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Due pasti avvelenati: pensioni e liberalizzazioni

(Due pasti non ben auguranti, per rendermi ancora più sconfortato sul futuro che ci attende.

L’opinione unica assorda.)

Il grande Franklin Roosevelt, tra i vari insegnamenti che ci ha lasciato, ci ha lasciato anche quello per cui alcune generazioni nascono per distruggere, altre per ricostruire. La generazione di coloro che oggi ha tra i cinquanta ed i settant’anni, non appartiene certo alla seconda categoria. Nulla di personale ovviamente! solo di generazionale! ma non senza motivo visto l’attuale stato delle cose.

Subiamo senza sosta uno stillicidio di chiacchiere che soffocano il pensiero. Tutti chiacchierano di tutto, ma nessuno si prepara su nulla. Uno che vuol capire come funziona l’economia si legge i quotidiani, ascolta la tv, si studia i padri dell’empirismo liberista britannico (!). Tutte ricette che funzionano ovviamente (!). Non a caso ogni 7 secondi muore un bambino con meno di cinque anni per fame, sete, guerra o malattia!

“Ma questa è demagogia!” starà già rantolando qualcuno.

Mentre l’economia insegnata da quotidiani, tv ed empiristi liberisti (Adam Smith, Thomas Malthus, David Ricardo, tanto per citare gli autori di maggior successo, tutti accomunati dall’essere stati funzionari della Compagnia britannica delle Indie orientali) è com’è giusto che sia, ineluttabile che sia, auspicabile che sia.

Ma perché tutto questo? Perché avere così tanta paura di lasciare ciò che chiaramente ci sta portando ad una nemesi, per imboccare una strada che ci appare ignota? Non è stato questo l’errore di Amleto? Ma leggere Shakespeare non fa fare denaro e non stuzzica i nostri sensi …

Ai corsi di formazione aziendale – paiono la Fenomenologia dello spirito di Hegel, ossia un qualcosa di congeniale allo status quo, e d’altra parte non sarà un caso che siano pagati dall’azienda per darci una “formazione”! – parlano di “zona di confort”, della paura di uscire dalla zona di confort, ossia della paura di uscire da ciò che conosciamo per approdare verso ciò che non conosciamo. Anche le peggiori filosofie contengono un qualcosa di buono (ma non si scada nel distruttivista, e già da Platone confutato, tutto è relativo, perché questo è ciò che il modello culturale vigente ha insegnato negli ultimi quarant’anni).

A Caserta le brusche accelerazioni reazionarie per la riforma delle pensioni e per le liberalizzazioni, hanno subito un momento di arresto. Ritengo che si tratti solo di un momento.

Ma qui le spiegazioni s’impongono, visto che so di parlare ad una stragrande maggioranza di sostenitori di queste due riforme, soprattutto della seconda – questi, dunque, almeno apprezzino questo mio sconsiderato ed impopolare coraggio.

In merito alla riforma pensionistica. I suoi più fervidi sostenitori riconoscono almeno che il problema non riguarda l’oggi, ma si presenterà tra un ventennio. Personalmente, ritengo che possa presentarsi anche prima. Com’è tipico delle concezioni statiche e meccanicistiche su come funziona la realtà, si sottovalutano i costanti e progressivi (dinamici) fenomeni d’impoverimento produttivo del Paese. Considerati questi, il problema di un pareggio tra entrate ed uscite nel bilancio pensionistico, si presenterà prima dei vent’anni.

Tuttavia ammettiamo che questa mia considerazione non sia corretta. La necessità di mettere mano al sistema pensionistico è avvertita solo da chi pensa in termini punitivi – i reazionari – o meramente redistributivi – chi ha una concezione statica dell’economia e della realtà in generale.

Quello che deve essere fatto, non è rivedere il sistema pensionistico – è dal ’93 che lo facciamo e se lo facciamo anche questa volta, non avremo di fronte l’ultima riforma, ma l’ennesima ultima! – ma rivedere il sistema produttivo, che di fatto tale non è più se detraiamo dal prodotto interno lordo l’incidenza dei valori speculativi (valori azionari che non esprimono valori reali ma puramente fittizi, derivati finanziari, e tutta quella pletora di strumenti che l’ingegneria finanziaria ha inventato nell’ultimo decennio).

Ovviamente non si tratta di una formula inventata sul momento, ma semplicemente della riscoperta di quel modello che oggi si riscopre in Sud-America, che i nostri padri costituenti adottarono tra gli anni ’50 e ’60, ma che soprattutto negli Stati Uniti ha avuto le sue più eccellenti applicazioni dal 1789 all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Dunque, in un momento di crisi, lo Stato aumenta la propria spesa pubblica indebitandosi, o meglio facendo ricorso al diritto-dovere di sovranità monetaria e creditizia, per dirottare questa liquidità verso i settori produttivi delle infrastrutture, della ricerca scientifica, dell’industria ad alto tasso tecnologico e di capitale. La rimessa in moto del sistema produttivo, farà aumentare le entrate fiscali e previdenziali che riporteranno ad essere efficace il sistema pensionistico così come lo era quando fu creato sulla scorta della oramai antica capacità produttiva italiana.

Quando Franklin Delano Roosevelt adottò questa soluzione, all’indomani della più grossa crisi economica e finanziaria in cui fossero mai incappati gli Stati Uniti, si veniva da un periodo in cui i suoi predecessori, Hoover, e Coolidge, sostenevano l’idea per cui lo stato non potesse influenzare la “libertà del mercato”. Le stesse sciocchezze che sentiamo oggi! Il risultato della politica di Franklin Roosevelt, fu quello di trasformare un’economia che nel ’29-’32 aveva dimezzato la propria capacità produttiva rispetto al periodo precedente, nella principale economia mondiale già nel 1939. Roosevelt si rifece a quello che è più conosciuto come sistema americano di economia politica, tipicamente dirigista, in opposizione a quello liberista britannico; questo scontro fu alla base della guerra che portò all’indipendenza nel 1776.

Lo stesso approccio fu seguito in tutta Europa ed in buona parte del mondo. Ma già durante l’800, prendendo spunto da Lincoln, Italia, Russia, Giappone, diedero impulso alle rispettive economie adottando i principi del sistema americano di economia politica.

Oggi purtroppo le due fazioni che in Italia sono in lite tra di loro, non fanno altro che mantenersi sui binari che sino a qui, dopo la svolta paradigmatica degli anni ’70, ci ha portato.

Da un lato i giacobini alla Caruso che spenderebbero i 100miliardi di euro che Caserta ha determinato di investire al sud, per dare un reddito di cittadinanza ai meridionali, “perché altrimenti le imprese se li fregano”. Distribuiti in questo modo, una volta dati 5000 euro a cittadino, cosa abbiamo prodotto per il Meridione? E questi sarebbero quelli di “un altro mondo è possibile”!

La soluzione di aumentare i redditi, se è meno depravata di quella di ridurre il costo del lavoro che inevitabilmente si ripercuote sulla capacità d’acquisto reale del lavoratore dipendente, nell’attuale o nel futuro, è comunque un cieco palliativo che non guarda al domani. La spirale inflazionistica, tuttora esistente, finirebbe coll’aggravarsi. Di fatto, si tratterebbe di un mero aumento nominale, ma non reale, dei redditi.

Dall’altro i liberisti che dicono che quei soldi devono brevi manu passare alle imprese. Bene, ma in quali settori produttivi? Non può essere detto, perché altrimenti siamo tacciabili per dirigisti, influenziamo la “libertà del mercato”.

Ecco che allora, invece, questi soldi devono servire per dare forza al sistema produttivo meridionale, e dunque italiano. Perché ciò avvenga, bisogna che il sistema infrastrutturale meridionale sia rafforzato, perché non si può fare impresa dove mancano strade per un’agevole circolazione, scuole che formino pensatori che poi applichino nel lavoro le proprie cognizioni, ospedali che accolgano chi s’infortuna, sistemi di distribuzione elettrica ed idrica funzionanti. Bisogna poi che laddove questo credito passi direttamente alle imprese, passi a quelle imprese che svolgono funzioni strategiche e trainanti per l’indotto che intorno ad esse si crea (industria pesante in particolare, visto che quella chimica ed elettronica sono state distrutte).

In merito alle liberalizzazioni, dobbiamo prendere in esame due capitoli esemplari per capire come funziona un processo liberalizzatore.

Un primo esempio su cui non importa soffermarsi sopra più di tanto è quello dalla legge 431 del ’98, sui canoni locativi liberi per le abitazioni (fase avviatasi già dal ’92). Tutti sappiamo che tipo di canoni locativi essa abbia prodotto: un degenerato premio per ingordi locatori, un esproprio di gran parte dello stipendio per gli affittuari.

Un secondo esempio, riguarda il settore delle telecomunicazioni, abitualmente portato a mo’ di esempio a dimostrazione della bontà delle liberalizzazioni.

Chi è entrato nel mercato delle telecomunicazioni in seguito alle liberalizzazioni degli anni ’90, ha quasi immediatamente prodotto tariffe ben più convenienti del concorrente ex-monopolista di Stato. Queste nuove imprese si sono trovate però delle infrastrutture telefoniche già create grazie al contributo della cittadinanza di oltre un cinquantennio. Poi, grazie alle varie leggi di riforma del mercato del lavoro, hanno potuto assumere manodopera a costi ben più bassi di circa il 30-40% rispetto al concorrente ex-monopolista che invece deve progressivamente svecchiare il personale dipendente (e di fatto vi ha parzialmente proceduto con prepensionamenti e buonuscite). Ciò che ci ritroviamo di fronte, è una bolletta meno cara, ma al prezzo di un ampissimo numero di lavoratori con una capacità d’acquisto reale enormemente ridotta rispetto al passato. Questo fenomeno è tipico di tutti i processi di liberalizzazione poiché un’azienda che immette sul mercato un prodotto ad un costo inferiore, nella maggioranza dei casi, lo fa perché riesce a tenere bassi i costi di produzione, che quasi sempre coincidono con il pagare meno i dipendenti.

Ma com’è possibile che non si veda tutto ciò? La spiegazione, sta nel poco amore per la verità che contraddistingue l’uomo odierno, che anzi, spesso nega l’esistenza della verità. Ci si accontenta allora solo di verità di superficie (opinioni), che coincidono quasi sempre con ciò che fa comodo, piuttosto che con ciò che è. Il politico vi si adatta perché altrimenti è fuori; l’uomo della strada vi si adatta perché è meno faticoso che impegnarsi in un graduale processo di conoscenza. Ma come dimostra il Rinascimento e le due guerre mondiali, la verità prima o poi viene galla. Il compito dell’uomo è farla venire a galla prima possibile, quello dell’animale è invece subirla.

Il processo liberalizzatore, non ha mai prodotto, in nessuna fase storica, maggiori benefici generalizzati, rispetto ai costi subiti dalla popolazione. La fase che ha preceduto le due guerre mondiali, come denunciava l’imprenditore e parlamentare della Regno d’Italia, Alessandro Rossi, ma anche Leone XIII con la Rerum Novarum, fu una fase contraddistinta da una progressiva liberalizzazione dei processi economici, piuttosto che da una loro corretta regolamentazione verso il bene comune.

Dobbiamo allora evitare di gettare benzina sul fuoco.

In ogni caso il ritorno ad una politica dirigista centrata sullo sviluppo tecnologico-scientifico non sarà sufficiente se prima non si procede ad una riformulazione del sistema finanziario internazionale, così come compreso da Clinton nel ’98, oggi firmatario della proposta del leader americano Lyndon LaRouche, “Per una Nuova Bretton Woods”. Questo vorrebbe dire fermare la speculazione internazionale che, come un parassita, sta succhiando la linfa vitale dell’economia di tutto il pianeta. Ciò vorrebbe dire rimettere in riga le grandi famiglie bancarie, proprio come fece Franklin Roosevelt col suo primo mandato presidenziale.

I politici bisogna che comincino ad avere il coraggio di rivolgere accuse precise alle grandi banche, che sono tornate ad essere i padroni di una democrazia scomparsa. Ciò farà perdere loro i finanziamenti per le proprie campagne elettorali, ma li riporterà ad amare la verità.

Ma se tutto ciò costa fatica apprenderlo, come poter ancora fidarsi dell’opinione unica di chi in questa situazione ci ha precipitato? Solo per una questione di buon senso, ogni cosa che questi signori dicono, dovrebbe metterci in guardia. D’altra parte, in una realtà evidentemente marcia, più una tesi è sostenuta e più dovrebbe essere falsa; infatti, se fosse vera produrrebbe una realtà sana.

Abbiamo di fronte un tossicodipendente che pur di non mettere in discussione il sistema di pensiero che lo ispira, s’illude continuamente di essersi liberato dalla propria dipendenza, semplicemente cambiando tipo di droga. Tale è l’attuale classe dirigente, tale è l’attuale modello culturale.

Dovrebbe bastare tutto questo per dubitare di questa opinione unica che, com’è tipico dei tossicodipendenti, farà una seria autocritica solo dopo avere toccato il fondo.

Dobbiamo allora ritornare ai principi della nostra Costituzione repubblicana. Una costituzione che ha in sé le idee dell’umanesimo cristiano: dignità dell’individuo, solidarietà, Bene Comune, “funzione sociale” dell’impresa, della proprietà e del credito. Una costituzione che parla di lavoro, di diritto al lavoro, e non di cittadino-consumatore, perché è ovvio che può essere consumatore solo chi lavora, e che se il lavoro diviene merce rara e mal pagata, parlare di cittadino-consumatore è un’offesa alla dignità delle persone.

Questo deve tornare ad essere il compito della nostra generazione, dopo che quella che ci ha preceduto è riuscita ad intaccare le conquiste ottenute tra il dopo guerra ed i primi anni ’70.

Chi verrà dopo di noi, dovrà avere un compito ben più ambizioso, il compito che solo Eschilo, Platone, Cicerone, il pensiero cristiano ed i pensatori rinascimentali, hanno avuto la capacità di visualizzare: la creazione di un’umanità unica, dedita alla scienza e all’arte.

Ma questo al momento non è ciò che ci riguarda, perché non è ciò per cui siamo pronti.

 

 

Pubblicato il 18/1/2007 alle 20.16 nella rubrica Liberalizzazioni-privatizzazioni.

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