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Lettera al Sottosegretario Alfonso Gianni

 

Egregio Sottosegretario Alfonso Gianni,

come promessoLe dopo il Suo intervento all’Hotel Nazionale a Montecitorio durante la tavola rotonda con il politico americano Lyndon LaRouche e l’On. Giulio Tremonti, sono a scriverLe per sottoporLe alcune considerazioni in merito a quanto da Lei detto.

Prima però sono obbligato a porre l’attenzione sull’importanza di ciò che Lei e l’On. Tremonti avete fatto con la partecipazione a quell’incontro, quasi partecipaste idealmente ad un secondo Parlamento dove l’obiettivo era un autentico dialogo politico tra scuole di pensiero opposte ma che hanno avuto il merito di trovare quel punto di congiunzione che può, tra mille virgole discordanti, rappresentare quella sostanza vivificante capace di trasformare la realtà. Mi permetto di dire che si pone ora per Lei e per l’On. Tremonti, un compito ben più arduo, un compito dettato dall’amore per la verità. Quest’ultimo Vi impone di avviare un ostinato dialogo con quelle forze conformiste, e funzionali all’attuale depravato stato delle cose, che si nascondono dietro il comodo titolo di moderate.

Mi creda, l’averVi sentiti sviluppare idee e conclusioni di azione politica che dovrebbero essere tanto ovvie quanto lo sono le menzogne che il sistema culturale propina, dà ai giovani della mia generazione quella forza in più che è necessaria per trovare avallo nella lotta contro il liberismo (o mercatismo, usando il termine preferito da Tremonti).

Detto ciò, vengo però a sottoporLe i dubbi sortimi durante l’ascolto del Suo intervento. L’oggetto di tali perplessità, infatti, è tale da pregiudicare la riuscita dell’azione politica interventista, dirigista, keynesiana o hamiltoniana che dir si voglia, topica per il rilancio di un modello culturale centrato sull’idea dell’homo homini fratres piuttosto che su quella attuale dell’homo homini lupus.

Nel mio ultimo brevissimo saggio – per cui mi permetto di rimandarLa al link http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?YY=2007&mm=6&dd=8 – al quarto paragrafo affronto proprio la doppia questione del liberismo e dell’entropia inquadrandole come questioni fuori della verità.

Ad un certo punto del Suo ragionamento infatti emerge con tutta la Sua forza il problema epistemologico – nel senso di un problema in merito ad un principio che ispira la conoscenza/scienza – quando afferma:

«Il secondo grande avvenimento, che invece mi pare che LaRouche sottovaluti, è lo choc petrolifero cosiddetto, che ha fatto emergere un protagonismo al livello mondiale dei paesi produttori di petrolio e che è all'origine di molti problemi attuali, ma che ha anche introdotto nell'Occidente, e questo per me è un fenomeno positivo e non negativo, un concetto di limite alle possibilità dello sviluppo puramente quantitativo.»

Ora – questa è solo una parentesi forse frutto di campanilismo, ma indubbiamente può offrire ulteriore carne da mettere sul braciere dell’irraggiungibile ma comunque avvicinabile verità – , LaRouche non sottovaluta l’importanza della crisi petrolifera degli anni ’70, ma piuttosto la riconduce consequenzialmente al primo punto da Lei stesso sottolineato, ossia quello relativo all’abbattimento degli accordi di Bretton Woods datato 15 agosto 1971, data che ufficialmente sancisce quel cambio di paradigma attraverso l’iperfinanziarizzazione ed il liberismo economico, intimato già prima dal «complesso industriale e militare» - per usare la formula che fu del presidente Dwight Eisenhower – con gli omicidi di Enrico Mattei, i fratelli Kennedy, Martin Luther King, i tentati omicidi a De Gaulle, in un decennio, quale quello degli anni ’60, che pareva poter rilanciare la concezione dell’homo homini fratres con interventi politici che avevano il sapore della cooperazione energetica, che parlavano di «alleanza planetaria», diritto allo sviluppo di tutto il pianeta, del sogno per cui si riconosca che «tutti gli uomini sono stati creati uguali».

Così, dopo aver creato a livello politico il terreno fertile affinché quell’unilaterale atto dell’affossamento degli accordi di Bretton Woods fosse compiuto, il da noi separato mondo medio-orientale si chiese a quel punto se in cambio del petrolio non stesse ricevendo della semplice carta (banconote, dollari). Allo stesso tempo, come affermato dall’allora ministro saudita del petrolio, lo sceicco Ahmed Zaki Yamani, dietro lo shock petrolifero vi erano «gli Americani».

Ma il punto su cui volevo provocare una Sua riflessione, è di ordine epistemologico appunto, e verte su quel «quantitativo» che Lei usa, temperandolo comunque con un «puramente». Collegato a tale punto del Suo discorso, vi è anche la sottolineatura che successivamente ha fatto, precisando sempre che ciò La contraddistingue da LaRouche, quando parla di ambiente come motore di un nuovo sviluppo economico.

La questione è da porsi nei seguenti termini: l’ambiente è oggetto o soggetto? Se l’ambiente è soggetto, ecco che io potrò valorizzarlo solo rispettandone l’individualità. Se l’ambiente invece è oggetto, io potrò rispettare questo oggetto necessario all’uomo, rapportandomici in modo sempre più efficiente, ed efficiente è quell’uso che a parità di forza utilizzata produce un risultato superiore.

Ecco dunque che per ottenere tale risultato in termini di efficienza nell’utilizzo della biosfera, dovrò elevare le capacità cognitivo-creative umane.

Ecco che emerge il punto centrale; vi è una differenza di prospettiva: elevare le capacità umane per migliorare il rapporto dell’uomo con il livello abiotico e quello biotico, oppure imporre un rispetto quasi idolatrico della natura? Migliorare l’uomo per migliorare la natura, o migliorare la natura per migliorare l’uomo?

La differenza è la medesima che passa tra gli approcci pedagogici che richiedono disciplina e quelli che richiedono la ben più elevata motivazione.

Ben comprenderà come dal punto di vista della politica, a seconda che ci si ponga da un’ottica piuttosto che dall’altra, ne deriveranno azioni diverse.

Nel caso in cui infatti il mio approccio sia centrato sull’uomo, ecco che punterò ad investire su di lui in termini di conoscenza; nel caso in cui invece il mio approccio sia centrato sulla natura, impedirò che questa venga distrutta eleggendola a dio.

Nel primo caso potrò per esempio adottare programmi di sviluppo idrico e di bonifica delle aree deserte; nel secondo caso impedirò che si distruggano i boschi. Ovviamente si potrà dire che si tratta di cose entrambe da fare – e posso convenirne – ma il punto resta dove porre l’accento. Si tratta di azioni che possono essere legittime entrambe, ma mentre la prima mi lancia verso l’infinito, la seconda mi assesta al presente con continua erosione dovuta al divenire. E se ci pensa, quest’ultimo approccio, è quello che ha dominato negli ultimi trentacinque anni.

Salendo di livello nell’immaginaria scala epistemologica, l’uomo è buono o cattivo? Se buono devo investire su di lui, se cattivo devo limitarlo. Se la risposta è che egli è imago viva dei ecco che si dovrà investire sulle sue capacità cognitivo-creative con tutto il complesso culturale, latamente inteso, di modo da potenziare ogni lato della sua essenza.

Se invece è solo una scimmia evolutasi, dovrò limitarne quanto più il raggio di azione, disciplinarlo, indottrinarlo, eliminarlo se di disturbo all’evoluzione della specie ed alla tutela dell’ambiente.

Con la speranza di un Suo riscontro, cordialmente La saluto.

Claudio Giudici

Pubblicato il 12/6/2007 alle 1.2 nella rubrica Politica.

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