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Lettera a Beppe Grillo su denaro, banche centrali, oro

Firenze, 15 ottobre 2007

All'attenzione di Giuseppe Grillo

In riferimento a: spettacolo 1998 su denaro, banche centrali, oro ( http://www.youtube.com/watch?v=CJJ9rzReXso ).

Caro Beppe Grillo,

scrivo questa lettera pubblica al fine di mettere a conoscenza i più di una questione da te stesso sollevata nel 1998. Mi riferisco alla questione del credito pubblico, più conosciuta e malamente conosciuta, come questione del signoraggio.

Il tema è ovviamente centrale – anche se, o forse proprio per questo, mai trattato dalla classe dirigente – poiché sul credito (e sull’elemento fiduciario ad esso intrinseco) si regge tutto il sistema delle relazioni economiche tra le persone.

La trattazione che ne desti tu nel 1998 (ti riporto il link del video, dai cui sottotitoli preferisco però prendere le distanze per i motivi che sotto si comprenderanno, http://www.youtube.com/watch?v=CJJ9rzReXso) può risultare utile ma solo se approfondita, di modo da passare da un approccio meramente formale (di fatto inutile) ad un approccio sostanziale (determinante e discriminante per il perseguimento del bene comune).

Le questioni che in quel tuo intervento sollevi rappresentano solo un primo passo verso la reintroduzione di un sistema monetario più giusto, ma mancano del successivo secondo passo.

Denunci la perdita della sovranità nazionale (“Fmi e Banca Mondiale che decidono quale acqua dovremo bere”; un debito pubblico che non viene reso noto chi abbia come controparte creditizia, perché, aggiungo io, di fatto rappresenta un’iniqua cinghia di forza che impedisce lo sviluppo delle nazioni), e la titolarità del potere di emissione del denaro in mano ad un sistema sostanzialmente privato (le banconote infatti hanno la dicitura “Banca d’Italia” piuttosto che “Repubblica italiana”).

Queste questioni che sollevi sono rilevanti se il ragionamento però non si ferma qui. Fermando qui il ragionamento, infatti, non evitiamo la possibilità che si abbiano fenomeni speculativo-inflazionistici tipo quelli creati da John Law in Francia agli inizi del 18esimo secolo o quelli verificatosi sotto la Repubblica di Weimar nel 1923. Durante questi due precedenti storici la stampa del denaro provocò dei disastri inflazionistici a tutto danno delle popolazioni. In pratica quello che sta avvenendo oggi, con la sola differenza che là a farlo fu l’ente pubblico, qui a farlo è il sistema bancario privato sotto la parvenza pubblica offerta dalla definizione usata per le banche centrali come enti di diritto pubblico.

Ma il rischio è anche un altro. Vi sono alcune fazioni – solitamente facenti capo alla nobiltà nera – che sostengono l’idea della perfetta corrispondenza tra denaro e riserva reale, intendendo con il termine “reale” un bene quantitativamente limitato. Tale idea ci farebbe cadere dalla padella alla brace. Questa idea, infatti, proprio perché vittima di un approccio formalista, non fa altro che sostituire un bene di “convenzione” (il denaro) con un altro (l’oro). Tale idea è anch’essa di matrice oligarchica. Infatti, la nazione che possiede riserve auree può procedere a lanciare linee di credito per finanziare lo sviluppo, quella che non le possiede o ne possiede poche, di fatto, non ha alcuna sovranità economica e dunque politica. Laddove non si voglia discutere di tale evidente limite, comunque si pensi all’assurdità di ritenere l’oro un bene in senso assoluto, quando in un tempo futuro si potrebbero trovare nuovi giacimenti d’oro. Una scoperta di tale tipo provocherebbe immediatamente la svalutazione dello stesso e dunque una conseguente riduzione del potere d’acquisto da parte delle persone.

Come evitare ciò? Bisogna che con il termine di “bene reale” si intenda ciò che effettivamente è un bene reale e non una pura convenzione.

Alla fine del tuo intervento dici: “Ce ne sono pochi [di soldi]? Ne stampo un po’. Ce ne sono molti? Ne prendo un po’ e li brucio. Mantengo la circolazione stabile, i prezzi stabili. I soldi servono per tenere i prezzi stabili.

Il sistema monetario che si cela dietro queste tue affermazioni, non è il migliore che l’esperienza umana abbia saputo proporre. Con quelle frasi pare che tu concepisca un sistema da equilibrare, ma che non conosce crescita, progresso. Il credito pubblico (i soldi) ha avuto storicamente – pensiamo agli Stati Uniti di Washington, di Lincoln, di Franklin Roosevelt e di John Kennedy, ma pensiamo anche all’Italia del Piano Case o alla Germania del Kfw, ed a tutte quelle nazioni che oggi avviano importanti progetti infrastrutturali grazie all’emissione di linee di credito pubblico – l’importante funzione propulsiva di un intero sistema economico. L’economista inglese William Beveridge, ai comodi scettici che mettono in dubbio la validità di tale sistema, lanciava la seguente provocazione. In guerra, i governanti della nazione non dicono ai propri cittadini che siccome i soldi non ci sono, non si può fare altro che perire, bensì raccolgono tutte le forze del paese intorno ad una missione comune che consiste nella produzione di armi, senza stare a fare ragionamenti di tipo finanziario. Ecco che Beveridge non fa altro che dire:«Perché non ricorriamo a tale sistema in situazione di pace dove l’obiettivo invece che produrre armi sia creare posti di lavoro e produrre ciò di cui la popolazione ha necessità per una vita dignitosa?». Non è un caso che Beveridge fosse tra le letture economiche preferite di Giorgio La Pira.

Ecco che lo Stato non ha alcuna necessità di bruciare denaro come fisiologico sistema equilibratore, quanto piuttosto di lanciare continuamente linee di credito strategicamente dirette al raggiungimento esclusivo di precisi fini idonei al perseguimento del bene comune, passando per una continua rivoluzione in campo tecnologico-scientifico. Laddove la liquidità del sistema sia autosufficiente, si provvederà con linee di credito che poggiano sulle riserve liquide in deposito presso le banche, mentre laddove la liquidità del sistema non sia sufficiente si procederà con emissioni ex nihilo.

Ecco che il vero “bene reale” è lo sviluppo tecnologicamente sempre più avanzato dell’economia fisica, come prova tangibile della maturata evoluzione cognitivo-creativa dell’uomo.

Ecco che il credito pubblico non è altro che il diritto che la popolazione vanta nei confronti del governo ad un successivo miglioramento delle condizioni di vita.

Potrai ben comprendere che non si tratta di un metodo di politica economica centrato su regole magiche, piuttosto implicante precise scelte di natura politica (che dunque inevitabilmente contemplano la possibilità dell’errore). Tale sistema consente di fare concepire alle persone il senso del denaro per ciò che esso è: uno strumento per il bene (comune), e non il bene stesso. Brevemente detto: il denaro è utile al sistema per creare posti di lavoro e per creare i beni di cui l’umanità necessita per la propria vita.

Da questo punto di vista, la nostra Costituzione, avviava un percorso di tale tipo. Il riconoscimento della proprietà privata e dell’iniziativa economica come istituti aventi “funzione sociale” e non piuttosto dèi intoccabili a prescindere, ci inseriva in quel grande disegno che prima o poi dovrà essere realizzato: una società di uomini dediti alle scienze ed alle arti per il perseguimento armonico del bene comune. Questi saranno i lavori futuri del genere umano: scienza ed arte!

L’esclusiva facoltà ontologica dell’essere umano, la sua capacità di ragione cognitivo-creativa, sarà principalmente dedita alla scienza ed alle arti, lasciando il lavoro manuale alle macchine. Il compito degli stati sarà quello di regolamentare i rapporti tra le persone, di modo che non si creino, in un generale contesto di libertà, situazioni di sopraffazione; la macchina sarà vista come un aiuto al fare bassamente specializzato, alla stessa stregua di come è vista una lavatrice o un sistema di conduzione idrico che si conclude con il rubinetto, e l’uomo non si sveglierà più al mattino schiavo di dovere fare del denaro, quanto piuttosto eccitato da ciò che in quella giornata potrà conoscere o potrà esprimere, proprio come la legge naturale inclina il bimbo per ogni nuovo giorno che affronta.

Oggi purtroppo il progresso tecnologico-scientifico non è un bene comune ma uno strumento per soggiogare altri popoli; la macchina non è strumento di emancipazione dal fare bassamente specializzato ma uno strumento per evitare noie con “lamentosa” mano d’opera e per aumentare i profitti. Si tratta di evidenti degenerazioni di beni che di per sé potrebbero essere utilizzati in modi virtuosi, ma che invece la cupidigia trasforma in vizi sistemici. Tuttavia la constatazione empirica per cui l’utilizzo di tali strumenti sia oggi degenerato, non può suggerirci la loro messa al bando. Il fatto che il web sia più utilizzato per il porno piuttosto che come inesauribile fonte di conoscenza e comunicazione, non rende necessario la sua messa al bando, quanto un’educazione degli individui ad un uso più maturo dello strumento. Il fatto che i mass media siano diventati strumento di avvilimento dei processi mentali delle persone, non rende necessaria la loro messa al bando, quanto un corretto utilizzo che dovrebbe essere appunto quello di trasferire conoscenza ad un potenzialmente infinito numero di persone.

L’Utopia di Tommaso Moro è forse la rappresentazione più realistica di ciò che un giorno spetterà al genere umano.

Ecco che proporre Tony Blair come modello di politico da seguire, o lo speculatore George Soros come modello di “capitalismo etico”, o integrare nel tuo programma “Primarie dei cittadini” i deliri di Marco Pannella per una riduzione della popolazione mondiale a 3 miliardi di persone, rappresentano quanto di più vicino possa esserci ai programmi del sistema liberale anglo-olandese, emblema di un sistema monetario (e non solo) oligarchico ed anti-repubblicano.

Ti chiedo dunque, visto il seguito che stai avendo e che può essere pericoloso se non si trasmettono i messaggi corretti, di riprendere la questione del credito pubblico e di approfondirla alla luce del seguente principio: l’uomo è dotato di capacità di ragione cognitivo-creativa la cui più alta manifestazione si ha con la scienza (non in termini illuministici, ma in termini umanistici, ossia conoscenza di sé stesso, delle relazioni con gli altri e della natura, in termini sensibili ed ultrasensibili) e con l’arte (intesa come mezzo di trasferimento del vero, ossia di ciò che la scienza, come adesso definita, ci permette di conoscere). Alla luce di ciò, il ripristino del potere del credito pubblico risulta inutile se non utilizzato per i fini di arricchimento dell’economia fisica, che solo si può avere con continue rivoluzioni in campo tecnologico-scientifico da applicare nelle infrastrutture e nella produzione.

Cordiali saluti.

Claudio Giudici - giudici15@interfree.it

Pubblicato il 15/10/2007 alle 23.45 nella rubrica Politica.

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