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Critica “benevola” a Il Benevolo Disordine della Vita

Durante il primo incontro del ciclo di divulgazione scientifica dal titolo “Sulle ali della scienza”, organizzato dal Comune di Scandicci, si è potuto immediatamente comprendere la rilevanza della questione epistemologica, intesa come scelta dei principi che ispirano l’approccio scientifico. Questo incontro aveva come tema le biodiversità, “Il Benevolo Disordine della Vita (La Diversità dei Viventi fra Scienze e Società)”. Già le prime battute del relatore, il prof. Marcello Buiatti dell’Università di Firenze, erano motivo di forte interesse per chi desidera comprendere se i principi che ispirano un approccio scientifico siano socraticamente ispirati a ragione, dunque orientati da e all’idea (platonicamente intesa) di bene. Il professore, infatti, ha cominciato la sua relazione citando una massima di Charles Darwin, ed esaltandone le doti intellettive (testualmente:“Darwin, che era persona molto intelligente …”). L’incontro si è sostanzialmente concluso – non a caso direi – con l’apologia malthusiana della lotta al cosiddetto problema della sovrappopolazione. Infatti, il filo che lega la filosofia empirista di Darwin alle politiche malthusiane di riduzione della natalità è di massima linearità.

Thomas Malthus, infatti, nel “Saggio sui principi della popolazione” del 1798, risolve il problema della crescita geometrica della popolazione a cospetto di quella aritmetica dell’agricoltura, suggerendo una politica di laisser faire – dice testualmente il celebre economista “ogni bambino nato in soprannumero rispetto all’occorrente per mantenere la popolazione al livello necessario deve inevitabilmente perire, a meno che per lui non sia fatto posto dalla morte degli adulti ... pertanto ... dovremmo facilitare, invece di sforzarci stupidamente e vanamente di impedire, il modo in cui la natura produce questa mortalità; e se temiamo le visite troppo frequenti degli orrori della fame, dobbiamo incoraggiare assiduamente le altre forme di distruzione che noi costringiamo la natura ad usare … Invece di raccomandare ai poveri l’igiene, dobbiamo incoraggiare il contrario. Nelle città occorre fare le strade più strette, affollare più persone nelle case, agevolando il ritorno della peste. In campagna occorre costruire i villaggi dove l’acqua ristagna, facilitando gli insediamenti in tutte le zone palustri e malsane. Ma soprattutto occorre deplorare i rimedi specifici alla diffusione delle malattie e scoraggiare quella persone benevole, ma tratte decisamente in ingannano, che ritengono di rendere un servizio all’umanità ostacolando il decorso della estirpazione completa dei disordini particolari.”

Charles Darwin si proclamò esplicitamente ammiratore di Malthus, e in “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”, al capitolo 3, sostiene un approccio tipicamente fascista, ispirato da quella “volontà di potenza” di nietzschiana memoria, finalizzando la sua teoria alla tutela delle proprietà terriere da parte dei “frugali scozzesi” a cospetto degli “squallidi e trasandati irlandesi”.

Ecco perché ha senso dire che non a caso l’incontro si conclude parlando del cosiddetto problema della sovrappopolazione; giusta la critica fatta dal relatore al prodotto interno lordo come metro di giudizio del benessere delle persone, giusto il richiamo allo studio delle scienze, ma che tipo di soluzioni ci vengono proposte parlando di Darwin e della riduzione della popolazione mondiale? Il legame tra Darwin e la riduzione della popolazione, è più diretto di quello che solitamente ci viene suggerito dal sistema culturale nostrano.

Bertrand Russell dice ne “L’impatto della scienza sulla società” (1952, edizione italiana), che per la risoluzione del problema della crescita demografica “la guerra batteriologica può dare maggiori effetti” (!).

Giorgio La Pira, sicuramente ispirato dal dettato della Genesi dell’“siate fecondi e moltiplicatevi”, parla, portando avanti l’idea di Kennedy, di una grande alleanza planetaria per rendere vivibili gli altri pianeti. L’economista americano Lyndon LaRouche, che sta portando avanti una lotta per il ritorno ad una cultura umanista-rinascimentale, e che sta riuscendo a ricoalizzare il partito Democratico intorno ai principi che ispirarono le politiche di Franklin Roosevelt e Kennedy per il progresso, le politiche infrastrutturali e la cooperazione tra Nazioni sovrane, è colui che a livello internazionale, oggi, sta portando avanti questo approccio in modo più diretto.

Tutto ciò ci porta direttamente alla questione epistemologica.

L’uomo è essere meramente terrestre o universale?

Se è vera la prima asserzione ecco che allora la crescita della popolazione rischia di essere un problema. Prima di optare per questa soluzione sarebbe interessante riflettere sul fatto che per Malthus la crescita della popolazione era già un problema quando essa non raggiungeva i cinquecentomilioni di presenze. Poi è interessante notare che la densità demografica, a differenza di ciò che suggerisce l’immaginario collettivo, è più alta nei paesi industrializzati e molto bassa nei paesi del terzo mondo. Dunque, se volessimo ricorrere a questo tipo di approccio epistemologico, dovrebbero essere le popolazioni occidentali ad essere controllate e non quelle terzomondiste. Di fatto si è proceduto nel senso contrario, o meglio, da noi il fenomeno di “regolazione” della popolazione è stato “culturale”, mentre nel terzo mondo è stato coattivo. Tuttavia, ripeto, perché si è proceduto in tal senso per il terzo mondo se qui la densità demografica è bassissima? La scelta morale non era infrastrutturare quelle aree, invece che deinfrastrutturarle com’è avvenuto dagli anni ’70 in poi, ossia da quando i dogmi ecologisti e liberisti hanno preso campo? In ogni caso, se ci troviamo veramente di fronte ad un problema, come lo risolviamo, secondo le politiche suggerite da Malthus, Darwin, Russell, dai dittatori cinesi o in che altro modo?

Se invece concepiamo l’uomo come essere universale, sia materialmente che spiritualmente, ecco che torna a dominare l’idea di progresso e più nessun uomo può essere visto come un incomodo che occupa spazio, piuttosto come una risorsa unica ed irripetibile come la teologia giudaico-cristiana insegna.

Claudio Giudici

Pubblicato il 26/9/2007 alle 12.33 nella rubrica Scienza.

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