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Tremonti/Prometeo o Draghi/Dioniso?

 Per visualizzare in formato video: http://www.youtube.com/watch?v=_oseSrk39FE

Mentre le prime pagine dei giornali, senza più alcuna attenzione ad una forma che ne mimetizzi gli autentici scopi, operano da artiglieria pesante in uno scontro tra clan contrapposti, la vera partita che va sviluppandosi nel dietro le quinte è relativa a due diversi modi di guardare alla natura umana. Da un lato la concezione prometeica, dall'altro quella dionisiaca. Da un lato dunque l'idea del progresso, di un uomo che trova nella capacità di ragione cognitivo-creativa, nel lavoro produttivo, nel lavoro altamente specializzato, il mezzo per manifestare nel modo più profondo la propria natura; dall'altro, invece, un uomo che è un accidente della natura, un elemento esogeno, la cui più utile manifestazione si esaudisce con i piaceri e del quale debbono essere limitate le pretese predatorie da parte di qualche illuminato. Da un lato abbiamo dunque una visione funzionale all'idea di repubblica, dall'altro una concezione oligarchica e feudale.


 

Tutto questo si traduce dal punto di vista della strategia politica in uno scontro tra i fautori dell'economia produttiva, espressione di una sempre più elevata capacità umana di relazionarsi con l'universo, ed i fautori dell'economia finanziaria come fulcro di una moderna economia, dove si possa creare ricchezza a prescindere dalle reali capacità produttive del sistema. Questo scontro si manifesta in Italia al suo massimo livello istituzionale nei continui botta e risposta tra il ministro dell'economia Giulio Tremonti ed il governatore della Banca d'Italia, nonché presidente del Financial Stability Board, Mario Draghi. Che il vero scontro si giochi qui, ce lo fa capire anche la convulsa ricostruzione di Eugenio Scalfari nel suo editoriale di domenica scorsa su La Repubblica, con cui interviene sì nel caso “Feltri-Boffo”, ma solo dopo aver dedicato la metà iniziale della sua riflessione ai continui attacchi di Tremonti agli economisti “sistemisti” ed ai banchieri. Quest'ultimo ha l'indubbio merito di aver portato al maggior livello di cassa di risonanza possibile quelle tematiche che il nostro movimento grazie all'opera intellettuale e politica di Lyndon LaRouche denuncia da circa quarant'anni. Ed è proprio, infatti, tra la fine degli anni '60 ed i primi anni '70 che vengono piantati i semi di un'economia sempre più speculativa, in particolare quando tra il 1968 ed il 1973 si perfezionò la caduta del sistema valutario a cambi fissi di Bretton Woods. Quello a cui abbiamo assistito è stato un progressivo processo di deindustrializzazione e deinfrastrutturazione, dai paesi in via di sviluppo a quelli del cosiddetto “primo mondo”, accompagnato da una crescita esponenziale dei titoli puramente speculativi, non rappresentativi di ricchezza reale. E siamo dunque arrivati alla situazione di crack finanziario dell'ultimo biennio, che appunto non è una crisi dei mutui subprime come inizialmente media ed osservatori riportavano, ma una crisi di tutto il sistema. Questa crisi non sarà finita, e tornerà ad aggravarsi, finchè non saranno estirpate le radici dell'economia speculativa e ricostruito un sistema centrato sulla produttività tecnologicamente avanzata.

Allo stato attuale possiamo giudicare con buon livello di approssimazione quale delle due parti contendenti possa essere funzionale al bene comune, e quale invece sia funzionale all'oligarchia finanziaria.

Mario Draghi ha ricoperto durante il decennio 1991-2001 il centrale ruolo di direttore generale del Tesoro sotto i Governi Ciampi, Dini, Amato, Prodi, D'Alema ed i pochi mesi del primo Governo Berlusconi, ed è stato presidente del Comitato Privatizzazioni. Le privatizzazioni1 delle imprese pubbliche di Stato sono state giustificate in più modi: la necessità di abbassare il debito pubblico (ciò avvenne per circa l'8%); la necessità di rendere più competitiva la nostra imprenditoria (ma in realtà oltre a qualche settore in seria difficoltà come quello siderurgico, che resta in seria difficoltà anche sotto i privati, si pensi a Lucchini, furono dismesse perle dell'impresa pubblica come Imi, Credit, Comit, Eni, Telecom, ecc.); si parlò – e questa è la più bella! – di consentire la diffusione dell'azionariato popolare nelle aziende di Stato, ma in realtà come riportato dallo studio parlamentare del 2000, solo un terzo delle quote sociali di quelle aziende è finito in mano ai piccoli risparmiatori. In breve, si trattò dunque di una grande operazione di trasferimento di ciò che era in mano pubblica ad un ristretto oligopolio di finanzieri che si arricchì in modo osceno nel giro di poco tempo. Una delle operazioni più clamorose fu quella che vide come beneficiario l'ing. De Benedetti, editore de L'Espresso e di La Repubblica, il quale si avvantaggiò della svendita delle linee telefoniche delle Ferrovie dello Stato per 750 miliardi di lire, per poi rivenderle qualche mese più tardi a Mannesmann per 14mila miliardi di lire!

Quella politica cosa ha prodotto per l'interesse dei cittadini? Dopo quasi un ventennio dall'avvio delle politiche di Maastricht ed un decennio dalla fine di quella stagione di privatizzazioni, ci ritroviamo oggi con il rapporto pil/debito pubblico tornato ai livelli pre-Maastricht, con una capacità produttiva nazionale in costante decremento dagli anni '70 (senza che in questi anni vi sia stato alcun accenno di ripresa, tanto è stato inutile il processo di privatizzazione!), i livelli di occupazione crollati nuovamente mentre erano stati fittiziamente fatti risalire grazie alle politiche di deregolamentazione mondiale del mercato del lavoro, producendo posti di lavoro sottopagati a cui pure il secondo Governo Berlusconi aveva optato di adeguarsi, ed infine un'inflazione reale (data dal rapporto tra crescita dei prezzi al consumo e crescita delle retribuzioni da lavoro) alle stelle. Tutto tornato come prima dunque? Sì, ma con l'aggravante che nel frattempo lo Stato non possiede più le numerose aziende produttive che aveva e che gli permettevano di mantenere il sistema di welfare che nell'ultimo ventennio è stato progressivamente disintegrato.

Oggi siamo al punto in cui il ministro dell'economia decide di aiutare il sistema bancario nel legittimo limite di un ritorno che questi aiuti devono avere sull'economia reale. Tuttavia, questa politica sarà monca finchè gli Stati Uniti non decideranno di seguire, in accordo con Cina, Russia ed India (che sarebbero già pronte per farlo), le proposte di LaRouche: 1) un procedimento di riorganizzazione controllata di tutto il sistema – la moratoria di cui parla Tremonti cioè – , annullando tutti i titoli speculativi tossici che sono stati salvati dai rifinanziamenti attuati da molti Stati, Usa compresi; 2) solo dopo questo primario passo sarà possibile creare un nuovo sistema finanziario e monetario internazionale a cambi fissi, una Nuova Bretton Woods; 3) l'avvio di politiche infrastrutturali ed industriali che riportino il lavoro altamente qualificato, come massima espressione delle capacità umane, al centro dell'organizzazione intra ed inter-statuale, in sostituzione dell'attuale sistema che premia chi sa speculare.


 

Claudio Giudici
Movimento Internazionale per i diritti civili – Solidarietà
www.movisol.org


 

1http://www.movisol.org/privatizzazioni.pdf .

Pubblicato il 5/9/2009 alle 9.57 nella rubrica Politica.

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