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Un Sereno Natale

Firenze, Natale 2009.

L'invito alla riflessione che ci porta il giorno del Natale, è sempre quello della sfida che Gesù Cristo ha rivolto al mondo con l'interezza della Sua vita. Gesù nasce sotto un impero, e la Sua denuncia e la Sua azione sono volte a colpire ciò che invece si equivocava come corrispondente al giusto.

Ciò emerge in modo chiaro nella parabola delle guarigioni durante il sacro giorno del sabato. La cura dei malati (ritenuta un lavoro) durante la giornata di festa, era considerata opera condannabile da parte della cultura farisaica, perchè in violazione della sacralità del giorno del sabato. Gesù invita a guardare alla sostanza della relativa prescrizione piuttosto che alla sua letteralità: “Il sabato è stato fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato!”.

Così Gesù sfida un modo di guardare le cose, un modo di pensare, un sistema culturale, per un fraintendimento – in ultima analisi – su ciò che è bene e ciò che è male. Questo ci ricorda l'insegnamento di Socrate per cui il male non sarebbe altro che non conoscenza.

Con tutto ciò ritroviamo delle analogie nel nostro tempo, dove nonostante la mole infinita di informazioni, il fraintendimento, la non comprensione, la mistificazione, portano alla formazione di una calotta d'ignoranza che poi consequenzialmente ispira una serie di azioni che non possono portare al perseguimento del bene.

Nella sua ultima enciclica Benedetto XVI centra tutto il suo discorso intorno al collegamento che deve esservi tra amore (caritas) e verità. Non sarebbe possibile perseguire il primo senza un'azione orientata dalla verità. Molte persone, dall'uomo della strada allo statista, giustificano la loro azione ricorrendo alla “buona fede”: “D'altra parte ho agito in buona fede”. Se ciò può rappresentare la giustificazione che ognuno di noi può dare al prossimo, nel momento in cui essa, nella relazione tra la nostra coscienza e la nostra condotta, diventa regola di vita, si tramuta in quel nichilismo che anche nell'omelia alla messa natalizia in Santa Maria del Fiore, Mons. Betori ha denunciato come alla base di una società dell'apparenza piuttosto che della sostanza (ed ecco così riaffacciarsi la cultura farisaica condannata da Gesù).

Allora, ingenuamente incuranti della Verità o anche soltanto di ciò che in coscienza riteniamo corrisponderle, optiamo per la comoda strada di ciò che in quel momento apparentemente conviene. Ma a prescindere dai metodi che ognuno di noi può autonomamente sviluppare per ricercare la verità, il dato più preoccupante della nostra società è che essa disconosce la verità, e centra tutto sull'opinione. Una babele di opinioni, l'una parificata all'altra, portano così, invece che alla agognata libertà, alla dittatura dell'opinione del più forte, di colui che ha più mezzi per diffonderla, per urlarla, per imporla. Nella piatta parità delle opinioni, nel relativismo delle opinioni che diventa nichilismo, si crea così ugualmente una verità (non importa se autentica o fasulla), importa che sia diffusa, riconosciuta dai più come tale.

In questo preciso momento storico in cui si inserisce questa giornata di Natale, questi temi si legano all'importante vertice sul clima appena conclusosi a Copenhagen e fortunatamente fallito. Questo vertice che ha concentrato le attenzioni del mondo per diversi giorni, è servito a distrarre l'umanità dalla primaria questione della riformulazione dell'attuale sistema monetario e finanziario, lasciato ai diktat del “libero” mercato, ovvero dell'oligarchia finanziaria, a tutto danno della popolazione mondiale.

Nella discussione prodottasi in questo vertice, Benedetto XVI si è voluto inserire dando un suo importante contributo con il discorso “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, per la Giornata mondiale della Pace 2010.

Differentemente dall'accento posto dal complesso culturale al discorso di Benedetto XVI – quasi ne fosse stata letta soltanto la prima parte (di analisi) – , il Santo Padre offre tutta un'altra prospettiva rispetto alle soluzioni malthusiane (di riduzione della popolazione mondiale) che l'impero britannico mirava subdolamente a far adottare a tutti gli Stati nazionali del pianeta con quel vertice. Questa prospettiva si trova ancora una volta in accordo con le concezioni antropologiche (laiche) di Lyndon LaRouche (si ricordi l'intervento di Padre Bonifacio Honings a Rüsselsheim nel febbraio scorso).

Il Santo Padre non entra ovviamente nel merito dello scandalo del “Climagate”, di cui così poco hanno parlato i media. Quindi tralasciando la frode che si cela dietro al “riscaldamento globale antropogenico” – come denunciata da LaRouche da decenni – così come emersa con lo scandalo delle e-mail dell'East Anglia University, è importante soffermare l'attenzione sul messaggio del Santo Padre.

Benedetto XVI, riprendendo Giovanni Paolo II, avvalora l'importanza di una “coscienza ecologica” che “non deve essere mortificata, ma anzi favorita, in modo che si sviluppi e maturi, trovando adeguata espressione in programmi ed iniziative concrete”.

Ma quali debbono essere le linee guida per procedere verso questa direzione?

Si pensi a come i movimenti ambientalisti si pongono di fronte alla questione dell'ambiente; essi hanno richiesto con uno schematico documento la riduzione dei gas serra. Sui metodi per ottenerla, non viene detto niente. Tra le altre cose, richiedono che si riducano i gas serra del 40% dai massimi del 1990; se ciò vorrà dire insostenibilità di molte attività economiche, perdita di posti di lavoro, tutto ciò sarà secondario rispetto all'imminente countdown che rischia il pianeta.

E Benedetto XVI invece ammonisce: “La crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell'uomo e delle sue relazioni con i suoi simili e con il creato.” Ed aggiunge: “Saggio è, pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni. Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono da tempo evidenti in ogni parte del mondo.” Egli ci parla del “senso dell'economia e dei suoi fini”.


 

Ed il discorso di Benedetto XVI entra progressivamente sempre più nel concreto di ciò che dobbiamo fare: “Per guidare l’umanità verso una gestione complessivamente sostenibile dell’ambiente e delle risorse del pianeta, l’uomo è chiamato a impiegare la sua intelligenza nel campo della ricerca scientifica e tecnologica e nell’applicazione delle scoperte che da questa derivano.

Ecco che qui l'uomo diventa la soluzione ai problemi di gestione delle risorse, al rapporto relazionale tra esso ed il creato. L'uomo non è dunque il problema, ma la soluzione, se fa ricorso alla sua capacità di ragione cognitivo-creativa. Come dice LaRouche, è la valorizzazione di questa dimensione dell'uomo esprimente la sua somiglianza con Dio, che l'organizzazione politica deve individuare come suo ultimo fine.

Ed il distacco e la critica ai movimenti ambientalisti, si fa più accentuato quando il Santo Padre dice: “La questione ecologica non va affrontata solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale profila all’orizzonte; a motivarla deve essere soprattutto la ricerca di un’autentica solidarietà a dimensione mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune. D’altronde, come ho già avuto modo di ricordare, «la tecnica non è mai solo tecnica. Essa manifesta l’uomo e le sue aspirazioni allo sviluppo; esprime la tensione dell’animo umano al graduale superamento di certi condizionamenti materiali. La tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di «coltivare e custodire la terra» (cfr Gen 2,15), che Dio ha affidato all’uomo, e va orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio».


 

Ma il diverso approccio, filosofico, antropologico, epistemologico, con la cultura “neopagana” dei movimenti ambientalisti, diventa inequivocabile quando Benedetto XVI scrive: “D’altra parte, una corretta concezione del rapporto dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura né a ritenerla più importante della stessa persona. Se il Magistero della Chiesa esprime perplessità dinanzi ad una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, lo fa perché tale concezione elimina la differenza ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri esseri viventi. In tal modo, si viene di fatto ad eliminare l’identità e il ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della «dignità» di tutti gli esseri viventi. Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo. La Chiesa invita, invece, ad impostare la questione in modo equilibrato, nel rispetto della «grammatica» che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato, ruolo di cui non deve certo abusare, ma da cui non può nemmeno abdicare. Infatti, anche la posizione contraria di assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa dignità umana”.


 

Claudio Giudici


 


 

Pubblicato il 25/12/2009 alle 16.31 nella rubrica Diario.

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