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Il lutto per l'Abruzzo sarĂ  pura ipocrisia se non attueremo una svolta culturale

Il disastro di vite e di opere procurato dal terremoto che ha colpito l'Abruzzo, presenta un rilevante dato comune con quanto verificatosi nel dicembre del 2004 con lo tsunami dell'Oceano indiano che colpì ampie zone del sud-est asiatico.

Oggi come allora, il deficit infrastrutturale delle costruzioni ha aggravato enormemente le conseguenze di un fenomeno che avrebbe potuto avere effetti ben meno luttuosi.

Le responsabilità presumibili in merito alle costruzioni di nuova generazione, denunciano oltre ad un problema etico della società moderna – che ha dimenticato l'idea della funzione sociale della propria opera, a tutto favore di un deviato concetto di ricerca del profitto finanziario – anche un problema strategico, di scelte politiche.

Proprio in Italia, per esempio, si è riusciti, grazie a raffinatissime tecnologie a dar prova del fatto che l'attuale stato della scienza consentirebbe di costruire case in legno di sette piani, senza che queste crollino, pur in presenza di terremoti di scala superiore rispetto a quello verificatosi in Abruzzo.

Siamo di fronte ad una lacuna in merito alla più profonda natura umana – circa cosa sia l'uomo e quale sia la sua missione – ben testimoniata dal grado d'incertezza che il suo agire sempre più provoca sull'intera società. Una concezione di uomo esclusivamente dedito al piacere del momento, alla ricerca del facile profitto di breve periodo, ci ha regalato la più grave crisi finanziaria della storia moderna. Vi è un legame di fondo, per esempio, tra la crisi finanziaria in corso ed il lutto che oggi ci vede compartecipi al dolore per il disastro abruzzese. L'uomo avrebbe la capacità di risolvere il problema del sottosviluppo dominante in vaste aeree del pianeta, ma in realtà continua a mantenere un ordine finanziario ed economico, a beneficio dei più abbienti, ed a preclusione dello sviluppo dei popoli più indifesi. E l'uomo avrebbe anche la capacità di dotare la propria comunità di costruzioni che non crollano su sé stesse come verificatosi per molti edifici in Abruzzo.

Il dubbio che può riguardare un tal tipo di considerazione è se non sia troppo costoso avviare politiche d'infrastrutturazione al massimo grado concessoci dallo stato della scienza. In realtà, si tratterebbe di rimettere in moto l'economia tornando a considerare i valori finanziari per ciò a cui dovrebbero essere finalizzati, ossia aumentare progressivamente il benessere delle persone.

Fatti luttuosi come questo dovrebbero rappresentare la molla per attuare un serio esame di coscienza, una seria rivisitazione del paradigma culturale dominante, che porti ad instaurare secondo la trattazione larouchiana, una nuova era, un autentico rinascimento dei popoli del pianeta.

Le decisioni prese durante il G20 di Londra, lungi dall'andare in qualche modo verso questa direzione, sono invece la continuazione del modello depravato che porterà a far sì che di fronte ai violenti capricci che la natura talvolta contempla, l'uomo risulti ancora una volta privo delle necessarie difese che invece già allo stato attuale potrebbe avere.

Questo è un momento della storia in cui, proprio come fu fatto nel dopo guerra, ed ancor prima nei primi anni '30 da Franklin Roosevelt negli Stati Uniti, i politici dovrebbero trovare il coraggio di far prevalere il contratto sociale da loro stipulato con i loro popoli per il perseguimento del bene comune, sul contratto di credito (il debito pubblico) vantato dalle oligarchie finanziarie.

Claudio Giudici

Pubblicato il 17/4/2009 alle 0.35 nella rubrica Politica.

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