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Il futuro di una città passa per un nuovo sistema finanziario internazionale

Il nuovo Ministro dell’Economia Giulio Tremonti parla da mesi della crisi finanziaria internazionale prodotta dalla globalizzazione, come processo gestito dalla fantomatica “mano invisibile” del mercato invece che da accordi tra Stati nazionali sovrani. Egli ha sostenuto che è necessario un nuovo sistema monetario internazionale, una Nuova Bretton Woods, così come l’ha denominata l’economista e leader politico americano Lyndon LaRouche.

Si tratta della responsabile presa d’atto del fallimento di un sistema speculativo internazionale che tramite i governi pretende che la gente comune faccia i sacrifici (non gli si possono aumentare gli stipendi, gli si abbassano le pensioni, gli si fa pagare sempre più cara la sanità, l’istruzione, i posteggi, le strade, le tasse) mentre però gli speculatori mettono a schiena china le nazioni. Una storia già vista nel 1929 e che fin dal suo insediamento alla Casa Bianca il grande Presidente Franklin Roosevelt non mancò di denunciare e rovesciare.

La distruzione degli accordi di Bretton Woods che proprio Roosevelt nel 1944 volle, ha voluto dire lasciare al “libero” mercato – che però ha sempre nomi e cognomi! – la regolazione dei rapporti monetari e finanziari secondo logiche di superprofitto. Rilanciare una Nuova Bretton Woods, vuol dire invece far decidere agli Stati i giusti rapporti di cambio tra le monete e le regole finanziarie tra di essi intercorrenti. Non è questa una questione da accademici, ma il vero motivo per cui i prezzi dei generi di prima necessità stanno vorticosamente aumentando.

Il rincaro dei prezzi dei generi alimentari non è conseguenza dell’aumento di voracità delle bocche cinesi, ma di un preciso effetto speculativo provocato dalle politiche monetarie delle banche centrali. Si pensi che dal novembre 2005 al febbraio 2008 il future sul grano è passato da 295$ a 1334$. Il 70% di questo rincaro si è avuto dopo gli “illuminati” interventi delle banche centrali in seguito allo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime del luglio 2007. Sono patetici quei politici che fingono compassione per i più poveri ben sapendo però che la cosa è provocata da precise decisioni degli interessi finanziari a cui dovrebbero opporsi!

Questa iperinflazione trova dunque la sua origine nell’arbitrio del mercato, eppure, le soluzioni che vengono proposte, tipo le liberalizzazioni, hanno all’origine lo stesso vizio.

Chi vive nella vita reale sa cosa vuol dire lasciare al “libero” mercato la gestione delle dinamiche economico-sociali. Si pensi al primo decreto Bersani del ’98 con cui si diceva di voler far sì che ognuno potesse avere sotto casa il negozio di abbigliamento, di elettronica, il fruttivendolo. In conseguenza di quel decreto si tolse l’obbligo del rispetto di spazi di distanza per l’apertura di un esercizio - decida il “libero” mercato dove è più opportuno che si apra un negozio! – ed ecco l’esplodere di centri commerciali che hanno assorbito la clientela che prima era dei piccoli commercianti. I negozi sono andati morendo ed i fondi trasformati in piccoli appartamenti. E la questione per cui tutti potessimo avere sotto casa ogni genere di negozio? E la diminuzione dei prezzi?

Ma si pensi anche al secondo decreto Bersani del 2007 che ha avuto per oggetto, tra gli altri, taxi, farmacie e parrucchieri. A questo proposito, a distanza di neanche 6 mesi dal provvedimento del Comune di Roma per l’aumento del numero di taxi, il candidato sindaco Francesco Rutelli ha affermato: «Abbiamo visto che il meccanismo “più licenze” “tariffe più alte” non è necessariamente quello migliore, rischia di ottenere un doppio effetto negativo».

Liberalizzare potrebbe voler dire eliminare inutili e rallentanti adempimenti burocratici in favore di un maggior sviluppo; ma quando liberalizzare vuol dire far decidere al mercato quelle dinamiche che invece l’ingegno umano può decidere meglio secondo un supremo principio di giustizia, ecco che le liberalizzazioni divengono uno strumento in favore dei più forti.

E si persiste sulla via sbagliata quando si afferma: «Su Alitalia decida il mercato!». Far in ogni caso decidere al mercato, vuol dire far decidere il più forte. La libertà del mercato è legittima solo quando è regolamentata in funzione del bene comune.

Un “libero” mercato lasciato alla dittatura del mercato produce mirabolanti assurdità. Si pensi alle amministrazioni che possono assumere centinaia di vigilini, poiché con le multe che fanno autofinanziano i loro stipendi; invece assunzioni di nuove forze dell’ordine, o il più semplice pieno di benzina delle loro auto, per funzioni socialmente ben più rilevanti come la lotta alla criminalità, sono cose che non possono essere fatte, perché pur essendo un investimento sociale, sono un costo finanziario. Le strade vengono imbottite di costosi autovelox, ma i manti stradali sono tutti poggi e buche. Le banche possono essere salvate da continue immissioni di liquidità, ma alle fabbriche ciò non è concesso; le linee metropolitane devono aspettare. Tutto questo è arbitrio del mercato.

Eppure la nostra Costituzione a questi propositi parla chiaro: centralità del lavoro (artt. 1 e 4), intervento dello Stato nell’economia, retribuzione che in ogni caso deve consentire un’esistenza libera e dignitosa al lavoratore ed alla sua famiglia (art. 36), funzione ed utilità sociale dell’iniziativa economica privata e della proprietà privata (artt. 41 e 42); controllo del credito e tutela del pubblico risparmio (art. 47).

E’ dunque necessario che ogni cittadino che abbia a cuore il proprio presente e futuro e quello dei propri figli, combatta il conformismo dietro cui si cela la dottrina del liberismo, e sostenga il progetto per un nuovo sistema finanziario internazionale, per una Nuova Bretton Woods, così come invocata da Lyndon LaRouche e da Giulio Tremonti.

Claudio Giudici

Pubblicato il 23/4/2008 alle 0.55 nella rubrica Politica.

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