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"Tassisti ignoranti, brutti e cattivi!"... Ma Cusano pensava a loro quando scrisse La Docta Ignorantia?
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Mi rifiuto di accettare l'idea che il modo in cui "si è" ci renda moralmente incapaci di diventare "ciò che dovremmo essere". (Martin Luther King)

  RIFLESSIONI, ARTICOLI, INTERVENTI di Claudio Giudici: 

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.
Potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potete fare è ignorarli.
Perchè riescono a cambiare le cose.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.
Perchè solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.
(Mahatma Gandhi)

 

 

AMERICAN REVOLUTION


Coloro che professano di volere la libertà, ma deprecano l'azione politica, sono come gli uomini che vogliono il raccolto senza seminare, o la pioggia senza lampi e tuoni. Vogliono l'oceano senza il terribile brusio delle sue possenti acque. (Frederick Douglass)

SCIENZA

"Il selvaggio disprezza l'arte e riconosce la natura come sua assoluta sovrana; il barbaro deride e disonora la natura, ma, più spregevole del selvaggio, molto spesso continua ad essere schiavo del suo schiavo. L'uomo colto si fa amica la natura e ne rispetta la libertà, semplicemente frenandone l'arbitrio."
(Friedrich Schiller, Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, n. 4)
 
 

 

Dal libro della Sapienza (6)
Chi cerca la sapienza la trova
[12]La sapienza è radiosa e indefettibile, facilmente è contemplata da chi l'ama e trovata da chiunque la ricerca.
[13]Previene, per farsi conoscere, quanti la desiderano.
[14]Chi si leva per essa di buon mattino non faticherà, la troverà seduta alla sua porta.
[15]Riflettere su di essa è perfezione di saggezza, chi veglia per lei sarà presto senza affanni.
[16]Essa medesima va in cerca di quanti sono degni di lei, appare loro ben disposta per le strade, va loro incontro con ogni benevolenza.
[17]Suo principio assai sincero è il desiderio d'istruzione; la cura dell'istruzione è amore;
[18]l'amore è osservanza delle sue leggi; il rispetto delle leggi è garanzia di immortalità
[19]e l'immortalità fa stare vicino a Dio.
[20]Dunque il desiderio della sapienza conduce al regno.
[21]Se dunque, sovrani dei popoli, vi dilettate di troni e di scettri, onorate la sapienza, perché possiate regnare sempre.

"Quid Veritas?" chiede Ponzio Pilato a Gesù Cristo.
"What is love?" chiede il principe Carlo d'Inghilterra al giornalista che chiedeva a lui e Diana se si amavano.
Verità ed Amore, così come la Libertà, la Giustizia, il Bene, il Bello, sono il Cerchio che al nostro occhio pare di avere tracciato. Credete veramente di essere in grado di tracciare un Cerchio? Sì, mi riferisco a quell'inesistente complesso di punti tutti equidistanti dal medesimo fuoco. Credete veramente di averlo tracciato col vostro bicchiere, col vostro compasso, con la vostra macchina ad altissima precisione? No, non lo avete tracciato. Al vostro occhio così appare, ma quello che siete riusciti a fare è solo un'approssimazione di ciò. Bene, se così è, se è impossibile creare il cerchio perfetto, è tuttavia inutile provarci? Se sì, la ruota - che abbiamo detto non potrà essere perfettamente circolare - non è una conquista per l'Uomo, che lo aiuta nella sua relazione con l'Universo? Certo che lo è. Trasferiamo ora tutto questo ragionamento attorno alle Idee di Verità, Amore, Giustizia, Bellezza, Libertà, Bontà.
"Così in terra come è in Cielo".



 

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Beppe Grillo  Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo Beppe Grillo

 

 


Ponte di Sviluppo infrastrutturale globale 
di Lyndon LaRouche


Progetti ferroviari in Africa


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Progetti ferroviari ed energetici nel Medio-Oriente




 

 

 

 

BREVE STORIA DELL'ECONOMIA MONDIALE DAL 1945 AL 2008


 

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27 maggio 2008

Giavazzi: una cattedra senza merito

Replica a Il liberismo e la speranza di F. Giavazzi

Nel suo articolo Il liberismo e la speranza, ad evidente critica del testo di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Francesco Giavazzi debutta sottolineando che da circa quindici anni egli si batte, dalle pagine del Corriere della Sera, “per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo”. Senza che con ciò se ne voglia dare tutta la colpa a Giavazzi, l’obiezione immediata che può sorgere a tale proposito, è che probabilmente non è un caso che da un quindicennio l’Italia abbia ridotto di circa un 70% la crescita della sua produzione industriale (da una media di +1,5% ad una media di +0,5%), la media degli stipendi ha visto dimezzare la sua capacità d’acquisto reale sui generi di prima necessità, il debito pubblico ha continuato inesorabilmente a crescere, interi settori produttivi si sono concentrati nelle mani di ristretti oligopoli privati. In questo quindicennio infatti le ricette liberiste di cui Giavazzi è fautore hanno purtroppo trovato applicazione: dismissione dell’industria pubblica nazionale, in particolare nel periodo 1992-2000, sotto la direzione di Mario Draghi[1]; taglio della spesa sociale per previdenza ed assistenza, giustizia, istruzione, sanità, gestione del territorio; liberalizzazione del commercio.

1 - Dice Giavazzi che “la globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà”. Se Giavazzi si riferisce a Cina ed India, non è la delocalizzazione che ha trasformato quelle economie, ma gli investimenti ad alto tasso di capitale e di tecnologia. In Messico e Bangladesh, infatti, nonostante l’arrivo della globalizzazione, di benefici non se ne sono visti.

2 - Giavazzi vede gli Stati Uniti come “inciampati in un paio di infortuni”. Il debito pubblico è alle stelle, le famiglie americane sono indebitate fino al collo, il tessuto infrastrutturale statunitense è carente ed obsoleto[2], è scoppiata la bolla immobiliare, l’indice Nasdaq ha dimezzato il proprio valore. Questi sarebbero un paio di infortuni?

3 - Giavazzi poi parla delle banche centrali come di organismi statuali. Dal punto di vista meramente formale ha ragione, ma di fatto si tratta di consorzi di banche private che eleggono un proprio governatore, e con il cui direttivo determinano l’intera economia mondiale (fatte poche eccezioni).

4 - Il liberista Giavazzi ad un certo punto della sua apologia accenna al miracolo economico degli anni ’50 e degli anni ’60. Il boom economico di quegli anni non fu il frutto di politiche liberiste, quanto piuttosto di politiche dirigiste. Lo Stato italiano grazie ai finanziamenti ottenuti con il Piano Marshall diresse la ricostruzione infrastrutturale ed industriale. Si creava allora una spina dorsale su cui il tessuto imprenditoriale privato potesse sviluppare. Lo sviluppo di nuove cognizioni tecnologico-scientifiche nel campo dell’ingegneria civile, dell’elettronica, della chimica, dell’aeronautica, e la loro applicazione di massa, lanciò quel miracolo economico. Il “Piano case”, la riforma agraria e quella tributaria furono ulteriore applicazione di quel dirigismo economico che la nostra Costituzione chiede alla Repubblica, sulla scorta del Sistema americano di economia politica come definito da Alexander Hamilton e come perfettamente applicato da Franklin Delano Roosevelt.

5 – Giavazzi poi accenna all’Argentina. Esatto! Quell’Argentina che le istituzioni del consesso liberista internazionale definivano “modello di ortodossia economica”; quell’Argentina che accoglie le ricette liberiste dell’apertura indiscriminata del mercato dei capitali, delle politiche di liberalizzazione e di privatizzazione, che tutto di un tratto crolla su sé stessa.

«E, invece, Lei se ne sta a ‘contemplare’, con cortese compiacimento, l’armoniosa bellezza dei principi economici immortali di Adamo Smith! E mentre Lei gode di questa ‘contemplazione’ – Lei sa, forse, che nessuno studioso serio di economia e nessun serio operatore economico crede più alla benché minima validità e fondatezza di questi principi (devo richiamarLe, per tutti, i liberali inglesi che di economia politica un poco, almeno, si intendono?) – il tessuto industriale fiorentino gradualmente si spezza e si indebolisce!» (Giorgio La Pira al Presidente dell’Associazione degli Industriali della Provincia di Firenze, Danilo De Micheli, 1954)

Claudio Giudici



[2] A titolo di esempio, circa il 25% dei 590.750 ponti degli Stati Uniti sono stati catalogati come “strutturalmente carenti e funzionalmente obsoleti” dalla American Society of Civil Engineers (ASCE) in un rapporto del 2 agosto 2005.

26 maggio 2008

Crisi alimentare: produzione non liberismo

 La mobilitazione dell'Istituto Schiller per raddoppiare la produzione
alimentare :

Nel suo nuovo appello sulla crisi alimentare Helga Zepp-LaRouche,
presidente dell'Istituto Schiller, afferma: "In una mobilitazione di
portata mondiale, le cui conseguenze sono proprio di vita o di morte,
sono sempre più numerosi i governi che prendono misure d'emergenza per
aumentare la produzione agricola in modo da recuperare il più
rapidamente possibile la sicurezza alimentare di cui sono stati
privati da anni di politica liberista. Quando centinaia di milioni di
individui, forse fino a 2 miliardi, lottano semplicemente per restare
in vita, e si trovano ad affrontare rischi di rivolte, guerre,
carestie e rivoluzioni, qualsiasi governo che vuole restare in carica
non ha altra scelta che provvedere al bene comune della propria
popolazione".

Nonostante l'emergenza, il direttore generale della WTO Pascal Lamy e
il commissario UE per il commercio, il britannico Peter Mandelson,
"stanno cercando di concludere a fine maggio o inizio giugno il Doha
Round con l'eliminazione delle ultime vestigia della Politica agricola
comunitaria (PAC). Se ci riescono, questo comporterà l'eliminazione
fino al 20% degli agricoltori europei".

Dopo aver fatto riferimento ai segni di resistenza in Europa (vedi
oltre), Helga Zepp-LaRouche menziona anche il sostegno che il
presidente della Commissione agricola della camera in Argentina ha
dato, in una intervista all'EIR, all'appello che l'Istituto Schiller
ha rivolto alla FAO affinché il raddoppio della produzione agricola
mondiale sia all'ordine del giorno della conferenza del 3-4 giugno a
Roma. Anche Hillary Clinton, rispondendo ad una domanda
sull'iniziativa di LaRouche, ha detto che occorre aumentare
massicciamente la produzione alimentare e che gli agricoltori
americani debbono essere messi in grado di fare la propria parte nella
sfida per sconfiggere la fame nel mondo.

La crisi è tale per cui il Programma Alimentare Mondiale (WFP)
dell'ONU ha dovuto decidere chi lasciare a secco tra gli 82 paesi più
poveri di cibo (LIFDN). Altri paesi affrontano la radice del problema:

Il presidente del Senegal ha avviato un programma per coprire il
consumo degli alimentari di base. Il presidente del Malawi, ignorando
"le leggi liberoscambiste", ha garantito buoni per ottenere sementi e
sussidi per i fertilizzanti in previsione di un aumento del 283% della
produzione di grano. Le Filippine, che in passato vantavano
l'autosufficienza per la produzione di riso, ma poi sotto il giogo del
FMI e della WTO sono diventate il più grande importatore di riso,
stanno per varare un vasto piano di ritorno alla coltura locale. Anche
la Malesia ha dichiarato la propria intenzione di garantirsi
l'autosufficienza alimentare.

In conclusione del suo documento la presidente dello Schiller lancia
una sfida all'Europa: "O ci schieriamo ideologicamente con la
fallimentare politica di globalizzazione seguita dalla WTO, dal FMI e
dalla Banca Mondiale, e diventiamo così i nemici della partnership
strategica che si sta sviluppando attorno a Russia, Cina e India ed i
paesi in via di sviluppo, oppure dobbiamo diventare veri amici e
partner di queste nazioni. Questo nuovo indirizzo però esige che
entrino in vigore delle serie leggi contro la speculazione e per la
promozione della produzione fisica, nell'agricoltura e nell'industria,
e che l'essere umano torni ad essere il centro di interesse della
nostra politica economica.

"In ogni caso il movimento di LaRouche definisce l'agenda per il
futuro: raddoppio della produzione alimentare, nuovo sistema di
Bretton Woods e New Deal per il mondo intero!"

La battaglia per il cibo in Europa contro il cartello Anglo-Olandese

Il governo britannico e la Commissione UE hanno manifestato le proprie
intenzioni genocide nell'assalto condotto contro la politica agricola
comunitaria (PAC), guidato dal cancelliere dello scacchiere Alistair
Darling e incitato dal Financial Times. Interpretando lo stesso
copione, il Commissario UE Mariann Fischer-Boel ha proposto il
completo sganciamento dei sussidi dalla produzione. Ma in Francia,
Germania e Italia si sta costituendo una energica opposizione e i
rispettivi governi chiedono non solo il mantenimento della PAC ma la
sua espansione.

Il 12 maggio il Financial Times ha pubblicato una lettera di Darling
ai colleghi ministri economici dell'UE raccomandando loro di
"sostenere lo smantellamento della PAC, affermando che costa ai
consumatori dell'UE miliardi di sterline ogni anno in prezzi
alimentari maggiorati mentre colpisce gli agricoltori del mondo in via
di sviluppo". Darling si è spinto ad affermare che la politica
agricola dell'UE è "inaccettabile" ed ha proposto l'eliminazione di
tariffe e sussidi agricoli. "Il cancelliere dice che `gli efficienti
mercati internazionali' — non il protezionismo — sono il modo migliore
di mantenere la sicurezza alimentare globale ed europea, e che è
vitale una buona riuscita del Doha Round della WTO". Darling avrebbe
proposto la riforma al vertice dell'Ecofin a Bruxelles questa
settimana, riferiva il Financial Times.

A Darling ha immediatamente risposto il ministro dell'agricoltura
tedesco Horst Seehofer, che ha definito la proposta di abolire i
sussidi "una completa sciocchezza", perché non aiuterebbe affatto i
paesi più poveri a vendere i propri prodotti. "I paesi in via di
sviluppo hanno bisogno di produrre più cibo per il proprio consumo.
Hanno inoltre bisogno di riforme politiche e di meno corruzione. Sono
inoltre necessarie misure contro i grandi proprietari terrieri che
pensano solo a massimizzare i profitti e non a sfamare la popolazione
locale".

Al vertice Ecofin, il cancelliere di sua maestà britannica ha
ascoltato simili toni da Giulio Tremonti, che si è scagliato contro le
misure che hanno favorito l'abbandono delle campagne, come il set
aside, per cui i proprietari erano pagati per non coltivare. Occorre,
ha detto Tremonti, "il ritorno alla produzione che rappresenta un
cambiamento di straordinario valore… una di quelle svolte che cambiano
un'epoca". La PAC, dunque, "non va attaccata ma difesa".

Tremonti ha anche criticato il documento dell'UE sull'energia, che
raccomanda una quota per i biocarburanti: "E' un fatto positivo come
dice il documento sull'energia che gli riserva una quota di produzione
rilevante o un crimine contro l'umanità come dicono i no-global? Non
vorrei fare il no-global, ma personalmente credo non sia la via giusta".

Il 19 maggio il ministro dell'agricoltura francese Michel Barnier ha
notato come l'abolizione di sussidi legati alla produzione
significherebbe la fine della PAC in Europa. In precedenza, il 12
maggio, il ministro aveva chiesto un "New Deal" internazionale per la
produzione alimentare in una intervista a Le Figaro in cui
sottolineava che "senza la PAC sul continente si ridurrebbe la nostra
sicurezza e diversità alimentare". La liberalizzazione del commercio
non offre una soluzione alla crisi alimentare, ha osservato Barnier:
"Coloro che credono che il futuro della nazioni più povere dipende
essenzialmente dalla loro capacità di esportare ai paesi ricchi non si
rendono conto della realtà. La selezione di colture che si possono
vendere meglio ha distrutto le colture di sussistenza andando contro
uno sviluppo sostenibile. La risposta all'insicurezza alimentare non è
né la brutale liberalizzazione del commercio, che significa la
competizione tra agricoltori con un dislivello competitivo tra 1 e
1000, né il protezionismo. La risposta sta nello sviluppo
dell'agricoltura in tutto il mondo e non solo laddove essa produce
profitti. L'ultimo rapporto della Banca Mondiale non lascia dubbi. Gli
investimenti nell'agricoltura sono la leva più efficiente per
combattere la povertà ed eliminare la fame".

Barnier ha concluso: "Il cibo non è semplicemente una questione
commerciale" e "per nutrire un pianeta con 9 milioni di abitanti nel
2050, occorre dar fondo a tutto il potenziale… la nostra politica
agricola in Europa non è un retaggio del passato; è strategica perché
offre la sicurezza alimentare e perciò può rappresentare una via per
lo sviluppo dell'agricoltura in tutto il mondo".

21 maggio 2008

Eir - Strategic Alert n. 21 anno 17

La mobilitazione dell’Istituto Schiller per raddoppiare la produzione alimentare

In un nuovo appello sulla crisi alimentare Helga Zepp-LaRouche, presidente dell’Istituto Schiller, afferma: “In una mobilitazione di portata mondiale, le cui conseguenze sono proprio di vita o di morte, sono sempre più numerosi i governi che prendono misure d’emergenza per aumentare la produzione agricola in modo da recuperare il più rapidamente possibile la sicurezza alimentare di cui sono stati privati da anni di politica liberista. Quando centinaia di milioni di individui, forse fino a 2 miliardi, lottano semplicemente per restare in vita, e si trovano ad affrontare rischi di rivolte, guerre, carestie e rivoluzioni, qualsiasi governo che vuole restare in carica non ha altra scelta che provvedere al bene comune della propria popolazione”.

Nonostante l'emergenza, il direttore generale della WTO Pascal Lamy e il commissario UE per il commercio, il britannico Peter Mandelson, “stanno cercando di concludere a fine maggio o inizio giugno il Doha Round con l'eliminazione delle ultime vestigia della Politica agricola comunitaria (PAC). Se ci riescono, questo comporterà l’eliminazione fino al 20% degli agricoltori europei”.

Dopo aver fatto riferimento ai segni di resistenza in Europa (vedi oltre), Helga Zepp-LaRouche menziona anche il sostegno che il presidente della Commissione agricola della camera in Argentina ha dato, in una intervista all’EIR, all’appello che l’Istituto Schiller ha rivolto alla FAO affinché il raddoppio della produzione agricola mondiale sia all’ordine del giorno della conferenza del 3-4 giugno a Roma. Anche Hillary Clinton, rispondendo ad una domanda sull’iniziativa di LaRouche, ha detto che occorre aumentare massicciamente la produzione alimentare e che gli agricoltori americani debbono essere messi in grado di fare la propria parte nella sfida per sconfiggere la fame nel mondo.

La crisi è tale per cui il Programma Alimentare Mondiale (WFP) dell’ONU ha dovuto decidere chi lasciare a secco tra gli 82 paesi più poveri di cibo (LIFDN). Altri paesi affrontano la radice del problema:

Il presidente del Senegal ha avviato un programma per coprire il consumo degli alimentari di base. Il presidente del Malawi, ignorando “le leggi liberoscambiste”, ha garantito buoni per ottenere sementi e sussidi per i fertilizzanti in previsione di un aumento del 283% della produzione di grano. Le Filippine, che in passato vantavano l’autosufficienza per la produzione di riso, ma poi sotto il giogo del FMI e della WTO sono diventate il più grande importatore di riso, stanno per varare un vasto piano di ritorno alla coltura locale. Anche la Malesia ha dichiarato la propria intenzione di garantirsi l’autosufficienza alimentare.

In conclusione del suo documento la presidente dello Schiller lancia una sfida all’Europa: “O ci schieriamo ideologicamente con la fallimentare politica di globalizzazione seguita dalla WTO, dal FMI e dalla Banca Mondiale, e diventiamo così i nemici della partnership strategica che si sta sviluppando attorno a Russia, Cina e India ed i paesi in via di sviluppo, oppure dobbiamo diventare veri amici e partner di queste nazioni. Questo nuovo indirizzo però esige che entrino in vigore delle serie leggi contro la speculazione e per la promozione della produzione fisica, nell’agricoltura e nell’industria, e che l’essere umano torni ad essere il centro di interesse della nostra politica economica.

“In ogni caso il movimento di LaRouche definisce l’agenda per il futuro: raddoppio della produzione alimentare, nuovo sistema di Bretton Woods e New Deal per il mondo intero!”

 

La battaglia per il cibo in Europa contro il cartello Anglo-Olandese

Il governo britannico e la Commissione UE hanno manifestato le proprie intenzioni genocide nell’assalto condotto contro la politica agricola comunitaria (PAC), guidato dal cancelliere dello scacchiere Alistair Darling e incitato dal Financial Times. Interpretando lo stesso copione, il Commissario UE Mariann Fischer-Boel ha proposto il completo sganciamento dei sussidi dalla produzione. Ma in Francia, Germania e Italia si sta costituendo una energica opposizione e i rispettivi governi chiedono non solo il mantenimento della PAC ma la sua espansione.

Il 12 maggio il Financial Times ha pubblicato una lettera di Darling ai colleghi ministri economici dell’UE raccomandando loro di “sostenere lo smantellamento della PAC, affermando che costa ai consumatori dell’UE miliardi di sterline ogni anno in prezzi alimentari maggiorati mentre colpisce gli agricoltori del mondo in via di sviluppo”. Darling si è spinto ad affermare che la politica agricola dell'UE è “inaccettabile” ed ha proposto l’eliminazione di tariffe e sussidi agricoli. “Il cancelliere dice che ‘gli efficienti mercati internazionali’ — non il protezionismo — sono il modo migliore di mantenere la sicurezza alimentare globale ed europea, e che è vitale una buona riuscita del Doha Round della WTO". Darling avrebbe proposto la riforma al vertice dell'Ecofin a Bruxelles questa settimana, riferiva il Financial Times.

A Darling ha immediatamente risposto il ministro dell’agricoltura tedesco Horst Seehofer, che ha definito la proposta di abolire i sussidi “una completa sciocchezza”, perché non aiuterebbe affatto i paesi più poveri a vendere i propri prodotti. “I paesi in via di sviluppo hanno bisogno di produrre più cibo per il proprio consumo. Hanno inoltre bisogno di riforme politiche e di meno corruzione. Sono inoltre necessarie misure contro i grandi proprietari terrieri che pensano solo a massimizzare i profitti e non a sfamare la popolazione locale”.

Al vertice Ecofin, il cancelliere di sua maestà britannica ha ascoltato simili toni da Giulio Tremonti, che si è scagliato contro le misure che hanno favorito l'abbandono delle campagne, come il set aside, per cui i proprietari erano pagati per non coltivare. Occorre, ha detto Tremonti, "il ritorno alla produzione che rappresenta un cambiamento di straordinario valore… una di quelle svolte che cambiano un'epoca". La PAC, dunque, "non va attaccata ma difesa".

Tremonti ha anche criticato il documento dell’UE sull’energia, che raccomanda una quota per i biocarburanti: “E' un fatto positivo come dice il documento sull'energia che gli riserva una quota di produzione rilevante o un crimine contro l'umanità come dicono i no-global? Non vorrei fare il no-global, ma personalmente credo non sia la via giusta".

Il 19 maggio il ministro dell’agricoltura francese Michel Barnier ha notato come l’abolizione di sussidi legati alla produzione significherebbe la fine della PAC in Europa. In precedenza, il 12 maggio, il ministro aveva chiesto un “New Deal” internazionale per la produzione alimentare in una intervista a Le Figaro in cui sottolineava che “senza la PAC sul continente si ridurrebbe la nostra sicurezza e diversità alimentare”. La liberalizzazione del commercio non offre una soluzione alla crisi alimentare, ha osservato Barnier: “Coloro che credono che il futuro della nazioni più povere dipende essenzialmente dalla loro capacità di esportare ai paesi ricchi non si rendono conto della realtà. La selezione di colture che si possono vendere meglio ha distrutto le colture di sussistenza andando contro uno sviluppo sostenibile. La risposta all’insicurezza alimentare non è né la brutale liberalizzazione del commercio, che significa la competizione tra agricoltori con un dislivello competitivo tra 1 e 1000, né il protezionismo. La risposta sta nello sviluppo dell’agricoltura in tutto il mondo e non solo laddove essa produce profitti. L’ultimo rapporto della Banca Mondiale non lascia dubbi. Gli investimenti nell’agricoltura sono la leva più efficiente per combattere la povertà ed eliminare la fame”.

Barnier ha concluso: “Il cibo non è semplicemente una questione commerciale” e “per nutrire un pianeta con 9 milioni di abitanti nel 2050, occorre dar fondo a tutto il potenziale… la nostra politica agricola in Europa non è un retaggio del passato; è strategica perché offre la sicurezza alimentare e perciò può rappresentare una via per lo sviluppo dell'agricoltura in tutto il mondo”.

  

La battaglia per la presidenza USA

Lyndon LaRouche ha descritto la netta vittoria che Hillary Clinton ha riportato su Barack Obama — 41 punti di vantaggio — nelle primarie in West Virginia il 31 maggio come “l’avvenimento più importante della storia mondiale nell’ultimo mese”. Si tratta infatti di un esempio di come gli individui possono intervenire energicamente nella situazione per ribaltarne le sorti.

È esattamente ciò che una fazione dell’establishment anglo-americano ha cercato disperatamente di impedire, giacché teme più di ogni altra cosa che negli USA emerga un presidente capace di contrapporsi ai disegni imperiali. I mezzi d’informazione e la leadership corrotta del Partito Democratico hanno attivamente sostenuto questo gioco oligarchico.

Nel periodo che ha preceduto le primarie della West Virginia personaggi come Felix Rohatyn e George Soros hanno orchestrato un’ondata di richieste e appelli alla senatrice Clinton affinché gettasse la spugna. Lei invece è riuscita a spuntarla mantenendo la partita aperta per la nomination. Come abbiamo già riferito, dai piani alti hanno fatto sapere, agli stessi Clinton, che una “presidenza Clinton-Clinton” non è ammissibile perché sarebbe troppo indipendente.

Ma questa non è certamente la linea dei mezzi d’informazione per il grande pubblico. Questi dicono semplicemente che la Clinton non disporrà del numero di delegati occorrente per battere Obama. Nel discorso pronunciato il 17 maggio nel Kentucky la sen. Clinton ha affermato: “Attualmente il voto popolare mi conferisce il vantaggio ... Se si fa la somma degli stati che ho vinto ho 300 voti elettorali e ne occorrono in totale 270 per vincere. Ci sono però degli stati dove ho vinto che, a novembre, non voteranno democratico, come Texas o Oklahoma. Ciononostante ho un margine di sicurezza. Il mio rivale ha raccolto un totale di 217 voti elettorali, molti dei quali in stati come Alaska, Idaho e Utah che da tanto tempo non votano democratico. Se si guarda agli stati in cui dobbiamo vincere, se si guarda ai grandi stati, se si guarda agli ‘swing states’, io sono il candidato più forte".

Nonostante ciò Obama continua a comportarsi come se avesse già la nomina in tasca, arrivando a sfidare McCain ad un dibattito faccia a faccia all’inizio di giugno. Quando è rimasta a corto di espedienti, l’organizzazione elettorale di Obama ha cercato di comprarsi la Clinton offrendole di coprire i suoi debiti elettorali, che si stimano tra i 25 ed i 30 milioni, se lei si fa da parte.

Hillary non ha accettato ma ha intensificato la sua campagna rivolta agli strati meno abbienti, che sono l’80% dell’elettorato, insistendo sulle soluzioni alla grave crisi economica. Mentre i mezzi d’informazione la davano per spacciata l’elettorato democratico della West Virginia ha risposto positivamente a questa campagna. Nel tentativo di minimizzare il fatto che ha perso con 41 punti di svantaggio, a soccorrere Barack Obama è accorso John Edwards che gli ha dato il suo sostegno, presentandosi come il rappresentante delle classi lavoratrici che in passato hanno votato a grande maggioranza per Clinton. Bisogna vedere se l’espediente funziona. Edwards ha la fama del perdente, potrebbe quindi rivelarsi una palla al piede, più che un sostenitore, per Obama.

Nel discorso pronunciato dopo le primarie del West Virginia Hillary Clinton ha ribadito ancora una volta che continuerà a combattere. Giacché l’economia è la questione più importante, e la crisi è destinata per sua natura ad aggravarsi, le possibilità che lei si aggiudichi la nomination sono destinate ad aumentare.

Dai sondaggi risulta che l’elettorato vota per la Clinton non solo per l’economia ma perché le riconosce il coraggio di battersi fino in fondo.

  

I maneggi di Howard Dean

Il presidente dell’organo direttivo del partito democratico USA, Howard Dean, è deciso a calpestare i diritti elettorali di coloro che, negli stati di Florida e Michigan, si sono recati alle urne (cfr. Alert N. 19). Pur di affossare la candidatura di Hillary Clinton, Dean è pronto a creare una crisi di vaste proporzioni, tali da comportare la perdita delle elezioni di novembre.

Si consideri quanto segue: Terry McAuliffe, dirigente dell’organizzazione elettorale di Hillary, ha spiegato a “Face the Nation” della CBS, l’11 maggio, che le regole del Democratic National Council, l’organo centrale del partito presieduto da Dean e di cui egli stesso è stato presidente in passato, consentono di escludere al massimo una metà e non tutti i delegati di uno stato in cui le primarie vengono svolte in violazione delle procedure previste dal DNC. Se il DNC si fosse attenuto a questa regola, ha spiegato McAuliffe, una decisione del genere poteva essere allora accettata dall’organizzazione di Clinton. Invece Dean ha deciso di creare deliberatamente una crisi con un colpo di penna sui diritti elettorali degli elettori della Florida e del Michigan.

Adesso Hillary vuole che tutti i delegati eletti in Florida e in Michigan siano ammessi alla Convention, perché intende far leva sulla questione dei diritti elettorali.

Il sen. Carl Levin e il gov. Jennifer Granholm, ambedue del Michigan, e Debby Dingell hanno fornito nuovi elementi sulle malefatte di Dean. In una lettera al DNC l’anno scorso, essi sostennero che la penalizzazione del Michigan per aver anticipato le primarie è un’applicazione discriminatoria di una regola di partito che non è stata invece applicata al New Hampshire, stato che ha violato anch'esso l’ordine in cui avrebbero dovuto tenersi le primarie redatto dal DNC. Dunque Dean assolve il New Hampshire e condanna Michigan e Florida, due stati colpevoli di aver dato la preferenza alla Clinton.

  

Conyers raccomanda ai democratici iniziative contro “un probabile attacco militare contro l’Iran"

“La guerra con l’Iran potrebbe essere più prossima di quanto s’immagini”, ha recentemente scritto l’esperto di intelligence Philip Giraldi in un articolo in cui riferisce le voci che circolano a Washington sul fatto che il National Security Council “si è detto d’accordo in linea di principio” a procedere con i piani per attaccare un campo di al-Quds nei pressi di Teheran. Il ministro della difesa Robert Gates è l’unico pezzo grosso a raccomandare di aspettare, riferisce Giraldi.

La Casa Bianca, attraverso canali curdi in Iraq, avrebbe contattato la dirigenza iraniana per esigere che essa ammetta le proprie interferenze in Iraq e Libano, riferisce Giraldi. Gli emissari avrebbero ricevuto un secco rifiuto di discutere la questione fino a quando gli USA non cesseranno di sostenere i gruppi della dissidenza iraniana. Di conseguenza la Casa Bianca sarebbe arrivata alla conclusione che occorre dare una lezione alla dirigenza iraniana, con un attacco chirurgico con i missili cruise contro al-Quds. L’ordine di condurre un attacco del genere dev’essere impartito dal Presidente.

L’8 maggio l’on. John Conyers, presidente della Commissione Giustizia della Camera, ha indirizzato una lettera ai colleghi democratici invitandoli ad agire contro “una possibile azione militare unilaterale e preventiva contro l’Iran”, sottolineando che tale minaccia lo rende “sempre più preoccupato”. Al documento ha allegato una lettera rivolta al presidente Bush in cui gli raccomanda di “chiedere l’autorizzazione del Congresso prima di lanciare qualsiasi attacco militare contro l’Iran” e che in caso contrario stia certo che il presidente della Commissione Affari Esteri sen. Biden avvierebbe “una procedura di impeachment”.

Nella lettera, Conyers cita la “forte opposizione a qualsiasi iniziativa del genere da parte dell’esecutivo senza autorizzazione congressuale”. Egli nota inoltre le dimissioni, avvenute a metà marzo, dell’amm. William J. Fallon dal vertice del Comando Centrale USA, dimissioni “che sono state collegate ad un articolo di una rivista che lo presentava come l’unica persona che avrebbe potuto bloccare la vostra Amministrazione dal condurre una guerra preventiva contro l’Iran”.

  

Le nazioni eurasiatiche fanno quadrato contro l’assalto britannico

Dopo l’ottavo vertice trilaterale dei ministri degli Esteri di Russia, India e Cina a Ekaterinburg il 14 maggio, allargato al ministro degli Esteri brasiliano il giorno successivo, Lyndon LaRouche ha valutato l’accordo come l’emergere di una alleanza eurasiatica determinata a difendersi dall’impero britannico, comprese le sue appendici rappresentato dall’amministrazione Bush. Quest’alleanza strategica si fonda sulla chiara comprensione a Mosca, Delhi e Pechino, in particolare, che occorre far quadrato insieme per respingere l’assalto che l’impero britannico ha orchestrato contro gli stati nazionali, se questi vogliono evitare di essere sconfitti separatamente, ha spiegato LaRouche. Se gli Stati Uniti restano aggrappati agli inglesi, essi stessi saranno distrutti come stato nazionale.

Nel comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di Russia, India e Cina, che insieme rappresentano un terzo della popolazione mondiale, hanno riaffermato di condividere la valutazione comune della situazione globale. Già in passato hanno espresso posizioni comuni su Iran, Corea del Nord e Afghanistan; in questa occasione hanno proposto di riprendere la discussione sul Kossovo. Per la prima volta l’India si è unita a Russia e Cina nel dichiarare categoricamente che la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kossovo è contraria alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ed i tre hanno chiesto che i temi siano regolati secondo le norme del diritto internazionale.

Sul programma nucleare iraniano i tre ministri degli Esteri hanno proposto una soluzione negoziale al problema politico e diplomatico. Il ministro degli Affari Esteri indiano Pranab Mukherjee si è anche spinto oltre, affermando che l’India sostiene il diritto di Teheran all’uso del nucleare per scopi pacifici, a patto che siano rispettati tutti gli obblighi internazionali. Per la prima volta, in questo contesto, la Russia e la Cina hanno salutato l’aspirazione dell’India ad assumere un ruolo più significativo nelle organizzazioni internazionali e come osservatore nell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO). Mukherjee ha elogiato il triangolo strategico in quanto “estende la cooperazione pratica al commercio, alla tecnologia, alla gestione dei disastri, ai soccorsi, alla sanità e alla medicina, che comporta grandi benefici per vasti strati delle nostre popolazioni”.

Il 15 maggio il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim si è unito ai colleghi Sergei Lavrov, Yang Jechi e Mukherjee nel primo incontro quadrilaterale di questo genere per discutere la crisi alimentare globale. Nelle successive dichiarazioni alla stampa i ministri russo e cinese hanno chiesto che siano prese iniziative urgenti. Lavrov ha detto che “la crisi alimentare può essere risolta solo su una base universale tenendo in considerazione aspetti diversi, che siano l’energia e il clima”. Secondo ITAR-Tass egli ha aggiunto che “sono necessarie tutte le misure efficaci” per affrontare l’emergenza e che questa soluzione dev’essere discussa alla prossima conferenza della FAO a Roma. “Noi rappresentiamo le economie che crescono più rapidamente nel mondo, abbiamo molti interessi comuni nel mondo globalizzato e condividiamo molti punti di vista sul come edificare un mondo più democratico, equo e stabile”, ha detto Lavrov secondo il quotidiano Hindu.

Yang Jechi ha fatto appello alla comunità internazionale affinché siano compiuti gli sforzi occorrenti a garantire la sicurezza alimentare. Alla conferenza stampa che ha fatto seguito al vertice, ha spiegato che la Cina attualmente dispone di un’autosufficienza alimentare del 95% e che le sue importazioni annuali rappresentano solo il 2% del volume complessivo del commercio mondiale di alimentari. La Cina deve sfamare più del 20% della popolazione mondiale con meno del 10% della sua terra arabile. Yang Jiechi ha detto che le quattro nazioni “BRIC" (Brasile, Russia, India e Cina) svolgono un ruolo vitale nel mantenimento della pace mondiale e nella facilitazione del mutuo sviluppo.

Yang ha criticato anche la speculazione sul petrolio: “La speculazione sui mercati mondiali ha condotto all’aumento dei prezzi petroliferi. La comunità internazionale deve aumentare l’efficienza energetica e migliorare il dialogo tra produttori e consumatori di petrolio”.

 

Alla BCE confessano: siamo una pattumiera

Mentre gli araldi della globalizzazione hanno intonato “il peggio è passato” grazie al "riuscito" intervento delle banche centrali, ecco che gli stessi banchieri centrali ammettono di aver aggravato il problema. Non solo hanno elargito e rinnovato in continuazione prestiti alle banche, in cambio di una gran quantità di "monnezza", cartolarizzazioni che non valgono nulla, ma hanno anche creato un altro mercato per nuovi assegni scoperti. Adesso che hanno partorito il mostro gridano aiuto!

Yves Mersch, membro del consiglio della BCE, ha affermato in un discorso pronunciato il 15 maggio all’International Capital Association a Vienna che la BCE “studia molto attentamente se non si stia verificando uno specifico deterioramento del collaterale” che la BCE accetta per i suoi fondi. Mersch ha riferito che il tipo di collaterale attualmente accettato “è fonte di forti preoccupazioni”. “Si tratta di azzardo morale ... e il nostro compito non è acquisire il controllo del mercato. Questo significa che occorre una exit strategy”.

Qual è la “exit strategy” a cui pensa la BCE? Salvataggi da parte del governo effettuati con i soldi dei contribuenti? Nei fatti, tutta l’immondizia che la BCE ha accettato dalle banche e non banche negli ultimi mesi è stata una “oscenità” fin dall’inizio, come ha denunciato Lyndon LaRouche. Le implicazioni di questa montagna di immondizia non possono essere più dissimulate. Le banche hanno scaricato la vecchia "monnezza" e ne hanno creata ad hoc, solo perché sapevano che alla BCE l’avrebbero accettata come collaterale. In cima alla lista ci sono le banche di Spagna, Olanda e Inghilterra.

Inoltre, la BCE continua a dare danaro in cambio di monnezza non solo in Eurolandia, ma anche in luoghi come l’Australia. Il Financial Times riferisce ad esempio che Macquarie Leasing, una branca di una banca australiana, ha cartolarizzato in euro una parte di crediti del settore auto in modo da portarli allo sportello della BCE. La banca islandese Glitnir sta completando la procedura per una Collaterized Loan Obbligation di 890 milioni di euro al solo scopo di ottenere i fondi BCE.

“I banchieri che operano nel settore cartolarizzazioni riferiscono che l’attività principale è la strutturazione dei bond che possono rientrare nelle operazioni di liquidità della BCE”, ha scritto il Financial Times del 16 maggio.

Alla luce delle regole delle banche centrali e degli statuti della BCE sarebbe opportuno controllare se quest’ultima non commetta un illecito accettando titoli strutturati non-marketable.

Anche la Banca d’Inghilterra, che aveva aperto una linea di credito da 100 miliardi di dollari, si trova di fronte a richieste per il doppio di quella somma. Secondo il Financial Times si stanno creando circa 175 miliardi di dollari di bonds per ottenere quei fondi.

 

Gli USA respingono l’opzione di invasione militare del Myanmar

A seguito della vasta campagna contro il regime militare di Myanmar, che rifiuta gli aiuti d’emergenza per le vittime del ciclone Nargis del 3 maggio, si sono moltiplicate le richieste per un’invasione militare “a scopo umanitario”. L’ammiraglio Timothy Keating, comandante USA per il Pacifico, è arrivato a Yangon il 12 maggio con una consegna di alimentari e altri rifornimenti. Egli ha rassicurato il comandante della Marina che il chiasso massmediale non riflette la politica ufficiale USA. Anche il ministro della Difesa Robert Gates si è detto contrario agli “aiuti umanitari coercitivi”, suggeriti tra gli altri dal ministro degli esteri francese Kouchner e dal premier britannico Gordon Brown.

Keating ha solennemente ribadito il 14 maggio che un’invasione non è neanche un’ipotesi remota. Gli è stato chiesto se è vero che Myanmar rifiuta gli aiuti, come riferiscono all’unisono i mezzi d’informazione di quasi tutto il mondo, ed egli ha risposto che altre nazioni, l’ONU e varie NGO stanno offrendo molti aiuti e quelli offerti dagli USA “stanno avendo il loro effetto”.

Si tratta di una svolta radicale rispetto alle politica precedentemente in vigore secondo cui l’amministrazione Bush e l’Europa avrebbero negato aiuti alle vittime se il regime militare non permetteva l’accesso per verificare le dimensioni del disastro.

Anche organizzazioni sul luogo come la Croce Rossa hanno confermato che gli aiuti arrivano alle vittime, nonostante i gravi problemi logistici. L’OMS ha dichiarato al New York Times del 14 maggio che le sue forniture di medicinali arrivano regolarmente, senza ritardi e al completo, nelle zone più colpite alle quali sono destinate.


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permalink | inviato da claudiogiudici il 21/5/2008 alle 16:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

16 maggio 2008

Gore e Pecoraro con la pelliccia, ma interi popoli sono senza pane.

L'ambientalismo di Pecoraro Scanio ha ricevuto qui in Italia il "no" di stomaco degli elettori. Ma ha ricevuto il "no" pure dalla stessa realtà climatica (il problema è che i media non enfatizzano il freddo con la stessa forza con cui enfatizzano il caldo). Ma un "no" deciso dovrà provenire da una seria riflessione sul global warming, su cosa esso sia realmente e sugli interessi geo-strategici che vi sono dietro.
Quanto il politico democratico americano Lyndon LaRouche va denunciando da qualche decennio, trova oggi tragica prova nelle politiche ipernflazionistiche delle banche centrali, le quali, nel silenzio di media e politici, stanno originando rivolte per la "guerra del cibo" nei paesi più poveri. La soluzione a tutto ciò non passa per il "rientro dolce" della sovrappopolazione (cosa vuol dire in concreto, se non sminuire ancor più il valore della vita?) quanto per la ripresa di politiche di sviluppo che passano per la distruzione del sistema finanziario speculativo in corso da circa trentacinque anni e la sua sostituzione con una Nuova Bretton Woods, ed il lancio di progetti infrastrutturali (energia, strade, fonti idriche, scuole, ospedali) coordinati da accordi tra gli Stati.

Claudio Giudici

Il testo che segue sotto è tratto da: http://disinformazione.it/riscaldamento_globale.htm

E' operativo negli Stati Uniti un piano per piazzare il neo-malthusiano Albert Arnold Gore junior (vice presidente di William Jefferson Clinton e Premio Nobel per la Pace, sic!) alla Casa Bianca. 
Al Gore (uomo di punta dell'establishment, finanziato da multinazionali del petrolio), è un forte sostenitore di Paul e Anne Ehrlich, autori nel 1968 del libro: "La bomba demografica", che vuole attribuire alla sovrappopolazione tutti i problemi ambientali del mondo. Come vice presidente minacciò di tagliare ogni aiuto economico al Sud Africa se il paese non abbandonava i piani per produrre in proprio medicinali generici contro l'AIDS...
Oggi il signor Al Gore, con la scusa del riscaldamento globale è diventato il paladino, universalmente riconosciuto, dell'ambientalismo. I suoi scopi invece sono quelli di portare avanti le più becere teorie malthusiane sulla sovrappopolazione: cioè lasciar morire o aiutarli a morire, milioni di persone nei paesi in via di sviluppo!
Redazione

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- Pagina controllo climatico
- I Nobel dell'ipocrisia e della Propaganda

E' gelo sul riscaldamento globale
Di William Engdahl - Global Research
Tratto da http://www.comedonchisciotte.org 

La bufala del riscaldamento globale smascherata da un freddo da record mondiale
Il battage pubblicitario governativo e mediatico sul pericolo del riscaldamento globale che starebbe già causando lo scioglimento delle calotte polari e minacciando una catastrofe climatica planetaria, assume sempre di più i connotati di propaganda politica. Finora le nevicate di quest’anno in Nord America, Siberia, Mongolia e Cina sono state le più abbondanti dal 1966.
Per il Centro Climatico Nazionale dei Dati degli USA (NCDC), a gennaio e inizio febbraio molte città americane hanno sofferto un freddo record. Secondo il NCDC, la temperatura media di gennaio “è stata di 0.3 gradi Fahrenheit inferiore alla media riscontrata nel periodo 1901-2000”.
La Cina sta subendo l’inverno più rigido da un secolo a questa parte. Nel sud del Paese, dove in genere le temperature sono più miti, il freddo è stato così intenso, e così a lungo, che alcune città medio-piccole hanno dovuto fare a meno dell’elettricità per settimane, perché era impossibile riparare i guasti per il troppo freddo o per il ghiaccio.
Nell’Ontario e nel Quebec i due mesi scorsi ci sono state così tante bufere di neve e ghiaccio che persino il mercato immobiliare ne ha sofferto dato che le persone preferivano starsene tappate in casa. Soltanto nelle prime due settimane di febbraio a Toronto sono caduti 70 cm di neve, battendo il record del 1950 di 66.6 cm per l’intero mese.

I ghiacciai si ricompattano
Tra i più drammatici risultati del freddo polare su gran parte del pianeta è il capovolgimento di quella che era la notizia più frequentemente ripetuta: lo scioglimento dei ghiacci delle calotte polari. L’autunno scorso il mondo fu scioccato dalle dichiarazioni di alcuni climatologi, secondo cui lo strato di ghiaccio ai poli aveva raggiunto il “livello più basso mai registrato”. Avevano però cautamente omesso di dire che il controllo dello spessore dei ghiacciai era iniziato soltanto nel 1972, e che ci sono prove geologiche di scioglimenti ben più importanti nel passato.
Adesso, a risultato della rigidità delle recenti temperature, il ghiaccio è tornato. Secondo Gilles Langis, membro del servizio canadese delle previsioni del tempo ad Ottawa, l’inverno polare è stato così gelido che il ghiaccio non solo è stato recuperato, anzi, in molte zone è più spesso dello scorso anno di 10-20 centimetri.
Pochi sanno, e i sostenitori del Riscaldamento Globale sembrano volerlo nascondere a tutti i costi, che ci sono notevoli variazioni stagionali sulla quantità di ghiaccio presente sull’oceano artico. Inoltre, gran parte del ghiaccio è coperto di neve per circa 10 mesi all’anno, e i mesi di marzo e aprile sono quelli con più neve, con variazioni dai 20 ai 50 centimetri. Lo spessore non è sempre costante, non lo è mai stato.

Anomalie del Modello Climatico
Molti tra i climatologi culturalmente onesti ammettono che le loro previsioni contengono irregolarità. Robert Toggweiler, del Laboratorio di Dinamica dei Fluidi dell’Università di Princeton e Joellen Russell, vice professore di Dinamiche Biogeochimiche all’Università dell’Arizona, due importanti fautori del Modello Climatico in discussione, di recente hanno ammesso che le previsioni basate su test computerizzati che mostrano come lo scioglimento dei ghiacciai raffreddi gli oceani, fermando la circolazione dell’acqua calda equatoriale a latitudini nordiche con il possibile innesco di un’altra Era Glaciale (come nel film del 2004 “L’alba del giorno dopo”) sono sbagliate. In un’intervista rilasciata di recente, Russell ha detto: “Non è lo sciogliersi del ghiaccio che porta le correnti oceaniche verso nord dai tropici, ma piuttosto la circolazione dei venti. I modelli climatici finora studiati non hanno tenuto ben conto degli effetti del vento sulle correnti oceaniche, per cui i ricercatori hanno pareggiato i conti riversando sull’uomo la responsabilità dell’aumento delle temperature e dello scioglimento dei ghiacciai.” Beh, questo è molto interessante.
Quando i professori Toggweiler e Russell riprogrammarono il loro modello includendo il ciclo quarantennale dei venti da e verso l’equatore, notarono che le correnti oceaniche che portano acqua calda dal sud al nord avevano un ovvio ruolo nel recente riscaldamento del circolo polare artico.
Climatologi russi ritengono che i recenti cambiamenti climatici riscontrati a livello globale siano il risultato dell’attività solare, e non di emissioni causate dall’uomo. Un membro dell’Accademia Russa di Scienze Naturali, Oleg Sorokhtin, definisce l’incidenza dell’uomo sul riscaldamento globale come “una goccia nel mare”. Le sue ricerche dimostrano che la recente attività solare è entrata in una fase di inerzia, per cui ha suggerito alla gente di “munirsi di cappotti”.
Kenneth Tapping, del Consiglio Nazionale della Ricerca canadese, che supervisiona un gigantesco radiotelescopio puntato sul sole, è convinto che se l’attività delle macchie solari non riprende presto, entreremo in un lungo periodo di clima freddissimo. L’ultima volta che il sole è stato così inerte, infatti, la terra subì una Piccola Era Glaciale che durò all’incirca cinque secoli, finendo nel 1850. I raccolti vennero meno per colpa di gravi gelate e siccità. Carestie, pesti e guerre si moltiplicarono. I porti gelarono, come anche i fiumi, per cui i commerci cessarono.

Geopolitica del riscaldamento globale
L’isterismo circa il surriscaldarsi della terra è essenzialmente una trovata geopolitica delle élite planetarie, per far sì che i popoli accettino di buon grado drastici tagli al loro stile di vita che, se fossero pretesi dai politici senza un buon motivo, potrebbero innescare scioperi e proteste. Il resoconto dell’IPCC commissionato dalle Nazioni Unite sul riscaldamento globale raccomanda che un enorme 12% del Prodotto Interno Lordo mondiale sia indirizzato a “prevenire gli effetti dannosi dei cambiamenti climatici”, e stima che la spesa per la riduzione di certe emissioni arriverebbe a 2.750 dollari all’anno per famiglia, sotto forma di costo energetico.
Esistono oggi due principali opzioni politiche che il potere dell’establishment anglo-americano può adottare per continuare a controllare un mondo che gli sta sfuggendo rapidamente di mano. Le chiameremo Piano A e Piano B.

Piano A è quella del duo Bush-Cheney e delle grandi compagnie petrolifere e militari da loro rappresentate. Cheney e il suo grande amico, Matt Simmons, divulgarono il mito del Picco del Petrolio per far sì che la gente accettasse l’inevitabilità dell’aumento del prezzo al barile a 100 dollari e oltre. Nel frattempo il potere delle grandi compagnie petrolifere e delle forze militari ad esse correlate cresceva con l’incremento del prezzo del greggio.
La Guerra Globale al Terrorismo fornì un pretesto per giustificare il controllo militare sulle maggiori riserve di petrolio e suoi transiti nel mondo. Dall’Iraq all’Afghanistan, al Kossovo, il piano degli USA e della NATO era il controllo futuro degli straordinari poteri emergenti, dalla Russia alla Cina, all’India, al Brasile al Venezuela e oltre. L’efficace lavoro diplomatico della Cina in Africa ha fatto sì che molti Paesi africani siano sul punto di allontanarsi dal controllo USA o britannico per affidare le loro risorse petrolifere ai cinesi oppure a gestirsele da soli.
Se John McCain sarà scelto come presidente dalle élite di potere americane, significherà che quel programma militare e petrolifero si accentuerà, specialmente ora che gli USA stanno per affrontare una grave depressione economica.

La seconda opzione per mantenere il controllo su gran parte dell’economia mondiale, il Piano B, vede nel Riscaldamento Globale e nei “poteri deboli” delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, un veicolo più adatto per convincere la gente ad accettare di buon grado cambiamenti drastici al loro stile di vita.
Barack Obama, che sembra essere la scelta delle stesse élite, la loro “ventata d’aria fresca” per rimettersi in sesto dopo il fallimento degli anni del duo Bush-Cheney, tenderebbe ad adottare l’opzione del Riscaldamento Globale dell’establishment anglo-americano, il “Piano B”, per abbassare il tenore di vita. In un suo intervento durante la campagna presidenziale a Wallingford in Pennsylvania, Obama rispose ad una domanda circa Al Gore, l’eroe del Riscaldamento Globale. Come presidente, Obama disse che avrebbe valutato l’opportunità di assegnare ad Al Gore una posizione ministeriale – o più rilevante, dicendo: “Mi premurerò di avere Al Gore seduto al tavolo di discussione, con un ruolo centrale per risolvere questo problema. Gli parlo spesso e già mi sto consultando con lui circa il da farsi, ma il cambiamento climatico esiste.”

Due grandi fazioni
Sono due i raggruppamenti principali all’interno dei poteri politici dell’establishment occidentale, e a grandi linee condividono gli stessi fini elitari, pur divergendo sul come raggiungerli. Il loro scopo principale è quello di controllare la crescita economica e demografica del pianeta.
Il primo gruppo è definito come il gruppo di Rockefeller. Ha una base di potere estesa su tutto il globo ed oggi è ben rappresentato dalla famiglia Bush, che ha iniziato proprio come braccio destro della potente macchina di Rockefeller, la cui fazione da più di un secolo basa il suo potere e prestigio sul controllo del petrolio usando interventi militari per ottenerlo. La fazione è personificata dall’uomo che dal 2001 è in effetti il presidente per quanto riguarda le decisioni da prendersi, Dick Cheney. Cheney è stato direttore generale della Halliburton Corp., che è sia la più grande società al mondo di assistenza per i giacimenti petroliferi, sia il maggior costruttore di basi militari.

Il secondo gruppo si potrebbe chiamare “la fazione dei poteri deboli”, la cui filosofia può essere riassunta in una frase: “si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto”. La strada che hanno scelto di percorrere per contenere il processo demografico e per abbassare il tasso delle nascite in Cina e altrove è quella di promuovere l’inganno del riscaldamento globale e di un’imminente catastrofe climatica. Al Gore appartiene a questa fazione, come la sostiene il Primo Ministro inglese Gordon Brown, i due vedono nelle istituzioni come le Nazioni Unite un buon veicolo per propagandare il periodo di vacche magre.
L’IPCC (Pannello Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) è stato ideato dalle Nazioni Unite nel suo Programma per l’Ambiente. Nonostante sia dimostrato che la metodologia scientifica usata per stilare i suoi dossier sul clima è alquanto imprecisa, essi sono sbandierati come verità sacrosante dai potenti mezzi di comunicazione che hanno alle spalle. Fanno parte di questa fazione anche il faccendiere miliardario George Soros, alcuni membri della famiglia reale inglese e diverse vecchie famiglie di ereditieri europei.
La prova ambientale del riscaldamento globale sta rapidamente sciogliendosi come ghiaccio al sole, per cui non ci sorprenda che notizie sul raffreddamento delle calotte polari ed altre contrarie a quanto asseriscono i profeti del malaugurio non siano trasmesse dai media internazionali.

F. William Engdahl è autore del libro di prossima pubblicazione, “Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation” (”I semi della distruzione, l’agenda segreta della manipolazione genetica”), Global Research Publishing, e autore di “ A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order” (“Un secolo di Guerra: la politica petrolifera anglo-americana”), Pluto Press. Può essere contattato presso il suo sito web, www.engdahl.oilgeopolitics.net

Titolo originale: " Global Warming gets the Cold Freeze "
Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Gianni Ellena

9 maggio 2008

Ma che posto c'è per noi in questo Pd? - Per una riflessione retrospettiva

Riporto questa lettera di due esponenti del PD per l'analisi che essi fanno in merito all'approccio problematico che il partito sta avendo di fronte a non poche questioni; un approccio ispirato all'ideologia liberista.

di Mario Barbi e Mario Lettieri

No alla retorica della sconfitta "bella". Non è tempo di spartiti ordinati e
di sinfonie grandiose. Abbiamo perso. Molto. E male. E' tempo di una musica
senza spartiti. Suonata a freddo. Di intuizioni. Di umiltà. Di rapsodie. Di
jazz. E' tempo di frammenti. Frammenti. Frammenti per un discorso politico.
Basta indici alzati. Basta dare lezioni. Non ascoltiamo più sirene
interessate. Non tutto è da rifare. Ma tanto è da fare. Non è il momento di
tacersi la verità.
Crisi di Sistema. Non c'è. Non c'è stata. Non comincia una nuova Repubblica.
I quindici anni trascorsi non sono stati perduti. Il bipolarismo è
confermato e consolidato. La crisi è stata crisi dell'Unione. Crisi del
centrosinistra. La leadership del Pd ha fallito su due piani: 1) non è
riuscita (e noi diciamo: meno male!) a trasformare la sua crisi politica in
un cambio di sistema (legge proporzionale senza premi maggioritari); 2) non
ha proposto una coalizione vincente.
Artificio. A un insuccesso storico - noi lo consideriamo tale: parliamo del
fallimento del governo di centrosinistra - si è risposto con furbizie
politiche (la separazione consensuale da Rifondazione) e con azioni basate
su trovate comunicative (la nuova stagione). Sarebbe stato meglio affrontare
la tragedia. Eludere il dramma non lo ha evitato. Voltare pagina? Pensare
che il Pd potesse salvarsi accantonando l'Unione e Prodi come se fossero
stati due accidenti in cui non aveva che una parte minore e quasi
involontaria è stata una prova di presunzione e superficialità. Condurre una
campagna elettorale di opposizione (". non è possibile che in questo paese
le cose vadano così e così.") con il presidente del partito che è capo del
governo e quasi tutti i ministri del Pd capilista nelle circoscrizioni non è
apparso coerente - diciamo - con le promesse di "nuova stagione" e di
"discontinuità". Portare la più cospicua responsabilità di governo,
comportandosi, "nelle condizioni date", come una forza di opposizione non ha
convinto gli elettori. In fondo il messaggio era molto semplice: cambiate
Prodi con Veltroni. L'elettorato ha detto: se dobbiamo cambiare meglio
cambiare con Berlusconi. Quando la popolarità di un governo cala perché la
medicina è amara, la maggioranza serra le file e tiene i nervi saldi, a
partire dal partito maggiore, e non si mette a sparare sul quartier generale
e sul timoniere. Vale per i Ds e i Dl. Vale per il Pd. E vale per la
sinistra "irresponsabile" che non ha capito una cosa fondamentale: nel 2006
aveva preso i voti per stare al governo e non per tornare all'opposizione.
Gli artifici hanno le gambe corte.
Nuovo conio. Si poteva lavorare a rendere la sinistra programmaticamente
governativa oppure a espellerla dall'area di governo, solleticandone le
pulsioni massimaliste. I coraggiosi profeti del "nuovo conio" hanno lavorato
(di fatto, non sappiamo quanto consapevolmente) per la rottura con la
sinistra. Quando si dice che il fallimento dell'Unione era inevitabile per l'impossibilità
di governare con la sinistra "massimalista" si assume implicitamente il
programma dei "coraggiosi" che, lavorando per alleanze di nuovo conio, hanno
dato un contributo importante all'insuccesso dell'alleanza. Ma questi
"coraggiosi", convinti assertori dell'impossibilità di governare con la
sinistra e della incapacità della sinistra a governare, non hanno forse dato
un loro contributo al fallimento del programma di governo? Le proposte
centriste e liberiste, di provenienza Pd, non sono state tra le cause del
logoramento dei rapporti nell'Unione? Tassare le rendite, a partire dalle
stock option dei manager multimilionari, come si era promesso in campagna
elettorale nel 2006, era troppo di sinistra? Accorgersi e riconoscere che c'era
una erosione insopportabile del potere di acquisto di salari e stipendi,
prima che lo dicesse Mario Draghi, a fine maggio 2007, era estremismo di
sinistra? Proporre di vendere ai privati le società fornitrici di servizi,
controllate e partecipate dagli enti locali, serve a ridurre le tariffe a
vantaggio dei consumatori o a fare contenti i capitalisti della rendita?
Subalternità. Il Pd fatica a dare vita a una cultura autonoma propria.
Sembra a rimorchio del discorso della Confindustria delle poche famiglie e
della "ideologia britannica", esportata a Bruxelles, delle liberalizzazioni,
privatizzazioni e regolazioni. Il senso comune è lontano da quei discorsi.
In quali settori i mercati regolati hanno portato a riduzioni dei prezzi? In
quali settori industriali, gli imprenditori hanno compensato i miglioramenti
di produttività con aumenti dei salari? Estremizziamo, e ce ne scusiamo. Ma
vorremmo farci capire. Il Pd ha ascoltato troppe sirene interessate a
istillare nel suo senso comune visioni tecnocratiche e modelli astratti. Il
Pd, nella sua proposta programmatica, è apparso più lontano dalle
preoccupazioni quotidiane dell'aumento del costo della vita e dell'insicurezza
del posto di lavoro di quanto fosse vicino alle ideologie del mercato e alle
parole concorrenza, competitività, produttività. Parole importanti quando
funzionano e non quando servono da alibi al peggioramento delle condizioni
di vita in una società bloccata, con profitti e rendite crescenti e redditi
da lavoro decrescenti. Viviamo in una società che ai piani alti è protetta
da ogni forma di concorrenza mentre ai piani bassi vi è sempre più esposta.
Forse sarebbe bene rompere altri tabù e non avere paura di parlare di
intervento pubblico e di dirigismo. E nemmeno di rivendicazioni salariali.
Non servirebbe un Pd un po' meno liberista e un po' più sociale? Quanto ai
modelli esteri, non si capisce perché gli altri debbano essere sempre meglio
di noi e perché noi dobbiamo sempre tagliarceli su misura o farceli imporre
come modello da opinionisti interessati. Blair non è un modello: la sua
politica presuppone quindici anni di thatcherismo e una opzione antieuropea
e bushista. Sarkozy va bene quando sfascia il Ps, togliendogli dal mazzo
dirigenti di primo piano, e poi non va più bene quando espunge la
"concorrenza" dall'elenco dei principi-valori del nuovo trattato europeo. Va
bene quando parla di liberalizzazioni e male quando è dirigista.
Simboli. Maneggiare con cura. Non scambiare simboli e testimonial. I simboli
affondano le radici nella storia. Sono una cosa che muove corde profonde: la
croce, la mezzaluna, la bandiera rossa. I testimonial sono veicoli di un
messaggio pubblicitario. Attengono al marchio e alla moda. Durano il tempo
di una stagione. O, quando va bene, restano nel ricordo di una generazione:
il Mulino bianco, Calimero, Carmencita. I simboli che si incarnano in una
persona fanno vacillare e rischiano di travolgere coloro che li portano. Il
rispetto delle persone esige che le proteggiamo dal farne dei simboli. Già
il ruolo di testimonial li espone a una tensione raramente sostenibile. E
comunque la politica non ha bisogno di politici-simbolo e di
politici-testimonial. Agli elettori vanno proposti candidati che aspirino a
essere eletti come rappresentanti della nazione per quello che sono e per
quello che sanno e non per quello a cui rinviano. Conta il significato e non
il significante. Conta il rapporto con il popolo. La fanteria conta di più
dell'aviazione. La pastorale dei parroci conta di più della teologia dei
dottori.
Autocritica. Abbiamo (molti di noi, ulivisti o prodisti, hanno) cercato di
resistere alla candidatura di Veltroni per il modo in cui aveva preso forma
(unanimismo) e per il contenuto che il candidato le dava (dal discorso di
Torino in poi). Abbiamo intuito che la candidatura delineava il
 "superamento" di Prodi e dell'Unione. Per questo abbiamo sostenuto una
candidatura alternativa che investiva su un Pd che nascesse impegnato nel
rilancio del governo e della coalizione. Avevamo intuito. Ma non avevamo
capito fino in fondo. Almeno io non avevo capito fino in fondo. Purtroppo
non abbiamo avuto il coraggio di riconoscere quanto ininfluente e modesto
fosse il risultato della nostra azione di opposizione a Veltroni. Ci siamo
consolati e rifugiati nel risultato di bandiera. Mentre la "nuova
stagione" - forte di un consenso plebiscitario rilasciato in bianco -
prendeva velocità e travolgeva ogni prudenza con irruenza giacobina. Non
avevamo capito che non c'era modo di influenzare e di condizionare con le
parole e con il ragionamento le scelte di una leadership innanzitutto
attenta a se stessa e che, con cura, aveva costruito la sequenza della
"discontinuità": bipolarismo coatto, coalizioni eterogenee, autonomia dei
partiti, proporzionale, proporzionale disproprozionale che premi la
vocazione maggioritaria del Pd. Passaggi concitati con successione
accelerata: separazione consensuale, andare da soli, legge proporzionale,
governo per le riforme. Una cosa era via via più chiara: Prodi e il governo
dell'Unione erano di impaccio. Serve qualcosa di nuovo, di nuovissimo! Noi
nuovisti doppiati dagli iper-nuovisti. In ogni passaggio concitato di questa
sequenza azzerante noi non siamo riusciti a dire: basta, basta così. La
lealtà verso il governo e verso il partito ci ha trattenuto. Non ripetiamo
lo stesso errore. Ora non possiamo tacere. Sola consolazione: questo Pd ha
contribuito ad assestare il sistema bipolare. La crisi di sistema non c'è
stata. Nonostante tutto lo scettro è rimasto nelle mani degli elettori che
al momento del voto hanno scelto la maggioranza di governo e il presidente
del Consiglio.
Sondaggi. Grande recupero? Non si è visto. Ci chiediamo: ma i sondaggi,
quelli di novembre e quelli ancora precedenti, sui quali si calcola il
"recupero", hanno la stessa provenienza (e attendibilità) di quelli che
circolavano dalle parti del loft alla vigilia del voto e degli exit-poll
squadernati in tv a urne appena chiuse? Ora sappiamo che questi ultimi erano
patacche di scarso valore. Un dubbio: lo erano anche quelli che ci davano
per morti e sepolti quando il governo aveva appena iniziato a somministrare
al paese la cura di cui aveva bisogno? Per i sondaggi, come per i simboli,
diremmo: maneggiare con cura.
Numeri. Il bipolarismo è rimasto. Ma per il Pd è andata davvero male. Gli
italiani hanno voltato pagina, ancorché in senso opposto a quello da noi
auspicato. Veltroni (Pd + Idv) ha preso alla Camera 13.686.673 voti, mentre
Berlusconi (Pdl, Lega, Mpa) ne ha presi 17.063.874. Il vecchio
centrosinistra ha preso 15.929.296 voti. Il vecchio centrodestra (con i
2.050.319 voti dell'Udc) ne avrebbe presi 20.347.597. Nel 2006, l'Unione
aveva 19.001.684 voti contro i 18.976.460 della Casa della libertà. Ognuno
faccia i calcoli che vuole. Se pensa che il futuro sia in una restaurata
"democrazia dei partiti" con un governo parlamentare risultante da
combinazioni post-elettorali formate da formazioni votate in elezioni
proporzionali, può muoversi nelle direzioni che ritiene più promettenti e
consolarsi con i 12.092.998 voti del Pd. Chi pensa che gli elettori
continueranno a scegliere i governi e chi li guida in una logica bipolare,
nel quadro di una rinnovata "democrazia dei cittadini", può cominciare a
interrogarsi sulle alleanze da fare e sul profilo politico e programmatico
del Pd. Che il futuro sia di una coalizione-di-partiti o di un
partito-coalizione, il Pd, come è oggi, è una incompiuta. Comunque occorre
cominciare a chiedersi dove e come recuperare voti: i 3 milioni e quasi
400mila voti di distacco da Berlusconi o i circa 2 milioni e 500mila che
mancano al vecchio centrosinistra per agguantare il vecchio centrodestra
(senza Udc). Si poteva fare meglio? Si poteva fare peggio? E' nei fatti che
il Pd è stato condotto alla sconfitta predisponendosi a una battaglia di
tipo proporzionale in un campo di gioco maggioritario. Non saprei dire se
per fatalità o per imperizia.
Infine, una domanda. Prodi lascia la presidenza. Riunione dei segretari
regionali, a Milano, dopo le elezioni. Conferenza stampa. Al tavolo:
Veltroni, Orlando, Martina, Bettini e Franceschini. Ma che posto c'è per noi
in questo Pd?




permalink | inviato da claudiogiudici il 9/5/2008 alle 21:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

8 maggio 2008

Nello specifico della clausola di solidarietà e della pena capitale nel Trattato di Lisbona

In merito al Trattato di Lisbona, sono sorti alcuni dubbi circa la ricostruzione “più pessimistica” relativa agli esiti che potrebbe avere la parzialissima rivisitazione del trattato già bocciato dai cittadini francesi ed olandesi.

La prima questione a suscitare perplessità è quella della clausola di solidarietà relativa agli interventi armati per cui formalmente viene richiesta l’unanimità decisionale.

Primariamente, dobbiamo tenere presente che il Trattato di Lisbona, per come è giuridicamente strutturato, è una mostruosità. Per comprendere cosa intendo per mostruosità, si pensi un po’ alla figura dell’Azzeccagarbugli de I Promessi Sposi. Per comprendere cosa in positivo debba essere una costituzione, dobbiamo invece portare l’attenzione verso la nostra Costituzione della Repubblica, nonché alla facilità di lettura di quello che è l’atto fondante della nostra convivenza civile. Purtuttavia, anch’essa, nonostante sia molto chiara, viene da un trentennio costantemente travisata, soprattutto per quanto concerne l’attuazione dell’art. 3, nonché l’azione interventista che lo Stato deve avere in economia desumibile da una decina di articoli del dettato.

Il Trattato di Lisbona, a parte l’innumerevole quantità di articoli che la versione consolidata presenta (358 articoli a cui sono da aggiungere quelli relativi ai protocolli che rappresentano circa il 45% dell’intero trattato), fa riferimento anche – e questo lo spiega nel dettaglio il costituzionalista tedesco, il prof. Schachtschneider – alle “spiegazioni ai Diritti Fondamentali”.

Tutto ciò basterebbe per respingere questo trattato, che in quanto atto fondante di un processo costitutivo, dovrebbe non solo essere promosso da rappresentanti direttamente eletti a tal fine, ma anche portare ad un documento dalla facile lettura per tutti i cittadini europei.

Ma venendo allo specifico dell’osservazione fatta sulla clausola di solidarietà, bisogna tenere presente come nella realtà stia funzionando la cosiddetta unanimità all’interno dell’Unione Europea. Si pensi al recentissimo caso del Kossovo. Dove era là l’unanimità? Vi è stato il dissenso esplicito della Spagna all’indipendenza kossovara, tuttavia la UE ha ugualmente proceduto in questa direzione. Quando gli Stati più forti decidono un’azione, quelli più “provinciali” non fanno altro che seguire. Uno stato come la Spagna, tutt’altro che “provinciale” nella UE a 27, si ritrova ad essere rappresentato da un’Europa, contro la sua volontà, pur essendo richiesta per quel tipo di decisione l’unanimità.

La tendenza è quella di seguire gli stati più forti. Dunque, di fatto, siamo di fronte ad un direttorio. Che di ciò si tratti, lo suggerisce anche il fatto che la partecipazione concreta ad azioni di peacekeeping è solitamente di un gruppetto di stati. Dunque quelli che non partecipano sono incentivati a sorvolare perché il fatto di non partecipare con propri uomini – ma solo indirettamente, in quanto membri di quell’Europa in nome della quale i singoli eserciti in concreto partecipanti, agiranno – li mette al riparo da problemi interni con la propria opinione pubblica.

Di fatto, si è costituito un esercito europeo corrispondente in toto, a parte 5 elementi su 27, alla Nato. Viste le finalità storiche della Nato, si comprende l’agitazione che la dirigenza russa sta avendo a questo riguardo (la quale invita i membri Nato a riformulare i propri scopi d’azione).

Quindi a questo proposito, la soluzione sta: o nel non avere alcun tipo di esercito europeo, oppure nel riformulare completamente gli scopi della Nato.

In ogni caso, mettere sotto la competenza della UE questo punto, vuol dire di fatto metterla nelle mani degli Stati più forti e non dell’Europa, in quanto essa non ha un organo legislativo eletto (il Parlamento europeo è solo consultivo) e non ha un Governo scelto dai rappresentanti parlamentari o dai cittadini europei.

Un altro punto su cui sono sorte diverse perplessità è quello relativo alla pena capitale.

I 358 articoli del Trattato di Lisbona, e neanche i protocolli annessi, ne fanno riferimento. Ma come già accennato è con la “spiegazione ai Diritti Fondamentali” che si allarga la portata della previsione in materia, fino ad aprire la porta ad interpretazioni per cui la pena capitale, per casi tutt’altro che definibili a priori, può essere reintrodotta.

Quello che qui si rischia sono le interpretazioni “fantasiose” – questo è il termine utilizzato da coloro che con grande non curanza, quasi non tenessero conto dei recenti precedenti su altre questioni, stanno prendendo sotto gamba le implicazioni che il Trattato di Lisbona potrà avere. Tuttavia queste interpretazioni “fantasiose” sono quelle che hanno consentito a recenti precedenti legislativi e/o istituzionali di rappresentare dei veri e propri cavalli di Troia in favore del privilegio dei pochi ed a danno dell’interesse generale. Si pensi a livello nazionale, al primo decreto Bersani quando veniva accusato di essere uno strumento in favore delle catene commerciali. A tali timori si poteva rispondere: “Dov’è scritto ciò? Dove si parla di catene commerciali? Qui si vuole solo far sì che tutti possano avere sotto casa ogni genere di negozio!”. Sappiamo tutti com’è andata, e sappiamo tutti che la utopica questione per cui tutti si possa avere sotto casa ogni genere di negozio, non è più ricordata dalla fine degli anni ’90, ossia da quando le catene commerciali si sono prese il 70% del mercato a tutto danno dei “centri commerciali naturali” (i piccoli negozi). Oppure, a livello internazionale, si pensi al Wto. Con esso il commercio prevarrà sulla vita delle persone, sulla salute, sull’ambiente, dicevano alcuni. Ma dov’è scritto ciò? Rispondevano i suoi apologeti. Visto il paradigma dominante dagli anni ’70, ossia quello dell’homo homini lupus, la funzione della normativa relativa al Wto ha finito col mettere in discussione le conquiste in materia di salute o di ambiente, dominata dal solo dio del libero commercio.

Nel dettaglio di ciò che riguarda l’Unione Europea, il prof. Schachtschneider afferma: “La prassi dell'Unione di estendere estremamente i testi sui doveri degli stati membri non autorizza ad escludere anche una tale interpretazione, quando la situazione lo comanda o lo consiglia.” Comunque, vista la complessità della cosa, è opportuno rifarsi alla lezione, La legittimazione della pena di morte e dell'omicidio, del prof. Karl Albrecht Schachtschneider (che riporto per intero).

La Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea (CDFUE) permette espressamente nelle "spiegazioni" ai Diritti Fondamentali e nelle sue "definizioni negative" – assorbite nel Trattato di Lisbona – contrariamente all'abolizione della pena di morte vigente in Germania, Austria e altri paesi in conformità con il principio [costituzionale] della dignità dell'uomo, la reintroduzione della pena di morte in caso di guerra o in caso di diretto pericolo di guerra, ma permette anche l'omicidio per reprimere una sommossa o un'insurrezione. Decisivo per questo non è l'Art. 2 Paragrafo 2 della Carta, che proibisce la condanna a morte e l'esecuzione capitale, bensì la spiegazione di quest'articolo, integrata nel Trattato [di Lisbona], che risale alla Convenzione sui Diritti Umani del 1950. Secondo l'Art. 6 Par. 1 e Sottopar. 3 del Trattato sull'Unione Europea (TUE) nella versione di Lisbona, vengono definiti i diritti, le libertà e i principi fondamentali della Carta in conformità con le disposizioni generali del Titolo VII della Carta, che regola l'esposizione e l'applicazione degli stessi, tenendo in debito conto le "spiegazioni" allegate alla Carta, in cui vengono indicate le fonti di queste disposizioni. La rilevanza giuridica delle "spiegazioni" sgorga anche dal Paragrafo 5 S. 2 del Preambolo della Carta, secondo il quale l'interpretazione di questa avviene "tenendo in debito conto le spiegazioni elaborate sotto l'autorità del praesidium della Convenzione europea". Il Paragrafo 5 S. 2 del Preambolo e il Paragrafo 7 dell'Art. 52 sono stati reinseriti nella Carta il 12 dicembre 2007. Erano già presenti nel naufragato Trattato Costituzionale del 29 ottobre 2004. Questo allargamento del testo smentisce il temporaneo successo della politica contro la pena di morte e l'esecuzione capitale. Le "spiegazioni" riguardano anche e proprio l'Art. 2 Par. 2 della Carta (M. Borowsky, in J. Meyer, Kommentar zur Charta der Grundrechte der Europäischen Union, 2003, Art 2, Rdn. 18).

Le deleghe all'Unione nel campo della politica estera e di sicurezza comune sono sufficienti affinché, nell'interesse dell'efficienza delle missioni secondo l'Art. 28 (42) Par. 1 S. 2 (Il numero in parentesi si riferisce alla "Rinumerazione del trattato sull'Unione Europea". Per orientarsi meglio, cfr. la tabella di corrispondenza della Gazzetta ufficiale dell'Unione Europea a http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2007:306:0202:0229:IT:PDF.) e Art. 28b (43) Par. 1 TUE, o anche nell'interesse della difesa, sia reintrodotta la pena di morte; ad esempio la delega al Consiglio tramite l'Art. 28b (43) Par. 2 S. 1 TUE sulle decisioni riguardanti le missioni, che permette "di stabilire le condizioni generali di attuazione valide" per le missioni stesse. A ciò non partecipano né il Parlamento Europeo né tanto meno i parlamenti nazionali. Una decisione del genere andrebbe valutata in combinazione con l'Art. 2 Par. 2 della CDFUE, con le sue spiegazioni. Inoltre gli stati membri si impegnano con l'Art. 28 (42) Par. 3 Sottopar. 2 S. 1 TUE, "a migliorare progressivamente le proprie capacità militari". Le guerre del passato e del presente dimostrano che la pena di morte, ad esempio nel caso di soldati che si rifiutano di eseguire gli ordini, tende a incrementare notevolmente le capacità militari di un esercito. L'efficienza di misure militari può essere incrementata, tra l'altro, per mezzo dell'esecuzione di terroristi e sabotatori o anche presunti tali. La prassi dell'Unione di estendere estremamente i testi sui doveri degli stati membri non autorizza ad escludere anche una tale interpretazione, quando la situazione lo comanda o lo consiglia. Per inciso, il dovere di riarmo di questa prescrizione non è compatibile con il principio pacifista, vincolante, delle costituzioni tedesca (preambolo della Grundgesetz, Art. 1 Par. 2, Art. 26 Par. 1) e austriaca.

Nella Dichiarazione riguardante le Spiegazioni della Carta dei Diritti Fondamentali, che secondo l'Art. 49b (51) TUE ("Allegato") sono parte costituente dei Trattati, dunque sono parimenti vincolanti, sta scritto:

3. Le disposizioni dell'articolo 2 della Carta corrispondono a quella degli articoli summenzionati della CEDU e del protocollo addizionale e, ai sensi dell'articolo 52, paragrafo 3 della Carta, hanno significato e portata identici. Pertanto le definizioni "negative" che figurano nella CEDU devono essere considerate come presenti anche nella Carta:

a) articolo 2, paragrafo 2 della CEDU:

"La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:

a) Per garantire la difesa di ogni persona contro la violenza illegale;

b) Per eseguire un arresto regolare o per impedire l'evasione di una persona regolarmente detenuta;

c) Per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un'insurrezione";

b) articolo 2 del protocollo n. 6 della CEDU:

"Uno stato può prevedere nella propria legislazione la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra; tale pena sarà applicata solo nei casi previsti da tale legislazione e conformemente alle sue disposizioni ..." (Cfr. il testo sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea, in data 14.12.2007, su http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2007:303:0017:0035:IT:PDF).

Sommosse o insurrezioni possono essere viste anche in certe dimostrazioni. Secondo il Trattato di Lisbona, l'uso mortale di armi da fuoco in tali situazioni non rappresenta una violazione del diritto alla vita. In guerra si trovano attualmente sia la Germania che l'Austria. Le guerre dell'Unione Europea aumenteranno. Per questo, l'Unione si riarma – anche con il Trattato di Lisbona.

Come sottolinea Schachtschneider, sono il punto a) sub c) ed il punto b) quelli che aprono le porte ad una serie di interpretazioni, che a seconda delle opportunità del caso, possono legittimare la pena capitale da parte del Trattato di Lisbona. In piena crisi finanziaria e nell’avvitarsi di una fase iperinflattiva sui generi di prima necessità, il punto a) sub c) è più attuale che mai. Ma anche il punto b), vista la partecipazione di 14 stati alla sola guerra in Iraq, legittima l’introduzione della pena capitale da parte di molte nazioni.

Claudio Giudici

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