'economia, bisogna impedire che l'inflazione superi il costo del debito, altrimenti si pone un blocco alla crescita dell'economia. Nel caso degli Stati Uniti, in particolare, constatammo che occorre avere un sistema monetario a tassi di cambio fissi, altrimenti non si possono evitare gli effetti delle fluttuazioni sul commercio internazionale.
Furono compiuti molti errori dopo la morte di Roosevelt, nel modo in cui fu gestito il sistema monetario degli Stati Uniti. In breve, lo scopo di Roosevelt era stato prendere ciò che gli Stati Uniti avevano sviluppato, come il più grande sistema economico che il mondo avesse conosciuto ed estenderlo per sviluppare il resto del pianeta.
In condizioni di guerra il sistema fu usato per costruire una macchina bellica, perché bisognava sconfiggere Hitler. Ma un'economia di guerra non è una buona economia; essa non produce valore netto in termini di ciò che viene speso. Ma ciò che facemmo negli Stati Uniti, come parte di tutto ciò che Roosevelt fece fino alla fine della guerra, fu costruire la più grande macchina produttiva che il mondo avesse mai visto. Roosevelt intendeva usare la macchina bellica, con la sua produttività, e convertirla per usi nazionali e internazionali, per ricostruire un mondo in macerie.
Quando Roosevelt morì, Truman, che era un fantoccio degli inglesi, iniziò un conflitto con l'Unione Sovietica. Questo produsse di nuovo una situazione di economia di guerra, che impose una tassa sul mondo e creò molti altri problemi. Allo stesso tempo, da Londra fu creato un vero e proprio movimento fascista negli Stati Uniti, che Eisenhower chiamò il “complesso militare-industriale”. Nonostante questi problemi e gli errori che li causarono, fino all'assassinio di Kennedy, nell'intero periodo che va dalla fine della guerra alla morte di Kennedy, l'economia USA e il sistema USA funzionarono. Dalla morte di Kennedy e con l'inizio della lunga guerra in Indocina, che ci rovinò, gli Stati Uniti e il sistema mondiale iniziarono a decadere, sotto l'impatto della guerra e dell'ascesa dei “sessantottini”. E con la decisione di Nixon e, più specificamente, George Shultz, nel 1971-72, di creare il sistema di cambi fluttuanti, l'economia nel suo insieme si è incamminata verso l'inferno.
Nell'ottobre 1987 abbiamo vissuto l'equivalente di un crac alla 1929 nel mercato azionario. Fu presa la decisione, tipica di Greenspan, di passare ad un sistema selvaggiamente speculativo, che ha rovinato l'economia mondiale e ci ha portato da una situazione depressiva, che esisteva nel 1987, ad una crisi da collasso dell'intero sistema mondiale, che è lo stato attuale delle cose. Nell'intero periodo, prendendo in considerazione l'effetto delle spese per la guerra in Vietnam, sotto il sistema di cambi fluttuanti, c'è stato anche un processo politico identificato con il fenomeno dei sessantottini, che è in realtà il passaggio da un'economia produttiva ad un'economia puramente speculativa. Le forze produttive del lavoro, fisicamente, pro capite e per chilometro quadro, sono state progressivamente schiacciate, e lo stesso è avvenuto all'infrastruttura in gran parte del mondo.
Nonostante i progressi, l'India e la Cina sono in realtà dei fallimenti a lungo termine. Queste sono società sul modello asiatico, in cui l'80% della popolazione viene trattato quasi alla stregua delle bestie. In entrambi i casi, ci sono aumenti nella fascia del 20% superiore del reddito familiare, che comprende uno strato di super-ricchi al suo interno, ma la fascia inferiore dell'80% è diminuita di valore perfino in rapporto ai cosiddetti miglioramenti e vantaggi di quelle economie sul mercato internazionale.

C'è una via d'uscita

Dunque, ci sono due cose ora, che indicherò come soluzioni o parziali soluzioni all'attuale stato delle cose; in primo luogo, ho proposto che i governi degli Stati Uniti, di Russia, Cina e India formino un blocco iniziale per stabilire accordi per un nuovo sistema monetario internazionale. E io raccomando ciò, perché questi tre partners degli USA sono le sole tre nazioni abbastanza potenti, in termini della loro indipendenza, che probabimente appoggerebbero tale iniziativa. Comunque, se queste tre potenze si accordano per iniziare tale proposta, essa funzionerà. E io ho spiegato bene questa proposta sia alla popolazione degli USA che agli altri tre governi.
Poi abbiamo compiuto un passo successivo, come parte della mia recente visita a Mosca. Alcuni anni fa, mia moglie Helga, nell'espandere la definizione dello sviluppo del Ponte Eurasiatico come un sistema di trasporti e linee di sviluppo, ebbe una discussione in Giappone con un amico che faceva parte del gruppo Mitsubishi; esaminammo i loro suggerimenti per il Ponte Eurasiatico, il sistema di tunnel e ponti dalla Siberia all'Alaska che sarebbe diventato la base per un sistema di collegamenti mondiale, che io preferirei basato sulla tecnologia della levitazione magnetica piuttosto che sui sistemi di rotaia a frizione.
Ora, questo è necessario se si pensa alla condizione della popolazione in Cina, India e altri paesi asiatici. Questi paesi ora sono inerentemente instabili, nonostante l'apparenza del successo. La massa dei poveri in questi paesi è una bomba a orologeria politico-economica. Senza qualche programma di sviluppo su larga scala non si può fare molto per loro. Ci sono, nella parte settentrionale dell'Asia, vaste risorse nel sottosuolo: in un ambiente ad alta tecnologia, che richiede un sistema di trasporti, si può, con tecnologie che conosciamo e capacità già disponibili, sviluppare queste aree come fonti di materie prime che risponderanno a questa esigenza.
Helga ed io, nel corso degli anni, abbiamo fatto diversi approcci verso la Russia, sostenendo questa politica, cioè la politica di sviluppo della Siberia. In Russia c'è stata recentemente una conferenza, alla quale sono intervenuto con un messaggio, che adottato questa politica, con predicati molto specifici. L'intenzione è quella di costruire un collegamento di tipo ferroviario che va dall'Eurasia alle Americhe, e naturalmente prenderebbe anche la via dell'Africa, per creare un sistema di trasporti mondiali che sia una rete per lo sviluppo globale. Il governo del Presidente Vladimir Putin ha recentemente indicato il proprio sostegno per questa proposta, e sta compiendo approcci nei confronti degli Stati Uniti su questo tema. Mi è stato riferito, benchè non sia stato confermato, che Putin ne parlerà al vertice del G8 attualmente in corso. Questo è il tipo di mondo in cui viviamo. Possiamo sottoporre il sistema monetario-finanziario ad una riorganizzazione, a patto che abbiamo specifiche proposte motivanti che la facciano funzionare. Altrimenti, la prospettiva per il pianeta, senza tali proposte, sarebbe il precoce arrivo di un'epoca buia.

Discorso di Alfonso Gianni (sottosegretario allo sviluppo economico)

Un po' rapidamente perché so poi che l'autorevole collega Tremonti ha un impegno televisivo e quindi alle venti ci deve lasciare. Io sono d'accordo su molte cose, ovviamente non su tutte, che ha introdotto nella nostra discussione Lyndon LaRouche. In particolare sull'impianto storico-analitico, vorrei brevemente ricordare.

A mio avviso, effettivamente a metà degli anni Settanta è intervenuta quella che io chiamerei, prendendo a prestito l'espressione di Karl Polani, la seconda grande trasformazione del sistema capitalistico moderno. La quale a mio avviso ruota attorno (e qui mi distinguo ovviamente un po' da LaRouche) a tre grandi, enormi fenomeni che hanno avuto nel corso dell'ultimo quarto di secolo e all'inizio di quello attuale, un'influenza enorme.

Il primo è indubbiamente la decisione assunta il 15 agosto, se la memoria non mi falla, del 1971 della non-convertibilità del dollaro in oro da parte di Richard Nixon, la quale ha sconvolto gli assetti monetari internazionali che il mondo si era dato con Bretton Woods e dopo la seconda guerra mondiale. Da lì la spinta alla finanziarizzazione, alla volatilità dei capitali e al loro disancoramento dalla produzione materiale è stata davvero molto, molto forte. Il sistema internazionale è diventato un sistema di debiti e di crediti. C'è una bella espressione di uno studioso francese che io amo molto, Marc Bloch, che definisce il sistema capitalistico un sistema dove i debiti sono inesigibili perché non converrebbe a nessuno tracciare una riga e chiedere il saldo perché alcuni sistemi crollerebbero, e probabilmente crollerebbe il sistema mondiale.

Il secondo grande avvenimento, che invece mi pare che LaRouche sottovaluti, è lo choc petrolifero cosiddetto, che ha fatto emergere un protagonismo al livello mondiale dei paesi produttori di petrolio e che è all'origine di molti problemi attuali, ma che ha anche introdotto nell'Occidente, e questo per me è un fenomeno positivo e non negativo, un concetto di limite alle possibilità dello sviluppo puramente quantitativo.

Il terzo grande avvenimento, che però per chi parla è l'avvenimento fondamentale, è l'elemento dominante e caratterizzante della globalizzazione capitalistica attuale - e dico attuale perché di globalizzazioni ne abbiamo avute più d'una. Pensiamo a quella antecedente la prima guerra mondiale, e antecedente alla rivoluzione sovietica che ha spezzato l'unicità del sistema capitalistico mondiale; diciamo la globalizzazione post-'75 e soprattutto post-'89 è caratterizzata da un fenomeno diciamo così più di fondo e cioè la trasformazione a mio avviso del paradigma produttivo, quello che gli studiosi di imprese industriali chiamano il passaggio dal fordismo, cioè dalla produzione di massa attraverso la catena di montaggio al post-fordismo che alcuni individuano nell'esperienza giapponese del Toyotismo, e comunque al “just in time”, alla produzione focalizzata sulla domanda specifica di mercato, e a una (questo è il punto essenziale) articolazione produttiva al livello mondiale. Se io dovessi dire che cos'è la globalizzazione attuale rispetto a quella analizzata da Lenin o da Hilferding nei primi quindici anni del '900, direi che è l'articolazione produttiva. Cioè, le grandi imprese, a cominciare da quelle tecnologicamente sviluppate, hanno un centro pensante, un corpo organizzativo in una determinata parte del mondo, che non sempre coincide con gli Stati Uniti d'America, anche se prevalentemente, e poi hanno un'articolazione produttiva su tutto il pianeta con la con sequenza di poter applicare diversi regimi salariali e diverse modalità di estrazione di quello che noi marxisti accaniti continuiamo a chiamare plusvalore.

Queste tre sono le caratteristiche dominanti della globalizzazione mondiale. Ora per quanto possa sembrare paradossale, io non propongo di cominciare solamente per modificare la situazione dall'intervento sulle modalità della produzione, dei mezzi di produzione. Propongo che si intervenga su tutti e tre i fronti, a livello mondiale. Da un lato la democratizzazione delle relazioni e dei rapporti di produzione, con la possibile generalizzazione dei diritti nel mondo del lavoro a livello mondiale. Dall'altro lato, e questa è la differenza evidente con LaRouche, mettere a valore la tutela dell'ambiente come motore un nuovo tipo di sviluppo economico e non semplicemente come limite allo sviluppo economico; e la terza questione è un nuovo ordine economico internazionale. Su questo mi pare che siamo d'accordo.

Che cosa penso? Penso sostanzialmente questo: l'altro giorno l'unico quotidiano che mi fornisce degli elementi di novità, Il Sole 24 Ore, non a caso quello del campo avversario (bisogna leggere i giornali degli altri, perché i propri sono solamente consolatori) riportava un brillante articolo di Platero sulle contraddizioni degli istituti economici internazionali. Per esempio ricordava che il potente Fondo Monetario Internazionale ha erogato nell'anno passato uno stock di crediti pari a quindici miliardi di dollari. Sette anni fa la cifra complessiva era di settanta/ottanta miliardi di dollari, a fronte di una dotazione di cento miliardi di dollari. Va tenuto presente che le riserve presenti in Cina sono stimate attorno a mille duecento miliardi di dollari. Quindi le riserve monetarie cinesi hanno ovviamente una quantità soverchiante rispetto alla disponibilità del Fondo Monetario Internazionale. Allo stesso tempo la Banca Mondiale soffre della concorrenza che subisce da parte delle banche private per quanto riguarda il finanziamento di progetti, per esempio progetti infrastrutturali, di sviluppo, nei paesi emergenti cosiddetti in via di sviluppo o che comunque sono in grado di offrire una mercato favorevole. Quindi malgrado l'ambizione e a volte la prepotenza, come giustamente ci ha insegnato Stieglitz, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, questi organismi conoscono una crisi, così come conosce una crisi l'attuale fase della globalizzazione.

Bisogna quindi pensare, ed è il momento di farlo, a nuove soluzioni. In sostanza, anche se il discorso potrà apparire molto teorico, io penso a un recupero del modello keynesiano nella sua, direi, interezza. Sia per ciò che riguarda il concetto di intervento pubblico nell'economia, sia per ciò che riguarda la difesa dello sviluppo del “welfare state”, che in Europa è stato qualcosa di diverso storicamente che semplicemente la soluzione ai problemi della sopravvivenza, della riproduzione della forza lavoro, perché è stato un modo specifico di produzione diverso tanto dal modo specifico inteso in senso stretto di produzione capitalistico quanto dai sistemi di socialismo reale. E' stato un modo di produzione statuale. E infatti è sottoposto in tutto il mondo da parte della finanza privata, dai hedge funds fino ai fondi pensione, a un tentativo di smantellamento e di appropriazione, che non è un fenomeno di liberalizzazione come crede il mio amico Tremonti, che quindi è un miglioramento della concorrenza e delle chance per i cittadini, ma è segnatamente una soverchiamento della finanza sulla politica economica degli stati e sull'economia reale, almeno come quadro di carattere generale.
Allora io penso che anche per quanto riguarda i termini monetari, la riflessione keynesiana ci torni utile. Se non ricordo male, anche se non ricordo esattamente il titolo in inglese in questo momento, è nel 1942 che John Maynard Keynes elabora una teoria che chiamò Bancor sulla moneta universale. Si è rivelata finora un'utopia, la moneta universale non c'è mai stata. Le quattro monete fondamentali, se non erro, sono lo yen, il dollaro, la sterlina e l'Euro, in cui avvengono le transazioni internazionali. Se noi potessimo pensare di fare rivivere concretamente quell'idea di creare un grande fondo mondiale, un fondo di riserva, nel quale versano i vari paesi (non solamente i quattro citati da Lyndon LaRouche, l'Europa sarebbe fuori, se le sorti della modificazione del sistema monetario dipendesse solamente dagli Stati Uniti d'America, dall'India, dalla Cina e dalla Russia). Credo che l'Europa debba avere come sistema collettivo un suo ruolo importante, se ha il coraggio di diventare da soggetto commerciale come finora è solamente stata soggetto politico e soggetto di iniziativa nel campo della politica economica mondiale, un sistema di riserva in modo tale da poter versare dei fondi e riceverli in moneta universale e riusarli nei periodi di crisi, nei periodi di transizione per fornire una sorta di cuscinetto che possa mettere il mondo al riparo da crolli, da crac e da grandi tragedie finanziarie.

Può sembrare strano che uno come me che, voglio dire, si ritiene nel campo del pensiero marxista, voglia evitare il crollo del capitalismo, però effettivamente, visto che i marxisti nel '900 hanno spesso discusso attorno al crollo del capitalismo e questo non si è mai realizzato, perché vi sono state varie crisi, profondissime, quella del '29, quella del '87, quella del '97 per quanto riguarda i paesi del capitalismo emergente nel sudest asiatico, ma poi il capitalismo si è sempre ricostruito sapendosi modificare, io penso che noi dobbiamo abbandonare questa attesa messianica del crollo del capitalismo e pensare, come delle vecchie talpe, ad un superamento dal suo interno, spezzando le logiche ademocratiche e incontrollabili che governano la finanza mondiale, ponendosi il problema di un sistema di regole monetarie e finanziarie in cui la democrazia e il peso dei paesi reali torni ad essere valido.
Ci sarebbe un lungo discorso da fare ma lascio la parola a Tremonti, altrimenti comincia ad agitarsi perché deve andare a Otto e mezzo, dicendo solamente che ne parleremo la prossima volta, se volessimo entrare nel merito di una possibile riforma e superamento del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e del funzionamento delle stesse Nazioni Uniti, sono perfettamente disponibile. Dobbiamo però pensare al mondo non sostituendo semplicemente un'unica grande potenza con un numero più largo ma pur sempre limitato di grandi potenze ma di fare pesare, ed è questa la creatività che dobbiamo mettere nel pensare un sistema democratico mondiale, tutti i popoli, tutti i governi, possibilmente creando una camera di compensazione e di soluzione dialettica degli inevitabili conflitti senza che i conflitti si traducano in una tragedia. E in un mondo dominato dalle potenze militari, evitare le tragedie è fondamentale per la vita delle persone e per la sopravvivenza delle stesse classi in lotta, come già ebbe a dire il buon e vecchio Marx nel lontano manifesto del Partito Comunista, frase molto travisata da tutti ma il cui valore la cui valenza si comincia a comprendere oggi.

Discorso di Giulio Tremonti (ex Ministro dell'Economia)

Grazie, la macchina scenica e dialettica della politica ci offre molte occasioni di scontro, e poche occasioni di incontro. Per questo grazie, è sempre importante sentire le idee degli altri. È interessante sentire le idee di LaRouche, è interessante sentire le idee di Gianni, soprattutto quando Gianni esprime le sue idee e non le mie. Cosa posso dire in pochi minuti? Primo: della rivista di LaRouche, io ho sempre apprezzato la profondità delle visioni, la suggestione delle visioni, e anche la cifra storica. Non è frequente leggere documenti che tracciano degli scenari di lungo respiro, di grande dimensione, ne abbiamo ascoltato qua un saggio. Non è frequente leggere documenti in cui trovi importanti citazioni della storia - fondamentalmente europea, perché fino a qualche secolo fa la storia era europea e non americana.

LaRouche ha iniziato citando la grande crisi di qualche secolo fa in Europa, e ne ha derivato delle similitudini, e delle prospettive. Poi ho sentito Gianni. Io la vedo così. Primo, sicuramente viviamo in un tempo non banale. Viviamo in un tempo che sotto l'apparenza del continuum della normalità, in realtà ci fa vedere dei segni di rottura, di potenziale crisi, di drammatica trasformazione. Non concordo - ma credo che sia qui abbastanza marginale - non concordo sulla ricostruzione storica. Io ho espresso una visione un po' diversa nei miei scritti, nei miei libri. Io credo che le trasformazioni intervenute nel mondo siano meno riferite agli anni Settanta, e più riferite alla fine degli anni Ottanta. La caduta del sistema politico che bloccava il mondo, l'avvento del computer, le trasformazioni che conseguentemente intervengono nella struttura e nella dislocazione della ricchezza.

Io ricordo, delle cose che ho scritto, quella che mi è più cara è un articolo, un fondo per il Corriere della Sera nel luglio del 1989. Era l'anno bicentenario della rivoluzione francese e il mio articolo era più o meno così: come l'89 fu l'anno di avvento della costruzione della macchina politica dello stato nazionale, così questo sarà l'anno di avvio, simbolico (tenete conto che luglio viene prima di novembre, e quindi era prima della caduta del muro di Berlino) sarà l'anno dell'avvio di rivoluzioni extraparlamentari, prodotte da una cascata di fenomeni connessi alla struttura della ricchezza. La crisi dello stato nazione che perde il monopolio della ricchezza. Un tempo lo stato nazione controllando il territorio controllava la ricchezza, controllando la ricchezza esercitava la forza politica, aveva il monopolio della legge, della tassazione, della giustizia. Quando la ricchezza è dematerializzata, finanziarizzata si spezza l'antica catena fondamentale politica: stato, territorio, ricchezza. Lo stato resta a controllare il territorio, ma non controllando più la ricchezza, perde forza. Questo processo in Europa continentale è accelerato dalla costruzione dell'Europa,. Io considero più rilevante come data il '94, quando fu fatto il WTO, ho scritto anche un libro in cui metto per anni: 5 anni dall'89 al '94, cinque anni dal '94 al '99/2000, e le varie meccaniche di reazione e di sviluppo. Insomma, certo viviamo in una fase, se posso dare un'immagine, è come il vecchio ordine europeo che si rompe con l'avvento degli spazi atlantici e l'età barocca viene detta mundis furiosis, così noi viviamo in una fase in cui il vecchio ordine, in qualche modo rotto da strutture e da fatti che lo sovrastano, e la visione, la gestione, di quello che ci arriva e che vediamo è oggettivamente abbastanza problematica.
Non condivido, e credo ci sia, come dire, anche lo spazio anche per visioni meno catastrofiche, più ottimiste, che gli strumenti che si possono mettere in campo sono magari anche diversi da quelli che sono stati prospettati, ma ci accomuna l'idea che viviamo, ripeto, in un mondo non normale, non banale, con delle mutazioni in atto e degli effetti che vedremo.

Come posso concludere? Cercando anche degli elementi di, come dire, non di identità, ma di comune possibile visione. Io ho sempre pensato che fosse giusta la formula “market if possible, government if necessary”. Questo esclude la qualifica dogmatica che mi ha appena fatto Gianni, del tipo “tu credi a…” Io credo che empiricamente siano possibili delle combinazioni che siano fuori dagli schematismi e delle combinazioni che siano fuori dalla cultura attualmente dominante che io mi sono permesso di definire mercatista, intendendo il mercatismo come la sintesi degli elementi peggiori del liberalismo e del comunismo. Faccio un esempio, ne faccio due, di politiche che potrebbero essere messe in campo in questa logica. La vera difficoltà è soprattutto culturale, cioè, tu devi battere degli ostacoli che non sono fisici, non sono economici, sono mentali. I veri ostacoli che incontri nell'affermare delle idee relativamente nuove non sono ostacoli fisici, sono ostacoli ideologici. Il blocco mentale dominante, la cultura dominante, e faccio due esempi. Nel 2003, durante il semestre di presidenza italiana dell'Europa, ho fatto la proposta di una nuova edizione del vecchio piano Delors. Il piano Delors prevedeva emissioni di debito europeo per finanziare infrastrutture europee. Alla metà degli anni Novanta, quando l'idea viene presentata incontra dei limiti culturali e degli ostacoli. Quando l'ho ripresentata nel 2003, gli ostacoli sono stati diversi nei contenuti ma simili nel filone culturale. Io ricordo che l'obiezione più intelligente me la fece Gordon Brown, che disse - allora era il Cancelliere dello Schacchiere inglese - disse “nice” interessante, però emettere Eurobond vuol dire Euro-budget; Euro-budget vuol dire Euro superstate. No, grazie. Quindi, una negazione politica. La posizione del suo paese era diversa rispetto a quella di una costruzione politica europea.

La reazione opposta fu quella, e devo dire meno apprezzabile, meno condivisibile, fu quella opposta da altri grandi paesi dell'Europa continentale, che era essenzialmente monetaria, bancaria, del tipo “non vogliamo il debito pubblico, europeo o nazionale” comunque no a maggiore debito pubblico. La mia risposta fu, gli Stati Uniti d'America cominciano nel loro tragitto politico con il debito pubblico; Hamilton. Hamilton presenta il debito pubblico americano come base di costruzione della unione politica. Quindi cercavo di dire: non sto prospettando un'operazione finanziaria, sto prospettando un'operazione politica. L'emissione di Eurobonds potrebbe finanziare dei piani europei che producono non tanto leva finanziaria, quanto identità politica dell'Europa.

La risposta fu tipica del banchiere centrale o della persona d'economia, del tipo, la contrarietà in assoluto. A prescindere dalle quantità, se fate caso, fu la spaventosa forza monetaria dell'Euro, con la credibilità e il peso che ha il sistema monetario europeo, l'emissione di cinquanta miliardi, quanto servirebbe per esempio a finanziare l'agenda di Lisbona, è in realtà marginale, non rilevante in termini economici. Io cercavo di dire, è arrivato il momento di estrarre il dividendo di Maastricht. La reazione fu in assoluto negativa, cioè il rifiuto di entrare su uno schema culturale che era, come lo possiamo definire, Keynesiano? Delors si riconosceva in una filosofia politica keynesiana. Io assolutamente continuo a riconoscermi in quella via. L'alternativa fu non di second best. Forse second ma non best, fu un piano, Action Plan for Growth, che certo era in qualche modo garantito in parte dagli stati, arrangiato dalla Banca Europea degli Investimenti, ma fondamentalmente privo dello spirito protettivo. Per inciso non so neanche se è andato avanti l'Action Plan, se è arrivato a finanziare alcune grandi infrastrutture.
Secondo punto. Non so se risponde alla visione dominante in Italia, ma nel '95, l'anno dopo la fondazione del WTO ho scritto un libro intitolato “Il fantasma della povertà”. I capitali escono dall'Occidente, vanno in Asia alla ricerca di mano d'opera a basso costo, l'Europa importa povertà; importa povertà perché le nostre antiche aristocrazie operaie, i nostri salariati, avranno salari e stipendi livellati sull'Oriente, ma il costo della vita resterà quello occidentale. E la mia idea era grandi investimenti in capitale umano, le cosiddette tre i, e l' uso per esempio per la formazione della RAI. Non puoi competere con la Cina sulla forza delle braccia, devi competere con altri investimenti, pubblici, l'uso politico, pubblico, per la formazione della RAI, che è uno strumento fondamentale.

Un'altra cosa che ho cercato di presentare successivamente fu, vedendo quello che succedeva nel nostro paese dopo il 2001, era l'idea di introdurre, nel rispetto del WTO, nel rispetto delle regole europee, dazi e quote. Non per fermare il mondo, non per mettersi fuori dal mondo, ma per guadagnare un po' di tempo per riconvertirci. Io ricordo, e devo dire, che l'idea dei dazi e delle quote fu assolutamente fulminata da tutta la classe dirigente e anche dalla classe politica italiana. Io francamente non mi aspettavo solidarietà dalla sinistra, ma francamente non mi aspettavo quel grado di ostilità ad un'idea che invece mi sembrava in qualche modo ragionevole. Noto che adesso nel sistema culturale, nel circuito culturale del partito democratico americano, si parla di dazi e di quote. Può essere un'idea giusta o sbagliata, ma non puoi demonizzarla a priori e perché.

Allora, come concludere, ricordo che la prima volta che mi colpì LaRouche fu con un documento che parlava della grande infrastruttura eurasiatica, e dissi: magari è impossibile farla, magari è la visione di un matto, ma di solito anche sulle visioni del matto cammina la storia. E devo dire che in effetti, in un età in cui il ruolo dei governi è fortemente limitato oltre il necessario, in cui c'è un eccesso di adorazione simbolica per la ricchezza intangible, finanziaria, immateriale, è necessaria una limitata considerazione per elementi che sono comunque fondamentali, come le infrastrutture materiali. Io sono convinto del fatto che idee di quel tipo, le vostre idee, devono circolare. Il fatto che ne parliamo da lati politici diversi, comunque ne parliamo con una logica non negativa a priori, non fanatica, è certamente molto positivo. Grazie.

Tratto da www.movisol.org

12 giugno 2007

Lettera al Sottosegretario Alfonso Gianni

 

Egregio Sottosegretario Alfonso Gianni,

come promessoLe dopo il Suo intervento all’Hotel Nazionale a Montecitorio durante la tavola rotonda con il politico americano Lyndon LaRouche e l’On. Giulio Tremonti, sono a scriverLe per sottoporLe alcune considerazioni in merito a quanto da Lei detto.

Prima però sono obbligato a porre l’attenzione sull’importanza di ciò che Lei e l’On. Tremonti avete fatto con la partecipazione a quell’incontro, quasi partecipaste idealmente ad un secondo Parlamento dove l’obiettivo era un autentico dialogo politico tra scuole di pensiero opposte ma che hanno avuto il merito di trovare quel punto di congiunzione che può, tra mille virgole discordanti, rappresentare quella sostanza vivificante capace di trasformare la realtà. Mi permetto di dire che si pone ora per Lei e per l’On. Tremonti, un compito ben più arduo, un compito dettato dall’amore per la verità. Quest’ultimo Vi impone di avviare un ostinato dialogo con quelle forze conformiste, e funzionali all’attuale depravato stato delle cose, che si nascondono dietro il comodo titolo di moderate.

Mi creda, l’averVi sentiti sviluppare idee e conclusioni di azione politica che dovrebbero essere tanto ovvie quanto lo sono le menzogne che il sistema culturale propina, dà ai giovani della mia generazione quella forza in più che è necessaria per trovare avallo nella lotta contro il liberismo (o mercatismo, usando il termine preferito da Tremonti).

Detto ciò, vengo però a sottoporLe i dubbi sortimi durante l’ascolto del Suo intervento. L’oggetto di tali perplessità, infatti, è tale da pregiudicare la riuscita dell’azione politica interventista, dirigista, keynesiana o hamiltoniana che dir si voglia, topica per il rilancio di un modello culturale centrato sull’idea dell’homo homini fratres piuttosto che su quella attuale dell’homo homini lupus.

Nel mio ultimo brevissimo saggio – per cui mi permetto di rimandarLa al link http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?YY=2007&mm=6&dd=8 – al quarto paragrafo affronto proprio la doppia questione del liberismo e dell’entropia inquadrandole come questioni fuori della verità.

Ad un certo punto del Suo ragionamento infatti emerge con tutta la Sua forza il problema epistemologico – nel senso di un problema in merito ad un principio che ispira la conoscenza/scienza – quando afferma:

«Il secondo grande avvenimento, che invece mi pare che LaRouche sottovaluti, è lo choc petrolifero cosiddetto, che ha fatto emergere un protagonismo al livello mondiale dei paesi produttori di petrolio e che è all'origine di molti problemi attuali, ma che ha anche introdotto nell'Occidente, e questo per me è un fenomeno positivo e non negativo, un concetto di limite alle possibilità dello sviluppo puramente quantitativo.»

Ora – questa è solo una parentesi forse frutto di campanilismo, ma indubbiamente può offrire ulteriore carne da mettere sul braciere dell’irraggiungibile ma comunque avvicinabile verità – , LaRouche non sottovaluta l’importanza della crisi petrolifera degli anni ’70, ma piuttosto la riconduce consequenzialmente al primo punto da Lei stesso sottolineato, ossia quello relativo all’abbattimento degli accordi di Bretton Woods datato 15 agosto 1971, data che ufficialmente sancisce quel cambio di paradigma attraverso l’iperfinanziarizzazione ed il liberismo economico, intimato già prima dal «complesso industriale e militare» - per usare la formula che fu del presidente Dwight Eisenhower – con gli omicidi di Enrico Mattei, i fratelli Kennedy, Martin Luther King, i tentati omicidi a De Gaulle, in un decennio, quale quello degli anni ’60, che pareva poter rilanciare la concezione dell’homo homini fratres con interventi politici che avevano il sapore della cooperazione energetica, che parlavano di «alleanza planetaria», diritto allo sviluppo di tutto il pianeta, del sogno per cui si riconosca che «tutti gli uomini sono stati creati uguali».

Così, dopo aver creato a livello politico il terreno fertile affinché quell’unilaterale atto dell’affossamento degli accordi di Bretton Woods fosse compiuto, il da noi separato mondo medio-orientale si chiese a quel punto se in cambio del petrolio non stesse ricevendo della semplice carta (banconote, dollari). Allo stesso tempo, come affermato dall’allora ministro saudita del petrolio, lo sceicco Ahmed Zaki Yamani, dietro lo shock petrolifero vi erano «gli Americani».

Ma il punto su cui volevo provocare una Sua riflessione, è di ordine epistemologico appunto, e verte su quel «quantitativo» che Lei usa, temperandolo comunque con un «puramente». Collegato a tale punto del Suo discorso, vi è anche la sottolineatura che successivamente ha fatto, precisando sempre che ciò La contraddistingue da LaRouche, quando parla di ambiente come motore di un nuovo sviluppo economico.

La questione è da porsi nei seguenti termini: l’ambiente è oggetto o soggetto? Se l’ambiente è soggetto, ecco che io potrò valorizzarlo solo rispettandone l’individualità. Se l’ambiente invece è oggetto, io potrò rispettare questo oggetto necessario all’uomo, rapportandomici in modo sempre più efficiente, ed efficiente è quell’uso che a parità di forza utilizzata produce un risultato superiore.

Ecco dunque che per ottenere tale risultato in termini di efficienza nell’utilizzo della biosfera, dovrò elevare le capacità cognitivo-creative umane.

Ecco che emerge il punto centrale; vi è una differenza di prospettiva: elevare le capacità umane per migliorare il rapporto dell’uomo con il livello abiotico e quello biotico, oppure imporre un rispetto quasi idolatrico della natura? Migliorare l’uomo per migliorare la natura, o migliorare la natura per migliorare l’uomo?

La differenza è la medesima che passa tra gli approcci pedagogici che richiedono disciplina e quelli che richiedono la ben più elevata motivazione.

Ben comprenderà come dal punto di vista della politica, a seconda che ci si ponga da un’ottica piuttosto che dall’altra, ne deriveranno azioni diverse.

Nel caso in cui infatti il mio approccio sia centrato sull’uomo, ecco che punterò ad investire su di lui in termini di conoscenza; nel caso in cui invece il mio approccio sia centrato sulla natura, impedirò che questa venga distrutta eleggendola a dio.

Nel primo caso potrò per esempio adottare programmi di sviluppo idrico e di bonifica delle aree deserte; nel secondo caso impedirò che si distruggano i boschi. Ovviamente si potrà dire che si tratta di cose entrambe da fare – e posso convenirne – ma il punto resta dove porre l’accento. Si tratta di azioni che possono essere legittime entrambe, ma mentre la prima mi lancia verso l’infinito, la seconda mi assesta al presente con continua erosione dovuta al divenire. E se ci pensa, quest’ultimo approccio, è quello che ha dominato negli ultimi trentacinque anni.

Salendo di livello nell’immaginaria scala epistemologica, l’uomo è buono o cattivo? Se buono devo investire su di lui, se cattivo devo limitarlo. Se la risposta è che egli è imago viva dei ecco che si dovrà investire sulle sue capacità cognitivo-creative con tutto il complesso culturale, latamente inteso, di modo da potenziare ogni lato della sua essenza.

Se invece è solo una scimmia evolutasi, dovrò limitarne quanto più il raggio di azione, disciplinarlo, indottrinarlo, eliminarlo se di disturbo all’evoluzione della specie ed alla tutela dell’ambiente.

Con la speranza di un Suo riscontro, cordialmente La saluto.

Claudio Giudici




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8 giugno 2007

Credere nella facoltà creatrice dell’Uomo: l’atto di volontà

Dedicato a Elav

La fase storica che stiamo vivendo è caratterizzata dal sopravvento che la menzogna ha preso nella vita delle persone.

Questa menzogna può essere di due tipi: consapevole ed inconsapevole.

La menzogna è consapevole quando colui che la sostiene sa quale sia la verità, ma per proprio comodo preferisce sostenere ciò che non è.

La menzogna è invece inconsapevole quando si sostiene ciò che non è, senza sapere ciò che è.

Se nel primo caso siamo di fronte a colui che in modo diretto persegue in via esclusiva il proprio (apparente) tornaconto, nel secondo caso siamo di fronte a colui che per ignavia, per accidia, e, in minima parte, per caso fortuito, crede di essere dalla parte della verità ma in realtà non lo è.

In ogni caso è la non conoscenza (il vero male per Socrate) che si cela dietro entrambe queste due specie di menzogna.

La maggior parte dei nostri leaders politici fa parte non della prima categoria, ma della seconda, quella dei menzogneri inconsapevoli.

Questi ultimi, sostengono inconsapevolmente tesi completamente fuori dalla verità. L’attribuzione del global warming all’azione umana piuttosto che ai cicli solari; la riconduzione all’11 settembre 2001 dell’origine dell’attuale stato di tensione geopolitica piuttosto che alla precedente instaurazione di un sistema monetario e finanziario usuraio; la considerazione delle politiche monetariste come uniche politiche possibili in economia, sono tutti esempi di menzogna inconsapevole. La comoda posizione (sia dal punto di vista economico che dal punto di vista dell’importanza sociale) in cui essi si trovano, fa sì che l’indifferenza e la fatica prendano il sopravvento su di loro: il cammino di ricerca della verità si interrompe drammaticamente. La drammaticità di ciò risiede nel fatto che le loro azioni politiche non siano corrispondenti a verità, e che a pagarne le conseguenze sia la popolazione che sarebbero tenuti a governare secondo un principio primo di verità, che tutto in sé contiene: giustizia, libertà, onestà, bellezza, bontà.

Vi è però anche un gruppuscolo di leaders politici che mentono consapevoli di mentire. Filosofi recenti come Ralph Waldo Emerson o Leo Strauss hanno sostenuto la necessarietà della menzogna per l’azione politica; non è quindi inverosimile pensare che alcuni politici vi ricorrano in modo consapevole.

Si pensi a titolo d’esempio alle continue menzogne a cui hanno dovuto ricorrere G. W. Bush e Dick Cheney per legittimare il loro intervento armato in Iraq. La falsità della questione dell’acquisto di ossido di uranio da parte dell’Iraq dal Niger, come denunciato dall’ex ambasciatore Joseph Wilson, non poteva non essere conosciuta dal vice presidente Cheney. Si tratta di una delle tante menzogne propinate al mondo per legittimare un intervento militare altrimenti privo di un seppur minimo consenso popolare.

Solitamente, i menzogneri di questa categoria sono coloro che più hanno in disprezzo il bene comune, la verità, il proprio popolo e dunque, nell’attuale sistema, sono coloro che più si dimostrano adatti a ricoprire il ruolo di amministratori degli interessi oligarchici che stanno determinando le sorti delle nazioni odierne.

Il nostro modello culturale nega l’esistenza della verità. Anche questo avviene in due modi: se ne nega l’esistenza – “Quid veritas?” chiese Ponzio Pilato a Gesù Cristo, prima di consegnarlo alla folla – ; se ne ammette l’esistenza ma non se ne parla.

L’età materialista che stiamo vivendo, fa sì che ai più appaia oziosa tale questione. Essa è invece nodale.

Quante volte a coloro che non si vergognano di citare le parole di Verità, Moralità, Bene, Bellezza, Amore, Giustizia, Libertà (non l’odierno arbitrio che oggi si invoca, sotto la finta maschera della libertà) è toccato assaporare l’imbarazzo del proprio interlocutore a disagio a cospetto di ciò che non si è abituati a sentire pronunciare. Questo imbarazzo non lo si nota se citiamo organi intimi, le parole di violenza, utilità, interesse, odio, sfruttamento.

Io faccio il mio interesse!” – “Tu fai bene, lo farei anch’io!”. Anche solo per luogo comune, quante volte possiamo ascoltare un tale dialogo?

La nostra classe dirigente cita molto raramente le parole di Verità, Bene, Moralità, Bellezza, ecc., ed invece dovrebbe farlo costantemente. Il solo citare queste parole ha il potere di attivare una serie di processi che immettono sulla rigogliosa strada che porta verso quegl’irraggiungibili, ma comunque avvicinabili, lidi che esse rappresentano.

Purtroppo oggi però dominano quelle raffinate tecniche per cui quando si parla di verità, siamo invece sul terreno dell’ovvietà o della ipocrisia; quando si parla di moralità, siamo invece sul terreno del moralismo; quando si parla di serietà, siamo invece sul terreno della seriosità; quando si parla di libertà, siamo invece sul terreno dell’arbitrio.

Il confine tra la proposizione positiva e la proposizione negativa, è dato da un preciso atto di volontà, dunque da un’autentica decisione di volersi radicalmente immettere su quella rigogliosa strada che verso quei sublimi e nobili fini siamo tenuti a dover procedere.

La natura umana funziona secondo uno schema di questo tipo: ci si prefigura il fine da dover perseguire, e senza comprenderne nel dettaglio tutti i passaggi, mettiamo in moto una serie di processi che passano per quei punti che verso quel fine portano. Se invece ci si preoccupa dei vari punti ecco che si perde di mira il fine e lo stesso si allontana.

Così per esempio funziona una costituzione fondamentale di una nazione. Essa per caratteristica ontologica, non si preoccupa dei passi ma dei fini. Una costituzione, quale per esempio la nostra, parla di “dignità della persona”, di “eguaglianza”, di “libertà”, di “progresso”, di “giustizia”, o, come la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776, addirittura di “ricerca della felicità”. Si tratta di idee (nel senso platonico del termine), la cui perfetta definizione non è neanche alla nostra portata – ma se ne parla nelle costituzioni! – purtuttavia esse rappresentano il motivo di esistere di quel patto che una comunità fa come proprio atto fondante, scritto o meno che sia.

Ma cosa sono Verità, Bontà, Bellezza, Giustizia?

Troviamo nel Vangelo di Matteo (Mt 5,43-47):

«Avete inteso che fu detto: amerai il prossimo tuo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.»

Gesù Cristo ricava una legge morale dal funzionamento della natura. Per la dottrina di Gesù, dalle leggi della natura noi possiamo rilevare dei principi su cui dobbiamo sintonizzarci, pena altrimenti l’essere contro natura.

La moralità dunque può essere considerata alla stessa stregua di qualsiasi altro principio della natura, della fisica; la moralità è un principio fisico. Alla stessa stregua, lo sono la verità, la bellezza, la giustizia, la bontà.

La vera differenza tra ciò che riguarda quelle leggi che hanno a che fare con la realtà sensibile e quelle che hanno a che fare con la realtà metafisica, consisterebbe soltanto nella maggior difficoltà di conoscere e rispettare le seconde piuttosto che le prime. Perché questo? Ciò è dovuto alla diversa complessità del dominio, della fase, con cui le leggi della realtà metafisica hanno a che fare. D’altra parte, prima di visualizzare un principio fisico, percepiamo sensorialmente la semplice realtà fisica; in un secondo momento, grazie all’uso delle capacità cognitive, rileviamo ciò che ai sensi resta comunque invisibile, ma che alla mente diviene visualizzabile, il principio fisico appunto. Mentre le leggi della realtà sensibile riguardano l’agire determinato della materia, le leggi della realtà metafisica riguardano l’agire dell’uomo. Entra qui in gioco la questione del libero arbitrio. L’uomo, a differenza del regno abiotico, non vivente, ma anche di quello animale, può decidere di andare contro natura, contro quelle leggi che il Creato impone si rispettino per poterne “convenientemente” fare parte.

Agire allora contro la legge della morale, può essere considerato alla stessa stregua di quell’azione che pretende di violare in modo arbitrario il principio di gravitazione. Laddove io pretenda di andare contro il principio di gravitazione, il risultato sarà lo schiantarmi a terra; altrettanto avverrà laddove pretenda di agire contro la legge morale.

Tutto ciò ci porta a concludere facilmente quale sarà il risultato del nostro tempo: uno schianto, un crollo, un disastro.

Come avviene con il botto prodotto dal jet che rompe il muro del suono, l’onda d’urto la si avverte dopo, ma la si può intuire prima.

Quando ci troviamo nella legge morale

Trasimaco[1] è lì che ride sotto i baffi, convinto di poter screditare ogni tentativo di definire quando l’uomo sia rispettoso della legge morale.

La legge morale è un qualcosa di intimamente legato alla verità.

Ma cosa è la verità?

Ci aiutano Platone e San Paolo. La verità è essenza[2]. Io sono colui che è. San Paolo ci dà un referente empirico per viaggiare sulla strada della verità: non c’è verità senza carità.

Ma cosa è la carità?

La carità è l’amore nei confronti dell’umanità.

Come dimostriamo questo amore nei confronti dell’umanità?

La Genesi ci mostra quale sia il compito primario del genere umano. Una volta creato l’uomo Dio disse: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra.»

Ecco dunque che l’uomo ha una missione concreta, quella di aumentare la sua presenza, e per farlo ha bisogno di conoscere la natura, comprenderla ed appunto padroneggiarla.

Da un punto di vista empirico, siamo dunque nella legge morale quando ricorrendo alle proprie capacità cognitivo-creative, le quali raccontano il corretto rapporto dell’uomo con l’universo, l’uomo è in grado di aumentare la propria presenza nell’universo. Tale processo è pienamente efficiente solo nel momento in cui tutti gli uomini sono in grado di esprimere la propria ontologica qualità della ragione creatrice.

Liberismo ed entropia, fuori dalla verità, fuori dalla morale

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agitata dal vento? E allora, che cosa siete andati a vedere; un uomo vestito di porpora? Ma gli uomini che portano vesti sontuose stanno alla corte dei re. Siete venuti ad ascoltare la voce di uno che grida nel deserto. Un profeta..» (Lc 7,24).

Esatto, canne agitate dal vento! A seconda della moda di turno, a seconda di ciò che conviene, l’uomo di oggi, quasi fosse assolutamente incapace di individuare principi a cui tenersi fermamente ancorato, rimbalza da una parte all’altra del piano di gioco senza alcuna meta precisa. La cultura relativista facilita questa assurda dinamica; altrettanto fa un modello culturale imperniato su quella finta libertà che è l’arbitrio.

Negli ultimi decenni abbiamo visto diventare chi era statalista, per il libero mercato; chi centrava la propria riflessione attorno alla figura del lavoratore la centra oggi attorno alla figura del consumatore. Con la sola capacità di metter tutto in discussione, senza riuscire mai a trovare un punto d’approdo da cui far ripartire la nave (sofismo), la classe dirigente di oggi intuendo la distruttività di quelle vetuste teorie riconducibili a quella branca del pensiero denominata liberalismo, dice che dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo (!).

Gli approcci libertaristi, istruiscono i processi mentali dell’uomo odierno ad essere svincolati da tutto. Tutto ciò che può essere regola, legge, principio, spaventa perché in qualche modo vincola. Nessun pianeta dell’universo è assolutamente libero nel proprio movimento; il meteorite è sicuramente più libero da un’orbita impostagli dall’armonia universale, ma la sua corsa finisce con uno schianto.

All’origine di tutto questo, ancora una volta, la paura della verità. L’ostilità a riconoscere la verità mantiene apparentemente liberi e sicuramente prossimi all’autodistruzione.

Il mancato riconoscimento della verità è una lacuna in cui il genere umano continuamente si imbatte.

Queste le parole di Alcide De Gasperi a tal proposito:

«La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.»[3]

Pensiamo alla violenza con cui questo deficit di “organi di trasmissione” tra una generazione e l’altra, sta manifestandosi nella vita di ogni uomo del pianeta con il ritorno in campo delle assurde tesi economiche liberiste.

Eppure, già nella prima fase post-bellica, Giorgio La Pira denunciava, quasi ridicolizzava, i sostenitori della scuola economica cosiddetta classica che oggi all’interno del sistema accademico, culturale ed economico è tornata a prendere il sopravvento.

In replica al Conte De Micheli, l’allora presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, La Pira scrive il 26 aprile 1954:

«… Lei se ne sta a “contemplare”, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith!

E mentre Lei gode di questa “contemplazione” – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!»

Ma riconoscere la distruttività delle politiche economiche liberiste non basta se ci si rapporta all’universo come ad una realtà statica entropica, soggetta a consumo. L’entropia riguarda i singoli elementi che compongono l’universo, ma non l’universo complessivamente considerato.

L’universo non è paragonabile ad un orologio che col tempo si scarica, ma ad un processo mentale in continua crescita. Se l’universo fosse entropico, piuttosto che partecipato anche da processi entropici, il suo continuo scaricarsi lo porterebbe ad un certo punto ad essere nulla. Questo essere nulla corrisponderebbe ad un qualcosa di statico, immobile, immutabile, perfetto, o meglio imperfettamente perfetto. Sappiamo infatti, come la realtà sensibile non sia perfetta ma commistione di due essenze tra di loro confliggenti. Il rinascimentale cardinale Nicola Cusano spiega ne La dotta ignoranza questo tipo di rapporto parlando di coincidentia oppositorum.

L’universo, infatti, è un qualcosa di costantemente mutabile, dove all’interno di questo processo di mutazione (divenire), partecipano in modo progressivamente più marcato il regno abiotico, quello biotico e quello noetico (esclusivamente umano).

Cambiare il paradigma: alzarsi da terra

Alla luce degli ultimi due punti trattati, quello del liberismo e quello dell’entropia, possiamo rintracciare una radice che sta dietro questi due errati modi di concepire l’universo e il rapporto dell’uomo con l’universo. Ogni ragionamento però rischia di essere monco se dal primario punto epistemologico non si chiarisce che l’uomo non è essere terrestre, ma essere universale.

Liberismo ed entropia intrappolano la facoltà di ragione creatrice insita nell’uomo.

Il liberismo è infatti il riconoscimento della sconfitta della volontà umana, delle capacità cognitivo-creatrici dell’uomo, a cospetto di quell’ente sociale che è il mercato. Quest’ultimo viene concepito come una barca dove tutti remano, ma nessuno ne dirige la rotta. Il timore che quella direzione possa essere arbitraria, affonda ogni possibilità di determinazione volontaria, espressione delle capacità noetiche dell’uomo, e affoga nell’inevitabile arbitrio – questo sì! – a cui portano il caso ed il caos.

La concezione entropica dell’universo, a sua volta, ha come propria radice una visione sballata della natura complessivamente intesa (ossia comprendente l’uomo come sua parte integrante). Infatti, intendendo l’universo come un orologio che progressivamente si scarica, essa prevede un esito finale in cui l’universo si auto-distrugge, e con sé l’uomo. Una tale visione è portatrice di un pessimismo cosmico che obbliga alla rassegnazione. Se questo è il substrato di fondo in cui viene ad operare l’uomo, ecco che tutto diviene inutile.

Questa visione oltre che pedagogicamente inopportuna, è intrinsecamente sbagliata. In presenza della vita in generale, come processo organizzatore della materia ben più complesso rispetto al processo organizzatore dei corpi inorganici, è da ritenere improbabile concepire la materia come colei che avrà il sopravvento sul tutto; ma in presenza della specifica vita umana, ciò che poteva essere improbabile, diviene paradossale. Questo paradosso può assumere il carattere della tragedia nel momento in cui l’uomo, con la potenza che lo contraddistingue, non è uomo, non fa l’uomo, ma si abbassa ai gradini più bassi della scala gerarchica del creato. Disconoscere questa primazia, vuol dire condannare il creato alla distruzione, in quanto abbassa l’uomo, con tutta la sua potenza, ad un elemento di disturbo, piuttosto che di salvezza.

Lazzaro, vieni fuori! (Gv 11, 43).

I Vangeli invitano continuamente l’uomo ad un atto di volontà, ed in particolare ad alzarsi[4], alzarsi da terra, volgere lo sguardo in alto e guidati dalla luce che da lassù proviene, prendere in mano la propria vita.

Ecco allora che l’uomo deve tornare ad essere Uomo, ecco che l’uomo deve riconoscere la sua somiglianza col divino. La somiglianza col divino è cosa ben diversa dal divino. Il divino è perfezione; la somiglianza al divino, dunque l’uomo, è progresso asintotico verso la perfezione; un’idea di assoluto che può essere avvicinata non afferrata (ecco perché siamo obbligati all’umiltà; tuttavia umiltà non è passività, non è relativismo)[5].

La manifestazione più concreta di questa somiglianza al divino è espressa dall’io posso, io devo, io voglio. Il dialogo costante di questa triade porta alla grazia.

Dimostrazione empirica di questo dialogo la si ha in particolare nel rapporto di amore. Lo svilupparsi di questo è consentito dal continuo dialogo tra ciò che si può, si deve, si vuole. Durante la sua fase più immatura il rapporto di amore è semplice volere; lo svilupparsi dello stesso porta a quella fase di transizione dove al volere si contrappone ed antepone il dovere (sublime); infine dovere e volere – ovviamente figli del potere – si mescolano, divengono irriconoscibili nella loro specificità (grazia).

Il rapporto di amore è dunque metafora che istruisce a ripetere tale esperienza per l’intera umanità.

L’azione politico-economica

L’uomo deve dunque alzarsi da terra, ma lo stesso vale per lo Stato. Lo Stato che resta seduto a terra diviene mero garante dello status quo di una realtà che lasciata a sé stessa tende inevitabilmente a produrre squilibri. Il problema di fondo in cui è caduto lo Stato moderno dalla fine degli anni ’60 in poi è l’essere ritornato come Lazzaro, nella caverna, come il paralitico, a sedere. Un mero garante piuttosto che un promotore. Eppure, la nostra Costituzione, interpretata in modo sistemico, tenendo conto anche dei lavori preparatori e del dibattito di formazione, intende promuovere il bene comune e non lasciarlo a dinamiche spontanee di cui esserne semplice arbitro.

La nostra storia repubblicana non avrebbe mai potuto raccontare momenti di successo se dal ’49 non si fosse posto termine al rischio del ritorno della mentalità liberista, monetarista, rigorista che si preoccupava soltanto di rendere “sostenibile” il bilancio. Un bilancio può tornare durevolmente a splendere solo grazie ad una precedente fase di investimenti nell’economia fisico-produttiva. Questo processo se non è possibile all’azienda privata, è possibile allo Stato. La creazione di credito extra-risparmio ex nihilo da indirizzare quantitativamente e qualitativamente da parte di una decisione politica degli eletti, ha lo scopo di fare affluire questo credito nei settori strategici per lo sviluppo produttivo. Il Piano Case, la Riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno furono i più espliciti atti di questa concezione dirigista, volontarista, dell’economia. Il sistema americano, così come concepito dalla Costituzione americana, è un sistema centrato sul credito. L’Esecutivo, autorizzato dal Congresso, autorizza linee di credito a lunga scadenza ed a basso tasso d’interesse, da indirizzare in quei settori che diano un surplus produttivo. Senza quest’ultimo, vi è il rischio di una spirale inflattiva. L’obiezione dei liberisti per cui il problema si porrebbe tra la fase intermedia all’emissione della linea di credito e il sopravvenire del prodotto, non regge per il semplice motivo che una politica economica di impulso produttivo via credito qualitativamente diretto la si adotta nelle fasi in cui i fattori produttivi sono sotto-utilizzati, ed il mercato, lasciato a sé stesso, recalcitra ad utilizzarli. I disoccupati, le risorse materiali, le scorte di magazzino dei prodotti invenduti, rappresenteranno in quella fase intermedia, il contraltare alla maggior liquidità introdotta nel sistema economico.

Questa funzione salvifica del credito non può essere sottovalutata. Una denuncia in tal senso ci proviene anche da Il mercante di Venezia di William Shakespeare. Il credito può essere arma di salvezza se utilizzato come fece il buon Antonio con l’amico Bassanio; può risultare invece una condanna a morte se utilizzato come fece l’usuraio Shylock.

E’ ovvio, non si tratta di una regola formale che darà un risultato scontato. Ciò non rientra tra le possibilità umane. Nessuna formula magica! Nessuna mano invisibile! Si tratta però di uno strumento espressione della facoltà creatrice dell’uomo, che uno Stato sovrano ha il dovere ed il diritto di esercitare in quanto espressione politica della volontà popolare. Solo una cosa è certa: il libero mercato lasciato a sé stesso finirà col fare solo l’interesse dei più forti.

Qui in Italia, deve essere allora riscoperto il patrimonio concettuale lasciatoci dai dossettiani. I vari Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro, ma anche De Gasperi che accettò l’influsso dei suoi amici di partito, Mattei che fu espressione immediata di uno Stato che entra in gioco nelle questioni strategiche per il bene comune, devono essere reinvocati a gran voce.

C’è una guerra silenziosa che pare essere definitivamente vinta dalla fazione oligarchica dei liberisti. Questi non si sono però accorti che parte del carbone è ancora acceso, che basterà un soffio espirato con decisione, per far tornare alla ribalta quel pensiero politico-economico senza il quale ogni possibilità di salvezza per l’Italia e l’umanità più in generale, non ha motivo di essere creduta.

Una provocazione che nasce da una constatazione della realtà fattuale è da riprendere dall’economista inglese William Beveridge: durante lo stato di guerra di una nazione vi è la necessità di sconfiggere il nemico; non si dice alla popolazione che il libero mercato deve fare il proprio corso e che dunque non si ha possibilità di vittoria; e neanche gli si dice che siccome il bilancio è in difficoltà l’unica speranza che abbiamo è quella che le bombe nemiche non ci uccidano. Ecco che ciò che può essere fatto in una situazione di guerra, deve essere adottato, con il fine del bene comune, durante lo stato di pace.



[1] Nella Repubblica di Platone, Trasimaco, attorno a cui ruota gran parte del dialogo, incarna il ruolo del sofista.

[2] Nel Teeteto Platone parlando della conoscenza afferma che conoscere «è dire che è ciò che è e che non è ciò che non è». La conoscenza dunque è l’atto del conoscere. La verità è lo stesso oggetto conosciuto.

[3] M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] In Mt 2, 13; 2, 20; 9, 6; 14, 15.

In Mr 2, 9; 2, 11; 5, 41; 10, 49.

In Lc 5, 23; 6, 8; 6, 20; 7, 14; 8, 54; 17, 19; 21, 1.

In Gv 5, 8; 6, 5; 17, 1.

[5] Questo passaggio, il mio amico Claudio Celani, dirigente del movimento larouchiano, mi suggerisce di porlo in altri termini. Riporto per intero il suo suggerimento, condividendone in pieno la maggior portata concettuale:

«Un’idea di assoluto che può essere partecipata, ad esempio quando l’uomo compie scoperte dei principi della fisica, e in tal modo partecipa della potenza divina; una partecipazione che è diversa dall’orgoglio di credersi uguali a Dio, e che al contrario di quest’ultimo rende tanto più umili quanto il procedere nel sentiero della conoscenza ci rivela la grandiosità del creatore attraverso la complessità e la meravigliosità della sua creazione.»

5 giugno 2007

LaRouche alla Commissione Difesa del Senato italiano

 

Lyndon LaRouche accompagnato dalla moglie Helga e dal presidente del Movimento Solidarietà Liliana Gorini all'entrata del Senato il 5 giugno

Lyndon LaRouche accompagnato dalla moglie Helga e dal presidente del Movimento Solidarietà Liliana Gorini all'entrata del Senato il 5 giugno

LaRouche alla Commissione Difesa del Senato italiano

Roma, 5 giugno - La Commissione Difesa del Senato italiano ha oggi ascoltato il leader democratico Americano Lyndon LaRouche, che ha affrontato il tema dei rapporti tra l'economia, la scienza e la Guerra. Con esempi storici che spaziavano dall'antica Grecia al Concilio di Firenze, a Roosevelt e a John Kennedy, LaRouche ha analizzato la dinamica delle guerre iniziate dal governo degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq, e di quella minacciata contro l'Iran, paragonandola alle Guerre del Peloponneso; così come la Grecia andò incontro alla propria distruzione come effetto di quell'avventura, così gli Stati Uniti e altre nazioni sovrane vanno incontro alla loro fine.
LaRouche ha menzionato il ruolo del Vicepresidente Cheney e di Halliburton nella privatizzazione delle forze armate usa per dimostrare l'effetto distruttivo sul dispositivo della difesa americana.
Senatori di entrambi gli schieramenti politici hanno rivolto numerose domande a LaRouche, dalla differenza tra l'SDI di LaRouche e Reagan e lo “scudo spaziale” di Bush, la questione della sovranità militare degli stati europei sotto Maastricht, le intenzioni strategiche della Russia di Putin e lo sviluppo infrastrutturale come alternativa pacifica alla politica di guerra.
La sen. Lidia Menapace, che aveva organizzato l'udienza, ha ringraziato LaRouche per la profondità del suo intervento che, ha affermato, si riscontra raramente nei politici americani in visita in Europa.
Lyndon LaRouche riferirà ai giornalisti mercoledì 6 alla Sala Stampa del Senato, alle ore 12.00.

Tratto da http://www.movisol.org/07news099.htm




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3 giugno 2007


EIR Executive Intelligence Review

Strategic Alert – Edizione italiana

 
anno 16 n. 22  – 31 maggio 2007

In questo numero: LaRouche suona la sveglia ai democratici – Nuove eco del viaggio di LaRouche a Mosca – Un altro passo verso la terza guerra mondiale – Il rischio di guerra nel Golfo Persico – Straordinario allarme dal Giappone su un crac finanziario – Il Congresso USA verso un voto di sfiducia contro Gonzales – Si può chiamare “legge Cheney-Netanyahu” – La delegazione cinese esce scontenta dai “colloqui strategici” – Resistenze contro la Partnership Pubblico-Privato – La bolla immobiliare ha perso 3-400 miliardi

 

LaRouche suona la sveglia ai democratici

In una dichiarazione del 23 maggio, commentando la capitolazione del Congresso alle richieste del vice presidente di approvare il suo bilancio di guerra, Lyndon LaRouche ha passato in rassegna “lo spettacolo dei governi già falliti o in procinto di fallire” che sono in carica sia in Europa e adesso anche negli Stati Uniti, e conclude: “A meno che grandi nazioni come gli Stati Uniti non prendano le misure necessarie per sottoporre il sistema monetario e finanziario mondiale ad una riorganizzazione fallimentare, il mondo intero precipiterà presto in un tracollo da reazione a catena come quella che scaraventò l’Europa nell’epoca buia della metà del XIV secolo”.

Passando al tema della crisi di leadership nel Partito Democratico, LaRouche ha criticato in particolare la codardia dei candidati presidenziali e del Senato. Si tratta di un atteggiamento che rappresenta “una seria minaccia, che comporta persino il rischio di uno scontro termonucleare tra le potenze dell’Eurasia, che potrebbe coinvolgere probabilmente anche gli USA”. Egli ha quindi riassunto le proposte di cui è promotore, come l’abbandono della globalizzazione e il piano di riorganizzazione finanziaria sul modello della Bretton Woods di Franklin Delano Roosevelt. Non c’è nessuna alternativa sana a questa proposta, ha sottolineato lo statista americano.

LaRouche ha ribadito inoltre la necessità di avviare una procedura di impeachment contro il vice presidente: “La dirigenza democratica ha perso la fiducia della propria base politica primaria e non è disposta a intraprendere i passi necessari a recuperarla. Non si può mobilitare l’opinione pubblica senza mobilitare la base del partito democratico. Ma la dirigenza [dei democratici al] Congresso non fa che fuggire da tale base dall’inizio del 2006, quando capitolò di fronte alla nomina di Samuel Alito alla Corte Suprema degli USA e poi di fronte agli hedge funds, di fronte a Felix Rohatyn ed i suoi amici, acconsentendo al saccheggio ed alla distruzione di tutto il settore dell’automobile senza muovere un dito”.

Secondo LaRouche l’unico modo di arrivare al ritiro delle truppe USA dall’Iraq è attraverso un impeachment di Cheney. “Questo è il tema fondamentale della politica interna; tutto adesso gravita attorno alla questione dell’allontanamento di Cheney”. Ha concluso con un monito: “Il partito democratico è finito se non prende iniziative immediate per l’impeachment”.

 

Nuove eco del viaggio di LaRouche a Mosca

Della visita a Mosca di Lyndon LaRouche, tra il 14 e il 17 maggio, di cui questa newsletter ha riferito negli ultimi due numeri, ha parlato il Canale Spas, emittente televisiva satellitare vicina alla Chiesa Ortodossa Russa, che il 18 maggio ha mandato in onda l’intervista di un’ora che l’economista americano aveva concesso all’economista Mikhail Khazin nella trasmissione “A+ in economia”. L’intervista è stata più volte ritrasmessa nei giorni successivi. La trasmissione di Khazin è molto seguita dagli ambienti politici russi, in quanto è l’unica che presenta seri approfondimenti dei temi economici.

LaRouche ha esposto al pubblico russo la genesi e la natura della crisi economica mondiale e la strategia seguita dall’oligarchia finanziaria per distruggere ogni ostacolo che resta ancora sulla sua strada. Sulle possibilità di fermare tale disegno LaRouche ha detto tra l’altro:

“Se si considerano insieme Russia, Cina e India, con certe altre forze in America Latina, abbiamo tutte le forze del mondo che si rifiutano di pagare tributo alla globalizzazione. Per stabilire il nuovo impero mondiale desiderato, devono distruggere il senso di sovranità della Russia, della Cina e dell’India, insieme ai miei amici che rappresentano una parte importante del sistema statunitense.

“Pertanto se la Russia, sotto il presidente Putin, riesce a trovare una risposta, in coordinazione con delle istituzioni chiave negli Stati Uniti, sarà allora possibile ribaltare la situazione oggettiva, raggiungendo una comprensione comune della politica. Dagli Stati Uniti deve arrivare una risposta a ciò che il Presidente Putin ed altri, nella Russia di oggi, hanno detto sul conto della tradizione di Roosevelt. Occorre tornare alla filosofia globale che esisteva prima della scomparsa di Franklin Roosevelt. Le condizioni sono diverse ma l’impostazione politica dev’essere la stessa.  ...

“Torniamo così alla riposta alla sua domanda: se si stabilisce un’intesa su questo, tra ambienti statunitensi e russi, arrivando ad includere Cina e India nella discussione, insieme ad altre nazioni ... Ma se consideriamo il territorio dell’ex Unione Sovietica, quello della Russia di oggi, della Cina e dell’India, quale percentuale del territorio e della popolazione mondiale stiamo considerando? Se consideriamo le vaste risorse minerarie che esistono in Siberia, e le necessarie competenze che gli scienziati russi dispongono per svilupparle, si capisce che ci sarà un cambiamento fondamentale del sistema mondiale fondato su una politica trainata dalla scienza.

 

Un altro passo verso la terza guerra mondiale

A conferma dei rischi di guerra paventati da LaRouche sono giunti il 23 maggio i commenti di Sergei Ivanov, il primo vice primo ministro russo, che in una conferenza stampa a Mosca ha dichiarato la sospensione del trattato sulle forze convenzionali in Europa (CFE), come ha riferito il programma Vesti 24 della televisione russa. La presa di posizione rappresenta una ferma risposta alla provocazione dello stazionamento di sistemi antimissilistici USA in territorio polacco sul confine russo. Nessuno in Russia è disposto a far finta di credere che le nuove installazioni in Polonia e Repubblica Ceca debbano intercettare missili lanciati dalla Corea del Nord o dall’Iran. Tutti riconoscono che sistemi del genere possono essere armati di testate nucleari capaci di raggiungere Mosca in tre minuti dal lancio.

Al tempo stesso sono state formulate da parte russa offerte di dialogo per discutere una crisi che si fa sempre più acuta. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, in visita in Austria insieme al presidente Putin, ha sottolineato “l’urgenza di una conferenza di emergenza sul futuro del trattato CFE”.

Altre provocazioni contro la Russia sono state intraprese dall’Unione Europea e dalla NATO e vanno dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo (stabilendo un nuovo precedente per la violazione della sovranità nazionale) a una linea di scontro sui diritti umani.

 

Il rischio di guerra nel Golfo Persico

In un’analisi del 25 maggio Helga Zepp-LaRouche, presidente del Movimento Solidarietà in Germania, presenta un quadro del pericolo di guerra nell’Asia Sudoccidentale che a sua volta si combina con il deterioramento dei rapporti tra Russia, da una parte, e UE e NATO dall’altra. Qualche citazione:

“Come ha riferito ABCNews.com il 22 marzo, il presidente Bush ha ordinato alla CIA operazioni segrete contro l’Iran miranti a rovesciarne il governo. La missione comprende una campagna coordinata di propaganda, disinformazione, reclutamento di dissidenti e manipolazione della moneta iraniana e delle transazioni finanziarie internazionali. Secondo quanto riferito, il cervello di questa operazione, che equivale ad una dichiarazione di guerra, sarebbe Elliot Abrams, personaggio già condannato nel 1991 per aver negato informazioni che doveva presentare al Congresso nello scandalo Iran-Contra, ma poi graziato dal presidente Bush padre.

“Al tempo stesso due portaerei americane scortate dalle unità d’appoggio, con 17 mila uomini imbarcati, stanno entrando nello Stretto di Hormuz senza aver inoltrato alcuna notifica alle autorità iraniane. In Iraq si moltiplicano le imboscate, con massacri continui di soldati americani e iracheni, perché così gli insorti credono di indurre l’opinione pubblica americana a chiedere la fine della guerra. Il calcolo però potrebbe rivelarsi errato, e tali azioni possono essere usate come pretesto per iniziative militari contro l’Iran. La polveriera è pronta, manca solo la proverbiale scintilla che farà precipitare il mondo intero nella guerra asimmetrica.

“Steve Clemons, esperto americano del Giappone, scrive sul sito web “The Washington Note” che il vice presidente Cheney è impegnato a provocare l’inceppamento della politica del presidente Bush, il quale per il momento si limita a sfruttare operazioni segrete e la diplomazia per ottenere un cambiamento di regime a Teheran, e si adopera per arrivare al conflitto armato in grande stile. Se tale informazione è confermata un impeachment di Cheney diventa di urgenza estrema”.

 

Straordinario allarme dal Giappone su un crac finanziario

Due articoli apparsi sulla stampa giapponese il 21 e il 23 maggio riflettono un nervosismo tutto nuovo nel Sol Levante sul ruolo che il sistema bancario nipponico assolve nel “carry trade” e in altre forme di gobalizzazione, come gli hedge funds, che stanno conducendo all’esplosione del sistema finanziario. Riassumiamo i due articoli.

Il fallimento di un grande hedge fund potrebbe far sprofondare il sistema in una crisi, sostiene un commento dell’Asahi Shimbun del 21 maggio. “I motivi per sottoporre gli hedge funds a stretti controlli sono decisivi”, sostiene il giornale, che nota come “molti fondi pensionistici e società d’investimento mettono il loro denaro negli hedge funds. Di conseguenza questi ultimi non influiscono più soltanto nel sottobosco degli speculatori sfrenati e non sono più estranei al mondo dei normali cittadini. Vogliamo sapere di più su come operano questi hedge funds”. Quali investimenti in quali mercati effettuano gli hedge funds con i loro 1,5 mila miliardi; quanto denaro prendono in prestito da istituti finanziari; quanti prestiti sullo yen carry-trade finiscono agli hedge funds?

“Se gli hedge funds sono collegati alle attività delle istituzioni finanziarie, nella misura in cui i rischi che i primi si assumono pongono una minaccia alla salute dei secondi, i supervisori finanziari dei grandi paesi debbono stabilire delle norme per le istituzioni finanziarie, affinché i loro rapporti con i fondi siano sani ed equilibrati. Se lo yen carry trade genera un eccesso di liquidità a livello mondiale, aumentando di conseguenza i rischi nei mercati finanziari, le autorità fiscali giapponesi dovrebbero considerare una risposta politica al problema”, afferma l’editoriale.

Asahi Shimbun si schiera a favore della regolamentazione degli hedge funds, cosa di cui si discute in vista dell’incontro del G-8 in Germania tra il 6 e 8 giugno, e a tale proposito scrive: “E’ essenziale che le nazioni si uniscano nell’affrontare le sfide politiche poste dagli hedge funds nella prospettiva di proteggere la salute di mercati cruciali”.

In un sorprendente commento pubblicato il 23 maggio da Japan Times, l’esponente della Commissione USA-Cina di rassegna economica e di sicurezza Thomas Palley fa appello al Giappone affinché metta fine allo yen carry trade, che definisce “pericoloso” e che rischia di innescare “il contagio globale” mettendo a soqquadro i mercati finanziari mondiali.  Da porre bene in rilievo è il fatto che Palley afferma che è il carry trade — e non il valore della moneta cinese — la causa dell’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti e “la fonte dell’inflazione mondiale degli assets”. Palley sostiene inoltre che il carry trade ha spinto altri paesi asiatici a svalutare le rispettive monete, con grandi perdite di posti di lavoro e di crescita in altre parti del mondo.

Mentre il commento di Asahi Shinbun attribuisce il principale pericolo alla mancanza di regolamentazione degli hedge funds che dominano il carry trade, Palley punta il dito direttamente alla politica dei bassi tassi d’interesse seguita dalla Banca del Giappone e dalle autorità del Sol Levante. Lo yen carry trade è un volano di speculazione mondiale con una massa di 700-1000 miliardi di dollari, che poggia sugli yen presi a prestito a tassi ridotti da qualsiasi mercato finanziario e speculativo del mondo che gioca sul differenziale dei tassi. Palley critica questa attività perché minaccia di scatenare una crisi generale: “Il carry trade genera fragilità finanziaria, creando scompensi fondamentali e pericolosi ... Un’improvvisa rivalutazione dello yen potrebbe provocare grandi perdite sui mercati dei cambi ... Tali perdite, o la loro semplice prospettiva, potrebbero innescare il contagio globale”.

Palley aggiunge una serie di argomenti a favore dell’eliminazione della differenza dei tassi d’interesse tra il Giappone e il resto dei paesi dell’OCSE, eliminando così il carry trade, cosa che gioverebbe all’economia e alla popolazione del Sol Levante, e conclude: “Il Giappone deve abbandonare decisamente i tassi d’interesse ultra-bassi”.

 

Il Congresso USA verso un voto di sfiducia contro Gonzales

Se i parlamentari democratici americani tergiversano di fronte ad un impeachment del vice presidente Dick Cheney, essi si stanno dimostrando almeno un po’ più risoluti nei confronti dell’Attorney General Alberto Gonzales. Forte del sostegno della Casa Bianca, il capo del ministero di Giustizia si è finora rifiutato di presentare il grosso delle documentazioni richieste dalla Commissione Giustizia del Senato, intenzionata a fare luce sul licenziamento dei procuratori e sul programma delle intercettazioni abusive.

A seguito di tale rifiuto i democratici hanno optato per la tattica di arrivare ad un voto di sfiducia nei confronti dell’Attorney General. In Senato una mozione in tal senso è stata presentata il 24 maggio da 28 senatori e già il 21 maggio un’iniziativa analoga era partita anche alla Camera dei Rappresentanti.

Il sen. Charles Schumer ha previsto, nella conferenza stampa che ha tenuto sull’argomento il 24 maggio, che il voto si terrà dopo quello sulla legge per l’immigrazione, probabilmente nella seconda settimana di giugno. Gli è stato chiesto che prospettive ci sono di raggiungere i 60 voti su 100 necessari per tale iniziativa e Schumer ha risposto che tutti i democratici voteranno a favore e che ci sono sei senatori repubblicani che hanno chiesto le dimissioni di Gonzales, inoltre sono più di una decina i repubblicani che hanno criticato espressamente il suo operato. Il senatore repubblicano Arlen Specter ha dichiarato il 20 maggio di attendersi le dimissioni di Gonzales prima dell’appuntamento con il voto del Senato.

La mozione di sfiducia alla Camera aveva già raccolto 117 sottoscrizioni entro il 24 maggio. Diversamente dal Senato, dove il capogruppo democratico Harry Reid spicca tra i promotori dell’iniziativa, i leader alla Camera Nancy Pelosi e Steny Hoyer non figurano tra i firmatari.

Gli illeciti dell’Attorney General erano stati denunciati dall’ex vice Attorney General James Comey, che alla Commissione Giustizia ha contraddetto la deposizione di Gonzales di fronte alla stessa commissione, ed ha riferito in merito alle responsabilità di Gonzales nel far confermare il programma di intercettazioni della NSA, quando era legale della Casa Bianca.

Il 23 maggio inoltre è giunta la confessione di Monica Goodling, ex funzionario di collegamento tra Casa Bianca e dipartimento della Giustizia. Lei stessa ha alle spalle 33 anni di militanza nella Federalist Society, l’organismo arciconservatore impegnato a monopolizzare il mondo della giustizia USA a tutti i livelli. La Goodling ha ammesso di aver seguito il criterio politico nel selezionare i procuratori, ovvero la fedeltà nei confronti di Bush e Cheney. Si è detta convinta che Gonzales non affermi il vero quando sostiene di non aver mai preso parte alle discussioni sull’avvicendamento del personale. Ha inoltre criticato l’ex vice Attorney General Paul McNulty in quanto nella sua deposizione avrebbe presentato informazioni “incomplete o imprecise”. Lui infatti sapeva bene, ha spiegato la Goodling, che il “dipartimento della Giustizia ha lavorato per alcuni mesi almeno insieme alla Casa Bianca” per ottenere l’approvazione dei licenziamenti, cosa nella quale i funzionari della Casa Bianca “hanno partecipato, hanno fatto telefonate e compiuto altre cose”.

I senatori dei due schieramenti nella Commissione Giustizia hanno chiesto tutte le e-mail dell’assistente del presidente Karl Rose che riguardano i licenziamenti dei procuratori.

Confermando il suo preoccupante stato mentale, il presidente Bush continua ad esprimere “fiducia” in Gonzales, suo fedelissimo dall’epoca in cui era governatore del Texas. Il vero crimine di Gonzales, però, come l’EIR ha documentato in un recente articolo (http://www.larouchepub.com/other/2007/3417gonzo_n_cheney.html), è di essere l’esecutore della politica delle torture e dello stato di polizia di Dick Cheney.

 

Si può chiamare “legge Cheney-Netanyahu”

Le nuove iniziative anti iraniane a Washington — sanzioni economiche e rinnovo della politica del cambio di regime — sono state giustificate come alternativa alla guerra, ma a guardar bene sono solo passi decisivi verso la stessa. Secondo quando ha riferito ABCNews.com, il presidente Bush ha firmato un piano per lanciare ostilità “non-letali”, comprendenti cioè propaganda, disinformazione e manipolazione, tutto mirato in particolare all’economia iraniana. Secondo i commenti di ABCNews queste misure avrebbero rinviato delle iniziative militari contro l’Iran.

In secondo luogo la Commissione servizi finanziari della Camera ha approvato il 23 marzo delle sanzioni contro gli investimenti in Iran, una legge che LaRouche ha prontamente ribattezzato “Cheney-Netanyahu bill”, anche perché l’ex premier israeliano si è precipitato a lodare pubblicamente le sanzioni. In realtà, spiega ancora LaRouche, si tratta di una legge che danneggia gli USA, perché ridimensiona i suoi rapporti economici con altri paesi che hanno rapporti economici con l’Iran.

Adottate nel momento in cui la US Navy è impegnata a mostrare i muscoli nel Golfo, queste misure vogliono solo rincarare la dose delle minacce e l’Iran si sentirà obbligato a reagire di conseguenza.

Dalla Commissione competente per tale legge alla Camera si è appreso che essa sarà presentata al Senato dal senatore Barack Obama.

 

La delegazione cinese esce scontenta dai “colloqui strategici”

Si è conclusa il 25 maggio la seconda tornata del dialogo strategico tra USA e Cina. Nonostante i commenti di rito, i cinesi sono rimasti decisamente scontenti. L’impostazione generale del “dialogo” è opera dell’ex sottosegretario di Stato Robert Zoellick, che lo ha concepito per indurre la Cina a diventare “azionista” nel sistema finanziario internazionale, fare cioè in modo che i cinesi accettino di aderire alle regole ed alle esigenze “del mercato”. Adesso il segretario al Tesoro Hank Paulson ha rilanciato l’iniziativa a livello ministeriale affidandolo ai pezzi grossi: lui stesso, Ben Bernanke, il segretario al Commercio Gutierrez e il negoziatore Susan Schwab.

La seconda tornata a Washington è cominciata proprio male, dopo le tariffe imposte dagli USA su alcune merci cinesi, dopo che si è addirittura corso il rischio di una diserzione dei delegati cinesi di fronte a tali misure unilaterali. Il governo di Pechino ha fatto il possibile per mantenere il dialogo, ha spiegato un diplomatico cinese all’EIR, ma in Cina ci sono altre forze che non riconoscono a Washington nessuna volontà di cooperare seriamente, per cui preferirebbero dedicare gli sforzi a migliorare i rapporti con altri paesi.

In particolare i “pezzi grossi” non sono riusciti a convincere i cinesi sul problema della rivalutazione del renminbi: Pechino si riserva di decidere autonomamente se e quando rivalutare, indipendentemente dalle smanie degli USA di ridurre il loro deficit commerciale con tale artificio.

Nella successiva conferenza stampa, il presidente Bush ha sostenuto che la Cina dovrebbe aprire maggiormente la sua economia agli investitori stranieri, ma i cinesi sanno che in tal modo la loro economia finirebbe per subire lo stesso tipo di saccheggio che ha rovinato altre grandi economie in via di sviluppo.

 

Resistenze contro la Partnership Pubblico-Privato

Il governatore della Pennsylvania Ed Rendell, convocato a testimoniare al Congresso sulle partnership pubblico-privato (PPP o P3) per il finanziamento dei progetti infrastrutturali, ha dichiarato il 24 maggio: “L’America non curerà mai il suo deficit infrastrutturale fino a quando non adotteremo un budget di capitale”. Il parlamentare Peter DeFazio ha riconosciuto che il budget di capitale rappresenta la soluzione ma ha tradito il suo pessimismo affermando “spero che ci arriveremo, un giorno”.

Rendell ha presentato un quadro del deficit infrastrutturale dei trasporti del suo stato, che costa sempre più denaro, disagi e in diversi casi la vita dei cittadini. Per far fronte alle mancanze della rete viaria e dei trasporti pubblici Rendell ha spiegato di essere stato obbligato ad aumentare di 12 centesimi l’accisa sui carburanti. A proposito delle PPP Rendell ha concluso: “Voglio che sia chiaro. Il rifiuto da parte del governo di fondare un budget di capitale”, per le infrastrutture, non fa che costringere le amministrazioni statali a ricorrere a questi espedienti. “Se avessi potuto, ne avrei volentieri fatto a meno. Il problema è grave ed occorre fare qualcosa”.

Su questo tema LaRouche si è espresso all’inizio dell’anno con uno scritto intitolato "The Lost Art of the Capital Budget”. In pratica, non si può pretendere che i privati investano nelle infrastrutture che hanno un’utilità per due o più generazioni, perché essi esigono profitti immediati, come minimo del 10% annuo. Invece spetta al Congresso autorizzare l’emissione di credito a basso tasso d’interesse e a lungo termine, soprattutto per quelle grandi opere che già in passato hanno dimostrato di poter dare un ritorno complessivo all’economia nazionale che si calcola tra cinque e sette volte l’investimento iniziale, ma solo sul lungo periodo.

Inserite nella logica generale delle bolle finanziarie, le PPP non fanno altro che spingere le amministrazioni locali a spremere i contribuenti per servizi di dubbia qualità, perché non sono concepiti a lungo termine.

 

La bolla immobiliare ha perso 3-400 miliardi

Dai dati più recenti si desume che la bolla immobiliare USA abbia perso nell’ultimo anno 300-400 miliardi di dollari, mettendo a rischio il castello dei titoli ipotecari.

Si calcola una caduta del 3% del valore medio di tutte le abitazioni vendute, che è sceso da 228 a 221 mila dollari, mentre una caduta percentuale maggiore ha colpito il valore complessivo. Il fenomeno non si registra dalla grande depressione degli anni Trenta.

Il 23 marzo il dipartimento del Commercio ha riferito che la caduta del prezzo medio delle nuove abitazioni vendute è dell’11% rispetto ad un anno fa. E che nell’ultimo mese le nuove abitazioni vendute sono diminuite del 16% (una cifra accolta con sbalordimento dall’associazione nazionale dei costruttori NHR).

Se si calcola la svalutazione di tutte le abitazioni degli USA sulla base della caduta del prezzo delle case vendute, il valore immobiliare perso ammonterebbe a 600-700 miliardi di dollari in un anno, 300-400 miliardi dei quali persi sui mutui casa. Circa la metà degli assets bancari USA (esattamente il 49%) poggiano su questo mercato ipotecario.

La società d’investimento PIMCO stima già a 75 miliardi le perdite che quest’anno saranno subite dal mercato dei titoli emessi sui mutui. Le perdite per il sistema finanziario saranno però di gran lunga maggiori.




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2 giugno 2007

Taxi: l'ennesima battaglia contro il liberismo filo-oligarchico

Giovedì in tutta Italia è circolato il nostro volantino a difesa dei lavoratori nel settore taxi. Noi del Movimento Internazionale per i diritti civili - Solidarietà, abbiamo ritenuto topica la questione. Infatti, essa oltre che essere importante di per sé, per i danni che rischia di provocare ai lavoratori del settore prima ed agli utenti poi – il regime costituzionale materiale che va imponendosi è contrario a quello formale, dove centrale è il lavoro non il consumo, ipocriti! – , è importante dal punto di vista strategico. Essa, viene a rappresentare la testa di ponte per l’accesso a nuovi territori: quello dei servizi pubblici in genere. Si vogliono privatizzare anch’essi, a tutto vantaggio di importanti fazioni oligarchico-economiche dominate solo dall’idea del profitto. Draghi lo stesso giorno ha detto testualmente che si deve procedere ancora sulla strada delle privatizzazioni. Roba da folli, o meglio, roba da Leporello!

Comunque la battaglia pare vinta per il momento, ma io credo che abbiamo di fronte una mantide religiosa: si dimostra accondiscendente, addirittura ti concede l’amore, ma poi ti uccide.

 

La svolta rooseveltiana deve prendere campo. L’orgia liberista sta distruggendo il pianeta. Questo cancro sta invadendo, dopo avere ucciso i Paesi del Terzo Mondo, anche il Primo Mondo.

 

Una nuova lotta culturale ci aspetta: quella a difesa dei benzinai e contro le compagnie petrolifere, e soprattutto l’idea che dal fondo domina: il liberismo, l’oligarchismo.




permalink | inviato da il 2/6/2007 alle 10:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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