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Liberalizzazioni - 1a parte

Visto l'interesse derivato dal mio intervento contro le liberalizzazioni, riporto per intero la discussione che ne è scaturita in una mailing della Margherita. In corsivo riporto gli interventi dei miei interlocutori, per i quali ho omesso i cognomi, lasciando solo i nomi quando si sono firmati.

LIBERALIZZARE LA MENZOGNA
Dichiarazione contro le liberalizzazioni
"Voi non avete fatto nessuna liberalizzazione!" dicono a sinistra.
"Voi state facendo delle liberalizzazioni di facciata!" dicono a destra.
Dalla Lega Nord a Rifondazione Comunista, ovviamente passando per i
cosiddetti moderati, tutti sono d'accordo sul fatto che le liberalizzazioni
siano un "dio buono" a cui inchinarsi ed obbedire.
Ma quando in una fase storica decadente, una issue è dominante - ma questa a
dire il vero più che dominante è "opinione unica" - le radici del perché
della decadenza sono rintracciabili proprio nei principi che ispirano quella
issue.
Le liberalizzazioni sono un sottoprodotto di un processo economico
produttivo fondato sul progresso tecnologico-scientifico.
Circa quarant'anni di distruzione dell'economia fisica a tutto vantaggio
dell'economia speculativa, sono bastati per fare dimenticare all'attuale
stato della scienza come produrre ricchezza. La nostra classe dirigente, ed
in generale la società da essa guidata, non ha dunque neanche più la
capacità di intendere cosa sia l'economia fisica. Così ci si agita intorno
al frutto ma non intorno all'albero. Dell'albero ci si disinteressa o quasi,
mentre il frutto, ben più attraente, distrae l'attenzione; questo, viene
spostato di punto in punto, senza che però, ovviamente, ad esso derivi
arricchimento alcuno, anzi il solo deperimento.
Se la storia dell'economia politica fosse conosciuta dagli uomini politici,
questi non potrebbero cadere nella grande mistificazione delle
liberalizzazioni. I nostri, infatti, non agiscono perché guidati da un
processo cognitivo-creativo, piuttosto ubbidiscono alle agende che di giorno
in giorno l'ambiente psicologicamente controllato, rappresentato in modo
principale dai mass media, loro impone. Mass media che ovviamente sono tutt'
altro che indipendenti, tutt'altro che "funzionari" dediti al Bene Comune.
Il liberalizzatore Ministro Bersani, di cinque anni in cinque anni, alterna
vizio a virtù (la virtù è rappresentata dal viaggio-studio fatto con Enrico
Letta, per tutta Italia, intorno ai distretti industriali).
L'istanza delle liberalizzazioni è uno dei tipici prodotti che la propaganda
riesce a creare ad ampliamento della collezione di mistificazioni che di
anno in anno crea. Una menzogna a forza di ripeterla diventa verità, ci dice
il Prova a prendermi di Spielberg.
Addirittura - Pecoraro Scanio docet - , nonostante vari ambienti della
politica e della cultura abbiano dovuto prendere atto della distruttività
delle politiche neo-liberiste, proprio perché riluttanti nei confronti dei
processi di ricerca della verità, si spaccia il falso ideologico per cui
"una cosa sia il liberismo, un'altra le liberalizzazioni" (!). Le
ubriacature dei mondialisti Aldous Huxley, George Orwell e Bertrand Russell
profetizzavano: sì sarà no, no sarà sì; the snow is black.
Senza ripercorrere le chiarissime dimostrazioni date dalla storia, in
particolare dal 1763 ad oggi, il quinquennio 1996-2001, dove Bersani -
probabilmente senza essersi mai cimentato nello studio del sistema americano
di economia politica così come sviluppatosi da Alexander Hamilton, primo
Segretario al Tesoro degli Stati Uniti d'America, passando per Henry Charles
Carey, Abramo Lincoln, fino a Franklin Delano Roosevelt - si cimentò nel
promuovere quel capolavoro proto-oligopolista che fu il d. lgs. 114/98
(decreto Bersani, o legge di riforma del commercio), grazie al quale oggi ci
ritroviamo la situazione che qui rappresento.
In seguito ai processi di deindustrializzazione tanto cari all'Ing. De
Benedetti, con la corrispondente apertura ai processi speculativi
internazionali, rilegittimati a partire dal 15 agosto '71, dopo gli abomini
che portarono alle due guerre mondiali, il reddito medio pro-capite in
termini reali è andato sensibilmente scemando, con accelerazioni
violentissime durante tutti gli anni '90. La perdita conseguitane di posti
di lavoro altamente produttivi, temperata durante la fase degli anni '70 ed
'80 con il palliativo del pubblico impiego, e mascherata da tecniche di
conteggio della disoccupazione sempre più manifestamente falsificanti
(riduzione delle ore di lavoro sufficienti per essere considerati occupati;
revisione degli indici per considerare disoccupato volontario, dunque non
disoccupato, il disoccupato rassegnato; ecc.), ha creato una moltitudine di
disoccupati. Questi disoccupati piuttosto che renderli occupati in un
mercato del lavoro, nel suo insieme, sempre più qualificato - ma ciò
necessitava del rilancio di una nuova fase industriale ad alta intensità di
tecnologia e capitale - si sono riversati nel saturo mercato del lavoro. Si
è detto: "La torta è questa, dobbiamo farne fette più piccole, per darne un
po' a tutti!". Si sarebbe però potuto anche dire: "Questa torta ci condanna
tutti alla fame. Per il momento stringiamo i denti per un po' e facciamone
fette più piccole, visto che ci siamo dimenticati di farne altre, ma da
adesso dobbiamo cominciare a lavorare per averne una ben più corposa."
Quello che invece si sta facendo è quello di restringere sempre più questa
torta, illudendosi che prima o poi questa, forse, tornerà a crescere.
Quando? Quando il libero mercato lo deciderà! Il libero mercato ovviamente
non lo deciderà mai. L'uomo necessita di precisi atti di volontà per porre
rimedio ai propri problemi. Questa strada, se vuol essere autentica, passa
per uno stravolgimento dei principi che ispirano la sua azione, un cambio di
paradigma.
Tornando al nostro decreto Bersani del '98, l'eliminazione dei limiti di
spazio tra un esercizio commerciale e l'altro, "per una migliore
distribuzione dei prodotti sul territorio" (!) ha fatto sì che un'infinità
di negozi di abbigliamento, ristoranti, vinaini, benzinai - per arrivare ad
assurdità per cui procedi per chilometri senza benzinai, e poi in un singolo
viale ve ne sono decine attaccati l'uno all'altro! Ma il libero mercato non
può dirgli dove sia più socialmente utile piazzarsi! - aprissero in modo
assolutamente arbitrario finendo con l'agevolare sempre, com'è ovvio che sia
in un settore deregolamentato, non il più bravo o addirittura socialmente
utile, ma il finanziariamente più forte. Così i piccoli negozi di
abbigliamento sono andati via via morendo, a tutto vantaggio delle grandi
firme che grazie agli outlet sono ora convenienti anche per il meno abbiente
dei cittadini-consumatori; di negozi di sport in mano ad abbienti
commercianti, ne potevamo avere 2 nell'arco di 3 chilometri, ed invece, ora
ne abbiamo uno gigante in mano a ricchissime catene nell'arco di 10
chilometri. Benvenuto sempre meno esistente cittadino-consumatore! Addio
cittadino-lavoratore! Per consumare si deve lavorare, e se il lavoro è mal
pagato ed i consumi inflazionati da immissioni arbitrarie di liquidità da
parte dei centri finanziari, cosa vuoi consumare!
Il processo di un settore liberalizzato è fisiologicamente questo, come
dimostrano gli esempi ora riportati: dopo una iniziale fase di apertura e di
capillarizzazione (azione centrifuga) sul territorio, si assiste, alla morte
dei più deboli a tutto vantaggio dei forti che divengono fortissimi, ed ad
una conseguente più radicale centralizzazione (azione centripeta).
D'altra parte, lo stesso Berlusconi, diviene duopolista grazie all'apertura
del settore televisivo, avvantaggiato dai privilegi concessi da un sistema
arbitrariamente finanziarizzato.
Non credo sia un caso che in questo momento fra i liberalizzatori, la voce
più grossa sia quella di Montezemolo e Della Valle, interessati alle
ferrovie, Benetton, interessato ai taxi. In merito ai taxi, sono quasi
sicuro che Bersani non fosse in malafede - d'altra parte i disegni di legge
non li scrivono, e neanche li capiscono, i ministri, ma i tecnici - è
interessante notare come il decreto Bersani dell'estate scorsa, tra le sue
norme, contenesse quella per cui liberalizzando il settore dei taxi, si
potesse però costituire delle società e cumulare le licenze. Ciò, che oggi
non è possibile, sicuramente nel breve-medio periodo avrebbe portato - e se
lo ripropongono, a quel punto, non possiamo che optare per la malafede del
Ministro - alla costituzione di una grande società con tanti mal pagati
dipendenti.
Banche ed assicurazioni nazionali, dopo la prima fase esterofila dei mesi
scorsi, sotto Mario Draghi e Guido Rossi, dovranno finire ancor più sotto il
controllo delle potentissime oligarchie finanziarie internazionali.
Il vizio epistemologico degli amici di destra, che si manifesta in economia
con la teoria del trikle down - sfacciatamente filo-oligarchica - per cui si
fa l'apologia dell'incentivazione dell'arricchimento dei più abbienti, di
modo che poi, questi, dandosi una sgrullata, faranno disordinatamente
ricadere parte delle loro ricchezze sui meno abbienti (e dunque si detassano
i grandi patrimoni, si rendono meno vincolanti i contratti di lavoro, ecc.),
è quello per cui la disuguaglianza esisterà sempre e siccome esisterà sempre
non si debba cercare neanche di renderla proporzionata, armonica.
Il vizio di fondo, invece, degli amici della sinistra odierna - meno
sfacciati, perché abili a mascherare, consapevoli o meno che siano - ma dal
risultato medesimo, è quello per cui combattendo le (piccole) aree di
privilegio si produrrebbe una più equa distribuzione del reddito. Laddove le
grandi aree di privilegio vengono toccate - si vedano le banche italiane -
ciò avviene a favore di un privilegiato ancora più potente - le banche
straniere.
Con entrambe le soluzioni non si viene a perfezionare in modo volontaristico
un processo volto all'arricchimento generalizzato della popolazione, ma, nel
breve periodo, un semplice alleviamento delle sofferenze dei più. Finito l'
effetto del cortisone, il male esplode in modo ancor più violento.
Ovviamente della legge 431/98 (disciplina delle locazioni e del rilascio
degli immobili ad uso abitativo, o del canone libero), regolamentazione, o
meglio deregolamentazione, tipica espressione di un approccio liberista, non
vi è bisogno di soffermarsi sopra, viste le notissime degenerazioni
prodottesi, a tutto discapito dei meno abbienti, e delle cui responsabilità
politiche nessuno parla.
La soluzione a tutto ciò è la strada che passa per l'amore della verità e
per l'amore per il prossimo; questa strada continua a portare il nome di un
coraggioso che ci salvò da una dittatura internazionale, e di cui oggi più
nessuno parla: Franklin Delano Roosevelt.
claudio giudici


Caro Giudici,
bella analisi, non c'è che dire, nel sottolineare le negatività delle liberalizzazioni con un italiano anche fin troppo forbito. Io però resto comunque perplesso, perché, come diceva un amico che si é laureato in economia, la coperta é sempre quella, non si allunga, né si accorcia, se la tiri da una parte, si scopre dall'altra. Ora, va bene tutto quello che dici sui forti che diventano fortissimi, che é un problema più che mai reale, ma come la vogliamo mettere con i vari "cartelli" che si sono venuti a creare fino ad oggi senza le liberalizzazioni? Perché la benzina é puntualissima a crescere e non cala mai? Perché quello che una volta costava mille lire oggi costa un euro? Perché il latte per i bambini, in farmacia, costa 80 euro, contro i 20 della Germania? Perché le assicurazioni non si sono mai fatte la "guerra"? Perché devo pagare, ingiustissimamente, 5 euro di ricarica per il telefono, quando l'Italia é il primo paese in Europa di traffico telefonico cellulare? Queste sono solo alcune domande che hanno suggerito l'introduzione delle liberalizzazioni. Io non sono un granché esperto di questioni economiche, ma se tutti gli economisti illustri ed anche politici di spessore come Franklin Delano Roosvelt hanno una cura a questi mali, che non siano le liberalizzazioni, allora ti pregherei di spiegarmelo, così magari, come cittadini, possiamo permetterci di suggerire una valida cura a questo Paese, che se adesso andrà verso l'oligarchia, prima di certo non é che fosse democratico (prova ne é l'immenso potere mediatico che si é costruito Berlusconi e senza le liberalizzazioni). Ti prego davvero di spiegarmelo, perché francamente sono stanco di sentire critiche che non siano supportate da un rimedio, da una cura veramente valida. Il semplice "amore per la verità" mi sembrano quattro belle parole messe insieme, che però non presentano nessuna valida soluzione del problema. Cordialmente. Alfonso


Caro Alfonso, grazie innanzitutto per le tue tante domande, che hanno il merito
di tenere aperto un dibattito, altrimenti a senso unico (pro-liberalizzazioni
cioè).
Mi permetto però di dire che queste domande partono già da un assioma di fondo
errato, tipico di chi studia l'economia secondo gli approcci monetaristi e
liberisti, invisi a chi nella fase pre 15 agosto '71, affrontava l'economia in
un modo diverso (direi, concretamente cristiano, per il Bene Comune). Per
esempio sono convinto che se chiederai al tuo amico se sa che cosa sia il
"sistema americano di economia politica", o se conosce le politiche
rivoluzionarie attuate da Alexander Hamilton, Abramo Lincoln, o Franklin
Roosevelt, ti dirà che tutto ciò non rientra nei programmi universitari. Un
libro di Henry Charles Carey o di Friedrich List, gli è mai passato sotto mano?
Credimi che non dico tutto ciò in senso provocatorio o peggio ancora
denigratorio, quanto per sollevare un problema, ossia che la formazione
universitaria, in ambito economico più che negli altri (anche nel giuridico, da
cui provengo, ciò è rilevabile, ma questo non credo sia il momento per
spiegarne i motivi) è di matrice empirista britannica. Si citano e studiano
pensatori come i fisiocratici Quesnay o Turgot, Malthus, Mandeville, Smith,
Ricardo, Mill e lo stesso Marx. Questi, sono tutti figli di una cultura
antropologica che non vede l'uomo e le sue capacità cognitivo-creative come la
vera fonte della ricchezza, ma la res. Keynes, invece, è un sottoprodotto della
scuola americana.
Senza dilungarmi troppo su tutto ciò - sarò comunque lieto di approfondire il
discorso, per quanto mi riesca, laddove tu o chiunque altro lo voglia - dopo la
fase rooseveltiana, è, in particolare dal '74, con il trasferimento della
seconda legge della termodinamica (il principio dell'entropia) all'economia, da
parte di Georgescu-Roegen, che si piantano in ambito economico-teoretico i semi
dell'idea con cui tu hai debuttato, l'idea della coperta. Il sistema economico,
invece, è tutt'altro che una coperta da tirare da una o dall'altra parte. O
meglio, esso è tale, in assenza di presenza umana. Dunque il sistema di cui tu
parli, così come insegnato da molti pensatori accademici, è un sistema animale
non umano. Se infatti ciò che questi asseriscono fosse vero, la popolazione
mondiale non sarebbe potuta crescere. Di fatto, è cresciuta pochissimo fino
all'avvento del Rinascimento, ossia fino all'arrivo di una concezione dell'uomo
prometeica (uomo dedito alla conoscenza ed alla creazione).

Tutto ciò, ovviamente, contiene già la risposta alla tua ultima domanda. Ma in
realtà alla tua domanda ho già risposto moltissime volte con vari articoli che
qui sulla mailing ho proposto. Solo per brevità, ieri ho puntualmente detto che
la soluzione passa per la riscoperta di Franklin Delano Roosevelt, ma anche De
Gasperi, Mattei, Vanoni, Kennedy, oggi LaRouche, i tentativi che si stanno
facendo in Sud-America, il pensiero del social-democratico Wilhelm Hankel in
Germania, Cheminade in Francia, Nino Galloni in Italia.

Ammettere che il mio ragionamento sia corretto - che ovviamente non è mio, ma
mi limito a riferire ciò che condivido dei pensatori che mi sono cimentato a
conoscere - , ma che i cartelli ci sono, vuol dire fuggire dal problema. I
cartelli ci sono, vanno combattuti, ma non sono le liberalizzazioni che li
combattono. Sono invece le leggi di regolamentazione che il Parlamento deve
fare.
Se riconosci che "va tutto bene quello che" dico "sui forti che diventano
fortissimi", come hai detto, e si comprende che il motivo per cui ciò avviene
risiede proprio nei processi deregolamentativi, non si può accettare che dai
cartelli si passi a dei super-cartelli.

L'economia è la relazione dell'uomo con la biosfera. Quando parlo di uomo parlo
di umanità, e non di caste privilegiate, feudatari che giostrano buoi.
L'economia si compone di tante piccole cellule produttive che devono essere
difese ed armonizzate le une con le altre. Queste cellule produttive sono
rappresentate dai vari settori dell'economia. Così come le cellule sono guidate
dal sistema nervoso centrale - che laddove sia malato, depresso, genera
disfunzioni in tutto l'organismo - i vari settori economici devono altrettanto
essere regolamentati, protetti, sviluppati, come si sviluppa un corpo.

I 5 euro tolti dalle ricariche? Siamo sicuri che siano frutto di una
liberalizzazione? I 5 euro sono un privilegio finora concesso alle compagnie
telefoniche: non gli si vuol dire continuate a fare come vi pare, ma gli si
vorrebbe imporre di eliminare un assurdo privilegio. Un processo completamente
antitetico a quello liberalizzatorio; un'azione espressione di un principio
dirigista. Ed è questo quello che ci vuole: dirigismo. Il dirigismo, tuttavia,
come ogni idea, può essere buona o cattiva a seconda che si ponga sulla via
della verità-sostanza od a seconda che si ponga sulla via del formalismo,
dell'apparenza, della falsità.

Quello che costava 1000 lire oggi costa 1 euro, dici. Giusto. Ma ciò non ha
niente a che fare con il fatto che non si siano fatte le liberalizzazioni
(queste si sono fatte nei settori del commercio, come ho già detto). Ti pare
che l'abbigliamento costi meno? Ti pare che la ristorazione costi meno? Tutto è
raddoppiato ovviamente. Ciò però, più che alle liberalizzazioni, è soprattutto
dovuto alla finanziarizzazione che di volta in volta (1971, 1987, 1998, 2005,
"lancerò banconote dagli elicotteri" ha detto Bernanke) si è depravatamente, e
nel silenzio mediatico, imposta sulla popolazione mondiale.

Accolgo senza offesa la tua ultima frase per cui "Il semplice "amore per la
verità" mi sembrano quattro belle parole messe insieme, che però non presentano
nessuna valida soluzione del problema". Ripeto, ho citato, immediatamente dopo,
Roosevelt, per proporre in modo sintetico quella che secondo me è la strada da
rimboccare.
Keplero diceva che per scoprire l'Harmonia Mundi, aveva proceduto con
teorizzazioni ispirate dall'amore per la verità, non da metodi fissi induttivi
(aristotelici) o deduttivi (baconiani).

Ti saluto cordialmente.

claudio


Non ha tutti i torti Claudio, ci suggerisce come del resto anche io di andare
oltre le liberalizzazioni o comunque di renderle più incisive...la minaccia
arriva anche dalla mera speculazione finanziaria nella gestione delle imprese,
stiamo solo toccando la cima dell'iceberg.

COME FUNZIONA IL SISTEMA CARTELLO:

il cartello serve per far arricchire i soliti personaggi, quelli
dell'oligopolio, che non hanno nessun interesse a far crescere il paese.Le
società di cartello si limitano essenzialmente ad aumentare i prezzi, a
intimidire la clientela e a non investire, non creando quindi nuove opportunità
di lavoro per la popolazione.Se cerchi di opporti al cartello, il sistema
banche-associazioni di categoria ti risponde "...abbiamo le mani legate..." e
ti accompagnano elegantemente al fallimento.le banche poi ti continuano a
perseguitare perchè, guardando i movimenti del tuo c/c, appena vedono 4 soldi
te li chiedono.
Se provi a spiegare al cartello banche la tua storia con tanto di sentenza di
condanna alla mano che prova l'effettivo conclamato e perdurato mantenimento di
abuso di posizione dominante ai tuoi danni, ti rispondono "...a noi non
interessa, questo è il nostro mestiere...", come certi uomini che Primo Levi
descrive nel libro "I sommersi e i salvati" e sono tanti che rispondo così,
troppi, in tanti altri settori a tutti i livelli, ecco perchè il mondo non
cambia mai...questo tipo di putrido sistema economico va repentinamente
bloccato sul nascere ogni volta che si ripresenta (antitrust), ma forse
dovrebbe sparire per sempre (interdizione dalle attività...).E' il
cliente/cittadino che deve decidere da chi comprare, non il cartello.
Oppure se vogliamo proprio continuare a vivere in questo tipo regime
oligopolistico noi dobbiamo pretendere che tutti coloro che sono rimasti
esclusi, dico tutti, vengano assunti nelle imprese del cartello, ma quanto
durerebbero queste aziende che non hanno mai saputo competere, tanto meno in un
mercato globale?
Due cose si potrebbero fare:
Proteggere e consentire l'iniziativa a nuove forze sul mercato di creare
concorrenza, a prima vista potrebbe sembrare una sfida persa in partenza,
tuttavia è l'unico modo per costringere le aziende del cartello ad abbassare i
prezzi e puntare ad investire, innescando quindi la necessità di assumere forza
lavoro con nuove competenze, nuove idee, nuove strategie.

Monitorare i cartellomani costantemente (cosa che spetterebbe a confindustria
ma che non ha mai fatto...) e costringerli ad assumere nuove forze in grado di
far cambiare registro.

In ogni caso siamo noi gli UOMINI nelle aziende che decidono poi le vie da
percorrere...

Un saluto

Carmelo


Carmelo consentimi solo una precisazione.
Sicuramente la tua è una svista nello scrivere, ma affinchè il mio pensiero non
venga travisato devo correggerti.
Io non suggerisco di "rendere più incisive" le liberalizzazioni, affermo
proprio che queste non vanno fatte.
Affermo cioè che il piano di analisi da osservare per avere sviluppo non è
quello redistributivo su cui si concentra una politica liberalizzatrice
(ottenendo però l'esatto risultato contrario, di impoverire i più a tutto
vantaggio dei più ricchi), ma di esaminare il piano produttivo, quello della
vera ricchezza, con cui non ha niente a che fare il processo di
liberalizzazione (che anzi impoverisce). Questo piano è preso in esame invece
dalle politiche di infrastrutturazione, ammodernamento, ricerca
tecnologico-scientifica, industrializzazione ad alta intensità di capitale e
tecnologia.
Per comprendere il principio che sta dietro a tutto ciò, e che so che tu
comprendi benissimo, secondo me aiuta molto la dimostrazione che Archita di
Taranto dà in merito alla duplicazione del quadrato, oppure la parabola
evangelica dell'albero e del frutto. Se si comprende il principio che sta
dietro queste due metafore-allegorie, le cose che sto dicendo appariranno puri
truismi, banalità.

Saluti Carmelo.
claudio


Non capisco perche liberalizzare impoverisca dal momento che esistono i
contratti collettivi nazionali per operai impiegati etc.Casomai possono esse
rappresentatre solo momentaneamente un utile netto minore per l'attività
commerciale per l'industria che però aquistando a minor prezzo può
ridurre il costo unitario ed aumentare l'utile netto.Possono produrre
in qualche caso perdita di occupazione che a sua volta viene riassorbità per
effetto dei nuovi operatori nel mercato.Le liberalizzazioni sono solo un
aspetto della politica economica.Un'altro aspetto fondamentale è la crescita
la cui ricchezza deve redistribuirsi alle fasce popolari sotto forma di
lavoro altrimenti non avrebbe nessun senso far cresere l'economia.Uno dei
difetti fondamentali dell'industria che si è registrato agli inizi degli
anni novanta è la crescita senza occupazione perche l'industria è molto
incline a far uso di tecnologia per sostituire il lavoro umano.Quindi questo
dovrà essere uno degli aspetti fondamentali da approfondire.Il modello di
sviluppo che fin qui abbiamo seguito non solo ha prodotto come giustamente
dice Claudio Giudici economia finanziaria e non fisica che arricchisce
pochi,ma anche poca occupazione ,spesso disumana e malpagata.Quindi si
tratta di investire di più nell'industria leggera o spiegandosi meglio verso
quelle fette di mercato che producono tanta occupazione e dal carattere
umano e riconvertire quelle dal carattere disumano.Ho sentito da qualche
parte dire "non hanno voglia di fare
niente".Bene questo qualcuno dovrebbe andare a lavorare in fabbrica o fare
un lavoro manuale in generale per rendersi conto delle fatiche e dei
problemi dell'operaio.Quando affermi ,sui parametri su cui riferire il tasso
disoccupazione hai perfettamente ragione,si tratta di dati falsificati per
far credere cose che nella realtà non ci sono.Liberalizzare significa
stroncare quelle elitè che nel corso dei secoli hanno fatto e disfatto tutto
,hanno deciso chi dovesse andare avanti e chi no.Liberalizzaere non
significa però liberalizzare l'orario di lavoro(l'iniziativa privata è
libera .Non può svolgersi in contrasto con la liberta ,la sicurezza la
dignità umana).Tutt'alpiù possono essere ammesse variazioni minime
nell'orario di lavoro giornaliero.Quand'è sera si ha voglia di tornare a
casa ,giocare con i propri bambini e fare l'amore con il proprio partner ,in
particolar modo il sabato e la domenica che è sacra.Infine e mi preme dirlo
,quello che più preoccupa è che l'Italia e l'Europa sembrano aver perso il
senso della cristianità senza il quale la vita non ha nessun senso



Caro Roberto, le liberalizzazioni sono un qualcosa che sta distraendo i più
dalla questione veramente nodale: far crescere la produttività media
pro-capite e per chilometro quadrato.
Non esiste precedente storico dove questa produttività, fisicamente misurata
e non finanziariamente misurata, sia stata ottenuta grazie a processi di
liberalizzazione.
JFK dopo la crisi del '57-'58, non si rifà alle tecniche di liberalizzazioni
per restituire impulso produttivo al sistema americano. Egli si rifà alle
politiche rooseveltiane. Aumento della spesa pubblica - non tagli -, dunque
espansione del credito finalizzato a settori strategico-trainanti. Se nel
caso di FDR si trattò della TVA in particolare, nel caso di JFK si trattò
del programma Apollo. L'idea di fondo è: lo Stato aumenta la spesa pubblica
in settori dall'alta ridondanza tecnologica-scientifica; le ricadute a
catena che si avranno sul sistema paese saranno tali da ridare forza
all'intero sistema economico. JFK restò in carica tre anni circa, ma le
conseguenze benefiche di quella sua idea - ribadisco, propria di una
tradizione, quella del Sistema Americano di Economia Politica - si sono
protratte fino ad oggi.
Ricordo ancora che le teorizzazioni sulle politiche anti-protezioniste,
ossia liberoscambiste o liberiste o di liberalizzazione, sono state prodotte
in particolare da David Ricardo. Egli le ipotizza in un sistema a
convertibilità aurea perfetta e chiuso. Dunque le ipotizza all'interno di un
sistema che non è quello esistente, e che dobbiamo sperare non divenga
esistente poichè intrinsecamente entropico e filo-oligarchico.
Quando mi sarà portato ad esempio storico di liberalizzazione che ha
funzionato, ossia per il Bene Comune, cambierò idea sulle liberalizzazioni.
Fino a quel momento, amando la verità delle cose e non il conformarmi alla
vox populi, non potrò sostenerle.
Saluti.
claudio giudici


quella che proponi è la tesi keynesiana che è stata sempre di più criticata
negli ultimi decenni ,poiche l'espansione della spesa pubblica ha aumentato
il debito pubblico e l'inflazione.Questo ha indotto molti paesi a rivedere
il proprio atteggiamento,contenendo per quanto possibile l'intervento
statale.Per funzionare un'economia non ha bisogno della regola
aurea -entrate=uscite-,ma espandendo la spesa pubblica deve essere
consapevole di poter rientrare Le liberalizzazioni rispecchiano il sistema
della perfetta concorrenza ,che per poter funzionare ha bisogno di un
sistema industriale diversificato e a bassa concentrazione.Le cause della
concentrazione  vanno ricercare negli alti costi di produzione.La strada
intrapresa di ridurre il costo del lavoro,dell'energia,della pressione
fiscale e di altri oneri è quella giusta Un sistema industriale ad alta
concentrazione è rappresentato dalla grande industria che nascendo dalla
fusione di più aziende agisce in regime di monopolio stabilsce i prezzi dopo
aver fatto chiudere le piccole industrie e impedito la nascita di nuove.Può
mettere in crisi intere aree geografiche quando licenzia se questa è l'unica
che dà occupazione.Esistono poi i cartelli che sono accordi sottobanco per
diminuire la produzione e quindi l'offerta allo scopo di aumentare i
prezzi e quindi i profitti.Queste vanno sanzionate pesantemente dalle
autorità antitrust.La concentrazione non vale solo per l'industria ,ma anche per il commercio e il sistema bancario


Naturalmente la tesi keynesiana e sempre validissima .Il problema è che i paesi
occidentali ne hanno fatto un'uso distorto in passato e ciò rende impraticabile
oggi una politica keynesiana


No Roberto!
Stai dicendo cose che effettivamente il complesso culturale ripete da anni,
ma sbagliando! Lo ripete da anni - grosso modo dagli anni '70 - e di fatti
da quegli anni le capacità di crescita reale delle nazioni si sono azzerate.

Alcune correzioni di carattere accademico, ma dai nodali risvolti pratici, a
ciò che hai detto.
La soluzione che ti ho proposto, non è la soluzione keynesiana. La soluzione
che ti ho proposto è quella su cui si fonda non la teoria di Keynes, ma
quella tradizione che si chiama Sistema Americano di Economia Politica, così
come definito da Alexander Hamilton. Non è una teoria, nè tanto meno un
sistema (che è intrinsecamente chiuso), ma un metodo dove il ruolo centrale
è svolto dall'uomo e dalle sue capacità cognitivo-creative - semplicemente
detto, capacità di fare scoperte scientifiche e di applicarle sulla realtà
sensibile. Questa tradizione oltre che passare per Hamilton e Washington,
passa per i Carey, per John Quincy Adams, per Lincoln, Franklin Roosevelt e
John Kennedy. Si tratta di una tradizione che ha visto assassinati oltre ad
Hamilton, Lincoln, e Kennedy, anche Harrison, Taylor, Garfield e Mckinley,
forse, ma è molto dubbio, lo stesso Franklin Roosevelt per avvelenamento. A
questa tradizione hanno attinto verso la fine dell'800 paesi come la Russia,
il Giappone e l'Italia. Nella fase post-bellica, all'interno della stessa
DC, grazie all'azione dirigista (o interventista) di De Gasperi, Vanoni e
Mattei, ci si rifà a tale tradizione, in completa opposizione alle idee
liberaliste di Sturzo, che di economia capiva meno che di altre cose.
Keynes, deve la sua notorietà alla disinformazione britannica, così come
imperante dal '700. Questa disinformazione per esempio attribuisce a Locke
la partenità filosofica della Dichiarazione d'Indipendenza americana del
1776, piuttosto che a Leibniz; attribuisce a Newton una serie di scoperte
(dalla gravitazione al calcolo differenziale), piuttosto che a Keplero e
Leibniz; attribuisce a Keynes la paternità degli Accordi di Bretton Woods,
piuttosto che al duo Roosevelt-White; o ancora attribuisce la sconfitta di
Hitler a Churchill, piuttosto che a Franklin Delano Roosevelt, il quale
anche durante la fase di non intervento fu decisivo grazie alla politica
degli "affitti e prestiti", come dirà lo stesso Stalin.
A questo ultimo proposito, un paio di mesi fa fui ospite di un responsabile
economico di un partito del centro-sinistra - che preferisco non citare -,
professore universitario tra l'altro, il quale mi ha lasciato un suo testo,
di recente scritto, sulla riforma del sistema finanziario internazionale.
Gli ho fatto presente che quel testo riportava il grossolano errore di
attribuire gli accordi di Bretton Woods a Keynes. Potrei ovviamente
sbagliare anch'io, ma se sbaglio io sbaglia tutta la commissione che ha
approvato la mia tesi di laurea! Comunque, basta rifarsi al Carreau D.;
Flory T.; Juillard P., Droit international Economique ed alle cronache di
quegli accordi per rilevare che le proposte di Keynes in materia, furono
tutte bocciate, proprio perchè i veri vincitori della guerra furono gli Usa.

Detto ciò, le politiche di Keynes, sono un sottoprodotto del "Sistema
americano di economia politica", in quanto non si centrano su una concezione
prometeica dell'uomo, ma su quella empirista-materialista. Così ci si illude
di poter costruire e fare buche e che il Pil torni a crescere. Questo tipo
di politiche idiote fu usato per esempio dal Giappone durante i primi anni
'90. I giapponesi cominciarono in particolare a costruire ponti laddove non
servivano a niente.
Queste politiche creano, non intrinsecamente, ma con buona probabilità,
soprattutto nelle realtà già industrializzate, inflazione.

Il merito invece del "Sistema americano di economia politica" sta invece nel
non creare inflazione alcuna poichè il credito generato viene riversato in
settori che fungano da volano per un salto tecnologico. Alla produzione
quantitativa si abbina quella qualitativa.
Per capirsi, Franklin Roosevelt bonifica le vallate del Tennessee
raccogliendo intorno a sè i migliori esperti scientifici in materia. Questo
costosissimo progetto, da studi effettuati, si ripagò negli anni del 600%.
JFK lancia il progetto Apollo perchè le ricadute di questo difficilissimo
progetto - "Andiamo sulla Luna perchè è difficile, non perchè è facile!"
disse in sostanza - sarebbero state notevolissime sul comparto civile.
Questo ipercostosissimo progetto, invece, si ripagò negli anni del 1300%!

Dunque, Roberto, stiamo attenti a non confondere politiche intrinsecamente
miopi e di matrice materialista, con ciò che invece è causa ed effetto della
crescita delle capacità cognitivo-creative degli individui.

Non è un caso che le uniche economie vicine al dirigismo oggi, siano le
uniche che crescono. E non è un caso che i Paesi dell'America Latina, dopo
le distruzioni comportate dalle politiche neo-liberiste del Fmi, ritornino
oggi a forme di dirigismo, protezionismo e sviluppo tecnologico-scientifico
(questi, tutti, ingredienti del Sistema americano di economia politica).
Ma queste sono cose che ho già trattato per sintesidialettica.it. Se ti va
ti rilascio i link da cui poter attingere e se ti va discutere, contraddire,
o approvare:

http://www.sintesidialettica.it/Articolo.php?titolo=t_quale&autore=au_giudic
i&articolo=a_quale

http://www.sintesidialettica.it/Articolo.php?titolo=t_sistemahamiltoniano&au
tore=au_giudici&articolo=a_sistemahamiltoniano

Roberto, poi dici:
"Le liberalizzazioni rispecchiano il sistema
della perfetta concorrenza"
Scusa Roberto, ma a questa storia oramai non ci crede più nessuno! Come si
fa a dire ancora queste cose? Ti ho già detto più volte che dall'opera di
Ricardo stesso si capisce che in un sistema finanziarizzato ciò non è
possibile. Allora, o si boccia la finanziarizzazione tout court, come
sostenuto dai malthusiani e da Lenin, oppure si prende atto che le
liberalizzazioni sono invece un sistema che consente ai grossi centri
d'interese, com'è tipico della legge della giungla che non ha arbitri, di
mangiarsi tutto. Le discutibili - perchè non costituzionalmente
riconosciute - figure delle Autorità indipendenti non possono garantire più
di un eletto. Sempre di uomini si tratta. A tal proposito, per le soluzioni
che propongo, ossia che ricopio da precedenti esperienze storiche, vale il
secondo link dei due che sopra riporto.
A tale riguardo, in breve, la soluzione dove starebbe secondo me:
la finanza, ossia il credito, serve e come. A dimostrarlo è la stessa
Rivoluzione americana. Esso però va utilizzato per incrementare l'economia
fisica e non per fare speculazione. Dunque, devono essere ritenuti illegali
i derivati finanziari - pure scommesse. Devono essere tassate fortemente
rendite e profitti di modo da obbligare a reinvestire nell'economia reale.
La metà del bilancio statale deve essere reinvestita in infrastrutture
leggere e pesanti. Fra questa metà, grande deve essere la parte da destinare
alla ricerca. La sovranità monetaria deve tornare allo Stato ed affidata ad
una Banca Nazionale pubblica, non privata come la Bce o come era la Banca
d'Italia. L'industria nazionale deve essere protetta come misure
protezionistiche, nei confronti della concorrenza che si avvantaggia
dell'assenza di diritti sociali nel proprio paese. In questa fase di
rilancio, si deve rispostare il baricentro dei lavoratori dal terziario al
settore primario (agro-industriale).

Poi aggiungi:
"La strada intrapresa di ridurre il costo del lavoro ... è quella giusta."
Ti chiedo: sei cosciente di cosa voglia dire ridurre il costo del lavoro?
Se sì, come si fa a dire che è quella la strada giusta!

Un abbraccio.
claudio


Caro Claudio,

ritengono i tuoi interventi una preziosa realtà, tuttavia cosa succederebbe in
Italia se non ci fossero le liberalizzazioni e l'antitrust?
sarebbero altri anni di prezzi alle stelle, di alzate di barricate ai confini,
di enormi creazioni lobbistiche, in cui i soliti noti si arricchirebbero senza
reinvestire un centesimo in innovazione/sviluppo, quindi senza pagare e mettere
in condizione i famosi "uomini" in grado di
poter far crescere il Paese...
concordo con te, la teoria Hamiltoniana è quella giusta ma in Italia, credimi,
va integrata anche con liberaliz. e antitust,  se i prezzi scendono altrimenti
ci arrabbiamo!
l'andamento dei prezzi dei carburanti rispetta proprio la politica industriale
degli anni passati.
al picco max della sinusoide dovrebbe seguire un rilancio dell'economia sulla
base dei risultati ottenuti in R&D, da noi invece i prezzi rimangono
perennemente alti ma di rilanci non se ne vedono, da quanti anni è che si parla
di nuove tecnologie e energie rinnovabili?
Importeremo anche queste? allora saranno anni faticosi per antitrust, adusbef e
via dicendo...

Un caro saluto

Carmelo


Ciao Carmelo.
Carmelo io non capisco perchè ci si ostini ad essere ottimisti sulle
liberalizzazioni, dopo quanto avventuo con il d. lgs. 114/98 (prima legge
Bersani in materia di liberalizzazione del commercio). Oggi, vi è una moria
di negozi il cui dato evidente agli occhi di tutti è la trasformazione dei
fondi (accatastati C1 o C2) in civili abitazioni. Dove i grandi centri
commerciali hanno cominciato a svilupparsi - proprio grazie a quel decreto,
la cui matrice liberista era ovvio che portasse a ciò - i piccoli
commercianti sono spariti o nella migliore delle ipotesi impoveriti.
Si guardino i negozi di abbigliamento o quelli di sport. Vi pare che tutto
ciò abbia portato prezzi più bassi?
E' già riprovevole che si sia cascati nelle politiche liberiste durante gli
anni '90, dimentichi dei disastri dei primi del '900 e del perchè la nostra
Costituzione nasca con quelle disposizioni. Ma dopo avere provato sulla
nostra pelle gli effetti di leggi come quella su citata o la legge 431/98 in
materia di affitti, come possiamo non vedere? Io dico perchè siamo vittime
della sindrome di Amleto: meglio il male conosciuto, al bene sconosciuto!

Ho invitato questa mailing a riportarmi un esempio storico in merito a
quando le liberalizzazioni hanno funzionato, ma per ora nessuno ha saputo
rispondermi.

Energie rinnovabili, balzi tecnologici, non li avremo perchè rimessi al
mercato - il quale alloca le proprie risorse solo ove gli conviene - ma solo
in seguito ad un preciso atto di volontà nazionale.
Pensiamo in generale alle infrastrutture - tra quelle leggere rientra pure
il settore della ricerca, che ad energie come l'idrogeno o la fusione
potrebbe portare in tempi rapidi se vi fosse dietro uno sforzo nazionale.
Quale infrastruttura, tra strade, apparato idrico, elettrico, telefonico,
sarebbe stato fatto se rimessi alla volontà del cosiddetto "libero mercato"?

Il mercato dunque deve tornare ad essere disciplinato non liberalizzato. E
disciplinato non vuol dire burocratizzato. La nostra Costituzione da questo
punto di vista è chiarissima. Allora, lo stesso centro-sinistra, senza fare
tanta demagogia o dice che la nostra Costituzione non è più attuale, o torna
ad imporne il rispetto. La nostra Costituzione impone un ruolo attivo allo
Stato. Questo essere attivi, non vuol dire togliere le protezioni alle varie
nicchie di mercato che poi si ritrovano rimesse alla concorrenza del più
forte, ma vuol dire sviluppare con precisi interventi ulteriori nicchie.
Lo Stato, per esempio, potrebbe finanziare con l'emissione di credito a
basso tasso d'interesse la (1) riqualificazione dell'industria
automobilistica, facendola passare da produttrice di automobili a benzina, a
produttrice di automobili ad idrogeno. A ciò ovviamente dovrebbe
accompagnare una rivoluzione in campo energetico nazionale, (2) sviluppando
distributori ad idrogeno. Per avere l'idrogeno dovrebbe attivare (3)
centrali nucleari da 800-1000 MW pubble bed. Ciascuno di questi tre settori
produrrebbe migliaia di posti di lavoro ad alto tasso di specializzazione,
un indotto e soprattutto ricchezza reale.
Si tratta di un'idea difficile da attuare, ma era forse facile elettrificare
e portare i distributori di benzina in Italia dopo il '45?
Le cose su menzionate necessitano solo di una volontà politica, di coraggio
e di un cambio di paradigma da un punto di vista della concezione circa cosa
sia l'economia.
Si tratta di cose che sicuramente faremo in futuro. Il problema è che questo
futuro con l'attuale classe dirigente, l'attuale modo di pensare, e
l'erosione del tessuto produttivo comportata dai processi di
liberalizzazione (ripeto, come fatto con attività commerciali, industria,
immobili, infrastrutture negli ultimi trent'anni) sarà sempre più lontano.

Saluti.
claudio giudici


Caro Claudio Giudici,
ho sempre apprezzato i tuoi interventi ma, mi dispiace, ora non posso essere
d'accordo con te.

La tua visione delle liberalizzazioni, infatti, è prettamente "locale", cioè
inerente il solo mercato
italiano: è per questo che, attenendoti a quello che succede nella tua
città - visione ancora più ristretta-
asserisci che le liberalizzazioni hanno portato un danno all'economia.

Quello che ti sfugge è che la liberalizzazione, in maniera più
generalizzata, "libera i mercati" e cioè
fa si che - coadiuvata da politica internazionale (vedasi anche comunità
europea, ecc. ecc.) - si  liberi la concorrenza a livello internazionale.
E' la concorrenza a livello internazionale che fa abbassare i prezzi!
Al contrario il creare dei cartelli di imprenditori che hanno in mano un
determinato settore dell'economia fa si che questi, coalizzandosi, cerchino di livellare i
prezzi al rialzo confermando  per loro stessi i massimi  introiti.

Gli esempi del passato che tu cerchi sono quasi impossibili da ritrovare e
questo non perchè le liberazioni abbiano prodotto un danno all'economia, bensì perchè nel passato i singoli stati, mentre da una parte cercavano di liberalizzare ìl mercato interno, dall'altra imponevano dazi doganali (avendone la facoltà) che limitavano l'ingresso di imprese estere.
I prezzi più bassi sono arrivati in Italia, non perchè i centri commerciali
hanno fatto una politica al ribasso (anzi)
ma perchè oggi, nel nostro paese, sono arrivati, ad esempio, i cinesi. Solo
dieci anni fa nessuno avrebbe immaginato che la
Cina potesse diventare la potenza economica che è diventata (che detiene una
buona parte del debito pubblico statunitense).
Chi sa se fra qualche anno i paesi del continente Africano non smettano di
fare e farsi la guerra e non diventino delle potenze economiche invadendo i
mercati con prodotti dai prezzi ancora più bassi?

I paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) ora stanno
producendo ed esportando prodotti agricoli e carni di altissima qualità e
prodotti con altissima tecnologia (al contrario di quello che noi possiamo
pensare) ed a prezzi più bassi di quelli europei ed americani. E' naturale
che la possibilità fornita loro di vendere sul mercato italiano porterà ad
un generale abbassamento dei prezzi!

Le auto di produzione asiatica, piene di optionals e di confort, costano
molto meno di quelle prodotte in europa: ma lo sai che negli anni di cui
parli tu vi erano i dazi doganali che facevano diventare sconvenienti, per
gli operatori esteri anche solo europei, l'esportazione in Italia delle
auto?

Potrei continuare con tantissimi altri esempi concludendo con il dire che
liberalizzare porta sicuramente all'abbassamento dei prezzi ed anche ad uno
sviluppo dell'economia.
Il piccolo negozio italiano non può e non deve fare la guerra dei prezzi. Al
contrario deve cercare di improntare la sua offerta sulla particolarità e
sulla nicchia: il salumiere sotto casa che mi propone prodotti sempre
freschi, prodotti regionali,  pane del forno a legna, ecc. ecc. non verrà
mai soppiantato dalla grossa distribuzione.
Le aziende italiane produttrici di auto di altissima qualità (Ferrari,
Lamborghini)  non avranno mai paura dell'auto venduta nei centri
commerciali.
L'agricoltore Italiano non può e non deve fare la guerra dei prezzi con gli
ortaggi provenienti dall'Egitto: deve, al contrario, sforzarsi di ottenre un
prodotto di altissima qualità, che sia portatore della qualità tipica del
made in Italy.

Il distributore di carburante italiano, anzicchè fare scipero contro la
liberalizzazione che permette ai centri commerciali di vendere la benzina ad un prezzo più basso e di crearsi, da solo, un danno economico (dalla mancata
vendita di tot litri di carburante in due giorni di serrata) deve far
sentire le proprie ragioni alla propria casa madre e pretendere da questa la
vendita della benzina allo stesso prezzo al quale, le stesse case, la
vendono agli ipermercati! E' così che si abbassano i prezzi!  In Italia,
invece, i benzinai protestano perchè vogliono che anche gli iper vendano la
benzina al prezzo più caro!

Il discorso che tu fai, infine, relativo alle energie alternative ha poco a
che vedere con le liberalizzazioni: Ci sono interessi ed accordi
internazionali, alleanze ed politico-economici, che si sono fondati e
continuano ad esistere basati sul mercato del petrolio. I piccoli passi che
in Italia si stanno facendo sui biodiesel (vedasi questi giorni), su fonti
energetiche alternative, ecc. sono già  buoni risultati e sintomatici del
cambiamento di rotta che a piccoli passi si sta facendo.

Saluti

Giuseppe




















Pubblicato il 12/2/2007 alle 22.39 nella rubrica Liberalizzazioni-privatizzazioni.

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