Blog: http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it

Lettera ad un amico sulla decrescita

Caro Francesco, ti scrivo in merito al Latouche ed alla sua teoria della decrescita.

Essa, ha molto a che fare con quello che è divenuto da 35 anni a questa parte, un vero e proprio luogo comune: non si può crescere all’infinito.

 

A te, la cui formazione dovrebbe trovare forti radici nel cristianesimo, mi permetto di riportare il “siate fecondi e moltiplicatevi” della Genesi. Ora, è vero, che S. Paolo e Sant’Agostino ritengono superiore la scelta della castità a quella del sacerdozio matrimoniale – scelta la prima, che preclude la procreazione; scelta la seconda, che è finalizzata alla procreazione – , e dello stesso avviso sia pure Gandhi, tuttavia, il modello di società che va proponendosi dagli anni ’70, ossia una società i cui tenori di vita siano da rivedere alla luce di una proclamata, poi infinitamente ribadita, ed infine entrata nell’immaginario collettivo, sovrappopolazione – un po’ come la falsa idea che lo scontro con il mondo islamico sia iniziato l’11 settembre 2001 a causa dell’ex agente Cia, Bin Laden –, non ha lo scopo di portare gli uomini al livello di un Gesù Cristo, di un santo o di un Gandhi, quanto piuttosto quello – per citare le parole di Bertrand Russell – di fare in modo che “se una volta per ogni generazione, si potesse diffondere la Morte Nera in tutto il mondo, i sopravvissuti potrebbero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo pieno.” Ciò, ovviamente, è in netto contrasto con il “siate fecondi e moltiplicatevi”. Se me lo passi, parrebbe il messaggio dell’anticristo.

Ora, io non credo che il redattore biblico – divino o meno che sia – fosse tanto irresponsabile da aprire le porte a questo c.d. problema della sovrappopolazione. Credo piuttosto, alla luce di tutta la prima parte della Genesi, dove si invita continuamente gli uomini a “dominare” la natura, che il messaggio biblico dichiari come necessariamente esprimente la peculiare natura umana, l’essere dediti alla conoscenza ed alla ricreazione dei principi fisici universali. Dico ciò consapevole del fatto che nel nostro immaginario il termine “dominare” assume senso negativo, come privare di libertà, rimettere al proprio volere. Ma il termine, in quel contesto, ha sicuramente l’accezione neutrale che gli deriva dalla sua stessa etimologia “dominus” (in un tribunale, il presidente dei giudici per esempio). Credo, dunque, che il modo in cui va concepito il termine “dominare” sia quello riportato dai dizionari come “aver signoria, potestà, sovranità”.

In pratica, così come Eschilo ci vuol trasmettere col suo Prometeo incatenato, il redattore biblico ci suggerisce di avere una concezione di uomo come soggetto dedito, non al profitto ed alla distruzione – così consequenziale se il fine è il profitto – , ma alla conoscenza – dove, se il fine è conoscere, e per Socrate vero conoscere è il Bene e viceversa, ecco che non andremo verso una finalistica distruzione – e dunque alla risoluzione dei problemi che ha di fronte a sé l’uomo nei suoi rapporti con la natura, esercitando la sua ulteriore capacità creativa.

Dunque, tutta la Genesi, con la sua allegoria predominante della creazione, è ispirata da una filosofia, che oggi trova suffragio nella biogeochimica, per cui il creato sarebbe comparso ed organizzato in termini gerarchico-progressivi: il non vivente (abiotico), il vivente in generale (biotico) e l’uomo (noetico).

Questa concezione, fra l’altro, trova pure il conforto del Mahatma Gandhi, quando in risposta ad un inglese suo devoto, fa lui presente che pur essendo sacra ogni forma di vita, ciò non può impedirci di riconoscere la preminenza dell’uomo sul resto del creato.

Ora, alla luce di tutto ciò, il vizio epistemologico della teoria della decrescita, è proprio quello di non riconoscere la sacralità, l’intangibilità della vita umana, ma aprire piuttosto le porte alla visione di Russell. La teoria del Latouche – fra l’altro in assoluta antitesi a quella del meno conosciuto ed ostracizzato LaRouche – si rifà ad una concezione preminentemente entropica della Terra. Tale concezione potrebbe avere senso se l’uomo fosse semplicemente essere terrestre, ma se si riconosce la sua natura di essere universale, ecco che l’ostacolo dell’entropia decade, avendo l’universo un carattere anti-entropico – oggi più di prima, vista la confutazione della teoria dei buchi neri operata dal suo stesso autore.

Ovviamente, ma probabilmente ti sarà stato d’immediata percezione, dico ciò alla luce della crescita geometrica della popolazione.

In ultima analisi, la teoria della decrescita, tenuto conto dell’anti-entropia universale, sminuisce le capacità cognitivo-creative dell’uomo, di poter superare i problemi che il divenire gli pone davanti, quasi fosse un animale che può attendere solo la sua estinzione.

Due parentesi:

1 – L’idea della sobrietà, che emotivamente troverebbe anche la mia simpatia – forse per la mia crescita in ambienti di “sinistra” – è più una sottoidea che non un’idea. L’idea che sta sopra la “sobrietà” è quella dell’interiorità. Si potrebbe dire che così come alla “disciplina” sta la “motivazione”, così alla “sobrietà” sta l’“interiorità”. Altrimenti detto: se io propongo un modello culturale dove il fine è l’arricchimento interiore dell’uomo, la sobrietà non sarà un qualcosa che dovrò imporre, ma un qualcosa che verrà da sé. Sostenendo ciò, credo di rifarmi alla tipica concezione cristiana (direi soprattutto alla Rerum Novarum di Leone XIII) in critica al marxismo, per cui si punta ad arrivare ad un’uguaglianza, non imponendola, ma suggerendo un livello superiore, quello dell’amore per il prossimo, anche politicamente inteso (così come l’opera di De Gasperi o La Pira ne sono ottime concretizzazioni). L’avere, infatti, non sarà più così preminente, se non per le capacità superiori che potrà avere in funzione di liberare tempo da dedicare alla cultura, agli affetti, all’interiorità. Quanto sono sobri, infatti, certi modelli culturali dove il lavoro, per esempio, è visto come un qualcosa da scansare?!

Dunque il compito del politico-legislatore-cultura non sarà tanto quello di educare alla sobrietà, quanto quello di educare all’interiorità (alla sovra idea, visto che il visibile è smosso dall’invisibile).

2 – La questione della sovrappopolazione è dai tempi di Thomas Malthus, quando la popolazione mondiale non raggiungeva il miliardo di persone, passando per Charles Darwin e Bertrand Russell, che viene posta. In un documento per la sicurezza nazionale Usa (NSSM-200) del 1974, oggi declassificato, Henry Kissinger affronta proprio questo tema. Dopo di lui, passando anche per Bush senior, si continua a porre il problema,  su documenti ufficiali, per le inevitabili ripercussioni che la crescita della popolazione, soprattutto in America Latina, avrebbe nei confronti delle esigenze statunitensi. L’approccio, oltre che essere viziato da un punto di vista epistemologico, mi pare strumentale ad esigenze egoistiche di questo tipo.

Alla luce di tutto ciò, quello che vengo proponendoti, sulla scia anche dell’invito che rivolsi a Prato di trovare una coincidentia oppositorum, è quello di riconcepire l’idea dello sviluppo sostenibile – nel cui filone, forse con tendenze radicali, si pone la teoria della decrescita – in questi termini: il modo migliore perché si abbia una tutela della natura (o meglio del creato), intesa come qualcosa di cui l’uomo è parte integrante, è quello di abbandonare la società del profitto finanziario ed, invece, valorizzare al massimo le capacità creativo-cognitive umane e dunque instaurare, nell’ottica di W. G. Leibniz, una Società delle Scienze e delle Arti.

Pubblicato il 16/9/2006 alle 15.38 nella rubrica Filosofia.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web