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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


Progetto ferroviario nei Balcani


Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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31 gennaio 2008

Crisi di governo: la "responsabilità" di chi non ce l'ha

Da un po’ di tempo, ma in questi giorni soprattutto, sentiamo i leaders dei vari partiti continuamente parlare di “responsabilità” in relazione al tema “elezioni anticipate sì, elezioni anticipate no”. Il termine “responsabilità” deriva da “responso”, da “risposta”. Mi chiedo allora se è verosimile credere che chi utilizza questo termine, sappia autenticamente cosa esso significhi. Nell’accezione dell’enciclopedia cristiana – ad utilizzare questo termine, infatti, sono soprattutto i politici facenti parte dell’area cristiana – , è così definita: la responsabilità qualifica la risposta personale davanti al bene da compiere qui e ora e all'orientamento globale della propria vita.

Come posso credere al sincero utilizzo della parola “responsabilità” da parte di chi solo a fine 2007 comincia a parlare di un problema “salari” (detto più correttamente, del problema “capacità d’acquisto reale”)[1]. Questo problema fa parte di un processo i cui primi segnali d’allarme, almeno per quanto riguarda i beni primari, si hanno all’inizio degli anni ’70, con una gravissima accelerazione a partire dal ’92, ripetutasi con l’avvio dell’euro come moneta circolante. E chi oggi parla di “responsabilità”, in quei decenni, dove l’aveva messa la responsabilità?!

Diciamolo chiaramente, con mente libera e non trasportata come un vagone dalla locomotiva dei politicanti: il Partito democratico e Rifondazione comunista hanno tutto l’interesse a rimandare il più possibile le elezioni perché rischiano una disfatta elettorale storica; il centro-destra, invece, ha tutto l’interesse ad andare a votare subito perché rischia una vittoria elettorale altrettanto storica.

Ora, in questa contrapposizione di interessi di partito, la vera “responsabilità” corrisponde all’impedire qualsiasi soluzione di governo tecnico o comunque non diretto da un leader di partito. Spiego perché.

Non si può dare una lettura sensata dell’attuale situazione politica italiana, senza tenere presente il fatto che la crisi – sarà come sempre un caso? – sia avvenuta all’interno del pieno manifestarsi di una crisi economico-finanziaria a detta di molti gravissima (a parte Giavazzi … ma d’altra parte non è un economista). Nonostante i media stiano cercando di nascondere – ma lo fanno da decenni – la gravità della crisi finanziaria in corso non dando l’adeguato risalto, anche a fatti del cui sensazionalismo solitamente si cibano, alla coda agli sportelli della Northern Rock (non è una banca argentina, ma inglese …) o alla non verosimiglianza della notizia per cui Société Générale avrebbe riportato una perdita di 5miliardi di euro perché un giovanotto, senza guadagnarci un euro, avrebbe nascosto alla dirigenza alcune operazioni di trading, è interesse della cittadinanza italiana avere alla guida del Governo una persona pronta, in caso di crisi, a prendersi cura del bene comune (blocco dei prezzi sui generi di prima necessità, erogazione degli stipendi e delle pensioni, mantenimento del servizio sanitario, scolastico, di trasporto, della giustizia, ecc.), piuttosto che dei nebulosi diritti di credito del sistema bancario. L’interesse di Montezemolo – e non di chi fa industria, ma di chi è portatore degli interessi dei salotti finanziari – a non andare alle elezioni (cosa che comporterebbe ipso facto un governo politico) sta in tale rischio d’insolvenza.

Qualsiasi Governo “responsabile” che da adesso venga a formarsi, non può prescindere dall’attivarsi in sede internazionale per richiedere un nuovo sistema monetario. Un politico che non denunci questo problema si dimostra essere un politicante, o comunque un qualcuno che non ha capito come funzioni il sistema economico e finanziario internazionale, e dunque non adatto ad occuparsi di politica.

Il Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà (www.movisol.org) sulla scorta delle analisi di Lyndon LaRouche, denuncia da almeno cinque anni che l’attuale sistema finanziario – tutta speculazione, un po’ di consumo, e niente produzione – è entrato in una fase di autodistruzione. D’altra parte non pochi politici, pur non parlandone pubblicamente, sono coscienti di questo fatto ed a dimostrarlo è la mozione della Camera dei Deputati del 6 aprile 2005 (mozione Lettieri ed altri, n. 1-00320, Sulla convocazione di una conferenza internazionale per un nuovo sistema monetario e finanziario)[2], più nota come Nuova Bretton Woods, approvata con maggioranza trasversale.

Senza un giusto sistema finanziario a tassi fissi, non è possibile alcuna finanziaria e alcuna politica economica, idonea a migliorare le condizioni di vita della maggioranza delle persone.



[1] Se infatti i salari e gli stipendi salissero, ma la politica economica occidentale restasse quella liberista-monetarista, non potremmo che continuare ad assistere ad un’inflazione a due cifre, rendendo così inutile qualsiasi concretamente pensabile rialzo dei corrispettivi da lavoro.

27 gennaio 2008

Solo FDR può riportare “a fine mese” quel 70% delle famiglie

Il Governo istituzionale per l’Italia, all’interno della crisi finanziaria globale in corso, rappresenta un rischio per la cittadinanza. Le autorità finanziarie nonostante le stiano provando di tutte, non riescono a bloccare l’emorragia in corso sui mercati finanziari. Secondo oramai molti “guru” il mondo è entrato nella più grave crisi finanziaria del dopoguerra. In realtà questa crisi rischia di rappresentare la più grave che la storia dell’uomo ricordi se i governi nazionali non intervengono in modo coordinato. Essa, infatti non coinvolge singole regioni del pianeta, ma tutto il pianeta. L’interdipendenza tra economie è oggi tale che una crisi finanziaria ed economica negli Stati Uniti finisce con il coinvolgere tutta la catena dell’economia planetaria. Il grosso problema è che l’economia statunitense in primo luogo e quelle post-industriali in genere, sono una truffa in quanto ciò che nominalmente (contabilmente) rappresentano non ha niente a che fare con la vita reale della gente.

Questa situazione non è irrimediabile se si decide di abbandonare il modello economico-finanziario vigente: da un sistema monetarista e liberista, si deve tornare ad un sistema dirigistico che guardi all’economia fisica. Solo quegli stati-nazionali che punteranno a salvare i diritti civili della persona, piuttosto che gli artificiosi diritti di credito dei salotti finanziari, resteranno in piedi.

All’interno di questo contesto, un Governo tecnico od istituzionale – magari guidato da un Draghi, o da un Monti – rappresenta un pericolo per la Nazione. In quanto non eletti, non avendo alcuna responsabilità politica di fronte al popolo, questi signori sarebbero esclusivamente dei garanti dei circoli finanziari.

Che la classe politica dirigente si sia trasformata da eletti del popolo dediti al perseguimento del Bene Comune, promotori del pieno sviluppo della persona umana (come recita l’art. 3, 2° co., Cost.), a meri esecutori, amministratori delegati, “sceriffi di Nottingham” degli interessi finanziari, ce lo dimostra anche il raffronto tra l’ultimo discorso alla Camera dei Deputati da Presidente del Consiglio di Romano Prodi e gli ultimi dati Eurispes. Secondo Prodi i “conti sono stati risanati” e l’economia sarebbe ripartita. Secondo l’Eurispes solo una famiglia su tre arriverebbe a fine mese.

Di fronte a problematiche di questo tipo, Piero Fassino a Porta a Porta con piglio da “ganzino”, quasi alla ricerca del perché l’universo non funzioni più, si lamentava del fatto che la destra non aveva sostenuto il progetto di liberalizzazione del settore taxi (!) e si beava del fatto che le liberalizzazioni del ’96 e del 2001 del settore bancario l’aveva fatte il centro-sinistra. Non si può che affermare che a forza di farci, ci sono diventati! Questi credono veramente che la deregolamentazione, serva a migliorare l’economia e dunque la vita della gente. Ma d’altra parte il governatore della Fed, Ben Bernanke, con la sua operazione “stimulus” crede di far ripartire l’economia americana solo ampliando la “libertà” del mercato di prendere del denaro per farci ciò che più gli aggrada.

Siamo di fronte ad un dramma con epilogo tragico – la tragedia è il tenore distrutto delle famiglie – dove l’epicentro del terremoto è dato, come tutto ciò che muove l’universo, da un elemento di carattere soprasensibile: l’idea (nel senso platonico del termine, come principio). Questa idea devastatrice è quella per cui l’uomo invece che regolare i processi, debba liberarli dal suo nefasto intervento. Questo è il liberismo. Alla radice del liberismo vi è una concezione antropologica pessimista, hobbesiana: meno l’uomo conosce e fa e meglio è. In politica ciò è alla radice del fascismo: il conoscere e l’agire sarebbero privilegio solo di alcuni eletti. Lo Stato viene concepito come una realtà immateriale inquinante, piuttosto che il più alto livello organizzativo che gli uomini tra di loro si dànno.

Il bello è che il discorso di Fassino contiene già in sé la dimostrazione che tutta l’architettura del suo pensiero economico (ma primariamente antropologico) sia fallace. Il fatto che le liberalizzazioni bancarie le abbia fatte il centro-sinistra non è qualcosa di cui vantarsi. Se invece di fare quotidianamente il bagno nei privilegi concessi dal fare i politicanti, questi signori si fermassero costantemente a riflettere su come funziona la realtà, forse si accorgerebbero che il processo di liberalizzazione (anche se sarebbe più corretto dire di privatizzazione) del comparto bancario, non ha fatto altro che creare un megaduopolio dove sono sostanzialmente restate in campo soltanto due banche italiane (e dove una è praticamente controllata dall’altra grazie ad una relazione di controlli azionari). Privilegi, riduzione degli stipendi dei lavoratori, inefficienza del servizio, ne sono i risultati.

Questi signori dovrebbero perseguire l’obiettivo del pieno sviluppo della persona umana ma se nel corso degli anni le loro conoscenze e le loro conseguenti azioni hanno portato alla distruzione dei tenori di vita delle famiglie, vuol dire che si stanno occupando di altro e che le loro azioni sono manifestamente violazioni delle leggi e della legge fondamentale a cui tutto il nostro sistema politico, economico e sociale dovrebbe rimettersi.

Il Presidente della Corte di Cassazione ha denunciato all’apertura dell’anno giudiziario che non una sola legge è stata utile a ridurre di un sol giorno la durata dei processi. E questa accusa è ovviamente rivolta a tutta la classe politica dirigente che nel corso degli anni si è alternata alla guida del Paese.

Non si fanno le cose che possono migliorare il presente ed il futuro dei cittadini, ma solo quelle che tornano utili ai preminenti interessi finanziari.

Si pensi ad ulteriore titolo di conferma, che il Governo ieri caduto, aveva avviato la propria esperienza politica con l’altisonante slogan del “No alla politica dei due tempi!” (con ciò intendendo che non si voleva ripetere l’errore del 1996-2001 dove prima si “risanò” il bilancio e poi si tentò di attuare politiche di crescita economica). Di fatto anche a questo giro si è ricorsi alla “politica dei due tempi” o meglio di “un solo tempo”, quello dei tagli di bilancio, senza alcuna politica di crescita attuata. D’altra parte se per politica di crescita si intendono le liberalizzazioni, meglio che non ne abbiano attuata alcuna. Le uniche possibili politiche di crescita sono quelle di stampo rooseveltiano o, detto più propriamente, quelle del “Sistema americano di economia politica” come ebbe modo di definirlo Alexander Hamilton. Lo sono esclusivamente queste perché si fondano sulle qualità ontologiche umane del conoscere e del creare. La comunità, attraverso il livello organizzativo datosi – cioè lo Stato – , è chiamata ad armonizzare tutte le individualità al fine di intervenire, e non a farsi da parte e a lasciare alle “magiche” leggi del mercato il fare.

Ritornando al rapporto Eurispes, è interessante rilevare il dato dell’economia sommersa (in nero). Si tratterebbe di un valore pari ad 549 mld di euro, ossia un valore pari ai pil di Finlandia (177 mld), Portogallo (162 mld), Romania (117 mld) e Ungheria (102 mld) messi insieme.

Se in termini contabili e di tendenze economiche questo rappresenta un problema a cui si deve porre rimedio, in termini di vita reale delle persone, praticare politiche fiscali punitive, vuol dire di fatto uccidere intere famiglie. L’opzione Visco dunque è un male peggiore del problema da risolvere. Con il cappello delle politiche rigoriste, monetariste e liberiste, perseguitare in ambito fiscale tali realtà corrisponde alla lesione dei diritti civili. Senza politiche di tipo espansivo e dirigistico non è possibile dare alla gente le necessarie alternative lavorative legali, prima di strapparle al lavoro sommerso. Dunque all’interno del Trattato di Maastricht sono concepibili solo degli “sceriffi di Nottingham” alla Visco. Tuttavia questa politica economico-fiscale era sostenuta da preminenti parti del centro-sinistra.

Ora, alla luce di tutto ciò, chi continua a parlare di riforma elettorale si dimostra essere un traditore della Nazione. Questa riforma elettorale non è necessaria per il semplice fatto che l’instabilità governativa si aveva anche con la precedente legge elettorale del ’93. Si pensi alla caduta del primo Governo Berlusconi nel ’94 ed alla caduta del primo Governo Prodi nel ’98. Con la legge elettorale del ’93 alcune esperienze di governo crollarono su sé stesse, altre si ressero (secondo Governo Berlusconi, ma anche il primo Governo D’Alema che cadde per la sconfitta elettorale del centro-sinistra alle amministrative). Anche nell’ipotesi per ora inverosimile di due soli partiti, i governi potrebbero risultare instabili. Si pensi ad una gara tra il Partito Democratico (PD) ed il Partito Popolare della Libertà (PPL). Il PD vince le elezioni con un premio di maggioranza che lo porta ad almeno il 60% dei seggi. Tuttavia nel PD come nel PPL vi sono varie correnti (d’altra parte è così anche negli Stati Uniti ed è inverosimile pensare che così non possa essere). La corrente prodiana piuttosto che quella dalemiana, per esempio, decidono che Veltroni utilizzi metodi troppo veltronicentrici (o meglio debenedetticentrici) e non sostiene più il Governo (si astiene su una mozione di fiducia). Siamo punto e a capo. Ecco che emerge il pericolosissimo punto a cui si rischia di arrivare in un processo di fascistizzazione pienamente in corso: l’abolizione del costituzionale divieto del mandato imperativo (non vi è un rapporto di mandato tra eletto ed elettore). Se Tizio è eletto sotto il PD, ad un certo punto può cambiare idea e sostenere il PPL. Questo divieto fu introdotto per ovviare ai fenomeni di limitazione della libertà del parlamentare; questo non risponde giuridicamente della propria azione parlamentare, ma solo politicamente, alle successive elezioni di fronte ai propri elettori con il non voto da parte di questi ultimi.

Il pericolo della deriva fascista è evidente nel momento in cui nessuno nella classe politica prende posizione esplicita contro le affermazioni apologetiche di reato di Umberto Bossi quando minaccia rivoluzioni col ricorso ai fucili. La magistratura non può realisticamente intervenire – interverrebbe contro un capopopolo rischiando di accendere chissà quali focolai violenti – se la classe politica non prende posizione contro questa palese violazione della legge.

Allora la grande questione e soluzione torna ad essere la questione della verità. Senza grandi valori e progetti attorno a cui coalizzare i più non è possibile uscire dal tunnel in cui non solo l’Italia è piombata. Se non si fa ricorso alla forza della verità tutto è impossibile. In concreto, se non si denuncia l’orgia speculativa che da un quarantennio succhia il sangue dei popoli, e non si dà avvio al progetto di Nuova Bretton Woods architettato da Lyndon LaRouche per la riforma del sistema monetario internazionale, nessuna economia mondiale potrà salvarsi dalla crisi finanziaria in corso. Fatta questa riforma si deve dare avvio a politiche dirigistiche di credito pubblico per il finanziamento di grandi progetti infrastrutturali ed industriali ad alta intensità di tecnologia e di capitale. In una parola occorre riscoprire Franklin Delano Roosevelt (FDR). Via i pretestuosi parametri di bilancio – d’altra parte non li hanno la Gran Bretagna e gli Stati Uniti – almeno per gli investimenti in conto capitale; via l’assurda idea per cui sia il mercato lasciato a sé stesso a produrre ricchezza; via l’assurda idea per cui si è progrediti troppo, dimostrando di non comprendere che la relazione tra l’uomo e la natura, impone un rapporto di padronanza della stessa sempre più elevato, pena altrimenti la distruzione dell’uomo e della natura stessa.

Claudio Giudici

16 gennaio 2008

L’Italia del piccione all’interno della più grave crisi economico-finanziaria internazionale della storia moderna

di Claudio Giudici

Come reagiscono l’uomo e l’animale, giù nella vallata, ai piedi della poderosa montagna dalla cui vetta prende avvio la valanga?

L’animale, che nel mentre divora la carogna della preda trovata, osserva la valanga e solo all’ultimo prova a mettersi in salvo (noi uomini di città possiamo pensare al penoso piccione che nel mentre del beccare il minuzzolo di pane, decide solo all’ultimo di svolazzare via dall’auto che gli è sempre più prossima: talvolta ce la fa, talaltra l’autista barbaro o disattento lo fa soccombere). Le sue possibilità di mettersi in salvo diminuiscono al passare di ogni istante, all’avvicinarsi della massa nevosa che precipita giù sul crinale della montagna. La valanga, infatti, al passare del tempo oltre ad essere sempre più vicina, è anche sempre più grossa.

L’uomo, se uomo è, già alla visione dello stacco della massa nevosa dal letto di neve che la conteneva, visualizza mentalmente il processo, sa che ciò che appare inizialmente solo come un lontano e modesto pericolo, col passare degli istanti, diverrà un elemento di portata distruttiva.

L’animale, poi, avrà la sola possibilità di fuggire dal pericolo imminente.

L’uomo, invece, avrà più possibilità: potrà anch’egli decidere di fuggire, oppure, in seguito ad opportune valutazioni, potrà decidere se fermare la valanga con idonee barriere, o deviarla, o disintegrarla per mezzo di un sofisticato raggio laser.

L’uomo del nostro tempo, è stato trasformato nell’ingenuo e debole animale della descrizione ora presentata. L’uomo del nostro tempo è molto simile al piccione che ogni giorno rischiamo di investire con la nostra auto.

Il campione di questa sottospecie di uomo, è il politicante (non ne fanno ovviamente parte quei quattro politici ancora esistenti nella scena mondiale). Il politicante è lì che si ciba del suo minuzzolo – a dire il vero un bel panino farcito – e aspetta a spostarsi dalla strada solo l’ultimo momento utile a non essere investito dall’auto sopravvenente.

Differentemente dal piccione, però, il politicante non sarà la sola vittima della sua gola, della sua imprudenza, della sua stupidità. Da lui, a differenza del piccione, dipende la vita di un intero popolo.

La valanga cominciò a staccarsi dalla maestosa montagna il 27 ottobre del 1962. Quel giorno, ed i giorni successivi l’omicidio Mattei, molti politici ebbero paura a restare politici. Molti di essi si trasformarono in politicanti. Quel giorno si distrusse l’idea di Repubblica, l’idea di bene comune, l’idea di sviluppo economico, l’idea di sviluppo infrastrutturale ed industriale, l’idea di solidarietà. Quel giorno, dalla Costituzione repubblicana come grande progetto umanista per lo sviluppo materiale e morale dei cittadini, nella tradizione del Discorso delle Quattro Libertà[1] di Franklin Delano Roosevelt, ne vennero strappate alcune pagine.

Negli anni successivi la valanga cominciò ad ingrandirsi: non si fece luce sugli omicidi dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King; il 15 agosto 1971 Nixon decise unilateralmente di abbattere gli Accordi di Bretton Woods voluti da Franklin Roosevelt, dando avvio al più grande fenomeno speculativo e parassitario mai verificatosi nella storia dell’umanità; durante gli anni ’70 in seguito alla crisi petrolifera derivante dalla manovra del 15 agosto ’71, l’Italia finisce sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale; nel 1978 viene ucciso Aldo Moro.

Ognuno di questi fatti è caratterizzato da un evidente elemento comune: la verità è negata e non viene ricercata. I politicanti non se ne interessano.

Già dai primi anni ’70 la capacità d’acquisto reale della popolazione italiana comincia a scemare a cospetto dell’aumento del costo della vita (nei Paesi in via di sviluppo, invece, comincia a scendere l’aspettativa di vita media). Tale processo è visibile soprattutto prendendo in considerazione i generi di prima necessità. Negli anni ’90, tale processo d’impoverimento subisce una forte accelerazione, ma è solo col nuovo millennio che il fenomeno diviene percepibile a tutti: solo ora si incomincia a prendere coscienza che la valanga è lì a pochi metri da noi.

Ma la valanga non pare ancora essere così vicina: i politicanti continuano a trastullarsi col niente (leggi elettorali, riforme istituzionali, leggi cosiddette per i diritti civili) e della via di fuga, della grande costruzione che può salvarci dalla valanga, non se ne vuole parlare. Franklin Roosevelt, la nostra Costituzione repubblicana, Enrico Mattei, restano sotto la polvere.

Come degli osceni e miseri Herbert Hoover, i politicanti si affidano alle magiche leggi del mercato: Grazie a queste leggi la valanga si sposterà – dicono. L’ultima volta che l’uomo pensò ciò, morirono 56 milioni di persone.

Nel frattempo l’edizione moderna degli ottocenteschi moti milanesi e dei fasci siciliani, prende avvio a Napoli e Roma – l’inazione dei politici e l’azione del mercato hanno magicamente provveduto! Là la gente non crede più ai politicanti, qua i guelfi e ghibellini delle tifoserie laziale e romanista si coalizzano a vendetta di una giovane vittima del calcio, facendo assalti ai comandi di polizia.

I politicanti dopo essersi allenati per decenni alla contemplazione[2] delle magiche leggi del mercato, hanno perso ogni capacità di agire bene. Non sanno più cosa è che serve. La verità è andata persa[3]. Non agivano, ed il “libero” mercato produceva disastri; provano ad agire ed il disastro è ancora lì dietro l’angolo.

Eppure, è indispensabile che i politicanti tornino a fare i politici e dunque agiscano. Per farlo hanno bisogno di tornare a contemplare – quelle sì! – le magiche leggi del nostro dettato costituzionale: artt. 1; 2; 3; 4; 35; 36; 41, 2° e 3° co.; 42, 3° co.; e 47 in particolare.

Tuttavia ogni lettura può essere sterile se si è perso ogni contatto con la realtà; d’altra parte già il fatto che si parli di un’emergenza stipendi nel 2008, quando il processo prese inizio quasi quarant’anni fa, non fa altro che testimoniare come i politicanti – il cui tratto caratterizzante e ritardante è l’empirismo che non gli consente di comprendere prima il domani – vivano in un girone diverso da quello assegnato alla gente comune.

Per la lettura di quegli articoli, il cui spirito autentico è andato perso con la morte degli ultimi grandi padri costituenti come La Pira e Dossetti, oggi non possiamo che rifarci al pensiero del grande economista e politico Lyndon LaRouche, classe e spirito 1922.

A breve sarà anche in Italia “un drammatico problema sociale” la questione mutui.

Per dare prova di essersi riposti sui binari autentici della Costituzione della Repubblica, ci si rifaccia alla Homeowners and Bank Protection Act (HBPA)[4].



[1] Libertà di parola e di espressione, libertà di culto, libertà dal bisogno, la libertà dalla paura.

[2]E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!”, Giorgio La Pira, lettera a Danilo De Micheli, Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, 26 aprile 1954.

[3]La generazione che segue raccoglie in eredità appena le briciole di quelle energie che avrebbe potuto applicare nella loro pienezza l’uomo che decade, così deve rifare a proprie spese quasi tutto il cammino. Per questo il progresso umano è lento, la macchina lavora con troppa perdita. Lo scopo futuro degli Stati sarà quello di aumentare e rafforzare gli strumenti di congiunzione fra una generazione e l’altra. Uno Stato ideale sarà raggiunto quando esso potrà mantenere appositi organi di trasmissione delle esperienze e dei risultati ottenuti fino allora.”, Alcide De Gasperi, M. R. De Gasperi, De Gasperi – Ritratto di uno statista, Mondadori, Milano, 2005, pagg. 71-72.

[4] La risoluzione e stata ufficialmente presentata e in alcuni casi approvata nei parlamenti di diversi stati — Florida, Illinois, Indiana, Maryland, Massachusetts, Michigan, Missouri, Pennsylvania — e nel consiglio dei parlamentari neri (National Black Caucus of State Legislators). E' stata inoltre approvata da oltre trenta consigli municipali a cominciare da Pittsburgh e Philadelphia. Inoltre, circa 320 parlamentari ed ex parlamentari si sono impegnati a sostenere la petizione al Congresso a favore della HBPA.

7 gennaio 2008

Il lavoro e la questione del credito

Per il concorso-anniversario della Costituzione della Repubblica italiana, Input pubblica l'intervento che riporto.

Il lavoro secondo gli articoli 1 e 4 della Costituzione

Con l’art. 1, 1° co. della Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, il legislatore fondamentale del ’48 propone oltre che un modello politico-sociale, un modello antropologico dove il lavoro è manifestazione di quella caratteristica distintiva dell’uomo che è la sua capacità cognitiva e creativa. L’uomo attraverso il lavoro manifesta la sua essenza di essere capace di conoscere la realtà e di creare, emulando e migliorando, la natura. Le più alte conquiste del pensiero umanista – da Socrate e Platone, passando per i pensatori cristiani, fino all’ottimismo leibniziano ed all’idealismo schilleriano – trovano il loro sunto in questo art. 1, 1° co. Cost.

C’è qui una denuncia contro le concezioni pessimistiche, hobbesiane, in merito alla natura umana ed alla sua capacità relazionale e dunque di governo, ma c’è qui pure la lieta novella: l’uomo tramite il lavoro si manifesta come individuo e come essere capace di relazionarsi con l’altro ed essere per l’altro, elemento positivo ed in ultima analisi tutt’uno con questo altro.

I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana. A tale proposito ci si potrebbe chiedere quanto l’attuale sistema politico, la costituzione materiale, rispetti lo spirito e la pretesa dei costituenti. Di fatto il mondo del lavoro, e dunque il manifestarsi dell’essenza umana, è sempre più vituperato. Troppi elementi giocano contro questa necessità: gli orientamenti anti-industriali del mondo economico e politico hanno di fatto distrutto centinaia di migliaia di posti di lavoro produttivi ed altamente qualificati, per sostituirli solo in parte con posti di lavoro a minor capacità produttiva, seppure importanti come sono quelli del terziario, ed il più delle volte bassamente qualificati (call center, autisti, imprese di pulizie, commessi in grandi catene alimentari e commerciali, ausiliari del traffico); la legislazione fiscale incide in modo fortissimo sul reddito da lavoro ed in modo irrisorio sui profitti finanziari che non generano alcuna utilità sociale; il sistema culturale mass-mediale offre l’idea per cui la vera realizzazione umana passi per attività (calciatori, veline, pop stars) dove la “produzione” conseguente l’attività svolta, viene ad avere un’ “utilità sociale” soltanto toccando la sfera più semplice e meno caratterizzante l’umana natura, ossia quella dei sensi.

Causa ed effetto di questo macro-processo culturale è stato l’impoverimento intellettivo dell’intero sistema sociale italiano (ma invero il processo ha una portata che investe l’intero mondo occidentale, c.d. post-industrializzato o della società dell’informazione) che si è ripercosso sulla capacità dei redditi generali di generare benessere[1].

Il lavoro è dunque un pilastro su cui si erge il nostro sistema costituzionale. Sarebbe probabilmente bastata la corretta interpretazione, ricavabile dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione, per rilevare che il lavoro è un diritto, ma il Costituente, all’art. 4, lo ha voluto sancire espressamente. Il lavoro, inquadrato nel reticolato dei principi sanciti dalla nostra Costituzione, risulta essere l’unico strumento per eliminare le disuguaglianze sociali. Tuttavia, affinché ciò possa efficacemente realizzarsi “è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.”[2]

Il dettato costituzionale, in più, avverte anche un’esigenza di carattere morale, esprimendo il netto rifiuto di una concezione dell’uomo come animale ozioso, vizioso e parassitario. Così l’art. 4, 2° comma, Cost. recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.[3] Dal peso derivante sulla società da questo inciso, ed in particolare sui governanti, non ci si può lealmente liberare sostenendo che nella società post-industriale della disoccupazione crescente – o dell’occupazione impoverente – questo diritto non può essere riconosciuto e dunque, altrettanto, il dovere al lavoro non può essere preteso. Infatti, il Costituente stesso, nel momento in cui emanò questa norma di principio, lo fece in un contesto storico di cui aveva piena consapevolezza, ossia quello della fase post-bellica della disoccupazione di massa. Se alla norma deve essere attribuito carattere programmatico, in ogni caso, ciò esclude che dalla sua luce si possa scappare con forza crescente a distanza di quasi sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione. L’adesione alle politiche non interventiste e neo-liberiste avutosi con l’accettazione dei diktat del Fondo monetario internazionale a partire dal 1974, e poi a quelle di Maastricht dal ’92, non può essere giustificata col ricorso all’art. 11 Cost., poiché la violazione dell’art. 4 Cost., espressione dei principi fondamentali del dettato, risulta essere palese con l’adesione a quelle dottrine che il Costituente volle, invece, espressamente condannare.

Claudio Giudici 1/1/2008
http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it




[1] Risale ai primi anni ’70, ossia da quando si attua questo cambio di paradigma nei confronti del mondo del lavoro e della concezione dell’antropologia umana, la svolta peggiorativa della capacità reale d’acquisto dei redditi. Durante gli anni ’90, poi, il processo ha assunto caratterizzazioni tali da divenire empiricamente percepibile di anno in anno da parte della cittadinanza. La classe politica avverte a fine 2007 (sic!) con dichiarate intenzioni risolutive per il 2008, il problema. Anche qui si ribadisce l’incapacità lungimirante dell’uomo odierno, il cui massimo esponente dovrebbe essere incarnato da chi la collettività erige a sua guida, che invece che guidarla, nella migliore delle ipotesi la segue. Nella peggiore delle ipotesi – la più frequente però – la pilota in favore degli interessi particolaristici che sono diventati i veri elettori dei governanti.

Le ipotizzate soluzioni al problema dei redditi passano purtroppo per il demagogico slogan del “Paese bloccato”, mantenendosi sugli stessi binari che a questo disastro ci hanno portato. Della autentica riscoperta dello spirito che pervade tutto il Dettato costituzionale, purtroppo, neanche l’ombra.

[2] Riprendo queste parole da una precedente riflessione-manifesto, Per un Partito democratico antioligarchico – Nella tradizione di Roosevelt, De Gasperi, Mattei e La Pira (www.ilcannocchiale.it/blogs/style/writer/dettaglio.asp?id_blog=22878&id_day=17&id_month=9&id_year=2006).

[3] In ciò, l’influenza della tradizione umanista, in particolare dell’Utopia di Tommaso Moro, non potrebbe essere più diretta.


La questione del credito (art. 47 Cost.)
Questo intervento è stato ripreso in toto da un ben più ampio e precedente studio sviluppato per Sintesi Dialettica.it.

La questione creditizia, oggi poco dibattuta a cospetto di una storia e di una scienza dell’economia che, invece, la pone sul gradino più alto degli aspetti direttamente connessi alle libertà individuali[i], non poteva non essere affrontata dal Costituente.

L’art. 47, 1° comma, Cost., recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”

Anche questa norma è di carattere prescrittivo e non possibilista; infatti dice: la Repubblica incoraggia, tutela, disciplina, coordina, controlla; non “la Repubblica può incoraggiare, tutelare, ecc.”.

Ora, si potrebbe interpretare questo articolo dicendo: bene, la Costituzione dice che la Repubblica disciplina il credito, così noi discipliniamo il credito dicendo che chiunque, a prescindere dagli scopi, può ottenere del credito. Un tal tipo di interpretazione, a cosa corrisponderebbe se non ad un modo liberistoide di interpretare tale articolo, tanto da rendere inutile la previsione costituzionale? Nella sostanza, infatti, laddove il costituente in merito al credito, niente avesse previsto, che differenza avrebbe fatto rispetto alla situazione prodotta da un tal tipo di interpretazione? Dunque, se il regime successorio in questo momento in vigore, come visto, deve essere considerato esplicitamente incostituzionale, altrettanto deve esserlo il regime creditorio in vigore. In entrambi i casi si è fuggiti dalla prescrizione costituzionale, dandole un’interpretazione tale da renderla inutile.

Il legislatore costituzionale, però, probabilmente conscio dei tentativi elusivi che dopo di lui interessi particolaristici avrebbero potuto esercitare a proprio vantaggio, precisa al 2° comma dello stesso articolo: “[La Repubblica] Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”. In sostanza, mette in relazione diretta il livello finanziario (di cui il credito ne è aspetto centrale) con l’economia fisica, reale (abitazione e produzione agricola o di altro genere). Il Costituente è consapevole di come il credito, per avere una funzione sociale, per perseguire il Bene Comune, non possa andare verso attività meramente finanziarie (speculative), quanto piuttosto verso il sistema produttivo. Il Costituente, con questo articolo 47, entra nella tradizione propria del Sistema Americano di economia politica, come sviluppato da Alexander Hamilton sotto George Washington, Friedrich List, Henry C. Carey sotto Abramo Lincoln, e Franklin Delano Roosevelt.

La stessa emissione monetaria, alla luce del dettato costituzionale, non può spettare ad un organo indipendente come la Banca d’Italia, ed oggi la Banca centrale europea. Il dettato costituzionale secondo la dottrina costituzionalistica, infatti, intende organi indipendenti, “cioè che debbano poter operare liberamente senza subire limitazioni da parte di altri organi, diverse da quelle previste dalla Costituzione”[ii] tassativamente cinque organi: corpo elettorale, Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale. Non vi è dunque l’organo dell’emissione monetaria, poiché tale funzione, come compreso dai padri costituenti americani, è funzione inscindibile dall’azione concertata tra potere esecutivo e potere legislativo.

Per poter correttamente interpretare l’art. 11, Cost. in combinato disposto con i principi fondamentali della nostra Costituzione come espressi dagli artt. 1, 3 e 4, s’impone dunque una competente conoscenza della scienza economica. Dunque, la privazione di sovranità monetaria prodottasi con l’adesione al Trattato di Maastricht – trattato che in quanto ispirato dalla rifiutata concezione liberista dell’economia, svincola l’emissione creditizia dalla produzione[iii] –, deve ritenersi in violazione della Costituzione, poiché il Popolo sovrano è privato di una sua fondamentale funzione, direttamente spettante alla Repubblica, quella della sovranità monetaria, necessaria per “il pieno sviluppo della persona umana”, per promuovere il diritto al lavoro ed il progresso economico. Tutto ciò è cosa tanto più assurda se si considera che le banche centrali della tradizione c.d. liberale europea, sono un consorzio delle principali banche private.




[i] La questione creditizia è sempre stata centrale nella storia dell’uomo. Si pensi a come questa è trattata da Platone ne Le leggi o dalla dottrina cattolica. Esemplare, al fine di un corretto approccio epistemologico alla questione, è la tragicommedia shakespeariana de Il mercante di Venezia, dove le figure di Shylock e Antonio esemplificano i due antitetici modi di relazionarsi al rapporto di credito-debito.

[ii] Caretti-De Siervo, Istituzioni di diritto pubblico, 1994, pag. 118.

[iii] Concepire il livello finanziario (emissione monetaria e creditizia) in modo svincolato da quello produttivo, è foriero di tutti quei mali tipici di una concezione formalista della realtà, che non consente di vedere la sostanza delle cose. Questa errata concezione dell’economia è tornata in voga in occidente, in modo pressoché incontrastato, dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La conseguenza più immediata di tale concezione è la nascita incontrollabile di bolle speculative a tutto discapito di produzione e lavoro (economia fisica). Esemplari, quanto deplorevoli precedenti storici di ciò, furono la Francia di John Law, nonché la fase maturata tra fine ‘800 ed il 1932 a cui Franklin Delano Roosevelt pose fine.

Claudio Giudici 1/1/2008
http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it

1 gennaio 2008

Auguri per un felice 2008, con le mani ben salde sul volante e le cinture ben allacciate!

L’anno che si apre, come oramai troppi anni da diverso tempo, si apre in mezzo a molte turbolenze. La situazione medio-orientale, le destabilizzazioni che rischiano di aversi in tutta l’Asia centrale, quelle del sud-est asiatico (Thailandia e Myanmair), quelle in Colombia e nei Balcani sono più il frutto di uno sporco gioco a livello globale che non autentici dissapori regionali.

Poi vi sono i fattori d’instabilità economica nel mondo occidentale: il crescere dei prezzi dei generi alimentari e di prima necessità, il problema mutui, la precarietà del lavoro. Anzi, ora in merito a tale ultimo problema si registra il solito interessante fenomeno da “raggiro del sistema”: si trasformano i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, ma abbassando il livello retributivo. In cambio della sicurezza per il domani (e sé l’impresa chiude, la sicurezza dove va?) si pretende che il già basso stipendio divenga ancor più basso. E nel frattempo i prezzi salgono …

L’attuale fase non può essere compresa senza una lettura complessa dove si interconnettono le volontà della City di Londra in piena crisi da bulimia, con le scaramucce locali ed i disagi quotidiani del mondo occidentale.

Bisogna pensare alla City di Londra come ad un direttore d’orchestra che cerca di sfruttare le doti dei propri strumentisti (gli scenari ora appena descritti) nel modo più ottimale alla riuscita della propria musica. Si può verosimilmente credere che quel direttore d’orchestra non farà di tutto affinché la musica prodotta sia quella da lui voluta?

La crisi dei mutui subprime viene fatta apparire come l’inizio dell’ “inaspettato diluvio universale”. Invece essa non è che uno dei tanti possibili detonatori che un sistema economico-finanziario internazionale centrato sulla speculazione ed il parassitismo prima o poi doveva vedere entrare in gioco per crollare su sé stesso.

Prima di lasciarvi le magiche parole di Friedrich Schiller, vi rimetto quelle più malamente stimolanti dell’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, che nel discorso di fine anno alla National Public Radio ha ammesso che le sue ventennali politiche filo-speculative sono prossime a manifestare nefasti effetti, dicendo che “qualcosa di inaspettato che ci sbatterà giù avverrà” e che il sistema finanziario mondiale è “ad un punto di svolta” in cui i benefici dei passati 15 anni di globalizzazione si dimostreranno “transitori e sono prossimi a cambiare”; “l’intero processo comincerà ad invertirsi”.


Da Sulla poesia ingenua e sentimentale di Friedrich Schiller.

Vi sono istanti nella nostra vita in ci dedichiamo una sorta di amore e di commosso rispetto alla natura nelle piante, nei minerali, negli animali, nei paesaggi, così come alla natura umana nei bambini, nei costumi del popolo contadino e del mondo primitivo, e non perché essa ristori i nostri sensi, e neppure perché appaghi il nostro intelletto o il nostro gusto (anzi, spesso può accadere il contrario dell’una e dell’altra cosa), ma unicamente perché essa è natura. […]
Un simile interesse per la natura si manifesta però solamente a due condizioni. E’ in primo luogo assolutamente necessario che l’oggetto che ce lo infonde sia natura, o almeno sia da noi considerato tale, e in secondo luogo che sia ingenuo (nel significato più ampio della parola), vale a dire che la natura stia in contrasto con l’arte e la vinca. Solo quando quest’ultima condizione si combina alla precedente, e non prima, la natura diviene ingenuo. […] Da questo punto di vista la natura non è altro per noi se non la vita spontanea, il sussistere delle cose per se stesse, l’esistenza secondo leggi proprie ed immutabili. […] Essi sono ciò che noi eravamo; sono ciò che noi dovremo tornare ad essere. Come loro noi eravamo natura, e ad essa la nostra cultura deve ricondurci attraverso la via della ragione e della libertà. Sono dunque rappresentazioni della nostra infanzia perduta, che rimane in eterno per noi la cosa più cara, e per questo ci colmano di una vaga tristezza. E sono nel contempo rappresentazione della nostra perfezione più alta nell’ideale, e per questo ci donano una sublime commozione.
Ma la loro perfezione non è merito loro, non essendo frutto della loro scelta. Ci donano quindi il piacere tutto particolare di essere nostri modelli senza umiliarci. Ci circondano come una perenne apparizione divina, ma ristorandoci più che abbagliandoci. Quel che costituisce il loro carattere è proprio ciò che manca al nostro per raggiungere la sua perfezione; ciò che ci differenzia da essi è proprio quel che loro manca per innalzarsi alla divinità.


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permalink | inviato da claudiogiudici il 1/1/2008 alle 19:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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